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venerdì 9 luglio 2021

Europa allo specchio sui campi di calcio

Il presidente dell’Uefa Ceferin mette le mani avanti e dice che l’Europeo decentrato, viaggiante, non è stato una buona idea. Lo sanno tutti che è stato decentrato male, ma dallo stesso Ceferin - lo ha architettato Platini, lo ha organizzato Ceferin. Non c’è sorteggio, per quanto sofisticato, che dia all’Inghilterra, solo all’Inghilterra, la possibilità di giocare sempre in casa, a Wembley, sei partite su sette. Con la settima a Roma, senza viaggiare troppo, in Portogallo, a San Pietroburgo,  o in Azerbaigian. Un bengodi, oltre che per il tifo, anche per la federazione britannica, che si è goduta lauti incassi senza le spese dell’organizzazione. Gli inglesi, si sa, sono molto sportivi, ma non col Resto del Mondo, sia esso continentale o africano o indiano

Fa la faccia feroce lo stesso Ceferin dopo il rigore che ha regalato all’Inghilterra la finale contro la Danimarca. Ma al massimo ci sarà, se ci sarà, una multa. Rosetti intanto conferma al Var per la finale l’olandese Van Boekel, lo stesso che al Var ha convalidato il non-rigore a carico della Danimarca, pur vedendo che non c’era,  come tutti al replay. E come arbitro designa Kuipers, al quale Verratti sta antipatico - perché napoletano? Rosetti non è Ceferin, e invece sì.
La Danimarca certo è colpevole: aveva protestato con durezza contro l’imposizione di Ceferin di giocare due ore dopo la quasi-morte di Eriksen.
È l’Europa ancora delle massonerie? Ceferin, certo, sta al suo posto quale uomo della Lega inglese. Però, a volte ci vanno pesante - – la triangolazione è stretta, Inghilterra-Olanda-Ceferin. L’Europa si difende ancora solo sul campo.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (460)

Giuseppe Leuzzi

Partono dalla Turchia, cioè come un tempo dalle vechie Alicarnasso, Efeso, Mileto, Focea, città greche, e approdano a Crotone – cioè da Locri a Sibari. Su vecchie carrette, con motori sfasciati al minimo, da abbandonare all’arrivo, seguendo correnti e venti, e anche in barche a vela, seppure moderne. Sono i migranti dal Medio orente, Iraq, Siria, Pakistan, Afghanistan, India, Bangladesh, che passano per i trafficanti curdi. Oggi come duemila, duemilacinquecento anni fa. La Magna Grecia è creazione delle corenti marine, e dei venti.
 
Non c’è pasticciere del Sud che non sappia fare il panettone, anche buono, più spesso ricco, arricchito per maggior valore aggiunto. Non si trova invece da Roma in su, in Toscana, in Liguria, uno che sappia fare la granita. Che pure è facile da fare, costa poco e vale molto. Il rifiuto è a monte.
 
Una paleografia ravennate del 1226, dunque, scipperebbe alla Sicilia, a Jacopo da Lentini e alla scuola siciliana, il primato del volgare in poesia.
Ma è sempre attorno a Federico II, un tedecso, che nasce così imperativamente, in radice, l’Italia – anche il volgare di Ravenna è ben italiano: “Quando eu stava in le t’ cathene…”
 
“Intanto va sgombrato il campo da preconcetti. Il Mezzogiorno conta più di quanto si crede”. Il Mezzogiorno  è l’ultimo tema della lunga (due pagine) intervista del direttore del “Sole 24 Ore”, Tamburini, con Carlo Messina, ma l’uomo azienda di Banca Intesa non ha dubbi: “Se fosse uno Stato dell’Unione europea (il Sud) sarebbe all’ottavo posto nella classifica dei 27 paesi europei per presenza d’imprese manifatturiere, con un ruolo importante nella catena del valore su scala perfino europea”. E, aggiunge, “si può fare molto di più”.
 
L’annuncio che Stellantis localizza a Termoli il megaimpianto per le sue batterie elettriche suscita solo domande su quanto lo Stato italiano “pagherà” in contributi. E se l’impanto si facesse in Francia? O anche in Italia, ma a Mirafiori?
 
“L’attaccamento che proviamo per la nostra terra natale rientra in un’emozione che non si spiega in modo razionale. È istintivo; è una specie di pietà filiale che si ancora nel più profondo di noi stessi senza darci argomenti irrefutabili” – lo scrittore algerino di lingua francese Yasmina Khadra, “Le Baiser et la Morsure”. Una specie di pietà filiale.
 
Basta la parola
Emerge il caporalato periodicamente, a Foggia o a Rosarno - e nel casertano naturalmente, l’ex Terra di Lavoro, giardino d’Italia, diventata Terra dei Fuochi (a opera di casertani e altri campani volenterosi). Mentre c’è ovunque in Italia, nel Veneto, in Toscana, in Emilia, dappertutto dove ancora si coltivano frutta e verdure. È il sindacato che altrove non lo denuncia?
Nemmeno questo è vero: in Maremma il sindacato rileva questa estate “almeno 200 padroni senza scrupoli”, che sfruttano maghrebini e cingalesi, a 3-4 euro l’ora, “raramente si sale a 6”, per “dieci ore al giorno, a volte anche dodici”, trasportati “su carri bestiame”, vecchi camion scoperti e senza sicurezza, agli ordini di un numero di caporali stimato fra 135 e 200, “imprenditori” di manodopera, da tempo internazionalizzati, con compari nei paesi di origine dei lavoratori, con i qual esigere il “pizzo” per i trasbordi, e per i documenti necessari all’ingresso in Italia. Mafia? No naturalmente, siamo in Toscana.
C’è caporalato e sfruttamento anche nei cantieri della Versilia, da Viareggio al Magra, specializzati nella nautica di lusso e di lusso estremo – yacht da 150 metri. Il sindacato spezzino lo ha accertato e lo denuncia. Ma a nessun effetto. “Umiliazioni pesanti e violenze continue” sono state registrate sugli operai immigrati del comparto, in prevalenza bengalesi. Pagati 5 euro l’ora, per turni di 14 ore, “nei reparti più insalubri, come il trattamento e la pitturazione dell’acciaio”. Ma neanche questo fa notizia.
“Più di quattro milioni di olivi abbandonati in Toscana”, e numerosi marchi, Bertolli, Carapelli, etc., che si fregiano del luogo d’origine toscano. Olii di ogni provenienza e miscugli di ogni genere, venduti anche a 4 euro, al litro!, come se fosse extravergine - etichettato “extravergine imbottigliato dall’olivicultore” X, “olio controllato e garantito da X, Toscana”.
“La Nazione” registra su una pagina la perdita, per la sola Riviera apuana, tra Marina di Carrara e Marina di Massa, 18 km. di costa, di 2,2 milioni di turisti in dieci anni, quasi un terzo dei turisti registrati nel 2010. E sulla pagina di fronte il progetto di allargare il porto di Carrara, che è già vuoto così com’è, e il cui primo allargamento, quarant’anni fa, con una nuova banchina, ha portato all’erosione dei profondi arenili che facevano la bellezza della Riviera, da ricostituire ogni anno con costosi e terrosi ripascimenti, da proteggere con squallidi pennelli, il mare in gabbia. L’appalto la vince su tutto, nella Toscana lorenese, così bene amministrata.
Sulla stessa Riviera Apuana e sulla Versilia i fiumi riversano inquinanti di ogni genere, in percentuali quattro e cinque volte i livelli tollerabili, perché il trattamento delle acque non funziona – là dove un depuratore c’è. Tutta la costa Toscana risulta inquinata dai fiumi, eccetto la piccola spiaggia di Capalbio. Ma la Toscana mantiene ben diciassette bandiere blu – solo tre in meno rispetto al 2020 (per questo sorpassata dalla Campania), a pari merito con la Puglia. Particolarmente fitte nel tratto più inquinato che risulta alle analisi, e si vede a occhio, Versilia e Riviera Apuana. Mentre una mostra fotografica alla Fortezza da Basso a Firenze può mostrare convincente spiagge toscane paradisiache, senza risparmio di photoshop, sui toni del rosa e del celeste.
Per arrivare a queste meraviglie fecali bisogna fare da Roma l’A 1 che è sempre intasata, ventiquattro ore, fino a Firenze, dtretti fra i tir, con code di ore, e poi la Firenze-Mare, tortuosa e stretta. Oppure l’Aurelia. I cui sindaci hanno impedito la costruzione dell’Autostrada, per oberare la vecchia statale di migliaia (vero) di segnali di limiti di velocità, e imbrogliare il viaggiatore, collazionando multe generose. Il vecchio istinto dei banditi di passo della vecchia Maremma, che taglieggiavano i devoti in pellegrinaggio a Roma lungo la via Francigena. Ma anche il taglieggiamento è portato a onore: viva la multa.
Che altro? Si paga il mare in Toscana due e tre volte più caro che sulle spiagge naturali e le acque cristalline in Calabria. In Versilia quattro volte la Costa Viola, di Palmi, Bagnara e Scilla. Ma ciò di cui possiamo leggere oggi sulla Calabria sono, sullo stesso “Sole 24 Ore”, la “Storia dell’antindrangheta”, cioè della ‘ndrangheta, probabilmente accurata, di Danilo Chirico, e il docufilm “Il paese interiore” di Luca Calvetta e Massimiliano Curcio, detto da Ascanio Celestini, coivolgente, ma su Vito Teti e le sue ricerche antropologiche, su una Calabria inevitabilmente oscura.
Basta a volte il nome, e la Calabria sa solo di zolfo. Niente spiagge rosate, né mari acquamarina. Niente nemmeno olii di oliva, non che se ne vedano in giro di origine calabrese.
Il nome conta. Anzi è tutto.
Non saperlo è una colpa. Capitale.
 
Mafie
L’ex sindaco di Carrara Zubbani è stato labellato dalla grillina Bottici, poi senatrice, di “mafioso”. Otto anni fa. Si è querelato, ma dopo otto anni il Senato ha dichiarato che non può portare la grillina  in giudizio, l’accusa di mafioso, in tv, non ritenendosi offensiva.
Si può dire la stessa cosa rovesciando le parti? Una grillina che si avvale dell’immunità parlamentare, altrimenti labellata mafiosa, è mafiosa?
 
Il tutto mafia ha favorito a Roma i magistrati che lo hanno imposto, e ha danneggiato la città, gravemente, per otto lunghi anni ormai. Pignatone presiede il Tribunale del Vaticano, il suo vice Prestipino è il suo successore a Roma, Procuratore capo.
Sull’assoluzione del sindaco Alemanno, dalle accuse di mafia e di avere favorito, lui ex picchiatore fascista, la coop rossa di Buzzi, uno non sa che dire, la giustizia in Italia è, al meglio, complicata. Ma quanti danni non ha fatto la Procura siciliana a Roma col suo canone mafioso. Un disastro. Mentre non ha perseguito la mafia romana dei vigili urbani che perseguitava il sindaco Marino, e anzi ha mandato il sindaco benemerito a processo, benché senza fondamento.
 
“A Firenze il mattone si conferma bene rifugio per eccellenza e una casa su quattro viene acquistata per investimento, non per abitarci. E addirittura il 74 per cento degli acquisti sono effettuati in contanti”. Addirittura, tanto è l’amore per Firenze, niente mafie.
 
A Bolzano e provincia (Alto Adige, Sud Tirolo), area al settanta per cento tedescofona, almeno 2.500 tra medici e infermieri, una buona metà del totale in servizio pubblico, non si sono voluti vaccinare. Ma senza denunciarsi e senza essere denunciati: leAsl hano molti problemi a individuarli, per poter programmare l’assistenza in casi di contagio. Omertà?
Dei 115 che, successivamente, dopo un mese, sono stati sospesi dal servizio, solo un 10 per cento si è vaccinato, gli altri sono certi di essere reintegrati.
 
Si è inventato il cashback per favorire Nexi e le altre carte di credito, e lo si paga caro, quasi 5 miliardi di soldi pubblici (una cifra énaurme). Giustificandolo con l’antimafia – “sono le mafie che comprano in contanti”.
Cioè, si crea, e si finanzia, un’antimafia che è una mafia – atipica, certo, non spara, non che si veda.

Napoli 
“Aggiustatutto” è il nuovo mestiere di Napoli, dopo la pandemia, per far fronte alla nuova disoccupazione, ma anche alla nuova domanda – stare troppo a casa crea disordine. In linea con la vecchia teoria di Alfred Sohn-Rethel, il filosofo tedesco che a Napoli fra il 1924 e il 1926, frequentando pescatori e officine meccaniche, elaborò il saggio “L’ideale dello sfascio” - Das Ideal des Kaputten. Über neapolitanische Technik” (poi ricompreso nella raccolta “L’invitation au voyage zu Alfred Sohn-Rethel”, 1979): da ogni cosa se ne trae un’altra.

Due inchieste a San Marzano, su due casi di passate di pomodoro egiziane che sarebbero state spacciate per italiane, bastano a Milena Gabanelli e al “Corriere della sera” per tuonare contro, una paginata. Con accuse subordinate di caporalato e sfruttamento schiavistico. Mentre la raccolta del pomodoro, secondo l’associazione di settore, Anicav, è meccanizzata, “per il 100 per cento al Nord e per oltre il 90 per cento nel bacino Centro Sud”. Dove il restante 10 per cento riguarda principalmente San Marzano, “prodotto di qualità che va raccolto a mano”, e colture limitate di collina con forti pendenze.

 
San Marzano come la Terra dei Fuochi. Quando tutta la Lombardia e mezza Emilia trattano i rifiuti velenosi di mezza Europa, inquinando fino alle falde idriche. Che a San Marzano si indaghi su due possibili frodi, non accertate, su quantitativi limitati, denunciate da altri operatori locali (meridionali), mentre non si indaga in Lombardia sul commercio di sostanze velenose non degradabili, questo naturalmente non è caporalato, e quindi non fa notizia. Anche perché è diffuso, benché criminoso, e da decenni.
 
È l’Italia, l’idea dell’Italia: Edith Bruck, reduce dalle persecuzioni antisemite, nelle quali ha perso i genitori, arriva a Napoli, giovane ballerina di fila, da avanspettacolo, e ritorna a vivere, confida a Lorenzo Guadagnucci sulla “Nazione”: “Arrivai in Italia nel ’54 e a Napoli per la prima volta mi sentii davvero accolta. C’era un’atmosfera che faceva venire voglia di rimanere, pur senza capire una sola aprola d’italiano. Poi arrivai a Roma”.
 
Gianluigi “Gigio” Donnarumma, di Castellamare di Stabia, calciatore (portiere) e Mino Raiola, di Nocera Inferiore, residenza a Montecarlo, procuratore, sono al top del turbo capitalismo, facendosi pagare, molto, sia l’atleta che il suo patrocinante, per non giocare. Lo sceicco ElKhalifa del Paris Saint Germain si è preso in costoso comodato il portiere non per farlo giocare – ha già un ottimo portiere, assieme ad altri cinque, quindi ne avrà sette (in una rosa di ben quaranta titolari) – ma per il lustro, e in conto future plusvalenze da cessione. Napoli non manca mai d’ingegno, sia quella porosa di W.Benijamin, sia quella riparatrice di Sohn-Rethel: inventiva e applicata. Perché non è, non è mai stata, la Lombardia?
  
Prima tutti a vaccinarsi, al punto che non ci sono abbastanza vaccini in dotazione. Poi, a metà giugno, chiuse le scuole, centri vaccini deserti. Le Asl vanno a cercare i prenotati uno per uno e non li trovano. Napoli è sempre rapida, e eccessiva, nelle decisioni.

Montigelli è andato a Castellammare per il dopo-Europeo Rai e, rifiutandosi i familiari di Donnarumma di esibirsi, fa inquadrare il terrazzo di un villino con dei panni stesi ad asciugare. Il cliché del Sud è indistruttibile.

È il toponimo più diffuso in Grecia – dopo Calabretto. Due nomi beneauguranti, questo dell’abbondanza, quello del nuovo inizio. La Napoli-Napoli è invece immutabile. Oppure ogni sua mattina va considerata un nuovo inizio – mattina-mattana?
 
Emilio Fede, 90 anni, sulla sedia a rotelle, a Napoli per i funerali della moglie, è svegliato di notte in albergo da due poliziotti che devono controllare l’autorizzazione a lasciare temporianeamente Milano, dove sconta una condanna ai servizi sociali. “Sono stati un’ora”, spiega: un tempo infinito per il controllo di un documento.
 
L’anno scorso, a 89 anni, a Napoli per il compleanno della moglie, Fede era stato arrestato mentre pranzava al ristorante. Sempre per lo stesso motivo – l’anno scorso l’autorizzazione richiesta e ottenuta dal Tribunale di Milano non era arrivata in tempo a Napoli, un disguido? Anche la Polizia è esemplare a Napoli, tricche e ballacche – di cui è nota peraltro l’efficienza, per esempio contro gli scippatori e i ladri d’auto.
 
Si celebra Salerno sul “D.” di “la Repubblica. Per il recupero del centro storico, il fronte del porto di Zara Hadid, la vivacità culturale. Dimenticando la vecchia università rimodernata , con campus, a Fisciano. Dimenticando che è tutto opera di De Luca, poi presidente della Regione Campania. Di cui si parla, quando se ne parla, come se fosse il personaggio di Crozza, da ridere.
 
Il ritorno alla normalità a Napoli dopo il coronavirus il “Corriere della sera” celebra commissionando all’incolpevole de Giovanni l’elogio del “Gambrinus”, il caffè storico. E lo scrittore - s’immagina volentieri: debuttare in prima pagina sul “Corriere della sera” fa piacere a uno scrittore - si adegua al meglio. Certo, un po’ di colore ci vuole nei giornali, troppo piombo. Ma a Napoli c’è solo quello.
 
Dietro l’imbattibile, anche se infrequentabile, Liguria, la Campania sale al secondo per numero di “bandiere blu” (siti balneari in sicurezza) fra le regioni. Anche di questo si deve dare merito alla “macchietta” De Luca – non c’è giornale che ne sappia parlare diversamente?
 
Le sue “poesie del ‘27”, rileggendole, Pavese trova nel “Mestiere di vivere” di “sbrodolata e napoletana ingenuità”. Intendendo sentimentali, da canzonetta napoletana. Poiché aggiunge: “Ne abbiamo le palle piene dell’amore”. Pur lamentando che il Piemonte non  avesse canzonette, dovesse cantare quelle napoletane – all’epoca della leva obbligatoria i giovani del Nord facevano il militare al Sud.
Pavese sentiva molto la “piemontesità”, una sorta di leghismo liguistico e poetico.
 
Va in Campania la quota maggiore del reddito di cittadinanza, il 22 per cento del totale. Napoli è la prima provincia in Italia per reddito di cittadinanza, in assoluto e in rapprto alla popolazione.
A Napoli e provincia una persona su sei ne beneficia, per un totale di oltre 157 mila nuclei familiari. Uun numero equivalente a quello dell’intero Nord.
 
Il “Corriere della sera-Corriere del Mezzogiorno” deve sospendere la (non) sottile campagna razzista  contro il presidente della regione Campania De Luca perché online si può ascoltare il suo invito, in ottimo inglese, ai turisti nelle isole del Golfo. La rete è più veritiera dei media? C’è più malanimo nei media che in rete?
 
Veniva irriso De Luca qualche giorno prima anche perché voleva vaccinare subito le isole, per poterle dichiarare covid free, e far ripartire il turismo, di cui le isole, bene o male, vivono. Poi si è scoperto che la cosa ha una logica e funziona. Ma De Luca, essendo “napoletano”, non ne ha merito. 

leuzzi@antiit.eu

Omaggio a Lilibet, da Dublino - in segno di pace

È il 1940, Londra è sotto il blitz  tedesco. I reali, Giorgio V e la regina, non vogliono lasciare la città, per condividere moralmente i pericoli dei sudditi, ma come tutti i padri pensano di mandare le figlie, Elisabetta e Margaret, in un posto remoto, più sicuro. A Dublino l’ambasciata inglese chiede al governo irlandese, che si è dichiarato neutrale in guerra e sempre diffida di Londra, asilo per due “bambini”, due ragazze, di 14 e di 10 anni. Andranno a Tipperary, che esiste realmente ma è un posto remoto, nel castello di un lontano parente.
Sotto lo pseudonimo col quale firma da decenni i suoi libri avventurosi, in genere gialli, John Banville contrabbanda una delle sue storie rarefatte (l’edizione italiana riporta il “Benjamin Black” originale a John Banville). Con poco o nessun movimento, se non impercettibile, e lunghe fantasmagorie su non eventi, che delineano forti caratteri e siuazioni anche drammatiche. Qui si tratta nientedimeno che della regina Elisabetta, quattrodicenne “già bossy”, padrona e amante del cavallo Prince, e della sorella Margaret, dieci anni, fantasiosa e impertinente.
Che altro? La vita da sfollati si svolge senza problemi. Un tributo di Black-Banville alla novantenne regina, subito indirizzata come oggi la conosciamo, con l’affettuoso Lilibet? Il lungo romanzo non ha altro senso. Un po’ di suspense c’è, per i residui dell’Ira che, se sapessero l’identità delle due ragazze, non si priverebbero di un attentato, ma tenue, in sordina.
Il fatto sarebbe storico, delle due principesse sfollate per un periodo in Irlanda, anche se le biografie e le storie dei Windsor non lo citano. È comunque un’idea, attorno alla quale sospetti, sussurri e intrighi montano, ma sul piano personale e caratteriale. Di “tipi” irlandesi, giovani, belli, ricciuti, o anche ubriaconi, o grassi con la forfora, e confusi. Di inglesi che inglesizzano, ridicolizzati più che satirizzati, il segretario d’ambasciata, il duca ospite, la sua governante – roba da “Downton Abbey”, vista e rivista. Con la lentezzza, purtroppo, di Banville.
La chiave è forse questa, di un irlandese anglicizzante, quale Banville è. Qui scettico sulla persistente anglofobia del suo paese, pur con tutte le colpe dell’Inghilterra per sette lunghi secoli: non perde occasione per dirla masochista. Come quando si pensò d’imporre il gaelico invece dell’inglese. O, a proposito di un maggiore dell’esercito de Valera che sarà determinante nella vicenda delle principesse, dove si ricorda il padre della patria Eamon de Valera per il no frapposto alla proposta di Churchill di unificare le due Irlande se Dublino si schierava in guerra con gli Alleati e apriva i suoi porti alla Marina britannica. I nazionalisti irlandesi, terroristi, sono vigliacchi e malvagi.
Il complotto contro le principesse è seguito con ironia. Il mondo inglese è ritratto invece con simpatia, il re Giorgio V con la sua balbuzie, e col buonsenso, le principesse, la loro custode, l’agente dei servizi segreti Celia Nashe. Un omaggio è tributato da ultimo anche al principe Filippo.
Benjamin Black, Le ospiti segrete, p. 336 € 19

giovedì 8 luglio 2021

Europa allo specchio sui campi di calcio

Si vede Wembley stracolmo, la sera alla partita, di tifosi urlanti, l’uno sopra l’altro, senza traccia di mascherina, e poi stano qui a misurarci le distanze sui marciapiedi, e aspettare in fila all’edicola. Non è sensato.
La regola Uefa del 25 per cento della capienza degli stadi non si applica a Londra – effetto Brexit?
Per molto meno il cardinale Borromeo, quello della peste di Manzoni, non è stato fatto santo. Per avere ordianto una processione quando la peste si temeva, così si disse, diffondendola (il cardinale obbediva a un precetto del cugino maggiore Carlo, cui era devoto, il quale invece era stato fatto subito santo, perché aveva altre vie – ma questo è un altro discorso).
Ma questa Inghilterra post-brexit è molto italianista. Southgate ha insegnato a non prendere goal. E parla con le mani con i suoi giocatori, li tocca, se li abbraccia - cosa che Mancini non fa.

Fa molto il giro la foto di Chiellini che scherza con Jordi Alba al sorteggio del campo per i supplementari. Ma chi ha visto la partita sa che non è vero: Chiellini ha provato più volte a far  sorridere il catalano, abbracciandolo anche e strattondanolo , ma quello è rimasto sulle sue - sembra seccato, ma forse presentiva la fine. Italiani e spagnoli saranno fratelli in latinità, ma di padri o madri diverse.
I guardalinee segnalano i fuorigioco in ritardo, anche di un minuto. Avvertiti dal Var?
Al momento del rigore che ha deciso Inghilterra-Danimarca, con i due palloni che ballavano nello stesso angolo di campo, proprio davanti al guardalinee, questi non si è mosso. Il Var non lo ha avvertito?
Kjaer, il danese del Milan, il migliore dei suoi, è quello che li ha condannati, con l’autorete – ma sarebbe stato un goal di Sterling. Gli dei sono omerici, imprevedibili.




Cronache dell'altro mondo (127)

Britney Spears, che intanto ha prodotto quattro album, di successo, ha capitanato un tour che ha fatturato 131 milioni di dollari, si è esibita per quattro anni in uno spettacolo di successo a Las Vegas, è da dieci anni sotto conservatorship, sotto tutela. Del padre e di un avvocato che lei non ha scelto. Un regime più rigido della tutela, poiché riguarda anche la vita personale e quotidiana. Questo perché, per l’uso di stupefacenti, era entrata in una clinica di disintossicazione - di sua volontà. In un paese che si fa bandiera della libertà.

Due settimane di spoglio e maggioranza di pochi voti per Eric Adams, su Kathryn Garcia, alle primarie del partito Democratico a New York per la candidatura a sindaco di New York – cioè per l’elezione a sindaco (a New York chi vince le primarie Dem darà automaticamente sindaco, i Repubblicano sono pochi): ottomila voti su un milione circa. “Una procedura di conteggio pasticciata porta all’attenzione nazionale la lunga storia cittadina di cattiva gestione del voto”, minimizza “The New Yorker”. Due settimane per scrutinare i voti per posta. E il “voto anticipato”. Con esiti da accettare, ma non controllabili.
Dopo il voto, l’ufficio elettorale aveva detto che avevano votato 800 mila persone. Ora risulta che hanno votato 940 mila. Il voto alle primarie di New York è complicato quest’anno perché si è introdotta la preferenza: l’elettore poteva indicare cinque candidati, in ordine di preferenza.
Ha vinto Adams, nero, come vuole il politicamente corretto, anche se poliziotto, e uomo di varia opinione - è stato a lungo Repubblicano. Un voto etnico: Garcia vince a Manhattan, Adams a Harlem, Queens e altri quartieri popolari.
 
La popolazione dell’Alabama è al 28 per cento nera. Ma non decide le elezioni, grazie ai regolamenti elettorali, in termini di residenza e alfabetizzazione, e al gerrymandering (la configurazione delle circoscrizioni elettorali).


Ombre - 569

La Festa dell’Unità è sospesa a Firenze e Livorno. Non per il covid, perché non si trovano volontari.
L’aveva riaperta Renzi, gli ultimi volontari erano dunque renziani.
 
Seimila attendati a Santa Maria del Monte a Pisa, per un rave party di “tre giorni di musica e sballo”, questo il programma senza distanziamenti né protezioni, e niente: non sono droghieri o baristi, non vanno puniti.
 
Ci sono al rave anche un paio di banchetti per la droga. “La Nazione”ne mostra uno, col cartello “MD e coca euro 20”. Tutto singolarmente normale, anche l’ “ambulante” che gestisce il banco,  una donna robusta, come è un po’ di tutti i commerci sul litorale toscano, ex contadine di recente povertà, intraprendenti, faticatrici.
                                                                                                              
L’Italia riapre le esportazioni militari verso gli Emirati Arabia e l’Arabia Saudita che il governo giallorosso, su iniziativa dello stesso ministro degli E steri, Di Maio, aveva deciso a gennaio. Cosa è cambiato in pochi mesi? Che al governo c’è Draghi, e a Washington Biden. Il divieto rispondeva agli interessi dell’Iran, che combatte nello Yemen by proxy , con gli insorti Houthi.  L’Iran i cui interessi sino patrocinati dalla Cina. Si è già dimenticato, mal’Italia è stata filo-cinese.
 
“Novantenne violentata per vendetta, fermato un 19nne. Asti, il giovane era residente in un campo nomadi”. Non un rom, non uno zingaro naturalmente, solo un “residente in un campo  nomadi”. Non bisogna essere razzisti, e quindi il nome non si dice.
“Tempo fa la vittima lo aveva denunciato per furto” , il giovane residente in un campo nomadi. E i Carabinieri evidentemente, non essendo razzisti, non hanno fatto niente.
 
Spike Lee, nominato presidente della giuria a Cannes, si profonde nella promozione del festival: “Questo è il più grande festival del mondo”. Assicura anche che nel suo paese, gli Usa, i neri sono “uccisi come animali”. E, scritturato da Netflix, si spreca a spiegare che cinema e streaming possono coesistere – anche se il Festival è anti-Netflix. Fa senso un opportunista in veste di martire, che capitalizza sul colore della pelle.
 
L’onestà di Sarri a Sportitalia fa risaltare di più la gestione disastrosa del calcio in Italia – nel caso,  della Juventus, il club più organizzato e titolato. Si capisce come la stessa Juventus si è applicata a distruggere i futuri campioni, Spinazzola, Berardi, Bernardeschi, Rugani, Kean - e ora ci prova con Chiesa, Rabiot, perfino De Ligt, comprato per 70 mililoni.
 
Il Vaticano contro la magistratura londinese sul caso Becciu, il palazzo comprato nella capitale inglese con l’obolo  di san Pietro a caro prezzo, per favorire il mediatore, non è normale: la magistratura londinese non è parte nel procedimento, è giudice. Ma decide contro il Vaticano senza nemmeno analizzarne le carte. È massoneria contro Vaticano?
È curiosa questa coloritura della magistratura inglese, nel 2021 ancora come nel caso Calvi, il banchiere “suicidato” a Londra.
 
465 morti in montagna nel 2020, qualcuno di essi tra i soccorritori, 268 soccorsi in pericolo di vita, 1.213 feriti gravemente, 4.093 feriti in modo leggero, 3.635 illesi: si va in montagna come in guerra. Il soccorso alpino è un non piccolo esercito: oltre 43 mila soccorritori mobilitati, qualcuno dei quali ci ha lasciato la vita, per quasi trentamila giornate “al fronte”, impegnati in oltre diecimila missioni, per due terzi “in terreno impervio” – cioè in assetto alpinistico.
 
Di chi è l’Inter? Guido De Carolis ha difficoltà a tracciarne sul Corriere della sera” la proprietà, talmente è tortuosa. La Milano pro-cinese, come vogliono i mercati, si scopre inetta. Conte, però, che è un semplice allenatore, l’aveva capita e se n’è andato – facendosi pagare per non lavorare. Le cose si sanno, ma non si capiscono.
 
Milano gabbata dai cinesi? Dopo la Pirelli dell’interista massimo Tronchetti Provera, quando in Cina si sparse la voce che Milano era terra proficua di caccia, l’Inter era diventata proprietà di una “multinazionale” in realtà poco proiettata all’estero, ma di cui la città e il club si vollero orgogliosi, il gruppo Suning. Per scoprire presto che il gruppo è indebitato, che lucrava sull’Inter come il predecessore indonesiano, prestandole soldi a tasso altissimo, e che forse è in amministrazione controllata, alla maniera cinese, commissariato dallo Stato ma senza atti formali, attraverso Alibaba, ora ufficialmente sotto controllo pubblico, e, via una finanziaria lussemburghese, da un fondo d’investimento di diritto americano, Oaktree, che non si sa chi rappresenti, cui Suning l’avrebbe mollata per 275 milioni di dollari – un debito che non pagherà.
 
Otto milioni di italiani sospettosi  del vaccino non sono pochi. Tra essi 200mila insegnanti. E un migliaio di medici.
Curiosamente, obiettano più i medici degli infermieri –poche centinaia.
 
Ben sei milioni di ultrasessantenni mancano all’appello per la vaccinazione anti-covid. Proprio quelli che sono più a rischio.
 
Muore Boniperti, per più generazioni “la” Juventus, ma la Juventus se ne dimentica. La Famiglia è gelosa – non videro l’ora di sbarazzarsi del management indipendente, Giraudo-Moggi, anche a costo della retrocessione? Ma è un fatto ovunque: a Firenze ora con Antognoni, come a Roma con Totti, o alla stessa Juventus con Del Piero.
Non ci sono più bandiere nel calcio, Maldini è un’eccezione. Contano i conti – Maldini in questo è bravo, ecco perché fa eccezione. Ora il calcio è i direttori sportivi, con le alchimie contabili, e un apparato di promozione personale.
 
“Finanziavano il terrorismo. Un milione di euro alla Jihad in Siria, quattro arresti a Bari”. Non di baresi, di arabi. Collettori di fondi pro terrorismo tra gli immigrati islamici. Ma questo il giornale non lo dice, il giornale non è razzista. E invece lo è, che l’immigrazione prospetta come violenta, e protetta
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I Diavoli del cardinale dietro gli untori

Il cardinale, spiega Armando Torno, che ha ripescato la memoria, l’ha tradotta e cura l’edizione, è diverso dall’agiografia che ne fa Manzoni nel romanzo. Un intellettuale, non ha altri interessi, non politici, nemmeno familiari, autore di scritture sterminate, di cui non si riesce a stabilire una bibliografia accurata, promotore della Biblioteca Ambrosiana, teorico del “museo”, ma quanto succube del cospirazionismo, che pure critica. Critica la teoria dei “Principi” che vogliono avvelenare la città, ma non quella degli untori. Lui personalmente, secondo la testimonianza del “residente” di Venezia in una delle appendici con cui Torno arricchisce la pubblicazione, ha ordinato la tortura per alcuni “hostiarii” e chierici che avrebbero unto “le cappelle, et le sedie dei canonici nel duomo”. E degli untori che sotto tortura non confessano ipotizza che sia il Diavolo a impedirglielo.
Lo stesso Ripamonti, “La peste di Milano del 1630”. cui Manzoni si rifà, non conoscendosi all’epoca questa testimonianza diretta del cardinale, di cui Torno include tra le appendici parte del cap. III, lo testimonia: gli untori non erano una diceria. Nel magistero del cardinale del resto si contano una decina di processi alle streghe.
Il memoriale, qui riprodotto in originale e in traduzione, è uno degli ultimi scritti del cardinale, se non l’ultimo. È vivace, anche troppo. Pieno di casi specifici, di buon effetto narrativo. Della peste Federico Borromeo ha una concezione tutto sommato realista, dei contagi se non dell’infezione. Critica le autorità (perdute nell’ipotesi cospirazionista… ), gli assembramenti, i tanti involontari depistaggi, si direbbe oggi, comprese le pozioni miracolose. Ma, nel quadro della punizione divina, sono i Diavoli che alimentano il contagio – con gli untori ci sono i monatti, qui non nominati così ma rappresentati come poi in Manzoni, e anche in misura pù raccapricciante: povera gente, soprattutto del contado, che si curava dei morti per spogliarli.
Fulmineo il racconto che, in versione travisata, sarebbe servito a Camus per uno degli episodi de “La peste”, sugli scettici: il ballo dei milanesi al cimitero, dove finiranno per tornare poi tutti morti. No, la storia è in sei righe a p. 81 della traduzione, cinque nel’oroginale latino, alla fine del cap. 6: “Nel sacro giorno dell’Ascensione in quel quartiere della città che si chiama Porta Tosa alcuni dissoluti ballavano in qualche modo con atteggiamento di insolente scherzosità. Accadde che la sera tutti quelli furono trovati contaminati dalla peste e portati via entro i recinti del lazzaretto; lì furono tutti privati della vita”. E chi sa qualcosa di Porta Tosa ricorda che essa raffigurava una dona che si radeva il pube – una prostituta, la moglie del Barbarossa, una imperatrice bizantina che non volle aiutare Milano contro il Barbarossa?
Una lettera del residente della Serenissima il “primo gennaro 1630” attesta che il clero ambrosiano si oppose, con successo, alla raccomandazione del cardinale di fare la quaresima, durante la peste, “all’uso Romano”. Cioè nella penitenza per tutti i quaranta giorni dela quaresima, invece che saltuariamente.
Torno spiega l’origine e il lungo travaglio del recupero, e arricchisce il testo, in originale e in traduzione, di alcune lettere del cardinale nei giorni della peste, di un estratto del Ripamonti, delle lettere del residente veneziano, di alcune pagine della “Vita di Federigo Borromeo” di Biagio Guenzati, e delle “Preghiere a Gesù” disposte per l’occasione dal cardinale.  
Federico Borromeo,
La peste di Milano, La Vita Felice, pp. 256 € 13,50

mercoledì 7 luglio 2021

Europa allo specchio sui campi di calcio

Lezione di calcio, bello, a Wembley della Spagna all’Italia, che però in qualche modo vince. E di Luis Enrique a Mancini, che alla fine però è il solo a uscirne felice. La lezione di un allenatore che non ha vinto nulla, né alla Roma né al Barcellona e neppure, ora, in Nazionale. Il bello è nemico del calcio?
L’arbitro Brych, avvocato, si vede che non ha giocato al calcio. Non capisce il peso di certi (molti) falli, sul fisico e sullo sviluppo del gioco, limitandosi a sanzionarli come da regolamenti – più che altro ora ridotti a non toccare il piede dell’aversario. Il “ponte” di uno spagnolo a Belotti, che cade così sulla schiena, pesantemente e senza ammortizzatori, per Brych non è nemmeno fallo veniale. O il placcaggio continuo di Jordi Alba e Busquets su Verratti.
In tema di bello vincente al calcio, il presidente della Liga spagnola, Javier Tebas, ha una spiegazione affascinante: è ora feudo del calcio degli Stati – i principi arabi che si comprano squadre in Francia e in Inghilterra. In polemica con Guardiola, allenatore del Manchester City degli sceicchi  di Abu Dhabi, che lo invitava a imparare dall’Inghilterra come vendere il calcio, Tebas ha ritorto: “Sarebbe bello che (gli inglesi) ti insegnassero qualcosa sulla macroeconomia del calcio, sugli effetti dei club statali sull’inflazione dei salari, sulla demografia, sulla penetrazione della pay tv, sulla Cina”. Aggiungendo: “E sull’assoluzione del Tas, dal quale attendiamo notizie”. Come a dire sulla corruzione: il Tas, Tribunale Internazionale dello Sport, che vigila sul fair play finanziario dei club (che non si indebitino troppo, eccetera, in Italia severo con Milan e Inter), per garantire una equa (fair) competizione, ha assolto lo spendacccione Manchester City da ogni addebito un anno fa, e non ha ancora depositato le motivazioni. Nell’attesa, Tebas condanna il calcio degli sceicchi: “Non sono investitori, sono distruttori di denaro e creano inflazione” – e rivolto a Guardiola: “Avresti vinto così tanti titoli senza doping economico?”.

Appalti, fisco, abusi (205)

Salvare il Monte dei Paschi non è difficile, spiega l’ex ministro Tremoti al “Corriere della sera”: basterebbe che la Fondazione, che si agita per tenere il. banco in vita, a Siena, riunciasse alla causa per quattro miliardi: “Che senso ha la lite?”, si chiede Tremonti: “Se vince distrugge la banca e non ottiene l’effetto politico di conservare Mps a Siena”.
 
Si va alla scadenza per Mps in assoluta apatia, per la ricapitalizzazione. Con Unicredit, che il Tesoro a lungo ha surrettiziamente prospettato come il cavaliere bianco, si è defilata – il nuovo uomo azienda, Orcel, vuole nel suo primo bilancio liberarsi di tutte le pendenze. E altri “compratori” non ci sono.
Si ricapitalizzerà a opera dello Stato, quando la Bce avrà completato gli stress test. E poi, ancora altro Stato… Una nuova Alitalia?
 
Più di quattro milioni di olivi sono censiti abbandonati in Toscana, un coltura tradizionale per al quale la regione andavba famosa cioè abbandonata, da tempo, mentre i marchi storici, Bertolli, Carapelli, e nimerosi altro, si fregiano del luogo d’origine Toscana. Vendendo olii di ogni provenienza e miscugli di ogni genere etichettati come “extravergine imbottigliato dall’olivicultore X”, che non lo è più da tempo, e “olio controllato e garantito da Y, Toscana”.
 
Le multe come chiave della malapolitica? Si moltiplicano i Comuni in dissesto – da ultimo Taormina, che pure si penserebbe Comune ricco. Taormina fallisce per crediti che non riesce a incassare. Ma nell’occasione l’Anci spiega che molti falliscono per bilanci falsi, dove mettono all’attivo cifre che sanno irrecuperabili. Soprattutto le multe dei vigili ubani (circolazione, annona). Fra tutti Roma, che dalla sindacatura Veltroni e fino al 2015 (la legge poi è cambiata) ha segnato all’attivo centinaia di milioni di entrate per multe che sapeva non esigibili (scadute, infondate), le famose “cartelle pazze”.
Si mettono poste attive anche false per poter spendere come se le stesse fossero certe, da entrate certe.
 
Sono i vigili urbani una potenza ricattatoria, invece che una polizia municipale? A Roma hanno palesemente ricattato il sindaco Marino, poi riuscito assolto. Con la vicenda di una Panda rossa di famiglia parcheggiata in area proibita, e con gli scontrini del rimborso spese. Fiancheggiati da giornalisti sotto la loro protezione? 
Marino aveva cominciato a moralizzare il mondo dei vigili urbani. Assolto Marino, la Procura di Roma non ha mai aperto un’indagine sulle false accuse.
 

Il partigiano americano

“Una storia antieroica della Resistenza” è il sottotitolo, ma non polemico. È una sorta di fiaba, un romanzo d’invenzione: la vicenda di una persona, un individuo, giovane americano tornato in Italia con la madre alla vigilia della guerra, a diciott’anni, passando dal college di Philadelphia al liceo classico di Pescara, infatuato delle glorie fasciste, ma presto disilluso al liceo. Dapprima da un compagno di scuola ebreo, rifugiato da Vienna (succedeva anche questo sotto le leggi antiebraiche….). Poi dall’esito inglorioso in guerra, nel 1943: il 25 luglio, la distruzione di Pescara sotto i bombardamenti un mese dopo, e l’8 settembre lo portano alla creazione di una banda partigiana con gli amici più intimi. Renato è bello e affidabile, e abile nei travestimenti, il gruppo si gasa e osa sempre di più, finché in un attacco a un convoglio militare tedesco Renato uccide un ufficiale tedesco. Catturato, s’immolerà, in presenza della madre all’ora della fucilazione, lanciandosi in avanti verso i fucilieri per creare scompiglio e consentire ai suoi due compagni di eclissarsi, salvandosi.
Una storia semplice. Che Ennio Flaiano ricorderà subito, il 20 dicembre 1944, sul “Risorgimento liberale”: “L’ho conosciuto nel 1939, appena arrivato dalla Pennsylvania. Era convinto, come tutti gli italiani all’estero, del fascismo e dei suoi destini, ma gli erano bastate poche settimane per disilludersi e adesso troviamo il suo nome, Renato Beradinucci, a capo di una lista di fucilati”. Un vero martire, o eroe, che però non conta nella storia, che è fatta da storici, in Italia di partito, rossi o bianchi – qualcuno anche nero. Un caso di storia locale, che Petricelli ha ricostruito, oltre che sui documenti  del giovane, e con la testimonianza di Ennio Flaiano, col riconoscimento pubblico del sacrificio del giovane partigiano, medaglia d’oro al Quirinale nel 1957, presidente Gronchi,  e con testimonianze di prima mano, familiari. Renato partigiano si nascondeva in casa di una prozia di Petricelli. E suo padre, Luigi Petricelli, seguì da vicino lo sviluppo della vicenda nel 1957, quando per il riconoscimento al Quirinale venne in Italia il padre di Renato, Vincenzo. Che da Roma poi si recò sul luogo dell’eccidio, San Pio delle Camere, con il suocero, su una Fiat 1100 E nera, per cercare la spia del figlio e ucciderla. Panico. All’anagafe comunale falsificarono le carte, e dissero la spia morta da tempo. La Fiat nera era del padre dello scrittore.
Un buon uso delle fonti. Ottimo anche il contesto. L’Abruzzo cruciale nel 1943: la fuga del re da Ortona, Mussolini a Campo Imperatore, la linea Gustav che tagliava in due la regione.  Renato è avventato come ogni uomo di coraggio: era inseguito da una taglia, spiega Flaiano, era stato cioè individuato, indicato da qualcuno, ma questo non lo portò a nascondersi. Provò anzi a passare il fronte, con tre compagni, uno dei quali morì alla cattura. La delazione fu pagata 5 mila lire e tre chili di sale.
Un buon Archiivo di cultura moderna, dell'editrice pescarese specializzata in studi dannunziani.
Marco Petricelli,
Il partigiano americano, Ianieri, pp. 304 € 17
 

martedì 6 luglio 2021

Secondi pensieri - 453

zeulig


Anima
– Roba di Platone e Aristotele. Cioè della filosofia, come è giusto, quando comincia a scriversi, a repertarsi – a confrontarsi, eccetera. L’essere umano non può non avere un’anima – ne va della filosofia, non ce n’è senza un’anima, più anime in dialogo. È argomento aristotelico ma evidente già all’uomo dell’acciarino, del primo fuoco. Nello stimolo (istinto) che lo ha portato a provare e riprovare, di cui è difficile (impossibile) enucleare una formazione evolutiva. È l’istinto, il principio dell’anima, un riflesso nervoso? E quando l’anima si disgrega così il giudizio – è il problema della follia?
Quest’anima può essere regolata da neuroni, cellule, sinapsi, ma implica una capacità di giudizio individuale e indipendente, per quanto condizionata - da storia, geografia, parentela, imprinting.  Cui una discendenza si può costituire, di linguaggi ereditati, di civiltà, culture, storie. Ma il tutto prende senso solo se regolato da un principio autonomo, e più se è complesso.
 
Corpo - “Il corpo esiste in funzione dell’anima. Quando essa lo ha lasciato, non rimane nulla di prezioso. Non c’è più una persona. Solo materia che si disgrega e si disperde. A tutti gli effetti una cosa”. – Aristotele, “De Anima, Libro II, capitolo 1, 412b 25-27. Ma non c’è anima senza corpo. Sì, nella memoria. Ma quello è un altro soggetto, anima e corpo, più soggetti – il campo dell’ermeneutica è sterminato. 
 
Natura – È potente e dinamica. Questo essenzialmente: la natura è mobile – come dice Aristotele. Si caratterizza per questo, per essere estremamente mobile. L’opposto del suo senso pratico, del sentito comune. L’atto vi evolve in potenza, nel linguaggio di Gentile, e la potenza nell’atto. In una molteplicità quasi caleidoscopica - secondo cioè regole e secondo non regole (umori, stati transitori, casuali, concomitanze fortuite di eventi diversi: casualità).
La fisica, la scienza della “natura”, è studio dei movimenti, di stati transitori non di stati fissi o statici. Tutto è dynamis, movimento, sia esso appetito o condanna, delle piante, gli animali, tutte le cose viventi, anche le “inanimate”, l’acqua, l’aria, la terra, il minerale, il virus, il neurone.
È della natura come dell’uomo in quanto essere naturale – e di ogni essere vivente, a cominciare dall’ameba, anch’essa viva di curiosità, desideri, appetiti (e del resto significa proprio cambiamento, trasformazione).
 
Esce, se ce n’era bisogno, “rivoluzionata” dal covid - evento peraltro non eccezionale, anzi in questo Millennio post-moderno fatto “normale”, la diffusione incontrollata di virus letali, per cause non accertabili. Rivoluzionata in senso filosofico – lo scienziato non ne ha mai sottostimato il capitale, imbattibile e ingovernabile, se non con l’applicazione, con la “tecnica”. In particolare quella del paradigma heideggeriano, della sua svolta “verde”, per il contadino e il montanaro contro la tecnica – svolta certo non opportunista, conoscendo l’uomo (parliamo d’altro…), benché minimalista, da pensiero debole. Il virus è natura: sorprendente, letale. E ingovernabile, se non con la tecnica, e con molta applicazione tecnica.
 
Si presta a equivoci. Tuttora, in epoca scientista quante altre mai. La senatrice a vita Cattaneo, biologa, può ricordare due voti del Senato, del Senato della Repubblica, per metodi “naturali” senza senso, né scientifico e nemmeno di buonsenso: il “metodo Stamina”, cura con “poltiglie di cellule” somministrate a caso da “guaritori”, e ora per una “agricoltura biodinamica” che non è niente – una idea di Rudolf Steiner, simpatico esoterista. Questo “senso della natura”, nel paradigma oggi felicemente imperante dell’ecologia, della protezione dell’ambiente, alza salvaguardie dalle azioni dell’uomo inconsiderate ma anche, e più, della natura – terremoti, venti (cicloni, tornado,  trombe d'aria), acque (alluvioni, mareggiate, maremoti o tsunami), virus. L’idea della natura come maestra morale è poetica, pararomantica, di Woodsworth, Thoreau, sul solco oggi dell’ecologia. Ma poetico è anche l’opposto, da Lucrezio in poi, anzi da Omero, che esordisce con la pandemia.  
 
Nazionalismo – “Molto poco «tedesco»” lo dice Thomas Mann a Parigi, chiamando a correi la Francia e anche un po’ la Spagna, nel racconto (“Resoconto parigino”, 47) della celebrazione che gli è stata tributata a Parigi nel 1926: “Il nazionalismo tedesco – che, come è stato provato di recente con notevole arguzia, affonda le sue radici nel romanticismo di Heidelberg (Th.Mann intende: nel romanticismo europeo – n.d.r.) – è molto poco «tedesco»; con la sua religiosità «ctonia», la sua venerazione per la notte, la morte, il suolo, la Storia e il popolo è un fenomeno europeo, anzi «internazionale», al pari di ogni ostinata volontà oscurantista, ed è rinvenibile in tutta la sua lugubre sensualità già prima della guerra, sotto appena un po’ di patina spagnola”, in Barrès, di origini spagnole. Un rifiuto molto nazionalista tedesco.
Thomas Mann ha del resto nei suoi tanti scritti ripetuti riferimenti a Barrès – più che a qualsiasi altro intellettuale o scrittore francese: è il reagente del suo nazionalismo, la giustificazione. È solo nel secondo dopoguerra che il nazionalismo tedesco susside.
 
Romanticismo – In una fase, anni 1920, in cui diffida delle “fantasticherie notturne”, del “complesso di terra, popolo, Natura, passato e morte, à la Joseph von Görres”, di “oscurantismo rivoluzionario”, di cui sono “stipati i cerebri dei tedeschi”, Th. Mann contesta (“Resoconto parigino”, pp. 60-65) Baeumler, di cui ammira l’erudizione, che nella riproposta di Bachofen distingue due romanticism, “un vero romanticismo e un romanticism solo di nome”. Novalis e Friedrich Schlegel “sarebbero dei «cosiddetti romantici», ancorati nel Settecento, inficiati dal razionalismo, e quindi disprezzabili”. Con una “virile – troppo virile – idea del futuro”. Mentre “veri romantici sarebbero” Arndt, Görres, Grimm e Bachofen, “in quanto sono gli unici a essere dominati e determinati nel profondo dal «grande ritorno», da una concezione materna e notturna del passato”. Insomma,la palude “tedesca”, fangosa.
Th.Mann in realtà apprezza Baeumler: “Nulla di più interessante; è un lavoro profondo e magnifico, e chi conosce la materia ne rimane affascinato”. Ma vuole sottrarre Nietzsche al suo abbraccio, al piano di Baeumler di “misurare Nietzsche col metro di Bachofen”. E qui inciampa. Baeumler, dice Mann, inscrive Nietzsche “nella linea di Zoega, Creuzer, Grimm, K.O.Müller e Bachofen contro il «classicismo superato e obsoleto» di ottimisti, razionalisti ed esteti quail Winckelmann, Voss, Bachmann, Mommsen e Wilamowitz”. Ignorante delle “sacre tenebre della preistoria”, con una concezione razionale del mito. Th. Mann lo apparenta invece a Goethe. Legame del tutto incongruo, se non per il “germanesimo alto e formativo”  che Th. Mann attribuisce loro – sempre nel quadro dei primati, del pensiero razionale-nazionale, strana simbiosi.    
 
Suicidio - Schopenhauer è contro perché è un atto di libertà – perciò condannabile. Una decisione che implica l’esercizio del giudizio, che implica uno spazio di libertà. E quindi un segno di attaccamento-riconoscimento alla-della vita.
Quella di darsi la morte è comunque una scelta. Si introduce nel non essere, la morte, un atto di volontà che è comunque un altro modo di esere. Per di più nela più totale libertà, quanto ai tempi,  modi, luogo. Una scelta. Il rifiuto della vita dovendo essere radicale. Per esempio per lui Schopenauer, che non ha cessato un solo istante di essere operoso, nelle liti familiari e accademiche, nei viaggi, nella scrittura, nelle complicate vicende di pubblicazione, e di diffusione delle pubblicazioni, nonché di pensiero, di riflessione, perché no, quindi attivo, soggetto di scelte, di libertà?
Il nichilista suicida introduce la libertà con l’atto stesso con cui professa al top il suo nichismo. Si direbbe una contraddizione . Uno dei tanti sofismi della “filosofia tedesca”, labirintica – non c’è pensiero se non è labirintico. Schopenhauer è come Nietzsche, miglior scrittore che pensatore, suggestivo, divertente. 
 
Tecnica – Ma non è l’uomo? La sua capacità d’intelligenza, invenzione, adattabilità, manualità? A partire dal fuoco? L’interdetto di Heidegger un solo senso può avere: della tecnica che soverchia l’intenzione, il programma. Dell’energia nucleare diventata Bomba. Di facebook che alimentasse la guerra di tutti contro tutti invece dell’amicizia. Delle tante fantasie che si accompagnano ai sogni, di robot, golem, “programmi” o altri chip o fusibili che si ribellano al creatore e padrone uomo… - fantasia vecchia come il fuoco, all’inizio della storia. Che non aiutano, come si dice: la tecnica nasce, e si sviluppa, in continuo, si rinnova, si adatta, non su queste fantasie ma slle necessità o bisogni che via via emergono – le “sfide”.


zeulig@antiit.eu

Il pentamerone di Goethe- o Goethe di avanguardia

Il “pentameroncino” di Goethe, di racconti tra il fatuo e il fantasioso, con la storia di cornice. Scritti su richiesta di Schiller, che anche lui debuttava nel romanzesco (“Il delinquente per avere perduto l’onore”, “Il visionario”), per la rivista che lanciava, “Die Horen”. Cinque racconti, due di fantasmi e d’amore, due di morale, e la “Fiaba” del titolo di questa edizione (il titolo della raccolta è “Conversazioni di profughi tedeschi”). Un testo, quest’ultimo, in cui si procede di lena ma senza un “significato” finale, uno scioglimento – che Goethe non volle mai esplicitare, neppure su richiesta di Carlyle, al quale di solito si confidava.
Non c’è  la peste in Germania, ma le invasioni napoleoniche. Goethe le fa rivivere attraverso le conversazioni, piacevoli, animate, anche irritate e controverse, di una nobile famiglia in fuga: la baronessa di C., gentildonna colta e di fine spirito, il sacerdote cattolico illuminista, il nipote ribelle. I germanisti molto li apprezzano, come opera seminale, anticipatrice della narrativa realistica in Germania nel prosieguo dell’Ottocento, Kleist, Stifter, Keller, Storm, Droste-Hülshoff. Doppiamente anticipatrice, poiché la “Fiaba”, Märchen, il racconto del titolo, anticiperebbe invece il filone romantico, dei Novalis, Tieck, Eichendorff, Arnim, Brentano. Ma allora contro le intenzioni di Goethe, che il romanticismo combatté – dopo aver posto lui stesso le fondamenta  dello Sturm und Drang, col suo Werther.
Rileggendolo, curiosamente, molte forme narrative vi si possono dire anticipate, in Germania è fuori. La fuga di massa disordinata davanti all’invasione (poi ripresa in parte da Tolstòj, ma soprattutto da Céline nella trilogia della guerra). Il sacerdote illuminista, forzatamente cattolico – solo il cattolico, arguisce Thomas Mann in “Resoconto parigino”, sfida Dio – prototipo del mamniano Naphta, il gesuita della “Montagna magica”. Il giovane nobile “rivoluzionario”, nella fattispecie filo-Napoleone, molto stendhaliano. È goethiano il rifacimento di storie antiche, dichiarato (Manzoni) e non (dichiarato ma come artificio, lo Stendhal delle “Cronache italiane”).
Goethe, Fiaba, Passigli, remainders, pp. 199 € 6

lunedì 5 luglio 2021

Sotto la Montagna - Th. Mann a raffica e il polpettone Europa

Il sacerdote cattolico (qui elevato a gesuita, il cattolico causidico) quale interlocutore dell’inquietudine - l’uomo di fede che tranquillamente litiga con Dio è in Germania cattolico - è trovata di Goethe: benché pagano dichiarato di formazione protestane, o forse per questo, Goethe ne fa il deuteragonista di “Conversazioni di profughi tedeschi”, il suo decameroncino attorno alle invasioni napoleoniche.
Ci sono molte novità, cioè letture a chiave, di questo che si vuole un capolavoro di Th. Mann, ritradotto da Renata Colorni per una maggiore aderenza all’originale manniano, ma questa non c’è. Sarebbe servita? Il racconto resta lo stesso faticoso – questa “Montagna”, sia essa incantata oppure magica, per quanto di settecento pagine, è un racconto, non c’è romanzo, non c’è trama, malgrado le tante morti, spesso però suicide, troppo facili (il suicidio è artificio facile: restando inspiegabile, il romanziere non lo deve rendere plausibile). Senza succo, cioè, alla fine.
La riedizione è succosa ma per il paratesto, se a uno piace la filologia. È il doppio del racconto,  per le note, il commento e l’introduzione di Luca Crescenzi, e il saggio di Michael Neumann che lo accompagna.
Una riedizione, dopo quella Corbaccio del 1965, con la traduzione di Ervino Pocar,  che invita a una lettura a chiave, un po’ curiosa un po’ gossippara. Sappiamo dallo stesso Th. Mann che Leo Naphta, gesuita, marxista, nato ebreo, è una parodia di György Lukács. Ma questo non ne alleggerisce la lettura – né la fine, tra duelli e suicidi. L’italiano Lodovico Settembrini, che duella con Naphta interminabilmente, non è il Settembrini patriota che ipotizzava Croce, ma “un carducciano” fervente, dell’inno a Satana, massone, creato un giorno di settembre – anche questo non ne alleggerisce il filosofare. Altri ce ne sono.
Un racconto nato come un aneddoto, la visita di Th. Mann alla moglie in sanatorio in Svizzera nel 1912. Ironico, sulle disgrazie dell’ipocondria, con cui il malato più o meno immaginario infetta amici e congiunti. Meno romantico e più sarcastico della morte in agguato del precedente, fortunato, “Morte a Venezia”. Un racconto presto abbandonato, anche per il sopravvenire della guerra, e trasformato dopo la carneficina in una sorta di ballata mortuaria – tra empiti erotici naturalmente, una madame Chauchat (“fica calda” in francese nella lettura a chiave) – al balcone di un’Europa ormai solo invisibile: non c’è panorama fuori dalle terrazze del sanatorio. L’aria è claustrale, benché si ragioni quasi sempre all’aperto – la cura erano i bagni di sole, l’aria “pura”
“La Montagna” come romanzo dell’ipocondria? La malattia che si coltiva è una condanna per ogni altro su cui pesa, parente, innamorato, amico. Si spiega che se ne possa fare gigantesca vendetta, con gli eletti confinati in un sanatorio per reggia, e con un dottore per re: una scena grottesca, insopportabile, di maschere. È anche, volendo, un teatrino dello psicologismo, fin-de-siècle. E una micro rappresentazione dell’Europa? Un’agghiacciante – lunga, insistita, irata – presa in giro: della sensibilità di fine Ottocento, o morbosità, della estenuazione del romanticismo? Scritta dopo la carneficina. Una fin de partie. Del romanticismo perenne, anche: introspezione, inerzia, culto del disordine e del dolore, autogratificazione.
Tutto, insomma, e niente. Perché poche cose di Thomas Mann non sono ironiche: i “Buddenbrook”, “Giuseppe”, “Morte a Venezia”, per quanto melodrammatico – ma anche nei “Buddenbrook”, anche in “Giuseppe”, anche in Tadzio…. Alcune volte è feroce. In “Sangue velsungo” per esempio. Qui nell’ “innamoramento” di Castorp – le donne, la malattia. O nelle cineserie dei titoli: “Rispettabile annuvolarsi del volto”, “Zuffa dell’eternità (è l’“innamoramento”) e luce improvvisa”… Th. Mann fa il verso all’ipocondria, al romanticismo estenuato, per ridere del quale gli viene buono perfino Carducci, e alla noia come arte, all’introspezione inerte. Di una “profondità di petto”, se la tubercolosi si potesse dire in musica, cioè esterna.
Vent’anni dopo, scrivendone nel 1939, benché già profugo politico e in temperie di guerra, tenterà di salvare il tutto battendo su questo tasto: un concentrato di svariati mondi spirituali risucchiati dalla voluttà della morte. Che non è falso: tutti quelli che entrano al sanatorio, sia pure per una visita di poche ore, “hanno” una malattia. E (quasi tutti) in un modo  o nell’altro finiscono per morirvi. Ma si può dire anche al contrario: va, anche casualmente, al sanatorio chi è “portato” alla malattia, e finisce per esempio suicida – ce ne sono, più di uno. Ma Thomas Mann può non essere cosciente che ha ridicolizzato un mondo, con ragli acutissimi e sberleffi anche troppo insistiti (per esempio l’“innamoramento” di Castorp, il trickster, lo snodo del folle dramma)?
Certo è che Th. Mann recupera con questo polpettone il respiro europeo, dopo la caduta nel basso, piccolo tedesco, piccolissimo, che lo aveva traviato con la guerra. Dopo cioè le “Considerazioni di un impolitico”, di petty nationalism, becero, berciante. Lui se ne è palesemente qui liberato, vuole dire, narratore compiaciuto (da qui l’ironia), concionando sui destini con grande libertà, e con ampiezza di riferimenti, meglio se incogniti, “trovati” – il lettore un po’ meno. Finisce con un duello, fra il massone e il clericale, e un suicidio – si potrebbe dire anche di chi, non è spoiling: non c’è suspense, solo un po’ di confusione (più di un po'?).
Prendendolo come un romanzo, cioè con una tela di fondo, e non come un racconto, un aneddoto, una novella semiseria, sarebbe agghiacciante. Perché tanta rabbia? E tanta ipocrisia? Il Grande Borghese, Th. Mann era terribilmente in dissidio: col mondo che lo circondava, come spesso dice, e lo onorava, da decenni ormai, e quindi, come si suol dire, al fondo con se stesso. Ma, se così è, per portare le colpe di altri. Questa “storia ermetica”, nell’“addio” finale di Castorp, è una resa dei conti con qualcosa che l’autore non riesce a liquidare, o non può. Che non è la Germania – la difenderà anche contro gli Usa che l’avevano ospitato esule e onorato. E non è se stesso, Thomas Mann è inscalfibile: lui è, e solo lui, un Buddenbrook, un signore del “reale”, delle cose solide - o meglio degli “uomini vestiti di nero” (“per porre una severa distanza fra sé e le epoche nelle quali vivevano”), qui sotto i nomi di Castorp e Settembrini, il conservatore e il rivoluzionario, entrambi tutti d’un pezzo.
O era lui così? Più positivo, quindi, che sarcastico. Una curiosità resta la lettura seriosa che fa dell’Italia: era così l’Italia un secolo fa? Una seconda curiosità è la ricorrenza di molti tempi agostiniani, delle “Confessioni”: storia, tempo, memoria. Sarebbe stato più ovvio trattarli alla maniera di Aristotele, “Fisica”, e più divertente, o di Platone, “Timeo”. Il problema è sempre quello: chi è Thomas Mann?
Una edizione da biblioteca, certo. Ma meglio intonsa? Senza “chiavi” un polpettone indigesto.
Thomas Mann,
La montagna magica, Meridiani, pp. CLXXXIII + 1422, ril. € 80

Problemi di base - 647

spock

“Il senso di colpa è un non senso”, Cristina Campo?
 
“Il piacere sospende il pensiero della morte”, cardinale di Benis?
 
“Se non sei libertino non sei libero”, Giorgio Ficara?
 
“L’angoscia vera è fatta di noia”. C.Pavese?
 
“Non c’è felicità se non condivisa”, Yazmina Khadra?
 
“Solo chi è molto infelice ha il diritto di compatire un altro”, Wittgenstein?
 
Il diritto?


spock@antiit.eu

domenica 4 luglio 2021

Il Pcc è vecchio

Minaccioso, il presidente Xi si è preso per il centenario del Parito comunista cinese Taiwan. Hong Kong nemmeno citandola, considerata cioè parte della Cina, anche se continua a protestare. E niente, una notizia come le altre: si direbbe che la Cina, se non è un qualche exploit economico dei suoi tycoon, per i media italiani non esiste.
Xi si è voluto ripetutamemte minaccioso. Fino al mussoliniano “un miliardo e quattrocento milioni di cinesi”. E niente. Il “Corriere della sera” ha fatto la storia dei cent’anni del Pcc, come se interessasse a qualcuno. “La Repubblica” si è affidata a un commento  di Rampini, intelligente ma senza rilievo grafico – come a dire: lo mettiamo perché è stato in Cina a lungo, è prevenuto , ma si vuole uno scrittore e bisogna tollerarlo.
Oggi il “Corriere della sera” non può più fingere, anche perché “La Lettura” ha commissionato al vaticanista Franco un lungo pezzo sui rapporti tra il Vaticano e Taiwan, e l’ambasciatore romano ha dedicato a Xi la sua rubrica domenicale. Dove dice cose importanti, di un partito Comunista che non ha più carica vitale, è solo una congrega di vecchi burocrati, forte della polizia e dell’esercito ma senza anima, e più dopo essere stata purgata dal dittatore Xi.
Cioè, sembrerebbero cose importanti. Ma contenute in un piccolo box. Come a a dire: l’ambasciatore ha un ottimo passato - in effetti fa 92 anni – e va tollerato.

Europa allo specchio sui campi di calcio - c’è Oliver, vince la Spagna

C’è un arbitro inglese, Oliver, che regolarmente viene designato quando una squadra spagnola deve vincere. Dev’essere un portafortuna. In Spagna-Svizzera sono stati gli svizzeri a far vincere la Spagna, sbagliando i rigori, ma Oliver li aveva preceduti, espellendo il loro player migliore,  Freuler.
Oliver è diventato per questo famoso. Per essere stato promosso arbitro internazionale a soli trent’anni. E poco dopo per aver dato rigore al Real Madrid a tempo scaduto (il recupero di un minuto prolungò a tre minuti), consentendo al club spagnolo il passaggio del turno in Champions League – a spese della Juventus.
Il rigore lo portò alla ribalta, e l’arbitro Oliver ribaltò la storia dicendosi minacciato di morte (dalla Juventus?) e obbligato per questo a cambiare casa. Una storia, però, anche questa a lieto fine. Per lui in questo caso e non per la Spagna: la nuova casa è più grande e in area migliore della precedente.
La minaccia di morte fu un’idea della moglie dell’arbitro Oliver, anch’essa arbitro. Che però “l’amore a Madrid” lo ha dichiarato pubblicamente.
Non c’è più la punizione per placcaggio, anche a due mani. C’è solo per mani, anche involontario, e per tackle – il tackle è proibito, meglio non provarci, porta all’ammonizione.
Non c’è più la simulazione. L’inglese Maguire che attende a terra con la coda dell’occhio l’ammonizione del calciatore tedesco che lo ha spinto. Il belga Doku che si butta appena Di Lorenzo lo tocca – rigore! Immobile che si torce per terra un paio di minuti buoni, ostacolando anche l’attacco dell’Italia, e appena Barella segna insorge a esultare.

Philip Dick, il romanzo di Carrère

Carrère esordiva nel 1993 nel genere biografia non documentata di uomini che avrebbero potuto esere illustri con l’allora semisconosciuto Philip K. Dick. Intraprendendo finalmente la strada del successo.
Scorrendo nuovamente questa sua memoria di Dick si festa colpiti dalle somiglianze con lo stesso Carrère poi emerse. Nessuno studio preliminare del soggetto: il racconto è basato sulla lettura di una biografia di Dick, quella di Lawrence Sutine, “Divine invasioni”: “Li dentro c’erano i fatti di cui avevo bisogno e che non avrei potuto trovare da solo senza andare in California”, spiega ora, soldi e tempo sprecati. Dall’“eccellente lavoro di Sutine” ha così preso venti pagine di appunti, eventi e date, un quaderno che ha poi messo da parte senza mai più aprirlo, e ha scritto il romanzo di Dick. Ossessionato - lui non lo dice ma noi possiamo – dal Dick che definisce “monogamo seriale”, un altro se stesso insomma, per una sorta di imprinting degli uomini nati a cavaliere della guerra, dominati da un SuperIo che per una scopata pensava di dover mettere in gioco tutta la vita, specie del partner.
Lui, Carrère, c’era arrivato già a trent’anni, con due romanzi e qualche moglie. E nessuna voglia più. Nemmeno di scrivere. Un blocco che il suo agente letterario gli consigliò di superare dedicandosi al genere biografia – così la vulgata voluta da Carrère per dire i suoi libri più fortunati, Dick, Limonov “Vite che non sono la mia” (la cognata dell’epoca che moriva di tumore), “L’avversario” (Jean-Claude Ronad, che per nascondere i debiti ha ucciso i genitori, la moglie e i figli), e un po’ di Russia – o di Carrère in Russia.
Carrère ama molto il racconto di se stesso trasposto sotto altre spoglie. E così dice Dick “il Dostoevskij del nostro tempo”. Solido alla rilettura, e quasi filosofico: il romanziere dell’epoca, degli “anni ruggenti” postbellici. Un narratore visionario, di un tempo disarticolato. Invece di un futuro ipotetico, scrittore di un altro passato: un’altra storia, un’altra realtà, che si sottrae, si trasforma, si maschera – inafferrabile. Con singolari anticipazioni nei romanzi di tutta le tematiche commerciali relative oggi alla rete: intrusioni, furto dei dati, la privacy come un affare. Profeta anzi dell’iperrealtà. E inventore del falso falsificatore.
In un certo senso è vero: Dick, benché farraginoso, si può anche leggere come un fenomenologo. Il più coerente e approfondito anzi tra i fenomenologi, con i continui piani sommersi che porta in superficie, dei fenomeni spirituali e anche fisici – giunse a diagnosticare al figlioletto Christopher un’ernia strozzata che i medici non vedevano, dai sintomi.
Ma scrivava alla disperata – questo Carrère nojn lo dice. Per una vita problematica, materialmemte, e  psicologicamente. Per scrivere si aiutava con ogni sorta di eccitante, dalla anfetamine “in su”. Al costo di un ricorrente sentimento di inadeguatezza negli intervalli, e quasi di depressione. E sempre ricaricato a scrivere da donne impietose: la madre, le tante mogli, relazioni che da monogamo riteneva di dover subito santificare, e da un paio di amiche determinanti, anche loro conviventi ma senza rapporti intimi – una lo convertì al cattolicesimo, un’altra alle droghe pesanti. E “come sempre quando si sentiva colpevole, s’inteneriva sul suo proprio conto”, si ricaricava e ripartiva. Con attacchi peraltro ricorrenti di paranoia, in cui tutte le sue debolezze erano colpa di qualcuno, l’Fbi al tempo del maccarthysmo, la Cia al tempo della guerra fredda, o la Russia, e un paio delle mogli - una la fece ricoverare in manicomio. O di schizofrenia. Questa anzi costante, nel sottofondo, nella scissione costante della realtà – informazione, visione, persone, anche vicine, futuro, presente, passato.
Effetto anche, probabilmente, di un’esistenza breve e dura. La gemellina morta di pochi giorni per l’inettitudine della madre. La madre solitaria, avventurosa e castratrice. Il padre ridotto alla maschera antigas degli arruolati della prima guerra mondiale e poi perduto – sarà quello che lo seppellisce. Il maccarthysmo, con l’Fbi alle calcagna. Nixon e il Watergate. La Cia e i Russi. E l’incredibile era “Lucy in the Sky”, Lsd, anni 1960. Dopo un’adolescenza tutta musicale – al punto che, con la madre, era in grado di riconoscere qualsiasi brano di musica classica dalle prime note. A Oakland, già negli anni 1950 “il centro del mondo” delle libertà”, a partire dall’abbigliamento, e dal fumo. Scrittore per caso, ma subito furioso: subito all’esordio, prima di anfetamine, Lsd, eroina, alcol, e altri corroboranti. Carrère-Sutine censisce un’ottantina di racconti, sette romanzi di fantascienza, e almeno undici romanzi “seri”, mainstream, tutti rifiutati (un giorno arrivarono quindici rifiuti), fino che Dick non ne coltivò più l’ambizione. Sposato già da ragazzo, lo sarà un’altra mezza dozzina di volte, talvolta con un figlio. Sopravvissuto a vari suicidi. Finché in ultimo, benché diviso tra furori e cliniche psichiatriche, diventa amministratore del condominio dove ha comperato casa.
Una sorta di alter-biografia: Carrère sente Dick suo “eguale”, da cultore del genere, da ragazzo e poi da scrittore - autore di almeno un remake da Mattheson, “La Moustache”. Il titolo è la traduzione dell’originale, una citazione da “Ubik”, fra i racconti più citati di Dick.
Emmanuel Carrère, Io sono vivo, voi siete morti, Adelphi, pp. 351 € 19