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sabato 31 dicembre 2016

Quell’euro col debito non s’aveva da fare

Giorno per giorno, vent’anni fa, un bilancio di previsione dell’euro:
“C’è il rischio di un disastro, alla fine della corsa affannosa dell’Italia a entrare nella moneta unica come membro fondatore, e il rischio di un mezzo disastro durante la corsa. Questo è il rischio di soffocare l’economia per eccesso di deflazione: lo Stato si prende più di quanto non spende, attraverso imposte, tariffe, bolli, ticket, cancellazione di servizi, la domanda diminuisce, la disoccupazione cresce Il circolo vizioso della depressione è avviato, che poi sarà difficile rompere.
“È un rischio che l’Italia ha in comune con altri paesi europei. La Germania al primo posto naturalmente, e poi la Francia e la Spagna, le grandi economie. Questo consentirà di studiare e adottare più agevolmente misure di prevenzione e rimedi, se sarà necessario. L’Italia invece resta sola, alla fine della corsa, se non ce la fa a entrare nell’unione monetaria subito, con l’economia strozzata rudemente dagli attivi di bilancio che si è imposti da quattro anni, e con i tassi d’interesse di nuovo allo sbando, il che vuole dire un debito in enorme mostruosa crescita, a dispetto di anni di sacrifici e comportamenti virtuosi.
“C’è una maniera di evitare questi rischi? Ci sarebbe: l’effetto riduzione dei tassi e l’effetto liberazione della spesa dai vincoli deflattivi potrebbero essere ottenuti senza sconquassi consolidando il debito pubblico”.

È falso ma ci credo

Nell’anno di Trump, le previsioni vanno a farsi benedire. Ci voleva un mago, ma i maghi sbagliano, anche loro. Il Cicap di Piero Angela è un Comitato Italiano, da lui fondato nel 1989, per il Controllo delle formazioni delle Pseudoscienze, ed è inflessibile con maghi e indovini: ogni fine anno si esercita a spulciarne le previsioni per denunciarne le fallacie.
L’elenco delle scemenze è però a doppio taglio, maghi e astrologi per questo non lo temono: tante altre cose dette e predette si sono avverate. Anzi, tanto più ne dicono, tanto più ne azzeccano – è nel calcolo delle probabilità. C’è chi ci marcia: maghi e negromanti non sono una buona razza. Ma la previsione è un augurio o una consolazione, un esercizio della speranza - si guarderebbe bene, potendolo,  dall’essere scientifica. La prevsione più sballata del resto impone un momento di pausa, se non di riflessione.
Cicap, Rapporto annuale, free online

venerdì 30 dicembre 2016

Il mondo com'è (288)

astolfo

Democrazia – La repubblica romana, la più duratura e forte democrazia, era l’effetto di un’aristocrazia compatta e intraprendente. Che governava democraticamente il voto popolare attraverso i capitribù e le clientele. I suoi propri ranghi, ereditari, rinnovando e rinsanguando attraverso l’elettività delle cariche, a breve termine. Un esercizio in continuum, in un processo virtuoso di accreditamento dei propri ranghi, al di là della nascita, e di cooptazione per elezione popolare. Cioè rimettendosi continuamente in discussione.
È l’assetto che la costituzione degli Stati Uniti, che si avviano a essere la repubblica più duratura, hanno voluto replicare con il proprio Senato. Nei suoi poteri decisivi, e nel rinnovo a rotazione, a breve periodicità.

Danimarca – Sarà presto il più grande Stato europeo, il secondo più grande, dopo la Russia euro siberiana, grazie alla Groenlandia? Il più grande non nel senso geofisico, quale è oggi, ma anche economico e politico. La Groenlandia, oggi ricoperta per tre quarti dai ghiacciai, potrebbe tra vent’anni, al ritmo attuale del disgelo, essere liberamente colonizzabile. Di pascoli e coltivazioni. Un’isola - o arcipelago - grande quanto metà dell’Europa continentale, Russia esclusa, più della metà della Russia europea. Che oggi conta 36 mila abitanti, ma potrebbe ospitarne cento volte tanto, e forse anche il doppio.
“The Youg Pope”, il telefilm di Sorrentino, ha già un primo ministro groenlandese in visita al papa, una donna.

Emigrazione – Il “Corriere della sera” intervista oggi alcuni italiani emigrati da tempo in Gran Bretagna. Tutti ci tengono, al proprio lavoro, ma tutti sono indignati contro il paese che li ospita. Per il Brexit, dicono, ma non solo, evidentemente: c’è animosità, personale, prescinde dalla considerazione politica. È la condizione “naturale” dell’emigrato, il doppio standard: da una lato voler restare, apprezzare, condividere, dall’altro nutrire un indistinto risentimento, le ovvie differenze accumulando come soprusi.
Se li si interrogasse sull’Italia, probabilmente direbbero le stesse cattiverie, anche se di altra natura, che dicono verso l’Inghilterra. Ma, al fondo, l’appartenenza è sempre col luogo di nascita. Forse l’emigrato è condannato a una duplice appartenenza, irrisolvibile. Che pone problemi quando le due si divaricano, come ora col Brexit. Che ha dato fiato in Gran Bretagna al segmento peggiore della popolazione, degli ignoranti sciovinisti. Ma questi sono la maggioranza, se hanno vinto il referendum. Lo erano anche prima, quando si obbligavano invece, loro, a un doppio standard di linguaggio, a essere cortesi verso il forestiero. In un certo senso, l’emigrazione aiuta i locali a disintossicarsi.

Opennes – Lanciata dal presidente americano Wilson dopo la prima guerra mondiale, al punto 1 dei suoi 14 punti di pace, la diplomazia open, si realizza nell’era digitale, con wikileaks e l’azione di alcuni individui, Falciani, Snowden, che hanno voluto rischiare in proprio per denunciare attività coperte illegali – Snowden propriamente l’azione di spionaggio della National Security Agency americana su mezzo mondo, sugli individui di mezzo mondo, da semplici persone della strada ai capi di governo e di Stato, nel quadro della prevenzione del terrorismo.
Falciani e Snowden hanno rivelato delle verità. Ma il primo ha subito vari processi. Snowden è perseguito dall’amministrazione Obama. Un’amministrazione democratica, sul solco del presidente Wilson. Mentre Snowden, un attivista del parlamentare repubblicano Ernest “Ron” Paul, il libertario autore di “End the Fed” (“End the Fed. Abolire la Banca centrale”), e di “The Revolution. A Manifesto” (“La terza America”), è  protetto dalla Russia di Putin, presso la quale ha cercato e ottenuto asilo politico. Dopo aver pubblicato le informazioni sulla Nsa tramite il “Guardian”, il giornale liberale inglese, che è alla testa della “caccia a Putin”.

È il segno della contemporaneità. Wikipedia censisce non meno di 26 filoni di openness: dalla glasnost, che minò il sovietismo in breve tempo, il regime ritenuto pochi mesi prima più stabile a mondo, a open source, free content, open government, etc. La vuole il papa per i suoi concili e concistori. Perfino le imprese economiche se ne fanno vanto – della openness come della eco compatibilità, ne sono apostoli. Il mondo si vuole peraltro del libero mercato, un free for all. Ma non c’è mai stata tanta segretezza quanta ce n’è oggi. Ossia impotenza dei singoli, e impotenza degli stessi diritti sanciti – di cui la diffusione del complottiamo è un effetto, più che una causa, troppo essendo le pezze d’appoggio. La libertà sta nel contemperamento delle esigenze. Teoricamente, ma non solo, ci può essere una congiura del libertà, l’uso del liberalismo a fini di parte. Non è peraltro una novità.

Opinione pubblica – La Brexit, Trump, Raggi, il No sono un successo dell’opinione pubblica, o la sua deriva, forse fatale? Nel senso che indicano un ritorno su posizioni chiuse, repulsive, e anche vendicative, minacciose. Questi esiti vanno indubbiamente nel senso basico dell’opinion pubblica: rappresentano la maggioranza della popolazione, del voto. Oppure non sono l’esito di astuzie e demagogie, che oggi si labellano populismo: avventure di capipopolo al buio, spregiudicati, cinici? O solo stupidi, specie nei giornali, che col populismo hanno accelerato il declino della lettura, e il declino tentano di arginare accentuando il populismo: i politici sono ladri, la funzione pubblica è una casta.

Certamente sono un “tradimento dell’opinione pubblica”, ma come il “tradimento degli intellettuali”: un movimento interno di rovesciamento degli obiettivi, masochista, autodistruttivo. S’intende l’opinione pubblica un’interazione di obiettivi e convincimenti con segno positivo, per un di più e non un meno, di libertà e opportunità. Ma è anche vero che il populismo, nelle varie dosi in cui pure c’è stato e c’è – bastino le ambiguità di Grillo e di Trump -, viene incontro ad aspettative frustrate, non le suscita né le stimola. Non è Grillo - né gli analoghi europei - che mette in discussione l’euro e l’Europa, sono l’euro e l’Europa che suscitano e alimentano i Grillo, almeno per questo aspetto. Non è Trump che mette in discussione la globalizzazione, è la globalizzazione che mette in discussione se stessa, avendo suscitato per metà del mondo, lo stesso Occidente che l’ha promossa, un arretramento del livello di vista, e anche del reddito, della stragrande maggioranza della sua popolazione, un impoverimento generale. Per non dire degli effetti collaterali, sempre della globalizzazione, che sempre la stragrande maggioranza finisce per pagare, direttamente o indirettamente: i carissimi raid finanziari, ora anche sulle banche, le superretribuzioni di tutte le posizioni costituite, manageriali e istituzionali (in Italia alcune migliaia di posizioni nella Funzione Pubblica), l’impunità del crimine economico, e quindi la corruzione endemica, sistemica.

Roma – Una repubblica militare, prima che un impero, necessariamente militare. Dominata dal’ideologia della marzialità e del sacrificio – del sacrificio per la marzialità: il trionfo bellico, anche nella sconfitta, purché eroica. In un quadro di agonismo costante, per le cariche di comando e tra le famiglie, nella repubblica e poi anche nell’impero. Lo “stato marziale dell’anima” che ora è di Hillmann ma era di Sallustio e Tacito. La gloria è militare, l’onore è militare, la fantasia è di conquista. Anche il merito è militare – quasi esclusivamente: con l’eccezione di chi, di Cicerone?

astolfo@antiit.eu

La violenza è come l’amore – dell’autore per se stesso

La guerra è ineluttabile. La storia va in tal senso, è una storia di guerre, e Hillmann le trova delle pezze d’appoggio. Nel mito: l’inseparabilità di Afrodite e Ares. Nella poesia – si comincia con un poema di guerra, l’“Iliade”. Nella storia, compresi gli scrittori, Mark Twain, Tolstòj,  e la filosofia, Hannah Arendt, Foucault. Nelle corrispondenze di guerra: quelle dal Vietnam ripetono Omero e l’“Iliade”. Nelle lettere dal fronte, così piene di pathos bellico, alla vigilia della morte. Nelle trattazioni dell’arte della guerra – Clausewitz escluso (tropo ragionativo?).
Si direbbero queste tutte espressioni di una particolare logica: la semplificazione (mito), la narratività (da Omero a Tolstòj), la retorica e la censura nelle trincee, la pianificazione tecnica, degli strateghi militari come dell’ingegnere civile. Che però Hillmann obnubila passandoci sopra a volo radente: parte intenzionato e non deflette, la guerra è non solo un fatto umano, è “troppo” umano.
Un terribile libro, non solo per i pacifisti. Hillmann è scrittore suadente ma psicologo un po’ troppo conforme. Scriveva anche molto, e qui per esempio non si controlla abbastanza. La guerra dice “pulsione primaria” della specie umana. E delle altre specie no?
L’amore per la guerra è difficile da provare, anche solo da immaginare. Hillmann parte dalla scena di un film, che si basa sullo stereotipo del generale Patton in uso nella pubblicistica, l’uomo che vince la guerra contro il male essendo lui stesso un cattivo – “come amo tutto questo”, un panorama di desolazione, cadaveri, crateri, macchine di ferro contorte , “che Dio mi perdoni, lo amo più della mia vita”. Che va bene per una storia romanzata, e meglio ancora per aprire un film di opposizione alla guerra nel 1971, a guerra del Vietnam inutile e persa - lo sceneggiatore Francis Ford Coppola fissa poi Patton su una grande bandiera americana, che arringa i soldati. Ma astrarre la scena dall’opposizione pacifista alla guerra del Vietnam è come dire la mafia dato caratteriale e etnico. Che la violenza sia una pulsione, in qualche modo una decisione, sia pure irriflessa, piuttosto che un fatto chimico, è da dimostrare, e probabilmente è indimostrabile – l’“Arancia meccanica” di Kubrick e Burgess mezzo secolo fa ne diede dimostrazione, sia pure oltraggiosa. È però statisticamente minoritaria, molto. Chi è umano, Kim-Il-Sung, o come si chiamano i suoi nipoti, oppure i coreani?  
James Hillmann, Un terribile amore per la guerra, Adelphi, pp. 296 € 20

giovedì 29 dicembre 2016

Problemi di base - 307

spock

Petry, Le Pen, Meloni: è la destra che candida le donne, o sono le donne che si collocano a destra?

E perché non una Salvini, la Padania è maschilista?


Le donne al potere sono più cattive – quattro su sei al board della Vigilanza Bce, che vogliono le banche fallite?

È meglio avere un nome con una storia che uno senza?

È meglio avere una storia?

Anche d’amore?

Perché il dottore è sempre in ritardo? Eccetto che negli ambulatori privati

Perché non c’è stata la malaria tra Milano, Pavia e Vercelli? Forza, anofele!

È l’indiscrezione che alimenta il segreto, o il segreto l’indiscrezione?

spock@antiit.eu

Che ci sta a fare la Banca d’Italia

Si può morire di troppo capitale? Sì, lo spiega Padoan oggi sul “Sole 24 Ore” ma si è sempre saputo: il capitale è tale se usato con efficienza, cioè se si riproduce accrescendosi, altrimenti si chiama spreco.
La Vigilanza Bce impone il doppio del capitale necessario al Monte dei Paschi perché questa parte della Bce è solo il cache-sex, ancorché in immagine femminile, della balorda Bundesbank di Weidmann. O balorda o cattiva, gioca al massacro degli altri. Per cui, per esempio, la Vigilanza Bce impone coefficienti di capitalizzazione elevati, perché Deutsche Bank li approssima, mentre non valuta i rischi di esposizione, che per Deutsche Bank sono elevatissimi, senza paragone con qualsiasi altra banca al mondo.
Ma perché la Vigilanza Bce è appaltata alla Bundesbank? Le altre banche centrali che ci stanno a fare? Padoan dice che non può nemmeno interrogare la Bce sui criteri adottati per Mps perché i contatti con la Bce li tengono le banche centrali. 
C è irritazione nel governo vevrso la Banca dItalia: Ma non senza ragione: la Banca d’Italia c’è ancora? Non sapeva nulla del diktat sul capitale Mps? Non ha obiettato? Non obietta?

Le Autorità a garanzia degli abusi

Abolire le “vigilanze”, è una modesta proposta ma sarebbe un grande evento. Di costume e programmatico. Anche di impatto sulla spesa pubblica.
L’Italia pullula di organismi istituzionali di controllo che non controllano. La Banca d’Italia è una. Poi c’è l’Antitrust, che non ha mai sanzionato niente. La Consob, che non ha prevenuto una sola manomissione dei mercati finanziari, né l’ha sanzionata. E ne succedono ogni giorno. L’Agcom per le telecomunicazioni, la pubblicità e i media, che serve solo a mantenere in piedi il duopolio Rai-Mediaset. L’autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico, che non fa che avallare aumenti delle tariffe. Anche nei tre anni in cui il petrolio non costava niente, e questo dice tutto. Il Garante della Privacy, la cui sola funzione è di costringerci a dozzine di firme, in calce a documenti di molte pagine a corpo infinitesimo, che nessuno può leggere,e comunque non hanno nessuna funzione.Sono una dozzina. Le ha volute Romano Prodi vent’anni fa per garantire gli utenti e i consumatori. Poteva farne una, allargando l’Antitrust già esistente, le moltiplicò per moltiplicare le prebende dei presidenti, dei vice e dei membri di giunta o comitato direttivo. Un paio di centinaia di persone che ci costano dai 200 mila euro l’anno in su, ognuno. E questo è il loro unico effetto economico. A parte la copertura di tutti gli abusi possibili.  

Il racconto del femminicidio parte da lontano

Uno stupro con femminicidio, nella placida campagna inglese, in un racconto tutto domesticità e niente horror, di Charles Lamb, arguto e devoto saggista del primo Ottocento. Devoto anche agli affetti familiari, specie alla sorella maggiore Mary, con la quale scrisse molto, malgrado le sue follie ricorrenti, matricide.
Dei due, spiega la curatrice Maria Stella, la narratrice era Mary. “A Charles Lamb piacque rappresentarsi , in contrapposizione alla «cugina Bridget» (la sorella Mary), come uno che non amava raccontare storie”. Invece ne raccontò più di una, e questa “Rosamund Gay” in modo efficace: scorre agevole, come ne scrivesse con la mano sinistra, da mestierante.
Il “lungo racconto breve” viene dopo la stagione della poesia, e della narrativa a firma congiunta con Mary. Ma Charles ha, non ancora di 23 anni, una padronanza felice della narrazione. Il racconto Maria Stella dice “una ballata lirica in prosa”, per echi di Woodsworth, e “per la centralità problematica del narratore, per la cristallina chiarezza del linguaggio, per la valenza mitica attribuita alle figure locali e ai rituali della privacy quotidiana”. Cioè un vero racconto, o romanzo – abbozzo di romanzo, molte figure e situazioni solo abbozzate. Manierato, naturalmente: “Rosamund Gray era la giovinetta più bella che occhio avesse mai contemplato”, tutto è già detto all’inizio, eppure uno svolgimento c’è.
L’introduzione di Maria Stella, curatrice anche delle narrazioni di Mary Lamb,  è parte efficace della narrazione  - una Maria Stella fu contemporanea di Mary e Charles Lamb, supposta figlia scambiata di Luigi Filippo II duca d’Oléans, il futuro re Luigi Filippo.
Charles Lamb, Rosamund Gray, Sellerio, remainders, pp.103 € 3

mercoledì 28 dicembre 2016

La Bundesbank di governo e di lotta

Il Monte dei Paschi di Siena è uno scandalo senza fine per responsabilità italiane. Ma cosa c’entra la Bundesbank? Perché la Bundesbank interviene, a ogni snodo, per rendere più difficile la soluzione o impedirla? Può darsi che Soros e il fondo sovrano del Qatar avessero deciso da tempo di non investire in Mps, ma Weidmann con i suoi ukase glielo avrebbe comunque impedito.
Non c’è punto critico della vicenda Mps in cui il presidente della Bundesbank Weidmann non sia intervenuto polemico. Una novità assoluta per un banchiere centrale, polemizzare su banche e credito. Tanto più per uno senza pedigree come Weidmann e quindi senza autorità morale – non è stato banchiere, non è un  economista, non è nemmeno dottore, che in Germania fa la differenza, è solo un giovanotto della segreteria di Angela Merkel che aveva un diploma in economia. È Weidmann che ha imposto la “non soluzione” del problema greco. Vuole fare lo stesso anche con l’Italia?
In Italia il giovanotto sarebbe stato un Pulcinella. Tra il 2008 e il 2103 ha speso 239 miliardi, dati Eurostat, per salvare le sua banche. A maggio 2013 l’ultimo salvataggio, la banca di Amburgo Hsh Nordbank. A luglio impone alla Bce una direttiva che vieta i salvataggi bancari. Furbo, no.
Ma Weidmann non è nessuno. Tanto più per non essere, di suo, che poco o niente. Non è un tifoso da curva, e non è uno stupido: Weidmann è la cancelliera Merkel e il governo di Berlino. Con un’attenzione e una presa fortissima sulla stampa italiana, tra i corrispondenti e i commentatori. Quello che non si capisce, di tanta aggressività, è lo scopo. A meno che non sia un – miserabile – vantaggio comparato sull’Italia.

Mps è uno scandalo politico, e giudiziario

E se l’aumento Mps fosse andato in porto? Sarebbero bastati cinque miliardi o ce ne volevano ancora nove? E perché non intervenire prima, se la fuga dei correntisti è ogni giorno milionaria? Per spingere al sì al referendum?
Perché in tutta la lunga crisi Mps la Banca d’Italia non ha detto niente, e il Tesoro ha fatto finta di nulla, che tutto cioè andasse per il meglio? E perché non abbiamo saputo in tempo che i due grandi investitori nominati per il Monte dei Paschi, Soros e il fondo sovrano del Qatar, si erano defilati dopo aver visto le carte, cioè subito? Sempre per sostenere il si al referendum – se vince il sì arriva lo straniero.
Renzi ha gravi responsabilità, se la crisi fu camuffata per fargli un favore. E anche il ministro dell’Economia - e la Banca d'Italia. Anche perchè, andando a ritroso, non hanno capito il senso della direttiva tedesco-comunitaria del luglio 2013, che impedisce i salvataggi delle banche, e non si sono opposti nel 2014 addirittura al suo rafforamento, né Padoan né la Banca d’Italia.
Ma non c’è solo la responsabilità politica, ce ne sono anche di giudiziarie. Dell’amministratore delegato più pagato d’Europa che tiene nascosto lo stato dei fatti. Dei consulenti, JP Morgan e Mediobanca, che si pagano provvigioni per 250 milioni, per non aver portato nessun nuovo socio, nel loro piano farlocco di ricapitalizzazione. Delle autorità di vigilanza che sanno e non intervengono. Dei clienti morosi che potevano e non hanno ripagato i prestiti - che a Mps non sono di piccole e piccolissime imprese, non soltanto: ci sono debitori insolventi per centinaia di milioni.

La poesia fa magico il film

Paterson è il nome del protagonista, un giovane che scrive versi e guida l’autobus urbano. Della città nel New Jersey dove Paterson vive, sotto le Paterson Falls, le cascate del fiume Cassaic che ispirano alcune poesie. E del poema “Paterson” di Williams Carlos Williams, cittadino eminente, cantore di “Libertad! Igualdad! Fraternidad!”, nonché medico di lungo corso a Rutherford, non distante. Ma chi vede il film non se ne accorge, talmente fluisce armonioso, a ogni scena vivo. Tra un’improvvisazione e l’altra del poeta autista - lattore che lo impersona si chiama Driver, autista, Adam Driver - nella routine alla guida dellingombrante  mezzo pubblico, la mattina a colazione solo, e mentre attende sul mezzo il suo turno di servizio – qualche volta sotto le cascate. Di una vita che si ripete ogni giorno ordinaria, stessi percorsi, stessi incontri, stessi dialoghi perfino, senza nemmeno trovate scenografiche, fotografato in campo stretto, e tuttavia avvolgente: un film che non può non immedesimare lo spettatore (anche per i molti tributi all’Italia) – solo la giuria di Cannes vi è rimasta immune, ma lì è business.
Molto costruito evidentemente, benché non a chiave né artificioso: opera postmoderna, di citazioni, che lo spettatore non è tenuto a sapere, la citazione è un valore aggiunto. I versi di Paterson-autista sono del poeta newyorchese Ron Padgett, ma suonano calchi di Williams. Con richiamo titubante a David Foster Wallace: nel seminterrato di casa dove Paterson fa il poeta sono in vista “Infinite Jest” e la raccolta di saggi “Considera l’aragosta”. L’idea del film è quella del poema: la vita della città come la vita di un uomo. Il respiro, i sentimenti, le vibrazioni dell’una sono quelle dell’altro, e viceversa. Il soggetto stesso nasce da un verso del poema di Williams: “Dentro il bus se ne vedono\ i pensieri seduti o in piedi”. Il Driver è una sorta di specchio nel quale prende corpo la città.

E Williams non è nessuno: “Paterson” è venuto elaborando, in almeno tre laboriosi rifacimenti, come la Dublino di Joyce nell’“Ulisse. Con un occhio a T.S.Eliot, “The Waste Land”, che non amava. E a Pound, di cui fu complice, ai “Cantos”. Come Pound aperto alla saggezza piana di Confucio, e alla semplicità zen. Che il Paterson-autista riflette. Ma noi non lo sappiamo, non ne siamo imboniti.
Non sappiamo neanche la storia vera di Paterson. Che fu voluta, a 15 miglia da Manhattan, da William Hamilton per sfruttare l’acqua delle cascate e avviare la rivoluzione industriale che avrebbe fatto ricca l’America – prese il nome dall’allora governatore del New Jersey, che collaborava con Hamilton. E oggi Hamilton, il padre della costituzione con il suo “The Federalist”, non ha buona stampa, visto come una sorta di Trump eponimo. Primo segretario al Tesoro, creò la Bank of the United States, progenitrice della Federal Reserve, ma allora il primo e più solido passo centralista del nuovo Stato. Che garantì molti profittatori di regime, della guerra d’indipendenza e dopo, a spese del nascente debito pubblico. Fautore di leggi restrittive dell’immigrazione, e di una politica aggressiva verso il Messico e l’America Latina. Il progetto hamiltoniano di fare della città la pietra di fondazione dell’America scontrandosi oggi con gli effetti della crisi, qui particolarmente grave: la disoccupazione è al 30 per cento, alcuni suoi quartieri sono reputati “il più grande mercato dell’eroina”, al di fuori della provincia di Helmand in Afghanistan.  
Per lo spettatore Paterson è solo la città di Pinotto, quello di Gianni e Pinotto: ha una statua a suo nome, e anche un parco pubblico, osserva arguto il vecchio barista, e chi altri al mondo ha un parco, oltre alla statua? Forse è l’effetto della poesia, come già nell’“Attimo fuggente”: c’è una maniera della poesia di essere poetica al cinema, semplice. Un miracolo.
Jim Jarmush, Paterson

martedì 27 dicembre 2016

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (312)

Giuseppe Leuzzi

“La natura dei luoghi crea i comportamenti e fissa i tipi etnici”, così Andrea Giardina, il latinista, in “L’Italia romana. Storie di un’identità incompiuta”, a proposito del brigantaggio meridionale. E altrove dove? In Romagna, forse – in realtà sull’Appenino tosco-emiliano. Ma sulle Alpi? Anche sull’Appennino Ligure. Le determinanti geofisiche non sono determinanti.

Nella Valutazione della Qualità della Ricerca del Miur, il ministero dell’educazione pubblica, appena completata per gli anni 2011-2014, la piccola università Magna Grecia di Catanzaro figura al 23mo posto tra le 132 strutture censite, e l’università del Sud che ha più titolo alla “parte premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario” dello Stato per il 2016 – per le ricerche di diritto e di medicina. Caso unico al Sud, insieme con L’Orientale di Napoli e il Politecnico di Bari – ma con un coefficiente molto milgiore, 4, rispetto all’1 degli altri due istituti. Non è una notizia di cui i giornali calabresi ritengono di menare vanto. O

L’alba al Montalto
“Morti di stupore”, così Umberto Zanotti Bianco racconta la “spuntata”, l’alba, sul Montalto (“Tra la perduta gente”, 104), “come assistessimo al miracolo della creazione del mondo, erravamo da una sponda all’altra della nostra vedetta, mentre nel mare lentamente emergeva tutt’intera la punta del piede d’Italia, la Sicilia, che di lassù sembrava unita al continente, e sparse in quell’infinito, petali disseminati dal vento, le Eolie. Il fondo azzurro cupo dell’atmosfera andava smorendo, trasformandosi in colori dolci e tenui da arcobaleno, dal viola all’avorio antico, al roseo, che si ravvivavano e trasmutavano di continuo”. La scala dei colori in movimento come in un caleidoscopio. “Ed ecco, duro e improvviso come un colpo di cembalo in quel silenzio senza rmori terreni, il primo dardo del sole, non ancora emerso, configgersi nelle nevi dell’Etna. Ecco miriadi di dardi d’oro colpire tute le vette, e infine l’astro ilare e giovane balzare su…”

La Montagna è compagna. Dice Zanotti Bianco poco più in là: “Questo l’ascetico insegnamento che ci dà la montagna e al quale richiama il veggente di Célico: “nostrum est ascendere super speculum montis”. Veggente di Célico è Gioacchino da Fiore.

Autobio
Avevamo anche noi i Neet, i Not Engaged in Education, Employment or Traning. Che ora non sono più prerogativa paesana, del maggiorascato, delle famiglie patriarcali. Che uno o più figli minori confinavano alla singletudine. Scapoli, che di preferenza stavano in casa. Dove fumavano.

Il piccolo paese un tempo sembrava grande. Con quartieri minimi, minutamente dettagliati, che erano mondi conchiusi: l’Oratorio, i Lazzari, la Strada di sotto, lo Stretto, Delìa, le Case Popolari,  Sant’Elia, San Francesco, Buzzurra, etc. E il territorio circostante minutamemte denominato, Misuraci, Ieraci, Gelomargo, Mangiavacche, Mara Monica, Santa Marini…

Eravamo iperpatriottici nella Grande Guerra. Come tutti, ma i borghesi nostri di più. Abbiamo perfino ospitato – guai a ricordarglielo? – gli sfollati friulani e giuliani di Caporetto, i 250 mila che attraversarono il Piave in discesa. Giovanna Procacci ne calcola un quarto di milione, 250 mila. Molti furono ospitati nell’estremo Sud, e anche da noi.
Un Comitato di Mobilitazione Civile fu costituito il 14 giugno 1915, con tutti i notabili del paese, una cinquantina di persone: i venti consiglieri comunali, gli arcipreti delle due parrocchie, gli insegnanti (elementari) “di ambo i sessi”, i farmacisti, l’ufficiale sanitario, i presidenti del Consorzio Stradale, delle Società Operaie, delle Confraternite religiose, del Corpo musicale, il maresciallo, l’ingegnere, il notaio, e una diecina di piccoli proprietari. Che tre giorni dopo fecero una prima raccolta fondi in Paese, per sovvenire alle famiglie povere dei militari, tanto più se feriti. Nonché alla Croce Rossa Italiana. Una contabilità minuta fu tenuta dal Comitato, che Raffaele Leuzzi rispolvera in “Il contributo del territorio di Mesogaia alla Grande Guerra”. Compreso il gran numero di confezioni, di mutande, camicie, fazzoletti, calze e “pezze da piedi”, opera di “mamme e sorelle, con l’aiuto di bravi sarti”.
Dopo Caporetto, il Comitato cittadino si mobilitò anche per gli sfollati dal Friuli e dal Veneto. Con delibera del 7 novembre stabilì l’assistenza, mediante raccolta separata, a queste famiglie. Con alimenti, indumenti, ricoveri, assistenza medica e quant’altro si rendesse necessario “per confortare italianamente i loro disagi e lenire le loro sofferenze morali”.  Successivamente il Comitato si congratula con se stesso e con la cittadinanza, per avere accolto “con sincera effusione di affetto i nostri fratelli profughi di guerra, assolvendo l’alto e gradito compito di prodigare le prime bisognevoli cure per il vitto ed il ricovero delle famiglie friulane, che affluirono numerose al nostro paese”.  

Gli abitati rurali – le “torri” – sono i choria.

Grecale o Levante? Il tema di continua discussioni con Pasquale C. era senza esito: Grecale e Levante sono lo stesso vento, quello di Nord Est. Di tre giorni, insidioso, in ogni piega  dell’abigliamento, dei tetti, delle connessure, avvolgente, è quello che dà la forma contorta agli ulivi, rumoreggiante. E anche, bisogna dire, detergente: ripulisce l’aria. Di Nord Est rispetto al punto di mare prossimo a Creta dove convenzionalmente si situa il centro della Rosa dei Venti.
Il Grecale (o Levante…) spira da Nord Est a Sud Ovest. Così, sempre prendendo a riferimento la costa cretese, a Sud Ovest della quale c’è la Libia, è Libeccio il vento opposto, da Sud-Ovest verso Nord-Est – lo Scirocco, che sta per vento di Sud-Est\Nord-Ovest, è il vento che viene dalla Siria. Il Maestrale, da Nord-Ovest a Sud-Est, è desuntoda magistra o via maestra, con riferimento a Roma, e a Venezia.

Paese di artigiani e piccoli agricoltori, modernamente borghese – oggi prevalentemete impiegati.  Con una frangia di pastori, da ultimo paese di montagna del versante tirrenico dell’Aspromonte, confinata in un quartiere piccolo di uno dei due quartieri del paese, anche un po’ isolato: i Lazzari. O Arretu Livari, dietro gli ulivi che contornano l’abitato, sulla vallata posteriore.
Non di forestieri, non c’era questa connotazione, ma comunque di “genti d’arretu marina”, della marina di dietro. Di dietro cioè la Montagna, del versante jonico. Di Natile e di Careri – detti per questo anche i natiloti. Non di San Luca: San Luca era antagonista, che si era appropriato come Comune nel 1929, grazie a un compiacente segretario comunale nativo dello stesso San Luca, di buona parte della Montagna, a danno nostro. Detti anche, spregiativamente, zangrej, nel senso di sporchi e primitivi, calzati ancora di mitti, le cioce – questa calzatura, fatta di ritagli di pneumatico, tenuti su da stringhe di corda o da fil di ferro, si ricorda ancora attorno al 1950.
La gente di San Luca era detta della Madonna della Montagna. Cioè di Polsi, che invece è un sito disabitato.
Tutti tamarri – pastori. Con le cioce.

Rocco era detto U cardolu per essere uno di Cardeto, ma nessuno l’ha mai saputo. Era “cardolo” lo zampognaro, quando usava venire in città, per Natale o altre feste: a Reggio l’appellativo richiama - richiamava, quando ancora la lingua parlata era caratterizzata - il suonatore di zampogna, modesto e insistente, applicato, con danzatore-danzatrice d’accompagno. Corrado Alvaro ha in più posti la  “bella cardola”. Nella conferenza “Calabria” che tenne a Firenze nel 1931, ricorda “le donne del villaggio di Cardeto, dove menano le gambe fin da piccole e non si stancano mai”. Musicisti e ballerini cardoli sono negli “Emigranti “ di Perri. I musicisti cardoli punteggiano “Patto col diavolo”, il  famoso film aspromontano di Luigi Chiarini, 1949, che più non si vede – la nostra memoria si è accorciata, quasi cancellata.
Il soprannome veniva confuso con un che di sporco, per l’aspetto dimesso, e anche disordinato, con cui Rocco si presentava. Che non aveva mestiere e non lavorava - non da bracciante, manovale, uomo di fatica. Si faceva segnare il minimo di giornate lavorate, 52 da ultimo, per le quali il lavoratore solitamente si paga lui stesso i contributi sociali, per poter poi prendere la disoccupazione il resto dell’anno, e per il resto girava ubiquo per il paese. Aveva fama di essere sensale, di affarucci e, ma non si saprebbe testimoniarlo, di matrimoni. Sempre però attendibile, la persona più onesta.
Era anche eccezionalmente urbano e mite – eccezionalmente per il luogo, che si esprime perentorio e quindi agitato. E un’estate che si segnò in un cantiere di rimboschimento perché percepiva solida paga, insieme con i contributi pagati dallo Stato, si fece cantiniere: passava il pomeriggio per la case, di Pasquale capocantiere, e dei due o tre amici di Pasquale ospitati nella casa della Forestale, per ritirare le provviste, altre ne procurava, soprattutto i vajanejji, gli speciali fagiolini corallo locali di stagione, e la mattina cucinava in mezz’ora, un’ora il pasto, spazzava e faceva anche un po’ di conversazione. Ma senza darne segno, non sudava e non si affannava. In tutte le case bene accolto per il sorriso e la non invadenza, le famiglie volentieri conversavano con lui e gli affidavano le provviste.
Ritrovato dopo vent’anni, un po’ irrigidito dal Parkinson. Ma elegantissimo, camicia bicolore, cravatta rosa, scarpe lucidate. Elegante bastone da passeggio, capelli stirati con la riga. Si sa infine che ha anche una sorella maggiore, di 104 anni, lucida, autonoma. Le figlie lo accudiscono, dicono il macellaio, il caffettiere in piazza, il barbiere, dove capita d’incontrarlo mentre passa una mezz’ora in compagnia - “Ha famiglia, come no, le figlie sono laureate”. E poi si è saputo che è morto.
Al funerale dicono che sono stati in pochi, perché Rocco non andava ai funerali – l’uso è che si va ai funeali di chi è venuto ai vostri funerali, dei congiunti vicini e lontani. Ma che è stata una cerimonia composta, malinconica ma non triste, in armonia col suo passaggio lieve.

leuzzi@antiit.eu 

Spartaco come Annibale, senza lotta di classe

L’esordio è da romanzo di avventure. Come gli spartachisti, accerchiati sul Vesuvio, sfuggono calandosi per la parete più scoscesa, quindi non presidiata, con corde che hanno nottetempo intrecciato, di viti selvatiche, “particolarmente resistenti”. Lo svolgimento è da puntiglioso praticante della storia antica anche nei suoi sparsi frammenti. E un’analisi del fenomeno Spartaco, più che un racconto.
Spartaco sopravvive nell’immaginario come una figura tragica: destinato a morire nell’arena per il divertimento della plebe, gladiatore schiavo, perché non ribellarsi, morendo di una morte onorevole in battaglia? È il tema del film. È il dramma di Spartaco, se se ne vuole fare un dramma, anche corrivo: capo di una rivolta senza popolo, senza territorio, senza mezzi, che mise Roma a repentaglio, in pochi mesi facendosi padrone dell’Italia, con un esercito di sbandati, che si armava col bottino degli sconfitti, e si approvvigionava con le razzie.
Schiavone ne fa un altro. Mettendo a frutto la sua pratica di ogni pur minuto lacerto di storia romana, ricompone la figura del ribelle che tenne in scacco Roma nel 73-72 a.C.: un “guerriero valoroso e «innocente» (Varrone)”. Non un agitatore, ma un condottiero e un profeta: “Egli non voleva essere solo un condottiero; voleva essere, sia pure confusamente, un profeta, e un profeta con le armi in pugno”. E nell’inverno che passa a Turi e Metaponto quasi un liberatore, benché in urto con la popolazione. Non capopopolo di una lotta di classe, quale è passato nella leggenda, tantomeno uno schiavo che vuole tornare libero alla sua patria, la Tracia, ma un condottiero che attacca Roma. Con traci, galli e germani schiavi come lui in Italia, e con italici antiromani, una sorta di Annibale. Forse anche convinto dalla sua donna, sacerdotessa di Dioniso, divinità di origine tracia, di un destino glorioso. Al quale non seppe convogliare le città, restando alla fine isolato.
Un’avventura in effetti eccezionale. Considerando che quella di Spartaco era un’armata Brancaleone, raccogliticcia, di schiavi, disertori, contadini espropriati. In urto con le popolazioni più che con le armate di Roma: la sua apparizione comportava “un’improvvisa esplosione  di violenza: sangue, sevizie, incendi, stupri”. Con truppe raccogliticce. E senza un progetto.
La vicenda di Spartaco Schiavone fa esemplare della sua critica alla storiografia che vuole la repubblica romana sfiancata dalla lotta di classe.  “In realtà, molto al di là del solo episodio di Spartaco, nessuna forma di «coscienza di classe» è mai esistita nella storia di Roma - e tantomeno gli schiavi ne hanno mai avuta una. Mentre “la schiavitù era a Roma un’istituzione totale”. Essenziale non solo “dal punto di vista produttivo economico”, essa toccava anche “ogni aspetto del’esperienza civile, morale ed emotiva della società: dalla vita familiare all’immaginazione, alla sessualità, al tempo libero”. In Italia nel I secolo a.C., gli anni di Spartaco, un terzo della popolazione era di schiavi. Una società senza schiavi era impensabile: gli stessi spartachisti finiranno “accecati dal riverbero di un simile insormontabile blocco”. Ma una storia della schiavitù è ancora da fare – il classicista Schiavone si limita a ironizzare: Era anche questo quello che noi chiamiamo antichità classica”. Ribadisce però che su di essa non si innescò mai una lotta di classe.
Per quanto invasiva e risentita, la schiavitù era un modo di essere, mai radicalmente contestato. “Nessuna forma di «coscienza di classe» è mai esistita nella storia di Roma – e tantomeno gli schiavi ne hanno mai avuta una”. Spartaco “di certo non voleva abolire la schiavitù: niente ci autorizza a pensarlo. I prigionieri romani furono trattati da lui come schiavi, e da schiavi vennero fatti combattere e morire. L’idea di una società senza lavoro servile non apparteneva alle culture del Mediterraneo antico”.
Aldo Schiavone, Spartaco, Einaudi, pp. 155 € 12

lunedì 26 dicembre 2016

La pace di Putin

“Time” non può metterlo in copertina, ma  tutti sano che l’uomo dell’anno è Putin. Che ha vinto la guerra di Siria, una guerra lampo. Ha creato un asse, dopo due secoli di guerre, con la Turchia. Ha continuato a ingrandire la Russia, col protettorato sul Donbass, dopo l’annessione della Crimea, e il protettorato sulla Tansnistria, in vista dell’incorprazione. È sopravvissuto alle sanzioni europee e al calo del petrolio, e sta risorgendo d’intesa con l’Arabia S audita. Con un solido piede in Iran, tra le potenze regionali la più solida e affidabile, per storia, demografia, tradizione culturale e politica, articolazione sociale, in mezzo a Stati tribali e monocratici. Se fa la pace in Siria – e niente glielo può impedire – senza le solite vendette che negli stati tribali tengono luogo della politica, può fissare stabilmente la Russia nella regione.Il Medio Oriente è russoAnzi, il Medio Oriente oggi è russo. Non si può dirlo, sembra esagerato. Sembra anzi inverosimile, ma la potenza dominante in Medio Oriente è all’improvviso la Russia. Israele non teme la Russia, con la quale ha avuto un rapporto stretto, benché remoto, fin dalle origini, al tempo di Stalin. Anche se la Russia è stata, e figurativamente è, protettrice dei palestinesi: il rapporto è ambiguo, ma di fondo positivo. Il Libano, che ha sempre sentito la Russia lontana, la sente ora quasi di casa, e la sorpresa non giudica tutto sommato sgradevole. Con la Russia in Siria, il Libano ritiene infine, dopo quarant’anni, la minaccia continua degli Assad disinnescata. Con una soluzione, magari, anche all’invasione dei profughi siriani, che mezzo Libano hanno occupato senza la menoma attenzione dell ‘Europa e degli Usa, tanto solleciti con i profughi in Turchia.
L’espansione russa avviene in un’area dove la presenza militare americana – Nato comprese e volenterosi – continua a essere dominante. Ma è ora inconcludente. E non più sorretta da una politica, da un progetto. A partire dalle “primavere arabe”, che erano la mascheratura della Fratellanza Mussulmana, dei vari gruppi cioè dell’integralismo islamico: un errore, o un imbroglio. L’Occidente combatte guerre di cui non sa farsi la morale, né conosce l’esito per cui combatte. 

Ombre - 347

Per il secondo anno la tradizionale fiera della Befana a piazza Navona, con le bancarelle dei presepi e dei giocattoli, è stata cancellata. Dalle viete cronache romane, e dall’ex commissario Tronca, pure uomo di sacrestia, per non urtare i mussulmani, gli ebrei, etc. In realtà per fare posto ai tirassegno da luna park, in mezza piazza, e nell’altra mezza al mercato del km. 0, presunto. Le buone intenzioni sono sempre cattive: è la corruzione che combatte la corruzione.
  
“JP Morgan? Deluso dai grandi socie esteri”, lamenta il presidente del Monte dei Paschi Falciai con Daniele Manca: “Soros e Qatar sono spariti dopo il referendum”. Solo gli italiani ritengono la costituzione intoccabile, lo zoccolo duro del sottogoverno. Il sottogoverno ritenendo meglio del governo.

Falciai dice anche: “Noi abbiamo lavorato rispettando le regole, attenendoci a quello che le autorità regolatorie ci dicevano”, cioè la Bce: “E questo peraltro è una caratteristica, checché se ne dica, del nostro Paese in Europa”. Che invece non segue le regole, Bce in testa. Ci sarà una Norimberga della crisi?

Il giudice napoletano Woodcock incolpa il ministro Lotti di vari reati. E lo dice al “Fatto quotidiano”, da cui Lotti lo apprende il 23 dicembre. Per sapere di che è accusato il suo avvocato deve fare richiesta al giudice. Che risponderà il 27, forse il 28. Forse dopo le feste. Tutto normale.

Dieci ospedali distrutti ad Aleppo nelle ultime settimane, calcola “La Lettura” l’altro sabato. E un numero imprecisato di scuole, per amputare e paralizzare i bambini. E i medici: “Contro di noi – avrebbe raccontato al “Lancet” un dottor Muhammad – c’è un attacco sistematico. Ne hanno uccisi 800”.  Che mira, però, dei cacciabombardieri!

C’erano una volta le bugie di guerra, ora c’è la stupidità. Il “dottor Muhammad”, nome archetipo, sarà una sineddoche?

Che fine ha fatto il colonnello Auricchio? Ci vuole un po’ di giustizia nel campionato, non può sempre vincere la Juventus. Il calcio dà da vivere a un milione e mezzo di persone, vogliamo più soldi per noi.

Il capolavoro di Scarpellini, ricorda “la Repubblica”, ora arrestato insieme con Marra, l’uomo della sindaca grillina Raggi a Roma, fu a danno dei giornalisti. Con Veltroni sindaco, ha subaffittato al Comune di Roma un palazzo dellInpgi, la cassa pensionistica dei giornalisti, al quale pagava 2,1 milioni l’anno, per 9,5 milioni. Con un guadagno netto nei primi sette anni di 51 milioni.

L’affare di Scarpellini con l’Inpgi era stato denunciato proprio dai 5 Stelle. Ma allora era tutta invidia?

“Ho preso una tranvata”, ridacchia Renzi dopo la sconfitta in fiorentino. Cioè non cambia: sempre legato a Firenze, al più alla Toscana, non ha altri collaboratori né amici, neppure in politica, e con gli altri provinciali come lui pensa di sfidare il mondo. Perfino in inglese, benché non ne abbia pratica – senza colpa: il capo del governo italiano ha diritto di parlare italiano.
È la sindrome fiorentina, di una città che si ritiene – e per qualche verso è – unica al mondo, e quindi autarchica.

È per provincialismo che Renzi ha sprecato un capitale enorme: ricambio generazionale, innovazione, il Quirinale e Angela Merkel con lui. E non cambia: il provincialismo è una seconda pelle. Però, è ancora in tempo per imparare l’inglese. 

Dino Risi, o quando ridere era proibito

Una sorpresa, non promozionata, neppure annunciata, su Rai Tre la notte del giorno di Natale. Un riempitivo? Neppure la regista, che montò questo docufilm dieci anni fa, per i novant’anni del regista milanese, morto poi l’anno successivo, lo ricorda nei suoi profili. Eppure era simpatico al tratto. E ha una serie impressionanti di film di successo, che oggi fanno epoca - di carattere, di costume, di storia. Consacratore di attori che poi occuperanno gli annali: Sordi, Gassmann, Tognazzi, Manfredi. Come faceva? “Noi avevamo già in testa il montaggio, questo è il segreto”. 
Un tecnico, quale è nella psicologia diminutiva del personaggio? No, uno scrittore, anche di sapide memorie e di aforismi acuminati, e un critico acuto, di forte capacità di penetrazione del reale. Solo a scorrere la lista dei suoi film, non se ne capisce la rimozione.Se c’è un regista da celebrare è lui. Copiato e rifatto a Hollywood. Il più richiesto in dvd. Venduto in Giappone a prezzi di antiquariato: il suo libro di memorie, una diecina d’anni fa, quota su amazon € 1.145, 98, al centesimo.
Dino Risi è trascurato perché non era del Pci? E la Rai lo ha per questo recuperato nella nuova gestione targata Renzi, seppure dissimulando? È possibile, e anzi è probabile. Lui non ci si trovava a suo agio, e lo ha sempre detto, da ultimo a Barbara Palombelli, seppure con ironia: “Nel cinema tutti comunisti: cuore a sinistra e portafoglio a destra”. E: “Quando la sinistra era al potere nel cinema, non potevi far ridere, ma neanche sorridere, era proibito”. Questo detto peraltro a Marco Giusti per “il Manifesto”. Con l’aggiunta, era fine 2006: “Il comunismo in Italia non ha mai avuto tanta forza come da quando non c’è più”, il conformismo, il potere intellettuale. 
Francesca Molteni, Una bella vacanza. Buon compleanno, Dino Risi

domenica 25 dicembre 2016

Letture - 285

letterautore


Banalità del male – Eichmann “essere banale” ricorre nel discorso per l’assegnazione a Hochhuth del premio Gerhard-Hauptmann da parte delle autorità tedesco-orientali il 17 novembre 1962, alla vigilia della rappresentazione del “Vicario”, il dramma anti-Pio XII che veniva premiato. Discorso pronunciato da un Hermann H. Kamps che prende tutta la scheda del libro nell’edizione approntata da Feltrinelli all’istante del quale nulla è dato sapere – un funzionario del partito Comunista tedesco (Tutta l’operazione “Vicario” era del governo tedesco-orientale)? Il libro sulla “banalità del male” di Hannah Arendt uscirà a luglio del 1963, peraltro col titolo “Eichmann in Jerusalem. A Report on the Banality of Evil”. Il concetto la filosofa aveva formulato in precedenza, preparando le corrispondenze sul processo per il settimanale “New Yorker”. Che però le pubblicò nel febbraio e marzo del 1963.
Una genealogia curiosa, questa della “banalità”. Consacrata in italiano, ancora da Feltrinelli, l’editore del “Vicario”, invertendo l’ordine fra titolo e sottotitolo. Tanto più considerando la pronta rispondenza del Pci, il partito Comunista Italiano, alla propaganda tedesco-orientale orchestrata col drammone di Hochhuth. E i legami di Feltrinelli, allora, col Pci.

È intesa nel senso di “normalità”. Di senso comune. Corrente nel caso dell’antisemitismo negli anni 1930. Anche in scrittori ebrei, come Némirovsky, lo stesso Joseph Roth, e poi Canetti.

Kafka – Resta ancora in Italia alla lettura di Max Brod e Elias Canetti, mentre molto di più se ne sa e se ne scrive in Germania e altrove. Da ultimo con la biografia in tre volumi di Reiner Stach. Che fu autore anche trent’anni fa di una promettente tesi di dottorato,  “Kafkas erotischer Mythos. Eine ästhetische Konstruktion des Weiblichen”, il mito erotico di Kafka, una costruzione estetica delal femminilità. Nonché, vent’anni fa, curatore della mostra, con nutrito e argomentato catalogo, “La sposa di Kafka”, organizzata con i materiali del lascito di Felice Bauer, da Stach rinvenuti negli Stati Uniti. Se ne traduce ora solo un libro di curiosità,“È questo Kafka?”.

In “È questo Kafka?” Reiner Stach riproduce il frontespizio dell’edizione in volume nel 1916 del racconto “La condanna” – o “La sentenza”, il racconto del conflitto col padre  – dell’editore Kurt Wolff di Lipsia. Il cui logo è la lupa capitolina. Nel 1930 Wolff  lascia la casa editrice e la Germania per stabilirsi in Toscana. Fino alla guerra, quando cerca, e trova, rifugio negli Usa, dopo essere passato a Nizza – e all’internamento in quanto cittadino tedesco. Anche di Wolf, come delle ricerche di Stach, non si sa nulla in italiano.

Malo – “Pensi che, ad esempio”, racconta Nada Vigo a Gianlugi Colin su “La Lettura” l’altro sabato, per dire dei rapporti difficili un tempo tra architettura ed arte, “per una casa che ho fatto a Malo, nel Vicentino, su disegno iniziale di Ponti, vista la piccola metratura, ho messo il letto matrimoniale nel soggiorno”.
Meneghello aveva appena licenziato “Libera nos a Malo”, che dunque non era il borgo isolato e bizzarro che racconta, se vi si commissionava una casa, benché piccola, a Ponti e Nanda Vigo. È vero però che anche questo vi faceva scandalo, racconta Vigo: “Fu uno scandalo. Nella cattolicissima Malo ci fu anche l’anatema del parroco durante il sermone domenicale”. Gli architetti milanesi la presero sul ridere: “Gio Ponti commentò: «È la Nativity Room». Sono una donna poteva concepire una cosa del genere”, commenta Vigo.

Montanelli – “Montanelli disprezzava la borghesia che difendeva, e ammirava i comunisti che attaccava”. Sintetico ma al punto Bettiza, per i suoi novant’anni, con Cazzullo: preciso, soprattutto per quell’“e” invece che “ma”. L’uomo era l’uno e l’altro. Non un opportunista, certo. “La vera rottura con Montanelli fu su Craxi”, chiede Cazzullo. Risposta: “Craxi aveva grande mobilità mentale, e più cultura di quello che mostrava. Mi riconoscevo nel suo liberalsocialismo. Indro appoggiava la Dc, pur disprezzandola”..

Orfano - “i figli dei genitori che si amano sono orfani”, Stevenson scrive a Fanny Sirwell – e dunque si è figli solo di genitori che non si amano?

Pound - Cristina Campo lo vide a Roma nel 1967 “dopo un folle sciopero della fame per divergenze familiari a Brünnenburg, presso un incredibile Colonnello, ex massone, ex fascista, ex spia nel Medio Oriente, ora igienista e letteratoide, calato di 20 chili e del tutto disidratato: è una larva stupenda dagli occhi di diamante”. I poeti si consumano.

Proust – È perfido, si sa. Ma per essere romantico, e anzi sentimentale. Scanzonato pour cause, per mimetizzare l’inclinazione sentimentale, vulnerabile. O allora scanzonato al rovescio: sardonico, sarcastico. Nel rapporto intimo coi genitori, sotto le assicurazioni d’obbligo e di convenienza – anche in parte col fratello. E coi suoi personaggi, quella della “Ricerca”, i tanti adombramenti di se stesso.
L’antologia che Bernard Leclair ha tratto dalla “Ricerca”, “L’humour de Marcel Proust”, è una collezione di cattiverie nella realtà – che anche nella lettura seguita inquietavano, ma antologizzate sono esplicite, perfino violente. Senza indulgenze. Di Madame de Guermantes il narratore, talmente ne è “innamorato”, si dice che “la più grande felicità  che avessi potuto domandare a Dio sarebbe stata di far fondere su di lei tute le calamità”: non la vuole bella e raggiante ma povera e anzi barbona, “senza più casa”. Il nonno del narratore, nell’impossibilità di farsi raccontare da Swann qualcosa di divertente, si consola con un verso che la figlia - la madre del narratore che da lei ha saputo l’aneddoto - gli ha insegnato: “Signore, quante virtù ci fai odiare!” - in quanto “verso”, una citazione corneliana, da “Pompeo”, ma tal quale reperibile nel perfido Saint-Simon, di cui Proust era più assiduo che di Corneille. Il lutto per la scomparsa di Albertine finisce nel momento in cui il narratore se lo confessa, cioè subito. Subito dopo aver risposto a qualcuno, che gli chiede perché non esce: “No, non vado al teatro, ho perso un’amica che amavo molto”. Basta questo per liberarlo: “È a partire da quel momento che cominciai a scrivere a tutti che avevo avuto un grande dolore e a cessare di sentirlo”.

Ma un po’ tutti gli estratti di Leclair sono di questo tipo. Madame Verdurin, “soffrendo per le sue emicranie di non avere più il cornetto da inzuppare nel caffelatte”, se lo fa ordinare dal dottore. Il cornetto è difficile da avere – “più difficile da ottenere dai poteri pubblici che la nomina di un generale” - perché siamo in guerra. Il caffelatte viene preso con la lettura del giornale. Il giorno in cui il “Lusitania” è affondato, madame Verdurin si rattrista, ma con “l’aria, indotta probabilmente dal sapore del cornetto, così prezioso contro l’emicrania, piuttosto di una dolce soddisfazione”.

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Natale è la speranza, e la speranza è la vera fede

“Sembra un paradosso, ma chi spera ha più fede di chi ha fede”. La tentazione a Natale, per il vecchio antiquario romano che sta purgando con messe e novene gli antichi peccati, è l’amore, degli altri. Proprio l’amore fisico, mentre a san Pietro si celebra la messa, tra la giovane governante solitaria e un bel giovane possente che è venuto in visita - a tentarlo personalmente. Risolta nel momento stesso, alla scoperta dei due a letto, nella “tentazione di ammettere tutto, e perdonare tutto” – “Non era soltanto per un dubbio che se ne era andato sulla punta dei piedi, dopo aver visto quello che aveva visto. Era anche per una tentazione. La tentazione di credere che, in fondo in fondo, fosse impossibile distinguere tra il rimorso e il rimpianto, tra il bene e il male,o tra il male e il bene…”.
Gli altri racconti - il ritorno a Torino, in pensione dopo trentacinque anni a Roma, de “L’ultimo torinese” , o il ritorno a casa per le feste dell’amato marito muratore in Germania che fa “Il Natale di Iride” – sono in cifra soldatiana, dell’aneddoto semplice per una briosa narrazione. A Iride cápita di essere svegliata dalla felicità. La notte di Natale del 1964, o 1965, a Freetown, Sierra Leone, per fare compagnia a Graham Greene, alla messa che un centinaio di ragazze africane cantano in perfetto latino, è lo stesso scrittore a scoprire che “il Vero è lì, in una notte di felicità”.
Il racconto di apertura, che dà il titolo alla raccolta, 1963 (già in “55 novelle per l’inverno”), e le tre-quattro notazioni recenziori - “L’inganno e la certezza”, “Un deca per Natale”, “Natale giansenista”, “Messa di Natale” - sono d’inquieta teologia, da credente oltre la liturgia. Tanto più in quanto legate eccezionalmente alla storia familiare. Da vero lettore e interprete dell’Incarnazione: “La messa di mezzanotte, a Natale, è il momento eterno della speranza, e la speranza è la vera fede”.
Mario Soldati, Natale e Satana e altri racconti, Interlinea, remainders, pp. 159 € 5


sabato 24 dicembre 2016

Secondi pensieri - 289

zeulig

Congiuntivo – Si vuole abolirlo per un fatto di democrazia. Anche se è un impoverimento: la rinuncia alla distinzione concettuale del fatto dal dubbio o dall’ipotesi – possibilità, incidentalità, anche desiderio, più o meno rimosso, una speranziella. L’abolizione del congiuntivo non è fare chiarezza, al contrario è impedirla. Con tutte le migliori buone intenzioni: le lingue spesso deragliano.

L’abolizione del congiuntivo non semplifica ma complica, allargando il rimosso. E non democratizza: non apre accessi ma li chiude. La sua cancellazione è accettazione della diseguaglianza.
Egualizza, che però è un’altra cosa – a scuola ci saranno meno sfavoriti, ma nell’ignoranza? L’ignoranza, qualche che sia il livello che se ne accetta, è certamente ugualitaria. Ma è democratica? Come l’indigenza invece dell’opulenza. È singolare come la democrazia sia vittima delle buone intenzioni - una sorta di vittima predestinata, senza difese.

Coscienza – L’indagine quantistica di Roger Penrose, “Ombre della mente. Alla ricerca della coscienza”, 1994, e poi di Penrose e Hameroff, non ha trovato nei neuroni nessun riscontro sperimentale alla coscienza nei neuroni. Non delle immagini, nemmeno dei colori, che pure sono soggettivi. Anche la psicologia, psicoanalisi compresa, non è andata avanti – e anzi fa passi indietro. Un sentimento, l’immagine, una serie di immagini, l’esperienza fenomenica, l’esperienza avvertita, ne sono indicazioni più che spiegazioni. L’unico risultato è l’“internalismo” di Manzotti: la coscienza è dentro la nostra testa.
Ma è vero che è comune, anche ai vegetali a occhio nudo. E forse ai minerali, perché no. È la reazione all’ambiente-interazione con l’ambiente. Uno stimolo, una serie di stimoli, biunivoci.
Ciò risponde peraltro meglio ai fondamenti della meccanica quantistica, che è una teoria della connessione.

Heidegger – È hegeliano, pure lui. Solo, in aereo invece che a cavallo. Nel punto nevralgico, lo spirito del condottiero. Nel momento suo culminante, l’incesso. “Lo spirito del mondo a cavallo” di Hegel per Napoleone rifà tal quale per Hitler con l’aereo: “Quando l’aereo porta il Führer da Monaco a Venezia, all’incontro con Mussolini, allora è storia”.

Ignoranza – Agamben si congeda nella raccolta “Nudità” con l’auspicio di una semiosi e un’epistemologia dell’ignoranza – due paginette che intitola “L’ultimo capitolo della storia del mondo”. Invece di ributtarla nel rimosso. Paradossale (ignoranza specchio e campo della scienza, etc.), ma non del tutto: l’ignoranza non si impara come il sapere, ma come questa è un fatto. È il problema della tabula rasa. Che dunque c’è.

Infinito – Il nostro olfatto può captare un trilione di odori, la vista molti milioni di colori, l’udito almeno 350 mila suoni. C’è anche una dimensione  fisica dell’infinito – variabile, diversificata.

Sia a tre, a quattro, o a ventisei dimensioni, l’universo in cui viviamo può essere uno degli infiniti. Niente osta, e tutto indica in questo senso. L’universo eterno è assioma di Penrose, ma non è un’eccentricità, è perfino logico.  L’universo in espansione è come dire che si espande da zero all’infinito, dopodiché provoca un altro Big Bang? Perché no.

Oportet – “Occorre, bisogna, conviene, è necessario, è opportuno” nel Mariotti. L’una cosa e l’altra, e l’altra.  
Tutti ci vogliono bene, in linea di principio, e noi stessi abbiamo stima di noi. Non è vero, ma oportet figurarsi che lo sia. E questo è già una maniera di volersi bene, tutti insieme appassionatamente nell’errore – la bugia, la falsa credenza.
Non è vero forse in nessun caso - mai nella storia. E allora sorge la domanda: perché ce lo diciamo? Per confortarci. Il mondo – il linguaggio – è un enorme pettegolezzo, onnivoro, antropofago, cattivo. Ma noi vogliamo farcelo (rappresentarcelo) in un’altra maniera. Illegale non è, illecito nemmeno. Non è vero, ma appunto che cos’è la verità.

Psicologia – “Lo psicologismo conduce facilmente alla sfrontatezza”, polemizzava Thomas Mann. Che non era un filosofo, ma la cosa sì.

Religione – Può darsi non sia come Girard dice, che l’abbiamo inventata per disinnescare la violenza e camuffarci, assassini cannibali in polpe (poiché, come si vede, al contrario, la religione la violenza la promuove e la giustifica). Ma sempre una grande invenzione è. Compresa quella di Chtulu, il pensiero mitico in genere, così diffuso. Siamo consolativi al massimo, per l’istinto di sopravvivenza – come nascessimo “machiavellici”.

Storia – La “banalità del male” di Hannah Arendt è che la “lezione della storia”, da magistra vitae, è inerte, e anzi non c’è, dove non c’è memoria, e capacità critica. Cioè quasi sempre.

“La storia è dare un senso a ciò che non ne ha”, Theodor Lessing. Api operose siamo, intente a dare un senso all’insensato. In automatico (per istinto) – siamo nati per questo? Altrimenti sarebbe comunque inquietante.

Uguaglianza – È terreno e veicolo dello status quo, mentale e dottrinale se non di fatto. Lo status quo è più democratico oppure conservatore, anzi reazionario?

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La rivoluzione e Napoleone ladri d’arte

Napoleone era un predone. Non si dice, non è materia di storia, ma è la sua storia, a cominciare dalla spedizione in Egitto. Non si ricorda nemmeno che il Louvre nacque per ospitare il fiore delle conquiste napoleoniche (con molti altri musei, a Parigi e altrove in Francia) - nonché di quelle rivoluzionarie, prima di Napoleone. In Italia e ovunque in Europa, dalla Spagna alla Russia. La mostra si fa per il bicentenario del recupero di parte dei lavori d’arte razziati. Sotto un titolo che non vuole dire niente – vago come tutto quello che oggi ruota attorno all’Europa: ogni paese si tiene strette le sue opere d’arte.  
La raccolta di quello che Napoleone ha razziato in Italia stupisce per la qualità e la quantità. Non era il soldataccio che ha diritto al bottino, le sue razzie erano organizzate, su base documentaria, di pedigree e expertise tra i più qualificati. La mostra ne è un catalogo stupefacente – benché limitata a una parte della razzia, quella che il congresso di Vienna ha poi stabilito che dovesse tornare agli Stati italiani pre-unitari.
Tornarono e sono qui esposti un Raffaello, “LeoneX”, un Tintoretto, “Sant’Agnese”, “Il Compianto del Cristo morto” del Veronese, la “Venere Capitolina” del Canova – che per conto del papa aveva negoziato il rimpatrio post-Vienna. Sono rimasti a Parigi, fra i tanti capolavori, Giotto, “Le stimate di san Francesco”, e le monumentali “Maestà” di Cimabue.  “Un convoglio di circa cento carri” annunciava scrivendo alla moglie Gaspard Monge, il matematico inventore della geometria descrittiva, membro della commissione di “artisti” che assistevano Napoleone.
Il Museo universale. Dal sogno di Napoleone a Canova, Roma, Scuderie del Quirinale

venerdì 23 dicembre 2016

Chiacchiere in autostrada

Il governo ha celebrato il completamento della ristrutturazione della Salerno-Reggio Calabria, che invece si è solo deciso di lasciare incompiuta per una cinquantina di km. La maggior parte dei quali nella strettoia contorta della valle del Savuto, tra Cosenza e il mare. Un cambio di percorribilità tra l’altro pericoloso: non segnalato, espone l’automobilista per automatismo ad avventurarsi per tornanti pericolosi come se fosse nell’alveo della strada allargata e raddrizzata.Si celebra l’evento con molte parole: l’Autostrada del Mediterraneo, il riscatto, la vittoria sul malaffare - il destino delle grandi opere è sempre di essere di regime? E con la solita malafede, sui costi e le difficoltà ambientali. Si fa la cifra alla Rai di 20 miliardi di costo – anche di quaranta… (effetto lira?). Mettendo assieme costruzione, cinquant’anni fa, e ristrutturazione – più qualche miliardo di arrotondamento. Non si fa il paragone con autostrade che, senza le difficoltà geofisiche, e senza le mafie, per la sola corruttela, sono costate a km. di più, anche molto di più. Come la Brebemi. La Milano-Serravalle. La famosa variante di valico, i cui  costi ormai trentennali sono tenuti segreti.

Il diritto alla casa ce l’ha solo il nomade

Dieci giorni dopo lo scippo della giovane cinese Zhang Yao, finito con la sua morte, il gruppo Spe della polizia municipale romana, Sicurezza pubblica ed Emergenziale, si è fatto vivo in via Salviati, a Tor Sapienza alla periferia di Roma, davanti alla Questura per stranieri, ne campo rom abusivo che da venticinque anni è specializzato nei furti di rame e negli scippi dei (poveri) stranieri in cerca di permesso di soggiorno. Il comandante Lorenzo Botta si è fatto vivo a via Salviati su sollecitazione dell’Associazione Amnistia, Giustizia e Libertà, e di Nazione Rom. Entrambe preoccupate di assicurare ai rom del campo un alloggio decente in una casa popolare.
Né le due associazioni, né il gruppo Spe si erano fatti vivi prima, per la morte della ragazza cinese scippata. Ma, proponendosi indilazionabile lo sgombero del campo, su pressione del quartiere e dell’opinione pubblica cittadina, le due associazioni hanno preteso l’applicazione della direttiva europea sull’inclusione dei rom: una casa prima dello sgombero. Il comandante Botta pronto ha sottoscritto.
Ci sono molti errori prospettici nella creazione della “questione immigrati”. Uno è se l’immigrato rifiuta l’accoglienza, come è stato il caso di Amri, e lo è de tanti rom che praticano il furto e la grassazione. Un altro è l’applicazione privilegiata dei diritti umani a favore di categorie, invece che di emergenze di fatto. Il rom ha diritto a un’abitazione, anche se è d’istinto un nomade, anche se è un malfattore. Il separato-divorziato romano no, o il single licenziato che non può più pagare il mutuo - le più ricorrenti fra le tante figure dell’emarginazione urbana. L’esito paradossale è che il senzatetto che non sia nomade e non sia un delinquente non ha diritto a una casa.