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sabato 20 luglio 2019

La scoperta della Nigeria


Si scopre, dopo cinquant’anni, che c’è in Italia una mafia nigeriana attiva. Nella prostituzione, nello spaccio al minuto, nel traffico di uomini, soggetti a pizzo e soprusi, e nel commercio ambulante, sulle spiagge, nella aree turistiche e attorno ai mercatini. Lo scopre la Procura di Bologna in Emilia, Lombardia e Pimonte – non in Toscana, non nel Lazio,dove pure è più fiorente. Grazie a un pentito. Che ha fatto scoprire pure la “bibbia dei clan, un libro di regole e rituali”, dicono gli inquirenti soddisfatti.
Se non è scritto, confessato da un pentito, il crimine non esiste? Lo spaccio è pubblico, con giovani che vi sono avviati magari per non avere pagato – non si paga mai abbastanza - il viaggio cosiddetto della disperazione. I boss nigeriani dello spaccio minuto sono noti a tutti i grossisti calabro-siculi del settore, pagatori inappuntabili, ma non alla polizia. Così come quelli del commercio ambulante a tutti i grossisti campani. La prostituzione è pubblica da almeno mezzo secolo. Con un traffico ben noto agli abitanti di Prati a Roma, a via Terenzio, al consolato nigeriano, di documentazioni virtuose per le donne. E un arrolamento pubblico, con tanto di avvisi commerciali, a Kano e in altre città nigeriane, documentato dalla stampa americana.
Ma come fa – qualche aspetto ancora non è conosciuto – una mafia nigeriana a prosperare in Italia, paese non finitimo e anzi lontano qualche migliaio di miglia? Dove si arriva solo con l’aereo e col visto regolare? Questo si saprà fra cinquant’anni, che c’è un commercio di visti?

L’Occidente perduto tra Africa e Arabia


Uno stravagante straordinario reportage dal mar Rosso, tra Gibuti, il deserto sassoso che fungeva da colonia francese, “ora chiamata più discretamente territorio degli Afar e degli Issa”, due popolazioni (le ex tribù) che aspettano soltanto la partenza dei militari francesi per accopparsi, e l’Arabia “deserta”, ancora nel 1970. Popolato da personaggi e eventi talmente veri - specie quelli crudeli, alla Malaparte, di cui Gary visibilmente indossa le scarpe - da riuscire inverosimili. A partire dal governatore, Dominique Ponchardier, collaboratore della prima ora e confidente di De Gaulle, uomo della Resistenza tutto d’un pezzo, cui i gollisti traditori dell’Oas hanno trucidato un figlio, forse due, e il fratello ammiraglio, già ambasciatore in Bolivia, dove aveva “salvato Régis Debray da un’esecuzione sommaria «durante un tentativo di fuga»”, nonché prodigo alimentatore della Série Noire, la collana classica dei gialli in Francia, per la quale ha inventato e imposto due parole chiave, “gorilla” e “barbouze”, il confidente mascherato. Compreso l’irriducibile parà fascistone dell’Oas, la cui ricerca è all’origine dello sbarco di Gary nella colonia: un “pazzo” sempre fanatico che Ponchardier ospita. Non i soli, il reportage è una fioritura di persone e eventi normali-eccezionali. Fino al golpe dell’odierno sultano dell’Oman Qabus contro il suo proprio padre, che non voleva nessuna modernità.
L’esito è un inno bizzarro ai benefici del colonialismo. Non difficile, visto il poi, l’esito delle indipendenze: “L’avventura colonialista vive qui, a titolo postumo, uno straordinario momento di autenticità…”. Dove i punti di sospensione segnano l’incredulità del resistente Gary. Conducendolo poi alla correzione, alla critica del colonialismo: se l’Africa inciampa o scivola, è che l’Europa non vi ha posto alcun fondamento - il che non è nemmeno vero, e quindi Gary può oscillare tra ciò che vede e i principi. Insomma, sempre alla Malaparte, lasciando insoluta, e anzi pompando, l’ambiguità, etica, politica e storica.
La crudeltà, nel traffico di esseri umani, vi è raccapricciante. Un arabo-eritreo dell’Asmara, che ora pacioso nella sua città “intrattiene una bettola”, è stato capitano di “un dhow a vele brune bruciato all’improvviso all’avvicinamento dei doganieri francesi, mentre l’equipaggio si salvava a remi”, lasciando “a bordo i resti calcinati di venti ragazzine somale che trasportava verso i bordelli di Suez e di Alessandria”. Ma, poi, la ricerca del “soldato perduto”, l’ammutinato Oas, il nazionalismo colonialista e razzista che Gary e Ponchardier esecrano, si tramuta in un elogio. Con l’elogio del “pied noir”, il francese d’Algeria irriducibile nazionalista, che si spende nell’impossibile colonia come cooperante tra gli intrattabili indigeni. Con molte verità peraltro. C’è perfino il vezzo degli inviati ai fronti di guerra  di farsi sequestrare dai nemici, per poterla poi raccontare meglio.
Sul mar Rosso Gary trasporta il Golfo Persico di prima del diluvio cinquant’anni fa, e anche meno, nel 1970, prima della triplicazione del prezzo del petrolio nel 1973. Fra ignudi subacquei alla ricerca dei rubini, smeraldi, diamanti che Ibn Saud, il fondatore del regno saudita, aveva fatto disperdere in mare perché li raccolga l’amato figlio premorto, il primogenito. E panciuti dhows che contrabbandavano l’oro di cui gli indiani sono ingordi - gli “sceicchi” più ricchi e prodigali, di Dubai, del Qatar, sono ex contrabbandieri, ancora negli anni 1970. Mentre Ben Tamur, il sultano dell’Oman spodestato dagli inglesi col figlio Qabus nel 1970, era uno che si opponeva a ogni modernizzazione, compresa la luce elettrica. Con un po’ di malinconia, già in questo avventuroso viaggio - nello Yemen sempre in guerra civile con la moto, in solitario. Ricordando gli “antenati ebrei” altrove rimossi. Da “collezionista d’anime” – “titolo bizzarro” che il “New York Times” ha voluto dargli.
Romain Gary, Les trésors de la mer Rouge, Folio, pp. 123 € 2

venerdì 19 luglio 2019

Ayatollah kamikaze

È come se gli iperpolitici ayatollah avessero scelto la via del “sacrificio”. Il blocco di Hormuz, che la Marina iraniana provoca da alcune settimane, con incendi, abbordaggi, e ora il sequestro della petroliera britannica, lo possono attuare agevolmente le marine angloaamericane. E danneggerà solo l’Iran, bloccandone le esportazioni. L’Arabia Saudita e gli emirati della penisola arabica hanno altri sbocchi.
Gli ayatollah agiscono anche nell’isolamento. Sono soli nella guerra nello Yemen contro l’Arabia Saudita. Mentre Putin, che ne ha favorito lo sviluppo nucleare, e ne è stato l’alleato decisivo in Siria contro l’Arabia Saudita, ha poi sviluppato varie intese nella penisola arabica, e ha interesse alla ripresa dei contatti con gli Stati Uniti – ha salvato l’Iran in Siria per riprendere un contatto con gli Stati Uniti – per il rinnovo degli accordi sul nucleare e per la rimozione delle sanzioni.
Gli ayatollah possono avere svilupapto gli attacchi nello Stretto per costringere Trump a un accordo, dopo la sua denuncia del trattato nucleare e l’inasprimento delle sanzioni. Puntando sulle remore del governo americano a un’azione militare con la campagna elettorale già aperta. Ma la rendono inevitabile. E gli angloamericani hanno la potenza, marittima e aerea, per fare molto male all’Iran, senza dover arrivare a invasioni disastrose come in Iraq o Afghanistan: un paese di grandi agglomerati urbani è facile obiettivo aereo, e comunque un paese di 90 milioni di abitanti non può reggere al blocco navale.

Il Millennio sticazzi

“Alzi la mano chi davvero ha mai letto un suo libro”, è il garbato omaggio di Grillo a Camilleri: “Io mai. Tutto in dialetto, non si capisce un cazzo… “. Applausi. Di un pubblico piuttosto senile, in campagna nella bassa emiliana, con molti vuoti, e più che altro rassegnato. Ad applaudire appena sente “un cazzo”. Malinconia del comico. Ma Grillo non è solo.
“Buongiorno un cazzo” è la cover per cellulari più riprodotta, in vari colori e sfumature di colore, al banco delle cover nei grandi Carrefour 24h. Che vorrà dire?
I libri del genere young adult sono praticamente tutto  “un cazzo” e “sticazzi” – il best-seller “gesuitico” di Einaudi “A volte ritorno”, sul ritorno di Gesù in terra, ne è un tripudio. Non si capisce in che senso, è un intercalare privo di senso, specie ora che la funzione dell’organo è desueta. La terminologia cazzesca è peraltro più spesso di autrici, influencer o scrittrici in erba. Sembra un segno di dislessia.
O è un intercalare per non sapere che dire. Una volta si bestemmiava, ora che non ci sono più i santi, si fa coprofilia, o una qualche forma di parafilia parassessuale. Ma anche l’organo in questione non ha più una funzione, e dunque?
È l’esito dell’analfabetismo di ritorno a scuola, se un terzo dei licenziati non capisce l’italiano? Sarà un millennio di carestia linguistica, nell’affluenza delle cose.

Si dice che internet ha migliorato e arricchito il liguaggio. Restringendolo?
Alla formazione non si sfugge.

Roma vittima del Pd


“Quando scoppiò la polemica inventata sulla Panda rossa”, spiega Ignazio Marino, l’ex sindaco di Roma, a Sabelli Fioretti sul “Venerdì di Repubblica”, “si presentò in Campidoglio, accompagnato da Raggi e Di Maio, uno dei più spietati nemici, il grillino Marcello De Vito, con delle arance: secondo loro dovevo andare in galera”. In galera è invece il probo De Vito.
Pensare che Roma ha votato Raggi con le “carte” dei vigili urbani, in guerra contro Marino perché ne aveva denunciato l’assenteismo totale a fine anno con certificati medici falsi. Erano loro che informavano Raggi. Loro e i fratelli Marra. Anche loro finiti male. Roma sarà eterna, però.
Ma i vigili non avrebbero potuto nulla senza il Pd: un partito talmente corrotto a Roma da andare dal notaio, tutti i diciannove consiglieri comunali concordi, e dimettersi per costringere Marino alle dimissioni. Aizzati da un candidato vicesindaco, che Marino non nominò, Mirko Coratti, che è anche lui in prigione, condannato.
E non è finita. “Sono 11 anni che il Pd è all’opposizione a Roma”, spiega Marino: “Opposizione moderata ad Alemanno. Opposizione violenta contro di me. Di nuovo opposizione moderata alla Raggi”. I vigili urbani, e la stessa Raggi, contano poco. Roma è vittima del Pd.


Il latino in noi

Una rilettura piacevole - appuntita ma non saccente - di autori, testi, riferimenti anche minimi o occasionali, della latinità, anche cristiana. All’insegna di dieci parole caratteristiche, del latino e del nostro mondo: ars, signum, modus…. Per quello che si sa – “il latino non è una lingua morta”, malgrado la chiesa di Roma - ma senza revanscismi, su un presupposto semplice: la storia non muore. E il latino a lungo è stato “la lingua per eccellenza, il prototipo e l’archetipo universal del linguaggio”.
Divagazioni d’autore, più che enciclopedia. Di autore erudito, che (ri)racconta il latino. A suo modo, un breviario personale. Di “Ars”, una delle voci più brillanti, manca per esempio l’accostamento principale, al greco techne – o è ridotto, senza evocare la tecnica, a parentesi: “(l’ars ha sempre un aspetto pratico)”. Ma l’incompletezza non inficia la lettura. “Modus” al contrario sorprende per la prolificità:, fino a “moderno”, alla “moda”, al “come, comme, como” neo latino, da “quomodo”, alla misura musicale, e nella translitterazione med-, alla medicina, a Medea, etc. – e ai “modisti”, i linguisti del secondo Duecento del “modus significandi”, delle parole segni delle cose.
Gardini, italianista in cattedra a Oxford, ma di suo latinista, curatore di Ovidio, Marco Aurelio, Catullo (e anglista in Italia, traduttore di Hughes e Dickinson), aveva cominciato, spiega, dedicandosi alla parole “più rappresentative della mentalità latina (pietas, furor, decorum, ius, fas, gravitas ecc.)” ma poi ha optato per “dieci parole di origine latina che avessero una storia avventurosa e coinvolgente”.
Un lavoro in difesa e a promozione del vocabolario, inteso a ravvivare l’interesse alle parole. Si direbbe il giapponese smarrito nella giungla che continua una guerra da tempo persa e finita, ma Gardini fa “come se”, e il lettore pure – c’è sempre tempo per aprire le finestre.
Nicola Gardini, Le dieci parole latine che raccontano il nostro mondo, la Repubblica, pp. 205 € 9,90



giovedì 18 luglio 2019

Ombre - 471


Brancola il “governo del nuovo” fra quanto di più vieto della pratica politica: vertici, controvertici, rinvii, attacchi reciproci, contraattacchi. Forse è questo che piace agli italiani – qua do hano avuro qualche governo che governava, da Craxi a Renzi, lo hanno liquidato.

I servizi italiani, Aise e Aisi, da tempo “monitoravano”, cioè spiavano Savoini e la sua Lombardia-Russia. A questo punto si capiscono le intercettazioni del Savoini stesso al Metropol: le ha fatte uno dei due “finanzieri internazionali” italiani che lo accompagnavano, agenti dei servizi italiani – o c’era un terzo, dice “la Repubblica”. Ma dare le intercettazioni a Buzzfeed, dopo averci provato con “l’Espresso”? Qual è la funzione dei servizi segreti?”

E il ministro dell’Interno, i servizi segreti devono proteggerlo o ricattarlo? E per conto di chi e che cosa?
Perché i servizi segreti italiani sono infetti, da almeno un cinquantennio? A quale istituzione o politica obbediscono?

Ma, poi, chiunque può fare mercato delle intercettazioni. Che vengono affidate, documentano Milena Gabanelli e Mario Gerevini sul “Corriere della sera”, a una miriade di operatori anche minimi - una società è costituita dalla sola moglie di un poliziotto. Senza un albo, o altro attestato di garanzia.

 “Conte: «Possibili danni all’Italia dopo il tradimento della Lega alla Ue»”: così “la Repubblica” titola Conte che risponde all’invito di Scalfari a lasciare Salvini per il Pd. Conte non lo scrive nella lettera, e quindi potrà smentire. Ma difficilmente potrà continuare a governare con la Lega. E d’altra parte non può essere il presidente di un governo 5 Stelle-Pd.
Conte non è una cima? “La Repubblica” fa solo bordello?  

“Migranti prigionieri nei container”. “A Mentone, detenuti illegalmente, in prefabbricati di 15 mq. Senza cibo né acqua”. “La polizia falsifica i documenti per riportare in Italia anche i minori” – è sempre “la Repubblica”.
A Mentone in Francia. Da dove si impartiscono lezioni di umanità per Carola, la Sea Watch e altri “gesti umanitari”.

“La Repubblica”, che regolarmente denuncia deportazioni di immigrati, dalla Germana, dall’Olanda, dalla Francia, con trattamenti inumani, monta poi gli appelli umanitari di Berlino, di Parigi, di un cattivissimo ministro olandese, contro Salvini e la politica di contenimento dell’immigrazione selvaggia. È sempre tanto peggio tanto meglio.

Prima oscurata con lo spray nero, poi asportata la targa: “Vietato l’ingresso agli ebrei e agli omosessuali”, all’ingresso del Museo della Città di Livorno. Una “provocazione” di Ruth Beraha. Che aveva anche un prezzo – l’artista ne stava completando la donazione al Museo. Oscurata da chi la pensava un residuo antisemita. Asportata dagli antisemiti?

I giudici di Firenze, Tribunale e Appello, decidono che una persona accusata ingiustamente di essere il mostro di Firenze e già assolta, possa essere presentato in un film come uno dei sospettabili. C’è il diritto di calunnia?

“Macché austerity”, calcola su “L’Economia” Alberto Brambilla, ex sottosegretario leghista al Welfare, in dieci anni abbiamo fatto 553 miliardi di nuovi debiti”. Che non sono diventati 642 perché “grazie alla cura Draghi (alla Bce, n.d.r.) abbiamo risparmiato 89 miliardi sugli interessi del debito pubblico”. Come che la si guardi, l’Italia dà l’impressione di galleggiare a stento. Era una potenza economica non molti anni fa.

Si fa un’asta da Sotheby di sneakers, scarpe di plastica, di serie. Con prezzi base da 20 e 30 mila dollari – una Nike da 70 mila. L’asta si tiene online. Così non si sente la puzza.

Le sneakers all’asta. Il papà che uccide sé e i suoi figli per farsi un video a cento all’ora. Le attrici facili, anche porno, che si pretendono vergini immacolate. Il Millennio ha già fatto vent’anni ma continua a screditarsi – immaturità non è.     

Una “grande truffa” il Bahrein lamenta, con mandato di arresto internazionale, su una fornitura di sabbia, pagata e mai arrivata. Vendere sabbia al Bahrein, un semideserto.

Dunque, spiega “la Repubblica” con larga messe di casi, siamo in piena “guerra della sabbia”: come l’oro, non proprio ma quasi, è altrettanto contesa. Sarà la stagione dunque del Sahara, e dei beduini.

I grillini, dopo averci provato con al fiera del libro, passano a Milano il salone dell’automobile. Siccome sono molto votati, non si può obiettare. Ma propongono solo di “tagliarseli”. A Torno, come a Livorno e a Roma, dove sono votati. Senza essere francescani – anzi, a santo Grillo dovendo ottimi stipendi politici, con annessi vitalizi, senza dei quali sarebbero ridotti alle mense caritatevoli. 

Tre milioni e mezzo di cause in sospeso, calcola E ugenio Occorsio su “Affari&Finanza”. Ma di questo la giustizia non si occupa. E non si può nemmeno darne la colpa al Sud – “non è vero che il Sud è più lento”, documenta Occorsio.
È proprio la giustizia che “non esiste”, come si dice a Roma.

Un giovane duramente handicappato viene lasciato morire in Francia. Una forma discreta – ipocrita – di eutanasia. La “buona morte” è uno degli addebiti più gravi a Hitler, prima della Soluzione Finale, ma l’Europa non ha mai cessato di praticarla. Le buone nascite, di razze selezionate, di Hitler in Scandinavia. Le buone morti in Germania, dove da almeno trent’anni chi ha più di 75 anni si opera di tumore solo se ricco – privatamente.

Finisce male la Capitana Carola, che porta in tribunale Salvini: “Toglietegli i social”. Finisce cioè tra gli avvocaticchi.
Era iniziata male: è difficile strappare alla gente la generosità e l’accoglienza e farne un business, sotto il velo politico. Una privativa delle ong, di giovanotti in cerca di un soldo, con l’avventura.

Con umorismo involontario il “Sottovuoto” di Massimo Bucchi esce sul “Venerdì di Repubblica” sulle intercettazioni, in contemporanea col Metropol di Mosca e la trappola alla Lega – ma la contemporaneità non è casuale, è sempre tempo d’intercettazioni. Un “Sottovuoto” che Massimo saggio conclude. “Arrestate meno, ma arrestate tutti”..

Haftar assedia Tripoli armato da Macron, attraverso i sauditi. La cosa, che tutti sanno, non si dice. Mentre a Bengasi, il feudo di Haftar, torna il terrorismo. Davvero non c’è limite al peggio. Non in Europa, in questa  Europa.

“Buoni per incartare il pesce, pulire i vetri o raccogliere le deiezioni canine”, i giornali secondo il blog romano di 5 Stelle. Non una novità, Casaleggio deve guadagnare con la rete, e quindi giù i media. La novità è il rispetto con cui i media trattano 5 Stelle, fenomeno soltanto mediatico.

“Tempo di alluvioni, tutti gli stronzi vengono a galla”, è detto meridionale che si può applicare senza residui ai 5 Stelle. Venuti da non si sa dove. Se avevano un senso gli attacchi di Grillo, uomo di esperienza, comico, a caccia sempre di visibilità, sono ridicoli tra i 5 Stelle romani, che di cacca hanno coperto la città. Ma tanto più ridicoli sono chi dà loro credito, cioè i media – i 5 Stelle senza i media sarebbero quello che sono, le Ciccioline dei due ultimi Parlamenti.

“Di solito, le città portuali arabe avevano due porte”, attesta Richard F.Burton (“L’Oriente islamico”, 32). Che venivano “accuratamente chiuse” il venerdì alla preghiera di mezzogiorno, “perché, secondo una credenza, i cristiani insorgeranno contro i musulmani proprio nel corso delle orazioni, in una ripetizione dei Vespri siciliani”. Bisogna dirlo a Salvini – o al papa?
Certo, confondere i Vespri non suona bene: li vuole antiarabi Burton, o l’islam?

La natura (non) ritorna con Pascoli

Non si ristampa più Pascoli ed è un peccato. Perché il suo mondo, rifiutato come “decadente” e \o provinciale, invece regge. Poetico e non patetico. Specie in clima ecologico, di re-mitizzazione della natura. E perché il Professore non è ingenuo come si vorrebbe, ma linguista acuto e ricercatore accanito.
In questi poemetti, che svolge in contemporanea con quelli che confluiranno nei “Canti di Castelvecchio”, segue e rivive la vita di villaggio, e di una singola famiglia nel villaggio, quella a lui più vicina, dei fratelli Rosa “dalle bianche braccia” e dalla treccia bionda, Viola, Nando, Dore, della loro vecchia madre, e di Rigo, che arriva per gli innesti e poi sposa Rosa, nonché dei loro figli. Un mondo semplice e chiuso, come quello del vecchio Hebel, “l’amico di casa” della Foresta Nera. Senza però non nulla della “poetica del fanciullino” nella quale si vorrebbe liquidare un poeta vigoroso, che ha sempre faticato per vivere, orfano bambino, che completa gli studi a singhiozzo, quando racimola una borsa di studio, socialista agitatore, linguista di straordinaria vigoria, nonché di acume. Famoso per le medaglie d’oro che vinceva a man bassa con i poemi in latino a Amsterdam, ma per nulla accademico, e sempre pronto a rimettersi in gioco. Soprattutto poeta, applicato alla lingua. Qui, e nei “Canti di Castelvecchio”, ai gerghi della Garfaganana, dove infine era riuscito a comprare case e podere, a Castelvecchio di Barga.
Il mondo contadino ormai perento, di cui la raccolta può dirsi testimonianza: gli innesti, i raccolti, la vendemmia. E l’emigrazione, del “sacro all’Italia esule”. “Pietole”, il poemetto finale, sul contadino che lascia Pietole, per dove non sa ma ha imparato il ritornello, in inglese, in tedesco, in spagnolo, per dire “sono italiano,\ ho fame” – e sono frasi che Pascoli ha preso da un manuale, il “Vademecum dell’Emigrante Mantovano”, di Clinio Cottafavi. A volte elevato a lirismo puro – “Fa, quando s’apre, un fiore più rumore” dell’amore muto di Rigo per Rosa. Poesie sparse, che tuttavia compongono un poemetto anche familiare, di Rigo e Rosa. Nel ritmo lento della campagna. Con poche interpolazioni, quasai tutte sul tema caratteristico della migrazione: “Il naufrago”, il poemetto “Gli emigranti nella Luna”, “Pietole”. 
Un altro mondo, la Garfagnana, un’altra lingua, la stessa vita, lo stesso Pascoli. Che la trasmutazione qui ha voluto linguistica, per una più piena sua identificazione,  un’immedesimazione, col mondo da lui scelto: la campagna remota, assonnata, sul Serchio. Un liomnguaggio che gli è stato rimproverato come artefatto. Ma il toscano doc suona bozzettistico, un italiano artefatto.   
Un Pascoli nel solco del Manzoni democratico, che del remoto borgo nella remota Garfagnana fa il Paradiso Ritrovato. Una raccolta anche di scuola, di recupero linguistico – la dedica è “Ai miei scolari\ di Matera Massa Livorno Messina Pisa Bologna”. Un aspetto di Pascoli trascurato, che si è confrontato con almeno quattro mondi linguisticamente diversi, radicalmente: la Romagna natia e poi Bologna, Matera e Messina, una Toscana che è tre Toscane, finitime ma irriducibili,Massa, Livorno e Pisa, e poi la Lucchesia, e in Lucchesia la Garfagnana d’elezione. Di un poeta che è personaggio egli stesso, e uno complesso, nell’adolescenza, in gioventù, nella famiglia, negli studi, erratici per la povertà sopravvenuta, nel magistero. Per una biografia di vita e intellettuale atipica, e perciò banalizzata (semplificata, evitata) – all’opposto di quella che si è voluto invece sulfurea, anormale, da poeta maledetto, del suo epigono Pasolini, una sorta di figlio o erede, che ne rivive tutti i tratti. Nelle note che ha volute aggiungere alla raccolta, molto fa il caso dell’emigrazione. Legandosi con sperticati elogi a Pasquale Villari, l’economista che già nel 1862, all’indomani dell’unità, ne aveva denunciato gli effetti deleteri per il Sud, autore nel 1909 di una serie di “Scritti sull’emigrazione”.    
L’ultima edizione di questi “Poemetti”, negli Oscar nel 1968 – il 1968 era un anno in cui si potevano vendere come tascabili di successo poemi e poemetti – a cura di Anna Maria Moroni mette in rilievo l’operazione linguistica. Di Pascoli sperimentatore di un nuovo strumento espressivo, il dialetto – nella fattispecie il vernacolo di Castelvecchio. Un’operazione evidente alla lettura. Che però non si ripropone.
Il pregiudizio è robusto. Anche nell’edizione di cinquant’anni fa Pascoli era indigesto. Perfino alla critica più congeniale, di cui l’Oscar offre un florilegio. Di Emilio Cecchi toscano. Del Renato Serra che sapeva di Europa. Di Gianfranco Contini appassionato filologo e anzi glottologo, che così lo liquidava: “Si tratta di scendere a un livello subumano ed estraneo alla storia…” - che non dice quello che dice: Contini non può credere subumano un contadino, e un eventuale subumano estraneo alla storia (con la S?); ma sì che Contini non amava Pascoli, pur stravedendo per Pasolini, di Pascoli evidente epigono. 

Giovanni Pascoli, Nuovi poemetti


mercoledì 17 luglio 2019

La mafia di Montalbano, un problema secondario


Il primo Montalbano, “La forma dell’acqua”, pubblicato nel 1994.scritto probabilmente nel 1992, o prima, era contemporaneo delle stragi di Mafia, che insanguinavano da vent’anni Palermo, e la Sicilia. Esrese nel 1993 a Firemze, Milano e Roma. In un’assurda escalation, a nessun fine. Assurdamente impunite, come se Riina, personaggio di nessuna qualità a parte la crudeltà, fosse Napoleone. Un quadro raffigurando, col contributo compiaciuto della pubblicistica, isolana e nazionale, d’invincibilità della mafia, con il Terzo Livello, il complotto politico-mafioso, l’irredimibilità della Sicilia e aree limitrofe.
Il grande merito di Camilleri-Montalbano per chi vive al Sud, e la prima ragione del suo successo, è di aver rimesso la mafia al suo posto. È l’unico scrittore ad averlo fatto percepire, come lo percepiscono le popolazioni che ne subiscono la delittuosità. Con una distinzione netta fra “noi” e “loro”, nel linguaggio, nella considerazione, nella considerazione e proiezione sociale.
Per Momtalbano come per ogni meridionale le mafie non sono un problema e non si legano alla società. Sono scarti, un mondo a parte, che si rigenera trucidandosi. Usate, questo sì, da certa politica. Anch’essa però connotata e infetta, isolata nel vivere comune.

Secondi pensieri - 390

zeulig


Anti-Freud – La fronda più radicale è psicoanalitica, cioè fondamentalmente freudiana, che storicizza Freud, nella “famiglia borghese”. Si può cominciare da Lacan,1938, “I complessi familiari”, che la psicoanalisi di Freud dice nata “dal declino della funzione paterna nella società occidentale”.  La stessa notazione sarà di Horkheimer quattro anni dopo, che scrive a Leo Lowenthal: “È giustamente la decadenza della vita familiare borghese che permise alla sua teoria (di Freud, n.d.r.) di pervenire al nuovo stadio che appare in “Al di là del principio di piacere” e negli scritti che seguono”. Concetto che Deleuze ha ripreso con Guattari in “L’Anti-Edipo”:  “Il primo torto della psicoanalisi è di fare come se le cose cominciassero col bambino”.
“L’Anti-Edipo” non attacca la psicoanalisi ma “l’edipianismo freudiano”. Che appare tardi in Freud, per poi assorbirlo totalmente.

Immagini – Il divieto è legato alla necessità di contrastare l’adorazione degli idoli, nell’islam come nell’ebraismo. Così anche nel cristianesimo ortodosso greco, residuo dell’iconoclastia: le statue non sono ammesse in chiesa, solo le icone. Ma a Istanbul, dopo la conquista, tutti i sultani si sono fatti immortalare. Per il, “Corano”, nel Giorno del Giudizio gli autori di immagini avranno l’ordine di animarle.  

Inferno – È caldo perché è nato nel deserto – dalla Gehenna, la gola rovente nel deserto a est di Gerusalemme. A lungo si pensò a un inferno freddo, ghiacciato, per i popoli del Nord, che altrimenti, nel caso di un inferno caldo, non avrebbero avuto la paura che l’inferno deve incutere. Nell’evangelizzazione dell’Islanda, l’inferno fu presentato come luogo ghiacciato – ma presto da Roma giunse il divieto di questo adattamento – l’evangelizzazione dell’Islanda fu accelerata dall’eruzione del vulcano Eldgja, che tra la primavera del 939 e l’autunno del 941 coprì l’isola di uno strato di almeno venti centimetri di lava, un evento che viene ricordato anche dai cantastorie del tempo come un castigo di Dio.

Indizio – Non è “prova” di razionalità , non alla maniera di Prosperi e Ginzburg. In alcune legislazioni non è ammesso. La giustizia mussulmana lo ritiene – riteneva? - fonte di abusi, scontando l’inventività del soggetto – privilegiando la confessione, anche con bastonatura.

Interdizioni – Quelle religiose sono opera più delle chiese che dei testi sacri di riferimento. Il “Corano” non proibisce l’alcol. Né le immagini. Mentre proibisce il canto.

Paternità – Una funzione che si mette in dubbio, come creatività e anche fisicamente, a partire dalla “morte di dio”. Ridotta a “finzione legale” da Joyce (“Ulisse”), e quindi Lacan. La funzione parentale, genitoriale, più che quella paterna propriamente detta o maschile, cui si va associando anche la maternità - l’utero in affitto o maternità surrogata è solo un inizio.
Cinquant’anni fa se ne dibatteva la funzione anche nell’arte, specie in letteratura - la paternità-creatività. Allora in funzione rivoluzionaria (egualitaria). Ma oggi, in pino riflusso, di commercializzazione spinta della vita associata e della stessa psicologia, riflessione compresa? Oggi la negazione risponde all’uguaglianza del materialismo. All’indifferenza, alla funzione parentale come ai generi, e a ogni qualità distintiva.

Peccato – È nozione molto relativa. Ed è infernale solo per i cristiani - se non solo per i cristiani cattolici. Altrove redimibile. Non c’è molto inferno per i mussulmani, o i buddisti.
È nozione anche storica, relativa nel tempo – si veda l’evoluzione radicale e improvvisa di secoli di sessuofobia cattolica, del peccato a carattere o di natura sessuale.

Religione – Si sostanzia di totem. Il sacerdozio per primo, in tutte le sue forme, anche in quelle non sacramentali o puramente magisteriali. Che non è, non dovrebbe essere, una condizione sciamanica o magica – eccezionale. Ma lo è, perfino nella chiesa cristiana, che è nata e si è sviluppata democratica, eletta dal basso e non “eletta”, privilegiata.
I sacramenti ne codificano questa aspirazione. Creando “entità” autonome. Una forma di relativizzazione del sacro che si vuole assoluta – assolutizzante.  

Riso – È delle lingue vocaliche? È la tesi di Richard F. Burton (“L’Oriente islamico”, 135): “Secondo me, la risata di cuore ha il suono delle vocali a e o. Le altre vocali si addicono alle risate più leggere”. Le lingue consonantiche non ridono: “Gli arabi raramente mostrano i denti in una risata”.

Suicidio – la testimonianza di un suicida, una lettura, una memoria, funziona come un vaccino? Canetti, che tutta la vita inseguì il progetto di negare la morte, nella miriade di appunti raccolti come “Il libro contro la morte”, lo dice di Cesare Pavese, di cui ha appena ultimato la lettura de “Il mestiere di vivere”, il diario. “Nessuno vorrebbe suicidarsi perché lui l’ha fatto”, il diario non preparando la fine, non parlandone. “E tuttavia, quando ho voluto morire l’altra notte, nela mia umiliazione estrema, è il suo diario che ho aperto, e lui è morto per me. È difficile crederlo: con la sua morte, il sono nato oggi un’altra volta. Questo processo misterioso si farebbe decrittare: ma io non voglio farlo. Non voglio occuparne. Voglio passarlo sotto silenzio”.


zeulig@antiit.eu

La rivincita dei bambini


Una trama complicata (poco risolta) in quest’ultima opera narrativa del Nobel 1993, in difesa dei bambini, coartati dagli orchi ma anche dai genitori. Con una partenza però fulminante, di quadri e tempi. Si viene introdotti con una sinfonia di motivi magistrale, tutta sull’andante con moto: il nero-bianco che rifiuta il nero-nero (la madre rifiuta la figlia, le rifiuta anche solo un contatto a pelle); il Grande Amore che finisce così, “non sei il mio tipo”; la moda (la bellezza) del Nero-Nero; la maestra condannata per sevizie che non ha commesso.
“God help the child” è il titolo giusto, l’originale – le parole che chiudono il libro: “I bambini, che Dio li aiuti!” Meglio ancora il titolo che Morrison avrebbe voluto, “The wrath of the children”, furore e infanzia.
In alcune storie, come quella della maestra, Morrison rasenta il “j’accuse”, l’indignazione: la bambina nera-nera fa condannare la maestra per avere una carezza dalla madre nera-bianca benpensante. Di repertorio gli orchi, uno perfino assassino seriale.
La storia – una c’è, di un amore negato e infine, tra le morti, recuperato - un po’ si disperde, malgrado il brio della traduzione, di Silvia Fornasiero. Ma l’impressione resta forte delle violenze sui bambini. Anche per essere tutte storie di donne – i violentatori sono poco curati.
Toni Morrison, Prima i bambini,  Pickwick, pp. 218 € 9.90

martedì 16 luglio 2019

Il calcio scommesse


Che ne sarebbe di una società che ha più debiti che fatturato? Che sarebbe dichiarata fallita. A meno di una robusta ricapitalizzazione.
Sarà il caso della Juventus, se non va alla finale di Champions League 2019-2020. Un club che per di più è quotato in Borsa. Quindi soggetto ai controlli Consob, oltre che Uefa – il cui fair play si limita a un rapporto debito-fatturato uguale a 1.
Non è un caso isolato. Il club torinese si muove all’unisono con gli altri club europei titolati, che da un paio d’anni spendono cifre enormi nelle campagne acquisti, e negli ingaggi stellari. Ma con alcune differenze. I club inglesi e il Paris Saint Germain spendono i soldi degli “sceicchi”, cioè di soggetti che possono usare liberamente le risorse dei loro Stati - Stati “patrimoniali”, cioè familiari. Mentre i due club spagnoli titolati e spendaccioni sono stau dotati dalle municipalità di Madrid e Barcellona di una solido patrimonio immobiliare, dagli stessi club consolidato negli anni, attorno ai grandi stadi di proprietà,  e possono contare su una plaeta di finanziatori ancora vecchio stile, mecenatesco. Mentre per la Juventus è dubbio che il socio di riferimento, la Exor di John Elkann, rimetterà mano al portafogli, come ha già fatto tre anni fa.
Il club torinese chiude il bilancio 2018-2019  con un fatturato di 409 milioni. Con un costo del personale di ben 319 milioni, fra i primi tre più prodigali club europei. E un debito che a fine 2018 era di 309 milioni, e a fine 2019 sarà di almeno altrettanto che il fatturato. Per gli acquisti già effettuati - il solo De Ligt per 70 milioni, più 10 al procuratore del calciatore, Raiola - e quelli in coda, Icardi o Chiesa, e Pogba. Acquisti che potrebbero portare il monte ingaggi, i costi del solo personale, a superare il fatturato. E  quindi a nuovo debito. Una scommessa, puntando alla finale di Champions, che garantirà entrate Uefa per 100 milioni - mentre fermandosi ai quarti, come nella passata stagione, i premi Uefa si riducono a 35 milioni.
Nel 2018-2019 i premi Uefa distribuiti nelle varie fasi della Champions sono ammontati in totale a due miliardi. Nella prossima stagione potrebbero aumentare del 50 per cento, a tre miliardi. Ma bisognerà vincerli. I 100 milioni complessivi di Champions per chi arriva alla finale tengono già conto di questo ipotetico aumento – nella stagione conclusa si sono fermati a 70 milioni.

La cura del dolore


“Così come il filosofo impara a a essere-per-la-morte, tutti noi dovremmo imparare a essere-per-il-dolore, ad alfabetizzarci rispetto a esso”. Il dolore fisico ha rimedi, quello morale no, quello che si presenta di volta in volta come nostalgia, melanconia, rimpianto, rimorso, angoscia”, per cui “una complessa filosofia “ si è sviluppata fin dall’antichità sul tema”.
Eco ne ripercorre le tracce, da Eschilo a Höderlin, Hegel, Schopenhauer e  Nietzsche. Passando per la redenzione attraverso il dolore, nella Passione e il cristianesimo dei martiri. E il “rovesciamento” in epoca romantica, per cui il detto dell’“Ecclesiaste”, “qui auget scientiam, auget et dolorem”, si trasforma in “qui auget dolorem, auget et scientiam, chi aumenta il proprio dolore aumenta anche la conoscenza” – “Con Fichte, Hölderlin, Hegel e Schelling nasce l’incontro tra la filosofia e il tragico, tra la conoscenza serena e il dolore tormentato”. Senza più illusioni.
È il testo di una lectio magistralis del 2014, alla cerimonia per la consegna dei diplomi annuali dell’ Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa, quella della “buona morte”, o “cura del dolore”, a Bologna. Un testo sereno – Eco rinuncia per una volta all’arguzia. Con un rilievo pratico, nella forma del consenso informato: “La conoscenza, vorrei dire la cultura, alza la soglia della sofferenza” - protegge, in qualche maniera: “Sapendo cosa stiamo subendo, vi sappiamo resistere meglio”.   
Umberto Eco, Riflessioni sul dolore, Asmepa, pp. 48 € 5

lunedì 15 luglio 2019

Letture - 389

letterautore

Animalismo – L’Europa lo praticava senza saperlo. Richard Francis Burton afferma, in una delle note alle “Mille e una notte” che traduceva, che “anche nell’Europa medievale si credeva che la vigilia di Natale il bestiame adorasse Dio”. Portandosene testimone nel secondo Ottocento: “In Francia e in Italia ho incontrato contadini che credevano fermamente che in quella notte tutto il mondo animale parlasse e facesse predizioni per l’anno successivo”- “L’Oriente islamico”, 34.

Burns Singer – Il poeta scozzese, nato a New York come James Hyman Singer, cittadino americano di ascendenza polacco-ebraico-irlandese, si racconta così a Elias Canetti – “Il Libro contro la morte” 139-40: “Burns Singer, il giovane poeta che era da me l’altro giorno, mi dice che ha tentato di suicidarsi una prima volta a nove anni. Dopo una lite tra i genitori, suo fratello di sette anni e lui stesso hanno deciso di strangolarsi reciprocamente. Ognuno ha messo le mani attorno al collo dell’altro e hanno stretto e stretto, ma non ha funzionato. Molto più tardi, da studente, essendo arrivato a casa dopo una seduta di dissezione di seppie, aveva trovato la madre impiccata in cucina.  Aveva allora ventidue anni, si era sentito colpevole  e, di nuovo, aveva voluto morire. La madre era minuscola – “quattro piedi, otto pollici”. Il padre, uno spilungone dotato di un naso enorme, era spesso ubriaco , e la madre aveva vissuto con lui un inferno di venti anni.  Quando il padre era molto ubriaco, forzava i figli a inginocchiarsi e a pregare lo “Sh’ma Israel”: “Era la sola parola ebraica, la sola preghiera conosciuta da B.S., e gli era stata insegnata dalla sua carogna di padre.  Nato in una famiglia ortodossa, il padre di era sposato tre volte, ma nessuna delle sue mogli successive era ebrea. È per questo motivo che forzava i suoi figli a pregare quando era ubriaco”.

Casanova - “Il est fier parce qu’il est rien”: il ritratto che di Casanova fa il principe di Ligne nei “Mémoires et mélanges” ha dell’autentico. Il principe se ne professa amico, e nelle memorie fa una lunghissima sintesi della “Storia della mia vita” casanoviana, allora inedita, e a suo giudizio di ardua pubblicazione, ma con l’intento di invogliarne l’edizione.
“Casanova era uomo molto intelligente, di tempera mento e di cultura”, è l’incipit del ritratto. La seconda frase è: “Nelle sue ‘Memorie’ confessa di essere un avventuriero, figlio di padre ignoto e di una cattiva attrice veneziana”. Il padre ignoto presumendosi non il marito della madre ma il patrizio veneziano Michele Grimani. Nel ritratto che lo stesso Ligne fa di Francesco Casanova detto Cecco, il fratello minore di Giacomo, pittore, lo dice nato due anni dopo Giacomo a Londra dalla stessa madre e dal principe di Galles, nientemeno. La madre, Giovanna Maria Farussi, detta Zanetta, era attrice, sposata con l’attore Gaetano Giuseppe Giacomo. Non altrimenti famosa per dotti di bellezza o attrattiva. Per inventarsi nobili, i fratelli avevano bisogno di una madre volubile e facile, ma anche una che sapeva fare figli col meglio d’Europa.

La sintesi di Ligne ha anche il pregio di aprire la possibilità che le memoria casanoviane siano inventate, cioè romanzate, da uno che soprattutto voleva essere scrittore. Scrittore di avventure, compreso il futuro genere fantascientifico (“Icosameron”), che un secolo dopo con Verne diventerà il più popolare. Uno che si professava avventuriero per raccontare meglio, con più credibilità, le avventure che voleva raccontare. Che scriveva da ultimo in francese nella speranza  di favorire il successo - ma indeciso: l’“Icosameron”, il romanzo fantascientico, scrisse per due terzi in francese, salvo riscriverlo e completarlo in italiano. Dopo una vita di scritture, a Venezia e dappertutto in Italia, da Nord a Sud, fino a Napoli e perfino in Calabria, senza successo.  

Nella sua sintesi della “Storia” Ligne dà anche, come racconto che Casanova gli avrebbe fatto, un “estratto dei miei capitoli, tradotti dall’italiano”. Come se la “Storia della mia vita” l’avesse scritta in un primo momento in italiano. 

Femminista – “Ho scoperto Belen, ora collaboro con la Nappi”, spiega Mario Salieri, nome d’arte di un regista porno che ora s’illustra, senza smettere il porno, portando in scena un Eduardo minore, “I morti non fanno paura”: “Sono un femminista”. Un ritorno della parola all’origine. Tradotto all’epoca “femministo”, il primo “femminista” registrato dal Petit Robert francese è di Alexandre Dumas jr., quello della “Signora delle camelie”.

Musil – la sua forza è la “negazione” secondo Canetti, “Il libro contro la morte, 1969: “Sfida  pressappoco tutto quanto è del suo tempo e si attiene a questa sfida. L’energia della negazione è il fermento del suo libro. Inventa, per attaccarli con rigore e totalmente personaggi che non esistono che sul piano concettuale. Il combattimento, tutto di fino, è condotto in generale , se non semrpe, in modo assolutamente cavalleresco”. Ma “Musil non ha niente deludo Chisciotte” – “Poiché non ha avversario che prende veramente sul serio, per la buona ragione che gli è sempre superiore, anche a lungo termine, si risolve, per finire, ad assaporare la sua evidente superiorità”. Un segno di piccolezza: “poiché la figura di don Chisciotte è la più grande che abbia prodotto lo spirito europeo, Musil appare sempre macchiato, contaminato, in fin dei conti, da un sospetto di vanità, quindi di piccolezza. Il più intelligente, incontestabilmente, è comunque ancora è sempre lui”. E la ragione è che, “al contrario di Cervantes, non è stato, lui, uno schiavo prigioniero di guerra, e nella guerra non ha perduto un braccio. D’altro canto, ha avuto l’agio di misurarsi con gli spiriti apparentemente più profondi del suo tempo. Il fatto di aver potuto surclassarli è stato insieme la sua fortuna e la sua sfortuna”. Si è decretato da sé il suo trionfo, si direbbe – “la parola «genio» sorge nel suo libro come un fantasma onnipresente”. 

Pavese - La tarda lettura del diario, “Il mestiere di vivere”, nel 1960, impressionò molto Canetti, che ne parla in “Il libro contro la morte”, 133-134, e dice di esserne stato “resuscitato”:
“Tutte le cose che mi preoccupano cristallizzate in un’altra maniera. Che felicità! Che liberazione!
“La sua morte preparata: ma senza abusare di niente, senza il minimo sentimento di patrocinio per essa. Avviene come se fosse tutto naturale – ma nessuna morte è naturale. Tratta la morte in privato. Cesare Pavese ne prende conoscenza; ma essa non diventa esemplare. Nessuno vorrebbe suicidarsi perché lui l’ha fatto.
“E tuttavia, quando ho voluto morire l’altra notte, nella mia umiliazione estrema, è il suo diario che ho aperto, e lui è morto per me. È difficile crederlo: con la sua morte, io sono nato oggi un’altra volta. Questo processo misterioso si farebbe decrittare: ma io non voglio farlo. Non voglio occuparmene. Voglio passarlo sotto silenzio”.

Writers – Vengono da lontano: i monumenti greci e romani, e quelli dell’antico Egitto sono variamente scarabocchiati. Con iscrizioni anche utili agli epigrafisti, alcune di quelle di Abu Simbel e di Istanbul. Era pratica greca e romana: i monumenti dell’antico Egitto, comprese le zampe della Sfinge, hanno iscrizioni in greco e latino.

letterautore@antiit.eu


L’arte senz’arte contemporanea


Una piccola grande mostra di arte contemporanea, con una punta acuta di malinconia.
L’architetto Riani sistema in uno spazio minimo ben trenta capolavori: la collezione del Premio Carnevalotto, viareggino, legato al Carnevale. Da trent’anni, dal 1987, la fondazione Carnevale di Viareggio e lo Studio Sandino selezionano e comprano ogni anno un’opera d’autore. Un’opera “ispirata al mondo del Carnevale”, ma non necessariamente, non si vede – un’opera ricordo. Tutti i nomi che hanno fatto e fanno l’arte contemporanea in Italia vi sono così rappresentati: Mitoraj, Paladino, i Pomodoro, Cascella, Matta, Fioroni, et al.
La malinconia viene dall’inconsistenza di tanta eccellenza. Il secondo Novecento non regge alla prova museo. Nulla da conservare, né forme né colori, forse nemmeno come reperto. Ogni opera volendosi una poetica, che però è inutile decifrare.  
Paolo Riani ( cura di), Oblò, foyer del Gran Teatro all’Aperto Giacomo Puccini

domenica 14 luglio 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (397)

Giuseppe Leuzzi

Fiammetta Borsellino racconta su “7”  che ha voluto incontrate i fratelli Graviano, gli assassini di suo padre, in carcere. Senza riscontrare particolare interesse, o emozione in loro. Solo ricorda che Giuseppe si vantò di avere auto un figlio mentre era al “carcere duro” .

“Nel paese siciliano di Ribera un cane di taglia media, che nessuno conosce e di cui nessuno sa da dove viene, assiste a tutte le sepolture. Quando si avviano i preparativi, in qualche parte del paese, per una cerimonia funebre, il cane, un incrocio bruno chiaro di parecchie razze, arriva e aspetta che la bara sia portata fuori dalla casa. Segue poi il carro funebre fino alla chiesa, presta l’orecchio quando la banda paesana suona le marce funebri, e accompagna infine il corteo fino alla tomba. Alla fine della cerimonia scompare, e non lo si rivede a Ribera fino alla sepoltura successiva” – Elias Canetti, “Il libro contro la morte”, 1981.

Si festeggia l’Olimpiade invernale a Milano-Cortina come se fosse un successo dei siparietti di Goggia, Fontana e le altre ragazze dello sci in tacco dodici, e non del “paziente”, “generoso” pressing  sulle delegazioni nazionali, sudamericane, africane, asiatiche. Bisogna saper comprare, oltre che vendersi.
Un po’ d’ipocrisia, anche, non fa male – l’ipocrisia non va disgiunta dagli affari, come dal giustizialismo. 

Chi ha visto le Universiadi a Napoli? Nessuno. Crozza direbbe che tanto silenzio è una congiura contro De Luca, il presidente della Campania, che si danna l’anima perché Napoli è il sedicesimo sito turistico per numero di visite in Italia. In effetti, è da ridere.

O nostos, il ritorno, è tema ricorrente in questa stagione di romanzi di autori meridionali. Quello prevalente tra i partecipanti al dibattito sul Sud nell’ultima narrativa che Alessia Rastelli anima su “La Lettura”. Rosa Ventrella, da Cremona, torna a Copertino (Lecce) per “La malalegna”. Nadia Terranova, “Addio fantasmi”, torna a Messina. Claudia Durastanti, “La straniera”, in Basilicata.
Mariolina Venezia, che da Matera ha preso casa a Roma e a Istanbul, non ha “ritorni” in uscita, ma dice: “Io mi sento più vicina a Atene o alla Turchia che non a Milano”. Non per caso, spiega: “L’elemento arcaico ritorna nei romanzi meridionali perché è realmente radicato nelle nostre terre e si è conservato fino a noi. Questo è un fatto: noi siamo stati la Magna Grecia”. 

La mafia dell’antimafia
“Il cinema italiano oggi?”, Giuseppina Manin chiede a Liliana Cavani sul “Corriere della sera”. Cavani, donna e regista di molta esperienza, 86 anni, risponde: “Mah, mi pare che si occupi solo di mafia. Film, serie tv traboccanti di malavitosi, violenti, volgari… Dicono che è denuncia. A me sembrano solo pessimi modelli”.
È un genere commerciale che tira. Ma anche, come ogni genere commerciale che tira, un “prodotto” confezionato ad arte. Questo si confeziona nel nome dell’antimafia. Mentre ne è una celebrazione, della mafia. Dal Buscetta di Enzo Biagi, e oggi di Bellocchio, al “Padrino” di Puzo, Coppola e Marlon Brando. Cavani non ha torto quando conclude: “Sono così contraria a questo genere di film che, pur amandolo moltissimo come attore, non ho perdonato a Brando di aver offerto il suo talento al Padrino”.
Che sarebbe un film sul terrorismo che magnificasse i terroristi, o sull’Olocausto che magnificasse gli aguzzini?

La mafia (non) è invincibile
Sembra irreale il ricordo delle stragi di mafia, della mafia palermitana, nei quindici anni fino al 1993, ai Georgofili di Firenze a via Palestro a Milano. Di personaggi di grande rilievo nella vita politica e nell’apparato repressivo, oltre che di bande rivali: il capitano Basile, il procuratore capo Costa, il giudice Chinnici, il generale dalla Chiesa, i commissari Montana e Cassarà, Cesare Terranova, Pio La Torre, Mattarella, Lima, e poi Falcone, Borsellino, le stragi in “continente”. Senza che ci forse una reazione in qualche modo adeguata. Da qui la mafia invincibile: nacque in quegli anni il mito delle mafie, invasive e imbattibili, in tv, nei media, nella pubblicistica, che tuttora dura.
Si girava in quegli anni in tutta libertà, in solitario, a volontà, la Sicilia, terra de sempre privilegiata dal turismo, di mare, di natura, di archeologia, d’arte, che ora è impraticabile se non con prenotazioni di anno in anno. Non mancava mai posto, alberghi vuoti, ristoranti pure, quando non chiudevano, con la cucina limitata agli spaghetti bolognese e alla cotoletta milanese.
La verità del crimine è che va combattuto, non magnificato. Le stragi erano opera di Riina, un personaggio che più mediocre e anche stupido non si può pensare, a parte la crudeltà. Tanti morti, e l’isola in ostaggio, di Riina.

Sudismi\sadismi
Martedì 2 il Tg 1 e gli altri a ruota mostrano un grave scandalo nel business  dell’accoglienza. Monopolizzato dalla ‘ndrangheta. In una Lombardia che la Rai dice sotto la ferula della ‘ndrangheta. Sula base di un’inchiesta della giudice Boccassini. Il giorno dopo “Corriere della sera” e “la Repubblica” hanno anch’essi grossi titoli e molto spazio sulla Lombardia assoggettata dalla ‘ndrangheta”.  Che però non c’entra, i sette milioni sono stati fregati da altri soggetti.
La vera storia il “Corriere della sera” la confina, giovedì 4, alle pagine locali, milanesi.

Calabria
Giovedì 11 la tecnica e tattica del terzo settore – l’appalto dei servizi pubblici a organizzazioni private – nel campo dell’accoglienza agli immigrati viene spiegata con semplicità da un imprenditore al figlio nelle intercettazioni disposte dagli inquirenti: “Incassi 1.500, spendi 300, e ti tieni il resto”. Siccome l’imprenditore è calabrese, Milano lo liquida come ‘ndranghetista, e la cosa finisce lì. Mentre l’affare è di una ong torinese. Che non è specialmente colpevole, tutto il “terzo settore” è malato, la stella del sottogoverno - i guadagni sono spropositati. Ma questo non interessa: la ‘ndrangheta come cache-sex.

Un terzo dei ragazzi di terza media, uno su tre. è semianalfabeta – sa leggere ma non capisce. In Calabria il 50 per cento, uno su due.

Si dice che abbia il record del “deficit sanitario”. In realtà è seconda, dietro la Campania – 440 milioni di saldo debitorio, fra pazienti in fuga e avventurati di altre regioni che si fanno curare in Campania: il deficit calabrese è di 274 milioni. Ma, curioso, il Lazio, che è la regione dove i calabresi si fanno curare, spende fuori poco meno: 225 miliardi – il  saldo tra le spese fuori regione, 555 milioni, e le entrate per i pazienti provenienti dalle altre regioni (Calabria), 330. I calabresi fidano di una sanità che non si fida di se stessa?
In realtà, il saldo negativo del Lazio è col Vaticano (“Bambino Gesù”) e i Cavalieri di Malta, tutta roba “romana” di fatto. Anzi, dedotti i due enti, il saldo è positivo, per 5 milioni.

Si arrestano alcune dozzine di ‘ndranghetisti, tra Colombia, Olanda e Italia, che trafficavano cocaina dal Sud America. Gli arresti si fanno col sequestro di vari quintali di cocaina, sbarcata o da sbarcare a Rotterdam e Anversa. Scali nei quali evidentemente gli ‘ndranghetisti garantiscono sbarchi sicuri. Ma la tentazione è inevitabile nei giornali calabresi di citare tra gli scali Gioia Tauro, benché “scalo no seguro”, dicono gli intercettati, cioè controllato dai finanzieri.

Una banda di calabresi, o più bande, al controllo dei grandi porti di Rotterdam e Anversa,  bella storia sarebbe. Ma non interessa. Se non c’è Gioia Tauro di mezzo non attizza, né la “Gazzetta del Sud” né il “Quotidiano di Calabria”.
Non si capisce perché il Sud, e al Sud la Calabria peggio di tutti, vada indietro invece che avanti, ma la ragione non sarà questo autolesionismo?


Volendo, si può fare giornalismo di scoperta e di forte coloritura anche in Calabria, perché no? Che sicuramente si farebbe leggere. Per esempio la Ntt Data all’università di Cosenza. Uno dei tre centri di eccellenza, con Palo Alto in California e Tokyo, del ramo elaborazione dati della Tim giapponese, l’ex monopolista dei telefoni. Un settore che cresce ogni anno a doppia cifra, roba da 19 miliardi di dollari per la sola Ntt Data, dalla cybersicurezza al credito, e assume giovani, per la metà donne. Ma ai giornali locali non interessa, se ne legge nei giornali angloamericani.

Scullino, Ioculano, l’uno a destra l’altro a sinistra, sindaci di Ventimiglia, sono nomi familiari dell’infanzia e la prima giovinezza, quando le famiglie emigrarono a Arma di Taggia a coltivare i garofani. Alla terza generazione sono già sindaci della Riviera dei fiori – ma Gaetano Scullino potrebbe essere della seconda, tanto è tosto: dimesso dal prefetto per ‘ndrangheta, come ogni calabrese che tiri la testa fuori dal collo, ha aspettato l’assoluzione e si è fatto rieleggere.

Di qualcuno di loro si poteva scrivere agli albori di questa rubrica:
Moio, Scullino, Arma di Taggia, Ventimiglia, il giornale riporta nomi familiari, di successo lusinghiero in politica, vice sindaco, sindaco, e tuttavia finiti nella cronaca nera. Nomi poco frequenti, i patronimici, che s’immaginano figli o nipoti degli stessi con cui si facevano nell’infanzia le scorrerie per agrumeti, valloni, fiumare, o per nidi di passeri sulle selle alte degli ulivi - e infatti Rohlfs ne attesta i nomi a Castellace e Sitizano, circoscritti. Di famiglie mitissime, emigrate anche per questo, per odiare la prepotenza.
“Il reato è il “voto di scambio”: aver cercato voti presso i calabresi emigrati. L’origine li condanna ancora alla terza generazione?”

Non ha requie la giudice Boccassini, la procuratrice antimafia di Milano, dove vede un calabrese: subito partono avvisi e arresti per ‘ndrangheta. Decine, centinaia. Per “voto di scambio”, il pacchetto dei voti familiari, non esercitandosi in Lombardia “pizzi”, “protezioni” o altre vessazioni. Qualche volta le è a andata bene, ha pescato giusto nel mucchio. Ma questa è tutta la sua antimafia. Niente droga a Milano, che ne è la capitale. Niente riciclaggi, di cui Milano è il centro. Niente combines negli appalti – a meno, certo, che uno dei sub-sub-appaltatori sia calabrese.

Emigrato a Parigi a sessant’anni, su consiglio del papa Urbano VIII per evitare l’estradizione a Napoli, Campanella vi progettò, tra le tante sue iniziative, un collegio di missionari calabresi. Era ascoltato dal cardinale Richelieu su molte questioni politiche, e dal re Luigi XIII. La Calabria aveva già ottima reputazione a corte, per l’opera del taumaturgo Francesco da Paola.

Campanella era temuto a Napoli, dove aveva già vissuto ventisette anni in dura prigionia, per un sospetto di rivolta antispagnola in Calabria, di un ennesimo complotto. La vicenda è così narrata da Firpo, “I processi di Campanella”: il filosofo era perseguito per “sospettata connivenza con la congiura di fra Tommaso Pignatelli”. Un giovane domenicano calabrese, allievo di Campanella, che aveva ideato “un puerile tentativo” di sopprimere il viceré di Napoli, per poi chiamare il popolo alla rivolta e alla liberazione. Scoperto, era stato garotato (strozzato) in carcere.

“Nel marzo 1597 un bandito calabrese, nel salire il patibolo in Napoli, per differire l’esecuzione rilascia a carico di Campanella dichiarazioni compromettenti in materia di fede”, Luigi Firpo,”I processi di Campanella”, p. 7. Il filosofo viene imprigionato, per nove mesi, e poi assolto ma con l’obbligo di risiedere in Calabria, cioè isolato.

leuzzi@antiit.eu