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sabato 5 gennaio 2008

L'onore dello Stato

Scendiamo in ascensore – scendere in ascensore, ridicolo - con l’abbé Pierre, che ora è morto (ma non era già morto?). Di cui so tutto. È anche come l’ho sempre immaginato, un tempo, negli anni 1950, l’abate occupava le cronache in quanto partigiano e prete operaio, o comunque ribelle: piccolo, nero con la tonaca, irascibile. Lui non sa nulla di me, neppure il nome – ma, con l’eccezione degli americani, il nome non dice nulla a nessuno.
Era il 1982 o 1983, quando il giornale era su questa piazza. Ma anche ora che dell’abate si annuncia la morte, scendendo dal 75 per andare alla Biblioteca Nazionale, l’odore è persistente. L’odore della santità. Per quanto, la santità non si saprebbe dire, non di quell’uomo. Se non forse nello sguardo, chiaro e velato insieme, di chi sa di vederci benissimo ma gli altri non vede. Che però è comune, anche il Direttore guarda e non vede allo stesso modo.
Sono la sua compagnia obbligata perché conosco il francese. Il Direttore non ha voluto vederlo. L’abate è proprio il tipo che al Direttore non dice nulla: non ha fisico, non ha potere, non ha denaro, e poi è un prete. Un vergine, quindi rinsecchito e senza garbo. Così è. A me sembra invece di conoscerlo da sempre, forse per aver fatto le scuole dai preti. Anche lui mi parla come se riprendessimo una conversazione.
È incazzato nero. Proprio così, non lesina le parole dure, perfino oscene. Una sua nipote è comparsa in alcune cronache come terrorista. Anzi peggio, come basista a Parigi di un gruppo di doppiogiochisti per conto dei servizi segreti francesi. Se non, si dice, si spera, si afferma, americani, dell’intollerabile Cia – i servizi francesi invece sono, chissà perché, simpatici e anzi quasi una bandiera.
Anch’io ho in orrore le cronache disinvolte. Quando si tratta di servizi segreti bisognerebbe sempre avvisare che le notizie vengono inevitabilmente da altri servizi segreti. In più so che il ludibrio è accresciuto dalla parentela: la nipote diventa colpevole già per il fatto di avere uno zio prete. E so che questo pregiudizio è dei mentecattocomunisti. A me, che sono laico, ripugna. Povero abate, dunque, vittima del suo stesso masochismo spirituale.
Ma l’ascensore ha solo due piani da fare, lo prendiamo perché a ogni pianerottolo il giornale è pieno di guardioni antiterrorismo. Siamo subito all’ingresso e non so che fare per calmarlo. Dove lasciarlo, con che congedo? Se il Direttore non ha voluto sentirlo, sarà difficile che gli pubblichi quello che vuole dire. Penso di proporgli un tassì, ma per dove? Mi precede dicendo che vuole lasciare una protesta contro i giudici istruttori, allora c'erano i giudici istruttori, che hanno diffuso tante false notizie. E mi libera da un peso. Il Consiglio Superiore della Magistratura è nella nostra piazza, l’accompagno a piedi, ci faccio un figurone.
All’ingresso non va bene. Il palazzo dei Marescialli è chiuso, non c’è la targa con l’orario, non si suona, non c’è battente. I pugni sul grosso portone risuonano come la bambina di Cappuccetto Rosso che bussa alla nonna nel bosco. Ma una volante esce provvidenziale in tromba, lasciando un varco nel portone che si richiude lento in automatico per intrufolarci. L’abate è in tonaca, e questo ci proteggerà in tanto augusto ambiente da interpellazioni urlate e strattoni. Così è. Con l’eccezione del solito guardione romanizzato che tutti tratta da poveretti, abbondando in dondolamenti e sguardi inceneritori. Per esperienza della città non mollo. Bisogna farsi umili e insistere, per passare all’istanza successiva. E ci arriviamo.
Dal guardione passiamo all’usciere dell’ufficio “passi”. Il disagio di precisa nel breve tratto Il disagio si precisa in un odore strano nell’androne, sgradevole, di chiuso, di umido, di decomposto. L’usciere spiega in italiano, atteggiando il viso a cortesia, benché disturbato nel suo riposo in orario di chiusura, la zolfa dell’orario di ricevimento. È protetto da un vetro, parliamo attraverso i microfoni, e questo è già un bell’effetto. Ma mi sovviene che l'abate non parla l’italiano e alzo il tiro: ospite francese, personaggio illustre, è stato in Vaticano, il richiamo funziona, questa è la tana dei mentecatti, è stato a Palazzo Chigi, gli hanno detto di rivolgersi al Csm. È fatta, l’usciere telefona.
Al piano ci aspetta un altro usciere in divisa. Attorniato anche lui dall’odore persistente appena usciti dall’ascensore. Entriamo in una delle solite stanze Novecento, incredibilmente grandi. Dietro una scrivania piena di cartacce è seduto uno stinto signore in occhiali e senza capelli, ma pieno di forfora. Mi appresto a fare le presentazioni e riepilogare i fatti. Il signore, segretario di non s’è capito che cosa, mi precede, ha immediato il senso delle convenienze. Spiega le procedure, i ricorsi, gli avvocati, i giudizi di merito, i giudizi disciplinari, e sillaba spesso frasi in latino, con l’evidente intenzione di farsi meglio capire dall’abate.
Sono costernato. Dovrei tradurre, o forse no. E comunque il segretario non me ne dà il tempo. Ma ci pensa l’abbé Pierre. Si tira su dal sedione, con un piccolo balzo poggia i piedi per terra, estrae dalla tonaca una busta rigonfia, la mette sul tavolo, e dice in francese: “Questi sono i fatti. Tocca allo Stato rendersi l’onore”. E senza salutare usciamo.
L’odore sì è fatto acuto uscendo dalla stanza incredibilmente grande. Forse per l’ira, le passioni acuiscono i sensi. Forse per le teste impiccate sulla facciata, che imprimono entrando un malessere proprio allo stomaco. Siamo usciti in silenzio. In silenzio ho accompagnato l’abate al tassì, accanto all’edicola di Augusto, che sornione si gustava la scena fuori del chiosco. Il sant’uomo non mi ha nemmeno salutato.
- C’est un égout – aveva dichiarato sulla piazza guardandosi indietro, una fogna, della suprema istituzione della giustizia. Come una sfida, senza arricciare il naso.
Ora si sa che il fidanzato della nipote era una spia, cui Curcio è stato legato, e Moretti lo sarà sempre. L’abate aveva chiuso il circolo, s’era chiuso al mondo di cui pure si voleva parte. Per un sesto senso, chissà, o la ragionevolezza semplice. Il mondo opaco, arido, protervo delle spie e dei terroristi, e degli Stati senza onore.

L'unica riforma è evitare le elezioni

Tra le riforme elettorali di Veltroni, i non possumus di Dini, Di Pietro e Mastella, e le emergenze (rumeni, rifiuti, potere d’acquisto dei lavoratori, feste e congressi dei partiti e, si spera, il gelo), la linea politica del governo si manifesta: evitare le elezioni nel 2008. Dopo, qualcosa potrà cambiare in meglio, ma ora come ora Berlusconi vince 6 a 4 e quindi la questione è chiusa. La tentazione di schiacciare subito Veltroni è forte nel Pd, da Franceschini a Parisi, e le elezioni sono per questo una tentazione, ma Prodi ha detto no: le elezioni si faranno quando i diessini residui nel Pd saranno pari agli ex Dc, o in numero inferiore - ma non è argomento, questo, che turbi il presidente del consiglio: sta a Veltroni dimostrare la sua abilità di leader.
Come occupare l’anno è tutta l’agenda politica di Prodi, navigatore principe. La procedura più semplice è una tempistica della Corte costituzionale che ammetta i referendum elettorali in modo che la consultazione si tenga il 29 giugno o il 6 luglio. Non è difficile, e il più quindi è fatto. Dopo l’estate ci sarà la legge finanziaria, oltre che il dibattito post-referendario, e il 2008 si può ritenere già passato.

venerdì 4 gennaio 2008

C'è la camorra dietro i rifiuti, si respira!

C'è sollievo, quasi gioia, a Napoli, da Saviano alla Jervolino e al Prefetto Pansa, sul “Mattino” come su “Repubblica” e alla Rai, nella denuncia che i rifiuti sono gestiti dalla camorra: olè! La denuncia è in effetti pittoresca, un grosso divertimento, se uno dimentica che da quindici anni milioni di persone vivono tra i rifiuti.
Sono gli stessi quindici anni in cui Napoli, la provincia e la Campania sono stati governati dalla sinistra. Ma è la stessa sinistra (Saviano, Jervolino, la Rai, il “Mattino” etc.) che lega il problema rifiuti alla camorra. Vuole autodenunciarsi? Vuole dire la camorra entità metafisica?
Altrettanto strepitose le ipotesi sui nidi e i nodi della camorra, anche se le indicazioni sono confuse. Qualcuno dice che la camorra è dietro lo stoccaggio, ma da anni non si stocca più nulla, è questo il problema. Altri la mette nei siti per le ecoballe e nel trasporto delle stesse. Ma questo si fa a opera di commissari pubblici, su terreni pubblici e con mezzi pubblici, quali le ferrovie. Questo è sensazionale, i prefetti camorristi.
C’è poi la responsabilità nazionale. Che è dare ragione ai propri critici, dalla Lega in giù. Ma è anche la conferma che Napoli non esiste, è scena di fantasmi, maschere, guitti. Non esistono le opulente cronache locali, che raccontano un'altra storia, la camorra appunto, Saccà e Berlusconi, un vecchietto dell'Australia che pare sia senatore della Repubblica e, loro ci riescono, anche Calciopoli. Non esiste la solerte Procura della Repubblica, che pure anch'essa assicura in tv che c'è la camorra, per bocca del primo Procuratore, o Procuratore Capo, Lepore. Mentre l'altro primo Procuratore Mancuso non si fa la barba per mancanza di tempo, impegnato nella guerra a Saccà e Berlusconi, se il ruolo di comparsa in "Incantesimo" è stato assegnato a una velina piuttosto che a un'altra, anche se la prescelta è del Partito Democratico, o forse per questo chissà. Dei rifiuti invece i Procuratori, con la camorra e tutto, non hanno avuto notizie di reato. Forse perché profumano e non fanno rumore: non si intercettano.
Unico punto grigio in questa fantasmagoria è che camorra e rifiuti non viene raccontata tipo "la peste e gli untori", non ci sono trame romanzesche, Saviano incluso, né Provvidenze, solo il sollievo di chi si assolve, e questo è un peccato, un altro "Promessi sposi" se ne potrebbe ricavare, monumento nazionalpopolare. Tutto anzi si dice, su Napoli e dintorni, all’unisono. Oggi, per due-tre giorni, c’è la camorra, domani, per altri due-tre giorni, ci saranno i monopoli e la corruzione, per Natale, per due-tre gorni, la colpa era dei prefetti-commissari, tutti concordi, Rai, “Mattino” etc., con la stessa affannata sicurezza. Come se ci fosse una regia dell’informazione. Napoli non starà perdendo l’inventiva?

Il mercato sovietico dell'Italia

Il mercato ha rincarato tutto in Italia. Dove negli ultimi quindici anni, della rivoluzione morale e del non governo, i prezzi sono raddoppiati due volte: per effetto dell’euro, col subdolo concetto che il 2 “vale” 1, e prima ancora per effetto del mercato. In regime amministrato non c’è verità dei prezzi, e quindi il paragone con l’Italia semibolscevica di prima non si può fare. Ma il confronto con gli altri paesi di mercato, dagli Usa alla Svizzera, dice che il mercato italiano è carissimo. Per effetto principalmente delle azioni di governo, e delle Autorità settoriali, sempre governative, che dovrebbero proteggere gli utenti-consumatori, in una sorta di sovietizzazione dell’economia, se non della società, di corresponsabilità nel monopolismo - il mercato ha solo senso se è a protezione del consumatore, dal carovita, dalle inefficienze, dagli abusi.
È cara la frutta, di cui l’Italia il giardino: è più cara che nel resto d’Europa, le arance costano meno a Francoforte e Stoccolma. È cara la carne , anche quella gonfiata d’importazione. Sono care le banche, i medici, la benzina, i matrimoni, gli affitti e i mutui. Senza speciali connotazioni di qualità: la sanità, specie quella dei carissimi specialisti, non è mai risolutiva, anche dopo le innumerevoli analisi. Del mutuo non sono cari i tassi, non possono, ma tutto il contorno che la banca allora ci ha costruito sopra, da pagare tutto e subito. Un mutuo in Italia prende sei mesi di tempo, contro i sei giorni delle banche inglesi, e costa fino a diecimila euro subito, per nessun motivo anche se a vario titolo: 2-4 mila euro per un consulente (un consulente per il mututo!), 2 mila di assicurazione per danni all’immobile nelle more della pratica mutuo, 4-8 mila euro per protezione reddito, contro eventuali licenziamenti dell’uno o l’altro coniuge.
Solo il treno è meno caro, ma a che prezzo tutti lo vedono, di pulizia e affidabilità. Il gas, l’elettricità, le autostrade e le assicurazioni, che aumentano col 2008 del doppio dell’inflazione, sono i più cari in assoluto in Europa, e quindi al mondo. Le banche hanno fatto il miracolo, dopo tante liberalizzazioni e sotto l’occhio compiaciuto del liberista governatore Draghi, di azzerare la retribuzione dei depositi, e di raddoppiare i costi di custodia, delle specie e dei titoli. Tutte insieme, miracolo della concorrenza. Sei mesi per un contratto del gas, dopo aver pagato sessanta o ottanta euro. Linee telefoniche fisse dove si sente sempre meno. Dove l’adsl cade in continuazione. Impossibile peraltro da avere in tre quarti del paese, malgrado le provvidenze. Telecom vuole un contributo attivazione di 200 euro, per muovere due tasti su un computer. Fatsweb, che ve invece mandare un tecnico per un paio d’ore, si accontenta di 45. Una volta cambiato l’operatore non si può più ricambiarlo, altrimenti si perde il numero: la portabilità si limita solo a una mossa, con la quale si diventa prigionieri dell’operatore alternativo. E se non si protesta si continua a pagare a Telecom l’affitto dell’apparecchio: due euro al mese, più Iva, 14,40 euro all’anno, più del costo dell’apparecchio, per decenni.
Sono incredibilmente più care tutte le tariffe controllate dalle ineffabili Autorità, il cui costo di gestione, sommato al caro-tariffe, rende il tutto anche quattro volte più caro che nei deprecati paesi capitalisti. Le Autorità sono dei governicchi, o dei parlamentini. Con segreterie, auto blu, autisti. Con relazioni annue cui invitano l’establishment. Molto presenti ai talk-show. Con retribuzioni elevatissime. Le Autorità maggiori vengono a costare, tra una cosa e l’altra, un decimo dell’annuale “manovra” in finanziaria, quei cinque-sei miliardi che ogni anno dobbiamo dare in più allo Stato (le faraonate dell'inutile comissariato ai rifiuti in Campania sono quisquilie). Senza Autorità si potrebbe eliminare almeno per un anno la “manovra”, cioè lo strizzamento. Le Autorità sono di Prodi, che le ha costruite e nominate nel 1996. L’(ex) Dc aveva, e non intende mollare, l’energia (Eni, Enel) e i telefoni, da qui il brutale benservito a Tronchetti, e ora ha anche le banche, quasi tutte: ecco dov’è il sovietismo in Italia, nella Dc.

mercoledì 2 gennaio 2008

Spinetta vuole rassicurare Moratti e Formigoni

Il pdg di Air France ha avviato approcci in direzione degli amministratori milanesi, il sindaco Moratti e il presidente della Regione Formigoni, nel tentativo di garantire con un armistizio su Malpensa il buone fine del negoziato su Alitalia. Jean-Cyrille Spinetta non mette in dubbio che Az possa non confluire in Air France-Klm, ma conosce personalmente la politica italiana, e teme che il prezzo possa diventare oneroso. Da una parte diffonde le vere cifre di Malpensa, disastrose, e non per colpa di Alitalia. Sullo scalo milanese il pdg di Af ha la consulenza speciale di Klm, che su Malpensa ha rischiato grosso, e ha scelto di sganciarsene anche a costo di pagare una penale. Non ci sono al momento possibilità di rilanciare Malpensa, e questo Spineta ha dato ordine che si detto ben chiaro. Tuttavia pensa di poter rassicurare Moratti e Fromigoni facendo leva sul realismo lombardo: AF – questo il messaggio che Spinetta vuole portare di persona a Milano – non ha ovviamente preconcetti su Malpensa, ma nemmeno progetti alternativi, intesi a favorire questo o quell’altro scalo italiano, e tantomeno transalpino. Malpensa al contrario potrà ancora diventare un hub europeo, un interscalo delle maggiori rotte, se e quando avrà un adeguato sistema di comunicazioni.

Il mito di Milano è anche Malpensa

Il tono fa impressione, tra l’acredine e la minaccia, nella levata lombarda di scudi su Malpensa, nomen omen, il genere che il “Corriere” codifica in “Milano sarà costretta a fare da sé”. Ma questo è quello che tutta Italia ardentemente spera che Milano per una volta faccia. Visto in sezione, il caso Malpensa è semplice: uno scalo che le faziosità municipali non hanno consentito di infrastrutturare, e a cui Linate, l’altro scalo milanese, ha fatto una concorrenza imbattibile. Risultato: nove voli intercontinentali su dieci del Nord Italia si fanno, via Linate, Bergamo, Bologna, Torino, Venezia, da altri grandi aeroporti europei. Milano tuttavia, pur viaggiando operosamente tranquilla via Linate e Bergamo, non resiste alla tentazione di far buttare altri soldi dello Stato - sono soldi che “le toccano”, questo è il sentire di Milano rispetto alla cassa pubblica.
Milano ha accollato alla Repubblica una lunga serie di bufale, all’insegna volta a volta dell’“italianità”, del “lombardismo”, e di “quel che è bene per Milano è bene per la patria”, genere General Motors. La più grossa, Montedison, è costata all’Eni, cioè allo Stato, più o meno 25 mila miliardi in venticinque anni - dopodichè Milano stessa ha buttato all'aria con Montedison una classe politica e le istituzioni della Repubblica, e l’Italia nel caos: tre milioni di licenziamenti, il mercato nero del lavoro istituzionalizzato, la corruzione ora alla portata di tutti e impunita. Ma anche Malpensa non è bufala da poco. Venticinque anni per realizzare lo scalo intercontinentale (la prima idea di Nordio, cioè di Alitalia, è del 1979), a un costo di cinquemila miliardi, più o meno per niente, sei diversi progetti nei tre anni cruciali del lancio, che hanno portato alla fuga di Klm, senza contare l’inabissamento di Az, che ora si vende gratis.

Napoli capitale del diritto

Napoli si conferma la capitale d’Italia, morale e del diritto. Le statistiche della macchina operativa della giustizia, che il “Corriere” è riuscito a procurarsi e a “leggere”, parlano chiaro (i dati sono del 2006): Napoli, con un milione di residenti, ha 1.029 magistrati, 118 giudici onorari, e 692 giudici di pace. Molti più di Milano, che ha 1,3 milioni di residenti, e di Roma, che registra 2,8 milioni di abitanti. Roma ha qualche giudice onorario in più, 144 contro i 118 di Napoli, ma la metà dei giudici di pace, 370 contro 692, e un numero inferiore di magistrati, solo 953. Milano viene dietro in tutte le categorie, abbondantemente: 865 magistrati, 66 giudici onorari e 372 di pace. Solo come amministrativi Roma supera Napoli, ma di poco: 4.993 contro 4.791 (Milano arranca con 3.736). In rapporto alla popolazione, Napoli ha 18 giudici e mezzo ogni diecimila persone, Milano uno, Roma mezzo, un po’ meno di mezzo. È un raffronto grossolano, ma il trionfo del pagliettismo è indubbio.

L'anno delle banche

Solo l’elenco fa impressione, per la diffusione degli sportelli in Italia e per i marchi illustri che vi sono confluiti, delle tre banche superstiti nel ciclone di fusioni dell’anno appena chiuso. A Intesa fanno capo il San Paolo di Torino, il Banco di Napoli, l’Imi, il Mediocredito, Banca Fideuram, e una dozzina di grandi casse di risparmio, comprese le maggiori, la Cariplo, e le casse di Bologna, Venezia, Figuli, Romagna, Trento e Bolzano. Nel Gruppo Unicredit ci sono ora la Banca di Roma, il Banco di Sicilia, le casse di risparmio dell’altra metà del Triveneto e di Torino, e le banche storiche di Genova e Bologna. Mps-AntonVeneta fa meno impressione, ma ha pur sempre, coi suoi tremila sportelli, la metà di quelli di Intesa e di Unicredit, anche se non compete per capitalizzazione e patrimonio.
È un ciclo che la Banca d’Italia allegra di Mario Draghi ha consentito e perfino promosso. Ma senza alcun beneficio per gli utenti. E nell’incertezza più totale, che nessuno si è curato di fugare, dal punto di vista organizzativo, dei costi, dell’efficienza. A livello politico è un trionfo, benché non dichiarabile, per Prodi: Intesa-San Paolo e Unicredit-Capitalia si sono fatte sotto la sua ala protettrice, e così pure Mps-AntonVeneta. Avendo consolidato lo strapotere della finanza confessionale, Palazzo Chigi si è consentito il patrocinio liberale, qualcuno dice la promozione, della fusione tra la “banca dei compagni” e la “banca del santo” – l’analoga operazione tentata due anni fa da Unipol con Bnl ha portato al carcere il vertice di Unipol, alla gogna mediatica Fassino e D’Alema, e alle dimissioni con incriminazione del non allegro governatore Fazio.

La Cina porta l'Africa alla globalizzazione

Gli scambi fra la Cina e l’Africa, che cinque anni fa si aggiravano sui nove miliardi di dollari, si sono sestuplicati nel quinquennio: a fine 2007 dovrebbero essere ammontati a 50-60 miliardi di dollari. Per effetto del caro petrolio, e soprattutto a seguito di una deliberata politica d’investimenti. Nel quadro della corsa cinese agli investimenti esteri, che li ha visti raddoppiati nel 2007, l’Africa ne assorbe in proporzione crescente. I gruppi cinesi sono interessati alle materie prime, in particolare a quelle minerarie. Ma numerosi documenti cinesi e studi sulla componente estera in Cina valutano il continente africano sul punto del decollo, un po’ come la potenza asiatica trent’anni fa con il lancio delle modernizzazioni di Deng.
Investono in Africa, spesso a titolo gratuito, come biglietto da visita, la China National Petroleum Corporation e la Sasac, l’ente per la gestione delle industrie di Stato, l’Eni e l’Iri cinesi. Il China Metallurgical Group, anch’esso statale, è interessato al minerale di ferro e al rame. La Banca Industriale e Commerciale di Cina, privata, ha acquisito il 20 per cento della Standard Bank, la prima del Sud Africa e dell’intero continente. La stessa banca concorre, in alleanza con altri gruppi cinesi, all’acquisto di Rio Tinto, il gruppo minerario anglo-australiano con forti interessi in Africa.

Il mondo com'è (4)

astolfo

Antiamericanismo – Eredita curiosamente le componenti dell’antisemitismo, sia in Germania che in Francia, in Italia e nella chiesa: il materialismo avido, l’indifferenza etica, la violenza segreta, l’ipocrisia. E come l’antisemitismo si compiace di caricature: il divorzio e l’aborto facili, l’egoismo sociale, la violenza. La differenza è che l’America ha spalle solide.
Non c’è antiamericanismo altrove, mondo islamico incluso malgrado Al Qaeda: solo in Europa e nei domini della chiesa.

Calciopoli - È un caso dell’effetto che diventa causa, della degenerazione che diventa sistema. Il teorema di Cordova – un pizzico di concussione, corruzione, mafia, voto di scambio – e di Mani Pulite ha portato alla supplenza dei giudici sulla politica. E ora ogni realtà italiana è leguleia. Anche lo sport: l’Italia è da un quindicennio un Paese – l’unico fra quelli dove si pratica il calcio – che fa determinare le partite dagli arbitri, e perfino dai segnalinee. Tutte le televisioni e tre quarti dei giornali sono costruiti su interminabili discussioni delle decisioni degli arbitri. La Juventus, che si è rifiutata di partecipare a questo gioco, è stata punita con disonore. L’Inter, che questo gioco continua a praticare anche in assenza della Juventus, è premiata con onore – contesta pure le rimesse laterali.
È anche l’effetto del pagliettismo. Un diritto di pura impronta napoletana che ha preso il sopravvento su ogni velleità di adeguamento alla common law, alla giustizia come base dell’uguaglianza e della libertà. E di fondamento costituzionale del vivere sociale.

Iran – Fa trent’anni di khomeinismo, che l’ha isolato nel mondo islamico e coi vicini arabi, ma è una dittatura blanda. Molto politicizzata, in città e anche in periferia, ancorata a canoni dichiarati, condensabili in sei o sette punti. Ma resa tollerabile, o minata, dalla corruzione: tutto si compra a Teheran come prima, e questo è un altro canone.
1. È un Paese stratificato e complesso, contro cui nessuna guerra è possibile, a meno dell’annientamento. Impensabile è una guerra nel mezzo del petrolio (il Golfo Persico e Hormuz) e dell’islam. È impensabile però anche l’atomica all’Iran, che ha intrapreso il nucleare solo per costruirsela, e non rinuncerà mai all'uranio arricchito, solo l'Europa non lo sa. Nell’ideologia dell’antimperialismo, il nucleare è l’arma dei poveri, la garanzia della sovranità, il presidio della libertà – il mondo essendo governato dalla Finanza Mondiale. Ma la Bomba era il piano dello scià, uno dei motivi per cui fu abbandonato dall’America di Carter: diventare la sesta, o quinta, o quarta potenza militare mondiale. Come fonte di energia l’Iran ha riserve sterminate di gas nel Golfo, che evita di mettere in produzione.
2.È un potere confessionale, caso unico al mondo, governato cioè dagli ayatollah. Ahmadinejad è un frontman, dopo che con gli ayatollah, Rafsanjani, mercante di pistacchi, e Khatami, intellettuale, il clero ha rischiato di spaccarsi. Il khomeinismo a trent'anni è politicamente debole, se non morto. Sotto i trent’anni è la metà della popolazione iraniana, che dunque ha vissuto solo il khomeinismo. Che tuttavia respinge. Il regime teocratico si è allentato dopo che dieci anni fa, nel 1999, fu contestato a lungo e in piazza dai ventenni – tra i quali era presente il non più giovane Mussavì Khoinià, l’ex capo degli studenti "della linea dell’imam", che nel 1980 occuparono l’ambasciata Usa, tennero per sei mesi in ostaggio gli americani, e radicalizzarono il khomeinismo. Ma è un clero che ha letto Marx e studiato Machiavelli e Lenin. E non fa politica confessionale: gli sciiti non sono un popolo, una nazione, una chiesa, sono una credenza e un rito.
3.Dal terrorismo islamico sono cospicuamente assenti gli iraniani, come uomini, come dottrina, e come mezzi logistici. Per l'aloofness dell'islam iraniano nella marmaglia araba e asiatica che l'attornia. Per la statemanship di una cultura e una tradizione polica molto antiche, e insieme rinnovate con gli strumenti più aggiornati della critica. Per una valutazione realistica dei rapporti di forza: il regime degli ayatollah può crollare solo per una guerra, loro lo sanno, e se ne guardano. 4.Gli ayatollah perseguono la politica nazionale iraniana dello scià - se non per l’antioccidentalismo, che però è politico e strumentale. Con cautela. L'Iran non è fuori dalla rete sotterranea (armi, spie, provocatori, attentati) che agita il Medio Oriente, dall'Irangate a Hezbollah, ma per un dovere di presenza, di potenza. Da sempre l’Iran fa una politica di potenza regionale: contro gli arabi, la cui indigenza politica non richiede molti strumenti, e contro i disprezzati afghani, pashtuni, turkmeni, della frontiera Nord, di buon vicinato con la Russia e la Turchia. Il controllo per ingerenza del mondo arabo si riscontra scoperto nelle aree di crisi: in Libano, in Palestina e in Iraq gli ayatollah fomentano le divisioni in ogni modo, con la propaganda e con le armi. Con la penisola arabica il rapporto è di buon vicinato, residuo dei tempi del comune nemico Saddam Hussein, ma di altezzoso disprezzo.
5.L’antioccidentalismo è radicale nella cultura, scomparsi sono Alessandro Magno, Aristotele, Avicenna e Averroè cui l’Iran dell’Otto-Novecento si appellava, con l'insieme del mondo arabo-ottomano della regione. Ma è più antieuropeo che antiamericano: l’inglese degli ayatollah è americano, dell’America l’Iran riconosce la potenza, con l'America ha sempre mantenuto dei canali.
6.E’ un regime sanguinario, poiché giustizia ogni anno 5-600 persone, anche oppositori politici, donne e bambini, e le esecuzioni esibisce in tv. Ma è il meno totalitario del Medio Oriente, il meno controllato cioè con la violenza. E resta il più suscettibile al cambiamento, la dialettica politica vi rimane forte. La forza degli ayatollah è che non ci sono migliori politici di loro – al loro confronto anzi non ci sono in Iran personalità politiche, non ci sono mai state.
7.E' un regime oscurantista?Non è certo, la condizione della donna non è dirimente: le donne sono state e sono, in massa e in dettaglio, il pilastro vincente del regime. Trent'anni fa contro lo scià che le aveva laicizzate, una riforma sentita come una violenza. Nelle ultime elezioni a sostegno della parte retriva del regime. Sul ruolo in generale delle donne in politica mancano analisi accurate: nel 1850, quando il governo di Massimo D’Azeglio laicizzò le scuole e la vita civile a Torino con le leggi Siccardi, le donne furono tutte contro, anche con violenza. Il regime onora in Iran la donna in famiglia e nell'amore, e le protegge nei giudizi di divorzio con formule perfino fantasiose: un marito ha dovuto comprare alla moglie 124 mila rose rosse, un altro ottomila libri, tutti di poesia (ottomila libri di poesia?). La donna è protetta anche nella prostituzione, col sigheh, il contratto a tempo.
8. è un regime solido. La minaccia bonapartista, l'unica possibile benché solo in via d'ipotesi, è stata indeboloita indirizzando il braccio armato del khomeinismo, i pasdaran, una sorta di Stato nello stato, verso gli affari. E quindi verso la corruzione, sul modello già sperimentato dall'Fln algerino, e la Pc cinese.
9.L'Iran ha mancato la modernizzazione, e questa è la debolezza degli ayatollah. Vive al modo dei paesi arabi, trasformando la rendita petrolifera in rendita urbana (edilizia, immobiliare), e questo è tutto. Al cambiamento è presto subentrata la corruzione, in affari e nella stessa politica, nel solco di una tradizione evidentemente imbattibile. E questo per opera dei laici, seppure devoti islamici: il passaggio della gestione del potere ai pasdaran e ai basiji, le milizie della rivoluzione, con la presidenza Ahmadinejad, ha portato la corruzione anche in primo piano, a Teheran e ovunque nel paese, nei grandi affari e nei piccoli. Le città hanno l'illusione della prosperità, come del resto nei paesi arabi del petrolio, ma non c'è un'economia autoportante, come si soleva dire (capitali, lavoro, mercato), manca l'integrazione internazionale, e l'economia di rendita, che può andare bene per paesi desertici, non basta a un'economia da sessanta o ottanta milioni di persone.

Transpacifismo - La foto del “Sole 24 Ore" di fine anno, col premier cinese in perfetto assetto da lanciatore di baseball, completo di visierina e sneakers, è la foto della globalizzazione. Partner di Wen, nella partitina del gioco eminentemente a stelle e strisce, è il premier giapponese Fukuda: la pacificazione tra i due grandi paesi, attesa oltre sessant’anni e ancora difficile, si fa all’insegna del game americano. Il finale d’anno ha visto un accavallarsi di segnali della nuova egemonia, con gli acquisti cinesi di gruppi americani e l’intervento dei fondi sovrani cinesi a salvataggio delle banche Usa dei mutui insolventi.
La globalizzazione è sempre più transpacifica. Non bastasse lo scarso interesse delle due ultime presidenze Usa verso l’Europa, è ora l’altra ala “regionale”, quella cino-giapponese,che dichiaratamente subentra alla leadership. L’Europa, Italia compresa, è ancora competitiva e capace di esportare, ma in ambiti sempre più ristretti, cresce cioè di meno di tutta la globalizzazione. Ed è già esclusa dalle grandi decisioni, sulla moneta, la finanza, le regole commerciali.

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A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (12)

Giuseppe Leuzzi

Di Sciascia dice Matteo Collura, “Il maestro di Regalpetra”, 174: “Il sentire siciliano ne affilerà lo scetticismo”. Marc Ambroise, che ne collaziona le opere: “La sua è l’eresia dell’eresia”. Insomma il pessimismo. Del pessimismo, “di cui tanto si parla a mio carico”, diceva lo stesso Sciascia, “che colpa ha lo specchio, diceva Gogol, se i nostri visi sono storti? Ma anche lui è causa della sua stessa febbre”.
Sciascia non era pessimista: lui riteneva che la mafia si potesse sconfiggere – che la Sicilia potesse e volesse sconfiggere la mafia. Fatalista è il Gattopardo. Sciascia criticava la politica nei fatti: il fascismo, l’occupazione americana, la Dc regionale (ma non Reina, Mattarella figli, Nicolosi) e nazionale, anche il Pci. Fece da deputato un buon lavoro, pragmatico, efficace.
La colpa di Sciascia può essere un’altra: la sua giustizia – “Il Contesto” – è metafisica. La giustizia sono i giudici, la categoria più corrotta dell’Italia corrotta.

La “linea della palma” che sale e occupa l’Italia, e anzi il mondo, è in buona parte opera di Sciascia. La chiave la dà egli stesso a Marcelle Padovani, nel libro dallo stesso titolo, 1979: “Scrivo su di me, per me e talvolta contro di me. Prendiamo ad esempio questa realtà siciliana nella quale vivo: un buon numero dei suoi componenti io li disapprovo e li condanno, ma li vedo con dolore e “dal di dentro”; il mio “essere siciliano” soffre indicibilmente del gioco dei massacro che perseguo”. Questo è perfetto, è l’attrattiva di Sciascia, ed è detto perfettamente. Ma poi Sciascia continua: “Quando denuncio la mafia, nello stesso tempo soffro perché in me, come in qualsiasi siciliano, continuano a essere presenti e vitali i residui del sentire mafioso”. E questo è logicamente assurdo, oltre che ingiusto – il sentire siciliano è sentire mafioso?
Ci si può chiedere in che mondo Sciascia – lo scrittore siciliano – viva. O il suo pessimismo è di maniera, dell’Autore che gioca alla decadenza – gioca, perché di suo è fertile, creativo, operoso. Da “traggediatore” siciliano, che col disprezzo del mondo se ne fa padrone? Ma Sciascia non si diverte. Potrebbe invece essere semplicemente il provinciale, Sciascia sta bene a Parigi, benissimo, che la sua insoddisfatta condizione proietta sul mondo. Ma questo è la questione Sciascia, della lettura dell’opera e dello scrittore, non della mafia.
Condivide però anch’egli una concezione della mafia sbagliata. Per tre motivi. 1) La mafia non ha nulla a che vedere con la giustizia. Né la mafia antica né quella nuova. La mafia è legata all’interesse, quindi alla sopraffazione e alla violenza. In tutt’e tre le sue espressioni, la mafia propriamente detta, la ‘ndrangheta e la camorra. In Italia e all’estero. Non c’è lealtà nella mafia se non c’è la convenienza, né c’è amicizia o riconoscimento del bene fatto. I mafiosi hanno sempre tradito senza angosce per interesse – anche prima della legge che premia i pentiti. La vecchia ‘ndrangheta, fino agli anni 1950, si dava un cerimoniale legato alla giustizia, ma era solo violenta, soprattutto al suo interno. 2) Non c’è omertà, le società locali non sono legate alla mafia. Nemmeno le parentele, se non al livello infimo della società. C’è una denuncia continua, febbrile, perfino paranoica, dei soprusi, un tentativo costante di venirne a capo senza rimetterci l’anima. Non c’è molta attesa nei carabinieri e nei giudici, a parte le denunce d’obbligo, ma non si vede il perché: l’omertà consente a giudici e carabinieri in Calabria, Sicilia e Campania di non far nulla in attesa che il denunciante dimostri anzitutto di non essere mafioso. Chiunque ne ha avuto anche minima esperienza, per un furto d’auto o un “dispetto”, lo sa. 3) La mafia non è un fatto culturale, è un fenomeno criminale. Non c’è in tutta la Sicilia, in tutta la Calabria o in tutto il napoletano. La Sicilia ha una grande cultura urbana che ne rifugge. Metà dell’isola ne è stata esente fino agli anni Cinquanta. Ha un vasto ceto imprenditoriale e forti capitali che ne vanno immuni. Ha zone industriali importanti, dell’informatica, dell’auto, della petrolchimica, nonché dell’agricoltura (agrumi, primizie, vino) e dell’agroindustria, e del turismo che ne sono esenti. In Campania se si esce dal triangolo Napoli-Baia-Caserta non c’è alcuna cultura dell’illegalità perché non c’è l’illegalità: a Benevento, in Irpinia, e nel vastissimo salernitano, da Positano a Paestum, al Cilento e a Sapri – ma già il Vesuvio respira, e la costiera sorrentina. In Calabria la mafia non c’era fino agli anni Cinquanta: c’era una onorata società che sbrigava piccoli traffici, guardianie, contrabbando, biglietti falsi, non entrava negli affari, negli appalti, nelle compravendite, nelle attività produttive. Dopo quarant’anni di occupazione delle terre, contributi comunitari, appalti, tangenti, sequestri di persona, delitti innumerevoli contro la proprietà, tutti impuniti, la ‘ndrangheta controlla in Calabria fino ai pranzi per le prime comunioni. Ma non è nata con la Calabria e i calabresi, è nata con l’impunità. Lo stesso in Puglia: la trasformazione dei contrabbandieri locali in “sacra corona unita” o organizzazioni mafiose è degli anni 1970.
Chi conosce la mafia di prima persona queste cose le sa. Un quarto falso pilastro, che sta crollando perché interrotto negli anni 1990 a metà della fabbricazione, ne conferma comunque la natura non ineluttabile: la terribilità della mafia (la mafia più potente dello stato, la mafia più radicata della coscienza civile, l’imprendibilità dei latitanti, il riciclaggio imprendibile). Tra gli assassini di dalla Chiesa e di Falcone e Borsellino, dieci anni, questo pilastro è stato costruito alacremente, ma ora ognuno sa che i latitanti, se ricercati, si prendono. Le cupole si dissolvono, le famiglie si frantumano, la delazione è generalizzata. Non si elimina il delitto, ma questo non c’entra con le tre, o quattro, presunte proprietà della mafia, il delitto sempre si ripropone. Anche in forme mafiose.
La sociologia fatica a recepire la realtà perché lavora su una concrezione di false verità difficile da scardinare. La falsa mafia è in parte dovuta a elaborazione autonoma di “traggediatori” siciliani, con aggiunte napoletane, di finta sentimentalità. In parte maggiore è cultura da colonizzati: la mafia è stata - ed è – soprammessa dall’Italia unita. In qualche caso da siciliani espatriati, che hanno mediato e fatto proprie troppe e non disinteressate semplificazioni. Questa falsa mafia è inattaccabile perché è compattata a tutti i livelli, dalla banca, la chiesa, la giustizia, agli articoli di giornale: tutto è mafia, anche l’abuso edilizio, o il falso invalido. Non c’è paragone tra gli abusi delle riviere liguri, o adriatiche, e quelli della Sicilia, ma un articolo sullo scempio edilizio in Italia partirà sempre da Agrigento e dalla Valle dei Templi – che è invece il parco archeologico meglio tenuto dell’Europa, e probabilmente del mondo, oltre che esageratamente affascinante. Sciascia, purtroppo, ci credeva: non di avere in quanto siciliano delle colpe, ma di essere il più colpevole di tutti.

Sudismi\sadismi. Francesco Merlo, “La Repubblica” 30 dicembre 2007: “Forse Bruno Contrada non andava processato, ma sicuramente non può essere graziato…. Non si graziano i mafiosi come non si graziano i vibrioni del colera o i batteri della meningite. Contrada non andava processato perché sino alla generazione dei Falcone e dei Borsellino lo Stato in Sicilia fu storia di colluzioni “alla Contrada”, di servitori di uno Stato colluso”. Da manuale della specialissima intelligenza siciliana: eloquente, giusta, generosa, apodittica. E sempre irrealistica. Contrada è – era – un commissario di polizia, ed è quindi vero che agiva all’interno di un sistema (aveva superiori, cioè, inferiori, magistrati a cui riferire e da cui essere indirizzato, eccetera), ma la mafia è altro. Lo Stato invece siamo noi, non è di Lor Signori, siano essi magistrati piuttosto che politici, e per quanto integerrimi si vogliano, e non è quindi mai colluso ma semmai offeso. Contrada aveva visto giusto – la mafia sono i corleonesi – e i suoi persecutori hanno colpe ben più gravi da farsi perdonare.

Tutto finisce. L’Europa immortale e imperiale ha subito un brusco tracollo con il crollo del comunismo, l’ultimo suo feticcio. Lo stesso Gesù Cristo, del resto, è figlio di Dio da poco tempo, dal concilio di Nicea del 325, che l’imperatore Costantino volle per domiciliare la nuova religione a Roma. Il cristianesimo potrebbe lasciare Roma, o perdere la divinità. Il Sud non riuscirà mai a liberarsi del Sud?

Come fu che il latte di mucca, così inaffidabile, sostituì il buon latte di capra?

Messina ieri e oggi. La mostra di Antonello nel 1953. Creata dal buonissimo architetto Carlo Scarpa, che seppe farne emergere lo splendore, con tendine alle finestre di seta azzurra dalla parte della luce e di seta rosa dalla parte dell’ombra. Vincendo l’ignoranza della critica italiana piccola e grande, che ancora non sa chi è Antonello. Che visse quarantanove anni appena, e lascia quarantanove capolavori. Apprezzati a Dresda e a San Diego di California, ma non, non ancora, a Milano.
Ora Messina ha sempre piazza Cairoli, viale san Martino, ma popolate modestamente di maghrebini, e l’Università cinquecentenaria, ma dislocata in anonime periferie, e si deve periodicamente giustificare: magistrati in carriera ogni paio di mesi la fanno diventare mafiosa, assassina, ladra, sostenuti da professori in carriera. Di Messina, delle università lungo l’autostrada. Mentre una volta vi insegnavano onorati Giovanni Pascoli e Giacomo Debenedetti. La storia può andare a rovescio. Messina ha anche tanto Caravaggio, volendolo.

Deaglio, Bocca, Bobbio, sempre i piemontesi maledicono la Sicilia mentre se la fottono. Che si lascia fare, riconoscente.
Tutto naturalmente si fa per il bene della Sicilia, per la democrazia, per la legge, per il progresso e l’uguaglianza, per il benessere per tutti, e per i buoni propositi. Ma è una strana condanna questa che da un paio di secoli soggioga la Sicilia, e con essa tutto il Sud. Molto mafiosa.
Anche il compiacimento isolano per la magnificazione della mafia è sospetto, i siciliani non sono stupidi – politicamente s’intende.