Cerca nel blog

sabato 16 febbraio 2019

Letture - 374

letterautore


Asessuato – È, era, presocratico il genere indistinto - il concetto di indistinto dei distinti. Su cui ora le anagrafi inciampano, quando registrano le nascite, con “genitore uno” e “genitore due”, per non dover dire il sesso (fino a che uno e due non saranno anch’essi targati come ingiusti, antiugualitari?). E di Empedocle specialmente tra i presocratici, oltre che di Eraclito: “Io una volta fui ragazzo e ragazza, cespuglio e uccello e muto pesce nelle onde. La natura cambia tutte le cose avvolgendo le anime in strane tuniche di carne”.
Il genere indistinto però semplifica la grammatica, eliminando la “mozione”, la proprietà che hanno certe lingue e certi composti di contrapporre forme femminili a forme maschili e viceversa. Sempre nella direzione di appiattire o annullare i distinti nell’indistinto. Per ora verbale, domani non si sa – c’è al fondo, nella tensione alla semplificazione, l’attesa di una teurgia delle parole – della aprola che crea la cosa e il fatto, e non viceversa.
Ecclesiaste – Meglio, molto meglio, nella traduzione arieggiata di san Girolamo he in quella, che sarà pure filologica ma è fumosa, di Ceronetti – “Fumo dei fumi, tutto non è che fumo….”. Vanità, vento, vuoto, polvere, nulla danno più il senso dell’intraducibile “hebel” ebraico, dove la b al centro sta tra la nostra b e la nostra v, al modo del beta greco.
Emoji – Fanno vent’anni.Vent’anni dopo il probabile debutto degli emoticon, di cui sono progenie, che avevano inventato la rappresentazione di significati, e anche di emozioni, mediante i segni grafici - ortografici e alfabetici. Questi probabilmente di origine americana, quelli invenzione sicuramente giapponese.
Le immagini scherzose, prevalentemente di faccine ma anche gestuali, si sono rapidamente moltiplicate. A fine gennaio se ne conteggiavano esattamente 3.053. Di cui 230 appena approvati, gli emoji 2019 – comprensivi di un aglio e di un yo-yo. Con la possibilità di variare le tonalità di colore della pelle, per ogni membro di emoji di gruppo, le “permutazioni”, ce ne sono 4.225. Forse troppi: la diversificazione potrebbe portare all’insignificanza, che sarebbe l’inizio della fine delle faccine. Hanno prosperato in quanto “immediatamente significanti”, e polisemici, a significato multiplo, o a più sfaccettature. Oltre che per favorire una “scrittura” immediata: le “faccine” si vogliono immediatamente disponibili, non da ricercare come nel vocabolario.
Nei vent’anni, oltre che moltiplicate, le faccine sono molto cambiate. Prima erano “bianche”,  dal 2015 hanno differenti tonalità di colore, dal quasi nero al quasi bianco. Il consorzio Unicode ha adottato come colore base un giallo Simpson,  consentendo agli utenti la colorazione con cinque toni epidermici, dal “bianco pallido” al “marrone scurissimo”. 
Il bianco non va più
C’è stata anche una marcata occidentalizzazione delle faccine. Ma non ci sono ancora, nelle tremila faccine, un bianco coi capelli castani e la barba. Statisticamente, peraltro, le due prime tonalità di bianco  sono poco o nulla usate – invece del bianco usa una forma di abbronzatura.
I primi emoji sono stati creati dalla società telefonica giapponese NTTDocomo. Così chiamati dalla crasi di tre ideogrammi:  e (immagine), mo (scrittura) e ji (carattere). L’emoticon derivava dall’inglese emotion + icon). Nascevano come pittogrammi, indicazioni di un oggetto (il treno, la sigaretta), o ideogrammi, cioè simboli (Il cerchio rosso sbarrato per dire proibizione), ma si sono evoluti in forma ibrida, ambivalente. Un teschio non significa “ho un teschio in mano” ma “sono stanco, o confuso”.
L’emoji in realtà è più ideogramma. Ma con la sua moltiplicazione va irrigidendosi: è più specifico e quindi meno flessibile. Sia nella comunicazione che nella ricezione: mentre prima comunicava qualcosa che era in comune fra i corrispondenti, eppure non ben specificato, ora è quasi notarile.

Leopardi – “Leopardi produce un effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù e te ne accende in petto un desiderio inesausto. È scettico, e ti fa credente” – Francesco De Sanctis.

Montaigne – Era guascone, mezzo basco, e ne usava la lingua. Lo spiega Fausta Garavini a Antonio Gnoli sul “Robinson”, il settimanale di “la Repubblica” – Garavini fu traduttrice “critica” dei “Saggi”, lavorati giornalmente con filologi del calibro di Mazzino Montanari e Giorgio Colli, negli anni 1960: “Dovetti misurarmi con una lingua marezzata di guasconismi. Il guascone fa parte dell’area occitanica”.
Garavini fu scelta come traduttrice in quanto esperta, su suggerimento e con l’assistenza di Gianfranco Contini, col quale si laureerà sul medesimo tema, di letteratura occitanica moderna, “la lingua d’oc del Sud della Francia che ha dato vita alla poesia provenzale e dei trovatori” - la tesi sarà “”L’Empèri dou Souléu”, 1967, Ricciardi. Il guascone, spiega, “è la lingua della corte di Navarra che in quel momento conosceva una smagliante fioritura. Montaigne  ne rivendica esplicitamente l’uso, dichiarando che vuole rappresentarsi al naturale, dunque scrivere come parla. Del resto, nei contati quotidiani con servitori e contadini, che non sapevano il francese, doveva usare una lingua ibrida”.
Il saggista ponderato era un multilinguista, si esprimeva in lingue diverse con gli umori. Trovandosi a suo agio ovunque, negli ambienti e con le popolazioni più diverse. Non perché l’ha detto Socrate”, annota nei “Saggi”, “ma perché in verità è la mia opinione, e forse non senza qualche eccesso, ritengo tutti gli uomini miei compatrioti, e abbraccio un polacco come un francese: posponendo questo legame nazionale a quello universale e comune. Non sono un patito della dolcezza del paese natale. Le conoscenze del tutto nuove e mie mi sembrano ben valere quelle altre comuni e fortuite conoscenze del vicinato”.
Scrisse anche buona parte del “Viaggio in Italia” in italiano. Fu in Italia per curare la calcolosi, dolorosa, ma non senza gli umori che saranno dei “Saggi” – lamenta per esempio la povertà della cucina italiana a fronte di quella tedesca, fastosa...


letterautore@antiit.eu

Il greco perduto

All’origine della lingua greca, ionica, eolica, attica, non c’è un Urgriekisch, un greco originario, ma il complesso di tante esperienze indo-europee. È del greco la forma di luogo (stato, moto a, moto da), mediante particella, del tedesco. Gli ictus sono “accenti di forza”: noi in realtà non possiamo riprodurre i suoni veri, alla lettera, della prosodia greca e latina. La lingua omerica non è attica” – “non riflette un ambiente linguistico omogeneo”. Sono alcune delle perle disseminate in un puntigliosa dissezione verbale e linguistica.
Una manuale del 1936, riveduto e ampliato nel 1947, riedito fino al 1971 e ancora in uso per la generazione degli anni 1960. Che ora sembra archeologia. Peggio, una forma anche perversa di paleografia. Metatesi quantitativa, ossitono, parossitono, propaparossitono? E gli ictus? E il digamma? Si è perso molto a scuola - in cambio di che?
Giacomo Devoto, La lingua omerica

venerdì 15 febbraio 2019

Il mondo com'è (367)

astolfo


Kappler – Willy Brandt, il cancelliere socialista tedesco tenace oppositore di Hitler, in esilio fin dal 1933, che s’immortalò a Varsavia il 7 dicembre 1970 chiedendo perdono in ginocchio nel ghetto, si adoperò insistentemente per la grazia a Kappler, il boia delle Fosse Ardeatine. Tonia Mastrobuoni lo spiega sulla “Repubblica”, sulla base di un libro in uscita del giornalista e storico Felix Bohr, “Die Kriegsverbrecher Lobby”, la lobby dei criminali di guerra. Un assunto forte, ma provato.
Due settimane prima di Varsavia, Brandt ha voluto un colloquio con Emilio Colombo, presidente del consiglio, appositamente per chiedere, “con insistenza”, la grazia per Kappler. Che per lui è un “condannato” e non un “criminale”. Non fu la sua prima mossa a favore dei “condannati di guerra” Non molti peraltro, cinque in tutto, e anche questo incuriosisce: “i quattro di Breda”, condannati in Olanda e detenuti a Breda fino al 1989, e Kappler. E non sarà l’ultima. “La sua insistenza nella questione dei criminali di guerra”, Mastrobuoni cita Bohr, “superò quella di tutti i suoi predecessori e i suoi successori”. Non dirà Kappler “criminale” neanche nelle memorie, quando da tempo era fuori dalla politica e non aveva bisogno di popolarità.
A Kappler Brandt si era interessato da subito, all’inizio della carriera politica, da sindaco di Berlino. Nel 1963 scrisse all’ambasciatore tedesco a Roma per sensibilizzarlo a favore di Kappler. Da cancelliere fu il suo unico motivo di interesse per l’Italia. In un’intervista a “Stern” nel 1973, ancora cancelliere, si vanterà di avere “sfinito di parole” gli interlocutori italiani “per liberare un uomo dal carcere” – suscitando questa volta reazioni polemiche, sia in Italia che in Germania. “Il libro di Bohr”, scrive Mastrobuoni, “dimostra inequivocabilmente che Brandt usò persino il Nobel per la pace che gli fu assegnato nel 1971 per aumentare le pressioni sul caso”. Mandò a Roma Leo Bauer, un giornalista ebreo ex comunista, reduce dai gulag in Siberia, per sondare il Pci sulla grazia – ricevendone un rifiuto.
Bohr non si spiega l’insistenza di Brandt. Cioè, se la spiega, ma male. Brandt voleva fare il capopopolo. Ma allora contro ogni possibilità, un socialista non avrebbe mai avuto il voto dei reduci nazisti. Oppure perché, dice,  “in Germania quasi nessuno conosce quell’episodio”, le Fosse Ardeatine. Che però non è vero.
L’eccidio fu specialmente crudele, “omicidio continuato”, per il quale Kappler il 18 luglio 1948 era stato condannato all’ergastolo dal Tribunale militare di Roma. Con una pena accessoria di quindici anni per “requisizione arbitraria” di 59 kg. di oro alla comunità ebraica romana. Era ufficialmente una rappresaglia contro l’attentato di via Rasella, nel quale erano periti 33 soldati tedeschi. Ma fu operata con modalità crudeli e non regolamentari: i rastrellati furono uccisi uno per uno, ed erano stati scelti con criteri non chiari. Dei morti identificati, 322 su 335, è accertato che 39 erano militari della Resistenza, tra essi il capo, Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, 52 del partito d’Azione, 68 di Bandiera Rossa, 75 ebrei. Gli altri furono presi tra i detenuti comuni. I gappisti di via Rasella, gli autori dell’attentato all’origine dell’eccidio, tutti del Pci, la fecero franca, e con loro ogni altro detenuto del Partito. Cinque ostaggi in più dei 330 richiesti, portati alle cave per errore, furono uccisi per evitare testimoni.
C’è anche da dire che i tedeschi non propagandavano le rappresaglie, che pure sono atti esemplari. Forse sapevano di essere nel torto. Sicuramente agivano per astio. Sparare a 335 persone, a una a una, la cosa prese ventidue ore, ne richiede molto. Alla mattanza volle partecipare un pilota SS, il capitano Priebke, che aveva deportato i Ciano in Germania, ai comandi dell’aereo che doveva portarli in esilio in Spagna – i tedeschi, che si vogliono ligi alle leggi, sono soliti tradire.
  
Brandt, bisogna dire, non era solo. La Germania ha fatto molto per identificare i criminali di guerra tedeschi – per quelli attivi in Italia ha fatto più dei tribunali italiani. Ma i tribunali e gli studiosi. Gli eccidi tedeschi in Italia, inclusa Cefalonia, sono stati studiati dai tedeschi: 6.951 fascicoli per strage a carico di SS e militari della Wehrmacht che poi sono stati archiviati in Italia. Solo storici tedeschi si occupano dei soldati italiani deportati in Germania. I politici invece, di ogni partito, hanno sempre insistito per derubricare i reati, i politici tedeschi. È del resto la Germania il paese che ha avuto la più ampia e determinata Resistenza, ma non ha una festa della Liberazione, e non ha il culto delle vittime tedesche di Hitler – nemmeno sotto forma di studi o storie.
La liberazione di Kappler dominò i rapporti Italia-Germania negli anni 1970, specie gli anni di Andreotti e del compromesso storico, e culminò con la sua finta evasione dall’ospedale del Celio, dove peraltro il colonnello delle SS era uomo libero, a Ferragosto del 1977. Un’operazione da servizi segreti, sceneggiata con sufficienza, quasi per dichiararla una “sceneggiata”: Kappler, che aveva 72 anni ed era malato terminale, la notte fra il 14 e il 15 agosto si sarebbe calato dalle “mura”, che il Celio non ha, non è un forte, è un ospedale moderno, con l’aiuto della moglie Anneliese. La quale di anni ne aveva, è vero, solo 52, ed era tenace e combattiva, ma aveva sposato Kappler solo nel 1972, a 47 anni, proprio per darsi questo scopo nella vita – una fanatica.
Il criminale di guerra per eccellenza in Italia, condannato già nel 1947, ha beneficiato in Germania da subito di un sostegno praticamente totale delle forze politiche e dell’opinione pubblica.
Prigioniero di guerra degli inglesi, come tale era stato consegnato all’Italia, e fu giudicato da un tribunale militare. Godendo delle disposizioni di favore della Convenzione internazionale sui prigionieri di guerra. In pratica, l’obbligo a essere trattato come un qualsiasi detenuto italiano.
Prima di Brandt, avevano chiesto la liberazione di Kappler l’associazione tedesca dei reduci, e la lega dei rimpatriati, gli ex prigionieri di guerra. Dopo Brandt, furono i cardinali e i vescovi cattolici tedeschi a sollevare il caso Kappler. Scrivendo nel gennaio 1972 varie missive al presidente della Repubblica, che era Saragat. A Saragat successe Leone, che Andreotti aveva fatto eleggere con i voti della destra neofascista, e le pressioni si intensificarono. Il 12 marzo 1976, presidente del consiglio Moro, Arnaldo Forlani ministro della Difesa dispose il passaggio di Kappler dal carcere militare di Gaeta all’ospedale del Celio, per motivi di salute.
Poi le pressioni a favore di Kappler si mescolarono a quelle politiche, compartite dalla Germania con gli altri grandi occidentali, alla prospettiva dell’ingresso del Pci nel governo. Erano pressioni, scriverà Andreotti, che andavano prese con attenzione, perché la Germania, governata allora da un altro cancelliere socialista, Helmut Schmidt, aveva aiutato e aiutava l’Italia a governare la lira e il debito – col famoso prestito su garanzia dell’oro della Banca d’Italia.
Il provvedimento di Forlani fu firmato alla presenza dell’ambasciatore tedesco a Roma. Il provvedimento era in realtà di sospensione della pena. Il Procuratore Militare emise di conseguenza un provvedimento formale in tal senso, che fece notificare a Kappler al Celio. Dopodiché il colonnello delle SS tornava libero, anche se eleggeva a suo domicilio l’ospedale militare. A novembre il cardinale vicario di Roma, Ugo Poletti, esortò in una pastorale i romani a non accrescere l’odio per la liberazione di Kappler. Nella primavera successiva, 1977, Anneliese Kappler vendeva le memoria che avrebbe scritto dopo la liberazione. Il 27 giugno il senatore Tullio Vinay, pastore valdese eletto come indipendente nelle liste Pci, consegnò ad Andreotti una petizione a favore di Kappler di personalità protestanti tedesche. L’unico problema era come fare arrivare Kappler in Germania, da dove, in quanto cittadino tedesco, in base alla Costituzione, non avrebbe comunque potuto essere estradato. E questo si fece a Ferragosto.
Andreotti fronteggiò alla Andreotti le rimostranze. Della fuga fece responsabile un onorevole pugliese,Vito Lattanzio, che aveva provvidenzialmente nominato alla Difesa. E lo spostò ai Trasporti, con Marina Mercantile, un doppio incarico che a Lattanzio piaceva di più.

Multipolarismo – Non è di oggi, l’America da tempo richiede un impegno maggiore, finanziario e logistico, delle potenze locali, seppure in un disegno concertato “occidentale”, con gli stessi Stati Uniti. La Dottrina Guam o Dottrina Nixon, del 1969, puntava a spostare il peso della guerra in Vietnam sullo stesso Vietnam e altri paesi asiatici. Henry Kissinger, collaboratore e poi segretario di Stato di Nixon, è sempre stato multipolare - la storia si lega alla nemesi, ha insegnato da giovane, da storico della Restaurazione, e questo bisogna ora evitare, in epoca nucleare non c’è ritorno. Ma con un segno distinto di “condivisione”: delle spese e delle responsabilità. Anche verso la “protezione” americana, militare, strategica ed economica: pagando di più, pro quota, l’impegno militare americano, e bilanciando l’ex-import con gli Stati Uniti, motore economico dell’Occidente.
Il mondo multipolare è anch’esso in 1984, diviso in tre, Oceania, Eurasia, Asia Est – Oceania è la Nato.

New York – È stata battezzata come Nouvelle Angoulême, e fu francese, acadica, dei francesi del Canada, prima di diventare New Amsterdam. Il nome francese glielo diede nell’aprile del 1524 l’esploratore fiorentino Giovanni da Verrazzano – lo diede alla baia, non all’abitato che non c’era. Verrazzano navigava per conto della corona di Francia, su una nave chiamata La Dauphine.

Ora italica - Fino al 1800, fino all’avvento dell’“ora francese”, era in vigore in molte parti d’Italia l’ora italica, detta anche ab occasu, che divideva il giorno in ventiquattro ore partendo dal tramonto. La notte era quindi interamente del giorno successivo.
Gli orologi a ora italica segnavano le ore fino al tramonto. L’alba non c’era, l’ora prima si spostava sulla variazione del tramonto nell’arco dell’anno. Lo stesso momento della giornata era individuato a ore diverse: mezzogiorno coincideva con l’ora 19ma in inverno, e con la 16ma in estate.
Tracce di’ora italica sopravvivono in alcuni detti: portare il cappello sulle ventitré significava calato sugli occhi per difendersi dai raggi del sole basso verso il tramonto.

astolfo@antiit.eu

I Blue Whale Schopenhauer e Nietzsche


Il poema breve “I figli del mare” compendia “La persuasione e la rettorica”, la tesi-saggio filosofico a cui Michelstaedter si è fermato, uccidendosi subito dopo. Viene qui assortito dalla prefazione al saggio, dove il giovane studioso si rifà a Parmenide, Eraclito, Empedocle, a Socrate, all’Eccesiaste, a Cristo, a Eschilo, Sofocle e Simonide, a Petrarca, a Leopardi. Più un leopardiano “invio” “Alla sorella Paula”, e “Il canto delle crisalidi”, che muoiono nascendo – “Vita, morte,\ la vita nella morte; morte, vita,\ la morte nella vita”.
Michelstaedter ritorna ai presocratici, Eraclito, Anassimandro, Empedocle, nei quali “vita e morte si coappartengono”, come nota il curatore, Erasmo Silvio Storace, sulle tracce di Schopenhauer e di Nietzsche. Una poesia e una filosofia che, lette oggi, girano in modo impressionante attorno al suicidio alla maniera del Blue Whale, la piattaforma dei giovani russi influencer degli adolescenti che gareggiano a chi ne conduce di più al suicidio. Lo stesso si può dire del giovanissimo Michelstadter lettore di Schopenhauer e di Nietzsche, della vita che è meglio la morte. Senza colpa dei due naturalmente, che però su questo filosofema hanno stravissuto e prosperato: il nichilismo ha questo di incongruo, che richiede personalità forti per essere argomentato.
“Persuasi” sono per Michaelstaedter coloro che sanno, che hanno capito, che la vita è la morte, e vivono nella morte, nel pensiero della morte. “Illusi” coloro che “vivono per vivere”, quelli che non sanno. Con i consueti rovesciamenti: “Chi teme la morte è già morto” è il fulcro di “La persuasione e la rettorica”. Mentre è “il coraggio della morte\ onde la luce sorgerà”, assicura il poema.
Storace ritraccia in particolare le radici nietzscheane di Michaelstaedter. Nel Cristo, nei presocratici, e nei tragici greci. In Eschilo, Sofocle e Simonide. Con esclusione di Euripide: è l’indizio che lega la riflessione di Michaelstadter a Nietzsche, l’esclusione di Euripide dal catalogo degli antenati, come già ne “La nascita della tragedia”, come quello “probabilmente già portavoce di una modernità distante dal sentire tragico”.
Più agevolmente si rintraccia Schopenhauer, della vita come infinito dolore: “Nero” rima con “mistero”, “dolore” con “amore”. – di uno che se la godette in ogni piega, comprese le liti per denaro con la madre romanziera, e galante, e con la sorella.
Carlo Michelstaedter, I figli del mare, e altri scritti sulla vita e sulla morte, Albo Versorio, pp. 57 € 4,90

giovedì 14 febbraio 2019

Ombre - 451

“Troppi spinelli danneggiano il cervello”, denuncia il nuovo supplemento salutista di “Repubblica”: “Uno studio condotto su consumatori cronici under 30 dimostra che l’uso prolungato modifica l’ippocampo: piano piano si restringe”. Cioè si fuma il cervello, come si sapeva. Ma ciò non deflette dal fumo libero. E solo questione di soldi – mercati, promozione, pubblicità? O di cervello già fumato?

L’annunciato Verdelli non è ancora arrivato che già “la Repubblica” assume i toni del giornale e non del partito fazioso - confusionario. Mario Calabresi non aveva l’età, ma non c’è nulla di più pernicioso del settarismo di chi immagina di essere Pci, vestale di non si sa quale ortodossia. O il settarismo non muore.

Lezione di calcio, velocità, tecnica, potenza, dei ragazzi dell’Ajax ai campioni del Real Madrid. Che l’arbitro conduce comunque alla vittoria, tra intimidazioni e dinieghi. Senza grandi strategie, un gioco facile, come un fatto normale. Anche i ragazzi dell’Ajax, rassegnati. Che c’entra il calcio?

Ma il problema in Champions non è l’impunità del greve Sergio Ramos, il problema sono gli arbitri, che dagli ottavi in poi devono o vogliono far vincere i madridisti, per la terza stagione di seguito. È solo questione di soldi? Di castelli in Spagna?

C’è a Mediaset sport un giornalista antijuventino, Pistocchi. Che ha contribuito non poco al flop della pay-tv di Mediaset – il cui pezzo forte era la Champions League, e il telecronista della Champions, cioè della Juventus nei tre anni delll’esclusiva Mediaset, era Pistocchi. Pistocchi ogni giorno fa un tweet contro la Juventus. Che viene rilanciato dai siti juventini. La rete è un circolo chiuso.

Tornato eleggibile, Berlusconi si meraviglie sulla sua tv: “Solo 5-6 italiani su cento mi votano alle elezioni”. E inveisce contro Di Maio. Dimenticando di averlo fatto crescere fio a vincere le elezioni, col regalo dei sindaci di Roma e Torino – mentre regalava Milano a Sala. E poi la regione Lazio, dove fece di tutto per non far eleggere Parisi – come già aveva fatto a Milano contro Sala. Un piccolo Crono che ha divorato i suoi figli nei cinque anni di ineleggibilità – nessuno in sua assenza.

Le giurie “tecniche” di Sanremo ribaltano il voto popolare e incoronano Mahmood, ripescato a questo fine da Sanremo Giovani. Di “tecnici” tutti reduci e orfani del compromesso: Dandini, Ozpetek, Severgnini, Raznovich, Bastianich, Claudia Pandolfi, Elena Sofia Ricci, Mauro Pagani. . Che non sapevano come dare una scoppola al governo,e hanno votato per un giovane milanese con nome arabo, scritto all’inglese.  Però, giurie nominate dalla Rai gialloverde. Gentiloni, o Renzi, o Letta, avrebbero nominato una giuria di tecnici gialloverde?

La sala stampa di Sanremo dileggia “il Volo”, con buhh, pernacchie, risate, e si entusiasma per Mahmood. I giornalisti in Italia si ritengono protagonisti, non testimoni. Al tempo dell’Avvocato Agnelli si emozionavano alla conferenza stampa per il bilancio e alla fine applaudivano grati, come a una corte.

Lo schieramento per Sanremo 2019 indica anche che i giornalisti sono, se non tutti in gran parte, “politicamente corretti”, dei “belli-e-buoni” della società civile. Forse per questo nessuno se li fila più.

“La Repubblica” fa molto Sanremo ma sorvola sul dettaglio delle giurie “tecniche”– dice solo che la platea protesta. Strano che il giornale di Scalfari insegni l’ipocrisia. O no, il giornale di Scalfari era in realtà del compromesso, e ne segue il tramonto. .

“Sono donna e sposata: palese conflitto d’interessi”, è la vignetta di Altan sul “L’Espresso”. È vero che le donne rinunciano all’altra metà del cielo – le donne in Italia. Per non parlare della procreazione.

“Non indosserò più abiti o accessori firmati da Prada o da Gucci”, è l’impegno solenne del regista Spike Lee, “fino a quando non assumeranno stilisti neri”.

Un ventisettenne indiano cita in giudizio i genitori, entrambi avvocati, per averlo emesso al mondo senza il suo consenso. Che battaglie!

Cacciato Mourinho, preso un allenatore senza “tituli”, il Manchester United non fa che vincere, undici partite di fila, e il fallito Pogba non fa che segnare, ben otto gol e molti assist. Il calcio degli allenatori è in effetti sempre deprimente.

Tor Bella Monaca è a Roma la periferia “esemplare”: il prototipo del “degrado delle periferie”, e delle “signora mia” che sono il vero partito della sindaca Raggi. Mentre ha le torri infauste degli anni 1970 risanate, una bella chiesa dell’architetto Spadolini, e un teatro, prima diretto da Placido, ora da Benvenuti. Che a gennaio ha venduto settemila biglietti. Ma lamentarsi è meglio, avendo tutto.

Mesi e paginate a sensazione di Woodcock, il giudice napoletano in Harley Davidson, che scopriva le magagne del padre di Renzi a Napoli. Poi Woodcock viene incriminato per violazione dei diritti della difesa, e niente. Bisognerebbe incriminare i cronisti giudiziari e i loro direttori: la libertà di calunnia non esiste, è un aggressione. Perché di calunnia deliberata si tratta, se l’incriminazione di un giudice non fa notizia.

Il romanzo del primo compromesso storico


A Roma, capitale del pettegolezzo – il gossip ha di nuovo solo il nome – approda l’ultimo degli Uzeda di Francalanza, Consalvo, onorevole votatissimo in Sicilia al primo suffragio “quasi universale” nel 1882. E un giovane salernitano di belle speranze diventa giornalista, Federico Ranaldi. Entrambi a sostegno del primo governo di compromesso, quello votato il 19 maggio 1883 da Sinistra e Destra - il “trasformismo”. Un romanzo a chiavi, ma trasparenti: Milesio è Depretis, Giglia è Minghetti, quello che portò i voti di Destra al governo della Sinistra. Contro la corruzione, del denaro e degli ideali.
Un romanzo di vita parlamentare, sottocategoria del romanzo politico. Avviato nel 1891, ma contemporaneo de “I vecchi e i giovani” di Pirandello. Un genere poco frequentato dopo la Grande Guerra – se ne trova un solo esempio, “Il comunista” di Morselli, anni 1960. Forse perché sopravanzato dal fascismo. E poi, nella Repubblica, dalla deprecazione, che non l’ha lasciata un momento, dal rimo giorno dopo il referendum istituzionale. Ma di largo smercio dopo l’unità d’Italia, per la novità rappresentata dal voto e dal Parlamento, che subito scade, e di più si dice e si stampa che sia scaduta, nella venalità e il tradimento. Se ne sono fatte anche storie, lo stesso nome del giovane che si farà giornalista, Ranaldi, era già comparso come Rambaldi ne “L’ultimo Borghese” di Enrico Onufrio, 1885, e come Renaldi in “Decadenza” di Luigi Gualdo (che compare ne “L’Imperio” in un salotto col proprio nome). Anche questo di De Roberto lo è, sebbene non finito, o finito in fretta, e pubblicato postumo – da Titta Rosa nel 1929, su un manoscritto ritrovato dalla nipote dello scrittore, Nennella. È di largo smercio, anch’esso.
La retorica della disfatta
La fascetta promozionale dell’edizione Garzanti si vuole “la riscoperta di un capolavoro di sorprendente attualità”. Non è vero, “L’imperio” si riedita costantemente. Probabilmente perché è il primo che sanziona la politica come compromesso – il diniego della politica. I personaggi anche sono emblematici, se non ricorrenti: hanno biografie e pulsioni, ma “Cronaca”, il giornale di Consalvo Uzeda e il giovane Ranaldi, nasce per coprire l’inciucio.  E si discute, anche allora, di riformare il Senato. L’Italia è sempre “l’ultima delle grandi nazioni”. Il re è già uno che, “il giorno del pericolo… preparerà i bauli, detterà la sua brava abdicazione, e ci lascerà nel ballo, a difendere un posto vuoto”. C’è pure il teatroValle, dove anzi tutto culmina, per una “concione” antisocialista cui “il giovane siciliano” Consalvo Uzeda di Francalanza è promosso dal partito conservatore - su iniziativa delle contesse, altro topos romano - applaudito dalle “persone amiche” di cui gli organizzatori hanno riempito il teatro, per costruirgli un cursus honorum da ministro. Proprio come ora. E viceversa: “Da quella conferenza contro il socialismo egli sentiva d’essere uscito socialista”. Niente di nuovo, cioè, tutto vecchio – non manca l’attentato terrorista a Consalvo. Infuria già anche la depressione. Un romanzo, si direbbe, premonitore. Ma non lo è – se non di una retorica della disfatta morale, molto giornalistica, del giornalismo scandalistico, “tanto peggio tanto meglio”.
“L’Imperio” è il primo romanzo anti-inciucio come concepimento, perché l’esecuzione fu lenta, travagliata, e non conclusa. O conclusa in fretta. De Roberto lo comincia nel 1891, appena finito “L’illusione”, il primo romanzo del ciclo degli Uzeda. “Un nuovo romanzo”, annuncia a un amico, “da fare il paio con «L’illusione» e che dovrebbe intitolarsi «Realtà»”. Già con difficoltà: “Ma è un libro così triste , che dopo aver scritto la metà del primo capitolo, la paura mi ha arrestato”. La paura ha sempre accompagnato l’ipersensibile De Roberto, anche se con qualche esagerazione – sarà anche il titolo di un racconto nel 1920 sull’“orrore” dela Grande Guerra. Poi lascia “Realtà” per “I Viceré”. Lo riprenderà come un seguito, il terzo della serie Uzeda, col plurilinguismo, e la ferocia polemica, de “I viceré”.
Lo stesso anno de “I viceré”, dice a Ugo Ojetti che ha in uscita “un romanzo di vita parlamentare”. L’anno dopo, allo stesso amico del primo annuncio comunica che sta scrivendo “L’Imperio”, non più “Realtà”, da due anni. Poi spiega che sta lavorando a “Spasimo”, un giallo, ma che “dopo  questo «Spasimo» verrà l’ «Imperio», che è già cominciato anch’esso”. Poi niente fino al 1902, quando ne accenna alla vecchia fiamma degli anni di Milano, Renata Ribera. Sei anni dopo riprende il progetto, e da Roma ne scrive alla madre, donna Marianna degli Asmundo – donna imperiosa che lo teneva al guinzaglio. Il libro sarà postumo e, si ritiene, incompiuto. Queste riedizioni si rifanno a un testo parzialmente diverso da quello del 1929 – ripreso nel 1934 e nel 1957. Nel 1981 Carlo A. Madrignani ne ha approntato per gli Oscar – e poi per i Meridiani – una versione basata su un dattiloscritto dell’opera con fitte correzioni autografe, e la parola “Fine”.
Roma ladrona
In effetti il romanzo non è inconcluso, è irrisolto. Un progetto forse troppo ambizioso – sbagliato, ma non si può dire: corrivo al conformismo, all’opinione dominante, l’immarcescibile “Roma ladrona”, anche se vi si ruba meno che altrove. Una caratterizzazione dell’Italia ancora provinciale, ancorata alle origini tribali, con frequenti innesti dialettali. Una moltiplicazione dei personaggi della politica. Qualcuno anche caratterizzato, senza sbrodolamenti. Soprattutto le donne: la scrittrice-giornalista piemontese, la contessa troppo bella e troppo intelligente, la marchesina che s’infatua di Consalvo, la ragazza adolescente che salverà Federico (Ranaldi). Molti cammei di onorevoli ignoranti, o stupidi - c’è perfino, non eccentrico, quello che vota contro quello per cui voleva votare. Ma non vi succede molto, anzi nulla, a parte i papocchi. Che però si sanno. La concione antisocialista si svolge per venti pagine. L’attentato a Francalanza, opera di un balordo, per quaranta. Il finale è a coda di pesce. Consalvo Uzeda di Francalanza, che abbiamo lasciato avviato agli Interni dopo qualche centinaio di pagine, è dato per dimesso in mezza riga. Il suo ex alfiere, il giornalista Federico, è tornato a Salerno dai vecchi genitori, e poi su un Sacro Monte a cavallo sulla Costiera Amalfitana e quella Sorrentina, un paradiso tra i due Golfi, a meditare sul male delal vita e il suicidio.
Nonché non trascurato editorialmente, il romanzo è stato rilanciato da Sciascia su “la Repubblica” il 14 agosto del 1977. L’uscita ferragostana, giorno morto per le edicole, è stata scortese per Sciascia, e lo ha allontanato da “la Repubblica” - a Scalfari, che pure è un indignato permanente, anche lui, non piaceva questo sconosciuto De Roberto? Ma il romanzo resta lo stesso oggetto di molte trattazioni critiche ultimamente, di Madrignani, per i Meridiani, Di Grado, Grana, Zago. E ora di Gabriele Pedullà, il curatore dell’edizione Garzanti, alla quale premette un saggio appassionato a appassionante lungo quasi quanto il romanzo – Pedullà ha già rieditato De Roberto, i racconti di guerra raccolti sotto il titolo “La paura e altri racconti di guerra”. “L’Imperio” si ripopone per l’evidente “attualità” del tema, dell’inconcludenza della politica, del suo autosvuotamento. E per che altro?
High tory
Non c’è plot, e quanto succede, che si sa o subodora dalla storia, vi è trascurabile. Francalanza dimesso prende poche righe, dopo che per duecento pagine ha agognato il ministero, e allusive più che esplicative, di rivolte popolari e repressioni sanguinose, “la guerra, la rivoluzione, l’amore, il dolore”, e di “una sommossa” contro il governo. Un saggio politico. Anche un romanzo di caratteri, ma quetso sì incompiuto, o perplesso. Quello di Consalvo Uzeda è modellato come autoritratto, autofustigativo: una sorta di high tory inglese, conservatore progressista - “«il mio carattere», pensava, «è di essere senza carattere»” (De Roberto nelle lettere si fustiga analogamente). La sua storia finisce nell’amplesso con la contessina Renata sulle scale del condominio, nel ridicolo, come di un personaggio odiosamato – o come se lo scrittore non ne avesse mai vissuto uno. Un romanzo che doveva fare seguito a “I Viceré”. Il terzo del “ciclo degli Uzeda”, dopo “L’illusione” e “I Viceré. Ma non una storia high tory, l’ironia è minima – agli amici De Roberto annunciava “un libro terribile”, che doveva “fare l’effetto di una bomba”.
La ripresa critica è un tentativo di rimpolpare il romanzo italiano Fine Secolo (fine Ottocento), dopo la gelata seguita a “I promessi sposi”. Di vivacizzare la scena, limitata a Verga e D ‘Annunzio. Difficile per il resto appassionarsi.
Pedullà dà il senso politico del romanzo – “La politica spiegata da De Roberto” è il titolo del suo saggio. Contestualizzandolo, però, più che attualizzarlo. Sul fondamento di Tocqueville: “I rapporti tra l’aspetto sociale e politico di un popolo e il genio dei suoi scrittori sono sempre assai numerosi”. Conclusione che De Roberto condivide, autonomamente – Pedullà pone in esergo De Roberto e  Tocqueville con due citazioni simili. E ancorandolo alla cultura positivista del tempo.
La retorica dei governi
De Roberto usualmente è accostato a Tomasi di Lampedua. Ma no, è l’Ottocento positivista: “Nel ciclo degli Uzeda è il primato della Natura sulla Storia”. È il sottinteso della “attualità” di questo “romanzo parlamentare”: gli anni passano le persone restano, con i vizi di sempre – l’attualizzazione come determinismo. Ne “L’Imperio”, in particolare, è la “critica delle retorica politica liberale”, della storia liberale, anche della storia dell’unità – la monarchia? il Piemonte? Uno scrittore come Zola, come Trollope. Sulla scia più italiana di Gaetano Mosca, il teorico delle élites, “Sulla teorica dei governi”, appena uscito, 1984, accolto con grande risonanza. Non l’aristocrazia che cede il passo alla borghesia: l’aristocrazia si mescola alla borghesia, nella palude degli affari. Una critica da conservatore e non da radicale.
La lezione finale è apocalittica: “« La Monarchia ha fatto l’Italia ». « Proprio lei, sola sola? E come l’ha fatta ? Sponte o spinte ? Con le vittorie, o a furia di disfatte ? E che cosa è questa sua Italia? Dov’è la gloria, il lauro e il ferro che il vostro Leopardi andava cercando sessant’anni addietro? Ne avete notizia voi? Siamo l’ultima delle grandi nazioni, una ranocchia gonfiata sul punto di crepare, come quella della favola »”.
“Romanzo di costume”, lo dice anche Pedullà. Come lo voleva l’autore. Ma allora non tolstojano, per dire, nemmeno dostoevskijano. Aveva più ragione Croce, la cui critica usa dismettere come affrettata e sbagliata, che non Sciascia, nel ritratto di De Roberto scritto per “La Critica”, poi confluito nella raccolta di saggi “La letteratura della nuova Italia”, che De Roberto diceva scrittore di poco “affetto e fantasia”, piuttosto “ingegno prosaico, curioso di psicologia e di sociologia, ma incapace di poetici abbandoni”. Zolianamente impegnato, a proposito de “I viceré”, a “dimostrare una tesi”, che si è quello che si era, “per larghi e profondi che siano i rivolgimenti sociali e politici”, aristocratici superbi sempre, o ladri, o corrotti, eccetera. “Questa idea” Croce dice giustamente che “non è un principio di unificazione artistica, ossia un motivo poetico”. Ma, di più, “toglie l’ingenuità di descrittore storico al romanziere”. Non è un principio minimamente scientifico. Era l’impronta positivista, vede bene Pedullà.
L’attualizzazione ne è un segno. È un secolo e mezzo ormai che i Parlamenti si dicono in Italia di ladri e corrotti. Che non è possible. E non è vero. Ma questo spiega la “storia perduta”: il vezzo di misconosere la storia è il problema, non la “natura” corrotta degli italiani – il vezzo del pettegolezzo.
Federico De Roberto, L’imperio, Garzanti, pp. 512 € 20
Bur, pp. 323 € 9

mercoledì 13 febbraio 2019

La cosca dei Ponti

L’alta velocità ferroviaria Torino-Lione non s’ha da fare perché non ci sarebbero più i tir, e quindi lo Stato perderebbe le tasse che mette sul gasolio, 1,3 miliardi, e i pedaggi autostradali, 3 miliardi. È la conclusione della commissione Marco Ponti, il tecnico 5 Stelle, ex professore del Politecnico. Professore di inquinamento? Anche mentale: nemmeno la “ridotta incidentalità” smuove il professore emerito – i morti non contano.
Col mascelluto Ponti, contrario per principio alle grandi opere, fondatore e titolare dello studio di consulenza Trasporti e Territorio, concordano, è bene immortalarli, Paolo Beria, già allievo del professore e titolare di un’altra società di Ponti, il Laboratorio di politiche dei Trasporti, Alfredo Dufurca, ingegnere, collaboratore di Trasporti e Territorio, Riccardo Parolin, cofondatore e socio di Trasporti e Territorio, Francesco Ramella, ingegnere, autore con Ponti del volume “Trasporti. Conoscere per deliberare”. Una commissione in famiglia - Pierluigi Coppola, professore a Roma, che non faceva parte della famiglia, si è astenuto.
Ponti non si può criticare perché è milanese ed è stato professore al Politecnico di Milano. Ma se fosse stato di Palermo?

Le false verità e i mondi possibili di Eco

Il libro, di quasi 800 pagine, costa poco meno di 200 euro, pubblicato a uso delle biblioteche, ma è leggibile online. Non tradotto, benché sia il tributo forse più approfondito alla persona e all’opera di Eco. Preceduto da una “Intellectual Autobiography” che Eco redasse nel 2014 a introduzione, a da una breve nota, sei pagine, intitolata “My Philosophy” - di cercatore di “false verità”. Concluso da una vasta bibliografia. Una raccolta di 23 saggi, approntata da Sara G. Beardsworth e Randall E. Auxier per una Library of Living Philosophers, e come tale è stato pubblicata a maggio del 2017, anche se nel frattempo Eco era morto.
L’autobiografia è dettagliata, 54 pagine su 22 capitoli, a partire dalla elementari e dai libri di casa, e non dà nessun motivo di interesse morboso. Ma è raccontata, come Eco sapeva fare, conversatore comunque arguto. E precisa e significativa nel riesame di momenti e interessi molteplici che ha vissuto, e delle persone che lo hanno indirizzato. Il professore di Storia e Filosofia  al liceo, Marino, e Giancarlo Lunati all’università. Di come è arrivato a scrivere romanzi nello stile dumasiano – il romanzo come invenzione del possibile. E naturalmente della formazione e gli sviluppi della sua riflessione, da san Tommaso d’Aquino e Peirce in poi.

Eco è presentato come “lo studioso attualmente più interdisciplinare, e il più tradotto”, in una quindicina di lingue. Uno dei fondatori della semiotica, “molto noto per gli studi di estetica e di filosofia del linguaggio”, nonché per gli “studi sulla comunicazione di massa”. E come “figura di riferimento nell’avvento della letteratura postmoderna”.
Sara G. Beardsworth e Randall E. Auxier (a cura di), The Philosphy of Umberto Eco, Open Court Publishing


martedì 12 febbraio 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (386)

Giuseppe Leuzzi


A lungo i siciliani andavano a Milano, dopo l’unità. Non solo gli uomini di denaro, anche gli scrittori. Verga vi elesse domicilio in piazza Duomo. Capuana vi arrivò solerte, consigliato da Verga. De Roberto pure: solo a Milano si sentiva vivere (“Rimpiango quella grande Milano, dove la pianta uomo cresce con qualità ignorate nel resto d’Italia”), e prese casa sotto quella di Verga. Fino a Vittorini, poi non più, già prima della Lega.

Quando Ferdinando di Castiglia e Isabella d’Aragona unirono i regni e scacciarono l’emiro di Cordoba, inglobando anche l’Andalusia, questa era l’area forse più progredita dell’Europa del
Quattrocento. Per cultura, architettura, irrigazione, produzione, artigianato: un paese molto evoluto, civile, e ben organizzato. Poi, quasi subito, è diventata una delle aree più povere d’Europa – fino
agli anni 1980, al governo a Madrid del socialista Felipe Gonzales, che l’ha rifatta nuova. La storia può andare all’indietro. Ma il sottosviluppo non è indomabile.

Un servizio del Tg 3 Rai sullo scrittore svedese Stieg Larsson lo mostra che monta in macchina e fa una conversione a U, saltando sul cordolo. È successo uguale nell’unica occasione di lavoro a
Stoccolma: due tassisti, che dovevano invertire la direzione di marcia, sono partiti con una inversione a U. Si può essere anarcoidi ma ben amministrati. Anzi bisognerebbe. Ma il Sud è mite,
e si abbandona a promesse e compari.  

La calabrese Banti ignota in Calabria
Richiesta di parlare di Roberto Longhi, il grande storico e esperto d’arte, da Antonio Gnoli sul “Robinson”, il settimanale di “la Repubblica”, negli anni 1950-1960 a Firenze, cosi fertile di ingegni, la francesista e romanziera Fausta Garavini parla distesa invece della moglie di Longhi, Anna Banti. Longhi lo vede gigione, dissipatore: “Possedeva un’intelligenza dissipativa. Come la sua inclinazione al gioco d’azzardo”. E “era dotato di una capacità mimetica straordinaria”, che manifestava “non solo nel modo in cui la sua prosa aderiva al soggetto, fosse un quadro o un artista non importa, ma anche nel talento di imitare i personaggi televisivi”. Al suo confronto la moglie, che si pensava inconsistente, Anna Banti, minuta e riservata, “timida al limite della scontrosità”, era la vera intelligenza della coppia. Garavini lo dice per l’amicizia che l’ha legata alla scrittrice, romanziera e saggista: “Longhi lo vidi poco. Della Banti divenni amica”. Ma con spirito critico: “Mi piaceva la qualità della sua prosa ed è forse la cosa che le ha nuociuto di più. Passava per una scrittrice difficile”. Gestì “Paragone”, la “rivista di casa”, come centro di riferimento delle arti e la letteratura per due decenni almeno. “Emilio Cecchi”, ricorda Garavini, “disse che il cervello della Banti era molto più potente di quello di Longhi. E una volta sembra che Berenson rivolgendosi a Longhi disse: come si sta a vivere con un genio?”.
Banti, di suo vero nome Lucia Lopresti, nata a Firenze da Luigi Vincenzo, ingegnere delle ferrovie, nato a sua volta a Torino da padre calabrese e in continua peregrinazione per l’Italia (Lucia fece le scuole nelle Marche e a Roma, dove al liceo, il Tasso, ebbe Longhi a professore, che poi avrebbe sposato), e da Gemma Bennini, pratese, fu toscana di vita, tra Firenze e Ronchi di Marina di Massa, fuori Forte dei Marmi. Ma rivendicava l’origine calabrese – la testardaggine – del nome e della linea paterna. Il suo romanzo forse più duraturo, più delle pionieristiche narrazioni femministe, “Artemisia”, “Le donne muoiono”, è “Noi credevamo”, che gira attorno al “gentiluomo calabrese” Domenico Lopresti, il nonno paterno, mutanghero negli ultimi anni perché repubblicano d’un pezzo. Calato nel personaggio di un garibaldino che non si è acconciato ai compromessi post-unitari, culminati nel “tradimento” dell’Aspromonte, al punto da lasciare il suo impiego pubblico. Un personaggio molto “etnico”. Per la “punta”, benché in questo caso ragionevole e anzi onorevole, e appunto per la testardaggine, la cocciutaggine.
Anna Banti è soprattutto sconosciuta in Calabria. Che pure si fa un culto, in innumerevoli sagre, dei suoi “figli illustri”.

L’eterno ritorno dalla Sicilia sale
Volendo compiacere Sciascia, che l’Italia voleva divorata dalla Sicilia (la “linea della palma” che continuamente sale), si deve riconoscere che così è per il romanzo della politica.  Che in Italia è ben siciliano, fin dagli inizi, col “Mastro don Gesualdo” di Verga, 1889, e con i romanzi di De Roberto, “I Viceré”, 1994, e “L’Imperio”. Poi con Pirandello, “I vecchi e i giovani”, Brancati, “Il gatto con gli stivali”, Tomasi di Lampedusa, “Il gattopardo”, Sciascia, “Il contesto” e molti racconti. Di Roma ladrona, della politica corrotta e corruttrice, eccetera, il tema è ormai scontato, e oggi più che mai. Ma, più al fondo, di una polemica post- o anti-risorgimentale trascesa a – o minata da – un compiaciuto, in qualche modo, immobilismo, una sorta di nemesi esistenziale ancora prima che storica – la storia vera della Sicilia è varia, e non rassegnata, molto di iniziativa.
Oggi però la Sicilia tace. Camilleri, che ama il romanzo storico, evita la politica. Anche nella serie di Montalbano, la limita agli inevitabili accenni al malcostume dei potenti. Di cui gli stessi potenti, i fascisti, ex, i democristiani, ex, si fanno critici - questo, però, è molto siciliano.   

La mafia capitale – o il trionfo della mafia
Annunciava “Il Fatto” il 3 aprile 2018: “Nei giorni scorsi sono stati notificati ai legali rappresentanti delle coop i decreti di dissequestro dei compendi aziendali e delle quote sociali, tra cui 29 Giugno Onlus, 29 Giugno Servizi, Formula Sociale, ABC e del Consorzio Eriches 29, che tornano così «nel pieno possesso dei soci cooperatori, con l’esclusione dei soci ancora oggetto di procedimenti giudiziari»”. Sono le onlus e cooperative create e organizzate attorno alla 29 giugno, cooperativa di ex carcerati, da Ermanno Buzzi, incriminato di mafia, e condannato in primo grado per i soliti intrallazzi romani ma non per mafia.
La restituzione annunciata dal “Fatto” di fatto non è servita. Per quatto anni, mentre “si celebrava” il processo, le cooperative hanno lavorato poco e male, e dopo l’annuncio veicolato dal quotidiano  sono andate anzi in liquidazione: “in virtù” della prima condanna del loro coordinatore Buzzi, hanno perduto gli appalti nei servizi cittadini. Una situazione che una lettrice di “Repubblica” così illustra in una lettera al suo giornale: “Sono una vittima di Mafia Capitale!”, affermando d’acchito. Ma spiega bene perché: “Lavoro per il consorzio Sol.Co, solidarietà e cooperazione, colpito da interdittiva antimafia nel 2015, per questo ci sono stati tolti quasi tutti gli appalti, siamo al 2019 e siamo ancora interdetti per mafia, non abbiamo potuto partecipare a nessuna gara, e ora siamo in liquidazione coatta”. Sa anche come vanno queste cose, che i giornalisti omettono o non capiscono: “Hanno messo un commissario prefettizio a gestire l’unico appalto rimasto, qualcuno si prenda la briga di andare a vedere quanto costano questi commissari”. E ora il liquidatore.
Socia della cooperativa da militante e non da ex detenuta, la lettrice di “Repubblica” si dice sconsolata di fronte all’antimafia: “C’è l’incuria dello Stato che emette interdittive, che nomina commissari con  poteri immensi, che non va oltre al decreto emesso, non guarda il danno. Allora mi scuserete se mi dichiaro una vittima di Mafia Capitale, proprio io ex ragazza dalla gonna a fiori che urlava nei cortei ‘io sono mia’, che voleva cambiare il mondo, che in qualche modo ha cercato di cambiarlo, ma nulla si può”.
Le cooperative di cui Buzzi era presidente hanno perso gli appalti a favore delle società e le onlus che avevano a suo tempo denunziato lo stesso Buzzi e la 29 Giugno, quando hanno perduto le gare di appalto del 2014. Hanno sostituito il gruppo della 29 giugno con risultati subito scadenti. Per esempio nei servizi di ristorazione al Parco della Musica. E perfino criminali, nei servizi di raccolta per l’Ama, la nettezza urbana: i rifiuti vengono più spesso rovesciati per strada invece che asportati, dopo aver fatto straripare i cassonetti per giorni e settimane di mancato svuotamento.
A giudicare dall’esito, si direbbe che la Procura e la Prefettura di Roma hanno fatto il gioco dei denuncianti, che ora si sono presi gli appalti senza avere né competenze né mezzi. In attesa di una nuova inchiesta: se Buzzi ha pagato per avere gli appalti, com’è che adesso gli stessi servizi sono affidati a organismi del tutto inadatti o incapaci? Nonché il gioco dei funzionari prefettizi, una carriera che è diventata ricchissima grazie alle mafie, vere e presunte, non c’è impiegato di prefettura che non diventi commissario, un piccolo dittatore, molto ben retribuito, e dei liquidatori coatti. Ma i giudici non fanno giochi per nessuno. Né si stano a chiedere: cui prodest? Il giudice è infallibile. Soprattutto nel trapianto della mafia – si direbbero specialisti di innesti: ai giudici basta “importare” la mafia dove capita. Create 26 procure distrettuali antimafia – il progetto di Falcone snaturato a fini burocratici - bisogna trovare molta mafia dappertutto.

leuzzi@antiit.eu

Montalbano è stanco


Gli anni non ne avevano inficiato le virtù, la stanchezza invece sì. O forse una sceneggiatura debole, che lo disperde tra Bellosguardo di Udine e gelosie femminili poco siciliane – siciliane sì ma in altra forma, non così fredda. Il Montalbano dei record, visto da unidici o dodici milioni di spettatori, quasi uno su due, come il festival di Sanremo, è sfilacciato e inconcludente.
Eccetto che nella prima parte. Girata con la Marina Militare, in un’operazione di recupero e sbarco di migranti. Raccontata senza sdilinquimenti, grazie a un personaggio, il professore-interprete arabo, che sa di che si tratta. Di scafisti violenti, terminali di mafia. Con un difetto, anche qui, di sceneggiatura, ma dettato dalle leggi, si suppone, italiane o europee: gli scafisti vengono rimpatriati immediatamente, in aereo, comodi, e gratis, pronti per il prossimo sbarco.
Sull’operazione anche Camilleri si mantiene cauto nella presentazione del film. Tutto il contrario del Camilleri di “Non in mio nome”, il video pro sbarchi che gira in rete. Per un italiano su due il fatto è più problematico.
Alberto Sironi, L’altro capo del filo

lunedì 11 febbraio 2019

Secondi pensieri - 376

zeulig


Derrida – Un comunicatore – geniale, specioso, divertito - dell’incomunicabilità. Sotto le specie della “indecidibilità”. Ma un comunicatore che si dirà antibabelico, oppure babelico?

Ha contato 222 “yes” nell “Ulisse” di Joyce, Il search di Word ne conta, pare, 359. Senza contare i “si” e gli “oui”. Ma sono pochi o molti in un libro di 265 mila parole?Impilate su un lessico di 30 mila parole, di cui una metà buona usate una sola volta.
E poi, dice, ci sono almeno dieci “categorie interpretative” degli “yes” dell’“Ulisse”. Senza contare l’enigmistica e i giochi di parole?

L’indecidibilità sarebbe l’incomprensibilità di un testo: l’indecidibilità di una sua precisa (univoca) significazione. Che però non è il significato di un testo “scritto”, la sua polisemia, la sua ricchezza e molteplicità di senso? Forse inclassificabile ma avvertibile al lettore, anche senza voler fare semiologia.

Analizza, esercita, assottiglia la comunicazione. Ma poi fa esplodere temi e certezze che lui stesso ha costruito. Anarchico di fatto e di proposito, uno violento – assassino, terrorista. La sua architettura decostruttiva deve escludere l’uso, la bellezza e l’abitabilità, combattere anzi l’estetica e la funzionalità. Per l’inutilità, naturalmente. Ma costosa.
Non si può escludere un Derrida beffardo – mo’ la sparo più grossa.

Con “Glas”, 1974, non monta un allestimento? Un collage di testi, estratti fuori contesto, riprodotti in colonne appaiate, di due autori incongrui, l’uno con l’altri estranei, di età, interessi, produzione: Hegel con Genet. Come a dire: trovate il nesso? La struttura è quella di Genet, “Ce qui est resté d’un Rembrandt dechiré en petis carrés bien réguliers, et foutu aux chiottes” (ciò che  rimasto di un Rmbrandt strappato in quadratini molto regolari e buttato al cesso), in due colonne, a blocchi di differente carattere di stampa, a sinistra Hegel a destra Genet, con citazioni dalle opere dei due o da dizionari, e le note a margine di Derrida, Anche non afferenti ai testi. Le parole possono essere interrotte a metà da citazioni di altri testi lunghe più pagine. Proposto come un’opera di auto-decostruzione. Per trecento pagine - l'edizione italiana, nelle due lingue, si espande per 1.200 pagine...

Erotismo – È una prova di comunicazione-conversazione prima ancora che un’attrazione e un atto sessuale. E più durevole, anche più piacevole – euforizzante, orgasmico. Verbale e visiva, casuale e naturale, per luce e immagini, non voluta o costruita ad arte. che. Si vede dalle comunicazioni digitali, che possono essere intense, intenzionalmente, senza essere esplicite, e anzi per sottintesi o non detti, come potenzialità inespresse, né propedeutiche ad alcunché – giusto una forma di scambio.

Heidegger – Sarà stato “fascista tedesco” e non nazista, come vogliono alcuni francesi. Ma uno che sancisce “la verità intima e la grandezza di questo movimento, cioè l’incontro tra la tecnologia globale e l’uomo moderno”, che si poteva augurare Hitler di più solenne?

Poteri forti – Espressione in disuso – “dove sono i poteri forti?” si obietta. Ma sono quello che in Francia si chiamava “il muro del denaro”. Del capitale, delle influenze. Oggi più forte che mai e senza correttivi, sostenuto dal “pensiero unico”, o l’arricchitevi di vecchie formule, presso il legislativo e presso il giudiziario. Anche sotto le specie della contestazione.

Sogni – Sono attività cerebrale non governata dalla ragione. Come un caleidoscopio non sincronizzato, e anamorfico se non dissimmetrico o dismorfico. Come di uno che si trovasse in un magazzino di immagini e situazioni alla rinfusa al buio e non sa connetterle. Una sorta di riprova, se così è,  della ragione in senso immateriale, di anima, o spirito, o coscienza.
La fisiologia del sogno è quella del sonno. Attività cerebrale che va per stimoli nervosi di immagazzinamento, di frammenti - proposizioni, immagini – o proposizioni elementari, verbali, visive, singole e non collegate, non compiutamente significative. Di significati non significanti nella parlance di Saussure – da qui le “interpretazioni”.  
Del tutto casuali come di filamenti che galleggiano nel magazzino buio della memoria. Quelli che si ricordano sono peraltro, ripetitivi e quasi ossessivi ma per un tempo breve e brevissimo, pena l’oblio, quelli del dormiveglia, del sonno che deriva al risveglio. Una sorta di semicoscienza, nelle transizioni veglia-sonno, che la scienza riferisce all’oscillatore talamo corticale, che genera oscillazioni lente e sincrone.

Traduzione – Derrida la vuole un nuovo testo, creativo. Anche se fosse una copia fedele dell’originale – alla maniera di Borges, del racconto-manifesto “Pierre Menard, autore del «Chisciotte»”, in cui l’epopea di Cevantes, riscritta parola per parola, non è la stessa. Lo “yes” dell’“Ulisse” di Joyce, che tanto vi ricorre, non è l’“oui” francese. Succede alla traduzione come alla citazione: una frase estrapolata da un testo e inserita in un altro è un’altra frase, sia pure limitata a una sola sillaba, yes-oui – ma non sono bisillabi?

zeulig@antiit.eu

L’energia a Mosca


Secondo le statistiche dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, che raggruppa le economie industrializzate, il primo paese al mondo per potenziale energetico è la Russia. Primo produttore mondiale di petrolio, secondo di gas naturale, quarto di elettricità, sesto di carbone.
La statistica dell’agenzia parigina trova riscontro in quella del pil russo. Di cui il settore energia rappresenta poco meno di un quarto, il 22 per cento. Ma copre il 60 per cento delle esportazioni, e quindi degli introiti di valuta. E il 40 per cento, due quinti, delle entrate fiscali.
Petrolio e gas la Russia esporta ancora in prevalenza verso l’Europa,. Ma a ritmi crescenti, da qualche anno, in Asia.Verso la Cina e il Giappone, coi grandi impianti sul Pacifico di gnl, gas liquefatto. E con un gasdotto, il Power of Siberia, di cui si sta ultimando la costruzione.