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sabato 24 marzo 2018

La guerra è fra Trump e Xi

La guerra commerciale di Trump si allarga e si restringe. Si allarga ad altri prodotti, oltre a quelli siderurgici già sotto dazio. I 128 dazi decretati l’altro ieri a Washington si riferiscono a 3 miliardi di importazioni, quelli allo studio saranno venti volte tanto. Colpiranno almeno un decimo delle importazioni dalla Cina, oggi sui 500-600 miliardi di dollari (un terzo di tutto il pil italiano). La guerra commerciale si restringe infatti alla Cina: la serie di eccezioni decretate per le importazioni siderurgiche (Ue, Canada, Messico, Australia, Brasile, Argentina e Corea del Sud) verrà applicata anche per i dazi che si annunciano.
Usa prendere un provvedimento generale e poi restringerne la portata per evitare le sanzioni della Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, che non ammette misure mirate contro un particolare paese.
La decisione di Trump interrompe il trentennio di relazioni commerciali  privilegiate tra Usa e Cina, avviate dopo – e malgrado - le stragi di Tienanmen. Su questa base, si ritiene, si è sviluppata la liberalizzazione mondiale del commercio che si dice globalizzazione. Trump è arrivato a questa decisione dopo avere incontrato il presidente cinese Xi Jinping. L’unico leader mondiale con cui ha avuto contatti approfonditi, dapprima in Florida, dopo la sua elezione, e a novembre in Cina.  

Problemi di base stupiti - 407

spock

Quanto vale la stupidità in voti?

In termini percentuali, ma anche in gradazione?

Perché la stupidità non sarebbe variabile, come l’intelligenza?

C’è una gara a chi è più intelligente, c’è anche a chi è più stupido?

C’è un quoziente d’intelligenza, ce ne sarà uno di stupidità?

Quanti likes ci vorranno per superare il test?

Cosa dice la Costituzione della stupidità al potere?

spock@antiit.eu

L’ambasciatore di Firenze all’osteria

Gradevole narrazione di corna e becchi. Una farcitura di aneddoti, pochi di cose viste, molti di repertorio, tradotti o riscritti – c’è anche una commediola degli equivoci, della ragazza contesa da tre pretendenti e innamorata di un quarto. Con una dotta nota al testo di Marcello Simonetta - un’edizione elegante da bibliofili.
Il “Viaggio” non è granché, oltre questa aneddotica: la Germania è solo nel titolo. Il corrispondente di tante lettere da antologia di Machiavelli era un simpatico narratore, burlone, e poco altro. Molto amato da Manganelli, che lo trova d’ intelligenza “prensile come una mano ben fatta e bene adoperata a toccar cose, a muovere e a formare oggetti”, e questo “Viaggio” dice uno dei rari casi nelle lettere italiane di “piacere secco e ironico del pensiero pulito, senza fumi”, senza i fumi della retorica. Coautore, con Machiavelli, del “più vivace epistolario della letteratura italiana” (Simonetta), di linguaggio libero – Vettori è famoso per avere sostenuto scrivendo a Machiavelli di non conoscere “chosa che dilecti più a pensarvi e a farlo, che il fottere”. Ma non fu per caso se al ritorno dei Medici a Firenze lui ebbe il prestigioso incarico di ambasciatore a Roma, dai papi Medici, mentre il suo grande amico Machiavelli fu torturato e ostracizzato. Come funzionario della segretaria fiorentina non ha spessore, non che ne abbia lasciato traccia. La sua morale è :“Tutto il mondo è ciurmeria”, ribadita in più luoghi. Buona per le storie sollazzevoli.
Qui inviato alla dieta imperiale a Costanza nell’estate del 1507, ambasciatore della Repubblica Fiorentina presso l’imperatore, di cui si subodora una spedizione in Italia contro Venezia, sta ai margini, come se non ci fosse. Non vede nemmeno: di una missione di quasi un anno riferisce di  Nord Italia, Tirolo, Baviera e Svevia senza e senza luoghi, niente altro che osti e osterie. Benché l’imperatore, al cui seguito Vettori deve viaggiare, girasse molto, per le sue cacce beneamate. Non sa il tedesco, non capisce niente un volta passata Trento, e non se ne cura. Inviato al posto di Machiavelli, per beghe cancelleresche, sarà poi raggiunto e sostituito dall’amico. Neanche Machiavelli sapeva di tedesco, ma capisce e scrive molto di più e meglio dell’amico nella mezza dozzina di paginette del suo “Ritracto de le cose della Magna”, che questa preziosa edizioncina collaziona.
Simonetta ci trova “l’immagine di una Germania che rassomiglia, come in uno specchio rovesciato, all’Italia”. No, niente paragoni: in nessuna circostanza c’è il noi e loro. E questo riflette il mondo dell’epoca, che aveva confini (“il fiume del Lavis, di là da Trento cinue miglia, divide l’Italia d’Alamagna”) ma non inimicizie tribali. Sempre, è vero, si parla di Italia e Germania, di mondi diversi anche se non per ordinamento statuale: di lingua, mentalità, usi. Ma non di ostilità su line nazionali. A Innsbruck Vettori trova “tanto concorso d’italiani e massime lombardi” che gli sembra “una delle buone terre d’Italia” – da poco si era staccato dal vescovo di Trento. Nell’unico accenno alla diversità, peraltro, l’ambasciatore fiorentino coglie giusto – ma senza sanzioni: la Germania è protezionista già allora. “Piena di denari”, ma per un motivo, Vettori si fa spiegare da un tedesco: “Perché noi Alamanni abbiamo gran considerazione di curare che del paese non eschino danari per conto alcuno”. Anche delle donne, nell’unico brevissimo accenno: invitato a una cena “più che ordinaria” da “un uomo della terra chiamato Guglielmo”, trova a tavola “la donna non dimestica come in Francia né selvatica come in Italia”. E c’è, già molto apprezzato, il “fiorino di Reno”.
Una testimonianza indiretta di quanto l’Italia non contasse già nel Cinquecento, anche se non lo sapeva. Era indifferente al mondo com’è, o forse incapace di capirlo, di situarsi in esso, sé e i propri interessi, già allora.

Una testimonianza anche, non detta ma nelle cose, della parsimonia della Repubblica Fiorentina, con Vettori come poi, peggio, con Machiavelli, avarizia o pochezza che sia. Lo stesso girovagare per osterie e periferie ne fa fede. Senza lustro né importanza tra i tanti potentati, anche semplici cardinali. La magnificazione politica del Rinascimento andrebbe proporzionata, comparativamente, e ridimensionata.

Francesco Vettori, Viaggio in Germania, Sellerio, remainders, pp. 277 € 6

venerdì 23 marzo 2018

Problemi di base parlamentari - 406

spock

Largo ai trentenni, l’Italia dopo l’Arabia Saudita?

Daranno anche i nostri la parente alle donne?

E perché non Virginia Raggi a capo del governo: è giovane, è donna, e ha già la patente?

S’inaugura Salvini senatore della Calabria, il mondo “va n’arreri” (D.Tempio)?

Perché immigrati e calabresi votano Salvini?

È più furbo Salvini, più sciocchi i calabresi?


Il voto meglio del suicidio assistito – costa meno?

spock@antiit.eu

Il mercato dei ladri di identità

Facebook contro Cambridge Analytica è una guerra di ladri. Non c’entra la democrazia né la legge, al più la buonafede in commercio. Ma di commercio si tratta, non cristallino in entrambi i soggetti.
Dietro le esibizioni di moralismo, e la pregiudiziale politica (si fa un caso perché i dati rubati sono stati venduti a una campagna elettorale di destra),  la verità è che Cambridge Analytica ha rubato a Facebook i dati che Facebook ruba a ogni momento ai suoi iscritti. Con diritto: Facebook questo è e dichiara di essere, un’azienda di promozione pubblicitaria, e una piattaforma di pubblicità. La più grande forse che ci sia, e suppostamente mirata. Cioè efficace, grazie alla messe di dati che riesce a raccogliere sui suoi utenti, e quindi alla loro profilazione come clienti.
La relazione sulle elezioni del 4 marzo presentata da Ipsos Flair (Nando Pagnoncelli) al Cnel ne è involontaria testimonianza. Ipsos spiega che le percezioni sono state all’origine del terremoto al voto. Ma questo è inevitabile: si vota, quasi sempre, d’impulso. Pagnoncelli vi aggiunge con molti ragionamenti l’inevitabile corredo di “fake” – per la campagna elettorale, per la propaganda, per i social media. Mentre questa è la normalità. Abbiamo avuto la pubblicità di strada, coi manifesti. Quella di piazza, con i comizi. Quella radio-televisiva ormai da decenni. Abbiamo quella digitale. Più mirata? Perché più efficiente. Alle famose elezioni pasquali del 18 aprile 1948 il Pci si presentava sotto l’immagine di Garibaldi, e col messaggio che Cristo era risorto con la bandiera rossa: un fake, due fake?
Si giunge a una conclusione “critica” se si considerano i “social”, Facebook in testa, come testimoni di verità, prima che come veicolo pubblicitario. Che non è molto brillante, prima che falso.  

Appalti, fisco, abusi (117)

L’amministrazione 5 Stelle di Roma non mette in sicurezza strade e marciapiedi per il secondo inverno di fila, e non rimuove le piante spezzate di questo inverno, in attesa degli appalti “secondo le regole”. Manda però per le strade e gli spazi verdi squadre di avventizi non di mestiere, che fanno finta di risolvere le emergenze, con scritte e casacche Roma Capitale. Tanti mini-appalti inutili sono più “in regola” dell’appalto risolutivo.

Una bolletta elettrica con zero consumi fatturati paga 14 euro per il trasporto dell’energia elettrica, e la gestione del contatore, e 22 euro per “oneri di sistema”, per le fonti cosiddette alternative.
Per un consumo stimato di appena 18 kWh, Eni imputa 21 euro per trasporto luce e gestione contatore, e 32,5 per “oneri di sistema”. Una patrimoniale surrettizia, un’altra Imu, per servizi al consumo.

I numeri verdi di Eni e Enel spiegano che l’aggravio è sulle seconde case. Cioè su tutti - chi in Italia non ha una seconda casa in eredità da accudire? Ma non è così: su una fornitura residenziale Enel fattura, su una bolletta di 28 giorni, ben 9 euro per il trasporto e per la gestione del contatore, e 20 per “oneri di sistema”. Se non è una tassa, è un furto, una truffa?

Le società di servizi elettrici hanno introdotto l’aggravio due mesi fa con la solita lettera burocratica, in cui, rinviando a delibere e dpr di varia denominazione e altre fonti giuridiche di ignota esistenza, comunicano una cosa incomprensibile. Che di fatto è la patrimoniale servizi al consumo. Senza che nessuno lo spieghi: non il governo, non l’Autorità di settore, non i media – ai quali viene dato in pasto invece l’aumento, minimo, della “materia energia”, quota ormai irrisoria della bolletta. Quanto alle associazioni a difesa dei consumatori, si vede che ce n’è abbastanza anche per loro.


“Oneri di sistema” è una tassa a beneficio delle fonti di energia cosiddette alternative.  Cioè di Enel, per i vecchissimi pianti idroelettrici, armottizzati da decenni. E per i “draghi” del fotovoltaico e dell’eolico. Che tutti, Enel incluso, celebrano in Borsa con utili stratosferici. 

Immagini di felicità

Un film sulle immagini – immagini dell’immagine, di visi e villaggi. Fantasioso e coinvolgente, benché di immagini desunte dalla quotidianità -  più spesso dalla derelizione: industrie e paesi in abbandono, lavoratori isolati, persone marginali. Di scene curiose, inventive, realistiche. E semplici. Di un viaggio felice che suscita felicità.
Un po’ di effetti c’è. Agnès Varda parte serena a 88 anni per questa ultima avventura: girare per la Francia, trovare storie e facce da raccontare, raccontarle in breve. Con un fotografo giovane, JR, rinomato artista di strada - che la sua tecnica ha elaborato sulla trasformazione surrealista dei grandi cilindri di un deposito petrolifero in occhi proiettati sul mare, nel primo film di Agnès Varda (e di Philippe Noiret), “La pointe courte”, 1955. Con un caravan attrezzato che da una cabina per fototessere espelle gigantografie, grandi poster da attaccare alle pareti.
Un racconto realistico di un irreale, di cui i quattro occhi dei fotografi (Agnès Varda è e si vuole fotografa, una che racconta per immagini) sanno estrarre momenti palpitanti. Un miracolo, un inno alla letteratura, alla solidità dell’invenzione, oltre che alla cinematografia. Un regalo per gli spettatori, che le immagini coinvolgono senza prevaricazioni, in una serie ininterrotta di emozioni. La felicità dei due vagabondi è contagiosa.
Gli innominati dei piccoli mondi abbandonati che i quattro occhi risuscitano si ritrovano così esilarati e ogni storia finisce in gloria. Ma sempre con misura, nella esaltazione come nelle malinconie. La sua storia stessa, dei tanti acciacchi e dei morti - gli amici di gioventù e di avventure, il marito Jacques (Demy) - e del diniego dispettoso di Godard, Agnès Varda, Oscar alla carriera, precursora della Nouvelle Vague, riporta a pochi momenti, con la giusta misura.
Confinato tra i documentary, non distribuito in nessun circuito – ne ha stampato qualche copia la Cineteca di Bologna. Mentre è il film a soggetto più narrativo della stagione. A meno che non sia adesso questo il futuro del cinema, per pochi spettatori - i blockbuster sono spettacoli da fiera. Con la critica, curiosamente, schierata per le produzioni di massa, di più per le più orride, ai festival e nei loro media - schierata è la parola giusta, come participio passato passivo e non attivo..
Agnés Varda-JR, Visages Villages

giovedì 22 marzo 2018

Secondi pensieri - 339

zeulig

Biopolitica - Un concetto storicizzato – la concettualizzazione della storia, di una storia – quale è in Foucault, studioso del potere nelle forme assunte dalla modernità, si assolutizza o ipostatizza. Viene fissato, seppure nelle forme divisive di istantanee in successione. E semplificato. Mentre è un processo, complesso. L’operazione del potere sulla vita è continua, e incessante – è il suo proprio: il potere interagisce sulla vita.

Femminismo – È autorappresentazione. Non più liberazione, da vincoli, pregiudizi, ineguaglianze, ma una forma di pensiero. In opposizione, più che costitutivo – lascia insoluti o irrelati dati fondamentali  come la fisiologia, la procreazione, la genitorialità. In un’uguaglianza non contestata, ora non più, ma senza la–le differenza-e. Di cui il mito della bellezza è parte. Non subdolo o artefatto, un mito non può esserlo.
L’uguaglianza non è un mito, è un fatto, giuridico, economico, politico.  

Gran Simpatico – Si è perduta questa denominazione, a lungo in uso per il sistema nervoso centrale. La parte addominale di esso. Che presiederebbe alle passioni, eventi incontrollabili, i suoi centri non dipendendo dalla volontà né i suoi moti dalla ragione, dalla coscienza. Il luogo anzi delle passioni (ambizioni, gelosie, invidie) che, arrivando al cervello, diventano le fedi e gli ideali. Se ne può parlare oggi per sancirne la decadenza, o l’assenza. Soppiantato, come la coscienza, dall’inconscio della psicoanalisi, della “cura con le parole”, o della “psiche da manuale”. Ma se ne è perduta anche la funzione? 
Guido Piovene, lo scrittore, sanciva il declassamento cinquant’anni fa (“Le stelle fredde”, 1970). “È stato il padrone del mondo, ma adesso è declassato e perde importanza. Sta uscendo dalla scena, almeno rispetto al cervello. Il cervello riceve sempre meno i suoi invii e soffre anche lui a modo suo: non domina, non trasforma, non esprime più nulla”. Funziona, ma senza effetto: “Continua a scatenare le sue tempeste, che si alzavano un tempo fino a toccare il cielo. Adesso rimangono lì. Antigone non diventa Antigone, Enea non diventa Enea. Sono fanatismo, violenza, rabbia, imposizione di fedi, smaniose, senza scopo, senza bellezza, sordide e micidiali come i cadaveri viventi”.
Cinquant’anni fa come oggi? Forse nella psicoanalisi, tutto vi è già avvenuto.

Narcisismo – È il dato dell’epoca – come in ogni altra epoca, ma ora senza argini. Né contorno o contesto. In letteratura, nei media (il “personaggio”), in politica (“io e il mio io”). Tutti “eroi” di loica virtù o chiacchiericcio – senza nessuna virtù. Ma senza i sensi di colpa che Freud vi connette. La strategia narcissica dovrebbe generare sensi di colpa, per quell’intima malafede, e anche viltà, per cui si argomenta per escludere ogni senso di responsabilità, e senza mai arrivare al coraggio della menzogna professa. Può dardi che Freud sbagli, ma l’esito è pur sempre di un imbuto, o una impasse. Una sorta di tautologia – di afasia sonora.
Vincono Di Maio e Salvini perché parlano più di tutti, ma loro stessi non sanno quello che dicono – parlano “a macchinetta” – né se ne curano. Sanno solo che vogliono vincere, che ogni mossa va condotta a quel fine. È solo questa la loro coerenza, la logica. E i loro elettori non chiedono altro, per la stessa sindrome, dell’apparire e del vincere.
U altro discorso è se questo narcisismo di superficie, da “Isola dei famosi”, non sia l’esito di una regressione, del giudizio e anche dell’alfabetizzazione – al “discorso senza senso”. Che un tempo era il linguaggio del comico.

Percezione – È la determinante delle decisioni, più che il giudizio: si decide sulle apparenze e sulle prime impressioni. Lo studio post-elettorale presentato da Ipsos Flair (Nando Pagnoncelli) al Cnel afferma e spiega che le percezioni sono state all’origine del terremoto al voto. Ma questo è successo anche prima, ed è inevitabile: la prima risposta, e anche la seconda, è d’impulso. 

Psicoanalisi – Fa il mondo piatto, pretendendo di spiegarlo, pur scavando o costruendo montagne. Snervato, per innumerevoli dissezioni, interminabili, perché il mondo fa senza ossigeno, spento. Terapeuticamente, è un cura che è un morbo, una dipendenza – una droga.
Se è una terapia, la psicoanalisi dissecca.

Spazio - Lo spazio c’è. La città non è le persone, non è il sangue né gli affetti. Non è tribù, né insieme di gruppi sociali coesi: è un’organizzazione dello spazio. Sempre si sa che è la città a fare le persone, è l’organismo prototipo, che prevarica i componenti,  

Tribù - Nel Medio Evo la chiesa imponeva agli ebrei due e tre conversioni. E non solo per avidità, per moltiplicare i donativi obbligatori. Era una forma di saggezza. Dirazzare, uscire dalla tribù, è come dividersi, nella mente e perfino nel corpo, nel passo, nel portamento, si perde in lucidità. Non si ha in realtà rispetto del tribalismo: ogni mondo è una costruzione culturale, e la cultura ha pochi segni. Forse il mondo fisico ne ha di meno, ma quello culturale certo ne ha pochi, siamo più o meno gli stessi, se non altro perché ci parliamo, il  linguaggio è comune. Né si può avere della tradizione culto feticista, meno che meno eliotiano, ideologico: si vive nel presente, ci si lusinga di vivere nel presente, non ci si ferma a guardare indietro, il compiacimento appare stupido. Anche se le deliberazioni nette non sono altro che polemiche certezze dell’incerta adolescenza. Ma la tribù, pur tra parentele, prestiti, acquisti e ogni altra verità etnografica, è un dato di fatto. Anche a Parigi o Londra.
La conversione non è il battesimo originario, benché ne ripeta la formula, il quale è invece per sempre, un imprinting. Come i coloni volenterosi in Africa, i convertiti, voltando le spalle alla famiglia, la cultura, la terra, sono per sempre disturbati, avendo rinnegato se stessi. Si può vivere la pensione in Portogallo, anche nelle remote Azzorre, o alle Madeira, se piace il Sud: senza tasse, si raddoppia l’assegno e si spende meno, il costo della vita è inferiore – lontani anche, per molti servizi, dagli abusi che sono purtroppo la norma in Italia, nella dissoluzione dell’Italia. E tuttavia, si vive nell’incompletezza: il senso della vita si vive nella comunità originaria, anche se aborrita.

zeulig@antiit.eu

Premi di genere

Ai David di Donatello, come agli Oscar e altre cerimonie analoghe, tutte quest’anno improntate alla causa femminile, si danno premi distinti per genere: miglior attore, migliore attrice. Facendo precedere il premio femminile rispetto a quello maschile non per galanteria ma in ordine gerarchico, dal meno al più importante.
È un’ingiustizia, che va eliminata. Perché non alternare le gerarchie: un anno prima il femminile, un anno il maschile? Oppure abolire il genere: un solo premio, non alla migliore attrice o al migliore attore, ma alla migliore interpretazione. Ma questo potrebbe non piacere - il genere serve per moltiplicare i premi.
Quest’anno ai David Paola Cortellessi ha detto il vocabolario maschilista di Bartezzaghi. Per un ruolo, quello della prostituta, che è – è stato – femminile nei secoli. Il vocabolario non è sessista – molti più ruoli cattivi sono maschili – ma questo non importa. I maschi potrebbero volersi riprendere i ruoli del cattivo. E questa sarebbe una buona notizia: rifare i David, un’altra cerimonia al maschile. Con premi per entrambi i generi. Due Oscar, due David, eccetera.

Moro senza mito

“Bayle credeva che una repubblica di buoni cristiani non potesse durare. Montesquieu correggeva: «Una repubblica di buoni cristiani non può esistere»”. Ma una repubblica di buoni cattolici italiani può esistere e durare. Così”.
Si ristampa, per i quarant’anni dell’assassinio di Moro, lo scritto a caldo che Sciascia pubblicò cinque mesi dopo il fatto, con l’aggiunta cinque anni dopo della sua relazione di minoranza (“di assoluta minoranza”) alla Commissione d’indagine parlamentare. Un controcanto: Commoso ma critico.
Sciascia non lo dice mai, ha rispetto per il morto. Ma la mancata liberazione di Moro fa apparire una farsa: la scoperta dello Stato a opera di chi non ne ha mai avuto il senso. Scrive distaccato. Dialoga con Borges e con Savinio. Introduce il libro con Pasolini, la sua arringa contro il “Palazzo”, contro la Dc. Argomenta sospettoso l’avvento progressivo dell’apposizione “statista”, per il prigioniero e poi per il morto: una traduzione, ripete, chissà, del segretario dell’Onu, del presidente Carter. E al terzo capitolo attacca la mitizzazione incipiente: “Moro non era stato, fino al 16 marzo, un «grande statista». Era stato, e continuò ad esserlo anche nella «prigione del popolo»,  un grande politicante: vigile, accorto, calcolatore; apparentemente duttile ma effettualmente irremovibile”. Un duro. “E con una visione delle forze, cioè delle debolezze, che muovono la vita italiana, tra le più vaste e sicure che uomo politico abbia avuto”. Titolo di merito? A Sciascia fa venire in mente il maresciallo Kutuzov, quello che sconfisse Napoleone ritirandosi, nella caratterizzazione di Tolstòj in “Guerra e pace”. Ironico, distante. Anche Moro: “A vederlo sullo schermo della televisione, Moro sembrava preda della più antica stanchezza, della più profonda noia. Soltanto a tratti, tra occhi e labbra, si intravedeva un lampeggiare d’ironia o di disprezzo, ma subito appannato da quella stanchezza, da quella noia”. Anche di persona era così, si può testimoniarlo, al seguito nei suoi viaggi. Da ministro degli Esteri, totalmente ininteressato ai suoi interlocutori. La posizione estera dell’Italia non rientrava nel suo “Stato”.  
Sciascia seguita ricordando il discorso di Moro alla Camera in difesa dell’onorevole Gui per lo scandalo Lockheed – il discorso del “Non ci processerete nelle piazze, non ci lasceremo processare”. Riducendolo sarcastico a sillogismo: “la Libertà e l’integrità del paese sono intangibili, la Democrazia Cristiana rappresenta la libertà e l’integrità del paese; la Democrazia Cristiana è intangibile”.
Non sono passati quarant’anni dal libro, ma sembra di un altro mondo. Uno Sciascia redivivo se ne sarebbe sorpreso – era scettico ma non tanto: oggi il democristianesimo impera, semza i buoni cattolici. Senza nemmeno una voce critica, l’intellettuale è scomparso. Con Montesquieu e ogni altra teoria dello Stato..  
Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, Adelphi, pp. 197 € 11

mercoledì 21 marzo 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (357)

Giuseppe Leuzzi

L’ex pm dello Stato-mafia di Palermo, Ingroia, accusato di peculato, si difende: “Io in alberghi di lusso? Ci vanno anche i pm”. Probabile. Ma: le toghe che si difendono con chiamate di correo?

Il caciocavallo silano è brand della Puglia. L’ovale calabrese, denominato valencia o navelino, si vende in enormi quantità, preferibilmente dalla Spagna. La clementina di Calabria, protetta da igp, si vende in Europa, Roma e Milano comprese, proveniente da Nord Africa e Spagna. L’olio nei ristoranti della Costa Viola viene in bustina da Crescenzago. La povertà può essere una conquista - necessita sforzi.

Il Sud a rischio
Francesco Drago e Lucrezia Reichlin prendono sul serio il plebiscito meridionale per i 5 Stelle. Sono i soli, vale la pena leggerli. Cominciano ricordando che le cose al Sud sono diverse da come si dice per l’Italia, con “tassi di disoccupazione che sfiorano il 20 percento e in alcune regioni il 60 per quella giovanile”. E finiscono spiegando piano, senza bisogno di spremersi le meningi: “Rattrista vedere come il voto sia stato letto quasi ovunque in modo semplificato, come domanda di assistenzialismo o paura di cambiamento. Non semplifichiamo. La domanda di assistenzialismo nel Sud c’è sempre stata e sicuramente c’è ancora oggi, ma la società meridionale il 4 marzo ha detto qualcosa di più. Abbandonando i partiti tradizionali incapaci di rispondere ai suoi bisogni, ha espresso piuttosto una disponibilità a sperimentare qualcosa che non si conosce e che potrebbe essere migliore dello status quo. Il contrario di una avversione al rischio”. Dopo settanta o ottant’anni di questione meridionale, il Sud resta ignoto, anche ai meridionali.

Risorgimento per ridere
Risorgimento da ridere
La spedizione dei Mille si fece al canto di “La bella Gigogin”, che aveva avuto successo a Milano l’anno prima. Garibaldi compose brutti versi, che qualcuno propose di cantare sulla musica del coro della “Norma”, ma la cosa non piacque, si continuò con “La bella Gigogin”. Di cui è noto soprattutto il ritornello: “Di quindici anni facevo all'amore:\ Daghela avanti un passo, delizia del mio cuore.\ A sedici anni ho preso marito:\ Daghela avanti un passo, delizia del mio cuor.\ A diecisette mi son spartita:\ Daghela avanti un passo, delizia del mio cuor”. Ma è canzone patriottica.
Fu composta nel 1858 a Milano, in dialetto lombardo-piemontese, come invito all’azione a Vittorio Emanuele II. Come tale fu recepita a Milano alle prime esecuzioni della banda musicale cittadina. Anche se gli occupanti austriaci non ne intesero il senso. Al punto che l’aneddotica anti-austriaca vuole che la suonassero nella battaglia di Magenta, all’attacco contro le truppe francesi. Le quali  risposero intonando il ritornello: “Daghela avanti un passo” intendendo riferirsi a Vittorio Emanuele II per l’occupazione della Lombardia.
Questo e altro racconta Luciano Bianciardi in uno dei suoi tanti racconti del Risorgimento, la sua passione, di cui si tace perché è finita dissacratoria. Nel racconto dei Mille, “Il Risorgimento allegro”.
“La guerra per il Meridione era finita; ma già ne stava cominciando un’altra, più lunga, più dura, più sanguinosa. Anzi, più sanguinosa di tutte le guerre risorgimentali messe assieme”. Così conclude il racconto dei Mille. “Ne parleremo più avanti”, promette. Poi se ne dimentica. Ma intanto precisa. “Basti sapere che fu una guerra civile, fratricida, atroce”. Era la cosiddetta “lotta al brigantaggio”.
Bianciardi, garibaldino, non ha grande opinione di Cavour. Ne scrive come di uno abile a sbrogliare le matasse, ma di nessuna visione. “Cavour neanche fece il gesto di recarsi a Napoli e in Sicilia”, dice a un certo punto. Questo è vero. Si può aggiungere che ci mandò a suo nome Lamarmora e Cialdini. Due generali. Due incapaci – come si vedrà a Custoza – e anche stupidi.
Garibaldi si fece eleggere deputato a Napoli, al primo Parlamento, 1861. Liquidato a Caprera subito dope Teano, senza cerimonie, senza mai un invito alle tante celebrazioni dell’unità, si presentò al primo Parlamento unitario come deputato di Napoli.
In chiave revanscista, si parla di neo-borbonismo. Ma una repubblica del Sud con Garibaldi non sarebbe stata molto meglio, dell’unità e dei Borboni? Peggio non avrebbe potuto.

La Repubblica ha separato il Sud
La Repubblica sarà stata la stagione più nuova dell’Italia. Rispetto al Risorgimento che le ha dato origine, che fu classista, perfino oligarchico, e l’ha penetrata fino al fascismo incluso, nei linguaggi, le tematiche, l’assetto politico della società. Nuovi ceti, nuovi interessi, nuovi modelli intellettuali irrompono con la Repubblica: il Risorgimento è di colpo un reliquato notabilare, la Repubblica è operosa, creativa, menefreghista, nuovamente avventurosa, molto curiosa, democratica, populista. Cadono anche le vecchie finzioni, i tre poteri del liberalismo ante 1789, la res publica super partes, il patriottismo obbediente e assoluto, le gerarchie. Sostituite dalla prima, vera, ideologia nazionale: il capitalismo – la sfida, il consumo, gli affari. La res publica della Repubblica è la ricchezza.
Solo il Sud in tanto tumulto rimane quello che era – e per molti aspetti peggiora: era applicato, “testardo”, è neghittoso, era coriaceo, specie nelle avversità, è debole, era inventivo, emigrando, è lagnoso Tutto muta, si trasforma, migliora, peggiora, nell’arco di una vita, una, due, anche tre volte, solo il Sud resta “Sud”. Si sarebbe tentati di dire che peggiora, ma il “Sud” è il peggio per antonomasia. E tuttavia la Repubblica ha “creato” il Sud, come un mondo a parte. E quasi sotto un tallone di ferro: lo ha separato, col sottogoverno, le mafie, il leghismo.

Il Sud valeva più o meno la metà del pil dell’Italia post bellica – industrie ridotte per le distruzioni, agricoltura ancora centrale. Oggi non ne vale un quarto (sulle cifre il discorso non è opinabile, è possibile farlo, andrà fatto).
Si può riportare l’inizio del Sud all’unità, ai Borboni, al Seicento, agli Angioini. La datazione di un’epoca è sempre complessa. Gli storici ancora non hanno  deciso se far finire il Medio Evo a Dante, o alla caduta di Granada, o alla scoperta dell’America. Ma è certo che il Sud come tutto ha avuto un inizio, col suo carico razzista, anche se molto deve agli stessi meridionali. Fino a tutto il Settecento non c’era. Nemmeno fino a metà Ottocento. Non per Goethe, Vivant  Denon, Stendhal, Courier, Lear, i viaggiatori colti. Un carico decisivo ce l’ha messo naturalmente Dumas, che pure è molto “meridionale”, con i suoi “Borboni di Napoli”, sedici volumi in ottavo di nefandezze. Poi vennero i generali di Cavour. E le viaggiatrici, che anelavano ai briganti, e se li inventavano.
La squalifica e il sottosviluppo cominciano con l’unità. Questo è indubbio. Roma non era più pulita di Napoli, o meno povera, e faceva più morti a mano armata. Né Torino più industrializzata. Per non dire del Veneto.
L’unità (il Risorgimento) si può leggere anche come uno sradicamento colossale del Sud. Spiantato e annegato nella turpitudine insieme con i Borboni, che non erano il Sud – e certo erano riformisti e non peggiori dei Savoia. Anatema che Napoli e la Sicilia hanno interiorizzato, regioni urbanizzate e risorgimentali, e hanno imposto a tutto il Sud, con gli sbirri e i prefetti. È l’esemplificazione perfetta dello sradicamento che Simone Weil negli anni 1930 ha individuato e stigmatizzato come la peste dei popoli – “La prima radice”. Anche perché è agricolo – campagnolo, poco urbanizzato, se non per Napoli e Palermo : lo era produttivamente e lo è rimasto mentalmente, per la psicologia sociale. Vittima dello sradicamento delle campagne, che S.Weil individuava alla radice dello “sradicamento” mentale di larghe masse in Europa.
Il Sud Italia è marginale perché è a Sud, come ogni Terzo mondo. Ed è marginale perché è agricolo. La campagna si sente ed è marginale in tutto ciò che conta: la politica, i consumi, le idee. Fare della campagna il centro della modernizzazione sarebbe la ricetta: consumi, abitudini, modi di dire e di essere, l’uso del tempo. Un’utopia in termini di produzione, ma non di funzione vitale.

leuzzi@antiit.eu

Il caso del morto vivente, o le stelle fredde dell’io

“Cos’è convivere con i morti”: il narratore si spegne per simulare la morte, con l’aiuto di Dostoevkij, di un analista pedagogo in aspetto di poliziotto, del ciliegio dell’infanzia a sua volta morto e sradicato, e del se stesso bambino impeccabile, ordinato e metodico, solitario. Placandosi nel non essere: “Il mondo esiste solo per essere catalogato”. Passioni? Rimorsi? Intelligenze? Ruminìo, alla macina dell’io.
Un romanzo pretenzioso, con cui Bompiani - cui il romanzo è dedicato - volle consacrare Piovene alla fine con lo Strega 1970, più noioso che non. Preceduto in questa riedizione da un lutulento saggio di Andrea Zanzotto. Che, solitamente misurato e illuminante, fa dell’ultima fatica del conterraneo il romanzo del Tutto: analitico, buddista, giallo, fantascientifico, proprio, alla Dick, poetico, dantesco, simbolico. Un saggio modellato sulla sarchiatura perenne della psicoanalisi fa, con tanto di “inifinitudine”, di “aggressività dell’inesistente”, e naturalmente di “buchi neri”, e di Narciso. Cosa non fa la solidarietà tribale?
Un romanzo giallo alla Dürrenmatt, alla Handke, alla Robbe-Grillet (Zanzotto), metafisico? O la storia del letterato disgustato della letteratura, “di Shakespeare, di Omero, dei tragici gerci” – di cui peraltro vede solo “le larve”? In un mondo sorpreso “dall’avvento delle stelle fredde”. “Hai mai visto una mosca”, chiede il personaggio-narratore al suo medico, “quando ronza furente perché il freddo la fa morire? Lo stesso loro, i caratteri, i personaggi, i morali, i fanatici, i missionari, i predicanti, i passionali, i credenti, i sinceri. Orribilmente falsi. Orribilmente ebeti. Orribilmente spettri. Disgustosamente parlanti. Mi ripugnano e io ripugno a loro”. Una professione di misantropia, che si direbbe chiuda il racconto. E invece lo apre: la p. 6, la quarta del romanzo, è un distillato dello sradicamento analitico. Un ritorno, a memorie morte. Un viaggio a ritroso, in un aldilà che è l’universo proprio, rimosso. Zanzotto trova che “di rapimenti danteschi echeggia tutta l’opera”. Ma il viaggio è scettico, non di fede, attraverso l’ironia.
“Opera di poesia”, lo dice ancora Zanzotto, “Piovene si abbandona alla poesia”. E “del fantastic nelle manipolazioni fantascientifiche”. Con una notazione però interessante: “Il fantastic nella tradizione veneta ha un notevole rilievo (e solo per Vicenza” , la città di Piovene, “basterebbe ricordare il primo Fogazzaro e il primo Parise)”.
Il romanzo si presenta in forma di giallo: succedono cose di cui non ci viene fornita la chiave. Con un padre censore, e poi un poliziotto filosofo. Come sempre in Piovene pieno-ricco di rimorsi: ossessioni, follie, la depersonalizzazione, l’alterazione delle percezioni - il protagonista-narratore si presenta sofferente, giovane, di ipoacusia, che eleva a “sordità differenziata”, anche di sé.
Zanzotto lo dice anche un ritorno narcissico, “impossibile\necessario”, che poi è la cifra di Piovene, “che genera sensi di colpa”: “Egli sa”, scrive Zanzotto probabilmente prima dell’ondata di selfie compiaciuti, “che oggi non si può ripiegare senza colpa su stati analoghi alle infanzie «paradisiache», come si credette nel primo ‘900”. Ma si può invertire l’ordine: sensi di colpa, seppure generici, provocano il ritorno narcissico.
Una narrazione psicoanalitica – un genere che si potrebbe anch’esso elevare a dato tribale, ricomprendendovi Svevo, Berto, e lo stesso Zanzotto.  Del rimosso dell’io intrattabile. Imperturbabile, dietro le schermaglie, di cui si fa corazza, impositivo. Irrelazionale. Un blocco. Il protagonista narratore si compiange come morto vivente. Ma allora di quelli “repubblicani” nella rivoluzione francese, che si legavano a un condannato per annegarlo senza sforzo. Un blocco solidifcato, dietro la presunta ricerca: il mondo è freddo perché l’io è freddo. Fredda è anche la memoria reale, dell’esistenza e non del rimosso. La “tecnica d’eliminazione” che il narratore dice di applicare a se stesso è una paratia che alza contro il mondo. Come uno di quegli “insetti che vogliono sfuggire a chi li guarda rimanendo immobile e facendo il morto”. Facendo il morto come in analisi, fuori dal mondo, in una sottile robusta paranoia, che la cura perpetua, ingualcibile. E insomma, che vorrà dire? “I dolori più forti sono quelli che non si sentono”?
Tra le sorprese c’è il ritorno di Dostoesvskij, l’altro da sé, sulla terra. Insoddisfatto dell’aldilà – dell’eternità. Cui Piovene confida un lunghissimo racconto della vita ultraterrena. Al modo di Dostoevskij, ma noioso – una trentina di pagine, purtroppo.
Un brutto romanzo, ma una testimonianza, involontaria
Guido Piovene, Le stelle fredde, Bompiani, pp. XXVIII + 200 € 12


martedì 20 marzo 2018

La frana libica sull’Europa, e sull’informazione

La guerra alla Libia nel 2011 è stata imposta da Sarkozy per cancellare le tracce della sua corruzione? È presto per dirlo: il fermo dell’ex presidente francese, per avere sforato il tetto legale alle spese elettorali nel 2007-2008 di quasi il doppio, 42,5 milioni invece dei 22,5 permessi, dieci dei quali facendoseli dare in contanti da Gheddafi, deve essere confermato, le accuse devono essere provate. Non è ma incerto invece il ruolo personale di Sarkozy, che travalico i limiti Onu, per quanto formali, nella caccia a Geddafi,  per trucidarlo senza processo. E  non c’è altra ragione per la guerra alla Libia, nella quale la Francia ha trascinato gli Stati Uniti del volenteroso Obama, e l’Europa. Creando un disastro politico e umanitario di proporzioni ancora incalcolabili: in Libia non c’è solo lo sfruttamento dell’emigrazione clandestina,  le fazioni politiche e tribali si decimano senza limiti.
C’è una nuova vecchia Europa dopo la caduta del Muro. Che è un po’, anzi parecchio, quella vecchia, di prima della guerra e della guerra fredda. Comunque, non più quella che aveva costruito e s’era costruita nella guerra fredda, baluardo della democrazia. La Germania torna a essere continentale (chiusa in se stessa) e egemonica. La Gran Bretagna fa da sé. La Francia torna ai suoi colpi di testa e di mano. .
Vittima collaterale della guerra alla Libia Bernard Henri Lévy. Che forse non è un filosofo, ma è pur sempre una colonna del “Corriere della sera”. Per il quale  ha sctitto pagine infiammate sulla liberazione della Libia dalla tirannide, al seguito di Sarkozy.

Problemi di base umanitari - 405

spock

Dunque, dobbiamo dare la caccia ai curdi in Europa perché ce lo ordina Erdogan?

Il costo si può scalare dal deficit pubblico?

E si possono rapire le guardie confinarie greche?

Con le navi dell'Eni a Cipro?

La pirateria è bella-e-buona nel Mediterraneo?

Si possono imprigionare i giornalisti?

E chiudere i giornali?

Si possono bombardare i curdi, anche all’estero?

Pioveranno bombe turche?

spock@antiit.eu

A scuola dai brutti film


Nanni Moretti al suo meglio, divertito e divertente. Un tempo faceva parlare la psicoanalisi, poi le terapie fisiche, da qualche tempo il modo di fare cinema. Qui conciona sotto le sferza della fisioterapista al pilates (Patrizia Quaranta) in una palestra vuota, di “ischi allegri e clavicole sorridenti”. Un altro linguaggio loquace e preciso in berlina, mai senza argomenti e senza certezze: assurdo. Visto (schernito) dal basso, dal suo proprio mondo, confuso, di cinematografaro.
Usato come presentazione a “Il caimano”, andato in onda su La 7 il 28 ottobre, sembrava una spiegazione del film. Rivisto autonomamente, in programmazione al Nuovo Sacher di Roma,  è tutt’altro - “Il Caimano” resta un film su Berlusconi, ma contro l’industria cinematografica. Come si fa un film, come prevalgono le cattive ragioni, e come è bene, per un regista giovane, pardon, per una regista giovane, andare a vedere “i brutti film”: a vedere i brutti film si impara quello che non si deve fare – che è quello che verrà sempre proposto.
Un corto di pochi minuti, nemmeno dieci. Ma un altro piccolo capolavoro di understatement, l’umorismo di Moretti. Trasposto da un decennio, proprio dal “Caimano”, su nuovi obiettivi: dai vecchi bersagli psicoanalitici e salutistici al modo di fare cinema.
Nanni Moretti, Ischi allegri e clavicole sorridenti

lunedì 19 marzo 2018

Letture - 338

letterautore

Bellezza – Il “mito della bellezza”, che certo femminismo ha denunciato a opera del potere maschile, sull’onda del best-seller di Naomi Wolf, 1991, “The Beauty Myth”, era già materia di Lautréamont. Che visse solo 24 anni, e nel 1868, con “I canti di Maldoror”, annunciava la liberazione della bellezza dalla servitù di dover essere bella. Una bellezza che sapeva fare uso del kitsch e del comico romantico, sconfinando nel grottesco.

Dante – “Bizantino” lo fa Carlo Ossola (“Viaggio a Maria”), ben più persuasi amente che il Dante islamico.  Sulla traccia delle immagini bizantine della Madonna, di cui fa tesoro nel “Paradiso”. Che originavano dalla “Dormitio” di Maria, tema augusto della confessione ortodossa. Meglio espresse nei mosaici della Martorana a Palermo, secolo XII, per iniziativa di Giorgio d’Antiochia, “greco ortodosso al servizio di Ruggero II”. Mosaici che Dante non può avere visto, ma di cui può avere saputo. Temi poi ripresi a fine Duecento a Roma, prima del Giubileo 1300, da  Pietro Cavallini a Santa Maria in Trastevere, e da Iacopo Torriti a Santa Maria Maggiore. Rappresentazioni che Dante può avere e non avere visto, ma di cui certamente sa, segnarono il giubileo del secolo, poiché vi modella la sua Maria della “Divina Commedia”, la vergine “alta e umile più che creatura”. Del resto il tema della “Dormitio” di Maria Vergine era diffuso in Toscana, a Siena e a Pisa, e nella stesa Firenze: Per non dire di Ravenna: “Bisogna ricordare che Dante scrive gli ultimi canti del «Paradiso, o almeno li lima e corregge, nella bizantina Ravenna, nell’abbaglio dei mosaici di san Vitale, di sant’Apollinare, di Galla Placidia, dentro una teoria bizantina dell’icona”.
Ultima ragione del “Dante bizantino” è “che spiega altresì perché Mandel’štam sia il miglior commentatore della «Commedia» in tutto il Novecento”.
La Dormitio di Maria madre di Gesù è la dottrina che la vuole non morta ma solo addormentata e quindi assunta in cielo.

Documentario – È il cinema libero, ultimamente, o indipendente. Da “Fuocammare” a “Visages Villages”: biopic, biografie per immagini (picutures), opera più che altro di montaggio, e cose viste, con personaggi e scene non professionali, “da strada”. Anche di Nanni Moretti, seppure con impianto industriale: “Aprile”, “Caro diario”, “Il caimano”, un film in realtà sulla miseria dell’industria delle immagini, e “Mia madre”, su come non fare un film (su come si fanno i film), e ora con i “corti”. Per una divisione, apparentemente, preventiva del pbblico, tra produzioni di massa (blockbuster) e robetta a circolazione limitata, di poche copie in pochi cinema per pochi giorni. Mentre invece la vera divisione è di budget. “Fuocammare” sconfina nella ong, “Villages Villages” parte da un crowdfunding, da una raccolta popolare di fondi, perché le sceneggiature sono ritenute opera sociale e non di spettacolo. Ma il pubblico, dei biopic e anche di “Fuocammare”, è televisivo, per definizione di massa, di grandi numeri.

La vera divisione, o incongruenza, è della critica. Che si intende di qualità. Ma, al cinema, tratta con sufficienza i prodotti buoni se a basso buget e magnifica le produzioni di massa. Sia ai festival he sui media, con gli spazi concessi e anche con i pareri critici. Avallando e imponendo “i film brutti”, direbbe Moretti. Suppellettile della pubblicità, parte del budget promozionale, quello destinato a catturare il pubblico che ama “i film belli”.

Faust – O Fust: Charles Nodier ne ha un altro, uno stampatore, collaboratore di Gutemberg, quindi agli inizi, sospetti, della stampa: “Fust o Faust, socio di Gutemberg, che a quanto si dice venne a Parigi a vendere a prezzo di manoscritto, e come fossero tali e quali, le prime Bibbie di Magonza”. Con successo. Fino a che, cioè presto, quei “manoscritti” in fotocopia, con identica paginazione, apparvero ben strani. E “poiché a quell’epoca tutto ciò che pareva strano sembrava anche soprannaturale, a quegli spiriti accecati dalla superstizione, che attribuivano molto potere al demonio e non avevano idea di quale fosse quello del genio, si concluse che Faust fosse uno stregone”. Rischiò il rogo, “ma si salvò, e la stampa trionfò fin dalla nascita sul fanatismo che un giorno avrebbe sbaragliato”.

Francese – La lingua della scuola italiana due generazioni fa è totalmente dimenticata. Deformata: desert, depliant, phisikk du role (Pino Pisicchio), lo impasse, i pensées, di Pascal, di Bayle. 

Giallo – Il genere del pessimismo “cosmico”, e non dell’ottimismo, lo vuole Andrea Zanzotto nel saggio premesso a Piovene, “Le stelle fredde” – seppure chiami “giallo” il “noir”. E metafisico. Lo fa con un’efficace genealogia: “Il giallo, e la crisi del giallo come crisi della razionalità «buona» che opera quale sicuro agente del «bene»: da Robbe-Grillet a Dürrenmatt a Handke (ma, ancora, si potrebbe ricondurre tutto il filone a Kafka) per arrivare perfino ai gialli di consumo,vediamo in questo genere cadere lo schema ottimistico e finalistico e apparire il fallimento, o almeno un’«indeterminazione», per cui l’elemento casuale, prima accuratamente mascherato e minimizzato, ritorna in tutta la sua follia-imprendibilità. E un giallo metafisico è quello che si svolge, senza lieto fine, in buona parte della letteratura contemporanea; il crimine, il delinquente che hanno leso il cosmo, non vengono depistati da alcun accorgimento”.

Io – Il pronome che ora dilaga nella narrazione è il "vecchio animale" per Svevo, di cui diffidare. Ma servendosene senza ritegno.
Gadda, che se ne serve meno, parecchio meno, lo vuole "il più lucido di tutti i pronomi".

Modernità – È invenzione di Baudelaire. Che però fu anche passatista. Impose Poe e Wagner, ma non comprese i contemporanei in pittura, arte che pure prediligeva.

Suffragio universale – Ebbe forti oppositori nella Francia che lo inventò. Non solo ideologi, alla  De Maistre. Flaubert è sempre sarcastico in materia. I diari dei Goncourt pure. Baudelaire, che poco se ne curava, pure. 

letterautore@antiit.eu

Il mito del femminismo

Il mito della bellezza come story-telling, si sarebbe detto qualche anno dopo, un’invenzione. Ne segue che “la qualità chiamata ‘bellezza’ obbietivamente e universalmente esiste: le donne debbono voler impersonarla e gli uomini devono voler possedere donne che la impersonano”. Questo è già discutibile. Ma, poi, la trattazione non è story-telling: è la vecchia polemica, vecchia di almeno cinquant’anni, contro “Playboy” e contro la “stampa femminile”, di moda, cosmetici e accessori, in una con la polemica contro il “consumismo”, e contro i concorsi a miss, e i pin-up che una volta erano femminili. La bellezza è altra cosa, femminile e maschile e di ogni genere. C’è, ben detta, nella trattatistica rinascimentale, dal Firenzuola in qua. Ed è ben espressa nell’arte classica: è perfezione, grazia, misura, intelligenza. È fascino - cos’è il fascino?  Fosse stata cristiana, avrebbe saputo della Vergine Maria che, diciottenne, tiene in grembo il figlio morto di trentatré anni: una che non invecchia - e non morirà. 
L’uomo che s’ingroppa la donna, la donna che fa becco l’uomo, è Boccaccio, Aretino, Carlo Porta, e già Aristofane, ma non è tutto ed è uno svago, per scherzo e divertimento, niente disuguaglianze.
L’argomento è questo: il mito della bellezza “non è basato sull’evoluzione, il sesso, il genere, l’estetica, o Dio”. E non è quello che pretende di essere, “sull’intimità, il sesso e la vita, una celebrazione della donna”.  Al contrario: “Il mito della bellezza non riguarda affatto le donne. Riguarda le istituzioni e il potere istituzionale maschile”. Che, prendendo questa insorgenza del linguaggio sul serio, non vuole dire niente – vorrebbe dire che è l’uomo che fa le regole della bellezza, cui la donna deve assuefarsi..
In forma ridotta, per fortuna, e con una nuova prefazione, che fa stato di un superamento, di nuove ondate femministe, ma sempre con i cliché di un tempo, della donna ridotta a pin-up, Naomi Wolf ripropone il suo classico del 1991, da esordiente di grande successo non ancora trentenne. Si sarebbe detto questo discorso perento. Se non altro per l’insorgenza e la moltiplicazione dei generi, se non per l’esaurimento della spinta egualitaria. È un linguaggio residuo, che evidentemente ancora “incontra”. Ma incontrano anche Di Maio e Salvini. Né compensano le frasi a effetto. Il mito della bellezza è la vergine di Norimberga (Iron Maiden in inglese), lo strumento di tortura. E “Is health healthful?”, quanto la sanità è salutifera? O il PQB:  sulle sigle anglo-americane in uso per  le occupazioni necessariamente di genere (donare il seme non può che essere che un “lavoro” maschile, etc.) costruisce un PQB, Professional Beauty Qualification, che servirebbe per discriminare le donne al lavoro: sole le “belle” fanno carriera. Dove, quando?
Sul percorso, questo discorso si perde l’uomo, che bene o male è l’altra metà del cielo – due quinti dopo la moltiplicazione delle guerre? E nel percorso di conquista (liberazione) stringe piuttosto mosche. Molto americano di fatto, questo “mito della bellezza”, come già la “mistica femminile” di Betty Friedan. Della middle-class suburbana, della mogliettina-mamma scema, già analizzata da Friedan, eletta qui a “middle-class Western woman”. Cha sarà stata vera, ancora Del Toro ne fa la satira con successo in “La forma dell’acqua”, ma non è occidentale, ed è stata raccontata anche diversamente.
Una rassegna datata peraltro già quando fu lanciata. Nel frattempo Noemi Wolf si è rilanciata best-sellerista con “Vagina. Una storia culturale” (“A new biography” in originale), in cui scopre che una lunga serie di ottime scrittrici se la godevano anche a letto. Tra le tante, George Eliot, Christina Rossetti, Edith Wharton, Georgia OKeeffe, Emma Goldman, Kate Chopin, Getrdue Stein - ma forse ha fatto poche letture. Dopo avere provato a rinverdire il blasone, nel lungo intervallo, come vittima di molestia sessuale da parte di Harold Bloom e dell’università di Yale – cui deve la carriera universitaria (ma Yale ha resistito alle ingiunzioni di accendere i roghi, e Bloom, accusato di averle toccata la coscia, ha potuto dire di conoscerla solo come rompicogliona).
Il femminismo dice alla quarta o quinta ondata. Ma non rinuncia alla terza, che lei segnò, dice, col “mito della bellezza”, Inventato, dagli uomini, per il business: cosmetico, dietologico, e della chirurgia estetica, e per singolarizzare il movimento, frantumarlo, “su base individuale, credo insicurezza e disagio in ognuna delle donne”. Ingegnoso, come tutto, ma a che pro?
La conclusione è la novità iniziale, parole e opera di rara modestia: “Molte donne sentono che il progresso collettivo femminile è in stallo; paragonato con la spinta vigorosa dei primi giorni, c’è uno scoraggiato clima di confusione, divisione, cinismo e, soprattutto, esaurimento”. Tra le giovani e le meno giovani: “Dopo anni di molte lotte e pochi riconoscimenti, molte donne in età si sentono consumate. Dopo aver dato per anni la luce per garantita, molte donne giovani mostrano scarso intresse ad aggiungere fuoco alla torcia”. Opera dell’uomo? Un po’ confuse, la cosa e la scrittura. La conclusione così seguita: “Nell’ultima decade”, gli anni 1990, “le donne hanno intaccato la struttura di potere; nello stesso tempo i disordini alimentari”, anoressia e bulimia, “sono cresciuti esponenzialmente, e la chirurgia estetica è divenuta la specialità medica a più rapida crescita”. La liberazione è compiuta, giuridicamente e socialmente, anche economicamente, ma “in termini di come ci sentiamo fisicamente, potremmo di fatto stare peggio delle nostre non liberate nonne”.
Una conclusione che però non sovverte la parte inconsistente del femminismo, di maniera o delle frasi fatte. Curiosa figura, questa della beghina del femminismo.
Naomi Wolf, The Beauty Myth, Vintage Classics, pp. 110 € 5,60

domenica 18 marzo 2018

Ombre - 408

Le 40 maggiori aziende italiane – le blue chip, le 40 società a maggiore capitalizzazione in Borsa – hanno chiuso il 2017 con utili record, 42 miliardi, di cui 17,5 verranno distribuiti in dividendo agli investori, calcola “Il Sole 24 Ore”. È sempre più netta la divisione tra produzione\produttività e sviluppo: si moltiplicano gli utili d’impresa mentre cresce la povertà delle famiglie.

Dopo Oxford Analytica, che forse è costata al vita a Giulio Regeni, Cambridge Analytica si scopre manipolatrice di dati internet e forse all’origine del Russiagate, un depistaggio – dopo aver manipolato la campagna elettorale americana in favore di Trump. Nelle stesse ore in cui il governo conservatore inglese chiama l’Occidente a difesa delle sue spie e agenti provocatori contro Mosca.

 Nei sei anni tra il 2012 e il 2017, la quota delle banche americane d’affari e investimento in Europa è aumentata dal 31 al 39 per cento. Mentre quella delle banche europee negli Usa è scesa dal 29 al 22 per cento – rapporto Morgan Stanley-Oliver Wyman. Effetto dei criteri restrittivi all’operatività adottati dalla Bce per le banche europee. La logica dell’imperialismo direbbe che la Bce ha favorito le banche Usa. Ma forse è solo stupidità.

Al vertice Bce negli anni del rapporto Morgan Stanley-Oliver Wysman c’è stato Mario Draghi. Ma le politiche bancarie della Bce sono sempre dettate, alla virgola, dalla Bundesbank. Che il prossimo presidente della Bce presiede, Weidmann, il galoppino di Angela Merkel. Che pretende anche un’eccezione alle regole per le banche rurali e popolari tedesche – l’80  per cento del sistema tedesco del credito.

“Abbiamo risolto il problema delle donne pagate meno. Abbasseremo lo stipendio a tutti gli altri”, Massimo Bucchi. Ma non è per ridere, è solo logico: dela logica del mercato.

La Corte dei Conti chiede i danni a  Berlusconi per “danno erariale all’immagine dell’Italia”. Sul serio.
Poi ci sarà qualcuno che chiede i danni alla Corte dei Conti?

Ma è un buon segnale: sono alcuni anni che la Corte, un migliaio di dirigenti e tremila impiegati,  non faceva nulla.

“Negli ultimi cinquant’anni più civili hanno perso la vita per ami da fuoco dentro gli Stati Uniti di quanti americani sono stati uccisi in uniforme in tutte le guerre della storia americana” – “New York Review of Books”, 8 marzo.
“Secondo l’Fbi , più di 325 mila persone sono state assassinate con armi da fuoco da 1983 al 2012”.
“New York Review of Books”, 14 luglio 2016.
Gli Stati Uniti sono un altro mondo.

Si trova un terrorista in Italia su segnalazione dell’Fbi. Perlomeno i servizi di traduzione sono migliorati. O l’Fbi ha scritto la denuncia in italiano?

Spiega Cazzullo a un suo corrispondente che l’antipolitica è cominciata con la “folla” che “lanciò le monetine” a Craxi all’hotel Raphael. Ma la folla era poca. Convogliata dall’adiacente piazza Navona, dove Occhetto, il liquidatore-continuatore del Pci, il partito più corrotto di tutti, dai costruttori e dal Cremlino – dall’Eni e dalla Finsider per conto del Cremlino – aveva infiammato gli animi. Questo tutti lo sanno, delle monetine e del conto svizzero Rodetta,  ma nessuno lo scrive. Il Partito è ancora temibile?

Un partito, il Pci, corrotto anche nei suoi giudici. Che solo ebbero occhi per i partiti intermedi, i laici e i socialisti. E per la Democrazia Cristiana per la parte non andreottiana. Benché questa i finanziamenti non legali li vantasse, da Evangelisti a Sbardella e a Pomicino.

Non cessa la richiesta del reddito di cittadinanza al Sud – si va di corsa per paura che i moduli finiscano? Non si fa il conto della stupidità nel suffragio universale. Nessuno istituto demoscopico, o di analisi dei flussi e le motivazioni elettorali, lo ha mai fatto. Ma bisognerebbe: ci vorrebbe un Istituto Cattaneo dei flussi dell’ignoranza.

Dunque l’Italia, il paese più europeista dell’Unione, ha votato una maggioranza parlamentare anti-euro e anti-europea. Il primo caso nella storia della Ue. Bisogna aggiornare i criteri socio-politici - i criteri di lettura, anche dell’autocoscienza dell’elettorato, se sa quello che fa? O il voto è fantasista?

Giufà attraversa il Mediterraneo

Giufà, parole e musica, come narrazione unificante del Mediterraneo, dalle mille lingue e dai tanti colori, con feste anche diferenziate, qui la domenica, là il venerdì, ma con storie comuni – comune linguaggio. Un’idea anche pedagogica, adattata a teatro per bambini: puro spettacolo, senza mediazioni. “Un racconto di racconti”, nella presentazione del regista, un caso di “transumanza narrativa”. È la storia stessa del cantastorie, uno che vive raccontando.
Giufà è la moneta comune in quanto personaggio ubiquo in ogni angolo del Mediterraneo. Con nomi anche simili, oltre che con aneddoti comuni. Il prototipo è uno Giuha. Che diventa Djeha in Algeria e in Marocco, Goha in Egitto, Jodja (Nasreddine Hodja) in Turchia, Giufà in Sicilia e Calabria, anche Iugale, Giaffah in Sardegna, Gihane a Malta, Giucca in Toscana, Giucà in Albania.
Una produzione del Teatro dell’Acquario (Cosenza). Creata dal direttore del Centro Bertolt Brecht di Formia, Maurizio Stammati, per la egia di Antonello Antonante, con le musiche di scena d Ambrogio Sparagna.
Maurizio Stammati, di e con, Giufà e il mare, Teatro Vascello Roma