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sabato 7 agosto 2021

Problemi di base - 652

spock


“La guerra è tutto meno che sacra: chiedere a chi le ha combattute”, “The Nation”?
 
“È il concetto di spazio o tempo a generare quello di morte, o è il concetto di morte a generare quello di spazio o tempo”, Tommaso Landolfi?
 
“La poesia è ripetizione. È venuto a dirmelo allegro Calvino”. Cesare Pavese?
 
“La grande poesia è ironica”, id.?
 
“La vita non nasce dall’amore, è l’amore che nasce dalla vita”, Georg Simmel?
 
“Tutti noi sogniamo,\ l’amore non risparmia nessuno”, Nina Berberova?
 
“I bambini trasformano le donne e gli uomini che credono di farli”, Pascal Guignard, “Villa Amalia”?

spock@antiit.eu

Morire per l’incapacità di amare

Le due raccolte poetiche di Pavese presentate tal quali, con una introduzione non invasiva di Paolo Di Paolo, danno un’immagine particolare di Pavese. Lo scrittore cui si fa ascendere il neo realismo, la narrazione degli ambienti poveri, con “Paesi tuoi” - pubblicato nel 1941, a maggio, scritto l’estate del 1939 – resta, perlomeno come tale si presenta, un onanista, solo incupito dalle sue ombre. Sia nei componimenti della prima raccolta, “Lavorare stanca”, benché bucolici e quasi idilliaci, di più in quelli dell’ultima, postuma, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, terribile già nel titolo.
Una condizione doppiata dalle incertezze politiche, dall’adesione tiepida alle ragioni anche le più giuste della politica – un’incapacità d’immedesimazione di cui aveva coscienza, ne tratta spesso nel diario, “Il mestiere di vivere”. Vissuta nella seconda raccolta, inevitabilmente segnata dal tardo e finale amore per l’attrice americana Constance Dowling, con violenza. Sia nei giorni felici, pochi, sia, di più, prima e dopo, nei settenari marcianti di “You, wind of March” (alcuni componimenti sono in inglese), da marcia funebre: “Il tuo peso leggero\ ha riaperto il dolore”. L’ultimo di una serie di innamoramenti infelici. In parallelo con l’impegno politico controvoglia.  
Cesare Pavese,
Poesie, Newton Compton, pp. 160 € 7,50

venerdì 6 agosto 2021

Letture - 464

letterautore

Ariosto –Non c’è solo Dante nella poesia di Mandel’stam, nella Russia degli anni 1910-1920. Ariosto ricorre. Lo evoca in particolare in uno dei componimenti dispersi, del 4-6 maggio 1933, a lui intitolato, riletto in raffronto all’Italia del tempo: “In tutta Italia il più saggio, il più gentile,\ l’amabile Ariosto ha perso un po’ la voce”. È “freddo in Europa, buio sull’Italia.\ Il potere è ripugnante come le mani di un barbiere”. Ma lui non demorde, “le racconta grosse” – “incantevole miscuglio di mestizia puškiniana\ e boria mediterranea in una lingua di cicale”.
 
Capri – Ma è l’isola delle capre – o dei cinghiali: a seconda che lo si voglia nome latino oppure greco. Il destino dei nomi.
 
Dialetto – “Il dialetto è sottostoria”, decide infine Pavese, che ci ha molto cogitato su (“Il mestiere di vivere”, 11 marzo 1949): “L’ideale dialettale è lo stesso in tutti i tempi. Il dialetto è sottostoria”. Per entrare nella storia bisogna rischiare e scrivere in lingua.
Ma a volte, Gadda, un po’ anche Pasolini, la storia si afferra col dialetto. O è una storia falsa – fantastica, inventata, adulterata?   
 
Europa – Si è forgiata nei rumori, di guerra – Camus lo rileva ad avvio della novella “Il Minotauro o la fermate di Orano”: “Vi si sente la vertigine dei secoli, delle rivoluzioni, della gloria. Ci si ricorda che l’Occidente si è forgiato nei clamori. Non c’è abbastanza silenzio”.
 
Federico II – Un re nomade, lo dice Rumiz, “È Oriente”, visitando Castel Del Monte, dove non trova cucine, stanze per la servitù, una sala del trono – ma nemmeno suppellettili, arredi: “Dove dormiva Federico di Hohenstaufen? Non stava dentro il castello, ma fuori. Era un re nomade e dagli arabi aveva imparato a vivere in tenda”.
 
Italiano – Nei racconti che ambienta a Orano, o comunque in Algeria con personaggi a lui “vicini”, Camus interpola parole italiane. Nel racconto “La pierre qui pousse” usa coq, gallo, nel senso di cuoco. Camus era de resto nato in una città algerina di nome Mondovì, sul mare, al confine con  la Tunisia – con l’arabizzazione ribattezzata Dréan (Orano è al lato opposto, sul mare al confine col Marocco).
Anche Yasmina Khadra, lo scrittore franco-algerino, nei racconti che ambiente a Orano usa parole italiane, “ponte”, “omertà”, “mollo”, “porcherie” solo nell’ultimo romanzo, “L’oltraggio fatto a Sarah Ikker”.
 
Ne lamenta il peso, l’influenza, nella breve ripresa poetica del 1933, dopo il decennio di divieto di pubblicazione per scarso sovietismo (ma alla soglia dell’internamento poi fatale), Mandel’stam nel maggio 1933, un dei testi dispersi collazionati dalla vedova Nadežda (nella traduzione di Serena Vitale): “Che tormento l’amore per il brusio straniero - \ per gli illeciti entusiasmi una tassa sta in agguato.\ Che fare se Ariosto e Tasso, di cui siamo in malia,\ sono mostri dal cervello azzurro, dagli umidi occhi squamosi…”.
 
Non ha prodotto i grandi romanzi perché si scrive corto, annota Pavesre nel diario il 2 novembre 1943. L’italiano si direbbe un popolo di novellatori, non c’è in altra lingua scrittura novellistica, in poesia e in prosa, più che in italiano. Ma di breve respiro, osserva Pavese: “La poiesis italiana ama le grandi strutture fatte di piccoli capitoletti, di parti brevi e sugosissimi – i frutti dell’albero. (Dante, i brevi canti; Boccaccio, le novelle; Machiavelli, i capitoletti delle opere maggiori; Vico, gli aforismi della Scienza nuova; Leopardi, i pensieri dello Zibaldone, ecc. Per non parlare del sonetto”, Dovrebbe dunque spopola e sui blog, twitter, i social.
“Per questo”, insiste Pavese, “la poiesis italiana  poco narrativa (dove si richiede lunga distensione disgorgante: romanzo russo, romanzo francese) è molto cerebrale e argomentante. È la negazione del naturalismo, che comincerà infatti con l’informe distesa della narrativa inglese (Defoe)”.
 
Joyce – Berberova ha in un racconto (“La grande città”, in “La resurrezione di Mozart”) “l’immortale seminarista di Dublino”. In effetti lo fu, seppure solo per fare il ginnasio gratis.
 
Nerina – Il nome poetico “non ha cognome”, Jhumpa Lahiri in nota ad avvio del suo “Quaderno di Nerina”, il volume di composizioni poetiche scritto in italiano. Un nome tratto da greco Nereine, una Nereide, una ninfa marina. “In Sicilia”, Lahiri, ricorda, “è il diminutivo di Venerina, associato all’aggettivo «nero» per tradizione popolare”. C’è una Nerina nell’“Aminta” del Tasso, e naturalmente quella di Leopardi, delle “Ricordanze”. Lahiri vi associa anche Neera, la scrittrice di storie sentimentali del tardo Ottocento Anna Maria Zuccari, rivalutandola - “le (sue) numerose opere hanno affrontato la vita e la posizione speciale delle donne”.   
 
Charles Kenneth Scott Moncrieff – Traduttore\introduttore di Pirandello in lingua inglese, è celebrato per avere tradotto Proust, la “Ricerca”, quasi in simultanea, a mano che l’opera appariva in francese, facendone nello stesso tempo un testo “inglese”, senza tradire l’originale – il pubblico di lingua inglese ha grazie a Moncrieff una conoscenza migliore di Proust rispetto a quelli di altre lingue europee. Anche se alimenta controversie interminabili se il suo Proust è Proust, un quasi Proust, un Proust anglicizzato, o nient’affatto Proust. A cominciare dal titolo shakespeariano, “Remembrance of Things Past”, invece che, come avrebbe dovuto, “In Search of Lost Time”. Ma Conrad poté dire che Moncrieff era un miglior traduttore di Proust scrittore.
Na Proust non era il suo genere. Pirandello, che tradusse e impose a Londra e in America, reputava più di Proust.  
Se ne fa una biografia che lo dice soldato e spia, “The Life of C.K.Scott Moncrieff, Soldier, Spy, and Translator”. Azzoppato in guerra, spia nell’Italia di Mussolini, morì a 41 anni, a Roma, alla clinica delle suore del Calvario – convertito in guerra, era molto devoto (è seppellito al Verano).
  Un “uranista”, come si diceva attorno alla Grande Guerra per dire omosessuale, amico intimo del famoso segretario privato gay di Churchill, Edward Marsh. Per questo motivo dopo la guerra decide di stabilirsi in Italia, dove l’omosessualità non era penale – salutato al pranzo d’addio dallo stesso Marsh con Noel Coward, Compton Mackenzie e Reggie Turner (il politburo di quello che W.H.Auden, dall’interno, chiamava l’Hominter). Italianato per evitare la polizia, vivrà a Venezia e altrove, e imporrà Pirandello a Londra e in America.
 
Dolores Prato – La rilegge Jhumpa Lahiri, “Il quaderno di Nerina”, a proposito di un “romanzo prolisso\ e meravigliosamente dispersivo,\ le cui pagine, oltre seicento,\ vanno lette senza scavalcarne una”.
È il romanzo “Giù la piazza non c’è nessuno”, che Giorgio Zampa, altro irregolare, nonché curatore della scrittrice, aveva rimesso a nuovo dieci anni fa? Constava in origine di 1.500 pagine. Che Natalia Ginzburg aveva ridotto a trecento. Succedeva nel 1980. L’ottantenne Prato, scontenta del digest, riprese a rivedere da sé il suo originale, preparando questo testo che Zampa s’incaricò di pubblicare nel 1997.
 
Rembrandt – “Martire del chiaroscuro”  - Osip Mandel’stam (8 febbraio 1937, a Voronež), “padre del buio neroverde”.
 
Venezia – La “morte festiva” ci trova Mandel’stam nel 1920 – “I tuoi paramenti, Venezia, sono gravi,\ specchi in cornici di cipresso.\ La tua aria è molata”.
La stesa che nel racconto di Th. Mann, “La morte a Venezia”, 1912. Molto diversa dal contemporaneo Proust – che insegue ancora Ruskin.

letterautore@antiit.eu

La solitudine, nell'impero di Stalin

La seconda stagione della poesia di Mandel’stam. Dopo quella classicheggiante dell’acmeismo. Nell’isolamento, cui Mandel’štam si costrinse dileggiando Stalin, nel 1933 – un isolamento che si concluderà targicamente, nel confino a Voronež, alla frontiera con l’Ucraina, alla confluenza del fiume omonimo col Don, in qualche tentato suicidio, e una fine oscura (che resta oscura dopo molte ricerche). Appena uscito da un decennale divito di pubblicazione per troppo tiepido sovietismo – con in più una rognosa accusa di plagio nella traduzione del “Till Eulenspiegel”.
Un personaggio e un poeta molto classico e molto eversivo. Ebreo di nascita e di cultura, aveva cominciato col proposito di scavalcare il “caos giudaico”, il “puzzo di bruciato del non essere veterotestamentario”,  per riallacciarsi alla Grecia, a Roma, alla civiltà governata dalla logica. A Roma, la civiltà latina: “La natura è Roma, Roma rispecchia la natura.\ Vediamo immagini del suo potere civile\ nell’aria trasparente come in un circo azzurro”. E, con l’acmeismo, a Dante, Villon, Shakespeare – Dante soprattutto, e Tasso e Ariosto. Amante delle liste – alla Eco, “La vertigine della lista” (che però non ne tiene conto): il catalogo delle navi di Omero. Ma molto agì l’educazione cosmopolita e poliglotta ricevuta: nato a Varsavia, cresciuto a San Pietroburgo, a 16 anni fu a Parigi,  viaggiò anche in Italia e in Germania, a 19 studiò a Heidelberg.
Una poesia, questa tarda, di solitudini, e di luoghi, la passione politica e la società restando ora estranee, prima ancora che proibite. Le impressioni d’Armenia, Leningrado,Mosca. Con il linguaggio “scientifico”, preciso e scattante, della sua migliore saggistica - il “linguaggio della luce e dell’aria”, degli elementi. Da “disegnatore del deserto,\ geometra delle sabbie mobili”. La vita di relazione essendo impossibilitata: muri di carta, spie, l’inaccessibile vicino. Di un solitudine estrema, ma visionaria: “Il tuo repertorio, infinità,\  leggo da solo, non con gli uomini -\ il selvatico, spoglio prontuario,\ le tavole delle massime radici”.
Molti componimenti si suppone dal confino di Voronež. Tra “ancora giovani colline” che lo riportano alla “chiara nostalgia\ del tutto umano chiarore di Toscana”. Compreso il testo fatidico contro “il montanaro del Cremlino”, “baffetti da scarafaggio”, “osseta dalle spalle larghe”, che portò alla condanna inevitabile. 
Curati e introdotti da Pina Napolitano e Raissa Raskina, i cosiddetti quaderni, a lungo “poesie disperse”, tenute insieme e in vita dalla moglie Nadežda, vengono con l’originale. Con una profusa introduzione e un corposo apparato di note. La prima traduzione integrale del cosiddetto “Codice vaticano”, le poesie che Mandel’stam poscritto scrisse tra il viaggio in Armenia per cui è famoso, nel 1930, e il confino politico a Voronez, cominciato nel 1934 e durato fino alla morte, per aver criticato scopertamente Stalin, anche in un epigramma.

Osip Mandel’štam, Quaderni di Mosca, Einaudi, pp. 347 € 16,50

giovedì 5 agosto 2021

Ecobusiness

Il rapporto energia-clima non è una novità del G 20 di Napoli, intitolato appunto “Ambiente, Clima ed Energia”. – e conclusosi con un nulla di fatto, nessun impegno. Era il tema della conferenza sui cambiamenti climatici di Toronto, 1988.  A Toronto si quantificò per la prima volta la riduzione delle emissioni di CO2, di un 20 per cento in dieci anni. Da allora sono invece cresciute del 34 per cento.
Non c’è nessun impegno dei paesi petroliferi o carboniferi a ridurre la produzione dei combustibili inquinanti. Anzi se ne auspica in questa congiuntura un amento, per evitare l’inflazione da fonti di energia, da materie prime.
Malgrado ogni impegno in senso contrario, l’uso del carbone non diminuisce. In Cina copre il 63 per cento della produzione di elettricità. In India il 72 per cento – in aumento. In Germania il 25 per cento. In Giappone il 30 per cento.
Fin dalla conferenza annuale del 2009, e poi dagli accordi di Parigi sul clima, c’è un impegno dei paesi ricchi a finanziare i paesi poveri per 100 miliardi di dollari l’anno con l’impegno a ridurre il global warming. Sul presupposto che nei paesi poveri l’investimento nell’energia pulita sarebbe meno costoso, e di attuazione ed efficacia più radia. Ma nessun trasferimento o investimento è stato fatto nei dodici anni.
Il piano europeo del 14 luglio, “Fit for 55”, ridurrebbe le emissioni globali, se attuato nell’interezza, di una percentuale simbolica, nell’arco di un decennio: di meno di un miliardo di tonnellate di CO2 al 2030, su un’emissione globale prevista in 36-38 miliardi di tonnellate – appena il 2 per cento.

La legge dei Procuratori ter

Portare fuori dei documenti d’indagine riservati e comunicarli a un amico, ancorché membro del Consiglio Superiore della Magistratura, non è reato, secondo il Csm. Neanche colpa lieve: il giudice che l’ha fatto, Storari, può restare al suo posto.
Storari non è nemmeno colpevole di accuse e maldicenze d’insabbiamnto d’indagini da lui rivolte, anche pubblicamente, al suo capo Ufficio Greco. Sempre secondo il Csm: quindi può restare al suo posto, benché ribadisca che di Greco non si fida. Anche Greco piò restare al suo posto: Storari di lui non s’è mai lamentato, non essendosi querelato.
Un bell’ambientino. Che il giornale di Milano, il “Corriere della sera”, cui lo steso ufficio confida i suoi segreti, definisce “l’ufficio giudiziario più rispettato e temuto”. Temuto senz’altro, gli manca solo di arrestare il papa. Rispettato da chi? A Milano gli stessi giudici dei Tribunali sputano fuoco contro.
Il giudice Storari fa tanta paura al Csm? O il suo complice-non complice Davigo?

Qualcuno pensa che la vicenda sia stata impiantata per dare la successione di Greco a capo della Procura milanese, a un giudice di Davigo, di destra - ma il Csm lo boccerebbe. 

 

Gogol in Sicilia

Un divertimento della centenaria “Adorno”, ora scomparsa, da giovane debuttante, e uno spasso per il lettore. Le straordinarie avventure del Prefetto, anche lui “Adorno” , e della Prefettessa, per duecento dense pagine che non stancano di stupire. L’immagine è sempre vivace, seppure di trivialità – il parco desinare, come il toscano di “Adorno” scrittrice direbbe, la “verduredda”, le correnti d’aria, la vendemmia, la vendemmia, la vendemmia, nella piccola vigna al paese sopra Aci Trezza, gli Adorno nonni della prima nipotina che non ne saltano un sospiro, roba di questo genere, e un pizzico, una spolveratina,  di democristiani e comunisti alla Guareschi.
Ne viene fuori un ritratto d’epoca, siamo negli anni 1950, probabilmente immortale – il piglio è senz’altro gogoliano. Com’era e lavorava una prefettura. Come viveva una coppia siciliana in età, col loro unico figlio – il fidanzato poi marito della Adorno scrittrice – con gli attendenti e la serva di casa. I trasferimenti. Le grane politiche. E un uso del dialetto infine corporeo, “siciliano”: vero cioè, dopo tanto Camilleri giocoso. Anche perché usato, come dal vivo, nella borghesia delle professioni, e per interiezioni, là dove cioè è significante.
La scrittrice si chiama Adorno – e si chiamerà poi per tutta la sua carriera letteraria – con nome presuntamente acquisito per matrimonio: perché ai suoceri, che asserisce ritratti dal vero, ha dato il nome Adorno. Lei è Mila Curradi, pisana, morta a Roma il 12 luglio, con una lunga serie di narrative di successo, dopo questo “Ultima provincia”, 1962, subito premio Alpi Apuane, sempre sotto lo pseudonimo portafortuna.
Luisa Adorno, L’ultima provincia, Sellerio, pp. 173 € 10

mercoledì 4 agosto 2021

No Monti al Quirinale, e no Draghi

Nessuno si è ricordato di candidare Mario Monti al Quirinale. E allora oggi l’economista già illustre, commissario di lungo corso a Bruxelles, senatore a vita di Napolitano, salvatore della patria nella crisi del debito 2011-2013,  mette un paletto alla candidatura di Mario Draghi. Ne mette tre, ma il senso è: fu Draghi ad affossare l’Italia dieci anni fa.
Monti non lo dice ma celebra il decennale della lettera con cui il presidente della anca centrale europea Trichet impose nell’agosto del 2011 un salasso severissimo ai conti pubblici, che Draghi, presidente subentrante della Bce (a novembre) volle cofirmare. La Bce si eresse “a «podestà forestiero», travalicando il proprio mandato”. Per imporre all’Italia una politica sbagliata, allora e dopo, nonché vessatoria: “In generale, quando nel dicembre 2011 il presidente Draghi chiese il fiscal compact per una più severa disciplina sul disavanzo e sul debito pubblico di ogni Paese. Nei confronti dell’Italia, quando nella lettera di agosto Trichet e il suo successore imposero, e il governo  Berlusconi accettò,  che per il nostro Paese, e solo per esso, l’impegno ad azzerare il disavanzo venisse anticipato dal 2014 al 2013”.
Qualcosa contro Draghi bolle in pentola anche alla Banca d’Italia. Se l’ex direttore generale Panetta, oggi lui stesso alla Bce, ha voluto denunciare una settimana fa questa politica monetaria assassina in una diffusa intervista, sempre sul “Corriere della sera”, su cui Monti, collaboratore storico, oggi scrive.
Ma qualcosa anche al “Corriere della sera”, al di là (al di sotto?) dell’appoggio incondizionato di facciata? Se ogni settimana colpisce Draghi in testa. Non sbagliate, anzi giuste, queste disamine “a babbo morto” dell’austerità assassina – che il “Corriere della sera”, “la Repubblica”, “Il Sole 24 Ore” eccetera, “i media”, all’epoca sostenevano, ma questo è un altro discorso, dell’indigenza dell’informazione. Ma perché questi “decennali”? E non si è toccata la questione Monte dei Paschi di Siena, non ancora.

Appalti, fisco, abusi (207)

Dunque, Orcel, ora Unicredit, è quello che ha rifilato Antonveneta al Monte dei Paschi, a caro prezzo e in controtendenza nel mercato dei merger and acquisitions, portandolo al fallimento di fatto. Quando alla Banca d’Italia, vigile, c’era Draghi. Ora il cerchio si chiude, con Orcel compratore per Unicredit della parte ancora in vita di Mps, senza pagarla, venditore Draghi. Sembra una favola, ma dell’orrore.
 
Aumenta la Rca ancora nel 2021, dopo essere aumentata nel 2020, due anni in cui la circolazione privata si è probabilmente dimezzata. Cosa è la Rca, una tassa, una condanna? Le assicurazioni non si reggono su un calcolo attuariale, o sono il vecchio esattore? servono ai buy-back e ai salti in Borsa.
 
Le assicurazioni sono da qualche tempo protagoniste in Borsa, di merger and acquisitions per lo più, il settore finanziario più a rischio. Sono passate dalla protezione (risparmio, sicurezza) all’avventura? Ma bisogna saperlo.
 
Una costosa organizzazione pubblica vigila sulle assicurazioni, Ivass. Vigila ad arricchirle – ad arricchire i manager, tanto meglio se disinvolti, tra buy-back, cessioni, acquisizioni?
 
Si spende comunque molto, in tempo e in denaro (corrispondenze, consulenze legali), oltre che in energie nervose, per un verbale stradale sbagliato. Ma non c’è possibilità di rifarsi, anche su vigili a incapacità\insolenza reiterata. Lo Stato è di diritto, per gli sbirri. 

La contessa scalza e il prezzo di essere una stella

Un polpettone, lo dovrebbe dire un critico, le tre vite della Grande Attrice, cioè i tre amori – che però non cancellano l’unico e solo, si sa che l’amore è immortale. Molto 1954. Che però avvince – il romanzo vuole essere romanzesco. Con una Ava Gardner statuaria, più formosa che mai, sotto un viso semplice. E Humphrey Bogart che fa Humphrey Bogart, il regista narratore, l’innamorato di sempre. Con mezza Italia: Rossano Brazzi, l’inevitabile nobiluomo, marito impotente, Valentina Cortese (nei titoli di testa – allora si mettevano prima - Cortesa), Portofino, Franco Interlenghi ragazzo, Alberto Rabagliati, e perfino Enzo Staiola, il bambino di “Ladri di biciclette”, il capolavoro di De Sica.
Richard Brody, il barbutissimo critico del “New Yorker”, lo rivede come “uno dei grandi film sul cinema”, sul fare film. Ma strutturato, molto: “«La contessa scalza» è forse il film di Hollywood più laboriosamente strutturato dopo «Citizen Kane». Come nel film di Orson Welles, che comincia con la morte del produttore, la storia della Grande Attrice è raccontata con una serie di flashbacks – a partire dal suo funerale”, ed è narrata dai suoi tre uomini più importanti. “Manckiewicz era, dopo Welles, il cinematografaro di Hollywood più literature-mad”.
Manckiewicz dovette produrre il film, uno dei più grandi successi di pubblico, perché non trovava finanziatori, attraverso una sua società ad hoc, che chiamò Figaro Inc. Girò quasi tutto in Europa, dove i costi erano minori, specie in Spagna e in Italia, una sola scena ambientata in California.
Joseph L. Manckiewicz, La contessa scalza, online

martedì 3 agosto 2021

Cronache dell’altro mondo (132)

“Washington Post” non dà la notizia della straordinaria vittoria di Jacobs sui 100 metri a Tokyo, davanti all’americano Fred Kerley – che non si è complimentato. Titola: “Obscure Italian from Texas”. Cioè, non vale la pena parlarne. E poi dice che troppi vincitori nell’atletica sono risultati dopati. Ma non  dice che la maggior parte sono americani – come nel ciclismo, con Armstrong che vinceva i Tour de France in serie. Il giornalone non dice che è un anno ormai che Jacobs corre i 100 sotto o attorno ai 10'', ma questo riguarda la professionalità.
Vanessa Ferrari ha perso l’oro a corpo libero in favore dell’americana Jade Carey per 0.166 centesimi di punto. Ma si sapeva che non poteva vincere. Doveva vincere Simone Biles, “la più grande atleta del mondo” per gli americani. Poi Biles, che arrancava in classifica dietro Ferrari, si è ritirata, senza dare una spiegazione (“ho i diavoli”), e la delusione  sarebbe stata troppa per l’America? Una volta gli americani ne avevano per tutti, prodighi anche, ora sono tirchi.
Quali sono i diavoli di Biles, che gareggia da dieci anni, di cui sei da primatista, sempre su sfide estreme, non una novellina? Nessuno se lo chiede.  
Susan Sarandon, attivista per il senatore socialista Sanders, ha viaggiato da Los Angeles a New York per capeggiare un picchetto di protesta davanti all’ufficio elettorale di Alexandria Ocasio-Cortez, deputata democratica di sinistra, perché non si è impegnata per Medicare for All, un sistema sanitario nazionale analogo a quelli in uso in Europa. Ma tutto è organizzato dall’ex comitato elettorale di Sanders.
Nel documento presentato alla on.le Ocasio-Cortez da Susan Sarandon e il comitato di cui era rappresentante si fa questo appello, al punto 3: “Chiediamo che usiate i vostri enormi seguiti social media, le tecniche di contatti con la stampa, la celebrità, per organizzare impegni diretti a favore di Medicare for All”.

 

Vita nuova a Ischia

“Non so dove vado, ma ci corro con determinazione”. Un Mattia Pascal al femminile, la gentile comcositrice di musica contemporanea, trascrittrice di antichi dimenticati testi e autori, decide di scomparire. Tradita dal marito compagno. Si vive spesso accanto a persone che non ci vedono, “esseri torpidi o assenti per i quali non abbiamo più esistenza”, e allora meglio sottrarsi - “non li tradiamo abbandonandoli”.
Un monumento a Ischia. Che sarà il paradiso tra l’amore finito e la morte inevitabile, specie degli amici, vicini e lontani, e soprattutto innocenti. Patria d’elezione e segmento paradisico di un vita plurima. Una di moglie parigina fino al tradimento. Una di assoluta libertà a Ischia, di mare e di luce, pur tra temporali e calure. Una tra le maree piatte, acquitrinose, di Bretagna, con la mamma imperiosamata. Una con l’amico d’infanzia, dei sei anni, altra esistenza solitaria, recuperata per un reciproco sostegno. In un continua efflorescenza adolescenziale, nei trasporti, le amicizie, le delusioni - la mamma, rapporto sempre conflittuale.
Un racconto caleidoscopico, di una vita multipla. Unificato dall’isola, tonificante, l’aria, gli umori, la speciale saggezza. Amalia è il nome della vecchia contadina da cui la protagonista in cerca di autore prende in affitto la casa abbandonata su uno zoccolo di lava, una grande sala in alto che dà l’idea di vvere nel mare – un mare cristallino, pacifico, benefico.
Una sorta di spartito anche. Guignard, musicologo fine, l’autore di “Tutte le mattine del mondo”, intreccia le vicende come un tema musicale. Uno spartito con più temi, ognuno forse con lo stesso sviluppo, ripetitivo, segnato a tavolino, ma tutti caratterizzati – l’isola su tutti.
Pascal Guignard,
Villa Amalia, Analogon, pp.316  € 21

lunedì 2 agosto 2021

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (462)

Giuseppe Leuzzi

Nel grato ricordo del liceo a Sanremo, compagno di banco e di gruppo di Calvino, Scalfari annota (“Io, Italo Calvino e l’Italia ferita del ‘43”): “Eravamo una dozzina. Quasi tutti sanremesi. Un paio di Torino, io l’unico del Sud e infatti – prima che la banda si formasse e io entrassi a farne parte – venivo chiamato «Napoli»”. Scalfari nato a Civitavecchia, ginnasio al Mamiani, a Roma, di madre laziale, di una famiglia di armatori, e di padre figlio di un notabile calabrese, ma vissuto, per studi e lavoro, a Roma e altrove. Bastava il nonno, paterno.
 
L’ombra
Viene l’estate, giornate lunghe, sole caldo tre quarti del giorno, viene difficile spiegare ai coinquilini del piano di sopra che le finestre del vano scale sono meglio chiuse di giorno – di notte no, spalancate, ma di giorno chiuse, anche gli scuri. Lui che è torinese ci starebbe – il meridionale per lui è un altro mondo, e quindi lo incuriosisce. Lei no, è romana, non l’ha fatto da bambina, chiudere le finestre, non l’ha fatto da ragazza, non lo farà mai. Ma, del resto, è difficile anche in casa: a Firenze non c’è il culto dell’ombra, il cipresso sarà diffuso per questo, l’unico albero che non fa ombra, e quindi l’ombra non esiste – i meridionali si sa che fanno cose strane, e vanno compatiti, ma non più di questo: c’è l’ombra nei quadri degli Uffizi, in piazza della Signoria, a Boboli?
È difficile questa nozione semplice: che bisogna aprire al sole d’inverno e chiudere d’estate. Sembrerebbe ovvio, ma non è così. Ma non è questione di Nord e Sud, anche se nei casi specifici sì: certi mondi non hanno l’ombra. Si viaggi in Grecia, si troverà a ogni canto un po’ d’ombra per una sosta, una pausa, un riposo, al guado del ruscello ma anche al tornante in montagna, in piazza, spesso proprio il salice che ornava anche il Sud, ogni casa sperduta nella campagna, ed è stato dismesso col boom, cinquant’anni fa, albero altrimenti inutile - era, insieme col noce, segno che sotto c’era l’acqua, anche nel posto più secco, e quindi pianta di buon augurio, ma non ci sono più sorgenti, l’acqua arriva col tubo. Ovunque in  Grecia, anche nell’isola più petrosa, ci sarà sempre un po’ di ombra – una tettoia, un lenzuolo stesso se non c’è naturale. Si faccia invece la Grecia asiatica, quella che da un secolo giusto è Turchia, Efeso, Pergamo, Alicarnasso (Bodrum), non si troverà mai un’ombra, a nessuna ora del giorno. Sono scomparse anche le sorgenti, insieme con i greci di Turchia. E quindi l’albero frondoso che si accompagna alla fonte umida, e accompagna il viaggiatore, il salice, il platano, il frassino, l’olmo, il carrubo, il biancospino, anche, in difetto, un eucalipto. Ma non ci sono nemmeno i parchi pubblici. E l’edilizia, privata e pubblica, l’urbanistica, i piani regolatori, i piani paesaggistici, sono evidentemente fatti per escludere l’ombra. Non c’è il culto degli alberi, e pazienza: i culti dendrici erano greci, e la Grecia va cancellata, non da ora, anche da prima del presidente Erdogan. Ma anche le strade, le piazze, i palazzi, sembrano cosruiti in maniera da non aggettare mai ombra, a nessuna ora del giorno, in nessuna direzione. Che sembra impossibile ma così è. L’ombra fa ombra, si direbbe in una freddura.
 
Franco
È morto Franco Papitto, un amico di vent’anni, non più sentito da vent’anni. Da quando, mortificato, lamentava problemi alla testa, lascito della commozione cerebrale di cui era stato vittima, investito a Bruxelles mentre camminava sulle strisce. Le nostre erano, dopo il cazzeggio d’obbligo fra calabresi, conversazioni minute sull’Europa di Bruxelles, forse ora impegnative. Ero stato per dieci anni o quasi il suo interlocutore quotidiano a “la Repubblica”.
Assunto da Mario Pirani malgrado il suo passato turbolento in gioventù tra i gruppuscoli, di destra e di destra estrema, come corrispondente da Bruxelles – Pirani era l’unico europeista a “la Repubblica” in quegli anni e assolutamente volle che, pur nel bilancio contenuto allora del quotidiano, Bruxelles fosse sempre “in pagina” – Franco fu a lungo in rapporti freddi col servizio Esteri, ottimi giornalisti evidentemente ma tutti ex di “Paese Sera” (anche questo sembrerà strano, ma il Pci è arrivato tardi a Bruxelles). Scriveva quindi quasi sempre per una pagina di Economia Internazionale che curavo. Gradiva anche poter discutere gli argomenti di Bruxelles, di cui era miglior conoscitore (in concorrenza ogni giorno con Arturo Guatelli, ma presto senza, Guatelli si fece senatore Dc nel 1979), con qualcuno che potesse pesarli. Sempre generoso del resto, di tutto, consigli (anche culinari) e dritte. Si potrebbe portare a esempio, anche se non gli sarebbe piaciuto, di come l’Europa, l’idea d’Europa e la stessa quotidianeità di Bruxelles,  possa fare bene agli Europei.   
   
Il Gotha
Si condannano a Reggio Calabria un Paolo Romeo, avvocato, a venticinque anni di carcere, e numerosi altri a pene minori, per avere fatto di Reggio Calabria “un laboratorio criminale a cui tutta la ‘ndrangheta del mondo”, che notoriamente domina il mondo, fra tutte le organizzazioni mafiose, “è chiamata ad ispirarsi”. E per aver concepito, con un altro avvocato, Giorgio De Stefano, non della famiglia mafiosa omonima?, già condannato in rito abbreviato, una “divinità criminale a due teste”, per controllare la politica, l’economia, la società, “e perfino l’associazionismo”, scrive Candito, la corrispondente reggina di “la Repubblica”. Una “cupola”, scrive sempre Candito riassumendo la sentenza, “in grado di mettere in atto un piano eversivo dell’ordine democratico e colonizzare le istituzioni”. Perbacco. E un piano così va solo in  poche righe, nella pagina giudiziaria?
Dispiace per don Pino Strangio, il parroco di San Luca, l’unico conoscente tra i condannati. Ma questo Romeo, che deve avere sui settant’anni, non  è nelle cronache da almeno mezzo secolo, già condannato per “associazione di stampo mafioso” e per “concorso esterno”, poi imputato in un processo su quattro, o su tre, attentati a Reggio, fascista facinoroso, legato a Freda, quello delle bombe di piazza Fontana, che lo disse anche massone in uno dei suoi tanti processi, del quale si è vantato di avere favorito la latitanza (“addirittura passeggiavamo su corso Garibaldi”, la via centrale di Reggio, “un giorno gli presentai il capo della Digos locale”), tra i difensori di Junio Valerio Borghese, il comandante della Decima Mas quando fu accusato di golpe, nel 1970, poi “pacciardiano”, quando l’ex ministro repubblicano Pacciardi si proponeva, quale comandante in petto dell’organizzazione Gladio, garante dell’ordine repubblicano, per un paio d’anni deputato socialdemocratico, con approcci abortiti a Pannella? Un fregoli. “Era il Dio della ‘ndrangheta e della politica” lo dice il neo pentito Sebastiano Vecchio, “Seby”, altro avvocato, con un’esperienza in Polizia, per conto dei mafiosi, assessore comunale a Reggio per Forza Italia, in disgrazia da quando è stato eliminato il clan milanese-iberico dei Serraìno, coi ricchissimi proventi della droga, ora attivista Pd? Ma non è una cosa seria?
L’inchiesta che ha portato Romeo alla condanna s’intitola Gotha. Il gotha degli avvocati.  
 
Meridionali sul Viso e sul Bianco
“Quintino Sella scalò il Viso con un collega (politico) calabrese, poi fondò il Cai”, Paolo Rumiz, “È Oriente”,190. Il rifugio a suo nome sul Monviso, a 2.640 m., lo ricorda. Nell’agosto 1963 a Torino il caldo era  insopportabile, e Quintino Sella decide con Giovanni Barracco di salire sul Monviso. Sella ha solo 36 anni, ma è solidamente barbuto, e già ministro delle Finanze nel governo postunitario di Rattazzi, il “servo di casa Savoia” (Spadolini). Il Viso è il monte dei piemontesi – si chiama così, abbreviato, familiarmente a Saluzzo. Ma era stato “violato” (scalato) due anni prima da due inglesi, Jacobs e Mathews, nemmeno scalatori di professione – ma poi anche, nello stesso anno 1861 dai francesi Jean-Baptiste e Michel Croz di Chamonix, e ancora, l’anno dopo, da un altro inglese, Francis Fox Tuckett, questi Grande Esploratore, che costituì per l’impresa una spedizione.
Giovanni Barracco, che di anni ne ha 34, non era esperto di montagna. Ma non si sottrasse. E con non grande difficoltà fu il 12 agosto con Sella in cima al Viso. Il barone Barracco, di Isola Capo Rizzuto, “il più ricco proprietario di tutta Italia” (François Lenormant, l’assiriologo che viaggiò anche in Magna Grecia) – erediterà anche per parte della madre, una Falcone Lucifero - aveva 34 anni. Era stato consigliere comunale nella Napoli di Garibaldi, e nel 1861 deputato al primo Parlamento italiano. Fu un parlamentare molto attivo, dal 1886 senatore del Regno, in chiave di protezione e sviluppo del territorio, si direbbe oggi – per questo (ma non si sa) avrebbe rifiutato nel 1869 la proposta di Giovanni Lanza di fargli da ministro degli Esteri. Fu all’origine del tributo Pro Calabria. Ma soprattutto fu un collezionista, di arte antica, per uno sviluppato interesse archeologico. Le collezioni poi ordinò in casa, nei vasti saloni in via del Corso - oggi Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco.
Quintino Sella in realtà non era nuovo all’alpinismo. Fu anche il primo italiano a scalare il Monte Rosa. Fu sua l’idea di imitare gli inglesi con il Club Alpino Italiano. A lui wikipedia ascrive anche la prima scalata italiana al Monte Bianco. No, il primo italiano sul Bianco fu il marchese Imperiale di Napoli, mazziniano fervente, il 29 agosto 1840 – sarà per questo, anche per questo, senatore del Regno sabaudo.
 
Milano
Non passa giorno da quando c’è il virus, un anno e mezzo, senza il supplizio di Burioni, il virologo di Milano. Che palesemente si diverte a spese nostre, ma ogni giorno ce n’ha una e non ce la risparmiano. Se Burioni fosse stato virologo a Napoli? Se fosse stato un normale, che non s’inventa la cazzata?
Ciò non vuole dire che a Milano contano le cazzate, al contrario. Milano se le inventa per impapocchiare il prossimo. Ci guadagnerà.
 
“Gli animi dei lombardi”, annota il cardinale Federigo Borromeo nel suo diario “La peste di Milano, “sono coraggiosi e ardenti e ne danno testimonianza  i ricordi del passato e le guerre combattute per tanti anni. D’altra parte sono anche orgogliosi e superbi nei confronti dei poteri, insofferenti delle offese e vivono molto a fatica lontano dalla loro città”.
 
Per la carestia, che precedette la peste del 1630, molti si dovettero ricoverare in città, nota il cardinale, “avviliti”: “S’erano nutriti di cortecce d’alberi, e una porzione di crusca era per loro cibo squisitissimo”. Succederà un secolo fa per gli abitanti di Africo senza più casa, per alluvione o terremoto, secondo la testimonianza di Corrado Alvaro nella conferenza sulla Calabria che tenne al Lyceum di Firenze nel 1929, che furono rinvenuti nelle campagne emiliane nutriti di paglia e fieno.
 
Il cardinale Borromeo s’interroga a un certo punto sulla “propensione a fare affari di questo popolo”, i milanesi. Che, pur “non avendo né un mare vicino né un fiume navigabile”, li accrescono in continuazione. E da soli, “tutti originari del posto, non certo immigrati e stranieri o chiamati da fuori quale è più o meno la moltitudine che affolla le città italiane”. Il leghismo ha radici, il “crogiolo” è per stare ala moda.
 
Il segreto dei lombardi, insiste il cardinale? La costanza: “Insistono nelle imprese con costanza e con una certa ostinazione fino alla conclusione e tutto quanto hanno cominciato lo conducono a fine”. Questo, osserva, richiama “abbastanza i caratteri dei tedeschi, dei quali è nota la perseveranza nei lavori iniziati”.
 
Non esclusa la oneupmanship, continua il cardinale: “Qualunque cosa vedano eseguita, la imitano  sia facilmente sia avidamente”: E “non vogliono essere superati e vinti da altri in nessuna attività”.
 
Fu terribile con gli “untori”, anche più di quanto aveva saputo Manzoni, non aliena ai linciaggi. In appendice a “La peste di Milano” del cardinale Borromeo, Armando Torno pubblica alcune lettere del “residente” di Venezia a Milano. In una si legge: “Doi huomini che andavano per Milano feriti dalla peste, senza palesarla, sono stati hieri decapitati ad esempio di altri; stava la sentenza che fossero archibugiati vivi, ma per grazia hanno ottenuto di morire come predetto”.   

leuzzi@antiit.eu

La bellezza vince il lutto

“Tu non puoi ricordare, io non posso dimenticare”. Sul fondo idilliaco della Toscana senese, una morte, della mamma, che distrugge due vite, padre e figlio. Che ricordando, infine, si ritrovano: l’elaborazione del lutto si conclude, dopo molti anni, sul limite del precipizio, dell’abbandono. “Non si ricomincia”, non del tutto, il piatto rotto non si ricompone, ma si può vivere, in allegria.
Un racconto delicato nel primo film di James d’Arcy, “Passione fatale”, “Master and Commander”, scritto, prodotto e diretto da lui. Un atto d’amore per l’Italia, per la Toscana. Sul filo della bellezza, ritrovata al cinema dopo Sorrentino. Anche a rischio bozzetto – un po’ come la Grecia di Meryl Streep, “Mamma mia”. Ma con nocciolo drammatico, ben tenuto su da un inedito Liam Neeson, barbuto, vissuto.
James D’Arcy, Made in Italy – Una casa per ritrovars
i, Sky Cinema

domenica 1 agosto 2021

Ombre - 572

Populismo
Il cinismo
Del razzismo
Si profonde
Nel buonismo
 
Non si contano le pagine sui no wax in pizza. Dove sono pochi e pochissimi. Ma su una pagina campeggia Claudia Gerini, co n una grade foto e un grande titolo: “Mia figlia si è vaccinata, io ho una grande paura”. Pochi leggeranno l’articolo, dove l’attrice spiega che ha avuto più minacce di trombosi.
Curioso giornalismo, paludato ma tutto tabloid inglesi, scandalistico. Negli anni 1980 voleva l’Italia razzista. Nei 1990 ladra - eccetto i giudici di Milano. Poi mezza ladra e mezza fascista nel decennio di Berlusconi. Quindi, insorgendo con la stanchezza l’anti-antifascismo,  populista. Informazione?
 
C’è una Pas, Parental Alienation Syndrome, una trovata degli psicologi Usa per incrementare il business, escludendo il più possibile i genitori a favore dei servizi sociali, che la Corte di Cassazione ha riconosciuto “dottrina nazista”. Ma Tribunali dei minori, soci d’affari degli psicologi, non demordono, ameno in Italia: basta una diagnosi di Pas e la Polizia si precipita in casa. Ci sarebbe materia amia per una storia complottista. Non fosse semplice materia giudiziaria, cioè di stupidità – e di piccole consulenze, pochi euro.
 
Chiara e devastante l’intervista di Fabio Panetta, ex direttore generale della Banca d’Italia, ora alla Bce, con Fubini sul “Corriere della sera” martedì: la politica europea post-crisi 2008 e 2011, di compressione dei consumi interni (austerità) era sbagliata e l’abbiamo pagata cara. Devastante perché fa capire quanto la Banca d’Italia non conti più niente, nemmeno come opinionista – mentre conta, eccome, la Bundesbank, e perfino la Bank of Holland.
 
È chiaro Panetta anche sul problema Italia, sulla scia di Draghi - ma l’opinione si direbbe comune : i problemi nodali sono “una bassa produttività che si traduce in una bassa crescita, e una distribuzione del reddito e delle opportunità insoddisfacente”.
Ma le due cose non sono collegate – il lavoro s’impoverisce e impoverisce l’Italia?
 
Panetta era anche quello che, da vice-direttore generale in Banca d’Italia, sapeva e disse per tempo che il bail-in era a perdere: non era un programma di prevenzione e salvataggi ma di punizione, per azionisti, obbligazionisti e correntisti. Che la Germania volle dopo avere speso 247 miliardi per salvare le sue banche. Che il governo – Monti per l’occasione, non un governo qualsiasi, ignorante di Bruxelles – aveva recepito nel luglio 2012. Adesione poi interinata dai governi successivi, Letta-Saccomanni (ex Banca d’Italia) e Renzi-Padoan – in tempo per gravare il “parco buoi” dei gioiosi miliardari aumenti di capitale Mps.  
 
L’Italia chiede e ottiene il comando  della missione (Nato? Occidentale?) in Iraq, con lo spiegamento di 1.100 uomini. Ma senza più la copertura militare americana. Per fare che?
 
È in Iraq il primo passo vesso la strategia nuova del Pentagono, che conta di occuparsi dell’Indo-Pacifico, abbandonando Mediterraneo e Medio Oriente. Dove chiede una presenza “più vigile” della Nato. Senza passare per l’Europa, la Ue? Non c’è una politica estera e di difesa europea.
 
Al 4 con all’Olimpiade la barca italiana poteva andare meglio, al secondo posto se non al primo, se non fosse stata quasi speronata dalla barca inglese – in corsa per il terzo posto. Gli inglesi come è noto sono sportivi. Come gli australiani del basket, per chi ha visto il match, una specie di lotta greco-romana – senza contatto, è vero.
 
Il presidente Xi ha lanciato, attraverso la Cac, Cyberspace Administration of China, un controllo serrato dei liocorni cinesi nel vasto mercato dei social, chiudendo Didi, sanzionando Alibaba e Tencent. Il mercato non deve fare opinione: è il limite della Cina veterocomunista di Xi.
 
Didi non si occupa di comunicazioni (è la app per prenotare macchine con autista), ma voleva quotarsi a Wall Street. E controllava i dati di 380 milioni di utenti, cinesi.
Nemmeno Alibaba si occupa di comunicazione. Ma gestisce i dati di un miliardo di utenti.
Trentaquattro grandi aziende tecnologiche, che gestiscono i dati di massa sui clienti, sono sotto controllo della Cac, per un revisione della gestione dei dati – cioè per un controllo pubblico.
 
È singolare la consonanza fra i resti del Pci, ora Articolo Uno, e il “F atto Quotidiano”, che è senz’altro di destra – compresi i giudici del cappio. Di Articolo Uno come già lo era “l’Unità” con Travaglio columnist. Pur facendo il governo con Draghi, Articolo Uno lo ritiene un figlio di papà e un mezzo cretino, e applaude spanciandosi di risate Travaglio che fa il populista.

Il (primo) racconto della Grande Fuga - da Parigi nel 1940

Un omaggio a Sorrento nel racconto “La grande città”. Che potrebbe essere Napoli: della vita che trova gusto e senso anche nel labirinto dell’abbandono, anonimo. Una fantasia commossa in memoria del marito della scrittrice, premorto giovane, il poeta Chodasevič, evocato anonimo in chiusa: “Tutto era fuso su quel promontorio e aveva dato forma alla vita cui sto per prendere parte anch’io. Insieme a te, che non sei con me ma che vivi nell’aria che respiro”.
Il racconto del titolo, della vita nuova degli immigrati – le domeniche in campagna infine pacificate. attorno a un bottiglia di vino fantasticando su Mozart redivivo - spazzata via dalla guerra, dai bombardieri tedeschi a ondate su Parigi, è il primo racconto apocalittico dell’apocalittico – affollato, disordinato, incontrollabile – sfollamento di massa dei francesi nell’estate del ’40. Prodromo delle grandi narrazioni che saranno qualche decennio dopo di Céline, la trilogia del Nord, “Da un castello all’altro”, “Nord”, “Rigodon”.
Il terzo racconto è “La scomparsa della biblioteca Turgenev”, la biblioteca russa di Parigi. Berberova, specialista di Turgenev, e di povesti, racconti lunghi, racconta con taglio cronachistico la spoliazione della biblioteca a opera di un giovane tedesco bibliofilo, dapprima per essere entrato, affascinante e ambiguo, nelle grazie del direttore russo, subito poi da tedesco occupante. Al comando di un plotone armato di traslocatori, al di sopra del trattato di amicizia russo-tedesco allora in vigore: Parigi è stata occupata il 14 giugno 1940, a settembre la biblioteca è già vuota.
La malinconia di una scrittrice esule che pure si fece un programma di non piangersi addosso, di vivere lo sradicamento.
Nina Berberova,
La resurrezione di Mozart, Guanda, pp. 93 € 10