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sabato 29 gennaio 2011

Tra Berlusconi e Milano la partita è ora decisiva

L’avocazione delle indagini da parte di Bruti Liberati potrebbe portare a un ennesimo rinvio, ma per ora tutto porta a dire infine decisivo quest’ultimo scontro tra Berlusconi e i suoi giudici milanesi. Peggio del resto sarebbe se Bruti Liberati chiedesse un supplemento di istruttoria, e dunque un rinvio. Uno scontro decisivo non per la riforma della giustizia. Che Berlusconi continua ad annunciare a cadenza sempre più ravvicinata (ne parlava prima a ogni elezione, poi ogni anno, adesso ogni paio di mesi), ma per la quale non ha pronto un progetto né un iter di formazione e parlamentare. Ma nella lotta di potere in corso da quindici anni tra Berlusconi e la Procura: questa volta o vince l’uno o vince l’altro. La posta per il resto d’Italia è delicata, anzi pericolosa, ma uno degli ingranaggi dell’antipolitica che tiene il paese in soggezione dovrebbe infine saltare.
Da un lato accuse estreme, l’abuso di minori, la vendita di cocaina, il prossenetismo. Che porteranno a un sicuro rinvio a giudizio di Berlusconi, se il processo rimarrà a Milano. E anche alla sua condanna. Dall’altra c’è la politica: tre fatti politici che pesano a favore di Berlusconi. Uno è che pure questo processo, benché “decisivo”, è avviato sul sensazionalismo, con illegalità di ogni sorta, anche se si riducono benevolmente a “irritualità”. Illegalità che gli avvocati di Berlusconi non sanno far valere ma che porta i molti a dubitare della loro fondatezza – Milano è molto scossa negli ultimi mesi, ma più sull’operato della Procura.
Il secondo fattore politico è l’attacco all’euro sempre incombente: non se ne parla, ma non è scongiurato e anzi è nei fatti. Il previsto ricambio in Spagna tra Zapatero e il suo vice creerà nuove tensioni, anche perché l’immobiliare spagnolo è sempre più un “buco insostenibile”, da 350 miliardi. E dopo la Spagna, l’Italia senza governo sarebbe facile preda: l’obiettivo di scardinare l’euro è troppo ghiotto, e le difese apprestate non ne possono garantire l’integrità in presenza di un attacco al debito spagnolo e a quello italiano. Il caos monetario è un deterrente a favore di Berlusconi nell’Italia che conta. Specie tra le banche e i banchieri che controllano i giornali.
Il terzo fattore è che Berlusconi sarà comunque in sella, anche col probabile giudizio e la condanna per direttissima, alle amministrative dell’8 maggio, e ha più probabilità di vincerle che di perderle. Se si votasse oggi, Berlusconi guadagnerebbe Napoli e Cosenza. E potrebbe, attraverso il candidato “civico”, guadagnare anche Bologna e Torino, dove Chiamaprino non si può ricandidare e il partito Democratico è litigioso. A rischio, tra le piazze berlusconiane, è solo Trieste, dove l’uscente Dipiazza non può più ricandidarsi. Milano appare perplessa, ma più, questa volta, sull’operato della Procura – e comunque Letizia Moratti, che non ha mai sbagliato un colpo, e deve portare a termine l’avventura dell’Esposizione 2015, è ben cautelata. Negli altri 1.300 Comuni dove si vota non si annunciano terremoti rispetto alle ultime scelte. Eccetto che in Campania, e in minor percentuale in Puglia e in Calabria, dove le prevalenti giunte di centro-sinistra saranno ridimensionate,
Sarebbe la quarta volta (se si votasse oggi) che Berlusconi vince le elezioni di seguito da due anni e mezzo. Ciò renderebbe arduo al presidente della Repubblica Napolitano, che personalmente ha cattiva memoria degli scioglimenti delle Camere per via giudiziaria nel 1994 e nel 1996, di attivare elezioni anticipate. Sull’altro versante, Bruti Liberati al posto di Ilde Boccassini potrà assicurare un qualche rispetto delle procedure, ma non potrà arrestare la direttissima. E quindi questa volta si andrà a fondo.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (78)

Giuseppe Leuzzi

La squalifica del Sud
All’inizio del 1975 dal “Mondo” milanese Pasolini scrive a Gennariello per fargli la morale. A un ragazzo che non è un napoletano ma il napoletano, “simpatico”. Pasolini e il settimanale della borghesia scrivono dunque alla macchietta del napoletano, e perché? Perché a Napoli “sono rimasti gli stessi di tutta la storia”. Il poeta ben sapeva che borghesi e proletari, le loro storie si erano unificate nel consumo, anche violento. Ma per Napoli fa un’eccezione: “Un giorno mi sono accorto che un napoletano, durante un’effusione, mi stava sfilando il portafoglio; gliel’ho fatto notare, e il nostro affetto è cresciuto”, scrive. Indiscutibile, se l’“effusione” è durata “un giorno”. Ma questa non è più ipocrisia, è dileggio: l’“affetto” per “un napoletano”, non per un ragazzo ma per una generalizzazione, un codice.
Tutta l’antropologia di Pasolini è povera, se si leggono “L’odore dell’India”, “Il padre selvaggio” e “Appunti per un’Orestiade africana”. Provinciale, da vacanze intelligenti. Diversi sono questi mondi nei film (non negli “Appunti per un’Orestiade”, documentario molto avulso in realtà dall’Africa), dove prevale la forte capacità pittorica di Pasolini, di dire (e di vedere) in immagini. È anche da dubitare, lui che voleva bene ai contadini con la zappa, che abbia mai visto la povertà reale. Che ha incrociato, così diffusa e aggressiva in Africa, in India, e presumibilmente nel Friuli della sua giovinezza, ma senza vederla. O che l’abbia vista ma non vissuta, il sudore, i calli, il fango, la schiena rotta. Che il suo non sia virtuismo piccolo borghese, che non può fare a meno del patetico, in chiave vittimistica, la forma peggiore di spregio dell’oggetto. Con la cresta neo realista, che i poveri fa scemi, la povertà destino e dannazione. Le istruzioni a Gennariello infittiva di un “proverbio sublime” di un “amico di Chiaia”, il quartiere dei buoni: “Il mondo è dei buoni, ma i cojoni se la godono”. Una quadruplice impostura. Perché non è un proverbio. Perché “il mondo è dei buoni” è costruzione toscana, dell’italiano Rai-manzoniano che Pasolini deprecava, e non napoletana, né lo sono i cojoni. Perché i coglioni non godono in realtà. E perché, se anche fosse, non sarebbe sublime.
Era anche un momento particolare per il poeta, che di lì a poco morirà assassinato. Il sesso libero, non più perseguibile, irritava Pasolini, che passava a godere al buio di “Petrolio”, ripudiando la Trilogia della vita, i cui nudi, napoletani, arabi, bollava d’“immondizia umana”. Riconoscendo, senza vergognarsi o pentirsi (o era pentimento scriverlo nei giornali dei borghesi “belli-e-buoni”) che “niente necessita di una più accanita e matta energia che il desiderio di possesso”. Mentre la scuola obbligata, cioè gratuita, diceva “un crimine”. Ma nel suo Sud, che pure conosceva per molteplici contatti, lo stereotipo è stato fisso.

Nel 1967 si tenne a Bari un convegno dell’Associazione di studi letterari italiani. Alcuni dei partecipanti furono coinvolti da Maria Corti in una gita a Otranto, dove, racconta il torinese Giorgio De Rienzo sul “Corriere della sera” mercoledì 26, videro “un noto mosaico a pavimento di una chiesa”. Di fronte al quale, continua lo studioso, “uno dei miei colleghi torinesi” pose il quesito se l’opera fosse di destra oppure di sinistra. Dunque, tutto muta, tutto perisce e rinasce, ma in peggio? Molto leghista quel “noto mosaico a pavimento di una chiesa” di uno dei capolavori dell’umanità - dopo l’ubriacatura di destra e sinistra.

Mafia e antimafia
Giovedì 27 Salvatore Cancemi è morto, il più famoso dei pentiti. Anche il più bugiardo. Nessuno se n’è ricordato. Quest’uomo ha fatto e disfatto Palermo, la Sicilia e mezza Italia con le sue bugie. Una creatura di Ilde Boccassini quando fu a Caltanissetta. Un pentito che sarà dichiarato “altamente inattendibile” da quattro tribunali, e persino condannato all’ergastolo, caso unico, a cui la magistrata insegna “l’arte del pentimento”.

Cancemi, scrive Lino Jannuzzi in morte, “nel suo ruolo è un fenomeno, e lo è due volte: perché è il primo mafioso che si è pentito prima di essere catturato (bussò all’alba alla porta della caserma dei carabinieri), ed è anche l’unico che ha restituito un po’ dei soldi rubati (li fece ritrovare in Svizzera, sotterrati sotto un albero)”. Solo che per mesi Cancemi non racconta niente, “non dice nemmeno che ha partecipato personalmente alle stragi di Capaci e di via D’Amelio: «Il mio pentimento - dirà quando lo scopriranno per le rivelazioni degli altri pentiti - è come una vite arrugginita che si svita lentamente e a fatica»”. Il suo interrogatorio del 18 febbraio 1994 è un manuale: il giudice dice e il pentito conferma.
La magistrata si era fatta distaccare da Milano a Caltanissetta per indagare la strage di Capaci. Ma a Cancemi chiede solo di Berlusconi – che ancora doveva vincere le elezioni.

Sudismi\sadismi - “È Zingaretti il mio Obama”, proclama il comico Albanese, e non per ridere. Non Montalbano ma il fratello, che è politico di professione e presiede la provincia di Roma. Il comico ha una due giorni pienissima: deve occupare ogni interstizio, in modo che “tutti” vadano a vedere subito il suo film “Qualunquemente”. Che immortala il suo personaggio Cettolaqualunque, il politico nemico di ogni regola.
Cettolaqualunque il comico, di Olginate in provincia di Lecco, fa con grande sensibilità calabrese. E il suo film “Qualunquemente” fa uscire in seicento copie, che lo vedano tutti subito, senza passaparola – il marketing più aggressivo, che lascia lo spettatore senza parole, e quindi anche disonesto.
Per essere equanime Albanese dice che anche Vendola non è male.

Aspromonte
Claudio Magris evoca a proposito di Praga (nel saggio “Praga, al quadrato”, ora nella raccolta Alfabeti) un “triplice ghetto”, della comunità ebraica dentro quella germanica, dentro la città ceca. A sua volta parte, si può aggiungere, di un impero bicipite e anzi decentrato ma pur sempre soprammesso. Avviene così in questo territorio di frontiera, mondo a parte, inesplorato.
Nell’Aspromonte la vita agreste è avvolta nelle spire della malavita, dentro un’Italia che al meglio è assente. Una “condizione di artificio e di serra”, che porta “sradicamento e inautencitià”, la vita quotidiana lasciando nella “spettralità” e all’“umorismo grottesco”. Non amaro ma, in queste balze, insopprimibile: la Montagna si può dire che parli solo nel dileggio, anche di se stessi. Si vive come in un mondo non proprio, quasi estraneo, sempre provvisorio. Nell’incomprensione, di sé e dei luoghi, anche se non nell’incomprensibilità.In una sorta di continuo smarrimento, benché vigili, si galleggia frastornati. Da qui, anche l’incostanza, la manca di applicazione.
Praga è letteratura, l’Aspromonte vita vissuta, modesta, ma l’irrealtà non vi è meno feroce. Tra la sacralità antica di Polsi e i romitaggi, i romances portati dal Nord, di forti stolidi eroi, spiriti cattivi, fate e magheggi, su per gli anfratti angusti e bui, le fiumare scroscianti, o altrimenti lievi chiocchiolanti, il silenzio sonoro degli alpeggi, gli sproni rocciosi. Lo stesso Parco che si è creato per proteggerci è remoto, incerto, con tutti i suoi minuti regolamenti, le forestazioni, i ripopolamenti, fatto per le molte guardie che non guardano: una superiore aerea cupola, di nessuna protezione o ispirazione. Le tante energie che la Montagna sprigiona si disperdono. Si procede guardandosi attorno, senza mai trovare un punto fisso, un falso scopo direbbe l’arte militare dell’artiglieria, un ancoraggio, una geometria che ci integri. Il grande bosco sul mare che ne fa l’unicità è una sospensione, senza confini né punti d’appoggio, si respira a fatica per la troppa aria. Una società mite dentro una facinorosa, arrogante, in un’Italia che non ti considera e non ti accetta, dove quindi è difficile considerarsi, accettarsi – provvedersi, illustrarsi.
L’isolamento comincia nel 1861, l’abbandono: la desertificazione, l’inselvaggimento, e la scoperta del “sud”, falso, abominevole. “Un’esistenza lemurica”, dice Magris delle eccellenze praghesi, ben trovato. L’isolamento comincia nel 1861, l’abbandono: la desertificazione, l’inselvaggimento, e la scoperta del “Sud”, falso, abominevole. “Un’esistenza lemurica”, dice Magris delle eccellenze praghesi, ben trovato. Di un mondo a parte: lontano dalle convenzioni urbane, contemporanee, borghesi. I riferimenti, il linguaggio, le sue stesse convenzioni, e il pathos, sono altri. Definiti solitamente arcaici, che non vuole dire nulla. È un diverso fluire del tempo, un’espressione e un sentire non semplice, non per i moduli correnti, con una comunicazione empatica, sintatticamente sconnessa, necessariamente complice e in certo senso escludente, anche perché non si offre a modello né propone modelli, e tuttavia significativa, perfino troppo per l’economia del gesto o della parola – basti il tesoro del “non detto”. Ma inesplorato: incerto più che artificioso, poiché nessuno ne ha preso le misure, l’ha inquadrato, lo spiega.
Praga è tutt’altro mondo. Con Kafka resta, dice Magris, “uno dei più alti simboli dell’esilio di tutti e dunque un verace volto della patria di ognuno”. E: “Praga è sempre altrove”. È tuttavia residuo, o infondata nostalgia, di un’unità che non ci fu tra mondi separati e per molti aspetti concorrenti. L’eccellente Praga di Magris ce ne offre l’immagine giusta, vantata come un crogiuolo e invece: la divisione tra le comunità è “una frontiera chiusa, una barriera anziché un tramite”. Siamo uniti ma siamo separati.
Con un’addizione: non sullo stesso piano. Una situazione che chiunque oggi, nella Montagna, in Calabria, al Sud, che solo legga il giornale o guardi la tv, ogni giorno registra su ogni aspetto del vivere: Milano disprezza Napoli, e la Sicilia (una Calabria già “non esiste”), la Sicilia non disprezza Milano, non ne diffida – questo succedeva anche a Praga, i tedeschi si ritenevano superiori ai cechi (“la tradizione di liberalismo borghese, radicata a Praga fin dal 1848, era inscindibile per la minoranza tedesca dal concetto di superiorità sui cechi”), ma erano in numero grandemente inferiore e quindi si condannavano da sé.
E con una differenza, grande: non c’è al Sud accerchiamento geografico, o storico, o consuetudinario. C’è politico, c’è sempre stato, da quando l’unità si preparava, ed è aggressivo. Ma ha modellato una sudditanza, o su di essa si modella. Di cui non si saprebbe fare colpa al Nord, se non perché se ne approfitta. Non c’è uno stato d’assedio, se non volontario, quasi a opera degli stessi meridionali. Ed è pure vero che la sudditanza passa attraverso l’Italia, ma in questi termini: il Nord sa governare l’Italia, il Sud no.
Praga Magris dice anche ”esemplare per eccellenza di una letteratura di frontiera che induce a un tentativo paradossale, quello di trasfigurare l’irresolubilità dei conflitti quale loro superamento”. E questo è un programma. Non per gli scrittori, che questa avventura hanno già vissuto, ma per la storia e la critica – con l’eccezione (che è una conferma) di Alvaro. Ma sapendo che non siamo tutti sullo stesso piano, non per caso o disinteressatamente. Perché la cultura non è inutile né inetta. Fra gli strumenti del dominio dei tedeschi sui cechi nella città ceca di Praga, per tornare a questo remoto, inoffensivo, termine di paragone, alla fine il più lungo, costante, determinante, fu la cultura: far sentire i cechi, gli slavi, che pure erano borghesi attivi e colti, dei paria. Sociali e culturali.

leuzzi@antiit.eu

giovedì 27 gennaio 2011

Battisti condannato con avvocati falsi e pentiti

I punti qualificanti della lettera polemica contro Tabucchi sul caso Battisti, che Fred Vargas ha avuto pubblicata ieri su “Le Monde” in prima pagina, non appaiono oggi sui giornali italiani, e meritano di essere conosciuti. In sintesi, la scrittrice francese afferma che Battisti è stato processato e condannato in contumacia senza che sapesse dei processi, con tre mandati falsi a suo nome ad avvocati. E che le condanne sono successive agli arresti e ai pentimenti dei suoi capi terroristi, che pentendosi e scaricando gli omicidi su di lui si sono salvati. Artefice dei processi manipolati sarebbe il magistrato milanese Spataro.
Ecco la parte di cui i giornali italiani hanno evitato di riferire (qualche riga prima la Vargas aveva scritto: “I due avvocati scelti da Battisti furono quindi imprigionati”):
“Lei scrive che Battisti assente fu assistito da avvocati di cui ha “ampiamente approfittato”. Per fortuna, per la salvaguardia della verità storica, alcuni indagano seriamente là dove altri non vogliono saperne niente: sì, Battisti fu in effetti “rappresentato” da due avvocati, grazie a tre mandati, due del 1982, uno del 1990. Tre mandati che ho tenuto a esaminare (non lei?), trovando molto strano (non lei?) che Battisti invii dei mandati per dei processi di cui non seppe l’esistenza che otto anni più tardi. Questi tre mandati sono dei falsi, così patenti che un bambino se ne renderebbe conto. Li tengo a sua disposizione. Ma il magistrato Spataro non ha voluto ricusare questi falsi. Questi pezzi di prova sono nel caso Battisti ciò che il famoso “borderò blu” è all’affare Dreyfus: esplosivi. Da soli macchiano i processi per intero di nullità e possono far cancellare la condanna. Da soli, provano la manipolazione che fu fatta di Battisti, l’assente, dai pentiti chiamati a “testimoniare”, dagli avvocati sotto pressione, e dal magistrato istruttore. Esplosivi ed ecco senza dubbio perché, da anni, non riesco a pubblicarli da nessuna parte. Ma ricordiamo almeno che non ci fu prova materiale contro Battisti né testimone oculare degno di questo nome. Che solo la “parola” dei pentiti ha accusato Battisti assente, portando loro in cambio considerevoli riduzioni di pena”.
Qui Fred Vargas accusa specialmente Pietro Mutti, il capo dei Pac (Proletari armati per il comunismo) di avere scaricato su Battisti i suoi omicidi. Quindi continua:
“Alcune piccole rettifiche tuttavia al suo così sicuro sapere: no, Battisti non era un delinquente prima di entrare nei Pac. No, la sua evasione dal carcere non data dalla sua prima detenzione. È nel 1981 che Battisti evase dalla prigione di Frosinone, dove era condannato a dodici anni per porto d’armi e atti di sovversione. Ma non per omicidio. È curioso che nessuno voglia mai evocare questo primo processo, nel corso del quale Battisti non fu accusato di nessuno degli assassini commessi dai Pac.
“È soltanto nel 1982, dopo l’arresto dei capi e degli altri membri dei Pac, che tutto si capovolse e che i vecchi compagni, ieri ancora armati, si misero a “pentirsi” e ad accusare il giovane assente con un bell’accordo”.

Letture - 51

letterautore

Banale – Il banale è profondo. È più profondo. Ci vuole la filosofia più profonda per arrivarci. “Il delitto è banale, l’esistenza è banale, soltanto le qualità banali hanno un qualche funzione sulla terra”. O questa è la filosofia delle conversation pieces vittoriane, una profondità blasée?

Céline – Il mite Ceronetti si vuole polemico, sul “Corriere della sera” di mercoledì 26, per difendere Céline, benché antisemita. In effetti, l’antisemitismo è in Céline poca cosa, benché costante, sociale (nazionale, classista al modo suo, di Céline), volgare. Anzi per questo: chi non era antisemita, al modo di Céline, in Francia negli anni 1930? Ma c’è di più: Céline vive la violenza del razzismo come diretta contro se stesso, un poco onorevole (permaloso, pasticciato) harakiri.
L’antisemitismo si guarda retrospettivamente, a partire dall’Olocausto. E non si discute, non a torto sul piano storico. Sul piano personale qualche distinzione è tuttavia possibile. Anche per Céline, che in “Morte a credito”, nel 1936, aveva rappresentato con ferocia l’antisemitismo, e due anni dopo, dopo il Fronte popolare e il viaggio nel’Urss, ne diventò becero esponente.
Il razzismo, depurato dalla tradizione, etnica, religiosa, storica, è violenza gratuita. Solo marginalmente espediente allo sfruttamento economico – il piccolo borghese, che più risente il razzismo, non ha neanche questa convenienza. Céline lo vive. Non per posa o artificio retorico, non per politica o per convenienza, come una violenza alla sua persona. Facendosi giudice e vendicatore, lo ributta su tutti gli altri, gli ebrei come la Società delle nazioni (la cattiveria di Céline è niente al confronto di quella di Albert Cohen in “Bella del signore”), i politici francesi, gli eserciti tedeschi, gli africani e i cinesi, tutto ciò che faceva nella sua generazione in Francia, potenza vincitrice e imbelle, la sindrome dell’europeo “appendice dell’Asia”. Le umiliazioni che si infligge, Sigmaringen, l’esilio con l’oro, i processi, non lo irrobustiscono: sono la voglia di degrado di un amante del bello sulla quale non può portare un occhio sereno – pur avendolo acuminato.

È difficile scrivere la storia degli anni 1930. Tra le poche cose certe è che per la pace ci sarebbe voluto un accordo tra Francia e Germania. E che Stalin fece di tutto per evitarlo, a questo scopo utilizzando i Pc tedesco e francese in avventate manovre. Due ubbie-fobie di Céline. E il suo fordismo è l’“americanismo” che appassionava Gramsci.
Certo è pure che l’antisemitismo fu diffuso, “normale” dopo la rivoluzione del 1917 – anche tra gli ebrei. Blanchot fu dell’Action Française fino al 1938, e scrisse articoli contro gli ebrei, tutti a suo dire “bolscevichi”. Ma, come tutti, Heidegger, Schmitt, dopo non disse: “Mi dispiace”.
W.Benjamin progettava “uno studio di quella particolare costellazione rappresentata dal nichilismo medico nella letteratura – Benn, Céline, Jung”. Jung che aveva “abbozzato una terapia per l’anima ariana”.

Il fondo è incolto: un “pensiero” convulso, confuso. Per l’autodidattismo superbo, di ragazzo eroe di guerra, concupito dalle più belle infermiere, in quella fornace di emozioni eccessive che è la sofferenza. Innestato su un fondo debole, di estrema bontà. Non fosse Céline, sarebbe Zola: è un documento dei suoi anni, uno dei più attendibili – gli eccessi, di stile, di passioni, sono coloratura.
Céline è scrittore realista. Delle “cose”, spiega nelle interviste: visionario perché radicale – contro la guerra, contro il denaro, per i poveri, per la salute (bellezza), per la patria. E ne è vittima: la politica è esercizio di equilibrismo, è pwassione radicale solo nel deserto, dove è inutile.
Ci sono due tipi umani, dice: il voyeur e l’esibizionista. Chi osserva il mondo (“le cose”) e chi mette in mostra se stesso (psicologismo, memoria, flusso di coscienza, di parola, etc.) del Novecento.

Céline nasce con la Fondazione Rockefeller e le campagne antibatteriche, e con lo studio di Semmelweiss. Con l’igiene, che porta alla pulizia. Del corpo, e morale, politica, etnica, genetica (l'eugenetica è semrpe in voga in Scandinavia, negli Usa e alle Nazioni Unite, al principio del Novecento anche in Gran Bretgana - per non dire naturalmente della Germania di Hitler, e anche dopo). Di arcigni difensori che, abbattendo grandi varechinate, si lasciano dietro campi desolati. È l’ideologia dell’ultimo secolo: fare pulizia. Il Novecento nasce dall’asepsi del dottor Semmelweiss?

Magris, che lo ha studiato, lo annovera fra “i collerici antidemocratici” (in “Alfabeti”, 55). Ma Céline è collerico per essere democratico, convinto, “integrale”: senza studi, senza mestiere, senza professione (è medico “di guerra”), e a ogni buona occasione che la vita incidentalmente gli offre, il matrimonio, l’Oms, l’occupazione degli odiati tedeschi contro cui esercitarsi, sempre renitente o disertore. Con la coscienza di scegliere il peggio. Se potesse essere un simbolo, sarebbe il Novecento, secolo meraviglioso (d’innovazione, di progresso) e terribile (di umanità).

G. Bataille (in epigrafe alla biografia di Surya) spiega così l’insufficienza della scrittura: “La scrittura è impotente. Mi manca il viso e la nudità di una prostituta per dire abbastanza male della vita umana che ha fatto di se stessa una facciata e che la dissolutezza riporta alla verità”. La dissolutezza di una prostituta che dà corpo alla scrittura fa sorridere, - sarà un modo per infrangere la regola, o l’apparenza. Ma la scrittura di Céline è questa prostituta ed è la sua descrizione – la sua parola. È infetta e liberatoria, per il principio omeopatico. È la passione insana, ed è l’odio (la rivolta) che rompe la facciata eretta della storia (della ragione) maestra di vita.

Dice la verità, anche nei pamphlet. La dice da escluso (paria), con una parte quindi di paranoia. Ma è solo per questa condizione di escluso che può dire la verità, sulla guerra, il patriottismo, le massonerie, il comunismo, e anche sugli ebrei. Questo suona falso dopo Hitler, ma a quel punto anche Céline era filosemita: l’esclusione conduce alla verità non in virtù della misantropia ma perché rende disincantati.

Ottocento – Perché riprodurlo inamidato? È vivace, di idee, imprese, morale. In pochi anni ha creato il mondo nel quale viviamo, i vapore, il motore a scoppio, l’immagine, l’urbanismo, gli stati nazionali e, in anni che i manuali di storia definiscono della Restaurazione, l’Amore. È oppresso da crinoline, cerchi, collets montés, barbe e baffi incollati, buoni sentimenti, patriottismo, qualche gagliardia e molta ottusità. Questa rappresentazione è improbabile, andrebbe rivisto in canottiera guizzante, occhi e labbra mobilissime sotto i paludamenti piliferi… De Sanctis, Michelet, Verdi, perfino Manzoni (e Tocqueville, etc.), gente elastica, a volta a volta asciutta, sentimentale, razionale.

Stupidità – “La stupidità sarebbe un nocciolo duro e non frantumabile, un primitivo”, annota R.Barthes in uno dei frammenti che compongono “Barthes di Roland Barthes”, 61): “Niente da fare per decomporlo scientificamente (se un’analisi scientifica della stupidità fosse possibile, la tv crollerebbe”). Ma poi prosegue: “La stupidità mi affascina. Il fascino sarebbe il sentimento giusto che deve ispirarmi la stupidità ”.
Più in là (p.132) Barthes torna a interrogarsi: “Stupido?” E si fa due considerazioni:
“Punto di vista classico (basato sull’unità della persona): la stupidità sarebbe un’isteria, basterebbe vedersi stupido per esserlo meno. Punto di vista dialettico: accetto di pluralizzarmi, di lasciare vivere in me dei cantoni liberi di stupidità.
“Spesso si sentiva stupido: è che non aveva che un’intelligenza morale (cioè: né scitbnfica, né politica, né pratica, né filosofica, etc.)”.

Lo studio della stupidità è stupidità? Il comico vi è irresistibilmente attratto, l’autore comico, l’attore. Proprio colui che, esercitando il distacco (l’ironia, la beffa), vi è più allergico, se non altro per paura. Dunque, la comicità ha da fare con la stupidità? È una barriera che si eregge, contro la demenza e contro l’ovvio.

Sade – È una pre-figurazione pop della psicanalisi – di molti temi della psicanalisi. Complica di divieti e tabù le cose più ovvie.
“Filosofo o scrittore comico?”, lo dice Boris Vian (“L’utilité d’une littérature érotique”, 34), che gli imputa “una cospirazione per il dannoso”.
“Esegeta biblico” lo fa Pascal Lainé (intr. a “Blasons et contre-blasons”, 7), il corpo facendo crocevia di conoscenza, desiderio e morte, come nella rappresentazione del peccato originale. Il grande ateo è insomma un credente. Già Flaubert lo diceva, stando ai Goncourt (“Diari”, 9 gennaio 1859): “Sade è l’ultima parola del cattolicesimo”, etc. (inquisizione, tortura e Medio Evo, cioè ribrezzo per la natura). Come dire che lo “spirito libero” è, dialetticamente, cristiano. O non è il diavolo – quante cose non salva il diavolo?

letterautore@antiit.eu

Il mondo com'è - 54

astolfo

Capitalismo – I leveraged buy-out, i raid, eccetera, sono la fine di ogni “giustificazione” del capitalismo. Alleanze mutevoli, tra banditi di lungo corso, per assaltare di nascsto, e poi smembrare e cancellare ogni ipotesi di razionalità e d’impegno costruttivo, dietro lo scudo della “cerazione di valore” che è invece il mero istinto – la violenza – che presiede all’accumulazione. Un’azienda è un corpo vivo, che non si smembra impunemente. Il gioco del rso vede normalmente tutti sconfitti, come nelle economie mafiose, gli assalti non solo ma anche il corteo degli assalitori, fondi, banchieri, cordate.
Il capitale, essendo crudele, non può essere saggio. Perché dovrebbe esserlo? Per comprarsi una coscienza (razionalità). Nei suoi primi millenno l’evergetsimo è stato di rigore, le opere di bene. Il capitale deve sempre discolparsi. Anche se forse è necessario, comunque inevitabile. Come l’amore.

L’assunto di Weber, che lega (legherebbe, in Italia si vuole così, in realtà non lo fa) lo sviluppo del capitale al protestantesimo, è vero in colonia. Il Brasile ha tutto più degli Usa: clima, vegetazione, fiumi e comunicazioni interne, minerali. Anche l’Angola. Se al Sud fossero andati i Padri fondatori invece dei cappuccini, che subito si insabbiarono con le africane…

Chiesa - È il contrario del nome: non unisce ma separa, attraverso i sacramenti, i dogmi, la liturgia, i santi, la morale.
È proprio di ogni profeta, e quindi di ogni dottrina o istituzione, recare un proprio messaggio. La chiesa – qualsiasi chiesa – non può andare più in là di questo messaggio, in quanto comunità di un profeta?

La chiesa cattolica è laica. Nel regno di Giovanni Paolo II la sua laicità è perfino eccessiva, il papa era un laico benché prete. La chiesa è stata emendata dai laici molto di più e più profondamente che dai suoi più agitati riformatori, francescani, domenicani, gesuiti. Suo titolo di merito è semmai di capire in tempo utile, anche se con ritardi qualche volta di secoli, e con errori costosissimi, perché e come cambiare.
I ritardi testimoniano il suo non opportunismo, la sua ascendenza trascendentalistica. Ma non ne fanno certo il depositario della verità. Gli adeguamenti temperano peraltro sostanziosamente la sua ispirazione trascendentale.

Commercio – È il miglior veicolo, dopo Constant, delle “sorti progressive”. I romani antichi e Napoleone puntavano invece sulla guerra – che ancora per Lujo Brentano è il motore del progresso - e la politica. Le arti, la letteratura e la filosofia rispendono sulla mediocrità del business, tra gli antichi greci e nel Rinascimento. L’utopia però, il desiderio, eccetera, riportano ai romani.
Nella globalizzazione, trionfo del commercio, torneranno le arti, la letteratura e la filosofia?

Consumi – La civiltà dei consumi, si diceva, vent’anni fa, prima o dopo Tienanmen, dopo il secondo, o terzo, shock petrolifero, sta per finire. L’acquisto e il consumo che hanno sostituito, con l’imporsi definitivo dell’economia finanziaria nella specializzazione internazionale, il lavoro e lo scambio diretto come estensione della persona. E c’erano già i discorsi di fine del mondo, non sapendo cosa si sarebbe sostituito al consumo per continuare il piacere di estendere nelle cose la vitalità umana. Poi venne Tienamen, l’accordo non detto Usa-Cina. Col decollo invece dichiarato della globalizzazione: ineccepibile, che alcuni miliardi di persone porta ai consumi.

Controriforma – È un mutamento radicale nello svolgimento della storia, perché mette la realtà al riparo dall’indagine critica, teorizzando la tolleranza come sistema di convenzioni (convenienze).
È cultura generale in Europa, anche nei paesi riformati. V. la teorizzazione “controriformistica” del vescovo Berkeley sulla natura convenzionale – Popper dice strumentale – della conoscenza. Così come era cultura generale la Riforma, che condivide molte ricette con le regioni più (convintamente) cattoliche, l’Italia del Nord, la Francia e la Germania del Sud: individualismo, tolleranza, ipocrisia, con parafrasi delle Scritture e sortes vergilianea per la necessaria Auctoritas.

Fondamentalismo –Il suo suicidio contempla non in modo estemporaneo, o a uso tattico, poiché è il dominio della morte. Facendosi l’esame dopo la sconfitta (“Ex captivitate salus”, pp. 91-94), Carl Schmitt scopre l’autoannientamento insito nell’annientare il nemico, nel volere il nemico annientato.

Giustizia – “L’indugio delle leggi” è per Shakespeare (“Amleto”, brano dei sassi e dei dardi), insieme con “l’ingiustizia dell’oppressore e l’ingiuria dell’uomo superbo”, tra le cose che rendono la vita difficile da sopportare.

Occidente – Non è una meta, sta “in pizzo”, come uno dei suoi tanti finis terrae. L’Occidente era il limite con le colonne d’Ercole, dove l’uomo muscolare si fermava - terminava la sua corsa dalle steppe dell’Asia. Ma perché non si correva verso quelle steppe?

Andando a sinistra, nel vecchio mondo patto, si cadeva subito di sotto. Andando a Oriente invece no. Nasce da qui la profondità dell’Oriente?

Si è salvato a Maratona, o a Salamina, al Garigliano, a Granada, a Lepanto, a Vienna. E a Stalingrado. L’Occidente salvato da Stalin non è male – dall’Oriente.

È terra e acqua: densità e intensità. È il “ventre molle”: solo sesso, niente bocca; solo nervi, niente denti; solo umori, niente feci. È la Grande Madre? L’Occidente è allora l’emancipazione inutile.

L’Oriente s’incontra per via di Occidente, in senso colombiano. In senso colombiano si può non incontrarlo mai, perché l’Occidente si sposta con noi – si mimitizza attorno a noi e non ci consente d’incontrarlo (ricostruirlo), e quindi di uscirne, se uno volesse. Andare nell’altro senso è come, da attaccante della propria squadra, avventarsi stolidamente all’indietro e dare una zuccata contro il proprio difensore. Si può fare ma non è bene, non è necessario, e le conseguenze possono essere pessime.
L’immaginario greco va verso Occidente: le Esperidi, gli Argonauti, le Colonne d’Ercole, Atlante. Le Esperidi che poi erano il posto della terribile Medusa. La via d’Occidente, l’unica aperta ai greci, popolo terragno adattatosi a fare il marinaio, era quella della curiosità, lusinga e minaccia insieme. L’Occidente, al fondo, è la curiosità (avventura, ricerca, innovazione).
Ma poi, nei fatti, l’Occidente cos’è? La filosofia greca, la civiltà romana, il cristianesimo, Carlo Magno, il Rinascimento, la Conquista, la rivoluzione industriale, le rivoluzioni costituzionali e sociali, nel senso della libertà. Con i processi alle streghe e la tratta dei negri, e tuttavia sempre sotto la legge: il dominio è sempre stato temperato, dal diritto prima ancora che dal cristianesimo. I disastri del Novecento, nazismo e sovietismo, vanno bene in conto all’Oriente.

“Sarebbe una buona idea”, diceva Gandhi arguto. Ma è l’unica delle buone idee politiche che in qualche modo si è realizzata.

È la storia. È figlio di Erodoto, né più né meno: dopo il mito la storia. È un tentativo.
“Questa difesa della storia”, dice Ernst Jünger (“Al muro del tempo”, 40), “è il grande tema della civiltà occidentale”. E implica una funzione lineare: la memoria non come fatto episodico ma normativo (la storia “maestra di vita”): “L’essenziale è il mantenimento di un nomos particolare”, dice ancora Jünger (p.41), “di un modo di essere che si riafferma nelle civiltà e nelle culture, che viene difeso nelle guerre. È la dignità dell’uomo storico che ha cercato di affermarsi da un lato contro le forza della natura e i popoli barbari, dall’altro contro il ritorno delle potenze mitiche e magiche”.

astolfo@antiit.eu

mercoledì 26 gennaio 2011

Il popolare di Pasolini è patetico

Un diario di viaggio, un trattamento, e un documentario, il tutto poco curato ma già nell’impianto esplicito, di un’antropologia povera. L’occhio di Pasolini è sempre distratto e interiore - l’India sa perfino di “vacanza intelligente” più che di letteratura di viaggio, meno che mai d’impegno politico vero (attento, studioso).
Gli “Appunti“ sono un lavoro lungo dieci anni, e tuttavia non hanno una sola immagine reale di Africa. Il continente è un nome e uno sfondo per il sentimento del tragico, sia negli “Appunti” che nel “Padre selvaggio”, che Pasolini sente forte e ha saputo esprimere nei suoi migliori film – ma senza l’immagine del reale, il senso forte pittorico che è l’altra sua grande qualità di artista. Il popolare di Pasolini si rivela invece in questo mondo esotico, più nettamente che nella nostalgia agreste (friulana, nazionale), solo un aspetto del patetico.
Pier Paolo Pasolini, L’odore dell’India
Il padre selvaggio
Appunti per un’Orestiade africana

Magris Robinson della lettura – senza donne

Magris è un classicista. Cioè è un contemporaneista, ma non legge i contemporanei. Neanche il secondo Novecento, se non per casuali riscontri, qui Semprun, Mo Yan, Achebe, Sábato, Banville, La Capria, e alcuni tributi di generosità, a Stefano Jacomuzzi, Vinicio Ongaro, Patrizia Runfola, Pahor, e altri reperti istriani. Singolarmente trascura le donne. Anche quelle della letteratura germanica. Con l’eccezione, non simpatetica, di Bettina von Brentano – del cui amoroso ventenne, lei vedova sessantenne con sette figli, spinge la cattiveria a evitare di dirci il nome (o per credere, subito dopo, che “ogni vero amore è coniugale, è passione che s’incarna in vita condivisa”?). La contemporaneità è classica, sembra dire: “Abbiamo sempre creduto che, a dispetto delle date, i Kafka, gli Svevo, gli Strindberg, i Beckett fossero i nostri contemporanei… Le date talora mentono: “Il giovane Törless” di Musil è del 1906, ma non è contemporaneo di Carducci, bensì di noi stessi, ai quali appare nuovo e innovatore, ancora difficile da afferrare”, mentre “Il codice da Vinci” è ottocentesco. E tuttavia rinnova, in questa raccolta d’occasione, di note e recensioni sparse per un decennio sul “Corriere della sera”, il fascino della filologia applicata alla realtà, ai testi ma anche alle persone, ai fatti, ai contesti, e della narrazione di narrazioni. “Una volta”, vi racconta nell’aneddoto forse più noto, “in Cina, una studentessa dell’università di Xi’an mi ha chiesto cosa si perde scrivendo. Ardua domanda kafkiana. E leggendo?”
Leggere è un’avventura, di cui Magris sa rendere la scoperta e la sorpresa. Il viaggio inizia da Salgari, con le prime letture, e attiva sempre molti motivi d’interesse, di lettura rinnovata. Anche nei percorsi noti il racconto resta avvincente, per una sapienza della scrittura. Un’ultima lettura sembra contraddittoria, che s’intitola “Il cuore freddo degli scrittori”. Ma è un esercizio a cadavere freddo sull’impegno in letteratura, che non vuol dire niente, se non la noia, con l’ipocrisia.
Scrittore di frontiera, Magris è pur sempre, anche qui, studioso germanista. Un germanista in terra (quasi) slava, se si eccettua una passione locale per Svevo e Marin. Con una puntata sul “Robinson Crusoe”, ma più sulle robinsonnades in ambito germanico (più il Kipling dell’adolescenza, peraltro ottimo e un Conrad kafkiano, “una specie di Kafka uscito all’aria aperta”). Come un cannocchiale che faccia un mondo di un punto, dilatandolo, magnificandolo. Cioè, più o meno, creandolo: la Germania è i germanisti, compatti, colti, coinvolti, apodittici. Con alcuni saggi, “La gioia del declassato”, “L’anticapitalismo nella letteratura austriaca”, “Praga, al quadrato (“il mito di Praga è nostalgia della nostalgia,… nostalgia al quadrato”), “L’idillio del Nordland” e la lettura di Rezzori, che da soli prolungano questo “Alfabeti“ in interminabili letture.
La Mitteleuropa non può mancare, ma infine accuratamente tracciata. “Praga al quadrato“, il saggio del 1978 che Magris colloca al centro della raccolta, ne centra il nodo in Praga, come di “grandezza vissuta nella fine e anzi quale fine”. Che vive cioè quando è morta, della sua impossibilità. L’unità e l’impero sono stati un fatto storico, di una politica e una dottrina cattoliche perdute (l’ultima traccia è quarant’anni fa in “Astraea” di Frances Yates, dopo l’“impero” di Evola e l’Auctoritas di A.Passerin d'Entrèves e Hannah Arendt), ma restano un disegno, seppure impossibile. Di cui la nostalgia mitteleuropea è l’ultimo residuo pratico in Europa – dell’Unione Europea non si sa, nasce esoterica (coperta), regolamentare, padronale (aziendale). Si va per questi “Alfabeti” come per un percorso ben tracciato, seppure sempre nuovo.
Claudio Magris, Alfabeti, Garzanti, pp. 496 € 9,90

Problemi di base - 48

spock

Santoro ha ucciso l’amante. Poi l’ha resuscitata. La ripresa non era venuta bene.
Santoro ha ucciso l’amante. Poi l’ha resuscitata. Non era ancora prime time.
Santoro ha ucciso l’amante. Poi l’ha resuscitata. Aveva sforato, Masi gli aveva tagliato il collegamento.
Quale delle tre è vera?

Se Dio è donna, Berlusconi non sarà Ruby?

Perché non ci pubblicano le foto di Berlusconi nudo?

Se Berlusconi è “d’intelligenza mediocre”, Andrea Camilleri, Camilleri è allora doppiamente divino?

Perché madame de Staël, la levatrice della Germania überalles, rifiutò William Pitt in matrimonio? Sarebbe stata un’altra storia.

Che vita sarebbe se:
non leggessimo più?
non figliassimo più?
non comprassimo più automobili?

spock@antiit.eu

lunedì 24 gennaio 2011

Il “Corriere della sera” fuori da Fiat Spa

La quota degli Agnelli in Rcs Media (“Corriere della sera”) è passata recentemente da Fiat Partecipazioni a Fiat Spa, la nuova capogruppo dell’auto, e in tale sede non è più gradita. Si dice “strategica”, ma il senso è quello: i nuovi soci americani di Fiat Spa non ritengono strategico il settore Editoria e comunicazione, la Itedi (l’editrice de “La Stampa” e la concessionaria Publikompass) e la quota Rcs Media. Perché residua di una logica conglomerata che non risponde più agli assetti di management. E perché non genera utili e peggiora la valutazione del debito.
Le riserve sono state prospettate all’atto dello scorporo e della quotazione della nuova Spa, ma si sono scontrate con la volontà della Famiglia Agnelli di mantenere un piede a Milano. L’ad Marchionne ha per ora resistito, in ottemperanza alle indicazioni della proprietà, ma la Famiglia Agnelli potrebbe dover accedere presto a queste riserve. Che diventerebbero diventare cogenti se Rcs dovesse procedere, come ventilato, a un aumento di capitale.
Dubbi ci sono anche nella Famiglia Agnelli. Fiat Spa detiene la quota Rcs per conto della Giovanni Agnelli & C. Sapa, cioè la cassaforte comune degli Agnelli. I quali sono impegnati a mantenere intatta l’eredità dell’Avvocato, e quindi, oltre alla presenza storica nella “Stampa”, che data dal 1926, la residua presenza a Milano. Ma ora con qualche dubbio, anche per l’atteggiamento ostile che il giornali Rcs, Dal “Corriere della sera” a “Oggi” assumono costantemente nei confronti della Fiat e della Fiat Auto.
La quota Rcs in mano a Fiat Spa è rilevante, il 10,5 del capitale, con un valore di libro di 132 milioni. È comunque difficilmente cedibile anche in ragione della delicatezza degli equilibri societari nel gruppo milanese. Una delle soluzioni prospettate è il suo passaggio, come è avvenuto per la Juventus, direttamente nella Exor, la finanziaria che più direttamente è emanazione della Famiglia Agnelli.

Novecento, un secolo di macerie ingombranti

astolfo

“Una volta il futuro era migliore”
Karl Valentin, 1920 circa

L’ambizione del secolo, penetrare la verità, la realtà, scade nella realtà virtuale, da creare con i guanti, e nel desiderio avvilito (la tv interattiva, di telefonate, telecomandi), nella ritrazione solitaria (il tocca e fuggi della Rete, l’insolenza, ironia, linguaggio bellicoso dei media).
Dopo l’Ottocento sistematico, il Novecento curioso e indagatore, disponibile e “aperto” (Popper), ogni secolo ha il suo carattere. Il Settecento anch’esso indagatore ma dell’esistente, il Seicento celebrativo, pletorico, quantitativo (matematico!), il Cinquecento classico (reazione alle divisioni, religiose, politiche, istituzionali?). In controtendenza è andata la politica, in questo secolo sistemica più che mai – ideologica. Per questo aspetto, politico, sarà sicuramente accantonato come il secolo dell’odio. Che ha portato a grandi imperi, per ultimo quello del pensiero unico, e ad ambizioni d’impero mai viste prima, per estensione e nel pensiero (totalitarismi). È per questo che il secolo è finito nell’implosione, etnica, religiosa, politica?
Se questo è un adeguamento allo spirito del secolo, se ne dovrebbe dedurre che è uno spirito improduttivo, e forse anche barbarico. È nell’Ottocento peraltro la parte migliore del Novecento: in pittura, nella psichiatria, nella fisica, in letteratura. È lo spirito di sistema che ha preparato, dando loro fondamenta solide, più o meno “vere”, i Cento Fiori. Il Novecento cosa ha preparato?

Il Novecento è stato il parossismo dell’Europa prometeica, un avvitamento, un delirio. Il primo industrialismo, a metà Ottocento, aveva maturato l’idea che una nuova specie di uomini, con un’altra storia, fosse in arrivo: è la traccia che da Saint-Simon, Fourier e Marx porta a Veblen e, nel delirio, a Nietzsche. Nietzsche naturalmente fa molto di più, fiutando con alcuni decenni d’anticipo l’uomo massa e la società di massa - che è l’unico segno di realismo (rifiutato, snobisticamente, non aristocraticamente) del secolo. Poi venne l’idea, specialmente teorizzata da due che l’avversavano, Jünger e Heidegger, che la tecnica portasse una nuova specie di uomini. Alcune tracce di questo Prometeo si collocano su quelle del nazismo, della pulizia etnica. Altre su quelle del comunismo staliniano, e dell’imperialismo americano, della potenza militare sconfinata. Entrambe quindi si possono dire suicide, da ultimo con gli euromissili di Breznev e le guerre stellari di Reagan – che non sono preistoria, sono ieri.
Oppure si può dire il secolo dalla igiene del mondo. Dalla eugenetica allo ambientalismo. Si può dire, dopo Semmelweiss, il secolo dell’igiene che porta alla pulizia. Del corpo, e morale, politica, etnica, genetica (l'eugenetica non di Hitler ma della Scandinavia, degli Usa, fino a un certo punto della Gran Bretagna, e ora della Onu). Di arcigni difensori che, abbattendo grandi varechinate, si lasciano dietro campi desolati. È una ideologia persistente: fare pulizia. Il Novecento è stato igienico con Semmelweiss, poi, col fordismo, s’è adagiato sui consumi di massa, molto sirenusa, e infine, con l’automazione, sul tempo libero. Ma con effetti, a una sommatoria, non entusiasmanti. “Una volta il futuro era migliore”
poteva dire negli anni 1920 il cabarettista tedesco Karl Valentin, a maggio ragione alla fine del secolo.
Sarà stato il secolo primo della secolarizzazione del mondo – della riduzione del mondo a evento materiale. E per questo aperto ancora a ogni sviluppo. L’Ottocento che l’ha avviata la viveva ansioso, incerto, il Novecento senza residui. Con esiti insieme brillanti e nefasti. Stragi senza precedenti, per grado di odio e devastazioni, progresso economico e tecnico senza precedenti. Mentre il sacro si è ridotto alla storia delle religioni e a una generica buona condotta: giusto e ingiusto, amico e nemico, piccole categorie, astratte e temporanee. Sarà stato il secolo dei semplificatori, la religione dà le proporzioni. La globalizzazione dovrebbe ridimensionare la febbre d’onnipotenza. Che però può sempre nuocere gravemente: l’idea che tutto è possibile lungo l’asse denaro-potenza è sempre, malgrado il Novecento rovinoso, fortissima.
Avrebbe dovuto essere il secolo della pace e delle miti pretese (la civiltà dei consumi può prosperare solo se le pretese si danno dei limiti), le premesse c’erano, e il trionfo dell’Europa. Ne ha sancito la fine? Due o tre generazioni ha inanellato nella sua seconda metà senza guerre, non in Europa: non era mai accaduto nella storia. Ma l’Europa non ha appezzato: subito si sono formati corpi di volontari, pagati, che vanno in giro per i mondo a mantenere la pace, con la guerra. Senza insomma sapere in realtà che stanno facendo. Con la civiltà di massa il Novecento ha scosso le più antiche, vaste e radicate tradizioni, in Cina, Giappone, India e in tutto il continente asiatico. Le ha spazzate via, dopo che avevano resistito a ogni più selvaggia coartazione, compresa la bomba nucleare. Può essere il senso di questa civiltà, fordismo e mass media, più potente di ogni forma di armamento, negativo?
Il Novecento ha testimoniato, e voluto, i peggiori eccidi della storia: le guerre totali, i campi di sterminio, le pulizie etniche. Mentre si godeva, e propiziava, la più grande e diffusa prosperità della storia. Ma il risultato non è a somma zero. La società di massa, retta da criteri quantitativi, non ha consistenza etica: ha l’etica che le viene assegnata, quella hitleriana come quella castrista. Di per sé ha bruciato ogni barriera contro la violenza (il rispetto della proprietà e della vita) e contro la menzogna. È presto rimasta a corto di linguaggio e si aggira smarrita come il classico gregge di montoni: incorna e basta.
È l’esito del romanticismo, una religione della libertà che solo poteva sconfinare nel totalitarismo. Una religione della libertà è inappagabile perché insoddisfacente per principio, alla ricerca di un assoluto che è un di più sfuggente, per quanti recessi si muova a esplorare, dell’inconscio, dell’orrore, dell’aldilà, dell’amore, della morte. È qui la radice della crudeltà – psicologica e sociale, verso se stessi e verso gli altri – nella quale si è liberamente esercitato il secolo. Al meglio s’insabbia nella “scuola del sospetto”, come la chiama Paul Ricoeur, Marx, Nietzsche, Freud. Del quale Magris fa il fulcro-verità del Novecento: “L’analisi freudiana ha dissolto ogni preteso fondamento originario immune dalle contraddizioni della vita, ma ha scoperto in tal modo lo «spaesamento» dell’uomo, la conturbante – e non inebriante – assenza di patria”. Lo ha scritto a gennaio del 1979, e lo ripropone nel 2005, in “Itaca e oltre”, senza ripensamenti. Freud non è invece espressione del secolo “dissolto”?
È il Novecento il secolo razionalista, tecnico? O non è il ritorno della magia, della stregoneria? La Bomba, Freud, anche Benjamin, e la letteratura della decadenza, della rivolta? Si dice: la caduta delle illusioni. No, è stato la barricata delle illusioni. Quante delle sue catastrofi sono dovute alla razionalità micragnosa, e quante invece ai sogni di grandezza? Sarà stato il secolo del processo, costante, indistinto, interminabile (Kafka). Per la demoralizzazione dell’Occidente (Spengler, J.P.Aron). Per la decadenza (S.Mazzarino). E del complotto anche. Per via della guerra, costante, generale, suicida (senza limiti). Le due cose sono legate.
Va in archivio proiettato sul futuro, per il balzo nella tecnica, sanità, elettronica, avionica. Mentre è stato l’esaltazione, l’esasperazione, del passato: ideologie, ragione di Stato, guerre di religione, odio di razza, tutte cose note per la loro negatività. Il passato che non vuole passare - per il culto della storia? - rende il futuro impossibile. Il secolo si è per questo chiuso con l’età dell’Acquario, il dilagare dell’astrologia e le scienze occulte, passione che è sicuro in dice di confusione mentale. Forse un modo per evitare la follia e la violenza - pulsioni dunque perduranti? Storicamente l’occulto segna l’inizio, o la fine, di una civiltà. L’inizio di una civiltà è un salto nel buio, che porta terrori (violenze) e religioni. Ma inizio e fine sono un continuum. Se la paura si esprime con i segni della certezza, sia pure astrale, allora è la fine, per quanto lunga, di qualcosa. Per esempio dell’Europa.
Forma senza sostanza
È un cumulo di macerie letterarie, oltre che umane e politiche, dalla guerra di Libia alle pulizie etniche. Di infamie. Tre quarti del centinaio di premi Nobel per la letteratura, che avrebbero dovuto illustrare il secolo a partire dal 1901, sono già sconosciuti. Un’altra diecina, avendoli letti e riletti, sono questionable: Hamsun, Selma Lagerlöf, Deledda, Mistral, lo stesso Quasimodo. Bergson è un filosofo. Churchill è Churchill. E chi non ha avuto il Nobel? È rischioso rispogliare Musil. Anche Joyce, malgrado la simpatia dell’uomo. Nasce da qui l’affanno del Millennio, che non si sa liberare da questo passato ingombrante, che lo artiglia coi suo paralogismi persistenti, come è arduo rimettersi in piedi dopo un forte terremoto. Il progetto di rivoluzione applicato anche alla letteratura e alle scienze umane, di rinnovamento sempre radicale, ha creato un cratere e non una montagna, sebbene pieno di miliardi di scritti inutili e scienze di nessun esito, una sorta di discarica. Da cui si ricava poco o nulla, una raccolta differenziata avrebbe margini ristrettissimi, i grandi scrittori, i grandi artisti del secolo prenderanno brevi paragrafi, se ancora ci saranno storie delle letteratura e dell’arte, in questo senso il secolo è stato un terremoto molto distruttivo. Tutta la letteratura razzista e, molto più numerosa, quella classista. Il futurismo, il dadaismo, il surrealismo, le avanguardie, la scuola, la semiologia, la linguistica, la sociologia, la sociologia della letteratura, l’ermeneutica. Da Saussure a Eco, compresi Jakobson, Benveniste, Barthes, Todorov, Kristeva, eccetera. Tutta la scrittura, con l’eccezione di qualche poeta, che pure ci sarà, e una menzione per lo sforzo di Proust. Tutta la psicanalisi. Tutta la filosofia tedesca e tedescofila, quindi francese (Genette, Derrida, Ricoeur, Blanchot….) e italiana, eccetto Hannah Arendt.
Con Hannah Arendt sono del resto le filosofe donne la novità del secolo, che sole lasciano traccia: Lou Salomé, Simone Weil, Zambrano, Hersch, Anscombe, la temibile Ayn Rand, Rosa Luxemburg, Agnes Heller, Luce Irigaray, anche Edith Stein. E Karen Blixen, Iris Murdoch, Cristina Campo - benché vittima del’idea che la vita non merita un libro. Le arti, la filosofia, la stessa scienza, perfino la musica, che pure sente i momenti marziali, vi hanno lasciato ghirigori surplace. L’epica è salvata dal Far-West al cinema, la fantasia dal giallo, la poesia dalla sintassi, magari destrutturata, il pensiero dai giochi.
Il Novecento sarà stato Proust - con Joyce e Musil: l’alluvione incontenibile dell’io narrante, prospettiva, entità e tutto, nella quale ovviamente la storia e gli eventi, pure tragici, inverecondi, si stemperano. Non bastano cinquecento pagine per dare rilievo a Albertine, oltre alle centinaia sparse qua e là, al di fuori della psico-sociologia dell’epoca, fine secolo datatissimo, soprattutto nel modo d’essere delle passioni, dalla gelosia allo snobismo, on aggiunte di maschiettiamo dopoguerra. Alle genericità rimediandosi con le trasgressioni da campionario clinico, alla Krafft-Ebing.
Avrà prodotto personaggi stinti, dai duchi di Proust a Bloom e consorte, agli innumerevoli borghesi manniani, senza volto, né bello né brutto. Compresi naturalmente i personaggi per questo costruiti, da Pirandello, Céline, Gadda, Calvino, per filosofia di vita. Ma non è stato un secolo filosofico: è sulla difensiva (la filosofia della crisi fatica a emergere come filosofia, essendo un derivato della disperazione, o dell’isolamento – da refoulés o laissés pour compte), e cerca vie d’uscita (assoluzioni, consolazioni, speranze, indulgenze). Perché è stato governato dalla forza, malgrado i tanti ineluttabili fallimenti: tedeschismo, nazismo, comunismo, imperialismo, per finire – ricominciare – con la pulizia etnica, e c’è al varco la povertà di ritorno.
Nella musica, la pittura, la scultura, l’architettura, l’arte del secolo è solo forma. Nella letteratura ci ha tentato, con poco risultato: ha prevalso l’industria - l’editoria e la libreria saranno il nostro Milite Ignoto. Ha dimenticato l’esposizione (orientamento), la luce, l’ambientazione, i colori, il disegno, la solidità. È regole e programmi, camuffati da ideologie, e conditi da tecniche – la razionalità a bassa intensità. Che peraltro sa usare in misura minima, nulla al confronto con le arti popolari che le tecnologie mediano dall’arte ma sanno mettere a frutto: la musica pop, la grafica, la pubblicità, i non luoghi (stazioni, aeroporti, stazioni di servizio, centri commerciali). Può suscitare emozioni ma indotte, come con la propaganda.
È abrasiva, nel nome dell’autocancellazione. Di modestia esibita quindi, programmata, ideologizzata. Per finire nel mercato dell’antimercato, il più perfido. Per alimentare un’avanguardia che è vecchia ormai di un secolo: l’artista nasce sterile, geneticamente ora, di quarta o quinta generazione, dopo la sterilizzazione ideologica.
Il Novecento letterario è una curiosa riedizione del formalismo del Seicento - sebbene testimone di eventi eccezionali e mostruosi: le due guerre, l’atomica, l’ombrello atomico, gli stermini, di armeni, kulaki, ebrei, slavi tra di loro, e un benessere impensabile. La letteratura e l’arte ci hanno viaggiato accanto privilegiando i problemi di espressione: le avanguardie, lo strutturalismo (formalismo) russo e francese, la nuova retorica dei semiotici, da Sklovskij e Jacobson a McLuhan e Barthes, le infinite derive poetiche del simbolismo (romanticismo, che ben sapeva la “natura” della natura).
Il dramma privilegiato della Zeitkultur è la psicanalisi. Psicanalisi come freudismo, cioè un ritorno, ritorno allo stato prenatale, e come junghismo, cioè un recupero del fantastico, ancora e sempre, malgrado lo scientismo, romantico. E la filosofia della crisi, che culmina in Heidegger, un’implosione allo stato infantile, una scoperta a tastoni e a gattoni dell’esistenza e dello spazio, gentile e incerta. Nella Zeitkultur non mancano le novità, la tecnica, la democrazia, il neo positivismo logico, o neo razionalismo. Ma sono rifiutate. Rompono l’hortus conclusus del formalismo, sono elaborate e pensate in maniera e misura insufficienti (Popper no, ma… ), oppure non sono abbastanza consolatorie? L’effetto del formalismo, sotto l’apparente disperazione, in omaggio all’epoca, e la “ricerca” affannosa, tutto è ricerca, è la chiusura in se stessi. Nel circolo, nel gruppo, nella comunità d’interessi. Che si presenta come rifiuto, e resistenza (al capitale, allo sfruttamento, alla modernità “disumana” – Pasolini), ed è una forma di autoreferenzialità, di consolazione.
La letteratura è, per la prima volta, monotematica e formale, radicalmente, nel secolo più fattivo (non si può dire costruttivo) della storia. Fino a tutto l’Ottocento si voleva piena di cose. Le cose del Novecento letterario sono presto dette:
Proust: “Gli svaghi di un ragazzo un po’ malato (molto avviene a letto)”
Céline: “Un cavaliere contro la guerra”
Joyce: “Sesso e lingua (sesso è lingua?)”
Kafka: “?”
Musil: “Far parlare l’afasico, con protesi stuzzicante (l’omosessualità, l’incesto)”
Thomas Mann: è dell’Ottocento
Hemingway: “A caccia e a pesca”
Calvino: “La superficie delle cose”
Sciascia: “Siamo tutti siciliani – per non esserlo”
Pirandello: è di tutti i secoli, come Shakespeare.
Non è la prima volta, abbiamo avuto Petrarca, l’ellenismo, i lirici greci: questa malinconia dello spirito è ritornante, l’autismo della parola.
In Italia il Novecento delle arti è inglobato tra fascismo e comunismo, e questo è tutto: troppo, e niente. Stare nel partito Comunista “rappresentava una garanzia di potere, sopratutto intellettuale”, come disse Cesare Cases, uno dei pochi non ipocriti, interrogato per i suoi ottant’anni da Antonio Gnoli su “Repubblica” a fine secolo (30 gennaio 2000). Studiava in Germania orientale nel 1956, “e assistetti a tutto”, dice: “L'ultima cosa che vidi come testimone fu la seduta del partito (Comunista) in cui si scomunicò Ernst Bloch”. Si poteva scomunicare un Ernst Bloch. Alcuni altri:
Corrado Alvaro
Dino Buzzati
Mario Soldati
Guido Morselli
Aldo Palazzeschi
Giovanni Papini
Primo Levi, uno dei capisaldi del secondo Novecento
Carlo Cassola, che ne soffrì molto
Vitaliano Brancati
Guido Piovene
Ennio Flaiano
Landolfi perfino
E lo stesso Arbasino.
Ma si poteva stare nel partito Comunista ed essere perseguitati. Giacomo Debenedetti, per esempio, che per l’“Unità” eseguì alcuni killeraggi, famoso quello di Corrado Alvaro, che accusò di fascismo per “L’uomo è breve”, romanzo antitotalitario, fu bocciato per non essere abbastanza diligente al concorso a cattedra da Sapegno, altro emerito esponente del Partito, e restò precario a vita - fu bocciato tre volte, l'ultima prima di morire, a 66 anni (Sapegno ne pronunciò poi l’elogio funebre).
Poche le persone libere e non censurate. Di cui si ricorda solo Gianfranco Contini. Al meglio sarà stato dunque il secolo algido dei Contini – grande lettore peraltro, di Gadda, Pasolini e quant’altri, e senz’altro il migliore della coorte di filologi e linguisti che hanno occupato gli spazi e gli interstizi, a nessuno o scarso effetto (si rileggano le “Note azzurre”, che Isella ha voluto pubblicate, cioè “Contini”, con gran corredo critico, e ora si ripubblicano, o “Il Fiore di Dante” dello stesso Contini, e non ci si crederà, non si crederà possibile).

domenica 23 gennaio 2011

Rcs verso un aumento di capitale

È la prospettazione di un aumento di capitale che avrebbe irritato Diego Della Valle e gli “amici azionisti” che sborsano i soldi, come ha detto. Un progetto elaborato al di fuori del consiglio d’amministrazione, come Della Valle ha voluto specificare, che invece sarà chiamato a farsene carico, se i soci vorranno mantenere gli equilibri azionariali attuali. Sull’ammontare dell’aumento non è stata fatta una cifra. Ma il fatto è dato per scontato dal mercato, e spiega la recente impennata del titolo, di quasi il 10 per cento nel corso della settimana, scontando anche condizioni di favore per gli azionisti in essere.
La posizione finanziaria netta non lo richiede: era a fine settembre a 1,036 miliardi di euro. Più o meno pari al patrimonio netto, 1,068. Ma ci arriva grazie a crediti dubbi, per 67 milioni. L’indebitamento finanziario si aggira sui 1.100 milioni, superiore quindi al patrimonio. La riduzione dell’indebitamento a medio-lungo termine, da 992 milioni a 884 nell’ultimo anno, è bilanciata da una crescita abnorme del debito a breve, da 143 a 220 milioni. Con un mol modesto, pari a 40 milioni – dopo essere stato per un paio d’anni in rosso. E costi operativi in aumento, malgrado il taglio del costo del lavoro, per il costo del denaro. Con la prospettiva confermata di denaro caro ancora per un biennio. Ma basta il rapporto di venti-trenta volte fra il debito e il mol a spingere le banche a pretendere una iniezione di nuovi capitali.
L’irrobustimento finanziario del gruppo dovrebbe consentire, nei discorsi che si vanno svolgendo attorno a via Solferino, una definizione non traumatica del riassetto redazionale che sarà necessario nelle due corazzate, il “Corriere della sera” e la “Gazzetta dello Sport”, col nuovo piano industriale. Con l’aumento, e i nuovi equilibri azionari che si determineranno, dovrebbe cambiare inoltre l’assetto operativo del gruppo. La posizione dell’ad Perricone in particolare sarebbe vacillante.
Si avrebbe un riassetto gestionale ma anche, in primo logo, di poteri. È l’aspetto delle “manovre” che Della Valle ha criticato con più veemenza e ripetutamente (“vecchie logiche bizantine”). Che per questo, per contrastare l’invadenza dell’“arzillo vecchietto”, ha tenuto nell’occasione a confermare la sua personale fiducia in Perricone. Del quale però non aveva votato in consiglio il piano industriale.
Quanto all’“arzillo vecchietto”, l’obiettivo di Della Valle sarebbe Geronzi e non Bazoli. Una ipotesi da verificare, ma se così fosse, ed è probabile, sotto attacco non sarebbe la gestione del quotidiano di via Solferino ma la ex galassia Mediobanca, con Unicredit da un lato e Generali dall’altra. Una opinione credibile vuole che Della Valle sia il grimaldello di Bazoli contro ciò che resta dell’impero di Cuccia e non il suo critico.

Ombre - 75

Veltroni riunisce l’Italia che conta al Lingotto e lancia la patrimoniale. Cioè un’altra tassa sui poveri cristi – con giubilo del “Sole 24 Ore”. La disoccupazione, la sottoccupazione, i laureati declassati, la sanità, il sindacato? Non è incoscienza, anche a Roma Veltroni aveva il vezzo di mettere lieto nuove tasse. Per un paio di milioni di false tasse, le “cartelle pazze”, ha anche passato Roma alla destra.

Vauro disegna una vignetta che irride il papa e Santoro si scompiscia. Anche i suoi ospiti affini (la Bindi non ce l’hanno fatta vedere) ridono sgangherati. E i suoi ospiti pagati, che applaudono. In buon toscano: sembra di avere le traveggole. In lingua: tutto questo è di sinistra?

La furbata congiunta Boccassini-Santoro per rendere pubblico il telefonino di Berlusconi invece sgomenta: a questo punto? Come se Berlusconi avesse un telefonino, uno solo. Sono così incapaci?

L’agenda europea che Bruxelles impone a tutti gli studenti dell’Unione, con le festività di ogni religione conosciuta eccetto quelle cristiane, sarebbe da ridere se non la pagassimo noi. E se non fosse opera di una Commissione dove pure la maggioranza, con Barroso, è democristiana.
C’è dietro anche il Belgio, uno studio commissionato dal governo belga sul trattamento delle festività di diritto civile nell’epoca della interconfessionalità. E qui si capiscono i fiamminghi che se ne vogliono andare. Che nemmeno dei gesuiti belgi si fidano, se hanno imposto a Lovanio la divisione della biblioteca in due, dalla A alla L, e dalla M in poi.

Cameron riformula la sanità e ridà il controllo sulla gestione e le spese ai medici, a quelli di base e agli ospedalieri con le nurse – che, come spiega Orwell in un famoso saggio, sono la chieva della buona sanità. Rimettendo al loro posto i sindacati dei portantini e privandosi dei cosiddetti manager, cioè politici trombati ma sempre buoni per gli appalti. Una specie di uovo di Colombo. Ma in Italia non interessa, nè a sinistra né a destra, malgrado il tanto parlare del deficit sanitario che, più di tutti, strozza la finanza pubblica e ingrossa il debito.

La Polizia di Milano intercetta per sei mesi in grande stile, senza alcun indizio di reato, tutto quanto avviene dentro e attorno ai palazzi di Berlusconi a Milano. Attorno cioè a un presidente del consiglio, che la Polizia non si premura di proteggere. Al contrario, può vantare di avergli messo addosso per spiarlo 150 uomini. La notizia è confortante perché vuole dire che i soldi ci sono – prima lamentavano di non poter comprare la carta igienica.

Al Massimo di Palermo si boicotta con un mini sciopero la prima di un’opera di Marco Tutino. Il compositore è colpevole di non avere opposto adeguata resistenza, in qualità di presidente delle Fondazioni liriche, ai tagli alle sovvenzioni. La notizia non c’è nel “Corriere della sera” e “Repubblica”.

Una Sabina Began dice a Sky che la Procura di Bari due anni fa stava per farle firmare falsi verbali contro Berlusconi. E che alle sue proteste, quando casualmente se ne accorse, i Procuratori da gentili divennero minacciosi. Ma non è un reato? Magari solo di calunnia? La giustizia ha la faccia di bronzo, non solo nella statua.

Giovanni Floris si vanta di non aver fatto parlare Berlusconi nella sua trasmissione. Dopo due o tre ore di rimestamento delle gravissime accuse che Milano muove allo stesso. Resistenza? All’audience? Censura.

“È Zingaretti il mio Obama”, proclama il comico Albanese, e non per ridere. Non Montalbano ma il fratello, che è politico di professione e presiede la provincia di Roma. Il comico ha una due giorni pienissima: deve occupare ogni interstizio, in modo che “tutti” vadano a vedere subito il suo film “Qualunquemente”. Che immortala il suo personaggio Cettolaqualunque, il politico nemico di ogni regola.
Cettolaqualunque il comico, di Olginate in provincia di Lecco, fa con grande sensibilità calabrese. E il suo film “Qualunquemente” fa uscire in seicento copie, che lo vedano tutti subito, senza passaparola – il marketing più aggressivo, che lascia lo spettatore senza parole, e quindi anche disonesto.
Per essere equanime Albanese dice che anche Vendola non è male.

Zingaretti, il presidente della Provincia, fa eco ad Albanese e lo rilancia: “Antonio Albanese è una persona intelligentissima, un acutissimo osservatore del costume italiano”.

Ruby, che più che altro sembra furba, a settembre, ottobre e novembre dice, una volta al mese, qualcosa che può (e non può) incastrare Berlusconi. Non è ben diretta? È manovrata per dire e non dire? Al telefono che lei sa intercettato, beninteso.

Non è “il Manifesto”, “quotidiano comunista”, sono i grandi giornali dei grandi padroni, il “Corriere della sera”, “la Repubblica”, “il Messaggero”, un po’ perfino “Il Sole”, a considerare i sì a Mirafiori come il voto dei servi. Senza dirlo naturalmente, ma con le presentazioni, e le non presentazioni, le intervistine, e le non intervistine, insomma al solito modo, con gli ammiccamenti.

Le inondazioni fanno a Rio de Janeiro 650 morti, con danni si presume maggiori magari che nel terremoto dell’Aquila che ancora ci tormenta, e non se ne dice nulla, i tg ne parlano come di un incidente stradale, i giornali nelle brevi. Nulla al confronto di Battisti, che invece continua a dominare i commenti.

Per Garibaldi appalto continuo

A Porta San Pancrazio, informava dieci anni fa, il 24 gennaio 2001, un comunicato del Comune di Roma, ripreso dal “Tempo” e dal “Messaggero”, “un intervento di sistemazione integrale ha visto la destinazione di tutti gli ambienti a sede espositiva, con l’eliminazione dell’alloggio di servizio che occupava tutta l’ala destra. L’intervento, curato dal Dipartimento XII ai Lavori Pubblici e dalla Sovraintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma, ha interessato tutti gli ambienti interni - con la messa a norma di tutti gli impianti e la realizzazione di percorsi per il superamento delle barriere architettoniche con l’installazione di un ascensore e montascala – e i prospetti esterni in travertino, cortina laterizia e intonaco, con la riproposizione delle coloriture ottocentesche. Particolare cura è stata dedicata agli interventi sugli stemmi monumentali e sul portone ligneo, uno dei quattro antichi che ancora sono presenti nelle porte urbiche”. Anche la grande terrazza era stato reso fruibile, con nuovi materiali e ampi accessi.
Da allora il Museo garibaldino non ha mai aperto. Nemmeno per le scuole. Ora un nuovo restauro è avviato, sempre dal Comune di Roma, con la spesa di 1,5 milioni, per “creare” il Museo garibaldino. C'è sempre, come c'era centocinquant'anni fa, un garibaldinismo anche degli affari.