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sabato 16 marzo 2024

Spagna-Italia (di giornalismo) 10-2

In Spagna, 57 milioni di abitanti, due meno dell’Italia, il quotidiano “El Paìs” ha iniziato il 2024 con 350 mila abbonati. Il quotidiano di Barcellona, “La Vanguardia, con 125 mila. “La Voz de la Galicia”, altro quotidiano regionale, con un numero di lettori superiore a “La Vangaurdia”, anche se con appena 20 mila abbonati. Il quotidiano “El Mundo”, anch’esso di Madrid, nazionale come “El Paìs”, di proprietà di Rcs Mediagroup (Urbano Cairo), con 123 mila abbonati. Abbonamenti pagati.
In Italia, due milioni di abitanti più della Spagna, dove tutti i quotidian perdono copie costantemente, e tutti, eccetto il “Corriere dela sera”, vendono sotto le 100 mila copie, le maggiori vendite per abbonamento (il giornale digitale si legge in abbonamento) sono: “Corriere della sera” 45 mila, “la Repubblica” 26 mila, “Sole 24 Ore” 23 mila, “Fatto quotidiano” 19 mila.
La diffusione della stampa spagnola, online, è privilegiata dall’uso ampio del castigliano in America: l’America ispanica conta 400 milioni di persone. Ma è un mondo poco alfabetizzato e poco esercitato all’informazione o opinione pubblica. Il problema è italiano. Gli italiani leggono poco? Ma in sei milioni compravano il giornale venti anni fa – “Corriere della sera” e “la Repubblica” vendevano più di 600 mila copie al girono. Sono i giornali non appetibili?   

Cronache dell’altro mondo – giustiziarie quater – (258)

La Procuratrice della Georgia che vuole incarcerare Trump per tentato colpo di Stato, Fani Willis, può continuare a farlo, anche se dell’indagine a carico di Trump aveva incaricato un avvocato suo amante, Nathan Wade. Un giovanissimo giudice, Sott McAfee, cui è toccato di deliberare sul caso di incompatibilità, ha espresso qualche perplessità, a futura memoria: la condotta di Willis, in tribunale e fuori, ha giudicato “non professionale”, e la relazione con l’amante “un terribile errore di valutazione”. Ma salomonicamente ha solo deciso che uno dei due deve lasciare l’incarico, per “evitare l’apparenza di un conflitto d’interesse”. Una condanna molto dispiaciuta.
McAfee ha deciso dopo un’indagine di due mesi, in udienze pubbliche in tv. Una serie di udienze per accertare se Willis e Wade erano amanti prima dell’incarco, oppure lo erano diventati dopo. E chi dei due manteneva l’altro (conti d’albergo, ristorante, vacanze, noleggio).

Appalti, fisco, abusi (241)

Netildex, un collirio antibiotico che si usa per dieci applicazione post-cataratta, si vende in confezione di 60 fiale, ognuna delle quali serve per tre applicazioni. Si compra in 60 fiale, di cu se ne utilizzano tre-quattro, solo per pagare 25 euro invece di due o tre? Per poi buttare le restanti 57 fiale – non è che si faccia una cataratta ogni poche settimane.
Il costo dei medicinali è artefatto non solo per le grandi e grandissime specialità, ma anche, tramite le pratiche commerciali, per la medicina ordinaria.
 
La spesa sanitaria delle famiglie si aggira sui 42-44 miliardi (l’Istat non se ne occupa: l’ultima rilevazione è del 2021, e stimava 38 miliardi). Di cui un terzo per medicinali, 14-15 miliardi. Che, nel caso del Natildex, si potrebbe ridurre di nove decimi, diciannove ventesimi per esser precisi.  I prezzi dei medicinali sono controllati ma la confezione base – la spesa obbligata – no.
 
Il costo dei medicinali resta praticamente tutto a carico privato, mediante la riqualificazione di molte specialità in parafarmaci. Un espediente semplice, che consente alle assicurazioni di non coprirne il costo. E anche allo Stato, di non accettare la spesa in detrazione d’imposta. Furbi.
 
Una casa, un appartamento, qualsiasi fabbricato che abbia bisogno dell’elettricità ma venga utilizzato uno-due mesi l’anno paga per i restanti dieci mesi € 55,68 a bimestre per zero consumi. Un regalo nei dieci mesi di € 278,40, allo Stato (di chi?), e anche, senza nessun costo operativo, all’azienda elettrica. A gratis?  

La poesia malgrado tutto

 La vita e l’opera di Alda Merini, una rievocazione basata soprattutto sul rapporto che negli ultimi anni intraprese con Arnoldo Mosca Mondadori, giovane pronipote dell’editore, uno di convinzioni religiose forti, come Alda (ma di questo non c’è traccia). E un dei fiduciari dell’ultima poesia di Alda, che usava telefonare i suoi versi, apparentemente all’impronta, a due o tre persone – un altro che ne registrò molte, anche di più e più variate di Mosca Mondadori, è Alberto Casiraghy – che tra l’altro avrebbe bene figurato nel racconto, un poeta anch’esso “naturale”, e pittoresco, ma qui nemmeno si cita.
Una rievocazione commovente, conoscendo la vita e l’opera di Alda Merini. Anche se girata, seppure da un regista molto colto, con approssimazione: Laura Morante, che impersona Merini vecchia, non abbandona la sua cadenza toscana, poco o minimo ricorso alla poesia, ai suoi temp, ai suoi tempi, ai riconoscimenti. E con taglio singolare, segmentato: il ruolo di Giacinto Spagnoletti, il rapporto tempestosissimo con Giorgio Manganelli, il lungo corteggiamento telefonico e poi il matrimonio con Albino Pierro, un altro mondo. Molto anche manca: Casiraghy, gli amori senili, l’editore Scheiwiller, l’invasione di ammiratrici, soprattutto, e ammiratori nel suo modesto riparo, i locali dei Navigli per i quali si trascinava. Prodotto dalla Rai, evidentemente, che pure fa grandi produzioni per niente, con la lesina: tre o quattro scene, pochi giorni di lavorazione, e via al montaggio.
Una seconda consolazione è che molti hanno continuato a vedere il docufilm, malgrado lo scarso appeal. Non un grande successo ma tre milioni di spettatori per la vita di un poetessa, senza grandi colpi di scena, eccetto quello, non attraente, del manicomio, non sono pochi.
Roberto Faenza, Folle d’amore, Rai 1, Raiplay

giovedì 14 marzo 2024

Problemi di base giornalistici - 795

spock


Il giornalismo è meglio che lavorare?
 
Spiegare quello che non si sa e non si è capito?
 
Celebrare un morto di cui non si sapeva che fosse vivo?
 
Dire la verità oppure occultarla?
 
Scoop nel senso di scopare (spazzare) o di scoppiare?
 
La verità che non ti ho mai detto?

spock@antiit.eu

Perché la sanità non se la passa bene

La sanità pubblica è in difficoltà dappertutto. Si dice a causa dell’aggravio della “crisi fiscale degli Stati” per effetto della crisi bancaria (moltiplicazione del debito per salvare le banche, minori capacità di spesa). Ma questo è vero solo in parte: le spese militari sono cresciute, per la guerra in Ucraina e anche prima, mentre quelle sanitarie non si sono incremetarte o si sono ridotte.
La pandemia ha mostrato ovunque, secondo i rapporti unanimi delle commissioni internazionali, un sottofinanziamento diffuso dei sistemi sanitari (s’intende pubblici). Con gli effetti noti sui bisogni terapeutici ordinari: visite, accertamenti, interventi, e anche sulle prime cure ospedaliere (pronto soccorso).
Anche la causa è nota. A seguito della crisi la spesa pubblica per il personale è stata bloccata: niente assunzioni, e niente aumenti. L’effetto è la carenza di personale. A fronte di abbandoni senza nuove assunzioni. E per l’aumento dela domanda
La carenza di personale affligge molti paesi europei e gli Stati Uniti. L’Italia è uno di questi. Secondo le statistiche Ocse, l’Italia ha 6,5 infermieri praticanti ogni mille abitanti, la Germania il doppio, 12,8. L’Italia ha 1,5 infermieri per medico ospedaliero, la Germania e la Francia ne hanno 2,7.

La verità di Elena Ferrante

Un libro curioso per due ragioni, anzi per tre. La terza essendo che è una critica letteraria a più mani, come in conversazione. Ma non in contemporanea, di persona. Per iscritto, attraverso uno scambio di lettere - da qui il titolo. Per sperimentare una forma di critica co-dipendente, una forma di “intelligenza collettiva”. Come è di tutte le forme culturali. Per questo esperimento quattro giovani accademiche americane hanno scelto Elena Ferrante, il Quartetto Napoletano, perché la stessa autrice ha posto il suo metodo di lavoro, di creatività, in questa prospettiva: “Non c’è lavoro di letteratura che non sia il frutto di tradizioni, di molte capacità, di una sorta di intelligenza collettiva” (intervista a “The Paris Review”). Queste sensibilità e questo metodo applicando nella quadrilogia, con le compenetrazioni fra i due caratteri, Lenù e Lila, l’una antitesi dell’altra. Una compenetrazione che Lenù, la scrittrice, dichiara scoprendo il quadernetto di Lila alle elementari: “Le pagine infantili di Lila erano il cuore segreto del mio libro” – un’amicizia stretta che fa il libro, lo scrive.  
Le altre due curiosità sono che il libro è di quattro anni fa e non è stato tradotto, nemmeno citato.  La seconda è che su “Elena Ferrante” non c’ è in Italia una mobilitazione critica pari solo anche a una frazione di questo libro e al dibattito che ha acceso. Non c’è più la critica?
Sarah Chihaya-Merve Emre-Katherine Hill-Jill Richards, The Ferrante Letters, Columbia University Press, pp. 288 $ 25

mercoledì 13 marzo 2024

Spesa medica catastrofica

La spesa sanitaria “catastrofica” è crescente in tutti i Paesi europei, compresa l’Italia.
S’intende per “spesa sanitaria catastrofica” quella che assorbe il 40 per cento del reddito familiare una volta detratte le spese necessarie. Per spese necessarie s’intendono alimentazione, abitazione e utenze – non l’abbigliamento, per esempio, o gli svaghi, sport etc., per quanto anch’essi necessari. La crescita di questa spesa è il segnale del ricorso, più o meno obbligato, alla sanità privata. Anche se con gli obblighi fiscali si è finanziata la sanità pubblica.
L’ultima rilevazione Ue di questo indicatore è pre-covid e non è buona – anche perché si sa che è peggiorato con la pandemia. La quota di famiglie oberate da “spesa catastrofica” era mediamente il 7 per cento di tutta l’Unione. Con una variabilità ampia, dal 15 per cento (Romania) al 2 per cento (Islanda). L’Italia era sopra la media, al 9,4 per cento – un famiglia su dieci ha una spesa medica catastrofica”.

Putin e non più Putin

Ci sarà ancora Putin a capo della Russia per san Giuseppe, il voto di quest’anno è scontato. Anche la partecipazione al voto è scontata, superiore alle medie occidentali. Ma non ci sarà più Putin fra sei anni: la previsone è scontata alla Farnesina e nelle altre cancellerie europee. A fine mandato Putin avrà eguagliato, forse superato di qualche mese, come uomo solo al comando, al governo o alla presidenza, il lungo potere di Stalin - dietro la recordwoman Caterina II di tre anni. E non potrà carcerare, esiliare o uccidere chiunque faccia politica. Per un’inquieudine crescente tra le sue stesse file, anche se l’opinione a lui contraria in Russia è ancora minoritaria – urbana e professionale. E prima o poi l’errore della “guerra lampo” contro l’Ucraina peserà.
L’opinione è invece generale in Russia che il futuro del più grande paese del mondo è in Europa e con l’Europa. Malgrado lo stato di quasi guerra attuale. Tutti i think-tank di politica estera, a Mosca e San Pietroburgo, centri studi o centri universitari, nelle esercitazioni di questi due anni di guerra hanno solo rilevato l’impossibilità per la Russia di asiatizzarsi, malgrado i cerimoniali Brics – che non sono un’alternativa all’Occidente, non avendo strumenti monetari propri, e restando produttivamente e finanziariamente connessi a Usa e Ue - e comunque sono a trazione cina. La quale non è e non può essere un alleato militare. E come partner economico apre poche prospettive: ha bisogno di petrolio e gas, ma di nient’altro dalla Russia, che quindi non può comprare molto in Cina. Inoltre, la lunghissima frontiera che corre tra i due paesi non è tranquilla - l’ex impero russo-sovietico sopravvive solo in Asia, lungo la Cina.
Il regime sembra seguire un disegno opposto, ma in chiave contingente, della guerra in corso. “L’obiettivo della Russia nel 2024”, ha statuito a inizio anno il ministro degli Esteri Lavrov, “è di eliminare qualsiasi forma di dipendenza dall’Occidente, sia in termini finanziari che di catene di approvvigionamento”. Ma lo stesso ministro in interventi meno ufficiali si richiama spesso alla necessità – “non in questo momento” – di tornare alle “virtù del multipolarismo”.

Quanto erano banali i nazisti

La vita della famiglia Höss, del carceriere capo di Auschwitz, nella villa accanto al lager, dotata di un grande giardino, dove i figli giocano con i figli degli altri carcerieri, e le mogli passano le giornate facendo le signore, servite a tavolino, quando non usano la piscina, o pareggiano un rampicante. O fanno i romantici sul Soła, che costeggiava il campo, prima della confluenza nella Vistola. In una eterna primavera: non piove mai e non nevica, né c’è l’afa con le msche, nel terribile clima continentale che aveva promosso la scelta di Auschwitz-Oświęcim.
In una scena Höss, promosso capo dei carcerieri del Governatorato Generale, è in conferenza con i suoi capi, grigi e molli come lui, per discutere l’arrivo di 700 mila ebrei dall’Ungheria. Senza pathos – forse per sottolineare la “banalità del male”. In un’altra riceve in ufficio una giovane – una prostituta (troppo in carne e ben vestita per essere una prigioniera)? – e poi passa qualche minuto a ripulirsi lo scroto.
Un onesto film da Giorno della Memoria, ma spento. In una scena si adombra un istante una nuvola di cenere, e poi si discute ingegneristicamente come va migliorato il forno crematorio. Ma la specificità dell’Olocausto non è il forno crematorio, quello è una misura d’igiene, è come ci si arriva.
Niente a che vedere col romanzo di Martin Amis da cui si vuole tratto, che è tutt’altra storia, e comunque vive di un linguaggio brioso. La simulazione placida è stupidità. I tedeschi erano stupidi? Qui sono massicci e pallidi, come malati, specie le donne. E parlano poco, non sapendo che dire, se non la loro mediocrità quotidiana. Con due o tre serve che non parlano (saranno polacche?), solo ingombrano la scena andando avanti e indietro, come in un vaudeville. E forniture quotidiane di ogni ben di Dio. Perfino i ragazzi, i figli del carceriere, sono inautentici – è difficile farli scemi?
Una produzione abborracciata. Un minuto di schermo grigio apre e chiude il film. Che scorrerà però anch’esso grigio e piatto – nemmeno arrabbiato. Il tempo primaverile non è l’unica incongruenza. Le immagini, anche, sono grigie, come sfocate, riprese a malincuore – e montate peggio. Oscar miglior film e migliore musica – inavvertita – forse in omaggio alla Memoria.
Jonathan Glazer, La zona d’interesse

martedì 12 marzo 2024

Appalti, fisco, abusi (240)

Un quarto degli italiani paga tre quarti di tutte le tasse (“Libro Blu” dell’Agenzia Dogane e Monopoli). Esattamente, il 22,5 per cento paga iil 74,26 per cento delle Entrate, cioè tutta l’Irpef, e e la maggior parte di Irap, Ires, imposte sostitutive, imposte indirette.
 
L’evasione dell’Iva, elevata, al 22 per cento, è la parte maggiore dell’evasione fiscale. L’ineludibilità dell’Iva è infatti anche la causa maggiore dell’evasione Irpef, che è dovuta soprattutto ai fornitori di servizi (elettricisti, idraulici, meccanici, carrozzieri, etc.): evitando la  fatturazione, molto onerosa per l’utente, evitano ii denunciare il reddito maturato.
  
La bolletta del gas è pià che raddoppiata.  444 mc l’anno scorso tra dicembre e gennaio hanno pagato € 217, quest’anno nello stesso periodo 321 mc rilevati pagno 333 euro.
Cento euro sono di spesa da trasporto e gestione contatore – 100 euro per due mesi di trasporto, e una sola lettura del contatore. Altri 100 di tasse, metà Iva e metà “oneri di sistema”, finanziamenti a fondo perduto alla fonti di energia cosidette “pulite”.
 
Gli “oneri di sistema” – una tassa di scopo – sono l’abuso maggiore della “transizione verde”. Un caso fra i tanti della disonestà statale – tante piccole patrimoniali camiffate variamente, di “boli”, “tasse di scopo”, etc. Con un distinto odore di sottogoverno, cioè di corruzione. Si prendono soldi sui consumi irrinunciabili per regalarli, senza controlli, ai cosiddetti gestori di energia verde (essenzialmente pale eoliche e pannelli solari) senza alcun controlo sugli investimenti effettivi, e sula, resa di questi investimenti. Da un paio d’anni anche ai fabbricanti di auto elettriche. Un obolo ai ricchi.

Nel dolore la forza

Umiliato dalla violenza paterna, che lo costringe alla sedia a rotelle, ma aiutato dai cani, di cui condivide la vita (che il padre invece sfruttava per le corse), finito disabile in un orfanotrofio-casa di correzione, impara a leggere e vivere con Shakespeare, grazie a una insegnante di sostegno che vive e fa vivere di teatro, fa vita comune con i cani, dapprima in un canile protettivo dello stato di New Jersey di cui ha la gestione, poi da solo, malgrado tutto si diverte, e diverte. E quando alla fine decide di lasciarsi andare, regala un’iniezione di fiducia alla psichiatra cui la Polizia aveva dato l’incarico di analizzarlo.
Nulla a che vedere col “Dogman” italiano - il delitto del “Canaro”. Tra horror e mélo, sul filo dell’inverosimile, Besson costruisce una serie di sequenze tutte accattivanti, rapide e lente, repulsive e commoventi, tragiche e ridicole. Imperdibili le serate nel locale dragqueen. O i cani ladri di notte. Con la violenza americana, tutta benedizioni e invocazioni divine.
Una prova mostruosa di Caleb Landry Jones – per questo non premiato a Venezia? Se poi è lui che canta al club dragqueen (rifà Piaf e Marlene Dietrich), e non mima il playback, diventa memorabile. Anche la psichiatra non è male: sfiduciata, divorziata-con-madre-e-neonato, è Jojo T. Gibs, un’attrice comica. Cosa condividono i due? Il dolore. Ma non lo fanno pesare.
Luc Besson, Dogman, Sky Cinema

lunedì 11 marzo 2024

Dalla non proliferazione alla proliferazione

Prima Trump, poi Putin, con la Cina naturalmente, nuova grande potenza, e Giappone e Germania progettano l’atomica. Abbandonando le preclusioni che si erano imposte, politiche o costituzionali.
Senza censure, senza neppure annunci espressi, il panorama è passato dalla rigida non-proliferazione, il trattato con cui le potenze nucleari hanno escluso fino ad ora la disseminazione dell’armamento atomico, alla proliferazione libera. Con Giappone e Germania, anche la Corea del Sud valuta l’ipotesi. Tutt’e tre i Paesi si ritiene che potrebbero sviluppare l’armamento atomico in poco tempo.
In Giappone e in Corea del Sud l’ipotesi è stata avanzata dai primi ministri. In Germania il cancelliere Scholz è personalmente impegnato a tenere il paese fuori dal nucleare (“il governo non valuta altra ipotesi se non quella di continuare la partecipazione nucleare con gli Stati Uniti all’interno della Nato”). Ma tra i Liberali, che sono parte del governo Scholz, e tra i media, specie la “Frankfurter Allgmeine Zeitung”, il “Corriere della sera” tedesco, e “Handelsblatt”, l’equivalente del “Sole 24 Ore”, l’ipotesi viene discussa, con favore.

Ecobusiness

La transizione energetica (risparmi, nuove tecnologie) si fa in parallelo con lo sviluppo di tecnologie e mercati altamente tossici.
L’intelligenza artificiale è ad elevatissimo consumo di elettricità. La sola ChatGPT consuma oltre mezzo milione di kWh al giorno. Una sola transazione di bitcoin consuma più energia del consumo medio giornaliero familiare in America.
Il mining di Bitcoin (la rete globale di computer che opera per garantire che le transazioni siano legittime, e siano aggiunte correttamente alla blockchain della criptovaluta) si alimenta con 145 miliardi di hWh l’anno – che è un po’ più del consumo annuo dell’Olanda. E la dispersione di due biliardi di litri d’acqua, per il raffreddamento dei server –venti miliardi di ettolitri.  
Produrre l’energia necessaria ad alimentare il mining di Bitcoin implica la produzione anche di 85 milioni di tonnellate di anidride carbonica, che è più di quanto tutto il Maroco immette nell’atmosfera in un anno.

La strega racconta le fiabe

Una lunga serie di riscritture, diciassette, di altrettante fiabe dei Fratelli Grimm. Comprede le più note, “Cappuccetto rosso”, “Biancaneve”, “Cenerentola”, “Hânsele e Gretel”. Qualcuna aggiornata: “Comare morte” diventa “Padrino morte”, il godfather di Mario Puzo. Tutte rivestite di un nuovo linguaggio, un po’ insolente. Un po’ sbugiardate, specie le inverosimiglianze, un po’ arricchite, anzi parecchio, rispetto agli originali.
Una scrittura divertita, e anche divertente. Dell’autrice e della traduttrice, un vulcanica Rosaria Lo Russo. Anne Sexton, lei stessa “strega di mezza età” al secondo verso della raccolta, le pubblicò nel 1971, quando era, a 43 anni, all’apice della fama, come poetessa, già premio Pulitzer, e come performer – in parte già pubblicate su riviste di largo consumo, “Playboy” e “Cosmopolitan”. Con la presentazione di Kurt Vonnegut, per sancire lo spirito irriverente o ludico dei rifacimenti. Uno scherzo più che una cattiveria, di spirito lieve – anche se tre anni dopo l’autrice si suiciderà.
Originali con traduzione.
Anne Sexton, Trasformazioni, La nave di Teseo, pp. 196 € 19

domenica 10 marzo 2024

Ombre - 710

“Guerra nel mar Rosso”. Si fa anche degli Huthi (Houthi?) un nemico terribilissimo. Mentre sono formazioni terroristiche. Come Al Qaeda, di cui sono nemici radicali. In territorio limitato, anche se sul mar Rosso. Indigesti anche all’Iran, che li ha armati contro i sauditi. L’Arabia Saudita ci ha fatto pace, in qualche modo, benché siano sciiti, quindi nemicissimi. Biden ci fa la solita guerra aerea. Coi soliti “volenterosi” a terra, qui in mare - tra cui sempre l’Italia. A quando lo sbarco, una guerra di Grenada ci vuole ogni tanto?
 
Entrate e Guardia di Finanza “mettono nel mirino” le\gli influencer - che già pagano le tasse, c’è un legge specifica, dal  2016 - e tutti siamo contenti, giustizia è fatta. La giustizia fiscale è sempre alla Loren in carcere, invece di far pagare le tasse, seriamente, con applicazione. Che non è un fatto impossibile, contrariamente a quanto si fa credere - solo in Italia succede, fra i paesi che non sono paradisi fiscali.
Però: dopo tante “giustizie fiscali”, proliferano come le gr ida dei “Promessi sposi”, perché non fare dell’Italia un paradiso?
 
“Il contributo statale che Roma riceve per il trasporto pubblico locale”, lamenta il sindaco Gualtieri, “è tra i più bassi in Italia  in proporzione alla superficie, 85 euro per cittadino contro i 191 di Milano”.  Che bisogno c’è dell’Autonomia differenziata”?
 
Al Pigneto, quartiere già di artigiani (falegnami, meccanici, idraulici…), da molti anni ormai uno dei centri della movida giovanile a Roma, si spaccia liberamente. Un problema? No, assicura una coppia al “Corriere della sera-Roma”. “Nostro figlio”, dice lui, “può andare a scuola da solo e a giocare al calcio al campetto che noi genitori spesso ripuliamo armati di guanti e bastoni: gli artigiani lo conoscono e lo controllano. Certo di sera le cose cambiano, lo spaccio è palese, ti fermano anche per offrirti droga, ma basta dire «no grazie» e tirare dritto”.


Si fa strame di tutti, non appena uno antipatico abbia solo preso una multa per divieto di sosta, ma  non del sottotenente (luogotenente?) Pasquale Striano, l’intercettatore dei conti correnti. Di lui solo il nome. Non sappiamo nemmeno che grado ha nella Guardia di Finanza, se è sempre in servizio e dove, l’età, la provenienza, la famiglia, la militanza, una foto, anche solo la fotina della patente.  La discrezione in questo caso è assoluta. Chi ha paura di Pasquale Striano?
 
Crolla Tim in in Borsa. Non è una novità, ma complotti si evocano, anche se solo tecnologici – colpa dell’algoritmo. Un’azienda già monopolista che lotta per la sopravvivenza, anche fuori della Borsa. Ma nel peggiore dei modi. Senza un servizio agli utenti. Con canoni non competitivi. Che  per di più fa propagandare a un costo: chiamate multiple, ogni giorno, da anni, ai non clienti. La tecnica peggiore per allargare l’utenza. Che, seppure in automatico, ha un costo. Un’azienda che si continua a depredare, ancora, dove venticinque anni?
 
Alessandro Borghi: “In questo paese bigotto Siffredi significa libertà”. Ne è davvero sicuro, che “questo Paese” (l’Italia) sia bigotto? Per gli inglesi, maschi e femmine, è, era, un paese di mandrilli (anche per le americane): ci facevano il Grand Tour apposta, e spesso si insabbiavano.
L’Italia è, per gli italiani (per i media), un paese di stereotipi.
 
“Le 19 donne miliardarie. L’Italia è quarta al mondo”. Alla faccia del patriarcato.
L’Italia è seconda in Europa: ospita 19 donne miliardarie, “solo poche in meno della Germania”.

La diversità ebraica

È difficile, si direbbe impossibile, per un israeliano elaborare il lutto del 7 ottobre.  Dell’attacco a sorpresa e della carneficina di Hamas, della profanazione del sabato. Una guerra, benché non dichiarata, fuori dal diritto di guerra, su suolo israeliano – o “dichiarata” dal 1948. Grossman ci riesce, trascurando i sentimenti e i risentimenti (l’oltraggio, lo smarrimento, la paura) per mettere i fatti in prospettiva storica e politica. La sensazione di vivere in Israele non come in una casa, in casa propria, ma come in una fortezza, assediata. Per una guerra lunga ormai ottant’anni, e senza sbocco. Sì nel senso comune – non si vive in guerra permanente – non nella realtà, la “strana attrazione verso l’autodistruzione” in Israele, “verso la distruzione della nostra stessa casa”.
Grossman, per quanto onesto, non arriva al nucleo della questione. Come mai i palestinesi, sempre sconfitti e per lo più inermi, sono sempre in armi, e anche pericolosi. Come ma Israele sempre vincente, è insicuro e si costringe alla violenza. Gli Stati nascono e s’impongono lottando. Contro i padroni, contro i nemici, anche contro i vicini. Ma non si ricorda uno Stato, un popolo, che si sostituisce a un altro. Gli ultimi furono gli Unni, che però occuparono ma non governarono – o per poco. Ci prova ora Putin, che dice l’Ucraina russa, ma – se poi lo dice – per ubbie di onnipotenza.
Grossman però individua, e pone bene in chiaro, conciso e preciso, anche se retoricamente, come considerazione, il problema persistente dell’ebraismo, anche dopo o malgrado il sionismo, malgrado Israele: “Il punto più vulnerable e fragile del popolo ebraico, il suo senso di estraneità fra i popoli, la sua solitudine esistenziale”. Un privilegio, e un’afflizione: “Quel punto dal quale gli ebrei non trovano rifugio, che spesso li condanna a commettere i loro errori  più fatali e distruttivi, sia per i loro nemici che per loro stessi”. L’ostacolo alla pace, l’unico esito ragionevole, non sono i coloni o Netanyahu, è questa estraneità – i Netanyahu passano.
David Grossman, La pace è l’ultima strada, Mondadori, pp. 96 € 16