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sabato 26 febbraio 2022

Ombre - 603

Si celebra Pasolini per i cento anni dalla nascita e fra le foto familiari che per l’occasione emergono una lo mostra con un gruppo di giovani: “Gli alunni dell’Academiuta de Lenga”, dice la didascalia, “la scuola di lingua friulana fondata dallo scrittore nel febbraio del 1945 sotto le bombe”. Tutti ben vestiti, ben pasciuti, sorridenti. “Sotto le bombe” è brutto: è fumo, macerie e spavento, come ognuno può vedere.

Si entra oggi in guerra dal vero, senza più angoscia. L’angoscia di vedere ragazze e ragazzi spavaldi, in posa armata, e scene incongrue. Un vaffa in inglese alla flotta di Putin, un carro armato che devia per schiacciare un’automobile ferma, un palazzo di sei piani bombardato di fronte al quale un ragazzo si dondola sull’altalena, un anziano porta a spasso il cane. Immagini pubblicitarie.
L’angoscia era di una comunicazione superficiale, sbadata. La guerra è una cosa terribile.
 
È la prima guerra “coperta” dai social. Dall’ignoranza prevalentemente. Della geografia, degli armamenti, degli schieramenti, di come si fa la guerra, e si deve fare la pace (ci vorrà pure una “tregua”, un “armistizio”). Ma il giornalismo non supplisce, né tra gli inviati né tra i commentatori – anche tra quelli ieri informati e acuti, oggi singolarmente vaghi. L’informazione è infetta, dall’ignoranza?
 

Putin preparava da novembre l’invasione dell’Ucraina, dalla Russia, dalla Bielorussia e dal mar Nero, e Kiev si occupava delle cause tra il presidente Zelensky e il predecessore Poroshenko. Poroshenko ha denunciato Zelensky alla Corte Suprema per “inazione illegale”. La Corte Suprema ha (aveva) convocato Zelensky per lunedì prossimo. Poroshenko vuole (voleva) da Zelensky le prove dell’accusa di avere fatto affari con i separatisti russi del Donbass.

 

Si è inneggiato, si inneggia, in Ucraina alle “rivoluzioni” di piazza Meidan del 2004 e del 2014, contro presidenti eletto perché russi o russofoni. Per poi umiliare i russi o russofoni, da sempre ucraini, un buon quarto della popolazione. A favore peraltro di politici affaristi, Timoshenko, Poroshenko, e naturalmente il filorusso Janukovich.

Si dice che Janukovih fu cacciato nel 2014 perché aveva bloccato l’accordo con la Ue. Ma è stata l’Europa a bloccare l’accordo: troppo affarismo e poca democrazia. Lo stesso la Nato.

 

Vivace come sempre Francesca Porcellato, senza gambe dall’età di due anni, maciullata da un camion, ora campionessa paraolimpica, ricorda dell’istituto romano dove era confinata bambina per la riabilitazione: “Tutti mi volevano bene. Le infermiere chiedevano alla superiora di portarmi a dormire a casa loro, roba che oggi finirebbero in galera”. La legge è inflessibile – questo solo si può dire delle leggi.

 

Si susseguono gli sgarbi a Ursula von der Leyen, gentile, bella e brava baronessa presidente della Commissione Europea a Bruxelles. Dopo quello di Erdogan, che non la fece sedere, ora un ministro africano evita di stringerle la mano. Maleducazione mussulmana, ma questo non conta – è scontata. Il fatto è che in entrambi i casi si è preso gli onori un certo Michel, uno che è stato eletto presidente del Consiglio europeo. Un evidente cretino. Il meglio che ha l’Europa.  

 

Si fa grande caso delle inchieste sulla contabilità delle squadre di calcio, Ma era materia già nel 2005 di un dossier della Procura di Roma. Sugli scambi e le compravendite di calciatori illustri sconosciuti, che mai giocano. A che effetto?

L’unica differenza è che allora c’erano dentro tutti ma non i grandi club, Juventus, Inter, Milan.

 

“La comunità scientifica, della quale faccio parte”, confessa infine il direttore dell’Istituto Mario Negri, Giuseppe Remuzzi, a Marco Imarisio sul “Corriere della sera”, ha un’enorme responsabilità nel disastro di questi due anni”. Del covid. Un’infezione di cui si sapeva tutto, tutto su “Lancet” il 24 gennaio 2020, “invece abbiamo perso tempo, almeno quattro settimane”. Il “tradimento dei tecnici” fa ormai un secolo (intellettuale, politico, nucleare, chimico, alimentare, climatico), ma si vuole che la salvezza venga dai tecnici.

 

Un mese dopo l’inizio della pandemia, a ospedali già pieni, Atalanta-Valencia si gioca a San Siro per avere più spettatori. Remuzzi c’era: “Pensi che non andavo allo stadio da vent’anni”. Le lusinghe del male.

 

“Siamo più forti, lo zar non passerà”, grandi titoli, molte pagine per gli incondizionali ucraini, il giorno prima dell’invasione. Celebrati come patrioti, “i reduci” di piazza Meidan. Si celebrano – si celebravano il giorno prima - i nazionalisti che hanno perso l’Ucraina. Quelli della crociata contro gli ucraini russi, un quarto della popolazione. Spinti e finanziati, a piazza Meidan e dopo, dall’“Occidente”. Come dire: andate a farvi ammazzare.

Lucia Joyce, viittima della madre

La vita di Lucia Joyce è un romanzo. Terrificante. Un caso da manicomio di conflitto madre-figlia. Rifiutata alla nascita dalla madre, che continuò ad allattare Giorgio, nato due anni prima. E quando in uno dei tanti litigi Lucia la colpì con una sedia, la fece internare - la richiesta di internamento è firmata da Giorgio. Il padre, per quanto amorevole, non riuscì a proteggerla. Morirà nel 1982, a 75 anni, una quarantina dei quali in manicomio, trascurata del tutto dopo la morte del padre: dagli zii Joyce, dalla madre, dal fratello, dal nipote Stephen, erede dei diritti (seppe della morte del padre dai giornali).
Un romanzo che però non si scrive, pur nel femminismo ritornante delle ultime generazioni – il matricidio non è tema freudiano, psicoanalitico, femminista? E sì che Lucia è personaggio avvincente, anche piccante. Una sola biografia ne è stata tentata, vent’anni fa, in America, da una specialista di letteratura irlandese, Carol Loeb Shloss, “Lucia Joyce: to Dance in the Wake”, non tradotta, non più riedita. Fa sempre testo la vecchia biografia di Joyce di Richard Ellmann, apparentemente minuziosa ma basata sulle narrazioni di Giorgio e di suo figlio Stephen, quelli cui si deve la damnatio di Lucia. Lucia vi ricorre sempre psicopatica. “Mandò a monte la festa del compleanno del 2 febbraio 1932 picchiando la madre, e l’internamento in una clinica si rese obbligatorio”. E all’ultima pagina: “Si comunicò la morte del padre a Lucia che non volle crederci, e quando Nino Franck l’andò a trovare disse: «Che sta facendo sottoterra quell’idiota?» - come Franck, che in nota diventa Frank, avrebbe comunicato a Ellmann in conversazione (della visita si hanno altre, discordanti, relazioni), mentre si sa che la cosa non fu comunicata a Lucia.   
Il “Wake” della biografia di Lucia rimanda a “Finnegans Wake”, che molto deve a Lucia, al suo mistilinguismo, più inventivo di quello del padre, e caratterizzante, come naturale. I punti d’interesse sono insomma tanti, letterari oltre che passionali, critici, filologici. Ma gli studiosi di Joyce la trascurano anche loro volentieri, pur valutando solitamente con perspicuità il rapporto del padre con la madre, la ex cameriera d’albergo – che Joyce non volle mai sposare, malgrado la tante e insistenti pressioni familiari.
Francesca d’Aloja abbozza un ritratto fantasticato, innamorato, di Lucia nella raccolta “Corpi speciali”. Un po’ di fantasia, ma con paletti solidi in difesa della poveretta – nomen omen? è ben un nome manzoniano che il padre italianista le ha dato, Lucia. E ne immerge correttamente la disgrazia nel contesto familiare, impietoso. Il nipote Stephen, figlio di Giorgio, l’erede che si è fatto odiare per mezzo secolo da tutti i joyciani, ha distrutto “tutti i documenti riguardanti Lucia Joyce: le lettere, i diari, i disegni, le poesie, i referti clinici, le fotografie, e addirittura un memoir da lei scritto in manicomio dal titolo ‘La vera vita di James Joyce’, redatto in italiano, la prima lingua imparata e studiata da Lucia” – con la quale corrispondeva con il padre James, a giudicare dalle lettere di quest’ultimo, non distrutte.
Folle di fatto è stato Stephen, il figlio di Giorgio, altro romanzo, seppure non drammatico. Lo stesso, liquidatorio, Ellmann annota che “le stranezze di comportamento” di Lucia emergono nel 1929, quando il fratello Giorgio si fidanza con Helen Kastor Fleischman - di undici anni più vecchia del fidanzato: i due fratelli erano molto legati (se non in rapporti incestuosi, opina Shloss). Prima “ai ricevimenti era allegra e loquace”, scrive il biografo autorizzato, “e talvolta imitava Charlie Chaplin con i pantaloni cadenti e il bastoncino”. Charlot e Napoleone erano i suoi personaggi preferiti, si quali aveva dedicato ai diciassette anni un articolo che una rivista belga, “Le Disque Vert”, pubblicò, con una breve nota di Valéry Larbaud. Disastrata a scuola dai continui trasferimenti paterni, ebbe molti interessi extracurricolari. Studiò piano per tre anni, a Zurigo e Trieste, canto a Parigi e Salisburgo, disegno a Parigi, alla Académie Julian. A Parigi soprattutto aveva studiato danza – “con un impegno che eguagliava quello paterno”, deve dire Ellmann, “aveva studiato sei ore al giorno, dal 1926 circa al 1929”. Secondo varie scuole, di vario indirizzo - i metodi Jacques-Dalcroze (svizzero), Jean-Borlin (svedese), Madika (ungherese) –
, e con vari maestri: Raymond Duncan, fratello di Isadora, un personaggio, pacifista, vegetariano, capelli lunghi sulle spalle, sandali ai piedi, tunica; madame Egorova – Liubov Nikolaievna, ex Balletti Russi; Lois Hutton e Hélène Vanel (ritmo e colore); Margaret Morris (danza moderna). “Come danzatrice”, ammette Ellmann, “Lucia, alta, snella e aggraziata, aveva raggiunto uno stile assai personale”. Varie esibizioni sue sono state registrate. Alla Comédie des Champs-Elysées in tre riprese: il 20 novembre 1926 nel “Ballet Faunesque” di Lois Hutton, il 19 febbraio 1927 in “Vignes sauvages”, il 18 febbraio 1928 in “Le Pont d’or”, un’operetta buffa musicata da Émile Fernandez. Con la stessa compagnia danzò anche a Bruxelles. Al Vieux Colombier aveva partecipato il 9 aprile 1928 al balletto “Prétresse Primitive”. L’ultima esibizione, il 28 maggio 1929, al Bal Bullier, fu un trionfo: arrivò seconda in una competizione coreutica, entusiasmando il padre, che raccontò della platea che voleva assolutamente e solo l’Irlandaise”. Era il ballo in costume d’argento a forma di sirena, che aveva disegnato lei stessa, che entusiasma D’Aloja.
Francesca d’Aloja, Odissea di sofferenza. La triste vita di Lucia Joyce, online


venerdì 25 febbraio 2022

Problemi di base russi - 685

spock


E dopo l’Ungheria, la Cecoslovacchia, l’Afghanistan, la Georgia, l’Ucraina?
 
Sono i russi che ce l’hanno col mondo, o il mondo coi russi?
 
O Putin vuole imitare l’America, che sempre libera il mondo?
 
Anche l’Africa ora, dalla Libia al Mali, mentre l’America cannoneggia a Mogadiscio?
 
Ma è a Kiev per che fare, non dovrà sfamare tre milioni di persone?
 
Vuole processare Zelensky per non essere processato?
 
E chiama alla rivolta i generali, gente d’ordine – oppure i colonnelli?
 
Sempre i russi processano, con confessione inclusa: è un vizio?

spock@antiit.eu

La contessa garibaldina a Parigi

La foto di copertina di Benedetta Craveri dice tutto, la schiena nuda profferta della contessa. Una donna anticonformista, che si vorrà “madre della patria”, come i giovani morti nelle guerre del Risorgimento, lei a letto con Napoleone III, agli ordini di Cavour, cugino del marito: una garibaldina, seppure da letto, un’insurrezionista, un’eroina. Era invece una donna alta e bella già a 17 anni, che l’avvenenza esibirà per altri quarant’anni, i più a Parigi, naturalmente. Disinibita, questo certamente. Come, due generazioni dopo, Teresa Casati Stampa, “la marchesa Casati” di cui perfino Kerouac si infatuerà nel ricordo, oppure a Parigi Colette, da sola e con le amiche di letto, famosa la duchessa di Clermont-Tonnerre.  
Valeria Palumbo, che la biografia svolge seccamente, in forma di saggio, lo dice subito, con un’istantanea: “Parigi, 16 aprile 1863: Virginia Oldoini, Contessa di Castiglione, accetta di comparire in un tableau vivant in una serata di beneficenza per le scuole di San Giuseppe. A organizzare è la contessa Stéphanie Tascher de La Pagerie, cugina di Napoleone III. I quadri viventi sono la gran moda del momento”, coinvolgono i borghesi con gli aristocratici e i futuri intellettuali, quello che sarà “le tout Paris”, ignari o incuranti della catastrofe in arrivo a Sedan – “la Francia sta per cadere in un baratro….. Ma ci sta per cadere ballando”. Fuori ne viene, come Palumbo sintetizza in copertina, “la più bella e la più spregiudicata delle dame alla corte di Napoleone III, perversa fin da ragazza, agente di Cavour, amica dei potenti, avida, passionale, la belle dame sans merci, speculatrice in Borsa, alleata dei Rothschild, presto appassita, pazza…”
Benedetta Craveri, esumatrice di tante figure sette-ottocentesche francesi, ne fa la storia nel contesto, italiano e francese. Ma soprattutto, aiutata da molte lettere della donna, che ha dissotterrato in archivi francesi e italiani, e utilizza, ne fa una sorta di donna liberata. Di un tipo particolare: intelligente oltre che bella, audace, manipolatrice, cinica, ma – sembra chiedersi la biografa – poteva fare altrimenti? Di questo grande lavoro di scavo si gode il fascino bibliografico, archivistico, come curiosare in casa d’altri, nell’intimità.
Parigi era un palcoscenico, e le belle dame vi si esibivano, con profumo di scandalo – allumeuses, horizontales, anche démi-mondaines. Si liberavano giocando all’erotismo – più detto che fatto. La contessa vi si distinse per la fotogenia: si organizzò oltre quattrocento ritratti, e fu la prima, la profusa e la meglio addict del nuovo mezzo, l’immagine chimica. Arrivista, si seppe anche amministrare, prolungando la stagione della fama.
La contessa era odiata, anche questo è un fatto, dall’imperatrice Eugenia, donna bella anch’essa e carattere forte (sarà la madre-musa di Proust, e di più del grande amore di Proust, Lucien Daudet), e la cosa può confermare che sia stata effettivamente l’amante di Napoleone III. Ma l’imperatrice era papalina e antitaliana, e questo bastava per non amare la Castiglione, la “cugina di Cavour”.   
Virginia era stata a Parigi a 19 anni, nel 1856, due dopo il matrimonio, ci tornerà definitivamente nel 1861, a 24 anni – a unità già fatta, le date con concordano con la “madre della patria”. Scelse Parigi in quanto “capitale della moda e dei piaceri”. In fotografia si diletta di pose elaborate e sceneggiate, da fotoromanzo, e da eremita, dogaressa, paludata vittima di assassinio (o assassina, per quanto paludata?). La foto e la posa sono le uniche passioni sicure che si sanno di lei – anche dopo lo scavo della corrispondenza inedita operato da Craveri. Per la cura di Delessert, Pierson e altri fotografi alla moda. Col solo Pierson, fotografo di corte, nei quarant’anni che visse a Parigi, si fece quattrocento ritratti. Più di quattrocento. Anche mezza nuda, ma soprattutto in costume: da dogaressa, regina d’Etruria, carmelitana, o da personaggi di romanzi e di opere. Una forma esasperata di narcisismo, doppiata dalla schizofrenia: una ricerca  nevrotica della propria personalità e della propria alterità, l’ uno, nessuno e centomila – non c’è caso analogo nella storia della fotografia di autoritratto in travestimento, eccetto che per quattro nomi del Novecento, Claude Cahun, Sophie Calle, Cindy Sherman, e Molinier, un uomo che voleva essere donna. Degli innumerevoli ritratti di Pierson, d’altra parte, l’autrice è lei stessa, posa, luci, taglio, abbigliamento, soggetto o story – il fotografo è solo l’operatore.
Inventa anche il corpo come oggetto d’arte - nella storia della fotografia ha un posto sicuro. Da ammirazione o invidia più che da diletto. Tanto meno a buon mercato, sia pure per la diplomazia di un conte che farà l’Italia. Come immortalata nel quadro di Watts: denti bianchi, tinte forti, vita e petto eccezionali – la contessa non portava reggiseno, almeno così faceva sapere. Le gambe ha fatto modellare in terracotta, Carrier-Belleuse le ha scolpite.
In entrambe le narrazioni il racconto si propone di rendere giustizia a Virginia Castiglione come a tutte le donne. Che facevano, dice Palumbo, allora la diplomazia parallela un po’ in tutta Europa, salvo non ottenerne alcun riconoscimento, che invece andava agli uomini. Per esempio al bel Costantino Nigra, che sempre Cavour infiltrava a corte, naturalmente presso l’imperatrice Eugenia. Ma forse Nigra era altro – l’imperatrice non aveva amanti, e comunque era pur sempre papalina. I problemi o squilibri psicologici di cui Virginia Castiglione fu presto vittima è arduo farli risalire al maschilismo dell’epoca, a Cavour o a Napoleone III – all’imperatore forse sì, ma per essersi lasciato battere nel 1870, e quindi caciare, chiudendo la  corte, il palcoscenico: la contessa non aveva rivalse, folleggiava di suo.  
Benedetta Craveri, La contessa. Virginia Verasis di Castiglione, Adelphi, pp. 452, ill, € 24
Valeria Palumbo, La donna che osò amare se stessa. Indagine sulla contessa di Castiglione, Neri Pozza, pp. 176 € 18

giovedì 24 febbraio 2022

Cronache dell’altro mondo – belliche (174)

Conferenza stampa serena, quasi sorridente, del presidente Biden sull’attacco russo all’Ucraina.
Il presidente insiste sulle sanzioni, che “faranno molto male alla Russia”.
Dice anche che tutto il mondo è con gli Stati Uniti contro la Russia Ucraina. Ma della Cina specifica: “In questo momento non psso parlarne”.
Dell’India, che tradizionalmente è stata appoggiata da Mosca sui contenziosi col Pakistan, dice: “Non abbiamo avuto modo di parlarne col governo indiano”. Mentre il premier pakistano, di un paese sempre appoggiato dagli Stati Uniti in questo dopoguerra, è andato a Mosca stamani, il giorno dell’attacco.

Il fallimento europeo

Bastava restare agli accordi di Minsk, 2015, e la crisi in Ucraina si sarebbe risolta senza guerra? È possibile. Con vantaggi per Kiev, e soddisfazione a Mosca. Con vantaggio, enorme, per l’Europa, che avrebbe celebrato il suo primo successo di politica estera.
Stante il marcato disinteresse di Obama per gli affari europei, gli accordi furono opera di un “quartetto” europeo: Angela Merkel, il presidente francese Hollande, Putin e il primo ministro ucraino Poroshenko. Biden c’era all’epoca, era vice di Obama. E ne condivideva il benign neglect verso le diatribe europee.
Gli accordi, non applicati per non si sa quale motivo, sono ora il più grave scacco dell’Europa. Anche perché sarà l’Europa a pagare, dopo l’Ucraina, la guerra di Putin. Almeno in termini economici: con le sanzioni (mancati affari), col rincaro del petrolio e del gas, olio all’inflazione, e con qualche problema di approvvigionamento, anche se siamo quasi fuori dall’inverno. per farsene un'idea, basta pensare al danno delle due maggiori banche italiane, Intesa e Unicredit, molto presenti e attive in Russia.
 

La sindrome serba

Sarà un’altra guerra che “non ha avuto luogo”, come il sociologo francese Baudrillard disse famosamente quella del Golfo? Come quella di Putin alla Georgia nel 2008? Una guerra “non ha luogo” quando è fra schieramenti così sproporzionati che non si può dire guerra? È possibile, dopo il non intervento annunciato dagli Stati Uniti e dalla Nato.
È dunque una guerra per “dare una lezione” all’Ucraina? Dopo quella di otto anni fa, con la sottrazione all’Ucraina fervente antirussa della Crimea? È possibile: ora si creerebbero due staterelli cuscinetto nel Donbass, il Sud-Est dell’Ucraina, le due “repubbliche popolari” di Luhans’k e Donets’k, come nel 2008 furono create dalle truppe russe le due piccole repubbliche separatiste al Nord della Georgia, Abkhazia e Ossezia del Sud.
Putin è accreditato di una sindrome anti-occidentale, sia l’Occidente la Germania nazista o la Nato. Questo non si direbbe, essendo lui stato il capo russo che più ha cercato di farsi accettare nel G 7, il vertice occidentale - si è ventilato perfino di un’adesione della Russia alla Nato. E uno che, scontando il niet americano, non fa che proporre patti di reciproca sicurezza in Europa. È però molto “russo”. Ha cioè la coscienza di avere sconfitto Napoleone e Hitler – quando l’Europa era adagiata sotto il tallone di Napoleone e di Hitler: un liberatore (le prime notizie dell’attacco all’Ucraina stanotte sono state accompagnate sulle tv russe dalla proiezione di film della guerra vittoriosa contro Hitler). E soffre la sindrome Serbia, gli slavi del Sud così vicini al patriarcato russo, come dimostra il suo attaccamento, da non credente, alla chiesa ortodossa. Della guerra Nato contro la Serbia nel 1999, due mesi di bombardamenti con missioni quotidiane, ha ricordato recentemente: “Una sola capitale è stata bombardata in questo dopoguerra”, con riferimento a Belgrado, “e non siamo stati noi”. E denuncia non senza ragione il perdurante nazismo europeo antirusso - la Russia considerando quella che impedì il trionfo di Hitler: Kiev, il presidente Zelensky o chi per lui, combatte nel Donbass gli ucraini russofoni con i volontari nazisti di mezza Europa.
Putin teme l’ostracismo delle comunità russe variamene sparse nell’ex impero zarista e sovietico (una molto importante, mezzo milione è tra Lituania e Polonia, una exclave, Kaliningrad, la Koenigsberg di Kant, porto importante sul Baltico), come è avvenuto nell’ex Jugoslavia alle aree serbe e serbofone. Lo ha accettato nei paesi baltici, per piccoli numeri, non lo ha accettato in Moldavia, dove ha costituito la Transnistria, e nella stessa Ucraina già con la Crimea - una ipotesi che si fa sugli obiettivi della guerra oggi in Ucraina è che Mosca non si accontenti dei sue staterelli del Donbass ma punti a un corridoio tutto russo sul Mar Nero, che colleghi cioè la Russia alla Transnistria, comprendendovi anche Odessa.
Le tribù slave sono molto unite e molto divise – molto tribali. Il maresciallo Tito, croato, fece grande la Serbia nella Jugoslavia. La Russia sovietica è stata fatta grande da Stalin, un georgiano (nemmeno slavo, quindi), e da Krusciov, un ucraino - fu di Krusciov l’ultima grandeur sovietica, l’illusione del “sorpasso”, nello spazio e nell’economia. Disciolta l’Urss, le minoranze slave, invece di essere riconoscenti per avere beneficiato del federalismo sovietico, si rivoltano contro la Russia.

La Nato non c’entra

La Nato si è subito tirata fuori dalla guerra in Ucraina. Nella preparazione dell’attacco la propaganda russa ha fatto molto caso dell’allargamento della Nato all’Ucraina. Ma senza fondamento.
La Nato su una frontiera enorme e bene incuneata nella Russia come quella con l’Ucraina, sì, è una minaccia. Ma ci sono dei limiti all’espansione della Nato, a Putin certamente noti. Di diritto, negli statuti della stessa organizzazione. E di opportunità. Già negli assetti postbellici, malgrado la virulenza della “guerra fredda”, paesi molto importanti hanno scelto, in ambito occidentale, di restare fuori della Nato, la Svezia e la Finlandia.
Ora la Nato è già alle frontiere russe. Estonia e Lettonia sono entrate nella Nato ancora prima di entrare (fare domanda di entrata) nell’Unione Europea. Quando invece ci ha provato la Georgia nel 2008 la Russia ha fatto in breve e in piccolo quanto si appresta a fare in Ucraina: ha riconosciuto le due piccole repubbliche separatiste (che aveva creato), Abkhazia e Ossezia del Sud. Ma questo  avveniva – limiti di diritto – mentre la Nato respingeva la candidatura della Georgia, e dell’Ucraina, in ragione dei loro problemi interni: la Nato non può per statuto accettare membri con guerre civili in corso.
Il problema, insomma, non è la Nato.

 

L'amicizia è buona e fa bene

Un sequel e il remake di “C’eravamo tanto amati”, 1974, il capolavoro di Ettore Scola. Un obiettivo difficile, ma che, rivisto, prende una sua consistenza.
L’originale era una storia generazionale, dei personaggi e dell’Italia, in anni più vivaci e più remoti nella memoria comune – di rimozione più rapida. Negli anni di Muccino, a partire dal 1982, è un com’eravamo che sa molto di come siamo. Questa però è una storia di amicizia, più intimista, fra quattro ragazzi che crescono e hanno vite diverse, si lasciano, si picchiano, e si ritrovano. L’Italia è più grigia, ma i quattro, nella loro incarnazione adolescenziale e in quella matura, sono credibili e gradevoli. Con un giusto ritmo, una giusta misura fra il serio e il comico, anche per la bravura dei quattro, Favino, Ramazzotti, Rossi Stuart, Santamaria.    
Gabriele Muccino,
Gli anni più belli, Rai 1, Raiplay

mercoledì 23 febbraio 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (484)

Giuseppe Leuzzi

Il bilancio del governo per il 2022 ha dovuto stanziare 2,67 miliardi per finanziamenti di emergenza ai Comuni di Torino, Napoli, Reggio Calabria e Palermo, per evitarne il fallimento. A fronte di un impegno dei Comuni ad accrescere l’addizionale Irpef oltre il tetto dell’8 per mille previsto dalla legge. Quindi ci saranno nuove tasse comunali. Senza che si veda in alcun modo un qualche effetto dell’eccesso di spesa, a Reggio Calabria sicuramente, dissestata e sporca. e anche a Napoli.

Di Sebastiano Vassalli, lo stesso che da ultimo si professava leghista (“Ammiro Umberto Bossi, un Davide padano” - “Corriere della sera” 13 agosto 1996), la vedova di Leonardo Sciascia, Maria, intervistata dallo stesso giornale un anno prima, ricordava. “Penso alla rabbia di mio marito davanti a un’edizione scolastica de ‘Il giorno della civetta’. Censurata a sua insaputa proprio da Sebastiano Vassalli”. Un’edizione dello stesso editore – fortunato, ogni novità dello scrittore riempiva le librerie - di Sciascia, Einaudi: “Leonardo protestò e in casa editrice gli chiesero scusa”. La casa editrice, non Vassalli. 

Montanelli editore di Alvaro e Pirandello
Poche settimane prima di morire, Montanelli dedicava il 29 maggio 2001 la sua “stanza” sul “Corriere della sera” all’amicizia con Alvaro. Alla sua stima di Alvaro, della sua “scultorea prosa”, più che all’amicizia. Un “pezzo” tralasciato nelle varie raccolte di Montanelli, che è utile rileggere:

“Caro Orlando (un lettore di Melito Porto Salvo, che lo sollecitava, n.d.r.),
Non mi parli di «dimenticati». In questo Paese senza memoria lo siamo, o siamo avviati a diventarlo, tutti. Di Alvaro, non posso dire di essere stato un grande amico per due motivi. Anzitutto perché c’era, tra lui e me, una notevole differenza di età. Eppoi perché lui non era facile alla confidenza e alla familiarità.
“Nato, come lei sa, in una famiglia poverissima del profondo Sud calabrese, una volta mi raccontò di essere cresciuto a una stretta dieta di pane e olive. Non esagerava di certo: Alvaro era incapace d’inventare. E nemmeno giocava alla vittima: era quasi per tutti così, mi disse, al suo paese. E l’unica cosa che questo passato gli aveva lasciato addosso era la paura che a lui e ai suoi figli il pane e le olive venissero a mancare.
“Ho sempre sentito dire che Alvaro fu, alle sue prime armi di scrittore, aiutato con qualche sussidio dal ministero fascista della Cultura Popolare, il famoso Minculpop, e non mi stupirei, né tanto meno mi scandalizzerei, se fosse vero. Quell’organo istituito soprattutto per controllare e, all’occorrenza, censurare, aiutò moltissimi giovani a sbarcare il lunario commissionandogli qualche lavoro d’occasione. Ma non ho mai saputo che ce ne siano stati di Alvaro, oltre tutto incapace di chiedere favori.
“La nostra amicizia nacque per corrispondenza quando, relegato in Estonia come «lettore» d’italiano all’Università di Tartu, un editore locale mi chiese se potevo consigliargli un romanzo italiano da tradurre in quella impossibile lingua. Gli dissi senza esitare: «Gente in Aspromonte», e presi incarico di comunicarlo all’autore e di fargli la prefazione. Alvaro me ne fu gratissimo. Quando tornai a Roma venne subito a trovarmi, e mi chiese come mai avevo consigliato quel libro suo. «Perché - dissi - non lo reputo da meno de ‘I Malavoglia’ di Verga». Mi guardò incredulo, ma capì che lo avevo detto sul serio. M’invitò a casa sua, una casa che, come mobilio, sembrava spiantata da quella della sua casa calabrese, tanto era agreste e disadorna («Speriamo - pensai - che non tratti anche me a pane e olive», ma ci mancò poco).
“Poco tempo dopo, uscì il suo ‘L’Uomo è forte’, il romanzo che, svolgendosi in un Paese a regime comunista, sembrava implicarne una condanna in gloria di quello fascista. Nulla di più cretino. Era, pura e semplice, la condanna del totalitarismo di qualsiasi colore fosse: certo, non poteva attribuirgli quello nero.
“Poco dopo fu ingaggiato dal Corriere della Sera dove io l’avevo preceduto di qualche mese, e il cui direttore, Borelli, era anche lui calabrese. Fu lì che scrisse gli ‘Itinerari italiani’, un ritratto esemplare del nostro Paese.
“Non scriveva con facilità. La sua sorvegliatissima e scultorea prosa non faceva nessuna concessione a vezzi e artifici letterari. Per un articolo lavorava per giorni e giorni, come se considerasse la fatica un coefficiente d’obbligo, e forse anche con la paura di essere licenziato e di non poter portare a casa nemmeno pane e olive.
“Di carattere somigliava al suo fisico piccolo di statura, tozzo e compatto come certe figure etrusche. Gli erano rimaste addosso le stigmate del contadino meridionale, e non faceva nulla per nasconderle. Rimase molto stupito quando al «Bagutta», dove lo condussi una volta a cena, tutti mostrarono di sapere chi era Alvaro e lo accolsero festosamente. Nemmeno a questo era abituato, anche perché non gli era costato nessuna «fatica»”.

Leggendo la “stanza”, Sandro Gerbi, futuro biografo di Montanelli, fu incuriosito dalla sua esperienza di editore, sul Baltico, di Corrado Alvaro. E alla fine di una serie di infruttuose ricerche, ne ebbe tutti i riferimenti dall’Estonia, dalla Biblioteca Nazionale di Tallinn. Era vero, e anzi la sorpresa fu doppia: Montanelli, esiliato per motivi politici all’università estone, con un improbabile incarico di “lettore di italiano”, per ingannare il tempo fece tradurre, con una sua prefazione, anche Pirandello, “I vecchi e i giovani”, il romanzone della disillusione dell’unità nazionale - il primo germe del futuro “Gattopardo”.
La prefazione ad Alvaro Gerbi riprodusse sul “Sole 24 Ore” il 14 dicembre 2003, in una grande pagina di apertura del settimanale “Domenica”, sotto il titolo “Montanelli, Aspromonte sul Baltico”. Un testo semplice, palesemente frondistico, anzi di opposizione: “Ai giorni nostri gli scrittori italiani sempre più si concentrano e si isolano nel loro mondo fantastico. È una solitudine in cui i deboli periscono e i forti si consolidano. Corrado Alvaro è uno di quei forti”. Come Pirandello, e come Grazia Deledda, che ha citato in precedenza.
Continuando - è già Montanelli, che tutto sa, anche dell’Italia che non conosceva: “Alvaro è soprattutto il poeta del dolore. Egli è nato in Calabria, una delle regioni più inclementi d’Italia, un vasto altopiano, povero e pietroso, gelido d’inverno e torrido d’estate, poco fertile, con un paesaggio in cui domina un’opprimente tonalità giallognola. Quella gente, la più primitiva della penisola….”.

Camiola, senese di Messina
Delle 106 “donne illustri” (“De mulieribus claris”) di cui il protofemminista Boccaccio ha fatto la storia, sei sono reali, non mitiche cioè o classiche ma contemporanee. E una di queste, “Camiola vedova senese
è invece di Messina. Città ora in abbandono, ma già grande porto, nonché centro storico e culturale. Boccaccio la dice nata a Siena e cresciuta a Messina. Ma è di Messina, dove era nata, nel 1310, e dove morirà trentacinque anni dopo, Camiola Turinga, o anche Cameola Turinga, Figlia di un cavaliere (tedesco?), Lorenzo di Turingia, e di una nobildonna messinese (probabilmente della famiglia Bonfiglio). L’appellativo “senese” di Boccaccio potrebbe derivare dal nome del marito, un mercante, forse senese, dal quale Camiola erediterà un grosso patrimonio. La storia la vuole, bella, ricca e onesta, protagonista di un gesto – che però non si saprebbe come qualificare - verso Orlando (Rolando), un figlio illegittimo del re di Sicilia Federico III d’Aragona, mandato dal fratellastro Pietro II, succeduto al trono del comune padre, a combattere contro gli Angioini, fatto da questi prigioniero, a Napoli, e in attesa di riscatto. Pietro essendosi rifiutato di pagarlo, Camilla già vedova si offrì: pagò metà della sua sostanza (duemila onze), a condizione che Orlando-Rolando la sposasse. Il giovane fu liberato, e si recò a Messina, ma qui si rifiutò di sposare la liberatrice.

Camiola gli fece causa, e la vinse. Anche il re Pietro le diede ragione, imponendo al fratellastro il matrimonio. Si organizzò quindi uno sposalizio regale. Ma il giorno del matrimonio, di fronte alla nobiltà del luogo, Camiola rifiutò il principe, facendogli dono del riscatto pagato – per poi convolare a nozze con “più nobile sposo”.
Il racconto è ripreso da Bandello col titolo “Timbreo e Fenicia”, la ventiduesima delle sue “Novelle”. Che Shakespeare avrebbe adattato nella commedia “Molto rumore per nulla” – per questo ambientata a Messina.

 

Calabria
A Odessa, ancora ucraina malgrado gli eventi, il sindaco si fa forte di un consigliere politico calabrese, Attilio Malliani. Che non dice molto a Battistini, sul “Corriere della sera”, ma è sensato: “Otto anni fa, quando i russi si presero la Crimea, non si sentiva quel senso d’angoscia che sentiamo adesso”. Che cosa non si fa fuori dalla Calabria.
Malliani è un pingue ex giovanotto di Reggio Calabria, che a trent’anni ha spiccato il volo sposando una giovane ucraina.
 
Ha le o strette e le e pure, strette. Che Meneghello, nei “Piccoli maestri”, la sua odissea semiseria della lotta partigiana, dice “onanistiche”. Parlando con un russo evaso dai lager tedeschi e aggregato alla banda in tedesco, il poco tedesco che i due compartivano, si sente però superiore grazie alla pronuncia: “I suoni che facevo io erano incomparabilmente più preziosi, le ch, e le erre raspate e grattugiate, e la strettezza quasi onanistica delle e strette e delle o strette”. 

 

Domenico “Mimmo” Tallini, politico di Forza Italia in procinto di diventare presidente del Consiglio regionale, viene arrestato due anni fa dal Procuratore Capo di Catanzaro Gratteri per concorso esterno in associazione mafiosa. Dopo due anni è riuscito ad andare a udienza preliminare, e il giudice l’ha scagionato. Ma non si tratta di errore del discusso Procuratore. Tallini è sicuro che l’arresto è stato concordato da Gratteri con Salvini e Boccia, la Lega e il Pd, per evitare di votare – “per programmare meglio le loro strategie politiche” - subito dopo la morte della presidente Santelli, come lui chiedeva. Magari è vero: la versione di Tallini sa della migliore giustizia e della migliore politica in Calabria – quando, cioè, non è corruzione. 
Poi, dopo un anno e mezzo, ha vinto il candidato di Tallini, Occhiuto, e si è tenuta l’udienza preliminare per la scarcerazione.

 

“La sposa”, sceneggiato Rai di grandi ascolti sulle giovani calabresi comprate come mogli da contadini-agricoltori del Nord, con un carattere di donna molto forte, impersonato da Serena Rossi, napoletana, è stato girato per la parte “calabrese” in Puglia. La Film Commission della Regione Puglia finanzia i film più generosamente della Calabria? No. Ma in Puglia in tanti anni di Film Commission hanno creato un’infrastruttura di servizi locale, che rende molto più economico girare in esterni. L’industria dei servizi è fuori dall’orizzonte calabrese: impresa è essere padroni, non lavorare.

 

Anche: i soldi, in Calabria, evidentemente, malgrado le statistiche, non mancano – se “la fame aguzza l’ingegno”. Se l’ingegno poltrisce.

 

Antonio Piromalli dà “una vocazione tragica e religiosa” all’“anima calabrese” – “una linea interiore che va da Gioacchino a san Francesco di Paola, a Campanella, ad Alvaro”. Di “una umanità che si distende dal lontano filo pitagorico e orfico, dalla concezione della metempsicosi come condanna dell’essere, come mancanza dell’essere”. Che si manifesta in una “scontentezza” esistenziale, “In un linguaggio biblicamente solenne, apocalittico”. O non piuttosto ironico e perfino scherzoso, o polemico, in Campanella, Padula, Ammirà (e imitatori), lo stesso Alvaro? E i tanti del secondo Novecento, compreso Perri, fino a Walter Pedullà - La Cava, Zappone, Delfino, eccetera.


Leggendo il rapporto che Primo Levi e Leonardo De Benedetti, in qualità di sopravvissuti ad Auschwitz, furono richiesti di scrivere per il comando russo che li aveva liberati, si ha l’impressione, quando si arriva al pinto dei servizi sanitari, di trovarsi nella sanità calabrese dopo dieci anni di commissari. File, attese, insofferenze, brutalità, riportano agli ospedali di Locri e di Polistena, i soli due nella popolosa provincia di Reggio Calabria. È ingiuria paragonare le due situazioni, certo. Ma l’“organizzazione disorganizzata” è la stessa. Malgrado, va aggiunto, i molti milioni disponibili per miglioramenti o nuovi ospedali, e non spesi.

leuzzi@antiit.eu


Alle radici del populismo – e dell’integralismo

C’è un nazionalismo buono e uno cattivo. Scrivendo nel 1945, a guerra non ancora finita, Orwell non poteva non riconoscere la forza del nazionalismo, dell’Inghillterra come della Russia, che avevano resistito alla furia tedesca. Anche se il seme del nazionalismo era cattivo, era il “Deutschland über alles” del Terzo Reich. Ma l’approccio resta ugualmente valido anche in tempo di pace, p.es. in rapporto all’imbuto in cui l’idea di Europa è stata calata, a “Bruxelles”, a una burocrazia anonima ma cattiva. Anche perché il “nazionalismo” di cui Orwell tratta è particolare: è quello che oggi si dice populismo. Un “nazionalismo” più attivo quando l’”incertezza generale riguardo a ciò che succede realmente rende più facile aggrapparsi a credenze stravaganti”, a idee di realtà contro tutti i fenomeni reali.

Qualcosa da non confondere col patriottismo, avverte. Che è la difesa della propria storia e delle proprie tradizioni o modi di essere - anche da parte di non nazionali (il riferimento è a Stalin, il georgiano difensore della Russia - come poi lo sarà Krusciov, ucraino). Il nazionalismo-populismo è un “abito mentale”, un approccio agli altri e alla vita che, senza tenere conto della realtà o verità, sempre autoreferente, e senza curarsi di una logica, isola dal mondo, nel mentre che lo condanna. Succede (succedeva… ) nei partiti politici - specie nel Comunismo, bersaglio di Orwell all’epoca. Succede nelle chiese: Orwell porta l’esempio di una sorta di integralismo cattolico (nella persona di Chesterston, lo scrittore), ma la cosa si attaglia perfettamente all’integralismo islamico. “Nazionalista” in senso negativo è anche il razzista, l’antisemita, insieme col sionismo, e il pacifismo – Orwell ce l’ha con quelli per i quali, all’epoca, tutto quello che faceva Mosca era buono, come Chiang Kai-shek, per esempio, che “nel 1927 bolliva centinaia di comunisti vivi, e però in meno di dieci anni è diventato uno degli eroi della Sinistra”.  
“Un nazionalista è uno che pensa soltanto, o principalmente, in termini di prestigio competitivo”. su un fondamento sdrucciolevole: “Il nazionalismo è desiderio di potere temperato dall’auto-inganno” – un perdente nato, si direbbe, massa di manovra per chi è anche solo un poco accorto: “Il nazionalista è capace della più palese disonestà, ma è anche – giacché è certo di servire qualcosa di più grande di se stesso – incoercibilmente certo di ess ere nel giusto”. E qui siamo ai no-wax. Le caratteristiche sono sempre le stesse. Ossessione. Instabilità. Indifferenza alla verità o realtà oggettiva.
Una riflessione al modo di Orwell, calata nella realtà delle cose, del momento. Capace di interagire con gli eventi. Una sorta di storia contemporanea, nel senso che si fa - si scrive, si fissa - mentre si svolge.  
George Orwell, Sul nazionalismo, Lindau, pp. 64 € 9

free online in inglese

martedì 22 febbraio 2022

Letture - 482

letterautore

Boccaccio – Un protofemminista. Che al “De Casibus virorum illustrium” ha affiancato un “De mulieribus claris”, le vite di donne illustri (106, donne del mito o della classicità, ma con una mezza dozzina di casi recenti: Giovanna “anglica, la “papessa Giovanna”, una Gualdrada “donzella fiorentina” (la “buona Gualdrada” dell’“Inferno” di Dante), una Camiola vedova senese, Costanza d’Altavilla, regina della Sicilia, l’imperatrice Irene Sarantapechaina d’Atene, imperatrice di Bisanzio per cinque anni fra Sette e Ottocento), Giovanna regina di Sicilia e Napoli (Giovanna I).
 
Divenne presto popolare in Francia, subito dopo la morte, per opera di un poeta e umanista, Laurent de Premierfait, che tradusse il “De Casibus” e il “Decameron”, dal “fiorentino”, come diceva, migliaia di pagine, quale autore che promuove le nuove lingue nazionali, le lingue volgari – Dante e Petrarca saranno tradotti secoli più tardi. Ma Premierfait non conosceva bene il “fiorentino”: per la traduzione si rivolse quindi a un colto frate francescano – ha dimostrato Vittore Branca – addottorato alla Sorbona, Antonio d’Arezzo, che padroneggiava il latino, il francese, e il “fiorentino”, e sarà poi lettore di Dante a Firenze. Premierfait autorevolmente presentava il “Decameron” come i due volumi di casi illustri, forse anche il “De mulieribus”, come un libro di edificazione, una sorta di “Art de bien vivre et de bien mourir”: “Benché sembri servire a dilettare l’ascoltatore e il lettore… questi vi troverà, nelle storie raccontate, più profitto morale che diletto”, etc.    
 
Bullismo - “Gli psichiatri si concentrano interamente troppo sulla scena primaria e la deprivazione pre-edipica e ignorano i traumi dei bambini della scuola elementare e diverse, che sono crudeli e spietati”. Lucia Berlin, il racconto “Stelle e santi”, s.d, ma cica 1960.
 
Concilio Vaticano II – Non solo ha abbandonato il latino come lingua liturgica, ma ha cambiato anche la lingua – ha tentato di cambiare la lingua, in un anticipo di politicamente corretto – per una lingua anonima ((universale). Predica e predicatore voleva cambiare in “momento omiletico” e “omileta”. La messa in “celebrazione liturgica”, o “cena del Signore”, o anche “sinassi”. Parole mediando dalla liturgia ortodossa, ma senza alcuna apertura, teologica o anche solo liturgica, alla chiesa ortodossa. La conversione   ha sostituto con “metanoia”, e l’ateo con “non credente”. Il catechismo con la catechesi. Il dono con la “carità oblativa”. E la carità con l’”esercizio della prossimità con il proprio simile” – con gli animali no? Niente più prima comunione né cresima, solo “sacramenti dell’iniziazione cristiana”. Più radicale di tutto è l’introduzione di “pleroma” al posto del paradiso.
“Parole vuote” le definiva Tullio De Mauro, il linguista.  Ma non inerti: si capisce anche da questo che la chiesa abbia perduto senso.
 
T.S. Eliot – Il suo poema “The Waste Land” è “terra desolata” per la traduzione di Mario Praz, nel 1932 – anticipata a ridosso nel 1926, quattro anni dopo la prima pubblicazione, con la traduzione dell’ultimo movimento del poema, “Ciò che disse il tuono”. Non c’era accordo sulla traduzione di Praz, spiega Carlo Ossola in un saggio disperso, “Desolata, ma sempre fertile”: Caproni vi trovava un’implicita citazione di Dante e propose “paese guasto”. Ma “lo stesso Eliot finì per esserne influenzato”, conclude Ossola, “tanto da riusare in  seguito lui stesso l’aggettivo”.
 
Filosofia – In Germania non è materia d’insegnamento al liceo.
 
Germania - I tedeschi vanno capiti. Marx dice: “Come i popoli antichi hanno vissuto la loro preistoria in immaginazione, nella mitologia, noi abbiamo, noi tedeschi, vissuto la nostra post-storia in pensiero nella filosofia. Noi siamo i contemporanei filosofici del presente, senza essere i suoi contemporanei storici”.
Walter Benjamin per esempio, quando si occupa di Marinetti e del Manifesto per la guerra coloniale in Etiopia: roba da piangere. Ma poi Benjamin aveva altro di cui occuparsi, che la Germania contemporanea storica perseguitava.
 
Intervista – È il genere privilegiato da qualche tempo, giornalistico e anche letterario. Il giornalista trova comodo farsi scrivere l’articolo da un altro, per di più incontestato e incontestabile. Il narratore sempre più indulge ad autorappresentarsi (autointervistarsi): cosa ho detto e cosa ho fatto, cosa vorrei fare oggi o domani. Il “New Yorker” celebra il genere esumando una serie dia articoli su celebri intervistatori del secondo Novecento. Si parte con “Salto Mortale”, analizzato nientemeno che da Kenneth Tynan, il critico che promosse gli “arrabbiati”, il teatro drammatico inglese del secondo dopoguerra. Il “Salto mortale” non è quello, più noto in Europa, della tv tedesca, che tenne banco per una dozzina d’anni, con le esibizioni dei funamboli del circo Krone, ma quello, sempre in italiano, della serie televisiva condotta da Johnny Carson, il comico americano diventato un’icona tv con quel programma – un predecessore di David Letterman, meno impegnativo per gli ospiti, che trattava con garbo, facilitandone quindi le confidenze (in Italia ripreso poi da Costanzo).
 
Madre-figlia – Il tema, a naso, preponderante delle narrazioni femminili, di scrittrici. Ci sarà un maternalismo al posto del paternalismo?
 
Moravia - L’8 settembre di Moravia fu nel 1941, quando Alessandro Pavolini, titolare del Minculpop, il ministero della Cultura Popolare, intimò per “circolare telegrafica ai Prefetti del Regno”: “Pregasi invitare direttori quotidiani et periodici locali at non più (dicesi non) pubblicare scritti di Alberto Moravia”. Forse per un braccio di ferro interno al regime con De Marsanich, sottosegretario alla Marina Mercantile dopo esserlo stato alle Comunicazioni, zio di Moravia – fratello della madre.
Un po’ Moravia se lo aspettava. L’ostracismo era iniziato tre anni prima, con le leggi razziali. Il direttore della “Gazzetta del Popolo” di Torino, Amicucci, fascista puro e duro, gli aveva tagliato la collaborazione, su cui Moravia contava per mantenersi, e che praticava da dieci anni. In quell’occasione lo scrittore era ricorso a Mussolini, per far valere la sua non ebraicità: “Sono cattolico fin dalla nascita e ho avuto da mia madre in famiglia educazione cattolica. È vero che mio padre è israelita, ma mia madre è di sangue puro e di religione cattolica, si chiama infatti Teresa De Marsanich ed è sorela”, etc.
Sei settimane dopo il telegramma dell’8 settembre, lo stesso Minculpop segnalava però Moravia benevolmente a Mussolini: la famiglia è “a norma di legge di razza italiana”, il “fratello, tenente Gastone Pincherle” è “caduto in combattimento” sul fronte di Tobruk, e “il Moravia si è recentemente sposato con donna di razza italiana”. Con Elsa Morane. La quale invece era di madre ebraica. Ma era “figlioccia” (di battesimo? di cresima?) di padre Tacchi-Venturi, il gesuita fascistissimo.  
 
Sartre – Fascinoso, la compagna Simone de Beauvoir e le varie biografie (per lo più dispettose, uscite quando ancora se ne parlava) gli attribuiscono una serie interminabile di avventure sessuali, anche con ragazze giovani e belle, accudito negli ultimi dieci anni, del tracollo fisico fino alla non autonomia, da almeno cinque donne di nome e di rango, era alto un metro e 56. E viveva di stimolanti. le anfetamine fin dal primo mattino.

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Diario romano

Tram 8 fermo per sei mesi da luglio, Metro A ferma alle 21 da giugno per diciotto mesi, Metro B con lo stesso blocco da aprile a luglio.
La nuova giunta per prima cosa annulla la delibera della giunta Raggi, di metà sindacatura, 2018, per aprire una luce sul patrimonio immobiliare del Campidoglio. Il Comune di Roma si stima che abbia la proprietà di 40 mila unità abitative o commerciali, anche ai Cerchi, a piazza Navona, a Fontana di Trevi. Che gli costano molto come Irpef e maintenance, e da cui ricava non sa quanto, comunque molto poco – nemmeno tanto da pagare gli uffici che in teoria lo gestiscono.
L’annullamento della delibera precedente è un classico, almeno dagli anni 1980, quando il problema fu posto dal settimanale “Il Mondo”. Si dà un appalto esterno, o si avvia una procedura interna per censire gli immobili e i contratti relativi, che poi per un qualche motivo dopo alcuni anni si annulla. La giunta Gualtieri se ne occuperà nel 2023, a metà sindacatura.
Una Saba Italia spa, scopre la Corte dei Conti, gestisce dal 2007 in concessione a tempo indeterminato il grande parcheggio seminterrato di Villa Borghese, al centro di Roma. Grande poco meno di un ettaro, con alcuni immobili, tra o quali si notano oggi un caffè e una palestra. Per 10 mila euro di canone al mese, quanto stabilito dal sindaco Veltroni nel 2007. La concessionaria fattura 32 milioni. La Corte dei Conti stima un danno erariale (per il Campidoglio) di 30 milioni nei quindici anni, e chiede perché il contratto non è stato adeguato. Di tutti i sindaci da Veltroni a Gualtieri, solo quello di destra, Alemanno, ha provato a rinegoziare la concessione, ma una valanga di avvisi di reato lo ha sommerso.  

Se il centro-sinistra lo ha fatto Moro

Pombeni ha aspettato la pensione per osare scrivere del centro-sinistra, quello degli anni 1960, che i suoi colleghi contemporaneisti si affaticano a cancellare. E ancora, ci mette Moro in copertina, come se ne fosse l’ispiratore e il leader, mentre ne fu l’affossatore. E ancora, limitando l’indagine ai dieci anni di preparazione del centro-sinistra: “L’Italia e il centro-sinistra 1953-1963” è il sottotitolo. Il ruolo di Fanfani al risvolto di copertina: “Il 22 febbraio 1962 entra in carica il IV governo Fanfani sostenuto da una coalizione fra DC, PSDI e PRI con l’astensione socialista. Era la premessa del centrosinistra «organico» che sarebbe stato realizzato nel dicembre 1963 dal governo presieduto da Aldo Moro con Pietro Nenni suo vice. Ma fu il governo Fanfani a varare quelle che sarebbero state considerate le grandi riforme del centrosinistra – la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la scuola media unificata”.
Questa è la storia del dibattito lungo un decennio sulla necessità o meno di «aprire a sinistra» per affrontare i problemi che poneva la modernizzazione del paese. Con le resistenze, da destra, interne alla Dc. E da sinistra al partito Socialista, da Lombardi a Lelio Basso. Moro, questo è vero, tenne unita la Dc, ma a costo di sfiancare la carica innovativa del centro-sinistra. Nenni invece non riuscì a tenere unito il partito Socialista, da cui si scisse il Psiup di Lelio Basso e Vecchietti, partito socialista di unità popolare, e cioè di unità col Pci, da cui Nenni invece si era allontanato nel 1956.
A febbraio del 1963, racconta Pombeni nel tratto forse più nuovo del suo studio, Moro a Bari aveva teorizzato una Dc “alternativa a sé stessa”. I tempi erano cambiati, e la Dc doveva pensare alle novità, anche radicali, a come farle proprie. Il solito linguaggio moroteo che sembra non significare nulla e invece è collante per la Dc – l’ambiguità, pur di governarla.
Un aneddoto su Moro è anch’esso illuminante. L’Italia, Moro amava spiegare, secondo quanto Andreatta ha raccontato a Pombeni, è un castello di carta, bello e grande quanto si vuole, ma friabile: si può allargare o innalzare, ma con prudenza. Non per scetticismo meridionale, evidentemente: Moro era il vero Dc. Cattolico, vaticano, clericale: l’Italia fragile è minorata, bisognosa di assistenza.
La storia del centro-sinistra resta da fare.
Paolo Pombeni, L’apertura, Il Mulino, pp. 296 € 22

lunedì 21 febbraio 2022

A tutta banca - 2

Prosegue inalterato a piazza Affari, malgrado le tante sedute nere di Borsa per la guerra in Ucraina e per i tassi in crescita, il boom bancario.
Nelle sette settimane del 2022 Bpm ha fatto registrare una rivalutazione del 33,1 per cento, a 3,5 euro.
Banca Ifis, una mid cap, per di più specializzata nell’acquisto e cessione degli Npl, i crediti deteriorati, con (piccoli) finanziamenti a (piccole) aziende, ora a 20,3 euro, è salita del 24 per cento. Dopo un 2021 che l’ha vista regina delle banche dell’eurozona, con una performance del 94 per cento – dovuta, si diceva, almeno in parte al trasferimento della sede legale dell’azionista di controllo in Svizzera.
Credito Emiliano, a 7,2 auro, segue con un incremento del 24,2 per cento.
Intesa San Paolo, a 2,7 euro, è cresciuta del 20,1 per cento.
Bpm, a 2 euro, del 12,3.
Unicredit, a 14,4, si è incrementata di quasi l’8 per cento (dopo aver raggiunto, tre sedute prima, un incremento del 9,7). Reduce da un 2021 nel quale ha registrato la seconda posizione per migliore performance fra le banche dell’Eurozona (alla pari con SocGen): più 78 per cento. Unicredit, che prima della “guerra”, due settimane fa, era arrivata a quota 15,85, aveva più che raddoppiato il valore di Borsa, rispetto al minimo di dodici mesi prima, 7,6 euro.

A margine, va notato che Unicredit negli ultimi tre mesi, dopo che ha abbandonato il dossier Mps, è cresciuta del 40 per cento, mentre Bpm solo della metà, e in larga misura negli ultimi giorni, dopo le voci di una Opa Unicredit.

Diario romano

Alla stazione Trastevere tre posti macchina al parcheggio bianco, molto ben delineato, le strisce rinnovate di recente, sono delimitate in basso da un’incerta striscia gialli. Dai resti di una striscia gialla. Che l’automobilista, nel vocabolario romano, ritiene vecchie riserve di posti non più in uso e naturalmente non cancellate, quando il parcheggio è diventato bianco. Nessuna segnaletica verticale peraltro dice che i posti siano riservati a chicchessia. L’incerto giallo serve ai vigili urbani del gruppo Trastevere a far rimuovere le auto lasciate in sosta.
L’operazione si fa a turno: il carro rimozione può manovrare su un’automobile alla volta - deve lasciar passare anche il tram e gli autobus Atac per la fermata davanti alla stazione. Nella pausa fra una rimozione e l’altra i vigili si dileguano, intenti alle loro attività. Tornano per la successiva rimozione, avvisati via cellulare dal carro rimozione in arrivo. Il gruppo Trastevere è rinomato per la sua operosità, oltre che incorruttibilità - anni fa promosse una crociata con l’enoteca Bernabei che non voleva pagare, ma alla fine la questione si ricompose, l’enoteca è sempre aperta.
La rimozione auto fu di fatto abolita a Roma per quattro anni perché il comandante dei vigili urbani contestava alla concessionaria i titoli per il servizio. Due anni fa il servizio è stato riattivato. Con la Italsoccorso, nomen omen, la stessa concessionaria con altro nome, più altri due soci - spartire è democratico. Con carri euro 6 e, in omaggio alla sindaca grillina, con una app e una piattaforma web.
Il fatturato in budget per le rimozioni è di 6 milioni l’anno - ce n’è per tutti, in un business sicuro.
Per il Campidoglio le previsioni di entrata sono di 3-6 milioni l’anno, in dipendenza dall’infrazione contestata. Incerti, contro le multe sono previsti i ricorsi.  
     

Thomas Mann e il disprezzo dell'Italia

Il libro “segreto” di Thomas Mann – delle sue pulsioni più vere, per un momento non controllate (nascoste) dal suo normalmente supercontrollato supe-Io. Un crescendo incredibile di cattiverie, dirette, senza paludamenti. E la chiave della sua antipatia. Una rabbiosa, ribadita, benché a guerra (la guerra del 1914-1918) quasi perduta, pretesa alla superiorità della Germania, e di se stesso nella Germania, erede autoproclamato di Schopenhauer, Wagner e Nietzsche. A quarant’anni.
Thomas Mann si scrive a quarant’anni una prefazione al suo stesso libro, lunga trenta pagine, più un centinaio almeno di pagine di elogi di sé stesso. Terribili anche le idee che professa, e la virulenza con cui vuole imporsi. È un libro confuso, oltre che insolente: ripetitivo, nervoso, sempre impreciso, ma apodittico. E sempre ripubblicato, rivisto, quindi non un’opera dal sen fuggita.
Perfino Hitler, si dimostra qui indirettamente, viene da lontano. Non dal Terzo Reich di Moeller van den Bruck, che è del ‘22 ma è antirazzista. Viene da questo “Impolitico” di Mann di prima del ‘18, la cui divisa resta la “simpatia con la morte” che lo scrittore proclama inconsulto - nel mentre che moltiplica figli e racconti. Necrofilia e spregio della libertà, “croce e sacrificio, sangue e morte” l’Impolitico Mann dice “il segno più certo della germanicità”. In lodi all’orrido Houston Stewart Chamberlain sperticandosi, l’inglesotto che i germani avvinse al primato, dell’antisemitismo.
“Dove sono io è la Germania”, proclama l’ancor giovane Thomas Mann erigendosi a padre della patria, e intende l’odio della democrazia. Che pratica in famiglia col fratello e con i figli. Tesse l’elogio del Buonannulla di Eichendorff in spregio alla politica. Alla “cultura” tedesca imputa il vituperio della politica in quanto democratica. Roba per le deboli “civilizzazioni” latine, d’Italia, di Francia, e per la perfida Albione: elezioni, parlamenti, opinione pubblica.
Thomas Mann è uno che quando ha ragione si arroga “un diritto d’infamia” intellettuale: “Odio la politica e la fede nella politica, perché essa fa l’uomo borioso, dottrinario, testardo, disumano”. Benché sappia che “la impoliticità è anch’essa politica”. È che “l’ironia come modestia, come scetticismo volto all’indietro, è una forma della morale, è etica personale, è «politica interna»”. 
“La virtù” l’Impolitico delle Considerazioni impersona in Hans Pfitzner, e questo merita un capitolo a parte. Il compositore Thomas Mann vitupererà, pure lui, ma lo ha già preso a modello di Adrian Leverkühn nel ‘Doktor Faustus’. Si vuole Adrian un calco di Nietzsche e Hugo Wolff: no, da loro Mann media solo la lue, il modello è lui, non dichiarato perché Pfitzner era vivo quando il romanzo uscì. Quando Pfitzner, dopo aver perso la casa e il posto a Strasburgo nel ’18, si propose a musico nazionalpopolare, Thomas Mann cooperò entusiasta, con Alfred Einstein, alla fondazione del Centro Pfitzner per la musica tedesca. Poi Hitler fece visita nel febbraio del ‘23 al musicista malato d’itterizia all’ospedale Schwabinger. Pfitzner reciprocò a novembre inviandogli libri nel Landsberger, la fortezza dove Hitler scontava il fallito putsch e scriveva ‘Mein Kampf’. Si ebbe per i settant’anni nel ‘39 feste nazionali, credette alla Ridotta Alpina, rifugiandosi a Garmisch nel ‘45, negò l’Olocausto, benché fosse intimo del “macellaio dei polacchi” del ‘Kaputt’ di Malaparte, Hans Franck - di Franck si professerà amico fino alla forca a Norimberga. Fu riabilitato nel ‘48 malgrado l’ostilità di Mann, e reintegrato all’Accademia di Monaco retroattivamente: la sua musica romantica non s’intonava al Terzo Reich, e il posto all’Accademia aveva perso per una lite con Göring.
Non si può fare un paragone tra gli ex amici, anche se la frase breve Mann trasse da Pfitzner, ma un parallelo sì. Pfitzner scrisse e rappresentò in piena guerra contro l’Italia l’opera ‘Palestrina’. Su Giovanni Pierluigi, il musico – Pfitzner non si sentiva a disagio in Italia, e anzi nella stessa Roma e nella campagna romana. Che fu un successo a Monaco nel ‘17, sotto la bacchetta di Bruno Walter. Molto apprezzato da Alfred Einstein, il biscugino di Albert che per primo ha studiato e classificato il madrigale italiano, uno dei tanti rivoluzionari conservatori tedeschi che si rifuggeranno in Italia, prima di esserne allontanati da quel genio di Mussolini. Pfitzner aveva debuttato con un ‘Dunkle Reich’, il regno oscuro, su testi di Goethe e Michelangelo. Era destinato a ripetere Wagner grand’operista (Wagner, certo ottimo musico benché pessima persona, è magnificato, dalle sue vittime ebree e francesi incluse, in quanto operista nazionale, il primo ad avere infine colmato l’incapacità secolare dei tedeschi, che tanto ci tenevano, a fare il melodramma, l’istinto mimetico può essere soffocante, voler essere tutto e tutti). Ma scrisse un capolavoro italiano.  
Anche Heinrich Mann scrisse di Palestrina,
con affetto nella ‘Piccola città’, il fratello che Thomas qui infama. Il nome, certo, è fatato: le cose migliori Wagner le fece dopo avere studiato e trascritto Palestrina e lo Stabat Mater. Thomas Mann invece a Palestrina, dove nacque scrittore, trova il Diavolo, nel ‘Doktor Faustus’ scritto a Beverly Hills. Come a Forte dei Marmi s’è inventato sprezzante il Mago, di Venezia vede le muffe, a Firenze il “monaco ruggente”, un’Italia da fondale turistico. Adrian Leverkühn fa tutto quello che fa Pfitzner, compreso andare a Palestrina e vendersi al diavolo Hitler: i suoi gorgheggi col maligno sono un calco delle cantate di Palestrina con l’angelo. Le lodi di Adrian ripetono l’elogio di Pfitzner in queste ‘Considerazioni’, parte della celebrazione della superiore cultura tedesca. Per la maestria, senza simpatia per la storia, il luogo, l’uomo - la maestria di Pfitzner, il creatore può solo essere tedesco.
Degli italiani Thomas Mann solo dice ironico, nelle seicento pagine contro la democrazia: “È vero che alla battaglia di Adua scapparono davanti ai mori”. Dove scapparono, verso quali retrovie? Il pregiudizio è sempre ignorante. E dopo Caporetto: “Qualcuno, per caso, non sapeva che quel paese non sarebbe stato all’altezza di questa guerra”, guerra di titani? È la sconfitta di Mazzini e D’Annunzio, “l’uno e l’altro da me odiati con tutto il cuore”, per essere l’uno repubblicano, l’altro poeta impegnato. Vilipesi più che odiati, D’Annunzio con ferocia. Per un motivo? Quando ‘I Buddenbrook’ uscirono non furono notati. Finché dopo un anno un recensore in Germania, dovendo parlare di D’Annunzio, “Le vergini delle rocce”, usa “I Buddenbrook” a specchio. Una recensione che Mann conserverà, non perché avviò la sua fama ma perché contrapponeva il “moralismo pessimista” tedesco al “lussuoso estetismo” del “latino” – “questi latini non hanno coscienza negli occhi”, lamenta Tonio Kröger.
Con l’Italia ce l’aveva, Thomas Mann, e con la Francia, la cultura dei due paesi bollando col termine civilizzazione e non si sa ancora perché – se non per promuovere l’esegesi, l’ermeneutica è saprofitica ma vuole misteri. “L’Italia”, ha fatto dire a Tonio Kröger, “mi è indifferente fino al disprezzo”. Per quel grande adulatore di sé stesso è “un paese rimasto fanciullo”, cui “la critica e lo scetticismo” difettano – all’Italia? Al Pincio in questo “Impolitico” il cielo turchino gli “pesa sui nervi”, e le palme. Solo ha requie a piazza Colonna, dove la banda dei Metropolitani coi timpani intona Wagner - ma in mezzo a una “folla italianissima” che lo disgusta.
Thomas Mann, Considerazioni di un impolitico, Adelphi, pp. 624 € 35

domenica 20 febbraio 2022

Chi ha buttato giù l’Italia

“Il rimbalzo 2021 dell’economia supera di 1,2 punti la medie dell’area euro, ma Roma è a fondo classifica nell’ultimo triennio e rispetto a 15 e a 29 anni fa”. Nel trentennale della “rivoluzione di Mani Pulite”, che non si finisce di celebrare, il “Sole 24 Ore” può più far finta di non vederne gli effetti: la corruzione è diffusa, mentre il settore pubblico è smobilitato e inabilitato – la politica come la Funzione Pubblica, le istituzioni – e lasciato per le briciole in mano a balordi. Che tutt’ora si gingillano su come farsi un nuovo governo, mangiarsi quello che resta.
Per il passato il conto è semplice, sempre sul “Sole 24 Ore”: “Nel 1993, anno del Trattato di Maastricht, era italiano quasi un quarto (19,1 per cento) del pil dell’attuale area euro, oggi la nostra quota è un sesto (14,9 per cento)”.  L’Italia era la quinta o quarta potenza economica mondiale, oggi è l’ennesima.

Ombre - 602

Battistini e il “Corriere della sera” incoronano Leopoli “la città dell’anima ucraina”. Perché, non lo è anche della Polonia? Si va all’Est Europa come a una terra incognita, mentre è (purtroppo?) pieno di storia, recente e antica.


L’“Economist” prende in giro l’Italia per la “battaglia” a Bruxelles contro il Nutri-score (targhetta colorata, da A o chiaro, cibo consigliato, a E, rosso scuro, proibito). Il parmigiano è E, la Coca cola zero B, quasi consigliata. La mozzarella è dannosa quanto due terzi dei cibi serviti dal fast-food KFC, il pollo fritto surgelato del Kentucky. I CocoPops, tutti additivi e conservanti, sono B, il salame E. Da ridere, naturalmente.
 
Da ridere anche l’“Economist”: la bibbia del liberalismo che difende gli interessi monopolistici. Per giunta americani, sul mercato europeo.

 

Pino Sarcina e il “Corriere della sera” danno voce a John Bolton sull’Ucraina, a un ex consigliere per la sicurezza di George W. Bush e di Trump – che critica Trump da destra… A uno che mette il Donbass al confine con la Bielorussia, e la religione ortodossa limita ai russi e agli ucraini russofoni. Però, contro i paesi e i governi europei il superfalco è preciso: dice quello che in effetti gli Stati Uniti pensano e tramano: l’Europa non può stare in pace.


Anzi, due cose Bolton dice con chiarezza: l’entrata dell’Ucraina nella Nato “è un problema che è stato creato da Putin. La Nato non può accettare un paese che abbia un conflitto aperto sul suo

territorio”. Può accettare paesi e governi corrotti e poco o nulla democratici – “quando gli ex Stati del Patto di Varsavia entrarono nella Nato non è che fossero delle democrazie consolidate”. Ma con
una guerra civile in corso no. 


L’avvocato Coppi, di Andreotti e poi Berlusconi, è preoccupato per la separazione delle carriere dei giudici: “Perché obbligare un poveretto ad accusare, tutta la vita? Giusto, perché uno deve essere bancario oppure operaio tutta la vita?

 

Trionfale “la Repubblica-Roma”, in una con la Regione Lazio: “Una sanzione disciplinare per la prof del Righi”. Con foto lusinghiere di ragazzi e ragazze mezzi nudi, che ballano davanti alla scuola, sotto striscioni satirici sulla “scuola del medioevo”.

La sinistra di polizia, col mite Zingaretti commissario capo? Giornalisti fascisti? 

 

La “prof del Righi” è “l’insegnante che ha rimproverato una ragazza a pancia scoperta”. “Contro ogni forma di sessismo”, spiega febbrile il giornale fondato da Eugenio Scalfari, “ieri, in 200, si sono presentati davanti al liceo in top, con la gonna corta e la pancia scoperta”.  Eroici.  

 

Si discute – si contesta – la riforma della giustizia, mentre la Procura di Firenze, non avendo altro da rivelare per tirare i processi a Renzi alle lunghe sui giornali, pubblica anche le lettere scritte dal padre di Renzi. Di che cosa si discute? Perché non prevedere anche l’abuso di potere tra i reati possibili dei giudici – i Procuratori sono sempre giudici, a tutti gli effetti?

 

Si dice “continua il braccio di ferro della giustizia con Renzi”, quando si sa che almeno uno dei tre giudici di Firenze che vogliono processare Renzi viene dall’ex Msi. Questa non è una notizia?

 

L’Italia esce dall’Olimpiade invernale cinese in fondo alla classifica delle medaglie, al 13mo posto Ma si vuole che primeggi. C’è dall’estate una sorta di riscoperta, di entusiasmo invece che di depressione, degli italiani attorno all’Italia: effetto del governo, basta un D aghi per fare la storia, dopo così lunghi anni di decadenza politica, e anche morale?

 

Tommaso Cerno, senatore Pd dal 2018, a 42 anni, era già stato condirettore di “la Repubblica” e direttore di “l’Espresso”. Un fulmine, anche se non si sa che cosa abbia scritto. E ora non sappia che casa sua era nella mailing list della cocaina capitale.

 

Si dice, si dà per scontato: “Ricorriamo al gas nazionale per far fronte ai rincari e alle difficoltà di approvvigionamento”. Senza dire che il gas di produzione nazionale, 3 miliardi di metri cubi l’anno scorso, è meno del 5 per cento del consumo – ed è una produzione in calo (nel solo 2021 di quasi il 20 per cento rispetto all’anno prima”.

 

Soprattutto curioso è il silenzio sui divieti per legge di produzione del gas in Italia, nell’Alto Adriatico, nel Polesine e a Nord di Ravenna, per il rischio di sussidenza, e nel Canale di Sicilia, nelle aree dove cioè il gas nazionale si trova in maggiore quantità, per veti ecologici, a protezione delle acque.

Il Sud attarantato

Una storia semplice, che meglio racconta la stesa Rossi: “Queste lettere sono frutto di una corrispondenza intercorsa, dal ‘59 al ‘65 tra me e Anna, contadina, nata nel 1898 in un paese della provincia di Lecce. Il primo incontro con Anna avvenne nella cappella di S. Paolo in Galatina il 28 giugno 1959, durante la ricerca condotta da Ernesto De Martino sul tarantismo pugliese, alla quale partecipavo in qualità di intervistatrice. Nel luglio dello stesso anno la rividi nella sua casa e da quel giorno nacque tra noi un rapporto di amicizia. Cominciò così una corrispondenza, iniziata spontaneamente da parte della donna”. Se non che è una donna, contadina e tutto, vivace e interessata al mondo, che fa una lettura gradevole, ma che c’entra la magia? O la magia nel Salento, nel più vasto Sud?
Annabella Rossi, Lettere da una tarantata, Squilibri, pp. 185 € 18