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martedì 22 settembre 2026

Letture - 622

 letterautore

Amleto – Un po’ spagnolo, argomenta Gadda critico teatrale, a proposito della “Celestina" (la “Tragicomedia de Calisto y Melibea”, in italiano tradotta  nel 1506 come “La Celestina”), opera di “Juan  Ruiz arciprete de Hita”. Argomentando, un po’ filologico, un po’ critico (ironico) della filologia: “Se la italianizzata ‘Celestina’ venendo a mano allo autore della ‘Mandragola ’, e a quelli della ‘Cortigiana’ e del ’Candelaio'”, cioè se la commedia ebbe diffusione in Italia, con i rifacimenti dell'Aretino e di Giordano Bruno, “una traduzione in inglese (già esistente verso il 1530) dové cadere sott’occhio anche al Marlowe e allo Shakespeare. Direi che il lungo monologo di Calisto angosciato e quasi impazzito (atto XIV scena 8) include l'embrione tecnico di quello di Amleto. Anche nel motivo tipicamente amletico-clinico-sintomatologico dell’'esaurimento nervoso'. Se pure vi sono dominanti ragioni e preoccupazioni giuridiche (per la casata, per il punto di onore: e contro la ingiustizia della giustizia) che lo Shakespeare trascende ma non dimentica (the laws dela.y, the silence of office: le more della legge, i soprusi della  burocrazia)”.

La recensione-saggio su “La Celestina”, scritta per “Il Mondo”-Firenze, n. 2, 21 aprile 1945, ripresa nelle raccolte “I viaggi, la morte” e “Radiodramma per modo di dire e altri testi sullo spettacolo”  è  recensione non di uno spettacolo ma della traduzione di Corrado Alvaro.

Gadda recensore di teatro ritorna sull'"Amleto" a proposito della rappresentazione di Squarzina e Gassman nel 1952 con un saggio lungo ed elaborato, pubblicato sul periodico “Giovedì” -  ripreso in “I viaggi la morte" e poi in "Un radiodramma per modo di dire. Scritti sullo spettacolo”: "Certo, l’anima del principe di Danimarca giganteggia sopra la normale statura degli umani…. Direi che in Amleto è percepibile anche la componente «antimachiavellica» dell’anglicismo del puritanesimo e della riforma”.

Best-seller – È l’ultima ratio? “Sono stato contattato dagli eredi di Albert Einstein”, spiega James Patterson, scrittore per eccellenza di best-seller, che mi hanno chiesto di scrivere un libro che lo facesse conoscere ai bambini rendendolo divertente. Poi si sono fatti vivi gli eredi di Muhammad Alì che volevano una storia sul fatto che non era un bravo studente perché aveva un disturbo dell’apprendimento”.

Greci-albanesi - Oggi su opposti fronti su tutto, la Macedonia del Nord o l'entrata dell'Albania nella UE, erano ordinariamente confusi dai viaggiatori, all'epoca del Grand Tour, in Calabria e in Sicilia. Il "prussiano" von Rath, p. es., gli albanesi fa normalmente greci - della grecanica Bova dice: "Bova è il capoluogo degli insediamenti greco-albanesi" (mentre gi albanesi stanno nella parte opposta della Calabria).

Guerra – “Tutti gli imperatori sono un po’ parenti”, Gadda fa argomentare a una “sentinella ungherese” nell'adattamento di una satira ungherese primo Ottocento che ha intitolato “Un radiodramma per modo di dire”, “anche se si picchiano di quando in quando. Anzi, dopo essersi mollati botte da orbi, quando sono stufi e gli viene in mente di fare la pace, per fare la pace si scambiano dei bigliettini con su scirtto: «Caro fratello....».

Intuizione - È, era, femminile? "Nel Detection Club dell'era di Christie c'erano delle regole, una delle quali era: 'L'intuizione femminile non deve essere usata per risolvere il delitto""- Lucy Foley  "La Lettura" ("Miss Marple infrange questo stereotipo").

Marx – “In fondo era figlio del primo  romanticismo”, dello Sturm-und-Drang - Alberto Rollo, amante e studioso del primo romanticismo, a Jena: “Anche lui aveva avuto una giovinezza in cui la radicalità del pensiero lo rendeva simile  ai beniamini del primo Romanticismo”.

Molisano – Gadda ci pensava già nel 1945, recensendo la traduzione che Corrado Alvaro aveva fatto de “La Celestina” (v. sopra, alla voce “Amleto” – che avrebbe voluto popolaresca, per dirne meglio lo spirito. “Vedrei divertendomi una ‘Celestina’ molisana, o molisano-romanesca. La frase va spezzata e articolata su moduli reali”. 

Pasolini – Fofi, che ha amato molto Pasolini regista (di cui si è occupato, pur litigandoci, per 200 pagine, quante ne raccolte in uno dei suoi ultimi libri, “Per Pasolini”), lo ricorda anche invidioso (“Storie di cinema”, p. 55): “”Ricordo la reazione di Pasolini all'enorme successo di quel film (“Novecento" di Bertolucci, film che peraltro Fofi non apprezzava, n.d.r.) e di ‘La storia’ di Morante: "«Farò qualcosa di più forte, e di più scandaloso, e di più grande successo», E fece 'Salò' e scrisse ‘Petrolio’, un film e un romanzo agghiaccianti, che ebbero una grande risonanza ma non un uguale esito commerciale”.

Prosa- poesia – “I romanzi sono progetti, i versi no, vendono spontanei”, Michel Houellebecq, intervista con Stefano Montefiori, “La Lettura” domenica 13.

Rousseau – Era già in linea con la deep ecology, la più radicale? “Personaggi come Rousseau possono avere un’influenza enorme”, Houellebecq fa dire a un suo personaggio, un tecnico dello spionaggio, in “Annientare”, al § 2 della parte 4: “Si potrebbe anche dire che Rousseau da solo è all'origine della Rivoluzione francese. I miti del comunismo primitivo, dell’età dell’oro hanno sempre avuto un potere di mobilizzazione incredibile”:

Salò-Sade – Pasolini lo diceva un “mistero medievale”. Un mistero che svela nell’intervista già famosa, e ora riscritta, con Gideon Bachmann.

Teatro-nel-teatro - È la dimostrazione che il teatro è  l'arte totale? È l'argomentazione di Gadda nel suo "periodo teatrale", post- bellico, della curiosità per le scene, possibile sbocco della sua psicosi "alimentare", dell'indigenza in agguato. Gadda vi si esercitò al suo solito con impegno. A proposito dell'"Amleto" (di Squarzina-Gassmann) argomentando, tra le tante acute notazioni e ipotesi, in questi termini il "teatro-nel-teatro": come esercizio e prova della "superiorità" della scena, che è parola, architettura, pittura, scultura messe assieme e in movimento. Quei guitti assoldati dal "re usurpatore" per distrarre Amleto dalla cupezza, usati invece per denunciare il re, in essi "il genio dialettico e metafisico dello Shakespeare sembra indicare un suprema funzione del teatro e dell'arte in genere, contro l'opinione frivola che l'arte costituisca uno svago, un 'divertissement': il teatro e l'opera d'arte in generale può essere e perciò deve essere l'indefettibile strumento per la scoperta e la enunciazione della verità. Il teatro ci rende consapevoli del bene e del male detergendo dal suo belletto il volto della menzogna, smascherato la vita".

Umorismo – “Credo che l’umorismo, nel suo aspetto migliore, riguardi le cose difficili e accompagni il lettore mentre le attraversa” - Andrew Sean Greer, intervista con Giulia Ziino, “La Lettura”  domenica 3.

Gadda ha la “risata ipocondriaca” – a proposito de “La cena delle beffe”, rappresentata a Firenze nel 1945, con  Amedeo Nazzari e  Rossano Brazzi” (recensita su “Il Mondo-Firenze”, n. 2, aprile 1945, ripresa in “Radiodramma per modo di dire”, p. 55): “”Il teatro dell’epoca (1909)”, di  Sem Benelli e del suo dramma, “su paradigmi ibseniani, ne etichettava quasi invariabilmente i casi di repentina follia, amaritudine cosmica, trauma psichici da cornucopia inopinata. Era succeduta, quella risatona berlacca, col progresso delle discipline psichiatriche al vecchio «oh, rabbia!» dei romantici di provincia e del grande melodramma romantico”. 

letterautore@antiit.eu

domenica 6 settembre 2026

Letture - 621

letterautore


Americani
- “Non siamo nati Americani”, intende Sabino Cassese domenica l’altra nel suo commento sul “Corriere della sera”. Deluso fin dal titolo: “America, nostra illusione”. Per cominciare: “Quando e perché l’Europa ha iniziato a coltivare il mito dell’America come maestra di democrazia e guida dell’Occidente”, punto interrogativo. Colpa degli entusiasmi, dice Cassese imperterrito, di Chateaubriand e poi di Tocqueville, che hanno “sottovalutato gi aspetti e i momenti critici della storia americana”. La schiavitù  l’isolazionismo (la Dottrina Monroe).
Una riflessione che il giornale mostra di non condividere – l’illustre giurista ha meno spazio di Danilo Taino. Ma sulla stessa linea proseguiva nello stesso giorno “La Lettura”, con la guerra civie, la caccia ai nativi americani (buona parte dei film western, in effetti), le quattro presidenze di F.D.Roosevelt. O il maccarthismo. Con la proposta di riconoscerci nel titolo di Emilio Cecchi, “fine americanista”, “America amara”, piuttosto che in quello  di Soldati, “America primo  amore”.
 
Brancati
– Era Longanesi? In “L’inconsapevole approccio”, il saggio-introduzione che scrisse nel 1963 per “Le opere di Dio”, il suo secondo romanzo, Berto racconta, fra le traversie incorse per pubblicare il suo primo romanzo, “Il cielo è rosso”, l’incontro, poi decisivo, con Longanesi. Longanesi lo ricevette (Berto andava a nome di Comisso), “sfogliò il grosso dattiloscritto”, e gli disse di tornare il giorno dopo. “Il giorno dopo aveva già deciso di pubblicare il romanzo, ma voleva metterci un po’ le mani, egli aveva intuito e gusto infallibili, in fin dei conti era stato lui a «fare» il ‘Don Giovanni in Sicilia’ di Brancati”.
Seguirono contestazioni (“troppe descrizioni”, titolo, percentuali), ma la cosa poi si fece.
 
Dimitri
- Il santo Dimitri è così ricordato da Camus ne “I giusti” da uno dei suoi rivoluzionari, il più puro e duro, Stepan: “Aveva appuntamento nella steppa con Dio in persona, e vi si affrettava, quando incontrò un contadino il cui carro si era impantanato. Allora santo Dimitri lo aiutò. Il fango era spesso, la pozza profonda, bisognò battagliarci per un’ora. E quando ebbero finito santo Dimitri corse all’appuntamento. Ma Dio non era più là”.
 
Gaza - “Gaza ha origini antiche, e il suo nome appare neo documenti militari del faraone Thutmose III, nel XV secolo prima della nostra era”. Parte spedito Armando Torno sulla “Domenica” del “Sole 24 Ore” 30 agosto. E subito raddoppia: e fu anche cristiana. Presentando due volumoni, di 736 e 688 pagine, che coprono solo dei personaggi minori del cristianesimo, Barsanofio e Giovanni di Gaza. Gli integristi israeliani avranno vita dura.
 
Innovazione - “Nell’“Isola misteriosa”, il romanzo di Verne, l’ingegner Cyrus Smith riconosce i minerali di ferro e li fonde, fabbrica acido solforico e nitroglicerina. Per farlo, oggi servirebbe un’équipe interdisciplinare” - Giorgio Parisi, “I cervelli delle pecore” (“La Lettura” oggi) – “abbiamo perso quelle capacità perché non ci servivano più, e ne abbiamo acquisite altre”.
 
Miguel Gotor - “Quel Miguel Gotor”, nota Bartezzaghi nella sua rubrica “Lessico e nuvole”, lo storico di Aldo Moro, “il cui nome-e-cognome... si anagramma in «Tu leggi Moro»”.
 
Kiev - A Mcensk, Russia europea, al confine occidentale, si leggono nel secondo Ottocento, al più, “le vite dei santi di Kiev” – come di quelle che sono in ogni casa (Katerina L’vovna, la “Lady Macbeth nel distretto di Mcensk”, il racconto di Leskov, 1899, moglie di ricco mercante, “di leggere non ne aveva voglia, e di libri, a parte le vite dei santi di Kiev, in casa non ce n’erano”.
 
Lettura - E' donna. Due donne su tre, secondo le statistiche sempre attente di Guliano Vigini su “La Lettura”, legge almeno un libro, solo un uomo su due. Le statistiche esatte sono: lettori il 62,6 per cento dell’universo femminile, di quello maschile il 51,2 per cento.
 
Meneghello - Di Meneghello, tra Vicenza e Treviso, non c’è solo Luigi, lo scrittore di Cambridge, c’è anche una Antonietta Meneghèl, attesta Berto nella prefazione (“L’inconsapevole approccio”) a “Le opere d Dio, pp. 13-14), di cui sua madre fu “compagna d’infanzia” – “la quale era per il momento sconosciuta, ma avrebbe ben tosto acquistato larga fama e ancor più larghe ricchezze cantando sotto il nome di Toti Dal Monte”.
 
Montale – La prima e unica edizione del premio letterario Firenze, assegnato nel 1948 all’esordiente Berto per “Il cielo è rosso”, fu contestato da Carlo Coccioli, candidato sconfitto, per un fatto di datazione, se il romanzo di Berto era uscito nel 1947, come il regolamento prevedeva, o non a fine 1946. Lo racconta Berto nella prefazione che accompagna dal 1963 il suo secondo romanzo, “Le opere di Do” (“L’inconsapevole approccio”, p. 48), ma non per il reclamo di Coccioli: “Un secondo incidente, sotto ceti aspetti più doloroso ancora, fu la confidenza fatta dal poeta Montale al giovane romanziere che lui non aveva letto il libro, e tuttavia aveva egualmente votato a favore perché l’editore Longanesi lo aveva pregato di farlo”. Membro influente della ristretta commissione del premio, con Pancrazi, Palazzeschi e Momigliano, presidente Silvio Benco.
 
Quaresima – Da “quadragesima”, cioè i quaranta giorni di preparazione alla Pasqua: “Quaranta è nella Bibbia un numero compiuto e perfetto, un arco temporale emblematico” - Giancarlo Ravasi, “La forza del digiuno. Anche di parole”.
Il digiuno accomuna le tre religioni monoteiste, cristiani, mussulmani ed ebrei: “L’astinenza come segno di lutto, penitenza e ascesi”.
Digiuno anche di parole come il silenzio negli esercizi spirituali di Loyola.
 
Riduttore – È, era, al cinema l’autore della “riduzione” di un romanzo per il cinema. Flaiano ne fa l’elogio recensendo, il 19 giugno 1949, l’“Anna Karenina” di Duvivier – che non apprezza: un buon “riduttore” sa reinventare la storia per il cinema. Perché “la verità è che il cinema non è così brutto come credono i romanzieri, e nemmeno così bambino”. Ha un suo linguaggio al quale rapportare i buoni racconti…. Graham Greene sostiene che un film ha maggiori probabilità di buona riuscita se tratto da un romanzo che da un soggetto di poche righe”, argomenta Flaiano: ma, “se la sua regola fosse giusta, dovremmo credere che i romanzi di Tolstoj sono mediocri, perché sempre mediocri risultano film che se ne traggono.... E anche Flaubert non sapeva scrivere un romanzo, se dobbiamo credere al cinema. E che pensare di Stendhal? I suoi romanzi vengono così traviati….”.
 
Ungrounding - Sarebbe “sradicamento” in sento lato, ma vuole essere un neologismo per lo politica di Israele a Gaza e nei confronti dei residui palestinesi. L’architetto israeliano Eyal Weizman, che lo ha coniato, intende esattamente lo scoperchiamento e la distruzione di Gaza, della città sotterranea costruita da Hamas a Gaza, che l’esercito israeliano, in tre anni ormai di occupazione e distruzione, non sarebbe riuscito a sradicare che in parte.

letterautore@antiit.eu

sabato 22 agosto 2026

Giallo anarchico

L’Internazionale  anarchica, dei Cento Rossi, si raduna anonimamente a Londra. Scotland Yard li protegge – la lege protegge la libertà di espressione, spiega loro il funzionario mandato a controllarli. Al convegno spopola la Donna di Graz, bella e sorpresa del successo, pur avendo più di un attentato, riuscito, alla spalle. E intervengono anche i Quattro Giusti, che poi sono tre (“c’era un giorno un quarto, che rera caduto in un caffè di Bordeaux, crivellato di pallottole”. Ma s’innamorano della Donna di Graz…
A ogni pagina, a doppia colonna, ne succede una, è anarchica anche la narrazione. Di quando, dopo Sherlock Holmes, gli scrittori di gialli per un po’ non seppero più che dire. La ricetta diventò di comunque meravigliare, anche se di fregnacce – con una suspense a onde ravvicinate, costruita in una pagina e abbandonata la successiva: l’anarchia di moda non solo come cattivo delle storie, anche come metodo.
Riedito da numerosi editori. Con questa storia strampalata s’inauguravano nel 1933 i Gialli Economici Mondadori, a 2 lire, tradotti alle bell’e meglio e stampati su due colonne - come già la stampa di colportage, da fiera, a fogli singoli. Affiancavano i Gialli Mondadori, più dignitosi. Affiancati a loro volta da una collana detta “Il Cerchio Verde”, ma sempre di gialli, a 50 centesimi – ogni numero quasi un’enciclopedia, gialla: un romanzo, cinque novelle, fotostorie di film gialli, notizie varie di nera, ricostruzioni e rivelazioni, e “problemi polizieschi a premio (“l. 50 settimanali”). Nel ventennio di leggeva - in mancanza di meglio?
Edgar Wallace, Il Consiglio dei Quattro
(“The Council of Justice”), Gialli Economici Mondadori, pp. 93, su due colonne, pp.vv.

sabato 15 agosto 2026

Letture - 620

letterautore


Coltello
– Oggi in uso tra i ragazzi e i mariti abbandonati, era “l’arma latina per eccellenza” di Mussolini, ricorda Scurati in “Fascismo e populismo”, p.34, dopo il rapporto stretto da lui instaurato dopo la guerra del 15-18, da cui usciva isolato, con l’arditismo – gli ex galeotti utilizzati  in guerra er missioni speciali. Che hanno lasciato qualche modo di dire – “il coltello fra i denti”.
Ma era in uso nelle osterie romane prima del’unità, nelle memorie di viaggiatori francesi di metà Ottocento. Soprattutto all’uscita dalle osterie – solo a Roma allora il coltello faceva un morto al giorno, così si diceva.
 
Comunista-tipo – È quello dei film americani del dopoguerra. È – era – uno di noi, secondo il non simpatizzante Ennio Flaiano, quando faceva il critico cinematografico, tardi anni 1940 soprattutto, anni non ancora di guerra fredda con ombrelli atomici. Come ogni altro “cattivo” va raffigurato, spiega Flaiano nella noterella cinematografica “Una nuova maschera” (ora in “Chiuso per noia”) come noi, come se fosse uno di noi: “Oggi”, 1949, “il Nemico è il Comunista. Perciò lo schermo americano tiene ad avvertirci che il «comunista-tipo» non è poi così brutto come lo dipinge la solita paura…. Anzi, il «comunista-tipo» è un buon diavolo, arrivato al comunismo attraverso molti complessi di inferiorità, o per mancanza di affetti: un buon diavolo che si adatterà volentieri a indossare una marsina o a mangiare il pollo con le forchetta purché lo si convinca con l’Amore…. Il comunista rivoluzionario, l’organizzatore, l’agitatore «non esistono in natura». I fratelli Pajetta sono un’allucinazione collettiva, forse uno spauracchio agitato dal Partito. Meglio ancora: sono «mostri» che al primo bacio d’amore perdono le zanne e diventano bei principini….”.
 
Umberto Eco – “Eco, vana voce”, è un palindromo di Bartezzaghi sul “Venerdì di Repubblica” – “in riferimento alla povera ninfa clamans del mito di Narciso e non certo al per niente vano Umberto”.
 
Fate – Fate fatue?  “Il nome delle fate, eredi delle ninfe, deriva dai Fata, le tre Parche, e da certe oscure divinità dette Fatue, nome che si riferisce al fari profetico”, fari come parlare, “prima di dare origine, in francese e in italiano, alla parola fatuità” – Roberto Calasso, “La follia che viene dalle ninfe”, 30.
 
Fiaba – La ragione ultima – e prima –per cui ci s’induce a comporre una favola, è la smania di ridurre a chiarezza l’indistinto-irrazionale che cova in fondo alla nostra esperienza” – C. Pavese, “Raccontare è monotono”,1949, in “Raccontare è come ballare”.
 
Giallo-omicidi – “Il nostro è il Paese con il secondo più basso numero di omicidi in Europa”, in rapporto alla popolazione – Giancarlo de Cataldo, “Il noir è sovversivo”. E “la percentuale di risoluzione  supera in 90 per cento”, nelle indagini di polizia.
 
Kitsch – “Ciò che oggi chiamiamo kitsch non coincide più con il cattivo gusto. Il cattivo gusto appartiene ancora all’estetica: presupponeva la possibilità del bello e, dunque, anche quella del suo fallimento. Il kitsch contemporaneo è qualcosa di più radicale. Non riguarda le forme, ma il governo delle forme: non è un’estetica ma un dispositivo. La sua funzione è neutralizzare ogni esperienza autentica dell’opera, sostituendola con un consumo immediato del suo significato – Eduardo Cicelyn, “La tentazione del kitsch che calpesta la storia”.
 
Nemico – Non è malvagio: al cinema va raffigurato, spiega Flaiano nella nota “Una nuova maschera a proposito del comunista-tipo”, a due teste. Come “nato dall’incontro di due esigenze, una drammatica e l’altra psicologica. Riassume cioè i miti della «bella addormentata» e del «principe-mostro» (miti fiabeschi che il cinema non si stancherà mai di rappresentare), e li giustifica con quella tendenza collettiva all’ottimismo che consiglia di raffigurare il Nemico come un essere che ha gli stessi nostri pregi e difetti, cioè come un essere convertibile alla nostra stessa causa, addirittura amabile”.
 
Pettegolezzo – “La letteratura, insegna Marcel, è una forma altissima e bassissima di pettegolezzo” – Chiara Valerio, “Robinson”, “My funny Albertine”.
Marcel è naturalmente Proust.
 
’47 - Il 1947, l’anno in cui Orson Welles volle girato a Roma “Cagliostro” (“grosso film d’appendice assolutamente  privo d’interesse”), l’anno dopo il voto alla donne e la proclamazione della Repubblica, che ora si celebra, “era l’anno delle difficoltà per la nuova Repubblica”, annota Flaiano critico cinematografico il 4 giugno 1949 (“Cagliostro”, in “Chiuso per noia”): “De Nicola, angosciato da dubbi (De Nicola aveva votato per la monarchia al referendum, n.d.r.), abitava in quattro stanze a palazzo Giustiniani, si lagnava di non avere il mare sotto casa come a Torre del greco, e il Quirinale era stato affittato agli americani che vi giravano, appunto, ‘Cagliostro’… Il ’47 è stato un anno difficile, ed è tutto qui: Togliatti e Nenni che preparavano il voto decisivo per onorare il centenario del ‘Manifesto comunista’, gli americani che colgono fiori nel giardino del re; la buona piccola società romana che ammira Orson Welles, mentre le signore ricominciano a mettersi penne in testa e a organizzare balli di beneficenza”.
 
Poeta - È “il pioniere e l’epigono. Il primo inventa, comprende e passa oltre, il secondo, toccato dall’evidente ambiguo fascino della terra fino a ieri sconosciuta, ci ritorna e indugia, ci costruisce la casetta, pianta il frutteto e fa le conserve” - C. Pavese, “Poesia è libertà”, una riflessione del 1949, pubblicata postuma, ora in “Raccontare è come ballare”.
 
Poetica del fascismo – Pavese si fa sollecitare da “un intelligente lettore” che, a proposito del suo  saggio “Il mito” gli scrive: “Di poesia ineffabile, angelica, mitica non ne abbiamo vista anche troppa nel ventennio?” – in uno degli ultimi scritti, “Due poetiche”, del 14 giugno 1950 (ora nella raccolta “Raccontare è come ballare”). E risponde: la poesia “nasce su un mito”, ma non necessariamente prende “lineamenti rarefatti, demoniaci o angelici, appunto mitici”. Ma è vero, “tutti oggi sentiamo fastidio per la poesia «rarefatta», per i suoi generi ormai codificati – il poemetto in prosa, l’«occasione» ermetica, la prosa evocativa, il capitolo, la favola realistico-magica, ecc. Essa ha dominato in Italia tra le due guerre… - insieme alla prosa saggistico-ironica, all’«elzeviro»”.
 
Racconto – Un buon racconto è come il mito, si spiega Pavese nel saggio “Raccontare è monotono”, del 1949, ripescato nell’antologia “Raccontare è come ballare”, o come una nuotata: “Narrando non si esce dal gorgo della naturalità, così come nuotando non si esce dall’acqua, e la massa indistinta dell’acqua  sostiene e determina il movimento, dà loro un senso e un fine. La chiarezza del racconto corrisponde alla funzionalità del nuoto – gesti nitidi e precisi che si modellano sull’acqua indistinta e la modellano in cerchi, in impulsi, in giochi di schiume”.
Con un dubbio: “Dobbiamo concludere che tutto nella narrativa è stile, così come nel nuoto?” Cui si risponde: “Evidentemente, quando per stile s’intenda tutta la composizione – parole, passaggi, taglio di scene, caratteri, cadenze e riprese”.

letterautore@antiit.eu

venerdì 14 agosto 2026

Mussolini eterno

“Mussolini non fu soltanto l’inventore del fascismo, il fondatore dei Fasci di combattimento e del Partito nazionale fascista; fu anche l’ideatore di quella prassi, comunicazione e leadership politica che noi oggi chiamiamo populismo sovranista”. Insomma, ci siamo capiti, Meloni – il sottotitolo è “Mussolini oggi”.
È il discorso con cui Scurati ha partecipato nel 2022 alle Rencontres Internationales de Genève, un “dialogo culturale” che si tiene ogni anno tra gli amanti della pace. “La mia relazione fu presentata”, spiega, “giovedì 29 settembre, pochi giorni dopo le elezioni politiche italiane”. E per questo tanto più oggi ci tiene, per “il timbro di orazione civile e la vena di commozione che (lo) caratterizzano anche per via del momento storico in cui fu concepito e pronunciato”.
Ma senza novità. L’ennesimo ritratto di Mussolini, pieno di sé – il combattente – cinico, fortunato, violento. E opportunista: “Io sono l’uomo del dopo”, di se stesso dicendo, di quando le cose hanno preso il loro verso. Dal socialismo all’arditismo – degli avanzi di galera, le squadracce. Insomma, quello che si sa, a ufo.
L’eterna aneddotica – a naso il tema e la fatica di metà buona della storiografia italiana contemporanea, tra Mussolini, fascismo, guerre, totalitarismo e tematiche affini.
Dopo averne scritto per migliaia di pagine nei suoi romanzi storici della seria “M”, Scurati evidentemente non ne è stufo. Non ci evita nemmeno il “corpo” del duce (ma perché non si fa il corpo del Führer? Non si spogliava, certo, ma allora il magnetismo della voce, perché no, migliaia di pagine se ne potrebbero estrarre).
Con un nota finale, intitolata “Democrazia”, in cui Scurati, senza volerlo, si racconta impolitico: quando cadde il Muro di Berlino aveva vent’anni, e non se ne accorse. Male, no? 
E il populismo?

Antonio Scurati, Fascismo e populismo, “la Repubblica”-Giunti, pp. 91 € 9,90

domenica 9 agosto 2026

Baudo il tutti noi – f.to “la Repubblica”

Pippo Baudo, il nazionalpopolare, elevato a promotore della diffusione del giornale (ex) laico e liberale, ex di Scalfari, da lungo tempo ormai compromissorio, è la vera notizia – una sorta di disvelamento, di confessione non estorta. Poiché è di lui che si parla, il volume è una celebrazione, “un anno senza Pippo Baudo” come dice la copertina. Voluto e curato dalla redazione di “la Repubblica-Palermo”, per un motivo semplice, argomenta il capo della redazione, Lauria, in apertura: che è un personaggio – “ha avuto il tempo di essere uno straordinario influencer prima dell’avvento dei social, di essere nazional popolare prima dell’avvento dei populismi (quindi uno che annuncia la tempesta, o la prepara? n.d.r. - ma il seguito è solo lusinghiero), di esportare una Sicilia colta ed educata quando dilagavano ancora gli stereotipi delle coppole, dei mandolini e delle lupare”.
Tutto qui. Qualche critico, alcuni collaboratori, e molti uomini dello spettacolo testimoniano le tante eccellenze di Baudo, nell’intrattenimento, la canzone, da Castrocaro a Sanremo, e soprattutto la televisione: della diretta differita anche pre lo spettacolo lungo, di ore, per una “prussiana” capacità di organizzazione, del tatto naturale di presentatore, in grado di superare asprezze, polemiche, disfunzioni, testimoniato da molti nomi, Amadeus, Chiambretti, Cuccarini, Marcella Bella, Pausini, molto Jovanotti, e da molta Sicilia, Ficarra e Pocone, Gullotta, Silvia Salemi, Salvo La Rosa, Musumeci e Patavina. 
Emanuele Lauria – a cura di,
E riecco a voi, “la Repubblica”, pp. 191, ill., gratuito col quotidiano

venerdì 7 agosto 2026

Letture - 619

letterautore


Arte astratta
– “L’esperienza dovrebbe averci insegnato che il codice, il regolamento di P.S., l’elenco degli abbonati al telefono, il bollettino dei protesti cambiari sono ottimi soggetti per un regista che ha delle idee” – Flaiano, “Duvivier”, mini-recensione del film “Anna Karenina”,11 giugno 1949 (ora nella raccolta “Chiuso per noia”).
L’argomentazione sarà ripresa tal quale da Sciascia – lettore (involontario?) di Flaiano. Questi però ci aggiunge Petrolini: “Petrolini, senza volerlo, sosteneva la stessa tesi quando affermava di voler mettere in musica l’orario delle ferrovie: questo è uno dei pochi «libretti» che non potrebbero influenzare con una loro prepotenza narrativa l’ispirazione di un compositore”. E conclude da Grande Critico: “La lezione dell’arte astratta è questa, e va accettata per i frutti che darà: una decantazione della visione”.
 
Candido - “Un ottimista dimostrativo, in malafede” – E. Flaiano,”Charlot”, in “Chiuso per noia”.
 
Cinema
– Al meglio è, era, “un poco d’inferno”, secondo Flaiano critico cinematografico già (dopo dieci anni di professione, 1948) un po’annoiato (v. la raccolta Adelphi “Chiuso per noia”). Funziona, funzionava, col brivido: “Il cinema era un tonico, risvegliava la fantasia e placava invece desideri, dando l’illusione di averli soddisfati. Per questi motivi il cinema americano e poi quello francese ebbero tanta fortuna. Il pubblico chiedeva da essi un poco d’inferno nel quotidiano purgatorio”. E portava ad esempio il 1936, “anno di pace”: “Nei quattrocento film di produzione francese di quell’anno erano descritti: 310 omicidi, 104 furti semplici, 165 a mano armata, 74 ricatti, 43 incendi dolosi, 114 truffe, 62 esempi di omertà, 182 di falsa testimonianza, 192 adulteri femminili e 213 maschili: un totale di 1.339 crimini e delitti, con una media di 3,4 per film”.
 
Commozione
– “Da bambini il mondo s’impara a conoscerlo non – come parrebbe – con immediato e originario contatto con le cose, ma attraverso i segni di queste: parole, vignette, racconti. Se si risale un qualunque momento di commozione estatica davanti a qualcosa del mondo, si trova che ci commoviamo perché ci siamo già commossi; e ci siamo già commossi perché un giorno qualcosa ci apparve trasfigurato, staccato dal resto, per una parola, una favola, una fantasia che vi si riferiva e lo conteneva” – Cesare Pavese, “Del moto, del simbolo e d’altro”, in “Feria d’agosto”. 
 
Guerra – La guerra al cinema è, funziona se, è opinione di Flaiano critico cinematografico (“La macchina per fare gli eroi”, un testo breve del 1947, non molti anni prima di “Tutti a casa” (1960), etc., ora in “Chiuso per noia”), demitizzante. Quindi meglio se in chiave comica: “E, poiché una delle caratteristiche delle ultime guerre è di essere state combattute da popoli interi, da masse di «borghesi », dalle quali sarebbe emerso un nuovo tipo di eroe antimitologico, un eroe spesso debole fisicamente e soprattutto meravigliato del suo stesso coraggio, per questo i film comici hanno indicato un lato nuovo della verità”.
Flaiano faceva riferimento a film di venti-trent’anni prima, di Buster Keaton, “Come vinsi la guerra” (1926), e Charlot, “Shoulder Arms” (“Charlot soldato”), 1918.
 
Infanzia – “Che l’infanzia sia poetica, è soltanto un mito dell’età matura”, C.Pavese, “Del mito, del simbolo e d’altro”, in “Feria d’agosto”: il bambino vive di rivelazioni “(le cose si scoprono, si battezzano, attraverso i ricordi che se ne hanno, poiché, rigorosamente, non esiste un «vedere le cose la prima volta»: quella che conta è sempre la seconda”)…. La poesia è altra cosa. In essa si sa d’inventare, ciò che non accade nel concepire mitico”.
 
La Fontaine – “A volte l’astuzia viene usata per evitare scomodi onori: il grande favolista La Fontaine non si lavava molto per evitare di essere invitato a Versailles” - Giuseppe Scaraffia.
 
Nuba - “I Monti Nuba sono un mito geografico e umano, invisibile reale e vivente nel cuore del Sudan. Isolati, impervi, difficili da raggiungere da dovunque ci si voia arrivare, sono una vasta oasi di pietra in mezzo al deserto. Durante secoli, luogo di rifugio per vittime fuggiasche di guerre e persecuzioni. L'incredibile varietà linguistica che caratterizza la comunità dei suoi abitanti - più di cento idiomi! - è testimone di questa variegata origine. Da sempre i Monti Nuba offrono tolleranza e pace a chi li raggiunge, al costo di una sopravvivenza conquistata a caro prezzo, in condizioni ostili, dove ogni chicco viene deposto nella terra con cure infinite! . Pietro Veronese, “Qua do la guerra civile sale anche sui monti Nuba” (“il Venerdì di Repubblica”, 7 agosto).
Un po’ più complicato che il “fascino fascista” (dei corpi, delle simmetrie) che Susan Sontag imputava 50 anni fa alla regista tedesca Leni Riefenstahl, riemersa da una lenta denazificazione con un volume fotografico giustamente ammirato, “I Nuba".
 
Postmoderno – Al cinema è grottesco, l’imitazione, Fofi stabilisce analizzando Ingmar Bergman (“Stupore e pensiero in Ingmar Bergman”, ora in “Storie di cinema”): “Il postmoderno esiste e ha cambiato tutto, ma ha anche appiattito tutto… Il tentativo di fare il «nuovo» è spesso grottesco, per esempio in certi registi nordici e scandinavi, come i ridicoli «eversori» Ruben Östlud, Lars von Trier, Thomas Vinterberg, parodie, al pari del nostro Paolo Sorrentino”.
 
Passeggiate romane – Meglio al cinema? “L’opera di Stendhal più adatta ad essere trasportata sullo schermo”, secondo Flaiano, paradossale ma non del tutto, nella critica che fa alle riduzioni dei romanzi per lo schermo – alla recensione di Duvivier, “Anna Karenina”, dicendo mediocri le trasposizioni al cinema di Tolstoj, di Flaubert, di Stendhal – è le ‘Passeggiate romane’, senza trama né dialoghi”. Sull’esempio di “Ladri di biciclette”.
 
Promessi sposi – “Nel romanzo quel che il lettore cerca è ben altro”, s’impazienta Flaiano spettatore al cinema nel 1942 dei “Promessi sposi” di Camerini, altro che “i due poveri giovani che non possono sposarsi per la libidine di un signorotto”: il lettore cerca “le osservazioni dell’Anonimo, i capitoli sulla peste o sulla «monaca», la prosa sempre ardita e semplice, insomma tutto fuorché il casuale concatenarsi dei fatti”.
Tutto il contrario di Walter Scott. Del romanzo storico allora (e ora) vigente.
 
Zavattini – Avventure picaresche di poveri cristi “descritte  senza l’abituale moralismo catto-zavattiniano”, con divertita simpatia Fofi trova in un film del 1945 che nessuno ha visto, “Roma città libera”. Anche perché basato su un soggetto di Flaiano che Fofi molto apprezza, “La notte porta consiglio”. Di cui però è sceneggiatore Zavattini: “Tra gli sceneggiatori, insieme all’ottima Suso Cecchi D’Amico…. figura anche il nome di Zavattini, ancora indeciso tra il suo recente passato di svagato umorista e la sua vocazione predicatoria”.
 
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mercoledì 29 luglio 2026

L’invenzione di Oriana

Rileggendole, “nude e crude” (senza paratesti), si conferma la vecchia impressione alla lettura, di interviste come pezzi di scrittura, poco o niente trascrizioni di colloqui, anche tempestosi. “Ritratti” alla maniera di Montanelli, che li aveva inventati, in forma dialogica, ma senza il tutto tondo, o doppiopesimo, dell’inventore.
La chiave è l’“intervista” con Khomeiny, forse la più famosa, anche perché l’ayatollah, nella sua albagia, la ignorò, senz’altro – nessuna fatwa contro Fallaci, come poi invece contro Rushdie, neanche una protesta, solo silenzio. Né la sceneggiatura risponde alla modalità iraniana, sempre “sottovoce”. Né nulla di quanto qui si legge corrisponde al Khomeiny vero, quale è stato per quotidiane frequentazioni, in Francia e poi a Teheran: poco sicuro di sé e quindi collerico, assolutista – anche su sciocchezze, come sono (per lui) quelle che Oriana gli propone: la “condizione della donna”, il “fascismo” (il fascismo?).
Verace invece il “Voi e Gheddafi”. Non tanto per il ritratto-colloquio col colonnello (per quanto almeno una delle generalizzazioni retoriche, l’evocazione di Hitler e Mussolini, in parte gli piaceva – non Hitler, di cui non sapeva, ma Mussolini: quando “L’Europeo”, o “Panorama”, lo mise in copertiva sul cavallo bianco, come si compiaceva il Duce romagnolo, ne fece ordinare molte copie: era la consacrazione, Gheddafi il Duce del Mediterraneo). La narrazione della Libia di Gheddafi è verace, perché Fallaci dovette passare molto tempo, in attesa della chiamata del rais (riceveva a ore e in luoghi impensati, come Castro – contro i “tracciatori” Cia), con un funzionario, Giuma, uno che ha studiato in Italia, e le spiega come in Libia si stia meglio: in effetti i libici di Gheddafi avevano le tasche piene di bigliettoni, mai tanti soldi libici sono stati spesi in Libia, per viabilità, abitazioni, sanità, scuole.    
Indigesto è sempre l’antiarabismo di Fallaci. A volte su obiettivi giusti, ma viscerale, animoso. Servile, per contrasto, e più per una come lei, che “non poteva non sapere”, l’intervista con Ariel Sharon, un generale ma anche un politicante estremista: come generale fresco, nel 1982, dei massacri di Sabra e Chatila in Libano (campi di profughi palestinesi) – sarà poi primo ministro grazie alla passeggiata oltraggiosa sulla Spianata delle Moschee, luogo sacro mussulmano, col programma di affossare gli accordi di pace di Oslo – dopo avere affossato il primo ministro israeliano che li aveva negoziati e sottoscritti, Rabin, un generale come lui. Non che Sharon si camuffasse nel 1982, (a proposito della Cisgiordania): “Non si restituisce ciò che ci appartiene. E la Giudea e la Samaria ci appartengono, da migliaia, migliaia, di anni. Da sempre. La Giudea e la Samaria sono Israele! E così la Striscia di Gaza”. E Fallaci: “Generale, lei crede in Dio?”.

Oriana Fallaci, Le grandi interviste, “Corriere della sera”, pp. 94, gratuito col quotidiano

martedì 21 luglio 2026

Il giornalismo delle mani lavate

Delle grandi interviste nelle quali Biagi si specializzò, sul “Corriere della sera” e in televisione, si dice che all’Avvocato Agnelli, che gli confessava di avere appena sgozzato sua moglie e di esserne sconvolto, Biagi chiedesse: “E che ne dice dell’accoppiata Platini-Boniek?” Interviste in un certo senso pietrificate, le sue, non maneggevoli o improvvisate come si vuole di ogno conversazione.
Biagi era amabile e leggibile, ma seguiva la “scaletta”, immutabile – Tonino Tatò, il segretario tuttofare dell’impacciato Berlinguer, si vantava di prevederne anche la scansione dei tempi: l’origine (Sardegna), la famiglia (radicalismo, massoneria, comunismo, cugini), la Figc, l’innamoramento, etc.
Qui Berlinguer non c’è, né nessun altro politico - Severgnini ha scelto un po’ di artisti (Natalia Ginzburg, Fellini, Mastroianni, Soldati, Fo), un paio di personaggi “tutte noi”, Rada Kruscev e Maria Falcone), e il solo politico un po’ artista, Andreotti. Interviste godibili, ma rigide – “dirette differite”, come venivano proponendosi e poi saranno la tecnica dei talk show, finte dirette, registrare prima perché non si sa mai. Con una sorpresa, in questa raccolta: Rada Kruscev, la figlia di Nikita, spiega la vita tranquilla sotto il terrore sovietico, ancora dopo la guerra, per una introiezione del regime che nessun trattato sociopolitico, allora e dopo, ha spiegato, anche se sparivano i vicini, gli amici e perfino congiunti stretti. 
Queste interviste sono peraltro l’unico gemere che si rimette in circolazione di Biagi, che fu un grande bestsellerista e oggi nessuno ricorda. Biagi è, come Scalfari, un egomaniaco socialista anti-socialista, terribili contro il Psi quando governava e poi padrini del finto “Mani Pulite”. Nel nome della purezza, delle mani lavate.
Enzo Biagi, Le grandi interviste, “Corriere della sera”, pp. 62, gratuito col quotidiano

mercoledì 15 luglio 2026

Letture - 617

letterautore

Autore - “Un movimento teso alla destituzione dell’«autore» è in atto ormai da più di cento anni”, è l’esordio di Susan Sontag, “Accostarsi ad Artaud” (in “Sotto il segno di Saturno”): “Fin dall’inizio, l’impeto che lo ha animato è stato – e resta – apocalittico: innescato dalle recriminazioni e dalle esultanze suscitate dal convulso decadimento degli antichi ordini sociali”. P.es. dopo la rivoluzione del 1789, il Grande Secolo della letteratura francese? O dopo quella bolscevica, il ventennio o trentennio rosso di cui non si riesce a completare la lista: Majakovskij, Achmatova, Belyi, Mandel’stam, Cvetaeva, Chlebnikov, Esenin, Bulgakov, Gorkij, Babel’, Sklovskij, Pasternak …. Il saggio su Artaud essendo del 1973, l’assalto all’autore è in pieno Ottocento, il secolo dei Grandi Autori russi, tedeschi, oltre che francesi, e americani anche?
Di suo Sontag aggiunge - una che si esiliò un anno a Parigi, in una stanzetta, senza conforti e senza libri, per “scrivere”, non da ragazza sentimentale, sui trenta o quarant’anni: “L’autore è stato smascherato: che sia conformista o meno, il suo ruolo risponde inevitabilmente a un determinato ordine sociale” – anche se, certo, “non tutti gli autori premoderni adulavano la società in cui vivevano”, Giovenale p.es., ma anche Richardson, “Clarissa”. E quelli moderni?
Lo scrittore è uno scribacchino  - uno scriba libero di fantasticare.
Poi Sontag ci ripensa – con l’autore non ci va di mezzo la scrittura (v. più giù)?
 
R.Barthes – “Roland Barthes aveva sessantaquattro anni quando è morto, la settimana scorsa, ma la sua carriera è stata più breve di quanto l’età potrebbe suggerire, poiché aveva trentasette anni all’epoca in cui pubblicò il suo primo libro. Dopo quell’esordio tardivo si sono susseguiti molti libri, molti oggetti di studio. Barthes dava l’impressione di poter generare idee su qualsiasi cosa” – Susan Sontag, “Ricordando Barthes”, “The New York Review of Books”, 15 maggio 1980 (ora in “Sotto il segno di Saturno”).
 
Cinema - Una manna per gli affari lo trovava Flaiano in una nota sugli arredamenti nei film, l2 aprile 1949, “Dolce casa” (nella raccolta “Chiuso per noia”): “Ogni industriale riconosce che se fino a pochi anni fa il commercio «seguiva» le fiere, oggi segue i film. Il cinema ha contribuito alla vendita dei frigoriferi, a diffondere  i rivestimenti di ceramica nelle cucine e l’uso normale del bagno….”.
 
Dunne-Didion – John Gregory Dunne, marito amato di Joan Didion, che alla sua morte nel 2003 ha dedicato un libro molto amato, “L’anno del pensiero magico”, è stato nel 1974 autore del libro-rivelazione sui “segreti” di Las Vegas, il bestseller “Vegas. A Memoir of a Dark Season”. “Dunne era ovviamente ossessionato dal denaro (Didion pure)”, spiega sulla “New York Review of Books” il critico Charlie Lee, che su Dunne ha lavorato molto.
 
Intercettazioni – “Sono la migliore letteratura contemporanea, le nostre memorie del sottosuolo”, dostoevskjane – Francesco Merlo, “Botta e risposta” con i lettori, “la Repubblica”.
 
Marcia su Roma – “Il 29 ottobre 1922 il «Corriere della sera» non uscì” – “La Lettura”. Era il giorno della “Marcia su Roma”, e dell’incarico da parte del re a Mussolini di formare un nuovo governo, benché capo di un piccolo partito in Parlamento. Il giornale, prosegue “La Lettura”, “che di fatto guidava l’opposizione a Mussolini, raggiunse tirature e vendite di oltre un milione di copie”. Un record storico in Italia – le seconde maggiori vendite, negli ani 1990, del “sorpasso” di “la Repubblica” sul “Corriere della sera”, sono state di 600 mila copie.
 
Pasolini – “È un romanziere di terzo grado. Come poeta di secondo. Come saggista è di prim’ordine”. È perentorio Walter Siti, curatore per i Meridiani di tutto Pasolini, con Nicola Mirenzi sul “Venerdì di Repubblica”. E come regista?
 
“Salò-Sade” si lavora in contemporanea col “Ludwig” di Visconti e “Il portiere di notte”. Un filone di mercato?
 
Pastiche – “Lo stile degli autori di pastiche è sostanzialmente fantastico”, Susan Sontag è perentoria a proposito del regista Sylberberg, del suo monumentale (diciassette ore di proiezione) film sulla Germania di Hitler. Vi si esercitava molto Proust, scrittore realista – rifare il verso agli altri scrittori lo divertiva molto.
 
Remigrazione – Un’esibizione “senza veli” , metaforicamente, tra “provocazioni” di varia specie, Filippo Ceccarelli fa fare alla signora Camelia Mihailescu – con la dieresi sulla a o sulla i? Che è la moglie del generale capopartito Vannacci, nome toscanaccio che è tutto dire, ora in termini di remigrazione, rimpatrio forzato degli immigrati. La quale si esibisce anche in foto, in didascalia dicendo di sé: “Immigrata rumena vi saluta!”, seminuda in giardino, in trasparenze in cucina. Oppure, esibendo un foto con ai lati il generale e Cruciani, quello de “La Zanzara”: “L’immigrata rumena e  due fasci”. Si fa per ridere?

Scrittura – “La destituzione dell’«autore» comporta inevitabilmente una ridefinziione della «scrittura» - Susan Sontag ci ripensa, dopo aver scandito con Antonin Artaud la morte dell’“autore”, dello scrittore: “Quando la scrittura si definisce non più responsabile, la distinzione apparentemente sensata tra l’opera e l’individuo che l’ha prodotta, tra enunciati pubblici e privati, si svuota di significato”. Tutto rimane dunque per aria, autore e scrittura? Non sembra.
 
Sogno – Si è moltiplicato, variando anche molto, col cinema: è la diagnosi di Flaiano, nella noterella “I sogni del pomeriggio”, del 7-14 aprile 1946 (nella raccolta “Chiuso per noia”) - dopo la premessa: “Voglio qui escludere ogni riferimento alla psicanalisi, che ci poterebbe troppo lontano”: “Negli ultimi anni il sogno ha trovato modo di perfezionarsi, di scoprire le sue leggi prospettiche ed armoniche. di inaugurare il suo piccolo Rinascimento”. Un progresso, “benché trattandosi di arte sia inesatto parlare di progresso”, cui “molto ha contribuito il cinematografo; anzi, si può affermare che”, prima del cinema, “l’umanità non sognava con quell’abbondanza di particolari, con quel rispetto della sintassi, insomma con quell’eleganza alla quale oggi è abituato chiunque frequenti il cinema con una certa regolarità”.
Una teoria, Flaiano precisa infine, del tutto autonoma dal libro che “lo scrittore russo Ilia Erenburg scrisse anni fa su Hollywood, intitolandolo “La fabbrica dei sogni”.

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mercoledì 10 giugno 2026

Letture - 615

letterautore


Adulterio
– “Una grande infelicità” lo diceva nel 1958, scrivendo all’amico Chiaromonte che gli aveva confessato una relazione extraconiugale, Albert Camus - che viveva con quattro donne: la moglie (la seconda) Francine Faure, matematica, pianista, l’attrice coetanea Maria Casarès, epistolografa, regina delle scene, un’altra attrice, Catherine Sellers, e la giovane danese Mette Ivers, pittrice, “ventisei anni e un visetto di porcellana”: “La fonte della gioia è inaridita, e dentro di sé si sente una voce dire che non va bene anche quando ci troviamo nel bel mezzo della più grande felicità”.
 
Arbasino – Il “magnetofono ben temperato”- Paolo Milano.
 
Beckett
–Aveva provato prima con l’Italia - prima che con la Francia. Si ripubblica di Beckett “Molloy” in una nuova traduzione, ricordando che lo scrisse in francese “per sottrarsi all’influenza del maestro James Joyce”. Nel 1950, a 45 ani. Ma vent’anni prima Beckett aveva provato con l’italiano, a Roma – sulle orme forse di Joyce, ma da italianista colto (dantista, etc.).
 
Borges – A  Roma era considerato un fascista. Laura Casalis ricorda grandi feste col marito Franco Maria Ricci per Borges a Fontanellato. “Ricordo una cena straordinaria qui in onore di Borges con 700 persone”, racconta a Dario Pappalardo su “Robinson”: “C’era tutta l’editoria italiana: Giulio Einadi, Roberto Calasso, Ulrico Hoepli. Ma quando andammo la prima volta con Boges a Roma l’accoglienza non fu la stessa. Gli intellettuali di sinistra lo ignorarono, gli rimproverano di avere stretto la mano a Pinochet. Un giorno eravamo nel ristorante Nino, in via Borgognona, e passò Moravia. Vide Borges e si girò dall’altra parte, facendo una smorfia.”. E aggiunge: “Franco diceva che lo vedeva come rivale per il Nobel. Ma poi non lo vinse nessuno dei due. Andò meglio con Argan allora sindaco che lo ricevette in Campidoglio e fu molto ospitale. Borges era  considerato un conservatore, ma risultava difficile legarlo alla politica: viaggiava proprio su un altro pianeta”.
 
Classifiche – Nelle classifiche di vendita il ristorante migliore sarebbe McDonald’s” -Alberto Arbasino.
 
Francia-Germania – Un asse sessuale? “Era sessuale, comunque, tra la Francia e la Germania, era bizzarramente sessuale, e da non poco tempo”, Houellebcq fa riflettere la notte di Natale al suo personaggio di “Annientare”, l’enarca Paul (che aveva votato per il presidente, suppongono i parenti che votano “Marine”). Dopo avere immaginato per un attimo il suo presidente – Macron – “tendere le labbra a tutte le guance di cancelliere tedesche ce il destino gli dava da baciare”.
 
Infanzia – “L’alba del dire”, così la spiega Antonio Prete su “Robinson”: “Nel suo etimo l’infanzia è l’aldiqua della lingua. L’alba del dire. Un tempo senza tempo nel quale è stato possibile  vivere come in un Eden, in quello che Baudelaire chiamava «i veri paradisi degli amori infantili»”.
 
Intellettuale – “L’insonnia degli intellettuali”, scrive Céline in un appunto, siglando col suo nome da medico, come una sarcastica ricetta, comunque una anamnesi, “è diversa da quella di ogni altro soggetto. Gli intellettuali sembrano prendere un certo gusto perverso per il loro malessere, entra in gioco un forte componente di masochismo, di narcisismo... insomma di letteratura. Del resto, l’intellettuale non vuole perdere nulla di sé: né la sua amata firma, né il suo delizioso buon nome, né la sua magnifica personalità e tanto meno la sua terribile insonnia!”. 
 
Napoleone –“Quanti credettero, prima e  dopo il 5 maggio 1821, che Bonaparte fosse il codificatore della Rivoluzione, se non il liberatore dell’umanità”, si chiede retoricamente Silvio D’Amico riflettendo in carcere a Regina Coeli, nell’ottobre 1943, all’ode di Manzoni, mentre ne legge la biografia, il “Napoleone” agiografico  di Merežkovskij (da lui traslitterato Merejkowski, lo scrittore russo famoso tra le due guerre, marito di Zenaida Gippius, autoesiliato a Parigi). Mentre “non era che un condottiero di eserciti: altra cosa”. Per commentare: “Anche questa estesa sintesi storica del M. ce lo mostra,oltre che cieco d’ambizione e d’orgoglio fino al delitto, essenziamente estraeo all’intento di tramutare in ordine nuovo le idee portate avanti dal 1789”.
 
Parigi – “Parigi è, come Firenze, la città dove più forte si respira il tedio della vita”, nota Malaparte nell’inverno del 1947 nel suo “Giornale di uno straniero a Parigi”, pp. 170-171.
 
Ponzio Pilato – Era tedesco? Lo dà per scontato l’Anonimo Russo autore del diario “Da Mosca a Firenze” nel Quattrocento. Una volta arrivato col metropolita di cui era l’accompagnatore nella città di Pont, o Pontensk (l’odierna Forchheim), in Baviera, nota: “Dell’esecrato Pilato la città invero è. Pilato in questa città aveva i possedimenti suoi aviti, e natali ebbe, e da da essa Pilato prese il nome di Ponzio”. Una leggenda natalizia rivendicava alla città i natali di Ponzio Pilato, nota la curatrice dell’Anoino, Alda Giambelluca Kossova.
La città non celebra più la leggenda, né la ricorda. Ma ricorda che quando fu assediata dagli svedesi, 1632-164, gli abitanti si guadagnarono il soprannome di Mauerscheißer, i defecatori sulle mura: si misero a defecare sulle mura per dimostrare agi assedianti che avevano in città di che mangiare.
 
8 settembre 1943 –“Paradossalmente, il vero inizio della guerra guerreggiata sul suolo italiano”, nota Alessandro d’Amico, pubblicando nel 1994 il diario del padre Silvio in carcere, “Regina Coeli.
 
Sartre e i capelloni – “È un brav’uomo”, Malaparte obietta nel ’47 a Parigi a chi critica Sartre (“Giornale di uno straniero a Parigi”, p. 55), “e fa quello che può, malgrado sia un uomo di talento Il merito, se può essere merito, di Sartre è di aver trovato la formula che si adduce a una simile classe di spostati. La formula del proletarizzarsi esteriore, in quanto all’abbigliamento, al lasciarsi andare, al trascurare la pulizia e il decoro della persona, del vestire, delle maniere”.
La “classe degli spostati” Malaparte individuava come “una nuova razza” che sommergeva l’Europa,”la razza dei giovani piccolo borghesi che ha il disgusto della borghesia, che non ha il coraggio di sentirsi proletaria, di mescolarsi  agli operai, di spezzare i legami che la legano alla sua classe, al passato, agli agi, alla possibilità di un avvenire sicuro (piccolo impiego, piccolo commercio,  professioni liberali minori, eredità del commercio paterno, della piccola proprietà paterna, dell’ufficio paterno già avviato con clientela etc.)”.
Qualche giorno dopo, il 15 settembre 1947 (p.63), Malaparte è ancora più perplesso: “Ho notato che non solo Sartre non ha inventato nulla, ma che neppure il cosiddetto sartrisme della Jeunesse è opera o invenzione di Sartre. La moda dei capelli lunghi, dei visi mal rasati, delle unghie sporche, delle espadrilles, degli schandals, del débraillement, è il modo di vestire di tutta l’Europa, è un mimetismo di natura sociale, è il modo che i piccoli borghesi hanno inventato, un po’ dappertutto in Europa, e già da prima della guerra, per confondersi il più possibile con il proletariato”.
È come se il Sessantotto fosse già avvenuto, a Parigi, vent’anni prima.


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martedì 26 maggio 2026

Letture - 614

letterautore


Bino Binazzi
– Poeta e prosatore di Fine Secolo, dapprima a Prato e Firenze, poi a Bologna nel giornalismo, è personalità “eccellente” in tutto per Malaparte, che lo ricorda in una pagina, la 187, del  “Giornale di uno straniero a Parigi”. Dove lo avvicina al meglio della cultura fiorentina anteguerra, Papini, Soffici, “La Voce”. Ricordato a Prato da una targa, è soprattutto noto per essere stato insegnante di Malaparte al ginnasio liceo “Cicognini” di Prato, di latino e greco. 87
 
Censura
– Spesso è, è stata, autocensura, dei produttori, degli editori. Per molti film e per qualche libro. Per scene di sesso, per lo più, o di atrocità. Singolare è quella toccata al “Giornale” di Malaparte a Parigi, documentata da Michelangelo Fagotti nelle Note al testo della riedizione Adelphi, p.370, a protezione della magistratura (in corsivo le parti sopresse nella precedente edizione):
“L’italiano, se non ha amici potenti al potere, è alla mercé della polizia, della cattiveria, della gelosia dei vicini, della debolezza, della codardia, della corruzione della magistratura… L’Italia è un povero paese ridotto in schiavitù da una banda di poliziotti,  da una comitiva di magistrati pavidi, da delatori professionisti…..(etc., per altre sei righe, n.d.r.)…  Le leggi, la magistratura, la polizia, tutto è pronto ad avventarsi contro l’individuo….La polizia entra nelle case, perquisisce, arresta, colpisce, condanna …”
 
Francia
– È chiacchierona. Da Parigi, dove s’era autoesiliato, e rimarrà tra il 1947 e il 1948, Malaparte ha una specie di rigetto della Francia (“Giornale di uno straniero a Parigi”, passim, e in particolare p.63): “La gente, in Europa, è stanca di vedere ridotto ogni suo problema a bavardage, in Francia. L’arte per eccellenza perpulchra dei francesi, come diceva  Lully, è di volgarizzare, rendere agréable, comprensibile, alla portata di tutti, di saloniser, di mettere alla moda, le teorie, i problemini, le idee degli altri popoli. Di ridurre in profumo la crotte di certi pesci. È sempre Le Newtonianisme pour les dames dell’Algarotti. Sartre ha scritto L’existentialisme pour les dames…”.
 
Giornalista
– “Avvocato, deputato, impiegato e giornalista, tra le creazioni borghesi dell’Ottocento, sono le quattro che il Novecento ha più ostentato di disprezzare. Ma da qualche tempo in qua, in questa corsa al disonore, il giornalista sta riportando, di gran lunga, la palma” – Silvio d’Amico, “Regina Coeli”,98.
 
Intellettuali
– Materia essi stessi proliferante di studi li trovava Edward W. Said nelle sue Reith Lectures alla Bbc nel 1993 – ora in “Representations of the Intelellectual”, pp. 40-41: “La proliferazione degli intellettuali si è estesa anche nel grandissimo numero dei campi nei quali gli intellettuali – probabilmente al seguito delle pioneristiche ipotesi di Gramsci nei “Quaderni del carcere”, che forse per la prima volta vedeva gli intellettuali, e non le classi sociali, come centrali  alle evoluzioni della società moderna – sono diventati oggetto di studio. Basta mettere le parole «di» e  «e» accanto alla parola «intellettuali» e immediatamente una intera biblioteca di studi sugli intellettuali si ergerà”.
 
Israele
– “La radio più ascoltata di Israele è quella dell’esercito” – Davide Frattini, “Corriere della sera”, 25 maggio.
 
Pirandello
– Antifascista invece che fascista? Sempre, in ogni modo, in ogni risvolto della sua opera, Malaparte lo vuole antifascista, in un lungo inciso del suo “Giornale di uno straniero a Parigi”, pp. 65-66. Contro le generalizzazioni francesi, italiani = fascisti, Malaparte dapprima rivendica un antifascismo generalizzato nel mondo letterario: “La questione della letteratura engagée è una vecchia questione, in Italia. Essa non è certo nata con la liberazione. Durante venticinque anni gli scrittori italiani si sono rifiutati di s’engager, con una resistenza sorda, continua, intelligente, abile, surnoise talvolta, sempre gratuita, cioè non dettata da preoccupazioni politiche, di partiti, che in certi momenti ha assunto forme drammatiche”. Su questa tela di fondo antifascista, “il più nobile esempio di resistente non fu, come si potrebbe credere, Benedetto Croce, ma Luigi Pirandello. Della sorda, tenace, onesta, severa resistenza di Pirandello alla pressione fascista si potrebbero dare esempi bellissimi: e basterebbe la sua morte, il suo testamento (di cui Mussolini proibì la pubblicazione, e l’esecuzione) a porre nella sua vera luce il nobilissimo atteggiamento di Pirandello nei confronti del regime fascista, e della «politica letteraria» del fascismo. Pirandello era fascista, iscritto al Partito fascista, aveva grande stima di Mussolini, e non l’ha mai nascosta. Ma sul terreno dell’arte fu intransigentissimo, e non cedé mai, né alla paura né alle lusinghe. Mussolini tentò tutto, con lui, per addomesticarlo. Pirandello obbediva agli ordini che non fossero di natura letteraria, e restava sordo a ingiunzioni, a lusinghe. Mussolini lo nominò accademico d’Italia; Pirandello accettò la nomina, cui aveva diritto, come il riconoscimento ufficiale della sua opera letteraria. Sul terreno nazionale Pirandello era con Mussolini. Ma sul terreno letterario no. Il fascismo vedeva di mal occhio l’arte di Pirandello, fondata, grosso modo, sul dubbio, poiché non poteva ammettere l’esistenza del dubbio nella vita italiana, nella società. e perciò nell’arte, del tempo fascista. I giornali del fascismo estremista attaccavano Pirandello, il pubblico stesso, inquinato dalla propaganda, rimaneva freddo davanti al teatro pirandelliano, anche quado l’immenso successo di Pirandello a Parigi suscitò dei dubbi sulla verità della propaganda fascista contro Pirandello”.
L’antifascismo di Croce non si discute, prosegue Malaparte, “sia pure esercitato con la necessaria prudenza”. Ache se, “con apparente contraddizione, votò per ben due volte, al Senato, dopo memorabili discussioni, per Mussolini, per il suo governo, e per la sua politica” (uno fu il voto di fiducia il 24 giugno 1924, due settimane dopo il delitto Matteotti, che tenne in vita il governo Mussolini, ancora non totalitario, n.d.r.). Né, fra i due, si può dire che Croce, la sua filosofia, “influisse molto sui giovani: che erano tutti fascisti e profondamente antiliberali (come si vede oggi)”.  
 
Politica
– “La politica in un’opera letteraria è come un colpo di pistola sparato nel bel mezzo di un concerto, qualcosa di forte e volgare, a cui è impossibile non prestare attenzione”, è massima di Stendhal. Del grande scrittore, e fra i più continui, che più di ogni altro si è mischiato nella politica attiva, con Napoleone e anche dopo.
In questa forma la ripete nella “Certosa di parma”, per introdurre il racconto dell’assassinio del principe che Bruno, l’uomo di fiducia del conte Mosca, si appresta a fare alla Sanseverina. Ma il concetto aveva già usato ne “Il rosso e il nero”, per la “Nota segreta” che Stendhal immagina in forma di dialogo tra l’autore e il suo editore. E prima ancora in “Racine e Shakespeare”, 1823, come contraria ai “piaceri delicati”. E poi in “Armance”, il primo romanzo, 1827, dopo un breve colloquio tra Octave e Armance, di considerazioni sui poteri dell’aristocrazia: “Non è senza pericolo che siamo stati storici accurati. La politica venendo a troncare un racconto così semplice può fare l’effetto di un colpo di pistola nel mezzo di un concerto”.
È il criterio di base della sua narrativa, annota Stendhal nei diari ancora nel 1835: procedere svelti per non annoiare il lettore - “Il romanzo deve raccontare, è questo il genere di piacere che gli si richiede”.
 
Racine
– Racine, secondo i tedeschi, è il poeta della Selbstvernichtung, della distruzione di sé” – C. Malaparte, “Giornale di uno straniero a Parigi”, p.203.
 
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venerdì 15 maggio 2026

Letture - 613

letterautore


Comunismo – “Le origini del totalitarismo” fu impubblicabile in Francia per 22 o 23 anni dopo l’uscita, e Hannah Arendt, benché avesse vissuto e operato a Parigi per una decina d’anni, poco meno, persona non grata, perché “serva dei padroni” – “Le origini dell’imperialismo” era “un attacco diretto contro l’Unione Sovietica, finanziato nientemeno che dalla Cia!” – Hannah Arendt. “Una lucida pensatrice”, p. 114.
 
Fausto Coppi – Nell’autunno del 1992 l’“Autocronolgia” di Arbasino registra, nello Stadsschouwburg di Amsterdam, “l’imbarazzante commedia musicale locale ‘Fausto’, di autori olandesi, sul «leggendario» Fausto Coppi”.
 
Cremlino – “È come il Vaticano”, Malaparte, “Giornale di uno straniero a Parigi”, fa dire all’ambasciatore Quaroni, che di ritorno da Mosca fa visita al papa, Pio XII, “suo amico personale”. Alla domanda del papa su che ne pensasse del regime sovietico, gli avrebbe risposto: “Ogni volta che entro al Vaticano trovo la stessa atmosfera del Cremlino”.
 
Hitler – Un criminale, non un cretino – B. Brecht: “I grandi criminali politici…. non sono grandi criminali politici, ma uomini che hanno commesso grandi crimini politici, il che è qualcosa di completamente diverso. Il fallimento di Hitler non indica che fosse uno sciocco” (Note a “L’irresistibile ascesa di Arturo Ui”).  


Manzoni – Uno “scultore greco” lo vuole Silvio d’Amico nel memoriale “Regina Coeli” (sul mese di ottobre 1943 da lui passato in prigione, p.53) al confronto di Dostoevskij: “Quanto ad arte i ‘Karamazov’ stanno ai ‘Promessi sposi’ come l’opera di un geniale, gagliardo, potente sbozzatore può stare a quella del più perfetto e spirituale scultore greco”.
 
Giansenista? No, arguisce lo stesso D’Amico, commentando “La storia del giansenismo in Italia” di Jemolo, lettura del carcere fornitagli dal cappellano-bibliotecario: “La spirituale ferocia del Giansenismo italiano, la sua nobile disperazione, la sua religiosità piuttosto stantia, certo tendente a un ascetismo individuale meglio che a una diffusa carità, mi paion tutte cose, quale più quale meno, sostanzialemnte lontane da quello che fu il largo pensiero, la sennata comprensione, l’umanità caldissima e consolante del Manzoni maturo”.
 
Mia Eccellenza – Silvio D’Amico prende per buono, in “Regina Coeli”, il racconto della sua carcerazione post-8 settembre, “la storiella inventata dai maligni sul conto del compianto Luigi Siciliani, che quand’era sottosegretario delle Belle Arti, a chi gli chiede
va per telefono «con chi parlo?» rispondeva: «lei parla con Mia Eccellenza Luigi Siciliani»”.

 
Nonfinito – La “riscrittura”, che inalbera come metodo di lavoro, Arbasino la collega a un certo punto (“Autocronologia”, p. 124) a Michelangelo. Parlando di “Fratelli d’Italia”, riscritto per l’ennesima volta, spiega che si propone “di evitare i lineamenti mortuari del finito” – a tale fine “la struttura viene tenuta decisamente frammentaria, mai sistematica. La parola dovrebbe apparire non già funzionale, ma soprattutto espressiva” – poetica, mallarmeana?
 
Parigi – Già nel 1933 era diventata una sorta di capitale culturale austro-tedesca, ospitando Brecht, Heinrich Mann, Joseph Roth, Hannah Arendt, Arthur Koestler, Stefan Zweig, Lion Feuchtwanger, Alfred Döblin, Manès Sperber, Walter Benjamin.
 
Proust – È “la Francia che non esiste più, che comincia a non esistere più nelle pagine di Proust”, per Malaparte, nel 1948, “Giornale di uno straniero a Parigi”, p. 81: “Proust scriveva infatti su carta assorbente, la scrittura si è a poco a poco estesa, è penetrata nella carta, non è ormai che una pallida macchia di inchiostro di china, una sorta di palinsesto su cu le impressioni, i ritratti, i ricordi si sovrappongono, si mescolano in un ricamo d’ombra di rami come un bosco nella nebbia”.
 
Regina Coeli – “«Er Coëli pronunciano”, della prigione romana, “con la c dura e la dieresi, i bulli della malavita romanesca” - Silvio D Amico, “Regina Coeli”.  
 
Riccardo Cuor di Leone – “Non proprio un inglese”, Barbara Tuchman lo diceva nel 1956 nel suo bestseller sulla mania inglese per il Mediterraneo e i Luoghi Santi, e quindi per la Crociate, “Bible and Sword”: “La figura del solo Riccardo assorbe le tradizioni e la gloria dell’Inghilterra alle crociate. E tuttavia con difficoltà si può dire un inglese, la sua Regina non mise mai piede in Inghilterra, e lui steso passò non più di sette mesi dei dodici anni di regno nel paese di cui portava la corona”. Era bello e valoroso ma “fu la Palestina che ne fece un eroe inglese… Fu in Palestina che divenne Riccardo Cuor di Leone e in Palestina che fu trasformato dal litigioso, irruento, incosciente figlio dell’Aquitania e dell’Anjou nel primo eroe inglese dal tempo di Alfredo… Che ne sapeva l’Inghilterra di lui come re valoroso? Un’apparizione imponente, rossa di pelo, al tintinnio della spada, col temperamento furioso degli Angevini che sbarcavano nel paese solo per esservi coronati e per esigere dai locali ogni esigibile penny per pagare la sua crociata”. Andava così di fretta che l’Inghilterra si accorse a stento di lui, se non per la pioggia di tasse che precipitò per pagare la crociata, che finì solo per dilagare nuovamente quando dovette essere riscattato dalla prigione dell’imperatore (Enrico VI, n.d.r.), a cui Leopoldo d’Austria lo aveva consegnato”.
Nella via per la Terra Santa, a Messina liberò la sorella Giovanna, vedova del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, rinchiusa dai successori in un castello per non restituirle la dote. E fu raggiunto dalla promessa sposa Berengaria di Navarra, o Berengaria Sanchez – che sposò poi a Cipro, quando ebbe occupato l’isola. Meno fortunato che a Cipro fu a Gerusalemme. Ma si divertì molto: “Si batteva, perlomeno in Palestina, per divertimento, non per la libertà. Il resto, forse il novanta per cento della sua vita adulta, lo spese combattendo su e giù per la Francia contro suo padre o il re di Francia o altri rivali feudali, ma questo si dimentica per il ricordo brillante della sua crociata. La favola si compiacque di consideralo un secondo re Artù, cui niente lo avvicinava”. Fece amicizia col Grande Saladino, il condottiero curdo che si era fatto signore del Medio Oriente, dal Cairo a Sanaa e Damasco, e concepì anche il piano di sposare Giovanna a
l fratello di Saladino, e alla coppia assegnare il regno di Gerusalemme – “il cortese e diplomatico Saladino prolungò i negoziati con grande capacità oratoria e un costate flusso di doni”.

 
Virgilio – Malaparte lo fa celta, a preferenza che etrusco, di ascendenza gallica – in una articolata riflessione nel “Giornale di uno straniero a Parigi”, pp. 96-97. Mantova era “città etrusca”, ma “ai tempi di Virgilio circondata da campagna abitata da popolazioni galliche….  In città aristocrazia etrusca e aristocrazia gallica si erano fuse, e vivevano in buoni rapporti. Virgilio proveniva da una famiglia di ricchi contadini, di piccoli proprietari probabilmente gallici”.
Malaparte non sa circostanziare la sua deduzione, se non per la poesia di Virgilio: “Tutto, nella poesia di Virgilio, rivela che era di origine gallica. Il suo sentimento della natura, la sua dolcezza, e quella specie di poesia en plein air che, non diversamente dalla pittura en plein air decisamente francese scaturisce con ogni probabilità dal sentimento della natura così tipico dei Galli…. Virgilio è un impressionista”. Etc.: Virgilio è “il poeta della luna”, Virgilio è il poeta della natura, “per la prima volta, con Virgilio, la natura fa il suo ingresso nella poesia antica: la natura nel senso moderno”, degli impressionisti francesi. Degli antichi Galli “non conosciamo poemi, né pitture, né sculture”, ma era un popolo che “viveva nella natura, con i suoi cavalli”, e aveva “come insegna l’allodola (e l’allodola è il fiore dei campi, è l’uccello del mattino, è la natura ancora umida di rugiada)”.

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sabato 9 maggio 2026

Hormuz all’opera

“Tarare”, l’opera che consacrò Antonio Salieri sulla scena parigina - dopo il successo delle “Danaïdes”, l’opera che aveva composto su richiesta di Gluck, il compositore principe di Vienna, che se ne era incaricato ma aveva problemi di salute (morirà pochi mesi dopo) - è ambientata a Hormuz. Un dispotico re Atar, invidioso dell’eroico soldato Tarare, ne fa rapire la moglie e la rinchiude in un harem. Il tiranno verrà naturalmente sconfitto, e Tarare diventerà re.
Un’opera del 1787, due anni prima della Rivoluzione, voluta da, e su libretto di, Beaumarchais, l’ex segretario di luigi XV, protagonista di ricche speculazioni finanziarie che lo portarono a processo, drammaturgo, promotore di una Società degli autori di teatro, per la quale teorizzò il “diritto d’autore” (verrà riconosciuto dalla Rivoluzione, nel 1791), autore del “Matrimonio di Figaro”, col quale si qualificava un protodemocratico.
“Tarare” più del Figaro” si vuole scopertamente anti-aristocratico. Con figure allegoriche che proclamano il merito, un messaggio anti-aristocratico: “Uomo! La tua grandezza sulla terra / Non ha nulla a che fare con il tuo status /Tutto ha a che fare con il tuo carattere”. Dopo la Rivoluzione Beaumarchais accrediterà “Tarare”, il suo unico libretto d’opera, come una bozza di Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Hormuz, dunque, come il nido dei diritti dell’uomo.
Salieri riprese il soggetto l’anno dopo a Vienna, su toni più largamente comici, in un adattamento di Da Ponte - che lui stesso, Salieri, aveva introdotto qualche anno prima, in fuga da Venezia, presso l’imperatore Giuseppe II, come “poeta di corte”. La nuova opera venne intitolata “Axur, Re d’Ormus”, ed era già in scena sei mesi dopo il “Tarare” di Parigi.
L’adattamento era stato voluto, secondo le storie della musica, come una semplice traduzione in italiano del libretto di Beaumarchais, per dare lavoro alla compagnia di opera buffa, italiana (l’opera buffa era italiana), che si dava il cambio con gli artisti di lingua tedesca al Burgtheater, a Vienna.
In contemporanea con “Axur, Re d’Ormus” Da Ponte lavorava a “Le nozze di Figaro”(1786), sempre su testo di Beaumarchais, e al “Don Giovanni” (1787).

lunedì 4 maggio 2026

Letture - 612

letterautore
 
Adorno – Hannah Arendt lo odiava. Nel 1930, quando l’allora marito di Hannah, Günther Stern 
(poi “Anders”), doveva andare in cattedra a Francoforte, Adorno lo impedì – “Hannah Arendt. Una lucida pensatrice”, del “National Geographic Storica”, p. 49: “Günther non ottenne il posto a causa  dell’ostilità che suscitò in alcuni membri della ‘Scuola di Francoforte’, soprattutto nel già potente e molto influente Theodor W. Adorno, una delle poche persone del suo periodo tedesco che Arendt si rifiutò di frequentare nell’esilio americano. Di lui, ogni volta che qualcuno lo nominava, diceva semplicemente con enfasi: «Quello in casa mia non entra!»”. 

Con Adorno Arendt ebbe tuttavia un incontro in America, da lei postulato, per via dei manoscritti che Walter Benjamin le aveva confidato, tra essi “Sul concetto di storia”, chiedendole di farli avere ad Adorno. Adorno la ricevette nella sede newyorchese della Scuola con supponenza e la congedò rapidamente. Facendole sapere poi dalla segreteria della Scuola che alcune pagine del fascicolo che aveva lasciato erano “scomparse” – il testo originale fu composto dalle copie che Benjamin aveva fatto pervenire a Scholem a Gerusalemme e a Bataille a Parigi. I due entreranno poi in competizione  con l’analisi dell’imperialismo. Entrambi usciti nel 1951, Arendt con un grande successo, di critica e di pubblico - i tre volumi avendo completato due anni prima, nell’autunno del1949.

 
America – “Alla Columbia tenni un corso”, ricorda Arbasino nella sua “Autocronologia”, nel 1980, “tra i ‘Promessi sposi’ e il ‘Pasticciaccio’ (e molta Scapigliatura). Con vero gusto (malgrado la carenza di «libido docendi») perché gli studenti che avevano pagato si comportavano da clienti esigenti sui Dossi e Lucini e Gozzano e Verga che ordinavano à la carte. E scrivevano ottimi ‘papers’. Sapevano rovistare Apuleio dietro Pinocchio, i nonni immigrati sotto ‘I Malavoglia’, la Signorina Felicita in fondo al kitsch di Warhol”.
Nulla di quanto immaginabile in una università italiana. Solo perché non si paga?
 
Dante – La “Divina Commedia” è “l’epicedio del feudalesimo”, il suo canto funebre - Amadeo Bordiga, “Dialogato con Stalin”, 1953.
 
Football – “Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato”, P.P.Pasolini, cit. in “Album Pasolini”, p. 88 (a cura di Graziella Chiarcossi).
 
Fratelli d’Italia – È stato scelto da Giorgia Meloni (da Crosetto? da La Russa?) dal work in progress di Arbasino, che lo iscrisse per tre o quattro volte in un quarantennio? Da nemico (“Un Paese senza”, 1980, “di un’istituzione molto caratteristica – la Conversazione Politica”, la politica come chiacchiera.
 
Heidegger – Dalla “tipica cavalleria dei tedeschi del sud” – in “Hannah Arendt. Una lucida pensatrice” (“National Geographic Storica”, p.35): dopo il primo scambio di battute con H.Arendt all’uscita da un seminario i due si salutano “e il maestro, con la tipica galanteria dei tedeschi del sud, un po’ all’antica, abbozzò un baciamano e la saluto con un gnädiges Fräulein («gentile signorina») molto formale”.
 
Intellettuali – “The chattering classes” per Hannah Arendt “negli anni newyorchesi” (“Hannah Arendt. Una lucida pensatrice”, “National Geographic Storica”, p.52.
 
Italian dressing – Il condimento a base di olio d’oliva e aceto, che ha grande mercato in America. Il “Washington Post” ci ha fatto sopra un’inchiesta, poiché parecchie produzioni sono adulterate, lunga tredici minuti all’ascolto.
 
Lollio - Lollio, l’amico di Orazio, è quello che non varca il fiume, aspetta che l’acqua smetta di scorrere.            
 
Longhi – “Il più grande stilista del Novecento italiano, insieme a Gadda”, A. Arbasino, “Autocronologia”, 44 segg., “ma anche il massimo ‘farceur’, paragonabile a Federico Zeri. Longhi amava il cabaret e i couplets (pubblicò addirittura le prime stesure di ‘Amate sponde!’), e sgomentava i discepoli più noiosi citando Mina o imitando i vecchi gangster dei film di John Houston, e i più saputi academici balbuzienti. Accanto alla severa consorte Anna Banti («Basta con le sensibleries à la Virginia Woolf»). Artigianalmente, elegantemente, in villeggiatura, l’illustre coppia preparava numeri di «Paragone-Letteratura» con testi di Gadda e Contini e Magnani e Bigongiari e Bo e Bassani accanto ai virgulti: Pasolini, Volponi, Tentori, Citati, Zola, Wilcock»”.
 
Rosa Luxemburg – “La Luxemburg era un’ebrea polacca che era riuscita a ritagliarsi uno spazio tra i socialisti tedeschi, di origine nobiliare e sprezzanti verso gli Ostjuden, gli ebrei dell’Est” – “Hannah Arendt. Una lucida pensatrice” (“National Geographic Storica”, p. 21).
 
Carlo Alberto Pasolini
– “Per anni puntuale e sollecito, anche se ombroso, segretario del figlio”, Graziella Chiarcossi, “La vita”, cronologia in appendice a “Album Pasolini”, Oscar Mondadori. Il padre di Pier Paolo, colonnello di fanteria in congedo, dopo la guerra di Libia e le due guerre mondiali, muore nel 1958, di 66 anni.
 
Quarto platano – S’intende di Forte dei Marmi, al caffe (allora) Roma: “Sotto un certo celebrato quarto platano sedeva per l’aperitivo per vari mesi un vero cenacolo in calzoncini «casual»
e «baschetti» e golfini. Con tre presenze fisse: il pittore Carrà, lo scrittore Pea, e il critico De Robertis. E un presidio parmigiano fondamentale: Pietrino Bianchi…. e Attilio Bertolucci”, oltre al nume Roberto Longhi con Anna Banti, l’innominato Montale e altri villeggianti: “Lì si arrivava in lambretta, cortesemente accolti ai tavoli per un drink con una bella e sfortunata e sempre rimpianta ragazza: Rosanna Tofanelli, figlia del direttore di «Tempo», Arturo, da riaccompagnare a casa (la villa Malaparte) entro le nove, senza fermarsi alla Capannina”.
 
Sacco di Roma – “I lanzichenecchi hanno distrutto i reliquiari, fuso l’argento e l’oro, stuprato, ammazzato. Furono violentate anche le suore. Morì un terzo della popolazione, trentamila persone, forse più. Una devastazione che non si era vista neppure al tempo delle invasioni dei barbari. Provocata da un esercito cristiano… Una storia diversa da quella raccontata dagli storici, secondo cui si voleva punire la Chiesa corrotta. In realtà gli invasori erano dei morti di fame. L’imperatore Carlo V voleva mettere le mani sull’Italia per pura avidità. Già nel 1526 (un anno prima del “Sacco”, n.d.r.) aveva commissionato a Pompeo Colonna la prima devastazione di Roma. Colonna tentò anche di assassinare il papa. Ed era un 20 settembre, data fatale” - Antonio Forcellino, che pubblica una nuova ricerca storica, “Roma. Il sacco del 1527”, sul “Corriere della sera”: “Si firma la tregua. Clemente è convinto sia tutto risolto. Disarma Roma. Ma Carlo V e il viceré di Napoli Lannoy avevano già deciso di saccheggiare la città”. Con l’aiuto dei principi  italiani: “Il marchese di Mantova Federico II lascia passare i lanzichenecchi e blocca le truppe di Giovanni dalle Bande Nere, l’unico coraggioso che combatteva in difesa del papa. Il duca di Ferrara Alfonso I d’Este fornisce ai tedeschi i falconetti, pezzi d’artiglieria in grado di perforare qualsiasi armatura. Giovanni è ferito da uno di questi falconetti. E muore nel palazzo del marchese di Mantova. Assistito dall’uomo che l’aveva tradito…. Francesco della Rovere era una canaglia. E anche Isabella d’Este, la madre del marchese di Mantova, tradisce. Fa la ricettatrice, compra i tesori rubati dai tedeschi a Roma. Media per i riscatti. Il figlio, oltre ad aiutare i lanzichenecchi, manda le ostriche a Frundsberg, il loro comandante”.

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