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sabato 24 maggio 2014

L’Italia ha il record delle riforme, mostruose

L’Italia ha un salario minimo? No. Paga venti euro a Roma molti giornalisti laureati, e quindi professionisti? Sì. Venti euro al giorno. Paga 300 euro, al mese, cultori della materia e borsisti per l’insegnamento, esami compresi, in molte facoltà universitarie? Sì.  Ha bloccato la contrattazione e il salario dei dipendenti pubblici, ormai da sette anni? Sì. Ha, da sette anni ormai, all’università da dieci, o dodici, il blocco del turnover dei dipendenti pubblici e dei professori? Sì. Si può licenziare in Italia? Sì, senza giusta causa: basta chiedere lo stato di crisi, che viene dato a chiunque, anche aziende ricche di dividendi - quanti giornalisti (non) sono stati licenziati così? L’Italia ha il più alto numero di partite Iva e di ex cococo in Europa? Sì. Che si vuole di più? Di quali “riforme” aprano i conduttori Rai e i giornali? I giornalisti non parlano con i giornalisti? Riscrivono il già scritto? Non sanno di che parlano?
Il riformismo è fatto serio, e non è il suo il primo “tradimento” del linguaggio nell’opinione pubblica. Ma è il più irritante. E anche nocivo: che riforme deve fare l’Italia?
L’Italia ha le banche meglio governate d’Europa? Sì. L’Italia ha l’età pensionabile più alta? Sì. L’Italia ha il record della tasse in Europa e altrove? Sì. L’elenco delle “virtuosità” dell’Italia potrebbe continuare. Allora di che “riforme” da fare si parla? A meno che non sia l’allitterazione che fa aggio, effe-effe, riforme da fare.
L’unica riforma da fare è quella di cui non si parla: considerare tutti questi primati non virtuosi ma mostruosi. Poiché conclusi nella recessione, che l’Italia ha più grave di ogni altro Paese industriale. E non da ora: è dal 1992, da quando ha preso a licenziare e decontrattualizzare in massa, che l’Italia, l’economia, non cresce.

Tutti a Berlino, non c’è fronte latino

“O Franza Spagna purché se magna”, lo avrebbe detto Guicciardini e non siamo andati oltre? Cinque secoli, quasi, sprecati, poiché ai due paesi dobbiamo gran parte del peggio che affligge l’Italia. La storia si trascura ora per non si sa che parentela mediterranea o latina, resuscitata da Prodi e fatta propria naturalmente da Renzi. Un’alleanza? Per fare che? Per sfidare la Germania sullo sviluppo invece che sulla contabilità. Mentre è chiaro a tutti che: 1) non c’è latinità, né mediterraneità, ogni Paese ha i suoi problemi e i suoi interessi, e lavora in proprio; 2) l’Italia è alla Germania che è legata, non alla Francia o alla Spagna – le quali peraltro pensano alla stessa maniera e guardano a Berlino: Prodi ne ha fatto l’esperienza con la Spagna, col suo amico Aznar, Berlusconi con la Francia, di cui canta le canzoni, col suo “amico” Sarkozy.
La Germania è per questo la potenza egemone e il federatore dell’Europa, perché ognuno va in ordine sparso, e naturalmente nel miglior rapporto possibile con la Germania. E l’Italia più che altri è legata alla Germania, come mercato ricco e per l’integrazione produttiva del Nord-Est.

Il fronte interno

La scommessa Renzi, se avrà il voto domani, si precisa non di poco conto: la ricomposizione del fronte interno, o la sua rottura, come si preferisce. Della politica cioè aggrovigliata dai media dietro e attorno a questo o quel fantasma, Bossi, Berlusconi, ora Grillo, rendendo ogni singolo atto di governo impossibile. Qualcosa che vada oltre il calibro dei cetrioli.
È un fronte di cui i media si sono impadroniti a fini di mercato – ma forse anche agitatori, per rendere impossibile la funzione di governo. Irresponsabile. Nocivissimo: è qui la crisi di credibilità italiana, in quei giornali e giornalisti che la agitano, pieni di rivelazioni ogni giorno, e di “riforme” di cui l’Italia sarebbe insolvente. Un giorno non si vende abbastanza patrimonio pubblico, non si svende. Un giorno non si chiudono la scuola e l’università pubbliche. O si pagano ancora le pensioni ai non giornalisti. E non si è precari abbastanza - anche se alcuni giornalisti sono pagati 20 euro, al giorno.
Renzi, politico per eccellenza mediatico, sembra anche intenzionato a vederci chiaro. Ha già sfidato la Rai. Mentre sui media privati fa surplace il suo fedelissimo Luca Lotti – la Fieg, la federazione degli editori, ne è alquanto risentita. 

Il fattore Berlinguer – chi lo tocca muore

 “La sinistra di tutte le sfumature ha trovato nella denuncia morale un comodo surrogato dell’iniziativa politica” è una conclusione perfino lapalissiana. Ma il silenzio che l’ha accolta è fragoroso.
Martina, che ora insegna Etica a Roma, fu una fan sfrenata di Berlinguer. Di tutto Berlinguer: della Costituzione feticcio, del Partito diverso, del compromesso con la Dc, e dell’austerità. Oggi, da studiosa, stenta a crederci: avendo deciso un riesame per i trent’anni della morte, su ognuno di questi quattro punti trova solo vicoli chiusi. Si meraviglia anzi, che il Partito, avendo reagito subito quasi unanime (da Napolitano a Natta) con raccapriccio alla chiusura nella questione morale e la diversità, non abbia saputo reagire.
Di più il pamphlet avrebbe inciso se avesse fatto la storia dei due cardini del berlinguerismo, l’austerità  e la questione morale. Due trappole. La prima fu tesa da Fanfani, la seconda, con corredo di “tecnici”, “uomini giusti al posto giusto”, onesti e capaci, etc, da Scalfari, da sempre avverso alla politica – il suo primo “Autunno della Repubblica” è del 1955 (la questione morale è la non-politca di un repubblicanesimo che, pur professandosi molto laico, non riconosce il suffragio universale)..
Di più anche il pamphlet avrebbe inciso se fosse stato impostato sull’attualità, sui vent’anni di niente eccetto il comodo antiberluconismo. Che per le mosche cocchiere del Pd (Gomez, Travaglio, D’Avanzo, etc., tutta gente di destra) è business, ma per la politica? È un caso che Berlinguer sia diventato appannaggio della giustizia politica, la colpa più grave, di Grillo, e di governi “tecnici” disastrosi, da ogni punto di vista? Con qualche anima candida, molti sepolcri imbiancati, tantissimi reduci-resistenti, specie fra quelli che trent’anni fa ancora non c’erano.
Resta un atto di coraggio, perfino temerario. Di Martina, che è stata dirigente e deputata del Pci, si sono contestati per questa critica perfino i titoli accademici: chi tocca Berlinguer muore. Agli illusi è inutile parlare. Ma questo inossidabile sovietismo era forse il punto centrale da argomentare. È infatti coltivato dai media, che rispondendo ai nomi di Cairo, De Benedetti, Bazoli, Elkann, e alla corruttela Rai, sollevano perplessità. Se non s’intende il compromesso una piccola “larga intesa”, col Pci subalterno ai resti di una parte della Dc – ora ringiovanita e imbaldanzita con Renzi.
Claudia Martina, Berlinguer in questione, Laterza, pp. XV + 121 € 12

venerdì 23 maggio 2014

Stupidario europeo

“Già Marx e Nietzsche avevano capito che il processo di unificazione economica doveva essere intrapreso” (Massimo Cacciari, “la Repubblica” di giovedì).

“Prendiamo una decisione, la poniamo in rete, e aspettiamo per qualche tempo cosa succede. Se non c’è nessuna grossa protesta e nessuna insurrezione, anche perché i più non capiscono nemmeno cosa si sarebbe deciso, allora andiamo avanti – passo dopo passo, finché non ci sarà più ritorno” (Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, 1999). .

"Se l’euro fallisce, fallisce l'Europa.
“Il futuro della Germania è indissolubilmente legato al futuro dell’Europa.
“Non vediamo alcun segno di recessione. (La Germania) è ancora una volta il motore della crescita nell’Unione Europea”  (Angela Merkel al Bundestag, 7 settembre 2011).

“Due prosciutti su tre venduti come italiani sono di maiali allevati all’estero. Tre cartoni di latte a lunga scadenza su quattro sono stranieri, idem per la metà delle mozzarelle fatte con latte” (Roberto Moncalvo, presidente Coldiretti, al “Corriere della sera”, 23 marzo). La mozzarella si può fare anche senza latte.

L’euro è un anglicismo. Il termine, adottato dal Consiglio Europeo di Madrid, 15-16 dicembre 1995, riflette la terminologia in uso nei mercati finanziari, per euromercato (l’emissione di obbligazioni in Europa) e  euromoney.
L’euro sostituì l’ecu, acronimo fino ad allora in uso anch’esso derivato dall’inglese, european currency unit, unità di conto europea.

Wittgenstein religioso

Un Libro del Buon Ricordo, l’ennesimo, di una persona molto amata. Che è anche un Libro degli Amici, dei detti e fatti di Wittgenstein in qualche modo memorabili. Del personaggio Wittgenstein, per molti aspetti rara avis: filosofo austriaco a Cambridge, geniale, disordinato, ricchissimo ereditiere pauperista, pedagogo appassionato e maestro di tanti, temperamento socievole e furastico, brusco – “categorico” lo dice qui Drury. Amichevole e bisognoso di amicizia, ma sempre con riserva. Un soggetto in certo senso ideale per la memorialistica e le vite degli altri, che gli inglesi amano e di cui hanno fatto un’arte. Innumerevoli sono ormai le raccolte di lettere, nonché le memorie, degli amici di lungo corso (David Pinsent, Georg Henrik von Wright, Norman Malcolm, Paul Engelmann, più note sparse di Russell, Popper, Moore) o dei testimoni occasionali di un atto o un detto. In questa raccolta Rush Rhees assembla i ricordi, in vario modo utili, di Hermine, la sorella maggiore di Wittgenstein (maggiore di lui di quindici anni), Fania Pascal, F.R.Leavis, John King e M. O’C. Drury.
È una raccolta specialmente interessante, nei ricordi di Drury, di Hermine, e anche di Fania Pascal, per l’aspetto più sorprendente e poco analizzato di Wittgenstein, la religiosità. Che nessun prete naturalmente esplora, poiché il filosofo non era un pietista - non biascicava giaculatorie. La sua religiosità era però ben viva, costante, penetrante, fino in ogni suo triviale atto quotidiano. Al modo di J. S. Bach, dice lui stesso a un certo punto (p. 231) - che però era pietista, componeva ogni giorno febbrile sotto l’insegna SDG, Soli Dei Gloria, e chiudeva con JJ, Jesu Juva!, Gesù aiutami. Nella Grande Guerra, nella quale finirà prigioniero sul Carso, “i soldati lo chiamavano «quello coi Vangeli», ricorda Hermine, perché portava sempre con sé l’edizione di Tolstòj dei Vangeli” – aneddoto evidentemente riferito in famiglia dallo stesso Ludwig. Di ritorno dal soggiorno solitario, isolato, in Norvegia nel 1931 dice a Drury di “aver passato il tempo in preghiera”.
Wittgenstein vive la religione in tutti i suoi momenti e in tutti gli aspetti. Fino al rituale, alla pia pratica - rispettata se non praticata. In una con l’ascetismo. In senso materiale, del vivere di poco. E della purificazione nell’amicizia delle forti pulsioni maschili – “in lui tutto era sublimato a un livello straordinario”, ricorda Fania Pascal, che lo ebbe, oltreché visitatore frequente a casa per conversare col marito, anche maturo allievo di russo, insieme col suo giovanissimo ex allievo e convivente Francis Skinner.
“Non sono religioso ma non posso impedirmi di vedere ogni problema da un punto di vista religioso”, dice a Drury. Che a questo punto propone: “Non si è detto che le «Osservazioni filosofiche» potevano essere dedicate «alla maggior gloria di Dio»?” Wittgenstein non era metafisico, ma come logico s’impennava, se non imbizzarriva. Von Wright trova un’“impressionante analogia con il modo di fare filosofia di Wittgenstein “ nelle “sezioni filosofiche delle «Confessioni», di sant’Agostino, e “un parallelismo stringente” tra Pascal e Wittgenstein.
Ludwig Wittgenstein, Conversazioni e ricordi, Neri Pozza, pp. 235 € 15

giovedì 22 maggio 2014

Vero o falso – 13

Si può vendere latte in Europa senza latte. Vero.

Si può vendere vino senza uva. Vero.

Si può anche vendere vino con lo zucchero. Vero.

E cioccolato senza cacao. Anche questo è vero.

Si può labellare olio d’oliva in Europa un olio con solo il 4 per cento di olio d’oliva. Vero.

E grana il similgrana. Vero.

Si vota per il Parlamento europeo, che non decide nulla. Vero.

Non si vota per la Commissione e il Consiglio Ue, che invece decidono. Vero.

Il mercato italiano del lavoro è il più flessibile nell’ex Europa dell’Ovest. Vero.

“Delitto e castigo” deve molto a Dickens? Vero. In meglio, però.

La buona politica è ascetica

Torna Orwell attuale, lo scrittore che smascherò le dittature, sotto la dittatura del mercato, e più di quella – da lui anticipata nell’ultimo romanzo, “1984” - dell’opinione. “Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario”, diceva, e non c’è dubbio, anche ora che la “fattoria degli animali” è, dovrebbe essere, un reperto preistorico.
Torna così attuale questo invito alla (ri)lettura, scritto trent’anni fa, in omaggio a “1984”, la denuncia orwelliana della società totalitaria attraverso la comunicazione, di un classico tanto percettivo (intelligente) quanto evidentemente indigesto. Riproposto con un’antologia di Orwell, è un’apologia dell’onestà intellettuale a opera di Jean-Claude Michéa. Di cui non sembra, non si dovrebbe, ma c’è estremo bisogno. Sempre, e oggi più che mai – lo diceva Leys già trent’anni fa, e ora ognuno lo sa.
Il saggio di Leys è anche l’esplorazione di un “segreto” che in realtà non c’è: il segreto di Orwell, che la lasciato un’opera importante pur essendo morto a 51 anni, non avendo rivestito alcuna carica, e non avendo scritto nessun “capolavoro”. È l’invito alla “decenza”, che Michéa accentua sulla traccia di Leys - la decency, l’onestà. In una, aggiunge Leys, con Simone Weil, in esperienze complementari (la Spagna, la classe operaia, l’antitotalitarismo, la militanza sempre) e diverse: la stessa passione della giustizia, e la volontà di ascesi, fino all’autopunizione.
Una riproposta caduta nel nulla. Sempre Orwell è da riproporre, ma sempre in Italia cade nel nulla. Segno della sua attualità. Il suo dramma, quello che lo fa attuale, è quello che così sintetizzò: “Sentimentalmente sono definitivamente «di sinistra», ma con l’orrore della politica”, dopo quanto visto in Spagna e dopo, sul “funzionamento dei partiti”.
Simon Leys, Orwell o l’orrore della politica, Irradiazioni, pp. 96 € 12

Ombre - 221

La Coldiretti, movimento di paciosi coltivatori, può indire un convegno dal titolo “Con trucchi ed inganni l’Unione Europea apparecchia le tavole degli italiani”, alla vigilia delle elezioni europee, alla Fiera Milano Congressi.

È vendetta. Tremenda vedetta, ambrosiana contro il Vaticano romano. Di Gotti Tedeschi e la braccio destro Chaouqui, per il partito delle cliniche private degli affaristi ambrosiani, contro Bertone, che tentò una resistenza: che non si ripeta più.
All’ombra del papa Francesco, la cui diletta Maria Immacolata Chaouqui ambrosianamente s’è venduta la terrazza ai vip per la beatificazione dei due papi. È la chiesa, bellezza.

Il Csm decide di non decidere nella più clamorosa lite giudiziaria di vertice, alla Procura di Milano. Nessun commento. Il professor Albertoni, membro del Csm su indicazione della Lega ma di suo studioso di Mosca e Pareto, si dimette per questo. Silenzio.

Berlusconi racconta da Mentana come Putin progettasse già dieci anni fa l’Eurasia - da cui lui l’avrebbe dissuaso. Nessuna reazione. Due giorni dopo Putin firma l’accordo per il gas alla Cina, un affare da 4 o 500 miliardi. Nessuna reazione. Giornalismo?

Al decimo giorno Scajola è complice delle Br nell’assassinio di Biagi. Incredibile, ma come non credere alla Procura di Bologna che non ha mai trovato nessun colpevole?

Il “Corriere della sera-Roma” riduce Muti a “maestro”. Dovendo riferire del successo dell’Opera di Roma e di Muti a Tokyo virgoletta ironicamente. Anche il Muti che chiede il riscatto di Verdi dalla macchiettistica.

Il “Corriere della sera-Roma” si distingue per una serie, ormai, di campagne contro l’Opera di Roma. Negli anni in cui l’Opera di Roma ha fatto le migliori rappresentazioni di tutta Italia. Perfino l’Opera di Firenze, che pure da molti anni è muta, è meglio per il “Cds-Rma”.

Panebianco riflette sul conflitto in Procura a Milano: “Il conflitto, per quel che s’è capito..”. Non s’interroga sul perché non si riesce a “capire”. Che è la vera questione: dei media più che dei giudici – i giudici si sa che sono permalosi.

Non solo il presidente Esposito, un altro giudice di Cassazione del consesso che condannò Berlusconi, D’Isa, ha un figlio giurisperito implicato in prestiti a gratis, per cointeressare il padre a certe vertenze. Anche i D’Isa napoletani, naturalmente. Ma questo non vuol dire. Se non per quel vanto molto napoletano, di essere giudice figlio di giudice nipote di giudice: ora il figlio di giudice vuole monetizzare tanta autorevolezza?

Il primo presidente della Cassazione, Santacroce, e il Procuratore Generale Ciani si svegliano dopo due mesi di scontri alla Procura di Milano, e dicono che bisogna indagare. Sono buoni democratici, ma: devono salvare i napoletani di Milano, Bruti Liberati, Boccassini, Greco, o devono affossarli, qual è la nuova tendenza?

Si presentano alla Casa della Cultura di Milano le “memorie” di Vittorio Dotti, l’avvocato milanese che per vent’anni si arricchì a spese di Berlusconi. Memorie anti-Berlsuconi, ovviamente. Dotti è una vittima, naturalmente, e merita giustizia. Ma la Cultura?

“La cellulite si cura meglio alle 11”, una pagina. Poi dice che si consumano le foreste per farne carta.
Forse per giustificarsi, Rossella Burattino ci infila una seconda informazione: “La depilazione fa meno male alle 15”.

Si monta uno spettacolo a Todi, seconda casa del politicamente corretto, su Marina Berlusconi: “Una metafora del potere dinastico, finanziario, politico, mediatico”. A opera di Emilia Costantini e Laura Lattuada – riferisce Paolo Fallai. Tutti figli di.

Si accumulano le assoluzioni a Rignano Flaminio, le denunce di violenze ai bambini essendo  fantasie “frutto di una forte contaminazione”. Senza conseguenze per i contaminatori.
Ai genitori nelle cronache compete il ruolo di vittime, non di colpevoli delle fantasie indottae sui “loro” bambini. Di cui filmavano in ripetizione le “memorie” delle sevizie. La domenica pomeriggio. Sul divano di casa.

“Expo, la cupola esiste ed era Berlusconi il referente di Frigerio”: con un titolo cubitale “la Repubblica” apre lunedì. Con un errore sintattico, se non è voluto: invece di riferire la rivelazione a Frigerio, Mauro al riferisce al suo informatore-trice alla Procura di Milano.
Il giorno dopo “la Repubblica” reitera su Berlusconi: “Il papa fa quello che avrei fatto io”. Ma allora fa campagna per Berlusconi?

Si penserebbe il lettore di “Repubblica” – la professoressa di lettere, l’ex bas-bleu – avvertito. Ma si beve tutto, come nei popolari inglesi, che ogni giorno “uccide” il precedente. Si capisce che la scuola sia in crisi.

“Rai, arriva il tetto agli stipendi. In 43 scendono a 240 mila euro”. Dunque, 43 topi manager. Auto aziendale compresa.
Ma dalla Rai non possono andare alla concorrenza, perché Berlusconi li paga meno.

Ma Renzi ha compresso la spesa pubblica col tetto ai manager, o non l’ha dilatata, con la nomina di una dozzina di presidentesse? Che non hanno nulla da fare – nel diritto societario il presidente è per la rappresentanza – ma prendono il tetto.

Finalmente Chiamparino dice tutto (quasi) su Greganti a Imarisio, al “Corriere della sera”: “Era il mio capo a Moncalieri nel 1975”. Molto legato alla “corrente autostradale” del Pd, cioè ai Gavio – la stessa di Penati-Bersani a Milano. E per essa a Quagliotti, vice-segretario regionale Piemonte del Pd, della corrente di Fassino. Con cui Chiamparino è in guerra.

Martin Schulz, non richiesto, intima a Geithner dai microfono di “Un giorno da pecora” di fare i nomi: “O il signore fa i nomi o taccia per sempre”. Come al matrimonio? Sarà Schulz, candidato socialista a capo del Parlamento Europeo, un prete.

Il sanguinoso duello alla Procura di Milano si gioca su un doppio pedinamento: due giudici inseguivano lo stesso sospetto? La Guardia di Finanza, che li avrebbe fatti entrambi, assicura che non è avvenuto. Ma non vuol dire, insiste il “Corriere della sera”: “L’affermazione, in sé vera, sconta però una dose di reticenza rispetto al rischio potenziale, che in teoria investigatori di due indagini diverse potessero prima o poi incrociarsi sullo stesso bersaglio da pedinare”. In teoria, eh.
In pratica, non una parola sulle sette cartelle con cui un giudice accusa l’altro di averlo fatto – fatto in pratica.

mercoledì 21 maggio 2014

Verso un bicolore tedesco

La “popolare “ Merkel al comando dell’eurozona, della Bce e della politica estera europea, il socialista Schulz al Parlamento. Una duplice accoppiata quasi sicura: l’Europa è avviata a una diarchia il 25 maggio, tra destra e sinistra, ma a egemonia tedesca.
La cancelliera non fa campagna per il suo partito contro i socialisti in Germania – dove peraltro per le Europee votano in pochi. E non ha mosso una sola obiezione a Padoan e alla politica della spesa di Renzi, dopo che lo steso Renzi ha portato il Pd nel Pse, il partito Socialista Europeo. La candidatura di Schulz, non potendo contare sul voto socialista in Francia, fortemente in ribasso, dipende dal buon successo di Renzi e del partito Socialdemocratico tedesco. 

La crisi di credibilità, di inviati e corrispondenti

Arrivato a Bruxelles e a Berlino, anche a Parigi, l’inviato o corrispondente subito si esercita alla credibilità: l’Italia non ha credibilità, etc. Con tre varianti. L’Italia “non fa le riforme”. L’Italia è corrotta (burocratica, improduttiva, etc.). L’Italia non è competitiva.
Ma credibilità di che, se non c’è banca, assicurazione, industria piccola e grande, commercio piccolo e grande, in Italia che non alletti l’investimento estero. Perfino l’Alitalia. Solo Grillo se ne accorge? Solo Grillo legge il giornale, l’inviato e il corrispondente no? E la competitività, le riforme, etc. L’Italia è la seconda economia manifatturiera della Ue, dietro la Germania. Che però ha un terzo abbondante di popolazione in più. È quarta al modo, dietro Cina, Usa e Germania, per “complessità della qualità”, collocandosi con un migliaio di prodotti nei primi tre posti per saldo commerciale attivo. E ha i criteri di pensionamento più rigidi. E il mercato del lavoro più flessibile. A tutti gli effetti decontrattualizzato, perfino nel pubblico impiego.
Non basta sapere una lingua, evidentemente, per capire le cose - ne sa tre il mago di piazza Colonna, sotto il portico, davanti allufficio di Renzi. O la credibilità è “al centro”, ma non del governo, dei giornali? Che per questo sono sempre meno letti. Si cita una ricerca del Financial Tmes” secondo cui l’Italia è il paese che ha meno investimenti esteri in Europa. Meno della solita Grecia, o del solito Portogallo, dove il “Financial Times” avrebbe censito investimenti esteri per 200 milioni l’anno scorso. Quanto gli investimenti in Italia di Ikea nel solo 2013? E dov’è questo studio del “FT”, il giornale non ne sa nulla.
La cosiddetta crisi di credibilità è creazione di media asserviti. Anche a loro insaputa, per dabbenaggine: 60 dei 170 miliardi di nuovo debito sono andati al finanziamento delle banche fallite in Spagna e Irlanda, e in Grecia, Portogallo, Cipro. Cioè delle banche tedesche, francesi e inglesi loro creditrici. Ma questo nessun italiano lo sa: non dai suoi media, contrariamente al bravo, ottimo, cittadino tedesco, anche all’inglese. Provincialismo? Non può essere – non usano twitter?

Il mondo com'è (174)

astolfo
Antipolitica – Degli ultimi tre presidenti della Repubblica se ne sono compiaciuti i due presidenti politici, Scalfaro e Napolitano. Non il presidente “tecnico”, Ciampi. A sua volta una delle scelte “tecniche” di Scalfaro. Che di suo si può dire “ l’uomo della Provvidenza” - eletto in questo senso (è il solo modo per non dirlo un golpista a ripetizione, quale fu).

Destra-sinistra – C’è più di una morfologia comune nella storia del Novecento. La violenza accomuna. Il fatto biografico, l’ambivalenza, di Mussolini e tanti altri gerarchi, Goebbels, Niekisch, etc., l’anticultura, di Goering come del fascismo e del sovietismo (non di Stalin, curiosamente, come non di Mussolini, ma del loro sistema di controllo). O, se si vuole, la scelta della realtà – il lavoro, la produzione, la casa, la sanità – contro la cultura (l’ozio, il disimpegno, la chiacchiera).

Fascismo – Fu violento, sempre, anche negli anni del consenso – è l’aspetto che De Felice sottovaluta. I confinati furono decine di migliaia, condannati cioè senza giudizio. Le violenze contro gli oppositori centinaia. Gli assassini numerosi. Non c’è solo Matteotti, tra quelli celebri: c’era stato Gobetti, ci saranno Gramsci e i Rosselli. Molti ignoti morirono di percosse. Nella sottovalutazione del fascismo in confronto alle nefandezze ultime del nazismo, la componente violenta si trascura. O si annega, nell’antisemitismo, nella guerra, nelle fazioni di regime.

Si analizza ancora come “capitalismo avanzato”, o comunque “guardiano” del capitalismo, mentre fu un’applicazione perversa del socialismo. Di cui il capitale – non tutto, tra l’altro, specie in Germania – trovò comodo farsi scudo. Non ultimo per l’efficienza, o funzione di governo – pur in mezzo alla corruzione, ma allora efficientista. Per il fondo popolare e anzi di massa, mai realmente tradito. E per il senso dello Stato, seppure a suo modo, con la spesa sociale e in infrastrutture, e fino al controllo pubblico dei mezzi di produzione, credito e industrie.

Gesuita - Papa Bergoglio dice: “Gesuita sta nel vocabolario per ipocrita”. Vero, il vocabolario lo dice “ipocrita e di opportunistiche cautele”. Ma gesuita è più intrigante che furbo, sempre nel vocabolario – uno che sa scherzare con la propria presunta ipocrisia. Per questo Giovanni Paolo II non ne volle sapere, e li escluse  dal suo papato.

Guerra – Si “celebra” per il centenario del 1914, ma non se ne saprebbe dire l’orrore. Con dieci milioni di morti e quindici di mutilati, i gas, le trincee, le pulizie etiche (deportazioni in massa, sterminio). Anche nella parte che si può dire di resistenza, l’irredentismo italiano e slavo. Prodroma alla storia peggiore dell’Europa: sovietismo, fascismo, nazismo, la seconda ancora più orribile guerra mondiale .

Islam – Terrorismo, rapimenti, ricatti, anatemi, lapidazioni, inquisizioni, con frustate, lapidazioni e impiccagioni in piazza, guerre civili, pirateria, schiavismo, dittature ineliminabili, legislazioni civili regressive: da cinquant’anni il mondo islamico naviga senza bussola, in un mare di negatività. Dalla “guerra di liberazione” in Afghanistan. Senza un’autorità, un settore, una voce che si levi in controtendenza: non un solo paese islamico si distingue per il progresso civile e politico, nemmeno nell’economia malgrado il petrolio. Letteratura, arti, filosofia, scienza, religione, non un contributo del mondo islamico si segnala. L’unico Nobel per la fisica, Abdus Salaam, è legato al nucleare. L’aggiornameto del diritto islamico, che l’ayatollah poliglotta e cosmopolita Behestì aveva intrapreso in Iran è finito quarant’anni fa con la dinamite che l’ha fatto saltare in aria.

Nazionalismo – Per quale motivo la “più grande democrazia del mondo, un miliardo di elettori, quasi tutti poveri secondo gli standard europei o poco abbienti, vota  a destra? Per il nazionalismo. Il nazionalismo induista, contro i 180 o 200 milioni di mussulmani ancora in india. E il tradizionalismo, culturale, sociale. E per il decisionismo del leader della destra, Modì. Contro la tortuosità burocratica. Ma anche per la promessa di un forte autoritarismo – le masse vogliono essere governate.
Il nazionalismo che l’Europa vuole negare dopo averlo nutrito, e anzi creato. Da ultimo con le guerra coloniali, la mobilitazione totale e la resa senza condizioni. In nuce per i più nobili motivi: i risorgimenti, le autonomie, gli irredentismi, i primati, le missioni. Se non che il nazionalismo è l’unica ricetta politica identificabile, seppure nella nebulosa “populismo”, della stessa Europa. Nei paesi orientali e ora anche in quelli occidentali, in Spagna, in Gran Bretagna.  .
Anche il fenomeno Merkel in Germania è riconducibile al nazionalismo, seppure a basso voltaggio – senza dirlo, cioè, ma “prima la Germania”. E così lo squallido (fallimentare) gollismo senza De Gaulle di Sarkozy, che ha finito per esercitarsi contro la Grecia e contro l’Italia, ginocchioni davanti a Merkel e Obama, al G 20 di Cannes e in Libia.

Populismo – Non si può arguire che tutta la politica sia populista, eccetto il partito Democratico. È singolare, è assurdo.
Su questo stesso metro, concorrenziale, Forza Italia e 5 Stelle hanno peraltro constituencies ben più attive e operative delle sterili primarie del Pd. Che peraltro sfruttano la preminenza nei media, cioè il veicolo principale del populismo. Comuni essendo le parole d’ordine demagogiche (populiste): giovanilismo, telegenia, quote rosa, liberalizzazioni, privatizzazioni, riforme - il candidato omogeneizzato è max trentenne, donna, aggraziata, almeno fisicamente, telegenica, dizione curata, buona memoria, ligia al copione (merito, onestà, “riforme”).

S’intende la demagogia. Di parole al vento, senza progetto, senza un’organizzazione politica e un appiglio comunque con la realtà. Nel caso migliore il voto di protesta. Se non che, nel caso italiano, Bossi-Berlusconi-Di Pietro-Grillo, si segnala invece per la precisione anche linguistica. Un linguaggio delle cose, avviato da Bossi e tesaurizzato da Grillo, informato, perfino meticoloso, attento alle insorgenze sempre.
Manca in questo populismo l’ideologia  – con la possibile eccezione di Di Pietro, personaggio poco chiaro, dall’ideologia peraltro confusa? Ma solo nel senso del libro profetico, Adam Smith o Marx. Perché al contrario l’ideologia c’è, sia in Bossi sia in Grillo: il localismo e la correttezza, o verità della cose – c’è anche in Berlusconi, nel liberalismo, l’antiburocratismo, i ceti produttivi, etc., ancorché a tratti. Grillo sa sempre di che si tratta: sa investigare (andare a fondo), analizzare e giudicare, da solo, più delle migliori redazioni dei migliori giornali, incapaci o ipocrite, su ogni evento su cui l’opinione si misura. Il populismo è semmai rintracciabile nell’opinione pubblica. Nei media: approssimazione, difetto d’informazione, conformismo, pregiudizio.

Terrorismo – È ricco. Non è più un fatto di resistenza o di difesa, per quanto mal indirizzato, ma di prepotenza. E a tutti gli effetti reazionario. Ben organizzato e finanziato: armamenti, logistica, pubblicità. Dispone del meglio, pagato evidentemente a buon prezzo - lindutria del male prospera perché si fa con ricarichi enormi. Dai Talebani a Al Qaeda e Boko Haram.
È anche mussulmano per lo stesso motivo: perché può disporre di ricchezze non sudate.

astolfo@antiit.eu

Astensione per non morire dc

L’avvicinarsi del voto accentua e non attenua il mal di pancia dei democrat di origine Pci. Renzi non ha fatto campagna per accattivarsi il loro voto, e anzi con le nomine alle aziende pubbliche, le candidature in lista, e la gestione interna del Pd, sembra perfino intento ad alienarseli.
Nelle riunioni che si susseguono a Roma, di circolo o di sezione, i nuovi democrat, renziani o di origine Dc, peraltro non si presentano. O non fanno nulla per controbattere i timori di una gestione del partito da vecchi praticoni della politica.
L’insofferenza degli ex Pci, che sono tuttora la base elettorale più forte del Pd, potrà essere controbilanciata dal voto giovanile. Delle generazioni cioè senza passioni reducistiche. E dai percettori del bonus da 80 euro. Ma proietta un’ombra non irrilevante sul voto.
Qualcuno prospetta perfino un “effetto Rutelli”, di quando nel 2008 l’ex Pci in massa disertò il voto per l’ex sindaco al Comune di Roma.  Analoghe incertezze si registrerebbero in Romagna, a Napoli e nelle Puglie, specie nel Salento.

Tutti dc i maneggioni

Si faccia caso, da Palermo a Bolzano tutti i casi di malversazione, a danno della casse comunale, provinciali, regionali, quando non di vera e propria corruzione, hanno al centro maneggioni Dc . Vecchi e nuovi. Travestiti magari da berlusconiani, o leghisti, o dipietristi, e da democrat, ma al cuore sempre Dc. Di una delle fazioni in cui sono dispersi: Casini, Mastella, Monti, o al coperto di uno dei “nuovi” leader. Propro tutti, a Milano, a Napoli, in Sicilia, in Calabria, in Liguria, in Piemonte, a Roma – e non si tocca la Rai, il santuario del sottogoverno. Dalle note spese agli appalti.
Sarà un caso, ma da meditare per Renzi, se si avvia a fare il Restauratore. Se li troverà in ogni piega. Per ora dall’esterno, il solito Greganti che, con Penati, fa il referente della “cordata autostradale”. Ma più insidiosi sono quelli dell’interno, a Messina e altrove – i giudici non li proteggeranno a lungo. 

Berlusconi vota Alfano

Berlusconi insegue Grillo e  trascura il suo ex pupillo Alfano. Sembrerebbe un segno di sufficienza e invece contraddice un canone della scienza politica: che la propaganda elettorale va fatta contro i partiti similari. Che il nemico è chi può puntare agli stessi elettori.
Il canone varrebbe ancora di più nel caso di Alfano, che ipoteticamente è un traditore, anche irriconoscente. E potrebbe in questa sua prima prova elettorale bruciarsi subito, se non raggiunge il 4 per cento. Invece  Berlusconi lo accredita di una percentuale ben più alta. E fa campagna contro Grillo trascurando del tutto Alfano.
Un’ipotesi è che Berlusconi tema che i suoi elettori votino Grillo meglio di Alfano, ma è difficile accreditarla: il “ceto medio produttivo” non vota per protesta. Resta l’ipotesi iniziale, che Berlusconi abbia sparigliato, dopo il voto di febbraio 2013, per allargare l’aera moderata.

La deriva populista del realismo

Si parla molto di populismo, spregiativamente, ma è una parola feticcio – uno slogan - buona a tutto, cioè a niente, l’indignazione ha poco corso. Martinelli prova a rifletterci sopra da studioso, ma la passione gli prende la mano, anche a lui.Il populismo è la vecchia demagogia, sostiene. Vero. E oggi si impone perché la piazza televisiva e la piazza digitale “atomizzano” il cittadino: lo isolano in un rapporto diretto, fatalmente soccombente, col guru-leader. Vero anche questo, ognuno lo vede. Martinelli precisa il concetto come una “malattia congenita” alla democrazia. È vero, fin dai tempi, si può aggiungere, della democrazia ateniese.
È una “malattia”, una deriva parallela a quella tecnocratica, insiste Martinelli. Ed è la parte più innovativa della sua riflessione. Populismo e tecnocrazia prosperano sulla crisi della politica, e si sostengono a vicenda. In particolare quando, come è giusto, si estende la tecnocrazia alle cosiddette istanze internazionali, quale l’Europa di Bruxelles – oggetto già da anni in Germania della critica della migliore sociologia, della più europeista. Il governo “tecnico”, spiega Martinelli, prende le decisioni impopolari, di cui la politica è incapace, e così facendo alimenta l’alternativa populista. Verissimo, questo è sotto gli occhi di tutti. Ma indurrebbe a considerazioni storiche e sociologiche importanti – che Martinelli non sviluppa – sula tendenza di molti presidenti della Repubblica a delegittimare la politica facendo affidamento su questo o quel “tecnico” di loro fiducia.Non è il solo punto debole di questo “populismo”.  Si penserebbe che il sociologo si chieda perché la “vecchia demagogia” attecchisce oggi, con la scolarizzazione di massa e l’eccesso, addirittura, di informazione. E invece no, la “malattia” è come un virus: in forma meno drammatica, ma in misura più estesa, conformista, si discute del populismo come un tempo, per quasi mezzo secolo, si discusse delle origini del fascismo. Confondendo sempre l’effetto con la causa – non di diventa fascisti perché si è fascisti, magari da millenni (anche questo si diceva), diventare non è essere. Lo stesso per il populismo. La passione politica c’entra perché oggi in Italia, alla fine, solo il Pd si salva da questo tipo di analisi del populismo, e questo non può essere.È un problema di mezzi e di messaggi. È un problema di linguaggi: la televisione, la rete. Ma è un anche e soprattutto un problema reale. Anzi tre problemi reali: Una recessione imposta all’Italia. Una crisi economica e politica europea che dura ormai da sette anni. La crisi dell’opinione pubblica in nessun modo congrua con la democrazia e ad essa sovrimposta, in molte forme, alcune non surrettizie. E un quarto problema reale ci sarebbe: l’immigrazione sregolata, la nuova tratta degli chiavi. Ma basti dire che di questi problemi solo i “populisti” hanno coscienza.
Alberto Martinelli, Mal di nazione. Contro la deriva populista, Università Bocconi, pp. 153 € 16 

martedì 20 maggio 2014

Problemi di base - 183

spock

Passera vuol “riempire lo spazio del centro-destra”. Da solo?

Ma a queste Europee dobbiamo votare per i candidati o per i giudici?

E sotto che simbolo corrono?

Dopo Hitler viene Grillo, dunque. E prima?

Dobbiamo ridere più di Brunetta o con Paolo Rossi?

Perché gli dei di Omero ridono?

Sarà merito nostro se l’Italia ha perso un milione di posti di lavoro dal 2011, e la Germania li ha aumentati di due milioni? Mors tua vita mea

Se l’Europa è Bellavista, perché fa paura?

spock@antiit.eu

L’Europa della Germania è la Germania

“L’Europa non è mai esistita, non ci sono stati che spiriti europei”. Oppure, e siamo alla fine, “l’Europa è morta del privilegio culturale – la cultura da un lato, la vita degli uomini dall’altro – questa schizofrenia non poteva mancare di finire in crisi assassine”. È un fatto, si può cominciare da qui: l’Europa è una cortigiana (non) onesta - una delle tante, se ce n’erano trecento, secondo Kant, censite dal Concilio di Trento Ma questo, benché molto italianato e italianista, non è un romanzo per ridere.
È un viaggio picaresco nel passato, alla maniera dell’“Orlando” di V.Woolf, comprimendo il Tempo nel presente, in slittamenti della personalità. Un dramma della storia e di una persona, forse l’autore stesso in controluce, affrontato comunque con leggerezza: “Non ho il diritto di sottrarmi alla leggerezza”, dice il personaggio principale, ambasciatore di Francia a Roma, “fu una virtù francese”. E un omaggio all’Italia, unico per familiarità e naturalezza, in molte pieghe che l’Italia stessa ignora o trascura – Apostolo Zeno e il “Giornale dei letterati”, o “l’’abate Giacoppo Rebellini che trattava Voltaire e Rousseau da «nemici di Dio e della società»”, o “le nozze della Ford con la Fiat” già nel 1971 – l’anno di pubblicazione del romanzo. Un omaggio alla storia e al modo d’essere, alla luce ai colori, ai sapori. Con l’elogio del riserbo, dietro l’espansività, virtù italiana utile contro l’incontinenza già allora “invasiva”.
La storia sarebbe semplice: un legame intensissimo, senza essere (forse) fisico, anzi a distanza. Declinata al modo immateriale dello spiritismo, fra ectoplasmi, e nel loro tempo apocalittico, che oscilla fra l’ieri e il domani. Ma una storia senza personaggi in realtà, piuttosto di emblemi, per un senso opprimente della Storia. O “saviniani”, personaggi “senza spessore”, per la “profondità” del superficiale, dell’assenza di profondità. Ambiziosi, seppure coscienti dei limiti di una narrazione – “«Guerra e pace»”, si dirà Gary nella prefazione americana nel 1978, “non ha fatto incomparabilmente più per la letteratura che contro la guerra?”
Di scrittura accentuatamente settecentesca, voluttuosa, spiritosa – Choderlos de Laclos si nomina più volte, e ai “Legami pericolosi” è dedicata la pagina centrale. Con innumerevoli calchi: “Bisogna saper inventare il passato. È così che il presente e il futuro si creano”, “La fine di una civiltà è anzitutto la prostituzione del suo vocabolario”, “Quando si è intrisi di cultura, si esce sempre puliti dalle pattumiere”, “Non c’è, purtroppo, un diavolo per comprare la nostra anima”, i Faust-Faustus sono “una serie di truffatori, impostori, bari, piccoli traffichini che promettono sempre e non consegnano mai”. “Proust si sarebbe annegato in una goccia d’acqua”. “Il fascismo? Il nazismo? Una demistificazione dell’uomo. Un momento di verità. Del realismo”. Per una storia di parvenze ma di forte, perfino eccessiva, presenza. Allargata ai bari (il Destino) e agli ladri.
Danthès, l’ambasciatore, è Dante, “quasi il suo omonimo”, mezzo poeta della selva oscura, e mezzo d’Anthès, “l’uccisore di Puškin” – con uno spruzzo di moschettiere. Anch’egli protoplasmico: s’innamora di una giovane, che poi è – gli appare, è lo stesso – un fantasma, come l’Europa a cui ha dedicato la vita e la carriera, “una vecchia e cinica fattucchiera”. I due piani sono mescolati, purtroppo per 500 lunghissime pagine, ma non senza godimento alla lettura – a tratti sembra perfino di leggere il giornale, oggi.
L’Europa dei prezzi e delle monete
Danthés, la cui vita professionale è dedicata all’Europa, vive in uno stato di “sogno vigile”. L’Europa non se la passa bene, l’Europa contemporanea “dell’economia, dei prezzi e delle monete”. Siamo a settembre, è appena trascorso l’agosto 1971, dell’inconvertibilità del dollaro, una crisi “nel corso della quale il ministro tedesco Schiller aveva ritrovato fin nei pugni sul tavolo, i toni e le scenate, tutta l’arroganza tradizionale del nazionalismo con stivali e chiodo”. L’Europa è già morta: “Il senso di abbandono, senza vergogna e questa volta senza ipocrisia, emerse nella stampa, nei giorni comici che avevano seguito l’annuncio della non convertibilità del dollaro: gli editoriali dei giornali parlavano a gara del «fallimento dello spirito europeo», come se poteva esserci qualcosa in comune tra quello spirito e l’Europa dei mercati, delle società anonime e dei prezzi di realizzo”.
Lo svolgimento è una febbre, uno stato allucinatorio. Nell’atmosfera lattiginosa, fuori del tempo, di Venezia, e del lago Trasimeno trasposto alle porte di Firenze - una Firenze nel caldo di agosto (provare per credere: tutto va in fumo). Di sonni-sogni “abortiti” – “ciò che permette ai sogni di esistere è il risveglio”. Per primo quello dell’Europa. In una con (o simboleggiata da) l’amore, che forse non ci fu della madre, e ora della figlia, che potrebbe essere la propria figlia. In uno stato opprimente – ineluttabile - e evanescente, “uno di quei sonni astuti in cui si sogna che non si dorme”. In cui ogni personaggio si fa i suoi personaggi, in un gioco di scacchi, e di specchi o quinte: li fa apparire e sparire, parlare, purtroppo sempre forbito, e agire. E qui non senza conseguenze, per l’irreversibilità dell’azione, per quanto modesta, un incidente di macchina, non mortale, una caduta dalla bici – il piatto rotto che non si ricompone.
Una storia di deliri, in cui ogni personaggio trasmuta in continuazione, in un slittamento continuo tra realtà e apparenza, come un trompe-l’oeil caleidoscopico, in costante dissolvenza. Insistito, anche disinvolto, ma è forse la storia che più Gary sente propria, un autore che nel 1945, dimesso dal lager, aveva titolato il suo primo romanzo “Un’avventura europea”: un romanzo politico – storico nel senso della politica (l’editore la chiama “la sua favola brillante”). Una lamentazione sregolata, tristissima, dell’Europa che non fu e non è. Che avrebbe meritato la misura del racconto, ma Gary ha voluto estenuare in innumere ripetizione, come per un’ira incontenibile, per una volta forse affabulatore sincero.
L’Europa dei Lumi e delle lucciole
La storia d’amore è piuttosto dell’Europa: è un romanzo politico, seppure in forma onirica, di visione, di sogno insonne. Con umori tuttavia non sopiti - per tutti del francese vs. il tedesco: “In Germania l’Europa non ha mai significato nient’altro che la Germania”. Sotto forma di una partita a scacchi, seppure in un quadro di poetic justice, come dice l’inglese, in cui il vizio viene punito e la virtù premiata. Più d’una, le più audaci che gli scacchi abbiano memorizzato. Una partita tuttavia di dispersi, di perdenti. Una rappresentazione gotica dell’Europa, seppure alla luce chiara della Toscana. In “un mondo di rovine volato a pezzi irreparabilmente”, l’Europa in un’epoca in cui “don Giovanni si sarebbe tirato un colpo in testa”. Ma allora una storia preveggente, quasi profetica, dell’Europa che annega nell’età dell’Acquario. Una trenodia profetica, nel 1971, dell’Europa all’ingrosso e al minuto – comprese le lucciole, a più riprese, che poi tanta fortuna avranno, a partire dal “secolo dei Lumi e delle «lucciole»”.
La colpa dell’Europa di Gary è se si vuole veniale: vivere, avere vissuto, al di sotto delle aspettative che ha creato. Ma quanto mefistofelismo in nome dei suoi “ideali”. Un romanzo “strano”, riconosce l’autore nella prefazione americana. A cui però teneva: “Dire che l’Europa non esiste e non è mai esistita” è una bestemmia, ma serve a “esprimere in un’opera di finzione la frattura schizofrenica tra cultura e realtà”.
Romain Gary, Europa, Folio, pp. 496 € 9.40

lunedì 19 maggio 2014

Il conformismo della differenza

L’ennesimo romanzo sulla violenza ai bambini. Ma di un dolorismo politicamente colorato: l’undicenne Eva, fuggita dalla casa affidataria, vittima dell’abbandono, scopre i “padri” gay, uno morto, l’altro privato della patria potestà. Il racconto si prospetta “divertente e drammatico, veloce come un romanzo d’avventura”, ma in realtà è sbrigativo, come un compito svolto, benché Mazzucco si voglia cultrice della materia, e anzi violento. L’omosessualità fa vivere spaventosa: una voluttà di prostituzione senza il distacco e il privilegio libertino, un abbrutimento.
Propagandato per essere stato lettura consigliata in un lice romano, nell’ambito dei programmi governativi contro “le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, il racconto forse ne risente: il piccolo scandalo che ne è derivato ne falsa la lettura. Ma allora in forma negativa: non solo le pagine incriminate, 126-127 (scritte più in fretta delle altre, con qualche salto sintattico), tutto il racconto appare disinvolto. Volendo normalizzare le differenze, le condanna: nello squallore, la disinvoltura, l’indifferenza - un sospetto per di più facendo insorgere: che fra le tante differenze di genere negate, una si ponga anche nell’omosessualità, tra l’“identità” gay maschile e quella femminile.
Melania G. Mazzucco, Sei come sei, Einaudi, pp. 235 € 17,50 

Secondi pensieri - 176

zeulig

Classico – È l’effetto della memoria – un gioco di prestigio, una magia. Del precedente che si crea rimembrando, astraendo, proiettando: il presente, l’avvenire, si nutrono del passato. Che per questo va nobilitato. Ma con una notevolissima opera di selezione.
Uno dei problemi più affascinanti della tradizione, anche se non piace esercitarlo, è la formazione della classicità. Riproposto da Bayet ottant’anni fa, e anche da Gourmont e da Curtius, ma irrisolta, per quanto concerne la “letteratura latina”: le periodizzazioni (età arcaica, repubblicana, augustea, e dell’alto e basso impero), la selezione degli autori e delle opere, i criteri di selezione, l’oblio sui minori o gli scartati.

Dio - È quello di Michelangelo, non parla – è il silenzio del mondo.

È l’impossibilità, chiaramente.

Se non fosse irrispettoso, è l’albero della cuccagna.

Chomsky ci mette una pietra sopra (con Lewontin, “The Mistery of the Language Evolution”, e un nutrito panel di altri sei linguisti): non si sa com’è nato il linguaggio, tutte le ipotesi scientifiche sono sciocchezze. E dunque?
Il linguaggio è la pietra d’inciampo dell’evoluzione, non da ora. Gi studi si susseguono, i congressi Evolang sono al decimo o undicesimo, senza risultati. Siamo sempre al 1866, un secolo e mezzo fa, esordisce il saggio, quando la Société de Linguistique decise di bandire ogni comunicazione sull’origine del linguaggio, considerando insulse tutte quelle ricevute. Negli ultimi quarant’anni le “scoperte” si sono accumulate di nuovo, ma senza alcuna novità.  

Ipocondria – I malati immaginari “si credono fragili come vetro” - Hobbes, “Della natura umana”, X, 11. D’Holbach, traduttore francese di Hobbes, collega l’esempio alla prima “Meditazione metafisica” di Descartes, e o dice “estratto verosimilmente dal «Licenziato di vetro», una delle «Novelle esemplari» di Cervantes”.

Guerra – Si fa la guerra per molti motivi. Nessuno valido – non in rapporto ai costi, e nemmeno alle cause. Eccetto che difendersi dalla guerra.

Ozio – “L’ozio affligge. La natura non sopporta né spazio né tempo vuoto”. Hobbes, “De Homine”, X, qui ragione come don Ferrante. No, anche fisicamente, si può pensare l’ozio come una reazione della “natura” al tempo accelerato.

Postumano – Ipotizza un mondo in cui l’umano si dissolve negli elementi , l’aria, l’acqua, la terra. I quali invece rimangono immutabili (eterni)?
Paradossalmente, è l’opposto esatto della sparizione del mondo mentre l’uomo resta in vita, speculata da Hobbes nel “De Corpore”, 1651: se l’universo è annientato e l’uomo no, su che cosa potrà filosofare? Continuerà come prima: “A quest’uomo resteranno del mondo, e di tutti i corpi che i suoi occhi avevano prima considerati o i suoi altri sensi avevano percepiti, le idee, cioè la memoria e l’immaginazione dei loro volumi, movimenti, suoni, colori, etc., tutte cose che, pur non essendo che idee e fantasmi, accidenti interni a colui che immagina, non per questo gli appariranno meno esterni e come indipendenti dal potere dello spirito”. Poiché il postumano è pur sempre una filosofia.
Molto casuista, per un filosofo realista – o altrimenti poetica, l’uomo che vive di immagini. Lo stesso il postumano: è ferrigno, sa di fantascienza.

Pubblicità – Si ripropone a ondate come obbligo etico, e suprema forma di vivere civile. Dalla confessione pubblica della carmelitane (e ora delle comunità di base), all’illuminismo, che fu segreto e anche esoterico nel mentre si voleva aperto, al presidente americano Wilson, contro la diplomazia, al giornalismo, che vive invece di rimozioni e camuffamenti, alla rete. Il cui nume carismatico e tutelare è Assange con wikileaks, la pubblicità selettiva. O meglio Snowden, significativo su due fronti: la spia che spia lo spionaggio.
La rete si propone come una piazza, in cui esporre liberamente i panni, sporchi e lavati. Ma a fini, circolarmente, pubblicitari in senso stretto, o di marketing, per vendere ai più qualcosa. Stabilire un contatto, ampliare l’indirizzario, studiare le preferenze (acquisti, opinioni, tipologia di relazioni). Oppure, sempre circolarmente, nel nome della privacy: la privacy che si protegge esponendsi.
Il massimo del pettegolezzo, cioè. Includendovi la pubblicazione dei testi segreti, mai spontanea (libera, universale) e generale, sempre forzatamente selettiva. Un pezzo forte peraltro dello spionaggio, o della controinformazione come disinformazione. Con tutte le mobilitazioni, le campagne, i sit-in e le note verbali diplomatiche contro l’eccesso di spionaggio.
La pubblicità (openness) si vuole selettiva, e si giudica dai criteri che la informano.

Realismo – “Se aveste chiesto a Giotto di parlarvi di realtà, vi avrebbe parlato di Dio” – R. Gary, “Europa”, XIX. O Huzinga, “L’autunno del Medioevo”: “Se l’umanità si fosse tenuta alla sola realtà, non ci sarebbe stata civiltà”.

Suicidio Per non altro motivo che il rifiuto implicito nella cosa. La cui natura resta però incerta.

Mancando un buon motivo, tutti sono possibili, la paura, la rabbia a volte. Le vergini di Mileto, che senza motivo ogni tanto divenivano preda del furor mortis e correvano a impiccarsi, si fermarono quando il governo impose che i loro cadaveri fossero esporti nudi al mercato con la corda al collo e la smorfia non ricomposta della morte. Le vergini attiche si fermarono quando fu istituita la festa dell’altalena. Avevano preso a impiccarsi e annegarsi a imitazione di Erigone, figlia di Icaro, che s’era impiccata di fronte al cadavere del padre, appeso dai vignaioli. Nella festa dell’altalena si esposero appese agli alberi non le fanciulle morte ma bambole, e questo bastò a placare le vergini. Si muore pure in simulacro.

Mentre scorticarsi alla ricerca del vero sé è orrendo - è il suicidio dei deboli. Risorge a Vienna con sappiamo chi sotto la frusta di Wanda Masoch.

I suicidi muoiono nella poesia nipponica fissando la natura. I piloti kamikaze li imitavano con versi sui ciliegi in fiore e lune dopo la tempesta.

zeulig@antiit.eu

Stupidario – la moda contro la fame

Il segretario dell’Onu Ban Ki-Moom ha nominato Franca Sozzani, “storica direttrice di Vogue”, ambasciatrice contro la fame.

“Ognuno vorrebbe costruirsi il proprio test in nome della propria specificità…. Ma sono gli stessi insegnanti i primi a sapere che non si può delegare ai propri studenti la decisione sul voto che devono ricevere dopo un’interrogazione”. Ergo? Tito Boeri, “la Repubblica” 15 maggio, “La rivolta dei ragazzi contro i quiz a scuola”, non chiude il sillogismo. Fa un altro quiz, è proprio un addict.

Il presidente del Senato Grasso rigetta un’interrogazione con questa motivazione: “Il documento in oggetto non risponde pienamente ai requisiti di proponibilità, così come specificato nell’art. 146 del Regolamento del Senato”. La stessa decisione sarà poi presa dalla presidenza della Camera.
Il documento in oggetto è una citazione del romanzo “Sei come sei” di Melania G. Mazzucco, in lettura al liceo romano Giulio Cesare. Sull’iniziazione di un quindicenne alla prostituzione.
La curiosa notizia della “non proponibilità” si legge solo sui media di destra.

“Se Regione e Comune pagano il debito l’Atac va in pareggio e non fallisce”. L’Atac , la società romana dei trasporti urbani, appartiene al Comune e alla Regione Lazio.

“Il ritardo nell'Agenda digitale e banda larga costa all'Italia 35 miliardi di euro... L’Italia insieme alla Turchia è l’unico paese europeo ad avere un tasso di penetrazione del digitale inferiore al 50 per cento”. Erano le conclusioni del Commissario per l’agenda digitale Francesco Caio tre mesi fa. Ora Accenture trova l’Italia iperconnessa, “nettamente più della media mondiale”: quasi l’80 per cento degli italiani, compresi i bambini e i non autosufficienti, ha e usa lo smartphone; sei italiani su dieci utilizzano “vari tipi di dispositivi digitali, anche contemporaneamente, per usi differenti”.

domenica 18 maggio 2014

Vero o falso – 12

Il Parlamento europeo esiste da sessant’anni. Vero.

Alle ultime europee ha votato solo il 43 per cento degli aventi diritto. Vero.

In Italia invece hanno votato due su tre. Vero.

I sondaggi sul voto domenica non tengono contro dell’astensione. Vero.

Le leggi europee (direttive, regolamenti…) sono un milione. Falso: sono un milione e mezzo.

I lobbisti sono a Bruxelles quindicimila. Vero.

L’Italia moltiplica le tasse e le entrate fiscali, contrae spese e investimenti, e aumenta il debito. Vero

“Digos, Dia e Carabinieri sono già con noi”, dice Grillo. Sarà vero?

Il Parlamento europeo è itinerante, fra tre sedi, Bruxelles, Strasburgo, Lussemburgo, nelle quali tiene sessioni di quattro giorni al mese, portandosi dietro tutti i funzionari, quattromila, e le pratiche. Vero.

Dossieraggio come giustizia

Al quinto giorno Scajola era a capo della ‘ndrangheta in Liguria. Al sesto – “Il Sole 24 Ore” di oggi – parte o capo di “un’associazione segreta, collegata alla ‘ndrangheta, che rappresenterebbe un paracadute politico e un polmone finanziario, per briganti “non solo italiani”. Che rappresenterebbe dunque – “Il Sole” non sottovaluta i Gemayel. Aspettiamo il settimo giorno, potrebbe essere decisivo – Scajola pedofilo, femminicida, cannibale?
Al primo giorno Scajola era complice nella latitanza di Matacena. Al secondo un esattore di tangenti, al terzo un manipolatore della scorta, al quarto un trafugatore di documenti “segreti”, anche se nessuno li ha letti. Tutto questo è dossieraggio: una tecnica che, inaugurata nel 1989 col processo a Sofri, fa dunque venticinque anni. Scajola sarà il peggiore dei delinquenti, ma che dire dei suoi inquirenti?
Ma, poi, lo si vuole condannare? Basterebbe un capo d’accusa. Uno solo, vero.

Contro Berlusconi uno scudo debole

Contro il “realismo”, e la polemica del realismo contro il “pensiero debole” di cui è il coniatore, Rovatti sancisce, heideggerianamente, che il pensiero debole deve ancora venire – Heidegger lo disse della Germania di Hitler quando perse la guerra. In dialogo con Alessandro Di Grazia, per i trent’anni del suo fortunato conio, nel 1983, ma non celebrativo e anzi con durezza: “Il pensiero debole è una critica radicale del potere e di ogni volontà di potenza, a cominciare dal potere stesso della filosofia”. È questa la sua “Inattuale”, dice anche, calco ennesimo di Nietzsche. Ma in un certo senso, contro i presupposti, è fautore e autore di verità: il pensiero debole è critica sociale, dice, il realismo è legittimazione dello status quo.
Assertivo Rovatti è anche nei confronti di Vattimo, suo coautore del reading del 1983, praticante di due chiese, la cattolica e la comunista: “Se dio vuole , ho la fortuna di essere sempre stato al di fuori delle sirene della religione e dei contorcimenti del cattolicesimo” - dio minuscolo. Anche se anni luce avanti, o sopra, Ferraris, il teorico del telefonino capofila dei realisti, che i testi debolisti mette in uso all’avvocato Ghedini – un filosofo, cioè, che scambia l’effetto per la causa (Berlusconi artefice dell’etica del telefonino? o non è un profittatore? un consumatore, sosterrebbe Ghedini, l’utilizzatore finale della famosa comodità). C’è debolezza e debolezza.
Pier Aldo Rovatti, Inattualità del pensiero debole, Forum, pp.76 € 9