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sabato 7 novembre 2015

Vaticaneide

Se ne scrive molto, ma non lessenziale:

A quando l’oro per la chiesa?
E la fede?

Gesuitico strepitoso sillogismo di Massimo Franco. Dubbi furono espressi subito sulla nomina papale due anni fa di Vallejo Balda e Chaouqui. Il papa non li considerò perché venivano da Bertone, cardinale delendo ancora alla segreteria di Stato. La colpa è di Bertone.

Il gesuitismo Franco ripete nelle ultime tre righe, che non ci siano dubbi. C’è confusione nel governo della chiesa. Gli attacchi sono diretti contro il cardinale Pell. Il colpevole della confusione è Pell.

“Ladri di fiducia” Vicinanza chiama Vallejo Balda e Chaouqui. Opportunamente, hanno tradito la fiducia di Bergoglio. Allora non sono loro gli informatori del suo giornale, “L’Espresso”. Sono gli informatori di Nuzzi?

È un monsignore bergogliano l’informatore di Emiliano Fittipaldi. Attendibile, pieno di documenti, specie sull’Apsa, l’amministrazione dei beni del Vaticano, che Fittipaldi pubblica e interpreta in “Avarizia”. Lo racconta lo stesso Fittipaldi sull’“Espresso”.
Una seconda fonte è un nemico di Bertone, il cardinale delendo di Bergoglio, contro il quale lavoravano Vallejo e Chaouqui.

I documenti Apsa del monsignore bergogliano sono quelli rubati nel marzo 2014 con la fiamma ossidrica nelle casseforti e gli armadi blindati? Si.

Beh, questo è un segno di professionismo – una pausa fra tanti dilettanti allo sbaraglio. Ma custodire e utilizzare corpi di reato?  

Sulle spese del cardinale Pell i documenti anonimi del Vaticano diffondono cifre false. Pell replica coi conti: tanto per il taxi, tanto per la tovaglia da messa, etc.. Il Vaticano controbatte, sempre anonimo: “Come se non ci fossero tovaglie da messa in magazzino”. Il papa francescano è inflessibile.
Però: le tovaglie da messa coi buchi?

Bertone, il segretario di Stato che Bergoglio non voleva, è sotto inchiesta in Vaticano. Con i sei cardinali che hanno firmato la lettera al papa sul sinodo. Sembra inverosimile, ma è vero.

Si vogliono accreditare i libri di Nuzzi e Fittipaldi come provenienti dai nemici del papa. Mentre provengono dai suoi collaboratori, del papa, e colpiscono i cardinali a lui invisi. 
Non s’è mai parlato tanto di nemici del papa quanto ora, da quando c’è il papa argentino.

Francesca e Francesco
Ahi, quante menate
Immacolate
Del papa velino
Argentino

Francesca Immacolata Chaouqui bazzicava il Vaticano già nel 2012, quando si trafugavano le carte di Benedetto XVI verso Nuzzi. In virtù di quale virtù? Mentre faceva la lobbysta per lo studio Orrick, affari internazionali, nella persona di Alessandro De Nicola, avvocato specialista di diritto societario, animatore di una Adam Smith Society, e per Ernst & Young, il gigante della contabilità.
Francesca Immacolata non era ignota al Vaticano quando il papa la volle con sé. Era quella che aveva “confermato” la leucemia di Ratzinger un anno prima delle dimissioni.

 “Anche i sampietrini sapevano ciò che si diceva”, ricorda ora Gian Guido Vecchi sul “Corriere della sera”, di Chaouqui che “aveva fatto la sua comparsa in Vaticano fin dal 2012, anno del Vatileaks: “Che quella giovane pierre faceva da «fonte» di alcuni giornali e siti di pettegolezzi”. Tutti lo sapevano eccetto i sampietrini del papa?

Pasolini dannunziano, velenoso

“L’Espresso” non sempre trattava bene Pasolini. Un corpo estraneo alla sua cultura, benché – o per questo – molto presente sul settimanale. Che non fu mai la sua tribuna: “Tempo” sì, “Suscesso” sì, “Vie Nuove” e altri periodici sì, e la Rizzoli,  col “Mondo” e il “Corriere della sera”, “l’Espresso” no, che invece doveva essere il suo luogo naturale. L’attenzione però fu costante, e ora il settimanale lo ricorda con un volume sontuoso, pieno di foto, con gli articoli a lui dedicati. Non tutti, quelli di giornalisti e scrittori illustri, su questioni ancora aperte: la lingua, la modernità, la corruzione, l’intrigo politico, e il consumismo, quello che oggi si chiama il mercato. In chiave “dannunziana” – cè anche un fotoritratto del Vate nudo.
La raccolta è preceduta da due presentazioni, entrambe illuminanti, involontariamente. Il volume “è il più completo e impressionante corpus di articoli, testimonianze, valutazioni critiche e polemiche di e su Pier Paolo Pasolini in occasione del quarantennale”, esordisce Asor Rosa.  È giusto, concede, l’interesse è vivo e vasto: non cè altro “intellettuale-poeta italiano del Novecento” che susciti tanto interesse. Anche per la capacità di Pasolini di fare opinione: “Suscitare scandalo non è difficile”.  Lo scandalo Asor Rosa sintetizza bene: “Consisteva nel mettere radicalmente in discussione nel medesimo tempo” il conservatorismo e il progressismo. Cioè, conclude, la Dc, “la bestia allora trionfante”, e il Sessantotto, la “inane, cavillosa e pretestuosa rivolta studentesca”. Che invece rinnovò l’Italia, per il meglio, anche all’università, e nei diritti civili. Non solo: Asor Rosa dimentica il Pci, il compromesso storico, il nodo ribellione-dipendenza di Pasolini verso il Partito – che da lui prese molto credito, incluso il funeralone “gesuitico”, ripagandolo con molti torti.
Marco Belpoliti applica a Pasolini la sua sperimentata anatomia dei “due corpi”. Il noto passaggio dalla trilogia della vita, “Decamerone”, “Canterbury”, “Mille e una notte”, a quella della morte, “Teorema”, Salò” e il progettato “Porno-Teo-Kolossal”. Opportunamente ricorda che Pasolini è “uno che ha scritto quasi ogni giorno della sua vita”, un uomo di parole. Ne ricorda anche la traccia fondamentale: “PPP è Narciso, ma anche Cristo: si rappresenta come una figura sacrificale”. Ma non da vitalista? Non fu mai depresso, neppure vittimista. Se non di sé: per il complesso di colpa, l’omosessualità non accettata, vissuta come vizio, da rapporti violenti mercenari, in disarmonia col rapporto ombelicale con la madre. Che fu, se non una chiesa, benché provvida e accogliente, madonna virginale, pura.  

Scorrendo questo volume di contributi competenti un fatto risalta eminente: che Pasolini non è il santino che si continua a celebrare. Aveva servitù di ogni tipo, psicologiche, comportamentali, politiche. Ma non era un remissivo, naturalmente. E non un vittimista: era un pugile che picchiava più che incassare. La poesia contro il Sessantotto? “Brutti versi”, se ne vanta. Il teatro di Fo, che ogni anno sollazzava mezzo milione di spettatori ma era all’indice del Pci – e per questo si poteva fare nei cinema e sotto i tendoni ma non in sala? “Abominevole”, lo dice a Corrado Augias nel 1973: “Il suo gauchismo è il più atroce che ci sia: terroristico, ricattatorio, moralistico e puritano”. Lo spettacolo di Fo su Pinelli? “Mi vengono  brividi solo a pensarci”. Salvo fare lui, con Lotta Continua, poco dopo un docufilm su piazza Fontana. Era uno spregiudicato, pieno di veleni. 
L'Espresso Pasolini, pp. 320, ill., € 12,90

venerdì 6 novembre 2015

Letture - 234

letterautore

Anna - Chissà come si vede Ammaniti girando per la città, dietro autobus ricoperti da “Anna” in gigantografia, “l’ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti”. Non un Supercorallo, uno Stile Libero. Non l’eternità, tutto subito. Un investimento.

Guerra – Quella del 1914-1918 che si celebra la simboleggia, ne è come lo stereotipo: milioni di morti nelle trincee, carne da macello, tra fango, gelo e granate. Ma con un prima e un dopo distinti. Il prima lo simboleggia Rupert Brooke, il poeta bello e patriota che ne sarà vittima, volontario in Marina, un anno dopo l’inizio. La celebra in numerose poesie, e specialmente in “Tle soldier”, prima dell’arruolamento: “Se muoio, pensa solo questo di me\ che c’è un angolo in un campo straniero\ che è per sempre Inghilterra”. Il “Times Literary” l’aveva incoronato nel 1915, poco prima della morte, pubblicando “The Soldier” e altre poesie, per i suoi “sonetti di guerra”. Molto amato a Londra, amico di “tutti”, quelli che contavano e conteranno, e la guera evitarono: Churchill, E.M.Forster, Edward Thomas, Keynes, con Henry James e Virginia Woolf, e altri del cerchio letterario di Bloomsbury.
Dopo, la guerra è di Jünger, Malaparte, Céline, De Roberto e infiniti altri, tra sgomento e maledizione.

Inclinazione – Un matrimonio d’inclinazione usava dire in francese, e non d’amore, per due che si sposavano per reciproca attrazione. C’è in Marivaux, e poi negli anni 1830-1840: Balzac, Custine.

Pasolini – Molto presente, e nel ruolo di bastian contrario, ma non curioso della realtà circostante. “Sapeva” ma non si informava. Non per economia di tempo o d’attenzione, non sentiva il bisogno. La sua “antropologia” degli anni 1970 è iterativa e forse insincera, oltre che incongrua, anche assurda.  Gli appunti di viaggio, in India e in Africa, sono muti – lo erano già all’uscita. Gianni Morandi, con cui giocava spesso a calcio, a Roma e altrove, ricorda da Fazio che non gli ha mai parlato di musica, di canzoni, di cantanti, di spettacolo. Viaggiando in piccolo numero, per esempio con Moravia e con Maraini, comunicava poco e si assentava molto. Recensiva molto, ma a fini alimentari, di occupazione del territorio? Non ha contributi critici durevoli. Non ci sono suoi contributi sui Bertolucci, o su Moravia, Maraini, Morante, lo stesso Gadda dialettologo e presenza ingombrante allora a Roma, che frequentava anche socialmente, al ristorante, ai premi.

È bizzarramente romano. La sua énaurme opera, per dirla alla Ubu, è tutta romana, tra “Ragazzi di vita e “Salò”. Di lingua, di temi, di modi di essere, di dire, di fare.

Non è mai tornato in Friuli, di cui aveva resuscitato lingua e tradizioni con un impegno decennale, e a tutto campo, con riviste, circoli, lezioni. Due o tre anni dopo l’arrivo a Roma anzi scrive ad alcuni corrispondenti d sentirsi, e sentirsi parlare romano. Il precedente radicamento friulano negli anni della guerra risponde a un bisogno maturato nella vita errabonda da ragazzo, ma è più un omaggio alle radici della madre, l’altro suo io. Il Friuli è spazzato via da Roma. La madre no, il Friuli sì, che quindi era acquisizione posticcia, da filologo. Nemmeno la memoria dei parenti, del fratello morto nella sue montagne, dei primi amori, lo riporta al Friuli.
Non ebbe amori del resto, nemmeno un primo amore. E quelli che ebbe, documentati biograficamente, li ha cancellati dall’opera e dalle sue memorie..
Lo sradicamento per un intellettuale del suo calibro è pena lieve. Ma del radicamento aveva fatto e ha continuato a fare una passione, se non uno stile di vita. L’ambizione sana tutto.

Si rileggono sul filo dell’(involontaria?) ironia alcuni suoi scritti corsari sul “Corriere della sera”, il giornale della borghesia – scritti altrimenti reazionari. Dove afferma per esempio che “niente necessita di una più accanita e matta energia che il desiderio di possesso”- lo insegna a loro, a Milano, al “Corriere”? Mentre dice “un crimine” la scuola obbligata, cioè gratuita. E che “una buona quinta elementare basta oggi in Italia a un operaio e a suo figlio”. O commenta rinfrancato il mancato sorpasso del Pci sulla Dc alle Regionali del 1975 – “sarebbe stata una tragedia assoluta”.  Roba da Maggioranza Silenziosa.  Di tutta la sua feconda collaborazione al “Corriere della sera” il direttore Piero Ottone ha voluto far sapere di essere intervenuto una sola volta, con soddisfazione poi dello stesso Pasolini, per espungere il cazzo, la parola, da un articolo.  
Roba da tardo maoista, certo, Mao la scuola aveva abolito da dieci anni. Ma insieme Pasolini rimproverava agli italiani i loro modesti consumi - su cui Milano basava e basa la sua fortuna. Che non era nemmeno il Sessantotto in ritardo, è roba da levare il respiro. Il mite poeta s’era fatto rabbioso per mutamenti culturali e intimi che non ha mai messo in chiaro, e forse non sapeva che imitava Malaparte, i “Battibecchi”.
Se fosse stato – si fosse proclamato – fascista, i suo ragionamenti si sarebbero detti fascisti. Fu del resto comunista tardi. A ventun’anni, a guerra non ancora perduta, caldi disegni abbozzava e consensi raccoglieva nel fascista “Setaccio”, schierandosi in divisa littoria all’università e denunciando gli amici disfattisti. Questo forse non è vero, anche se i fratelli Telmon ne erano certi, Giorgio, il denunciato, e Sergio, entrambi amici suoi inseparabili. Ma lui stesso si vede, in “La realtà”, “da uomo senza umanità,\ da inconscio succube o spia,\ o torbido cacciatore di benevolenza”. Il fatto lamentato da Giorgio Telmon risalirebbe al 6 ottobre 1942, mentre a Bologna aspettavano schierati Mussolini che andava a Pontecchio a inaugurare il monumento a Marconi. Per l’entusiasmo, forse, della scoperta della cultura europea a Weimar, nel viaggio premio della gioventù fascista. “Le onde” avendo calcato, “per qualche tempo, che mandano\ alla Rivolta Reazionaria”.
Il resoconto del viaggio a Weimar, pubblicato su “L’Architrave” il 31agosto 1942, è da deliquio. Leopardi in esergo, “Zibaldone” 1106: “... le illusioni quando sono nel loro punto fanno un popolo veramente civile”. Con “l’aria eccezionale e memorabile” a seguire.

Poesia – Nel senso latino del poetare, creare, e meglio in quello greco di poiesis, fare dal nulla, è in realtà un atto. Mentre nell’uso corrente è un abbandono, idillico perlopiù e sentimentale, o anche furioso, ma introverso e fine a se stesso.

Roma – Non cessa di decadere da quasi due millenni – secondo Canfora da più di due millenni, la decadenza essendo cominciata con Augusto, con le guerra di Augusto per l’investitura. Con costanza, da Tacito a Lutero e Du Bellay, e ora a Pignatone. Si capisce che i romani si siano assuefatti al linguaggio della decadenza, parlino sempre di fine. La mafia che Pignatone le vuole inoculare è quasi un ricostituente.

Roma nel Seicento l’Accademia di Francia la vuole “il centro culturale più vivo e all’avanguardia d’Europa e attirava artisti da tutti i paesi” – nella presentazione della sua mostra “I bassifondi di Roma”, un anno fa..

Non esprime che geni comici. Ne ha avuti di filosofici, epici, drammatici, idilliaci, “oraziani”, ma da alcuni secoli, dopo l’Arcadia, già a suo modo comica, per i soprannome e i temi, ne ha solo di comici dichiarati, scherzosi, ironici, sarcastici: Belli, Trilussa, Pascarella, Petrolini, lo steso Penna – e poi naturalmente Sordi, Rascel, Proietti, Brignano.

Romanzo – In crisi, anzi morto, negli anni 1970, in una col dopo-Praga, il disincanto e il terrorismo, è ubiquo e invasivo col dopo-1989 e il mercato trionfante – è “romanzo” anche il saggio critico, storico, filosofico. È roba da “mai stati così bene” – borghese, affluente? Così lo volevano il Gruppo 63 e anche i suoi nemici, come Pasolini, negli anni 1970. Ma, seppure in un altro contesto, e quindi con senso diverso, lo spiegava Sade in prigione: “Il Romanzo diveniva tanto difficile da scrivere quanto monotono da leggere: non c’era individuo che non avesse subito in quattro-cinque anni più disavventure di quante potesse narrarne in un secolo il più famoso romanziere”. Non restava, secondo Sade, che “chiamare in aiuto l’inferno”. Il romanzo è genere di pace, anche sociale.

letterautore@antiit.eu

Decisione e fiducia, e Obama sconfisse la crisi

Se il debito è colpa, perlomeno in tedesco, credito è credere: “Ogni crisi finanziaria è una crisi di fiducia”. Obama fu deciso ad affrontarla, come il suo predecessore Bush, e questo è il segreto della soluzione Usa. Con Paulson prima e il suo successore Geithner al Tesoro, suggeritori tecnci. Geithner ne dà testimonianza dal di dentro, e insieme fa un assestamento critico delle crisi, da un secolo e mezzo solo finanziarie, finite le carestie e le pesti. Un libro che è un’iniezione di vitalità,. Di intelligenza ma soprattutto di energia. Di vis politica. Che l’Europa immiserisce, al confronto inevitabile, dopo sei anni sempre pericolante. Un libro destinato anche a durare, per lo spessore dell’analisi, oltre che ricco di particoari di attualità. Che però non si traduce, benché si traduca di tutto – si è tradotto solo in tedesco.
Il primo problema che Obama si pose appena eletto fu: “Come ristabilire la fiducia”. L’analisi era semplice, l’economia era nel circolo vizioso: la crisi finanziaria – di banche e fondi – aggravava la recessione, e la recessione aggravava la crisi. Inoltre, cinque “bombe” erano pronte a esplodere, in aggiunta al fallimento della banca Lehman Brothers: le banche Citigroup e Bank of America, il gruppo assicurativo Aig, le finanziarie pubbliche di controassicurazione sui mutui “Freddy Mae” e “Freddy Mac”. Più General Motors e Chrysler, “anch’esse sull’orlo del fallimento”.
Un nuovo “massiccio stimolo fiscale”, cioè un intervento pubblico, era necessario, “per colmare il reddito e la ricchezza perduti, rivitalizzare la domanda, creare lavoro”. E per evitare “la lunga collaterale deriva che il Giappone aveva sperimentato nella sua crisi negli anni 1990” – la soluzione adottata poi dall’Europa, benché al Giappone sia costata dieci anni di stagnazione-deflazione. Le cinque “bombe” erano “tutte molto più grandi di Lehman. Tutt’e cinque avevano ricevuto grosse infusioni di denaro pubblico per salvarle dal fallimento; Aig era stata salvata tre volte in quattro mesi. E tutte erano di nuovo in difficoltà”.
Il 27 gennaio, al primo incontro del nuovo segretario al Tesoro con Obama, il presidente disse chiaro: “Strappiamo il cerotto e guariamo la ferita. Voi portatemi la soluzione, della politica m’incarico io”. Il 9 febbraio, come primo atto della sua presidenza, Obama annunciava un piano di stabilizzazione finanziaria. Forzando Geithner che ancora non era pronto. Un intervento, tra spesa e riduzioni fiscali, che avrebbe potuto assommare a 700 miliardi di dollari nello scenario peggiore. Senza contare gli interventi a favore di soggetti non bancari, Aig, General Motors, Chrysler. L’ammontare e i criteri del piano sollevarono molte critiche. Che si provvedesse a salvare “Wall Street e non Main Street”, le banche e i fondi responsabili della crisi e non l’uomo della strada. Non fu facile arguire che Main Street si salvava a Wall Street. Ma dopo appena tre anni la Grande Depressione era stata evitata e anzi l’economia e la finanza erano tornate in bonis. Il Financial Stability Plan di Geithner, con al centro il Public-Private Investmente Fund, un intervento pubblico di salvataggio, condizionato alla partecipazione degli azionisti e investitori, aveva subito ristabilito la fiducia dei risparmiatori e dei grandi investitori, malgrado le critiche politiche.
In un certo senso, come controllore alla Fed di New York, Geithner era responsabile della crisi delle banche, Bear Sterns, Lehman Brothers, Citigroup, Bank of America, se non degli altri soggetti, assicurazioni e case automobilistiche. La saggezza di Obama è stata di usare un “uomo delle banche”, seppure di profilo pubblico, per venire a capo della crisi delle banche, invece di un giustiziere. Uno che conosceva i fili e i nodi della crisi di ognuno dei soggetti – di Bear Sterns, la prima banca in crisi, aveva messo a punto e realizzato il salvataggio e la cessione. Una scelta impopolare, che lo stesso Geithner aveva prospettato a Obama al primo incontro, che però è stata quella giusta.
E l’Europa? Geithner ha avuto un ruolo anche nella crisi europea. Prende poche pagine della sua voluminosa memoria, ma è preciso e sconcertante.
Europa sbalorditiva e inspiegabile
A metà settembre 2008, a crisi manifesta, “la Banca centrale europea aumentò i tassi, il che mi parve sbalorditivo e inspiegabile”. Se non per “un altro round di paranoia da inflazione”, per l’aunento dei prezzi del petrolio. Il governo americano invece lanciava una riduzione delle tasse per 140 miliardi, un’iniziativa bipartisan, per stimolare i consumi e gli investimenti. Mentre la Fed di New York, che Geithner presiedeva, negli stessi mesi spingeva le banche d’affari a ricapitalizzarsi per 40 miliardi di dollari, e a ridure il breve termine e l’esposizione sui titoli rischiosi. Questo non bastò a salvare una delle quattro, la Lehman, ma salvò le altre.
Successivamente due eventi fanno “inorridire” il ministro del Tesoro di Obama, e lo stesso Obama. L’attacco franco-tedesco all’Italia a novembre del 2011 - l’unica parte di questa memoria già nota, riprodotta un anno fa all’uscita del libro - e sei-sette mesi dopo l’attacco tedesco alla Grecia. “L’Europa aveva passato la maggior parte del 2011 nei tormenti”. Il 21 luglio fu ristrutturato il debito greco. Nello stesso mese la Bce di Trichet accresceva l’acquisto di titoli pubblici sul mercato secondario “per aiutare a puntellare la Spagna e l’Italia”. Ma “l’Europa non persuadeva gli investitori con una strategia credibile”. A ragione il governo tedesco recalcitrava ai salvataggi, perché “i beneficiari del sostegno europeo – la Spagna e l’Italia come la Grecia – non mantenevano gli impegni di riforma”. Ma “la linea che Angela Merkel disegnava sulla sabbia limitava le opzioni” anticrisi. C’era bisogna di un intervento massiccio subito. Di un piano di intervento, che nei fatti avrebbe consentito alla Bce uno sforzo gigantesco a sosteggo del debito e dell’euro, con una “leva” di “piccoli aiuti” pubblici. Le banche centrali canadese e svizzera lo proposero, la Bundesbank lo rigettò.
A un certo punto gli europei presero a rivogersi ai paesi asiatici per finanziare il loro fondo di intervento, “uno spettacolo abbastanza sconcertante”. Giappone e Cina non risposero.
A settembre Geithner fu invitato all’Ecofin in Polonia, il consiglio europeo dei ministri del Tesoro. Tentò di non andarci, l’invito fu reiterato e pressante, e allora parlò “con umiltà”, scusandosi, schermendosi. Ma non poté non dire: “È più rischioso un intervento a piccole dosi graduale che un intervento preventivo massiccio”. Gelo, e invito a tornarsene a casa dei ministri dell’Austria e del Belgio per conto della Gerrmania. “No leadership”, è il commento interno al Tesoro Usa sull’Ecofin europeo.
Il 26 ottobre fu annunciata una ulteriore revisione della ristrutturazione del debito greco. Fu annunciato anche “un piano modesto per tentare di fare leva sul fondo di salvataggio per movimentare il denaro privato, ma era congegnato male e più che altro sembrò segnalare i limiti di quello che l’Europa voleva fare”.
Via Berlusconi
Quell’aututnno Obama “parlò regolarmente con i leader europei”, e anche Geithner con le sue controparti. Ne ricevettero spesso richieste di intervenire sulla Merkel per una maggiore flessibilità, e su Italia e Spagna per un “impegno responsabile”. Qui viene il complotto: “A un certo punto quell’aututnno alcuni rappresentanti europei ci presentarono un complotto per tentare di costringere Berlusconi fuori dal governo; volevano che rifiutassimo di sostenere i prestiti del Fondo monteraio finché non se ne fosse andato. Informammo il presidente di questo sorprendete invito, ma per quanto potesse servire ad avere una migliore leadership in Europa non potevamo impegnarci in un complotto come quello”. Geithner ne riferisce come di un approccio e una decisione interna al suo ministero, al plurale, abbandonando la prima persona, afferenti cioè a qualcuno dei suoi collaboratori. E probabilmente per iscritto, poiché Obama non parla. Poi torna al singolare: “«Non possiamo macchiarci le mani del suo sangue», dissi”.
Pochi giorni dopo, ai primi di novembre, si tenne a Cannes il G 20. Obama “passò la più parte del tempo in negoziati riservati, per tentare di aiutare l’Europa a salvarsi. La maggiore parte della conferenza riguardò le pressioni su Berlusconi, ma noi continuammo a premere sulla necessità di un robusto firewall, e ci fu molta pressione anche su Merkel. Merkel si sentì isolata e sotto attacco; non l’ho mai vista così agitata”.
Poi le cose cambiano. Cambiano i governi in Grecia, Italia e Spagna. E alla Bce arriva Draghi. “Ai primi di dicembre Draghi annunciò una massiccia iniezione di liquidità a lungo termine per il sistema bancario europeo”, con “un istantaneo effetto stabilizzatore… L’Europa aveva mostrato un po’ di forza e un po’ di volontà”.  A febbraio, al G 20 dei ministri del Tesoro a Città del Messico, il morale era su: “Gli europei erano sollevati, molti dichiararono che la crisi era finita. Io non lo pensavo. Sembrava più una tregua che una soluzione”.
L’attacco alla Grecia
A luglio del 2012 Draghi impegna la Bce a fare “qualsiasi cosa” sia necessario per salvare l’euro nella sua integrità. Geithner ci vede un’identità di vedute con l’intervento monetario e finanziario americano. Ma è sorpreso – “terrificante” – da Schaüble, che in un incontro successivo gli prospetta come “una strategia plausibile - e anche desiderabile”, nelle sue parole, di Geithner, l’uscita della Grecia dall’euro. Come una lezione agli altri: l’evento, sempre nelle parole di Geithner, “sarebbe stato abbastanza traumatico da aiutare a spaventare il resto dell’Europa, inducendola a cedere più sovranità a un’unione fiscale e monetaria più forte”. E come incentivo all’opinione tedesca a sostenere l’euro, senza più il pregiudizio antigreco.
Schaüble viene presentato ora come la controfigura di Merkel, quello che si prende il ruolo del cattivo per coprire politicamente la cancelliera con il ceto politico più recalcitrante all’idea di eurozona e di Europa. Geithner lo dice simpatico, “engaging”. Ma ha agitato i mercati, aggravando la situazione, più del necessario, molto di più, in più occasioni, troppe.
“A giugno dl 2012 la crisi eurpea bruciava più che mai”, ricorda Geithner. Ma solo Draghi se ne preoccupava. E la risolverà ripercorrendo – in parte e in ritardo – la ricetta americana: “L’Europa non era risucita a convincere il mondo che non avrebbe consentito una catastrofe”. Geithner ha presente, ricorda, quello che tutti sapevano ma nessuno in Europa denunciava: “difese fragili e politiche confuse”. Scrive allora a Draghi per incoraggiarlo: “Temo che l’Europa e il mondo guarderanno ancorta a te per un’altra dose di abile, creativa manifestazione di forza da banca centrale”. Draghi sa di doverlo fare ma la Bundesbank non glielo consente. I tedeschi “non avevano un piano per salvare l’Europa ma sapevano quello che non volevano”, così Geithner sintetizza le sue conversazioni con Draghi – “quel luglio Draghi e io abbiamo avuto parecchi conversazioni”: “Davano una lettura limitativa dei poteri legali della Bce, e si opponevano a qualsiasi cosa sapesse di questione morale”, di salvataggi con denaro pubblico (quello che la Bundesbank aveva tranquillamente fatto in casa, va aggiunto).
Qualsiasi cosa
Il consiglio di Geithner è di “lasciare la Bundesbank fuori”. Il 26 luglio uno studio Citigrouprp dà la Grecia fuori dall’euro al 90 per cento. Quello stesso giorno, a un convegno a Londra, al termine di una serie d’incontri con bancheiri e gestori di fondi, Draghi proferisce le parole famose: “Nei termini del nostro mandato, la Bce farà qualsiasi cosa per preservare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza”. Fa l’annuncio, scrive Geithner, sotto l’impressione del pessimismo che ha riscontrato negli incontri londinesi, ma non ha un piano. Geithner va allora a Sylt, dove Scahüble è in vacanza, per tentare di convincerlo. Ne ricava quanto si è già riferito – “lasciai Sylt più preoccupato di prima”. Si ferma a Francoforte da Draghi, che  lo rassicura, ma sempre senza un piano.
Di ritorno a Washington, Geithner spiega a Obama che l’Europa può mettere a repentaglio il programma anticrisi americano. Obama chiede più volte che l’Europa affronti la crisi con decisione. A settembre Draghi annuncia il programma di riacquisto di titoli pubblici europei sul mercato. I mercati si rassicurano, ma per poco. Viene Cipro, altra confusone.
La memoria lascia gli europei in crisi. Tra “impegni sempre confusi e incompleti”, nei “loro tardivi e spesso inefficaci tentativi di imitarci”. Sempre divisi su “un robusto programma europeo di ricapitalizzazione diretta del sistema finanziario, come il nostro”. Incapaci di “un piano effettivo di un sistema comune di assicurazione sui depositi” (quello oggi in discussione). Con una disoccupazione a livelli impensabili, “molto peggiore che negli Usa, una crescita stagnante, … un’austerità mal posta”. La conclusione è triste: “C’era tanta sofferenza innecessaria dietro questi dati”. E orgogliosa: “Gli errori degli europei … fornivano un’ottima pubblicità alla nostra risposta alla crisi”.
Nessuno ha contestato, in questo anno dacché il libro è uscito, la minuziosa rappresentazione di come Geithner ha salvato l’America dalla depressione. Che quindi è da ritenere veridica. Obama ha peraltro terminato il mandato a Geithner al termine della sua prima presidenza – è d’uso rinnovare la squadra al secondo mandato. Che ora si accontenta di gestire il fondo di  private equity Warbug Pincus.
Timothy F. Geithner, Stress Test. Reflections on financial crises, Random Huse, pp. 580, ill, £ 9,99

Fisco, appalti, abusi (79)

La Fontana di Trevi, restaurata sei anni fa con un cantiere durato quasi due anni, si finisce ora di restaurare di nuovo, con un cantiere di un anno, per una spesa nominale di 1,5 milioni.

Piazza San Cosimato a Trastevere, sempre a Roma, risistemata radicalmente sette anni fa, con un cantiere di due anni, si rifà di nuovo la pavimentazione. I lavori di pavimentazione dureranno sei mesi. Per mezzo milione nominale.

L’autostrada A11 è nel tratto Lucca-A12 a due corsie strette, senza corsia di emergenza, con limite di velocità a 110\h, e si fa pagare. A tariffa chilometrica maggiorata rispetto alla A 12..

Una barzelletta sul sito antitacorma.it dice: “Scusi, è la Telecom?”, “Sì, in che cosa possa esserle utile?” “No, nulla, ero preoccupato perché oggi non mi avete chiamato a pranzo”. C’è una registro delle cancellazioni a cui iscriversi per non essere disturbato in continuazione dal “libero mercato”. Ma non si applica a Telecom.

Si chieda un mutuo a una banca italiana. Ci vogliono tre mesi, e molte carte, a ogni appuntamento  una diversa e\o nuova. Si chieda un mutuo a una banca inglese, ci vogliono tre giorni.
Le banche italiane sono meglio garantite contro sofferenze e insoluti? No, ne hanno di più.

Lo stesso per un prestito personale, poniamo, di una piccola somma, duemila euro. Bisogna produrre sei o sette carte (preventivi, giustificativi, attestati di reddito) e riempire un’infinità di moduli, pieni di firme, per almeno un’ora di lavoro di un dipendente. Che poi trasmette la pratica a un ufficio centrale, dove altri dipendenti la vagliano. Con un piano di rientro fisso e immutabile.
Si chieda la stessa cifra a una banca inglese: l’operatore al telefono la sbriga in pochi minuti – disponibile a cambiare all’istante in futuro il piano di rientro secondo le vostre esigenze.

Wind, Vodafone e Tim hanno ridotto il mese a 28-29 giorni. Hanno cioè aumentato i piani tariffari di un dodicesimo. Non una grave aumento, ma surrettizio, senza comunicarlo. E uno che produce disagi, non potendosi memorizzare una scadenza scorrevole. Ma l’Autorità per la Comunicazione ritiene di non dover intervenire. – il mese lunare sempre mese è…

giovedì 5 novembre 2015

Putin arbitro in Medio Oriente

“Una novità senza precedenti nella storia”: Kissinger non sbaglia a caratterizzare l’ingresso massiccio della Russia nel Medio Oriente. Ora in Iran, Iraq e Siria, domani quasi certamente al Cairo, e prima o poi con’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo. C’era stata come Unione Sovietica, ma era un’altra cosa, la “guerra fredda”. Ora riempie il vuoto che Obama ha voluto aprire, stando in Medio Oriente ma mostrando di non volerci stare. 
Ultimo, tragicomico, aspetto di questa surroga è il Pentagono, o la Cia, che trovano le prove dell’esplosione dell’aereo russo nel Sinai per una valigia bomba dell’Is, di Putin facendo un martire. Con Obama Putin spende il credito acquisto nella trattativa sul nucleare iraniano. Senza avere a sua volta speso nulla. Lo stesso nel Medio Oriente, dove ha speso solo (poche) bombe.
Nel Medio Oriente il credito della Russia è montato a mille con l’esibizione militare di tecnologia avanzata e efficace. I missili cruise del Mar Caspio, a grande gittata, fino a 2.500 km., e precisione. Precisi anche i cacciabombardieri Sukhoi. Ottima la logistica. Ottimo l’apparato d’informazione, che Mosca ha costituito a Baghdad, con gli apparativiracheni, iraniani e siriani – mentre quello angloamericano ha provocato una serie di falsi obiettivi, con più morti per “fuoco amico” che altro.
Cosa Putin cerca in Medio Oriente nessuno sa con esattezza. La diplomazia italiana propende per una partita di contorno che ne faciliti il ritorno nel G 8, con la fine delle sanzioni per l’Ucraina. Ma un contatto ravvicinato con le potenze petrolifere del Medio oriente, finora solidamente e unicamente schierate con gli Stati Uniti, non è da escludere.
Un nuovo centro integrato di intelligenze si starebbe per creare al Cairo, tra russi ed egiziani. In funzione anti-Is naturalmente – ma non solo. L’aereo caduto nel Sinai potrebbe accelerare il progetto. Tanto più che il nuovo rais egiziano,  il generale Al-Sisi, non si sente sicuro sotto la protezione americana, dopo l’abbandono patito dal suo predecessore Mubarak. Ma rapporti sarebbero stati già avviati con la Giordania, e gli Emirati Arabi. Dai quali Kuwait e Arabia Saudita non sono lontani.

Il mondo com'è (237)

astolfo

Dresda – La città della Grande Distruzione era forse destinata. GBakunin nel ‘48 voleva coronare la sommossa di Dresda con l’incendio degli edifici pubblici. Dresda è già in macerie nei quadri del Bellotto. O gli strateghi britannici ebbero l’ide della distruzione dal Bellotto?

Finanziarizzazione – È costosissima. La “creazione di denaro”, che da un secolo e mezzo sovrasta ogni altro tipo e idea di attività economica, ha avuto costi spropositati per il contribuente, il cittadino, l’economia. Saprà pure di magia, come volevano i suoi filosofi, ma a un prezzo enorme, per il sistema e ogni altro soggetto economico: lavoratori, investitori, pensionati. Timothy Geithner, il segretario al Tesoro della prima presidenza Obama, calcola nelle sue memorie, “Stress test”, in 750 miliardi di dollari il Troubled Asset Relief Program (Tarp) utilizzato per stabilizzare il sistema – in gran parte poi rientrato, col ritorno in bonis delle banche (e di General Motors e Chrsyler) aiutate. Ma questo in aggiunta a un Tarp di poco inferiore del governo precedente, il secondo di Bush. Le previsioni erano che la crisi finanziaria sarebbe costata agli Stati Uniti il 10 per cento del pil, una percentuale gravosissima. Questo esito fu evitato grazie alla pronta ripresa dell’economia, grazie alle misure parallele di rilancio della produzione e dei consumi.
Nel “008, due ricercatori del Fondo Monetario Internazionale, Luc Laeven e Fabian Valencia, in uno studio di 22 crisi finanziarie internazionali occorse tra il 1970 e il 2007, calcolavano gli esborsi delle finanze pubbliche per i salvataggi, al netto dei rimborsi, nel 13,3 per cento del pil dei paesi coinvolti. Ai primi del 2009, in coincidenza con la presidenza Obanma e il secondo Tarp, il Fondo Monetario stimava che la crisi finanziaria Usa sarebbe costata alle finanze federali il 12,7 per cento del pil. Le stime dell’Fmi possono essere quindi allarmistiche, approssimate per eccesso. Ma sono sempre limitate: non tengono conto degli effetti depressivi sull’economia delle crisi finanziarie: occupazione, reddito, consumi, stabilità, sociale e psicologica-mentale.

Giornali - “la Repubblica” torna a sorpassare il “Corriere della sera”, ma con la metà delle copie vendute rispetto al recedente sorpasso, vent’anni fa. E con un distacco minimo. Che potrebbe essere causato dai supplementi obbligati, a pagamento, che il “Corriere della sera” usa più che “la Repubblica”.
Le edicole non si sono dimezzate, ma si sono ridotte anch’esse, da 22 mila a 16 mila – che per la maggior parte sono ora cartolibrerie. E entro la fine del decennio potrebbero “stabilizzarsi” a diecimila – considerando il volume minimo di vendite per tenere aperto un esercizio dalla 6 alle 18.
L’acquirente di giornali è invece più che dimezzato. Non ci sono studi in proposito, ma l’opinione dei giornalai è concorde, e non ardua da fondare. L’età dell’acquirente di giornali va “dai cinquanta in su”. Quello che non si sa è se la propensione all’acquisto si è spostata con l’età, e quindi si rinnova a mano a mano che si entra nella maturità, o se invece non va a esaurimento, con la generazione o due degli attuali “più che cinquantenni”.

Guerra a pezzetti – S’indigna il papa, per le guerre in atto. Anzi per “la” guerra, che sottintende mondiale ma non dice per scongiuro, e chiama “a pezzetti, a capitoli”. Ma oggi ce n’è meno che nel passato, anche recente. Quando le guerre si facevano anche tra le grandi potenze, Usa e Urss, in fronti aperti o per procura. Oggi anzi c’è solo terrorismo, e tutto islamico: in Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Nigeria, Filippine e altrove. Quasi tutto a danno dei cristiani. Non ci sono più le guerre endemiche in Africa, trenta-quarant’anni fa una quarantina di focolai erano accesi. Né in Asia. Perfino l’America Latina è pacifica.

Immigrazione – Entro certi limiti compensa in Europa il calo demografico. Questo si sa. La novità è che il calo è più grave per alcuni paesi, prima la Germania, seconda l’Italia. E che, in atto da circa venticinque anni, nell’ultimo decennio si è aggravato.
Anno
Nascite
Decessi
Saldo Naturale
2002
538.198
557.393
-19.195
2003
544.063
586.468
-42.405
2004
562.599
546.658
+15.941
2005
554.022
567.304
-13.282
2006
560.010
557.892
+2.118
2007
563.933
570.801
-6.868
2008
576.659
585.126
-8.467
2009
568.857
591.663
-22.806
2010
561.944
587.488
-25.544
2011 
546.585
593.402
-46.817
2012
534.186
612.883
-78.697
2013
514.308
600.744
-86.436
2014
502.596
598.364
-95.768

In aggiunta al saldo naturale negativo della popolazione, l’immigrazione compensa anche la domanda accresciuta di servizi che caratterizza le economie più affluenti, e contribuisce ad alimentare  sistemi previdenziali, altrimenti sempre più asfittici, per l’insufficienza dei nuovi ingressi.
In Germania, con una popolazione di 80 milioni di abitanti, venti più dell’Italia, e un settore manifatturiero ancora vasto, non assottigliato come si è fatto in Italia, il fabbisogno di nuovi immigrati è stimato il doppio che in Italia, sulle 300 mila unità annue.  “Ce la possiamo fare”, lo slogan di Angela Merkel, si spiega su questa esigenza.

Monoteismo - È recente. Per gli ebrei forse antico, se Mosè, o quello che lui impersona, risale al VI secolo a.C., per ogni altro culto molto recenziore. Il culto domestico, dei Lari, perpetuato in quello dei santi, si è mantenuto inalterato fino al secolo VI-VII, e prosegue anche se in forma addomesticata.
È minoritario: le confessioni monoteiste non prendono la metà della popolazione mondiale e forse un terzo o poco più.

Ortodossia – Nel dialogo vaticano delle fedi, sembra la confessione più vicina a quella cattolica, di cui condivide dogmi e santi. Non era il parere già nel 1839 del marchese de Custine, di ritorno dalla Russia, “Lettere dalla Russia: “Roma non ha nemico più pericoloso che l’autocrate di Mosca”. Per un motivo sottile ma semplice, l’ortodossia essendo la religione del potere in Russia:  “Vedremo una rivoluzione europea prima d vedere un imperatore della Russia servire in buona fede un partito cattolico: i protestanti saranno riuniti al papa più facilmente che il capo dell’autocrazia russa… L’imperatore possiede un potere spirituale molto reale e molto positivo di cui no si priverà mai volontariamente”.

astolfo@antiit.eu