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sabato 5 marzo 2011

Camilleri allegro in costume

Racconti in costume. Del filone telefoni bianchi - anche quelli dello “sbarco” - se non proprio alla Pitigrili, come già nei racconti lunghi “francesi” di fine secolo, il genere ribaldo ma non troppo, che è venuto pubblicando da Mondadori. “Storie di Vigàta”, recita il sottotitolo, ma ben siciliane, da macchietta. Senza però il tipo “ingravidabalconi”: qui le cose avvengono, Camilleri rende giustizia alle donne siciliane. Né mafioso: i mafiosi fanno i mafiosi, non turbano l’immaginario. E di capacità affabulatoria vivacissima, anche in questa cinquantesima, o centesima, esercitazione in vent’anni: una felice vena boccaccesca (Camilleri è autore di un “autentico falso d’autore”, un “Antonello da Palermo. Una novella che non poté entrare nel Decamerone”), solo apparentemente naturale, facile – qui osa pure il suo falso dialetto alla Montalbano.
Andrea Camilleri, Gran Circo Taddei, Sellerio, pp.329, €14

Dove la questione morale è morale

Non c’è solo Guttenberg, il ministro “von und zu” cristiano-bavarese - ministro della Difesa a Berlino come già di un suo predecessore socialista. Si perdono pezzi come niente, i governi in Europa. Di destra e di sinistra. In Inghilterra sono usciti di scena laburisti di primo piano come Madelson e David Miliband, per acquisti incauti di case e altri affari minori. Nugoli di politici di secondo piano hanno perso posti e carriere per rimborsi spese gonfiate di dieci o venti sterline. In Francia Sarkozy è al terzo o quarto rimpasto, di ministri di primo piano che cercano un posto per l’amante, o accettano una vacanza di un miliardario o di un dittatore. Pulitamente, rapidamente, si fa quello che si deve: ad accusa provata, dimissioni immediate. In Italia invece non succede, per accuse da ergastolo? Non succede, vuole la teoria prevalente, perché gli italiani sono immorali. Ma non può essere, queste teorie sono sciochezze – immorali sono gli “altri” italiani naturalmente. Vero è il discorso della prima pietra, degli accusatori: media e giudici, che sono invece molto divevrsi che in Germania, Francia e Gran Bretagna.

Per la Libia pagherà l’Italia

Ci rimetterà l’Italia, e sarà stato più o meno tutto. Non è un complotto, è insensato pensare che gli obamiani - come già i reaganiani: si ripetono come fatti con lo stampo - sappiano dell’Italia. O della Libia: la Libia è per l’America un punto nel Nord Africa, desertico, da poter bombardare con ridotte perdite collaterali. Un po’ come l’Afghanistan. Il golpe non è riuscito e la Libia forse resta a Gheddafi. Ma anche senza Gheddafi non sarà diversa, la democrazia non c’entra: dall’altro lato della barricata ci sono solo altri militari, e capi tribù berberi. Per l’Italia invece non sarà più come prima. Ci rimetterà un buon mercato, finché durano le sanzioni. Ci rimetterà anche i crediti, o li riscuoterà in ritardo. L’Eni guadagnerà di meno – il Tesoro non incasserà più il miliardo di dividendo cui è abituato. Pagheremo più cara la benzina.

Chi (non) tocca Gheddafi muore

Una teoria vuole che Craxi sia entrato nel mirino Usa quando non appoggiò il bombardamento di Gheddafi. Gli Stati Uniti cominciarono con Reagan a bombardare periodicamente dei posti remoti. Nel 1983 Reagan invase l’isoletta di Grenada, in spregio alla regina Elisabetta che ne è la sovrana. Nel 1986 bombardò Tripoli per uccidere Gheddafi. Dovette farlo dalle portaerei perché Craxi non gli concesse l’uso delle basi in Italia. Sarebbe nata da lì la condanna di Craxi, poi eseguita attraverso la Cia a Milano. Ufficialmente, Craxi è il politico più gratificato dagli americani di pacche sulle spalle, quasi più di Berlusconi.
Un pensiero un po' più debole vuole nel mirino americano per questioni libiche anche Moro. Che pure era stato artefice nel 1964, da presidente del consiglio, della comprensione italiana agli Usa sul Vietnam. Nel 1971, da ministro degli Esteri, Moro avrebbe fatto bloccare a Trieste dal generale Miceli, capo del Sid, armi e mercenari attesi in libia per un colpo di Stato contro Gheddafi, ordito dai servizi britannici in accordo con gi Usa, dopo che il colonnello aveva nazionalizzato il petrolio. Moro però fece di più, sponsorizzando poi il compromesso storicom, dagli Usa sconsigliatissimo. Prima di essere assassinato, come si sa.

giovedì 3 marzo 2011

Secondi pensieri - (64)

zeulig

Conoscenza – Se nulla si crea e nulla si distrugge in natura, conoscere è ri-conoscere.

Cristianesimo – È nato dalla resistenza: da tre secoli di martirio, e dall’ideologia del martirio.

Desiderio – È lo strumento diabolico (soave, invitante, annichilatore) della servitù. L’incontinenza non è la rivoluzione di tutti (“L’Anti-Oedipe”): i tutti, gli sprovvisti cioè di cervello e tradizione, hanno bisogno d’ispirazione. E anche di guida (pedagogia)? La statistica dell’emarginazione – l’alto numero di delinquenti, cioè di trasgressivi attivi, e oggi di tossicodipendenti, cioè di trasgressivi passivi, in rapporto alle classi sociali d’appartenenza – porta non al bisogno materiale, alla fame, ma a una mancanza di formazione – di intuito (ispirazione, intelligenza) e di esempio. Parliamo di trasgressioni perdenti, dissolutorie. Il desiderio è la calce viva.

È il voto. È l’avventura degli spiriti deboli, i sentimentali, i vecchi, i come si stava meglio quando si stava peggio, i giovani disadattati. È la ricerca del Graal, del vello d’oro, il rimpianto dell’età dell’oro, la creazione mitica. Il nuovo è la ricerca, che però presuppone la pace con se stessi.

Dio – Non può stare in paradiso, se sta dappertutto.
E solo Dio vivrebbe non absconditus, se tutto dev’essere nascosto?

Si fa confondere col Dio-Gesù, che è l’uomo-Dio, tutt’altra cosa. È quello della Bibbia. Che si vuole non poco diabolico: misterioso, punitivo, imprevedibile.

È la speranza. Una traccia, forse una meta. La volontà di non perire. È un disegno intellettuale, un tentativo della volontà.
È cervello per questo e non cuore. Non nasce dalle cose, come si dice, dalla natura. Non emerge dalla memoria, che pure l’uomo ha lunga – non si cancella niente.
È un desiderio raffinato, molto elaborato,. Tanto più nelle religioni monoteistiche e assolutistiche (non sincretiche)Non nasce dall’esperienza, si manifesta per un atto di volontà.
Il misticismo, che è ricongiungimento con Dio, è il più determinato atto di volontà.

O è Babele? I litigi più insistenti, radicali, empi, sono quelli dei teologi, o per questioni teologiche – il “Filioque”, il “Materque”.

Incarna la vocazione all’immortalità: se Dio non ci fosse l’uomo non potrebbe vantare nella natura lo stato speciale che si è dato. Hannogli animali il senso dell’immortalità? E il resto dell’universo? Già pensare di essere i soli essere “animati” nei miliardi di galassie è un fatto che confina con l’immortalità (destino speciale). È Dio l’orgoglio?

Donna – L’idealizzazione di Bachofen è totale. La donna è garante della famiglia e del popolo (“sullo spirito familiare riposa essenzialmente la virtù di un popolo”), dell’amor di patria, per il principio della maternità, e insieme del pacifismo, contro ogni violenza, della stabilità psicologica e sociale, del culto dei morti e dell’aldilà, quindi del divino, del meraviglioso, e del timor di Dio, che è il primo veicolo fuori della ferinità.
Punto per punto si può dire il contrario, anche col supporto dell’evidenza, soprattutto del moderne, e reali, civiltà ginecocratiche, come l’americana. Bachofen si piccava di “provare” le sue fantasie (anche la superiorità della montagna, la Licia essendo , che altro?, una Svizzera antica…). Ma le sue argomentazioni sono state, anche prima di lui, e sono luogo comune. È solo un complesso di colpa maschile?

Sarà l’essere-che-non-può-essere, giacché nega la sua condizione (dai tempi di Lilith)?

Ci passano tutti, uomini e donne: ha un’egemonia naturale. Come e perché l’uomo s’impose?
Se il predominio maschile è un fatto storico, perché è universale?

Libertà - Si definisce per i contesti – le aspettative, le culture, le abitudini: ognuno ha la libertà che vuole. L’Italia on è un paese libero secondo i parametri del liberalismo: non lo è la stampa, non lo sono le istituzioni, la giustizia in primo luogo, non lo è lo Stato (amministrazione, gestione, apparato repressivo, a partire dai vigili urbani). Ma gli italiani, grassi e ricchi, sono altrettanto sicuramente liberi.

Solo la libertà produce libertà. Bisogna essere stati liberi per volerlo essere. Non c’è quindi rivoluzione senza tradizione.

Opinione – Ha fatto di più, per liberare l’opinione in Italia, allenarla alla libertà, l’Adelphi, la casa editrice, che non la caduta del comunismo. Berlino, il golpe di Mosca, la dissoluzione dell’Urss, l’evaporazione di settantenni di turpitudini e entusiasmi, dell’ecatombe nucleare, e delle ecatombi delle buone coscienze non hanno prodotto nessun rivolgimento in Italia, nessuna revisione, nemmeno rimorsi. Quel poco che c’è, di capacità di critica e di pensiero, è emerso lentamente con una proposta di cultura. Per quanto ridotta, poco aggressiva, e con testi vecchi di decenni: Simone Weil, Canetti, J.Roth, e Nietzsche.
Quei traumi sono remoti? Non per i tanti che viaggiavano a Mosca, e ne imponevano in Italia il verbo. Senza riflessi era peraltro caduto il fascismo, che sicuramente non era remoto, tanto più dopo una guerra rovinosa: l’efflorescenza democratica fu presto accantonata, e senza resistenze. La politica – le costituzioni, le ideologie – è un fatto epidermico, un atteggiarsi della storia come rappresentazione. Con estrema lentezza la storia sotterranea – la forma mentis, i comportamenti – si modifica, e per una lettura anche meglio che per una rivoluzione, la storia che misconosce le rivoluzioni.

Sesso – Rivissuto dalle done, ha assunto estensione e significati inimmaginabili, vastissimi, carichi di tensione come i vecchi grandi temi: la vita, la morte, l’amore. Si aprono frontiere, si frantuma l’identità vetero razionalista. Duras ne ha trtatto capolavori di narrazione. Le scrittrici erotiche, Réage, Grandes, Reyes, Millet, aprono scorsi inattesi, la stessa Camille Paglia reinterpreta la tradizione con una fantasia trascinante. Assurda per contro la pornografia maschile, ripetitiva, noiosa, basata sulla violenza più che sul sesso. Sia contro le donne (Sade) che contro gli uomini (Pasolini, in questo uguale alle pornissime scritture gay americane).

Uomo – Seppure non ha un Autore, deve però avere un perché. Perché se lo chiede senza interruzione: la sua razionalità è un enigma.

Verginità– È come la presenta la chiesa dei Padri, legata al romitaggio e al deserto: è una desertificazione. Lo è nei fatti – nelle vite in convento – e nella dottrina: chiudersi alle passioni.
Eliminare le passioni è anticristiano, Gesù Cristo è Dio di passione.

Piace, in poesia e tra i religiosi, perché intrisa di eros. Non sconta secchezze e fragilità, bensì prolunga lo stato adolescenziale, denso di sensualità (affetti “terminali”, ideali, fantasie, colori), nel bombardamento ormonale cui è sottoposto. Nella religione è proposta peraltro come unione con Dio.

zeulig@antiit.eu

Borsa nera dell’accoglienza a Lampedusa

Suffragette dell’africanismo, carabinieri, poliziotti e giudici in campo a Lampedusa per il business dell’accoglienza contro il sindaco. Sull’immigrazione fiorisce una vera e propria borsa nera, un mercato clandestino ma evidente, tra opposte bande, attorno ai milioni dell’accoglienza, l’ultima riserva del sottogoverno. Che il sindaco sia di centrodestra e l’opposizione, carabinieri e poliziotti compresi, di centrosinistra non sposta: sono due gruppi di potere che si scontrano per gestire soldi, “posti”, appalti e influenze.
L’ultimo accusa al sindaco, dopo la fallita carcerazione per corruzione un anno fa, è solo ridicola: un processo per razzismo per avere ingiunto in un’ordinanza il “divieto di bivacco, accattonaggio e deiezione”. Il sindaco discrimina i nordafricani, dicono i carabinieri, i poliziotti e i giudici, mentre il fondo razzista è di questa stessa denuncia, come se l’accattonaggio e la sporcizia fossero da imputarsi automaticamente ai nordafricani.
L’isola si era data un futuro nel turismo. La geografia l’ha condannata ad avamposto dell’immigrazione clandestina. Sembrava un sacrificio, da un pio d’anni però la prospettiva è cambiata: a nessuno piace faticare. Ora che l’immigrazione clandestina si può camuffare di politica, gli stanziamenti andranno a decuplicare, anche per il probabile intervento benevolo dell’Unione Europea, e le quotazioni della borsa nera hanno subito un’impennata. Che sia regolata dai magistrati non fa scandalo in Sicilia.

La Calabria come follia

Incredibili storie di meraviglioso ordinario (che non guastano gli errori di sintassi e lorrenda ortografia). Non di eroi o personaggi, ma di gente comune, perfino sub-umana nella civiltà dei consumi. Con un taglio anche peculiare (culturale più che autoriale?): i fatti sono sempre, incidentalmente, “altri”: è la Calabria una follia?
Antonio Delfino, Gente di Calabria

mercoledì 2 marzo 2011

La verità della verità di Wikileaks è un’altra verità

All’improvviso l’antisemitismo irrompe a occupare il cono d’ombra di Wikileaks - che, come ormai è chiaro a tutti, è il meccanismo principe della disinformazione, e non della trasparenza. “Private Eye”, un periodico scandalistico britannico, accusa Assange, creatore e padrone di Wikileaks, di antisemitismo. Se ne occupa direttamente il responsabile della pubblicazione, Ian Hislop. Il quale rivela che Assange si è manifestato antisemita in una telefonata, volendo protestare contro chi l’accusava di antisemitismo. È un po’ ingarbugliato ma è anche molto chiaro.
“Private Eye” ha accusato il socio russo di Assange, Israel Shamir, di essere un negazionista dell’Olocausto. Assange telefona a Hislop per negarlo e, afferma Hislop, si scaglia contro gli ebrei. Cioè no: “È un complotto ordito dal «Guardian»”, gli dice, “per volere del suo direttore Alan Rusbridger e del giornalista investigativo David Leigh”. Assange non parla di ebrei, ma Leigh lo è, dice Hislop, e Rusbridger è suo cognato. Assange replica accusando Hislop di voler “coprire una calunnia con un’altra calunnia”. Il che, allo stato dei fatti, è la verità (Hislopo è anche il giornalista più querelato per diffamazione del Regno Unito).
Confuso insomma ma non troppo: l’irruzione sembra intesa a intorbidare la vicenda, e ci riesce. Tanto più che “giornalista investigativo” sottintende in Gran Bretagna legami con i servizi segreti. Si può anche notare che Hislop evita di far dire ad Assange che il suo socio russo, il presunto negazionista, è ebreo Ma chi ha interesse all’antisemitismo? Hitler no - non più: i suoi seguaci sono materia trascurabile. L’antisemitisimo è da tempo materia israeliana. Assange non interessa più? Non è (abbastanza) governabile?

Un’altra Juventus? È possibile

È un’operazione di medio termine, “tra un paio d’anni”, ma è più di un wishful thinking, cui più di un broker sta pensando: la “privatizzazione” della Juventus, al di fuori di Exxor cioè, la finanziaria degli Agnelli. Si presuppone che la Famiglia non gradirà il decurtamento dell’utile per il 2010 e 2011, e a questo punto anche per il 2012, per il cattivo andamento della squadra di calcio. Da molti soci dell’accomandita ritenuta poco più di un capriccio, e anzi negativa come investimento d’immagine. In questa ipotesi la Juventus verrà messa in vendita.
I tanti progetti fanno anche affidamento su calciatori di fama, apprezzati anche per l’attaccamento ai colori, ora invisi agli Agnelli, che dovrebbero fungere da garanti: Buffon e Del Piero. Un’altra opzione che rinvia il progetto di almeno un anno, i due atleti intendendo restare ancora in attività.
Ma posizioni “forti” potrebbero manifestarsi a breve, a partire dalla dismissione della quota libica, vicina all’8 per cento. Il flottante della Juventus è limitato, e il governo dell’azienda è inattaccabile. Ma una minoranza attiva in un ambiente già ipersensibile otterrebbe comunque una posizione di leadership riconosciuta – oltre a rianimare il titolo in Borsa.

Scerbanenco rianima pure Boston

I cani sono due, due lupi, e animano il topos dell’assassinio nello scompartimento. Nonché lo scialbo Jelling, l’investigatore senza corpo di una città senz’anima, Scerbanenco la nominò Boston, di quando i gialli per essere rispettabili dovevano essere nordamericani. Un racconto avvincente, da vero “autore di massa”, semplice, diretto, seppure per un mercato d’élite: Scerbanenco pubblicò con questo sette romanzi nel 1942, firmandosi con sette nomi diversi. Un altro regalo è la nota di Roberto Pirani, degno culmine alla lettura, concisa e ricostituente, sull’autobiografismo del racconto (Scerbanenco lamentava col suo ex direttore Zavattini le stesse perfidie d’ambiente, le redazioni dei giornali), e con un’ottima bibliografia dei “casi in treno”.
Giorgio Scerbanenco, Il cane che parla, Sellerio, pp. 218, € 13

Evola e la “scienza del mito” nordico

È una raccolta di articoli sparsi, preceduta da un capitolo della “Rivolta contro il mondo moderno”, sull’origine nordica della civiltà indoeuropea. Quanto di più perento nell’innegabile fascino del tradizionalista. “Una” civiltà indoeuropea, per di più “nordica”, anzi iperborea, grazie all’apollineo iperboreo greco che forse arrivava fino al massiccio del Rodope, e spesso polare. Che assicuri “la calma superiorità dell’anima aria”. Di concezione non ardua, il mito, dice il curatore, essendo adattabile: “Uno dei maggiori pregi dei simboli è che essi possono venire letti in molti modi”. Ma la più inverosimile, radicalmente inventata, costruzione della tradizione. E possente, minacciosa: nazionalista, imperialista. Per due secoli prima del nazismo, e anche dopo. Per fare della Germania, in mancanza del controllo dei mari, il centro dell’universo. Dell’universo buono, il “tipo divino luminoso” delle “elites dominatrici e regali”, di contro al “tipo oscuro non-divino”, o “razze inferiori legate al demonismo tellurico e miste con la natura animale”.
Alla pagina 22 della raccolta c’è tutto l’indigeribile, perfino ridicolo, “arianesimo”, o “indoeuropeismo” – da intendersi (Lombardo) quale “scienza delle origini della e delle civiltà di origine nordica”. C’è anche il razzismo. Che in Evola è totalizzante: spirituale, culturale e biologico (del sangue). È più cioè e non meno del razzismo biologico di Hitler, anche se meno artificioso. E c’è una tradizione che la dipendenza nordica non saprebbe non inficiare: “La perdita della residenza polare” è “la prima alterazione, la prima scissione antitradizionale” (p.24). Si parte dall’evidenza: “Tutti i popoli conservano più o meno il ricordo di una catastrofe, che chiuse il ciclo di una precedente umanità”. E la si torce, dapprima a Occidente: “È, in via generale, la fine della terra atlantica, come secondo il racconto di Platone e di Diodoro”. Poi si torce a Nord: l’Occidente riproduce e continua “la «funzione» polare più antica”.
C’è Fabre d’Olivet all’origine della deriva, opina Lombardo, un esoterista pitagorico che attraversò indenne la rivoluzione francese. Ma soprattutto c’è l’università di Gottinga, un progetto politico. E una storia non onorevole. Una sintesi è nel romanzo storico di Astolfo “La gioia del giorno”, e nel seguito, di prossima pubblica, “Vorrei andarmene ma non posso”:
“La scienza forniva l’università Georgia Augusta, nel 1734 fondata da Giorgio II, Elettore di Hannover e Re d’Inghilterra, per fare la classifica delle razze, primi i sassoni, i popoli del re. Contro di essa si batterà a vuoto il conte Gobineau, “geologo morale” di una “geografia umana profondamente varia”. Anticipatore del darwinismo, che è misgenetista e non esclusivo, selettivo ma non gerarchico - è descrittivo. Prendendo infine atto che “l’etnologia ha bisogno di sfogarsi prima di divenire seria”. Il conte, democratico e anzi progressista, ambiva alla storia del particola-re, “in quei giorni d’infantile passione per l’uguaglianza” - mai appassionata abbastanza e purtroppo sempre infantile, anche presso i detrattori.
“Un secolo dopo Gottinga Luigi I di Baviera, avendo riempito i palazzi di campagne romane, pose entusiasta la Grecia sotto la sua coro-na. Insensibile alle delizie turche e all’orgoglio greco, suo figlio Ottone, con corteo di pingui ministri baiuvarici, indossò il gonnellino degli evzones, Atene mutando in “sobborgo di Monaco”, con vaste birrerie, sale soffocanti di boiseries, e terze copie della loggia dei Lanzi. Mentre alla Georgia Augusta Karl Ottfried Müller inventava la storia antica, l’inevitabile sancendo dai Prolegomena: “Pelasgi, dori e achei, al pari dei goti, sassoni e franchi, costituirono a lungo una nazione per via della loro natu-ra fisica e spirituale”. Si può riderne? K.O.Müller resta colui che “gettò la base incrollabile per la ricostruzione della storia antica” per Wilamowitz-Moellendorf indiscusso. E non è molto che Dumézil, francese, allievo di Mauss, ha coronato con Marc Bloch, ebreo e francese, il sogno dei tedeschi di mutarsi in dei, dai beserkir d’Islanda sbollentati alle SA, e guerrieri, atleti tarzaniani con mustacchi, i poignets d’amour stirati ai manubri….
“Rinata con la sconfitta del ‘18 a centro meritorio della fisica, con la meccanica quantististica di Heisenberg, Pauli, von Neumann, Oppenheimer e Born, Gottinga è stata nel Sette e Ottocento la culla della storia antica eretta a scienza grazie all’invenzione della filologia. Con gli “ariani” e la Grecia fu tedesca pure Roma, con tutta la letteratura romanza, e la storia, la chimica e la stessa filosofia, il Giordano Bruno italiano incluso, riportato in vita quattro volte nel solo Ottocento, da Adolf Wagner, Lagarde, Lasson, Kühlenbeck – dopo essere stato salvato ai posteri dai re di Francia e d’Inghilterra. Nel 1770 Blumenthal aveva prodotto la prima graduatoria delle razze, inventando il caucasico. Winckemann imporrà la Grecia delle statue dilavate e patinate quale ideale di bellezza. Tra il 1820 e il 1840 sarà poi Karl Otfried Müller, il filologo di Gottinga, a dare significato culturale e politico alla storia “antica moderna”, con la scoperta dei dori. Era la filologia dei primati”.
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“L’“arianesimo” nasce coi mugnai. Un altro Müller, il professor Max, propose di chiamare “ariane” le lingue indogermaniche – i Müller chiaramente non sanno che in italiano aria sta per vuoto, aria fritta. Figlio di Wilhelm, il poeta della Bella mugnaia di Schubert, lo stesso che, avendo visitato Roma, ne aveva ricavato l’entusiasta “Roma, Romani e Romane”, fu giovane professore di sanscrito a Oxford nel 1854, dove fondò la scienza delle religioni con cinquanta volumi di culti comparati. Un tedesco a Oxford oggi non sarebbe possibile, allora purtroppo sì.
““Biondo come Hitler, atletico come Goering, alto come Goebbels” era l’“ariano” delle facezie tedesche sotto il nazismo. Il caucasico è deludente, se è quello cespuglioso dell’atlante a scuola, scimmiesco. Ma così è: questo Occidente “ariano” viene dall’Oriente. Anche se l’Oriente non lo sa. E neppure l’Occidente, l’ha scordato. Un po’ di Oriente avrebbe fatto bene agli odinanti, da Hitler a Wagner. Secondo predicava Ottoman Zar-Adusht Hanish, in voga negli anni di Hitler con la setta Masdasnan, sicuro “ariano” per essere persiano dell’altopiano, il quale basava la supremazia della razza sul controllo di sé, la conoscenza interiore, il respiro ritmato, l’alimentazione vegetariana, il ricettario dell’Oriente.
“La culla della razza “ariana” sarebbe Balkh, tra i monti e i deserti dell’Afghanistan, la Battra di Alessandro Magno, città che oggi più non esiste, capitale della Battriana - l’Afghanistan odierno è un posto dove tutti gli eserciti si sono perduti, da qui il romanzo di Alessandro, a lungo un genere letterario a sé, che ne sarebbe tornato pazzo. A Balkh nacque Zoroastro-Zarathustra. Ma in tempi moderni la vicenda origina nel Bengala. Il Bengala era stato colo-nia olandese, fino a che gli inglesi non crearono Calcutta nel 1686. Un secolo dopo, nel 1786, il giudice supremo del Bengala sir William Jones, un poeta, lesse alla Royal Asiatic Society di Calcutta il primo parallelo tra il sanscrito, il latino e il greco, che conosceva, escludendo l’ebraico che non conosceva, e nacque l’“arianesimo”. Bengala venendo da Banga, antica popolazione “ariana”, presto il Nord dell’India, che impressionava gli indiani e gli inglesi con le sue montagne, e darà i natali a Orwell, divenne il polo Nord, il circolo polare artico, la Scandinavia, la Urgermanità. Calcutta, già Bertoldino diceva del nome ch’è “un paese dove tutte le donne sono femine”. Costituivano la Royal Asiatic Society i funzionari dell’impero e le loro mogli, che si dovevano spedire “a pacchi”, dirà Balzac, giacché nel Bengala le donne erano “più vecchie a quindici anni di una parigina a cinquanta”, persone tutte cagionevoli all’umidità dei luoghi. Uno dei funzionari, il medico Thomas Young, troverà l’attributo in-doeuropeo. La parola mescola geografia e cultura, e lascia fuori metà del mondo nel quale la sua trama s’intesseva: Sumer, Accad, Babilonia, Ur, da dove viene Abramo, gli etruschi e i fenici, da cui i greci ebbero l’alfabeto. Ma piacque, dava l’idea della purezza bianca anche nella lingua.
“Il bianco biondo fu contestato. Schopenhauer, arianista vero, sapeva che “l’uomo ha per natura pelle nera o bruna, come i nostri antenati hindu”, giungendo alla nota formula che “non c’è alcuna razza bianca, per quanto se ne parli, ogni uomo bianco è uno impallidito”. E chissà che avrebbero pensato gli odinanti se avessero saputo che la limpieza de sangre origina in Spagna – l’ordinanza del sangue puro, nel 1593 estesa ai gesuiti. Ma è arduo ricostruire la storia. Il Müller sanscritista, procla-mando che “uno stesso sangue scorre nelle vene dei soldati inglesi e dei bengalesi”, susciterà riserve: madre India poneva a Londra diversi problemi, non ultimo il fatto che nel Bengala molti “ariani” sono neri. E tuttavia la scuola di Gottinga è stata fertile al Nord, la superiorità è pregiudizio durevole, il destino è spesso, Kant ha ragione, una buona coscienza. Almeno fino a Dien Bien Phu, l’inizio della fine dell’Europa.
“Il 4 agosto 1914 un giudice a San Francisco, dovendo statuire sulla richiesta di cittadinanza di un indù, dopo attenta ponderazione deci-se che gli indù di casta elevata erano liberi e bianchi, essendo “ariani”. Era quella la seconda richiesta indù di cittadinanza Usa, la prima era stata rigettata per essere il richiedente non di casta elevata. Due settimane do-po il governo britannico del Canada respinse ottomila indiani che a bordo del “Kamagatamaru” tentavano di sbarcare per essere sudditi dello stesso impero: non erano di casta elevata. Solo i migliori erano “ariani” anche nell’impero britannico, benché tutti gli indiani abbiano difeso la libertà britannica nelle due guerre europee…
“È anche vero che il modello “ariano” non nasce nell’Ottocento. Quasi tutti i suoi argomenti si ritrovano nel Contra Galileos di Giuliano l’Apostata, che volle riaffermare, ancorché senza possibilità di successo, radici comuni a Oriente e Occidente, contro la riduzione della storia che la nuova religione effettuava. Il nipote di Costantino vi difende l’elleni-smo e il giudaismo contro i cristiani, due volte apostati.
“Fu un altro inglese, Chamberlain, a dare l’“arianesimo” ai tedeschi, che del suo La genesi del XIX secolo, 1.500 pagine, comprarono centinaia di migliaia di copie. I Wagner se lo sposarono, il kaiser ricostituì sul suo li-bro la propria anima e il governo. Nel contempo si diffondeva in Inghilterra la teutomania del dottor Arnold, etnologo, detto l’“odiatore dei celti”, che vedeva teutoni ovunque, a partire dall’India. Ci vuole determinazione per dare purezza alla razza in Europa, che è un trivio, o negli Usa. Ma è in Francia che l“arianesimo”, come ogni altra dottrina, fu perfezionata. Da Paul de Lagarde, il quale scelse di essere tedesco malgrado le a-scendenze lorenesi, voleva Parigi rasa al suolo, e ungheresi, turchi, lap-poni e celti perire, in omaggio alla religione dell’avvenire. Fine Ottocento pullula di religioni dell’avvenire: in questa chiave si sostenne pure che il marxismo è opera dell’“ariano” Engels, cui il semita Marx l’ha rubato.
“Lagarde fu amato da molti Thomas: Carlyle, Masaryk e Mann, il quale lo nominò Praeceptor Germaniae. Il genio di Gesù, sosteneva, fu di “non voler essere ebreo”. Lagarde lo sostenne nell’ambito dell’“ariani-tà” di Gesù, dolicocefalo biondo, mentre Chamberlain lo faceva “ariano” ad onore. Vacher de Lapouge annesse ai dolicocefali biondi Dante e Napoleone. Fino a Drumont l’“arianesimo” fu francese. In Germania ebbe un solo avvocato prima di Hitler, Arthur Trebisch, che era ebreo. Arnaud de Quatrefages, padre dell’antropologia francese, disse peraltro i tedeschi “ariani” a metà, i prussiani essendo slavo-finnici, o finnici, popolazione che il professore non stimava in quanto ramo inferiore della razza bianca. L’ipotesi il dotto politico e scienziato teutone Rudolf Virkow empiricamente verificò nelle scuole tedesche, svizzere, austriache e belghe. La ri-cerca durò dieci anni e coinvolse quindici milioni di ragazzi, di cui si mi-surò il cranio e si rilevò il colore degli occhi e dei capelli. L’idea iniziale era di misurare i soldati, ma i generali non vollero. Coronò lo studio la scoperta che pure i finnici sono biondi, benché non dolicocefali, verificata personalmente da Virchow, il quale a tale scopo si recò in Finlandia.
“Il Nord fu così pacificato. Carlo Cattaneo già nel 1840 rilevava arguto che “le magiche peregrinazioni degli Ariani” fondavano “l’eccellenza e la nobiltà del Settentrione”. Ne restarono fuori l’Italia, la Spagna e la Russia, di cui a tratti si negò che fosse abitata da slavi. Marx voleva i russi ricacciati “al di là del Dniepr”, in quanto mongoli e quindi non indogermanici: i russi, diceva, “non sono slavi”. Mentre gli spagnoli e i portoghesi furono, per un periodo non breve, tedeschi, dovendosi esportare l’indoarianesimo in America Latina e nelle Filippine. Nel 1865 l’Anthropological Review di Londra scoprì “una famiglia spagnola bion-da e puramente gotica” nello Yucatàn. Ma durò poco, l’“arianesimo” è religione del Nord per il Nord, Germania compresa.
“Ora è diverso, il Nord è anche aspirazione del Sud: il mito del Nord trionfa quale proiezione dei desideri del Sud, della forza applicata all’industria, dell’applicazione, del senso civico e della giustizia, cui la fortuna si piega. C’è un desiderio di modelli, e forse di padroni: nessun dubbio anzi, ma non si può dire, la servitù volontaria vuol’essere disfattista. A un certo punto Giuseppe Sergi, fine folklorista, scoprì che gli euro-pei in blocco vengono dall’Abissinia. Giunti in Europa, presero due direzioni, il Nord baltico e il Sud mediterraneo. Quelli del Sud, dice Sergi, “per parecchio tempo dovemmo difenderci dai barbari ariani”. Sembrava una conciliazione e invece manteneva, seppure sottile, la distinzione. Il suo discepolo Luigi Pigorini, cui la città di Roma intitola il museo delle tradizioni popolari, pur ribadendo l’unitarietà ancestrale in Abissinia, ri-conoscerà senza esitazioni la civiltà al Nord, tra i baltici “ariani”.
“Ora, contro la cimmeria presunzione, Bausani scopre, da puntiglioso esame comparatistico, che lo zoroastrismo ha fornito materia alle escatologie di tutte le religioni e i miti dell’area, l’islam, il tardo ebraismo, le saghe scandinave in larga parte, per misteriose vie, nonché il medioevo cristiano. E non si sa che pensare, lo studioso è uomo pio. Ma non si può dispiacere la buona coscienza del Nord, o l’ordine del mondo. Il Nord vagina nationum, con i suoi inmania corpora, che per farsi aria ten-gono i vicini a distanza, tra popolazioni che si vogliono pure - se Germania è traduzione latina dell’etnonimo germanico Sciri, i puri, non misti - e altre di Bastarni, popoli che invece si mescolano, da cui bastardi. Che non è una piega della storia,“sacrifici asinini” agli iperborei, secondo Callimaco, o Pindaro, profondevano già i greci”.
……………………………………….
“(Ultimamente) Savitri Devi ha trovato radici polari alla razza “ariana” indogermanica: ne mette un piede fuori, aspettando che diventi un ufo - ma prima o dopo il ritorno in gloria di Hitler-Krishna, avatar de Il lampo e il sole? ….L’autrice della più fiera difesa della natura è Impeachment of Man, Savitri Devi la dea Savitri, risuscitarice dei mor-ti, la gentildonna italo-greca che si ribattezzò nell’Indo e operò per il Du-ce del Bengala, Subhas Chandra Bose, il quale morì fuggendo in aereo dal Giappone sconfitto verso Mosca, dopo che insieme avevano concorso all’invasione nipponica di Burma, esca all’invasione della stessa India, e infiamma revanscisti, revivalisti, indigenisti, malthusiani, sciamani, druidi….
“Sono generosi, gli “ariani”, bisogna riconoscerlo, e avventurosi. Biondi e bianchi quali si vogliono, è possibile che vengano dal Polo, perché no, colore dell’acqua, l’“unità aria”, che si condensa in acqua celestina boreale, è origine per nulla banale, che meglio anzi magnifica per contrasto i bollenti beserkir. E tuttavia modesti si apparentano agli scuri indiani, molli anche per la troppa acqua, di terra e di cielo, ai minuti iraniani dell’altopiano, e ai pastori afghani, pelosi. Forzando pure la storia. La venerabile Storia Antica di Cambridge non si raccapezza, non avendo trovato in nessun posto in nessuna epoca “una popolazione indoeuropea distinta dalle altre e omogenea”. Mentre a Firenze il professor Scardigli è perplesso, perché “nella zona di Heidelberga” si segnalano idronimi non indoeuropei: alba, alma, alsa, ara, arga, arva, aura, ausa. “Perché gli indi e i persiani parlano macedone?”, si scriveva Seneca nella Consolazione a Elvia, e si rispondeva: “Perché Alessandro Magno e il suo seguito aveva-no diffuso la lingua della patria lontana” - il moto era qui retrogrado, da Occidente a Oriente. Ma il sacrificio degli “ariani” è evidente. A meno di
“Evola si volle “ariano mediterraneo”, contro l’“ariano nordico”, ma inciampò nella “categoria superiore” del “romano nordico” rispetto al “romano-mediterraneo”, manna per i gerarchi che lo odiavano, non po-tendo non essere egli stesso che un romano-mediterraneo. Il razzismo, è evidente, è violento odio di sé…
“A un certo punto i nazisti, stufi degli “ariani”, s’immaginarono di venire dal Tibet, per via della svastica – o tentarono anche in questo di imitare gli ebrei, che, avendo tante tribù disperse, si ritrovano ovunque. Nel Tibet l’Ahnenerbe fotografò duemila persone e ne misurò quattrocento. Furono promossi studi anche in Giappone, per provarne le ori-gini tedesche. Haushofer padre rianimò l’Ultima Thule, il gruppo esoterico di Sebottendorf e Rudolf Hess, l’uomo che Hitler considerava suo secondo, si suppone per la sua nullità, con la quale scoprì Schamballah, una immensa caverna sotto l’Himalaya dove si modellava l’“uomo nuovo”. Himmler teneva riunioni esoteriche nel castello di Wewelsbug a Paderborn, l’accampamento di Carlo Magno, Jünger vi ha partecipato: inviarono Ernst Schäffer a cercare il Graal a Montségur, vicino Lourdes, e dal Dalai Lama. Il nazionalrivoluzionario Herbert Blank, arrestato con gli strasseriani nel ‘37, ebbe la vita salva nel lager, e anzi vi fece un figlio con la moglie, perché Himmler lo volle archivista, per cercare carte dei processi di stregoneria che servissero, con la storia dell’Inquisizione, alla campagna finale contro i religiosi – gli hitleriani facevano tutto “finale”.
E non era la Thuringia Doringia, il paese dei dori? Il paese delle sorelle Müntzenberg e Buber-Neumann, dei Bach, di Thomas Müntzer. L’Ahnenerbe, l’istituto degli avi, arruolò duecento scienziati, per cercare, in missione spesata con amante, gli “ariani” nel mondo. Prima che nel Tibet l’archeologo Altheim li aveva trovati in Val Camonica, in compagnia della fotografa Erika Trautmann, donna che dava grandi soddisfazioni ai gerarchi nazisti. Concludendone che l’antica Roma era “ariana”, anche se ciò sconfessava Arminio. La coppia Altheim-Trautmann ripetè la vacanza in Siria, Iraq e Romania. Qui, trovandosi sul Mar Nero, pro-pose di ripopolare di “ariani” la Crimea, ripulendola degli ebrei. Hitler vi destinò i tirolesi di Bolzano che avevano optato per la Germania nel ‘39, “i goti sopravvissuti alle glaciazioni”. Altri invece, nell’ottica di elevarsi in altezza come in Tibet, scoprirono gli “ariani” in Bolivia…. Lo studioso delle rune Guido List, cui si deve la prova a fine ‘800 che Vienna è la città santa dei tedeschi, si spinse a scoprirne l’antica lingua, che chiamò kala, le cui parole sapienziali però risultarono le stesse della Cabala…”.
Julius Evola, Il «mistero iperboreo». Scritti sugli Indoeuropei, a cura di Alberto Lombardo, Quaderni di studi evoliani, pp.95, € 10

lunedì 28 febbraio 2011

Orwell molto italiano nella guerra di Spagna

I moti del maggio 1937 a Barcellona hanno una sola laconica riga nella dettagliata cronologia della guerra civile spagnola fornita dall’Anpi, l’Associazione dei partigiani. Non per tristezza: la guerra tra le sinistre, con l’annientamento dei (pochi) trockisti del Poum e degli anarchici, molti, di sinistra, organizzati e popolari, del Cnt-Fai, segnò l’inizio della sconfitta della Repubblica. Ma perché evidentemente nel 2007, quando questo libro è stato pubblicato, non si poteva ancora dire la verità - la riga è anche incidentale e censoriale: “Nei drammatici scomntri nele file repubblicane a Barcellona muore l’anarchico Camillo Berneri”. A settant’anni dai fatti, a venti dalla caduta del sovietismo, che quello scontro fratricida e suicida aveva voluto. Il libro del resto è finito subito ai remainders a metà prezzo (comprende la raccolta dallo stesso titolo, 1942\43, l’articolo “Sono stato testimone a Barcellona”, pubblicato nel 1937, subito dopo i fatti di maggio, nella rivista “Controversy” in agosto e in “La révolution Prolétarienne” il 25 settembre, oltre a trenta pagine della cronologia estratta dal sito Anpi).
Non è il solo interesse di questa pubblicazione. Orwell, che come si sa fu volontario in Spagna e poi ne fuggì sdegnato proprio per i fatti di maggio, li narra vividamente in un testo qui ripreso, in coda alla raccolta di articoli da lui pubblicati in guerra col titolo di “Ricordi”. Sono ricordi offuscati dal suo personale fallimento - suo come di Simone Weil e tanti altri, ma non era facile nel Novecento mantenere lo spirito libero: o ruote di scorta o il deserto, Mosca vigilava. Ma spiegano perché la Repubblica non poteva non perdere, sola in realtà e disarmata, mentre Franco aveva abbondanza di uomini e mezzi dall’Italia e dalla Francia – un dato che la storia successivamente ha acquisito. E propongono tra i tanti il ritratto di “un italiano”, un operaio volontario non meglio identificato, un contatto fuggevole che segnò tuttavia Orwell a vita per la carica di umanità e di speranza (“Omaggio alla Catalogna” era già uscito con l’omaggio iniziale a “un miliziano italiano”). La guerra poi, nelle prime pagine, è come avrebbe potuto vederla un italiano. Sono pagine sincere cioè, di fame, freddo, paura, non come ci hanno abituati a vederla a lungo le storie e i film britannici, di soldati scattanti, con le scarpe lucide. E ammoniscono contro le rappresentazioni che della guerra danno i media, i quali, spiega Orwell, scrivono ciò che “devono” scrivere, ognuno secondo le proprie “fonti”. Una lezione, si vede, ancora da imparare. Ci sono già i lager, col lavoro schiavistico, che accomuna polacchi, russi, ebrei e politici.
George Orwell, Ricordi della guerra di Spagna, datanews, pp. 94, €4,50

La saggezza è lenta

“Vi esorto al non studio”: questo in sintesi l’“elogio” di Stevenson, ragazzo ribelle che invita all’esperienza – che è poi l’esperienza di tutti. Alla natura, e al tempo naturale. Contro la solerzia, l’accumulo, l’ingordigia, sia pure di libri. La saggezza (l’ozio) è lenta e selettiva: “L’estrema operosità, che si a scuola o all’università, in chiesa o al mercato, è sintomo di mancanza di vitalità” (p. 31 della traduzione, l’edizione è bilingue). Giacomo Leopardi, che ora si vorrebbe allegro e non più pessimista, lo rivendicava con l’amata Fanny, ricorda Franco Venturi nell’introduzione, senza sensi di colpa “passare la giornata disteso su un sofà”. Anche se “il non far nulla è la cosa più difficile del mondo”, direbbe O.Wilde.
Una divagazione più che un trattato, ma come tutto Stevenson di rinvigorente lettura. Le ghiottissime note ci apprendono che Coventry era nel Seicento una fortezza in cui i parlamentaristi tenevano prigionieri i realisti, i papisti e ogni altro dissidente.
Robert Louis Stevenson, Elogio dell’ozio, La Vita Felice, pp.59, €6,50

Gelmini liberalizza statalizzando

Università ferme da tre anni ormai, centri di ricerca da due, e non si sa ancora per quanto. Non si possono fare pagamenti, e nemmeno appalti, nemmeno per la cartoleria, meno che meno per gli strumenti scientifici, non si possono ricostituire gli organici, soprattutto degli insegnanti, non si possono nemmeno spostare: la paralisi. Cioè, se questi organismi fossero un’impresa, la morte. Scuole, università e centri di ricerca sopravvivono come tutto in Italia nella burocrazia, perché nulla muore. Ma sono bloccate nel none dell’ennesima riforma liberalizzante, al termine della quale, semmai terminerà, sarà liberalizzato un enorme cadavere. Con un intervento incredibilmente illiberale, di statalismo accentratore e perverso, perfino persecutorio.
Tutto si è fermato in attesa della nuova legge per l’università, e di nuovi obbligatori statuti per gli enti di ricerca. Ora in attesa dei regolamenti. Questo per la seconda volta in dieci anni, un’analoga paralisi era stata voluta da Letizia Moratti. All’insegna dell’autonomia, dell’iniziativa e della responsabilità di ogni centro accademico o di ricerca. Che il ministro però può bloccare insindacabile, e ha bloccato, Due volte in dieci anni. Lo stop and go, cioè l’incertezza, aggiungendo al taglio drastico della risorse, e alla cosiddetta esigenza del cambiamento. Di una “impresa” da un milione e mezzo di addetti.
Volendo trovarci una logica, si dovrebbe dire che Gelmini e Moratti sono furbastre, che mettono la museruola all’università e alla ricerca facendosi forti delle parole d’ordine che loro stesse hanno imposto, e l’università e la ricerca supinamente hanno recepito: l’autonomia cioè, e l’iniziativa. Per arrivare alle quale le ministre hanno dovuto bloccare tutto… Può invece darsi che sia solo, una volta di più, la perversione della burocrazia ad imporsi. Ma allora a ministre incapaci, oltre che incompetenti.
Perché poi tutto si inquadra nella “logica”, che non è logica, del taglio della spesa. Voluta dal Ministro Unico dei governi Berlusconi, a cui le due lombarde diligenti si sono piegate. La gestione ragionieristica della spesa pubblica, nella quale si è specializzato Tremonti, senza mai nemmeno provare il necessario colpo d’ala per tagliare il nodo scorsoio del debito: spostando poste e termini di pagamento.

La Juventus come Torino, e come la Fiat

Avrà da lavorare il futuro nuovo sindaco Fassino per ridare smalto a Torino. L’infinita incapacità che la Juventus esibisce è prodromo di una malattia forse irreversibile della città, come già della Fiat, in questo centocinquantenario dell’unità che fu la sua gloria. Il sindaco uscente Chiamparino ha turato qua e là le falle in questi dieci anni, ma, malgrado i fondi speciali per l’Olimpiade invernale, la barca resta traballante. La Juventus è per moti aspetti solo l’aspetto più evidente del naufragio. Ultimo residuo sabaudo e non milanese nell’Italia da bere che Torino e la Fiat si fanno abbattere dalla solita farlocca inchiesta con intercettazioni ambrosiano-partenopea. Col solito contorno dell’eterna faida tra l’Avvocato e Umberto, ora trasposta nei nipoti dell’Avvocato col figlio di Umberto. Che lascia nuda e inerme la squadra come già l’Avvocato aveva lasciato la Fiat.
John e Lapo Elkann, si ricorderà, esordirono partendo alla conquista della Juventus, contro Andrea. Contro di lui (si dice contro Moggi, ma in realtà era contro Andrea) sono andati a proporre la retrocessione della squadra, senza alcun accertamento. Per poi riaffidarla allo stesso Andrea, dopo i disastri di un quinquennio, ma per meglio mettere il cugino nel mirino. Isolandolo nella stessa società, e senza reali poteri decisionali. È in questo quadro che John Elkann si fa vedere ora in giro a parlare con Marcello Lippi, che dovrà prendere in mano la squadra.
Ma nemmeno questa sarà una soluzione, c’è da scommettere, perché tutto congiura alla dissoluzione. Lo sanno bene i calciatori, che per questo sul campo più che brocchi si mostrano smarriti. Passano la settimana in atmosfere cupe e gelide, a Vinovo e in città. Minacciati di licenziamento o riduzione degli ingaggi. Specie i campioni che nel 2006 non abbandonarono il club, e ne avrebbero avuto tutti i titoli, per concludere una gloriosa carriera giocando in altri club europei appezzati e vincenti, Buffon, Del Piero, lo stesso Chiellini. Deschamps fu licenziato per questo, che con professionalità aveva risollevato il club dalle sabbie mobili della seconda serie, e da allora tutti i cani, compreso il giornale sportivo, sono aizzati contro chi s’illude di gareggiare per qualcosa. Sembra folle, e lo è. Ma è la realtà, del club, della città, della Fiat. Impersonata da questi tre gigioni senza qualità, ai quali danno fastidio perfino Buffon e Del Piero: non li hanno mai ringraziati per essere rimasti in serie B, e periodicamente gli montano contro i giornalisti di corte. Uno squallore che, ben più delle sconfitte senza onore della squadra, dice lo stato della città, e della Fiat.

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (82)

Giuseppe Leuzzi

L’ultima indagine disponibile (dopo la derelizione del benefico Istituto Tagliacarne, che troppo coinvolgeva il Sud) sulla distribuzione regionale del reddito, quella della Banca d’Italia del 2003 (sui dati del quinquennio 1995-200), dà una maggiore concentrazione (sperequazione) “nelle regioni meridionali, in particolare in Sicilia e in Campania”, E spiega che “utilizzando l’indice di benessere di Sen, che tiene conto sia del livello medio del reddito sia della sua distribuzione, il gap tra le regioni meridionali e quelle del Centro e del Nord risulta quindi ancora più pronunciato”.
È la concentrazione della ricchezza che alimenta il gap, o il gap porta a un minore sviluppo? È la stessa cosa: lo sviluppo vuole parità di condizioni.

La cosa più interessante è l’altra parte dello studio della Banca d’Italia. Da cui risulta che le disuguaglianze di reddito tra le regioni risentono “in misura marcata” della diverse condizioni socio-demografiche, a loro volta in parte connesse col mercato del lavoro: numero di componenti, numero di percettori di reddito, dimensione del comune di residenza, età, istruzione e condizione professionale del capofamiglia. I ricercatori, Luigi Cannari e Giovanni D’Alessio, “al fine di isolare questo nesso”, hanno posto “la distribuzione delle famiglie per ciascuna variabile socio demografica rilevante” uguale a quella media nazionale. Ma così facendo hanno scoperto che nella distribuzione, e anche nei livelli, del reddito le diverse “strutture socio demografiche” incidono in misura rilevante: “Ad esempio, allineando la distribuzione per numero di percettori a quella media nazionale il reddito equivalente della Campania aumenta del 5,5 per cento; quello della Sicilia del 7,8. Nel Lazio”, invece, “controllando(lo) per il titolo di studio del capofamiglia, il reddito equivalente si riduce di circa il 5 per cento; un effetto simile si osserva controllando(lo) per l’ampiezza demografica del comune di residenza, -7 per cento.
Se l’Italia fosse “sociodemograficamente” unita, cioè standardizzata, “i divari tra le medie regionali… si ridurrebbero di circa il 40 per cento per i redditi equivalenti e di circa il 10 per cento per la ricchezza pro capite”.
La differenza, più che di reddito, è di testa: di iniziativa, costanza, adattabilità. E di organizzazione, certo: infrastrutture, servizi, sicurezza.

Napoli
Il giornale di Milano, il “Corriere della sera”, fu fondato da un napoletano, Eugenio Torelli Viollier, l’assistente di A. Dumas. Garibldino naturalmente, come molto uomini di affari - i garibaldini sono di due specie, alcuni ardevano per il business.

È stata anche austriaca, come no? Per la pasticceria. E l’innumerevole serie di regine regine e principesse biondine, deboli, lontane. Una storia durata tre secoli. Con collegamenti alla Boemia e alle Fiandre, oltre che alla Spagna e all’Austria, via Borbone e Asburgo.

Celebra i centocinquant’anni dell’unità scoprendosi sporca, povera e mal governata come ai tempi del Re Lazzarone, prima della Rivoluzione del 1979. Anzi a prima dei Borboni di Napoli, ai tempi del lontano viceregno di Spagna, di Masaniello. Una città nel 2010 che vive come tre, quattro secoli fa, passati i fasti di “O sole mio” e dell’anema e core, la macchietta che s’è lasciata costruire addosso – la città più metropolitana (più crudele) d’Italia. Ma non lo dice. Forse non lo sa neppure. I suoi uomini migliori non lo sanno e non lo dicono, eppure ne ha molti ai vertici dello Stato e nelle magistrature.

Fa il lavoro sporco. Coi suoi legulei, a Napoli, Milano, Roma, i questori, i giornalisti compiacenti. Lo fa per Milano.

“Non abbiamo mai perseguitato nessuno, e non guardiamo in faccia nessuno”, afferma il Procuratore Capo di Napoli Lepore. Perché non guada in faccia nessuno? Converrebbe alzare ogni tanto il capo.
“Se sono stati consumati reati essi vanno perseguiti”, afferma ancora il dottor Lepore: “Se non ci sono stati ci saranno proscioglimenti o archiviazioni”. Dopo paginate di accuse su tutti i giornali? Ma l’uomo non è in malafede: a Napoli si può credere a tutto, Hegel vi sarebbe impazzito, anche Kant.

Scomparse a Milano, le foto del Berlusconi nudo riappaiono a Napoli. Quando si dice le coincidenze.
Non ricompaiono le foto ma i Procuratori e i loro giornalisti in cerca delle foto.
Si può anche dirla così: esclusa la Procuratrice Boccassini, napoletana a Milano, dalla ricerca, la ricerca è stata riaperta dai Procuratori napoletani di Napoli. Sempre “Milano chiama, Napoli risponde è”, l’accoppiata che governa l’Italia.
Poi si fa una distinzione tra la camorra e l’immondizia, e la “Napoli nobilissima”. Che sarebbe questa qui.

Calabria
Si gusta il tè all’essenza di bergamotto, o di gelsomino. Ma noi la coltura del gelsomino l’abbiamo dismessa, e del bergamotto non sappiamo che farcene.

Molta toponomastica è legata al Toro. È il residuo di un filone del culto della Dea Madre, Artemide Tauropolos, la cretese Madonna del Toro. La Vergine associata al Toro è reminiscenza micenea, di origine minoico-cretese – una storia ben più antica della colonizzazione greca e della Magna Grecia, (quasi) tutta ancora da esplorare.
I misteri del Toro-Dioniso nei taurobolii Ernst Bloch dice, in “Thomas Münzer teologo della rivoluzione”, misteri della rinascita: “«Renatus in aeternum», così suona l’epitaffio per coloro che partecipano ai taurobolii: attraverso il sangue del Toro-Dioniso essi vengono magicamente trasformati in lui”. Una simbologia che un orientalista aggancerebbe al Dharma, la legge cosmica, o naturale, il modo come le cose sono: “cavalcare la tigre” è saggezza orientale per dire che non si può abbandonare un’azione iniziata, non negarla, pena una brutta fine, mentre l’uso mitico, e ritualistico, voleva invece cavalcato il toro. Che ha molta energia, come la tigre, ma è domabile: si ravvede, diventa forza del suo eroe-cavaliere. Nella religione mitraica l’eroe uccideva il Toro, una volta domato. Nello Zen invece il Toro segue l’eroe che lo ha domato, la forza primigenia asseconda la volontà.

Siamo la regione più montuosa d’Italia, con appena il 9 per cento di terreni di pianura, ma non abbiamo nessuna cultura della montagna.
Abbiamo la superficie maggiore sotto vincolo in parchi nazionali, in rapporto a tutta la regione e in assoluto, 233 mila ettari, il 15 per cento del totale, e la peggiore situazione ambientale: edilizia, assetto idrogeologico, rifiuti, inquinamento.

Vittorio Sgarbi è stato deputato in Calabria nella legislatura del 1994 e poi nel 1996 (ma ha optato per il Veneto: la sue due elezioni in Calabria, nella famigerata Locride non figurato nel suo pur dettagliato sito). Per un paio d’anni cioè, per caso, avendo intercettato con Franco Corbelli i voti contro la malagiustizia. E al suo modo svagato, passando per la Calabria in gita, con la mano sinistra, nei pochi minuti di sosta elettorale in questo o quel paese, ha consigliato la pavimentazione a Gerace e Serra San Bruno, e la colorazione delle case di Ardore, insieme con l’arte antica del gelato di questo paesino. I sindaci pronti gli hanno obbedito, e questi sono i pochi segni congruenti di ammodernamento nella provincia di Reggio Calabria.
A volte basta poco: un volto (simpatico) in televisione. La politica (in Calabria) può essere semplice.

In Calabria, dove non c’è smog, e le fiumare sono al più inquinate da una rara cava, tutti pensano di essere avvelenati. Ma proprio tutti: gli insegnanti e gli alunni, gli impiegati, gli artigiani, i bottegai, e i braccianti, per non dire delle casalinghe, che si dicono quasi morte. Non c’è paese, o anche luogo isolato di campagna o di montagna, lungo le fiumare scoscese, nelle valli più chiuse, in cui non vengano indicati, ipotizzati, temuti sversamenti di ogni sostanza tossica immaginabile, solida, liquida, gassosa. Che ignoti mercanti di morte (ma si sa che c’è ovunque la ‘ndrangheta al controllo) trasportano e seppelliscono o seminano di notte, su camion invisibili, su è giù per questi luoghi reconditi.
Essere una discarica, anzi la discarica, è parte della depressione, si sa. Che però in Calabria è solida e universale – nella finitima Basilicata, dove pure sono stivati rifiuti nucleari, si respira già diverso. Ne sono parte anche le ricerche dei bidoni tossici disseminati un po’ ovunque, nei fiumi e in mare. Ma più sul mare Tirreno, nel mare del litorale cosentino. Sarà quel mare più profondo? E c’è il problema dei fiumi, che in Calabria non ci sono – non c’è un corso d’acqua che copra dei bidoni – sia pure tossici, quindi per natura sfuggenti.
È però vero che c’è spazzatura dappertutto. Ma perché la raccolta, che si paga in molti paesi più cara che a Roma, non si fa.

leuzzi@antiit.eu

domenica 27 febbraio 2011

L’Italia è ferma da vent’anni, non da quindici

In Italia la crescita è ferma da vent’anni, come il governatore della Banca d’Italia ben sa, e non da quindici, come invece dice. È ferma dal crollo della lira, nel 1992, che Draghi alla direzione generale del Tesoro ha maldestramente propiziato con la sopravvalutazione della moneta italiana sul marco e nello Sme - una gigantesca palla alzata alla speculazione, per errore? E dalla successiva, a quel punto necessitata, accettazione della parità iugulatoria imposta dalla Germania di un euro a due marchi invece che a uno. Due eventi che hanno bloccato, col blocco ormai ventennale della spesa pubblica, in assenza di una riforma dello Stato e della fiscalità, e con la superinflazione, seppure mascherata statisticamente, il reddito reale e la capacità d’investimento e di spesa.
In parallelo con la globalizzazione che dilagava vent’anni fa, l’Italia registrò, fra il 1995 e il 1996, la perdita di 1.700.000 posti di lavoro. E tassi di crescita che negli stessi anni superavano lo zero solo dopo complicate ingegnerie contabili. Sono fra i pochi dati reali della crisi noti perché li rese noti l’allora governatore della Banca d’Italia Fazio – che per questo poi ha pagato? Ma bastano e avanzano. Il vincolo del debito, o della spesa pubblica, è da allora gigantesco e brutale, e non ha altra uscita che un consolidamento, nazionale o europeo. Che non è contrario all’interesse delle banche, di cui Draghi è il supervisore, ma non, come si vede, in questo momento: la speculazione contro il debito è sempre in agguato.

Problemi di base - 52

spock

È Edipo re che ha spiegato a Freud l’urgenza dell’incesto e dell’assassinio del padre, o è Freud che lo spiega a Edipo?

Che Bibbia è se è un apparato retorico - il tesoro nascosto della psicanalisi?

Perché le mistiche vedono Gesù, e i mistici la Madonna?

Perché Sarkozy non vuole proteggere i cristiani nell’Iraq? E nel Libano?

È più morale pagare le battone, o non pagarle?

Perché le morali sono due, una pubblica e una privata, a Milano?

“Se i tuoi principi morali ti rendono triste, sta’ certo che sono sbagliati”: chi l’ha detto, Sade? (No, Stevenson)

“Prima viene lo stomaco, poi la morale”, dice Brecht, e la giustizia?

Se “tutto è puro per i puri” (San Paolo), non sarà tutto sudicio per i sudici?

Quanto bisogna essere immorali per imporre la moralità?

spock@antiit.eu