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sabato 22 maggio 2021

Secondi pensieri - 449

zeulig


Bellezza
– È duale, secondo Baudelaire, che su questa ambivalenza avvia il saggio celebrato che pubblicò nel 1863 su “Le Figaro”, “Le Peintre dans la vie moderne”. Con cui si proponeva “una teoria razionale e storica del bello, in opposizione alla teoria del bello unico e assoluto”: “Il bello è sempre, inevitabilmente, una composizione doppia”, di “un elemento eterno, invariabile” e di “un elemento relativo, circostanziale”. Che segue – “di volta in volta o tutto insieme” – “l’epoca, la moda, la morale, la passione”. È dell’arte come della vita: “La dualità dell’arte è una conseguenza fatale della dualità dell’uomo”. Composto della “parte eternamente sussistente come l’anima dell’arte” e dall’“elemento variabile come il suo corpo”.  
Baudelaire rivaluta per questo Stendhal, di cui non mostra grande opinione, per aver rotto l’accademismo dichiarando (“Dell’amore”): “La bellezza non è che la promessa della felicità”.

 
Dell’affollato repertorio di riflessioni sulla bellezza che ha accompagnato il volgere del Millennio con cui apre la “Storia della Bellezza”, Gadamer, Santayana, Zecca, Rella, Bodei (lui evita l’azzardo), Eco non salva poi niente. Rimandando ad Aristotele, e a Platone. Al canone, in fondo, della misura, la simmetria, la regolarità, l’ordine – comprese le eccezioni, ma in riferimento al canone.  
 
Comico
– Baudelaire, “De l’essence du rire”, lo riconduce al cristianesimo, all’habitus mentale cristiano, che di tanti figure e credenze ha fatto ridicolaggini.
Non senza argomenti. Si prendano, scrive, “le figure grottesche che ci ha lasciato l’antichità”: maschere, figurine di bronzo, Ercoli muscolosi, Priapi tutti cervelletto e fallo. Questi “Veneri, Pan, Ercoli non erano personaggi ridicoli”. Lo sono diventati “dopo la venuta di Gesù, col concorso di Platone e Seneca – “quei feticci erano segni di adorazione, tutt’al più simboli di forza”, certo non creazioni di uno spirito comico. O altrove: “Gli idoli indiani e cinesi ignorano che sono ridcoli; è in noi, cristiani, che è il comico”.
 
Dio
– È “un banale caso di masochismo”, nella conclusione di un’irriverente riflessione di Cesare Pavese (“Il mestiere di vivere”, 13 maggio 1938): “Siccome D io poteva creare una libertà che non consentisse il male (cfr. lo stato dei beati liberi e certi di non peccare),  ne viene che il male l’ha voluto lui. Ma il male lo offende. È quindi un banale caso di masochismo”.
 
Ermeneutica
– Senza citarla, Cesare Pavese ne dubita così, ne “Il mestiere di vivere, nel 1941, 30 gennaio – senza acrimonia, lui stesso si dilettava dei godimenti dell’ermeneutica, ma perplesso: “Se anche la lettura silenziosa che facciamo di una poesia per conoscerla è interpretazione, non si vede più come si possa costruire un giudizio storico su di una poesia – dato che conoscerla significa creare dentro di noi un’altra opera”. È impossibile anche una  semplice valutazione, prima che il giudizio storico.
 
Ironia
– È tutt’altra cosa dal comico: un occhio non comico sul comico. Da maneggiare con attenzione: l’ironia è creativa ma anche velenosa, dissecca. Un’anatomia, sotto la lama insopprimibile di se stessi. Un match di scherma, con lama sottile, un fioretto, che incide senza sopprimere, ma isolante più che protettivo – la critica è una scherma, con l’opera e con l’autore, una scherma protetta, con maschera e visiera.
 
Pessimismo – In alcuni soggetti eminentemente creativi, Baudelaire, lo stesso Leopardi (e Nietzsche? e Kiekegaard?), è la confutazione del nichilismo, che è il vero pessimismo, della ragione. C’è un pessimismo creativo anche al di sotto dello stesso argomentare nichilista. È il caso di Baudelaire – e di Leopardi, anche lui creatore instancabile, che ha vissuto meno e malaticcio, ma ha “prodotto” moltissimo, in misura si direbbe incommensurabile in rapporto all’età, alla semi indigenza, alla poca salute. Baudelaire si vuole pessimista perché radicato nel pessimismo cristiano. Ma è uno, malgrado tutto, interiezioni e lamenti, positivo: grande lavoratore, instancabile, pur volendosi dandy, e cultore della flânerie, del non far nulla, energizzante, creativo.
Vale come metro, come forma critica: un denudamento per un migliore (approfondito, accurato)  apprezzamento critico, valutazione.
 
È il pessimismo cristiano la confutazione del pessimismo: è un realismo, poiché consente di superare il pessimismo – cioè l’inerzia. Sia pure – si creda pure – illusoriamente.
 
Stupore Jeanne Hersch aveva già concluso, fin dalla prima pagina del suo trattato “L’étonnement philosophique”, lo stupore adottando come innesco della conoscenza: “Stupirsi, è proprio dell’uomo”. Con stupore può chiedersi la poetessa (Patrizia Cavalli, “Datura”): “Possibile\ che solo a noi sia dato lo stupore?” Mentre non aveva dubbi il presepio napoletano, che ha tra le figure classiche il Guardincielo, che fa la bocca a O, il pastore dello Stupore.
Vico non sarebbe stato d’accordo, che voleva gli uomini “bestioni tutto stupore e ferocia”. Ma è indubbio: la filosofia nasce con esso, lo stupore è ciò che ha portato gli antichi greci a porsi le loro strane domande. Ma a mano a mano lo stupore scema, o la scoperta: le ultime domande, se non le risposte, sono sempre la prima. Mentre lo stupore non può fare a meno della novità, come nota Baudelaire recensendo l’Esposizione universale del 1855: “Lo stupore, che è uno dei grandi godimenti causati dall’arte e la letteratura, tiene alla varietà dei tipi e delle sensazioni”.
È proprio della prima età, scema o scompare con l’anzianità. È proprio delle culture “nuove” – di scoperta recente o innovative, d’avanguardia. È la scoperta: la filosofia è stupore in quanto è scoperta.
Le ultime risposte, per quanto sofisticate, variano peraltro poco: il nominalismo, vedo il cavallo ma non la cavallinità, il realismo, la soggettività, da Descartes a Nietzsche, inclusa l’impossibilità del Cristo o della fede (Kerkegaard), e l’irriducibilità dell’essere (Bergson), l’inconscio, la rimozione (Freud), la trascendenza, la temporalità. E non più risolutive che l’aria, l’acqua, il fuoco e l’infinito dei milesi, nemmeno tanto nuove. La capacità di stupire della filosofia è limitata? Specie nel mainstream, da Kant in qua, della filosofia sistematica, assertiva. “Che cos’è l’essere”, direbbe ancora Hume, o la scuola di Mileto. La ricerca dell’“essere dell’esistente” è piena Mileto. Anche se
L’esito è nuovo, è quello di Kant: il soggetto non può aggiungere nulla all’essere. Ma non al di fuori o al di là del paradosso di Zenone: il moto e il mutamento dominano la nostra esperienza della realtà, ma noi siamo incapaci di pensarli.
 
Tragedia - È agita da “agonisti”, atleti, lottatori. Cui fa da interlocutore il coro: attore impersonale, poiché enuncia (evoca, stabilisce) la ubris. Che è conoscere l’oracolo e non tenerne conto – una bestemmia. Ma è ubris anche l’oracolo. E insomma il coro è il fato. Sembrerebbe questo meccanismo (la tragedia) la constatazione dell’inutilità del fare. Ma ne è la celebrazione: che altro “fare” se non fare? 


zeulig@antiit.eu

Il racconto dell’odio volto in idillio

Tre solitudini, di personaggi e trascorsi che si intersecano e si inestricano, ma non si liberano dal pregiudizio, dalla passione, dalla debolezza. Una storia del migliore Antonioni, dell’incomunicabilità, anche a dispetto delle migliori intenzioni. Tra ebrei condannati dalla memoria, fascisti violenti, anche con se stessi, e la bontà minuta, generosa, che “non può essere”. Una storia di sentimenti buoni e pulsioni aggressive. Un film violento e idillico insieme, eppure tiene.  
Sfortunato all’uscita, alla vigilia del secondo lockdown, dopo il successo al festival di Venezia, si avvale di tre superbe interpretazioni. Di Sara Serraiocco, la fatina che attraversa le turbolenze: è la sua presenza, minuta fisicamente e moralmente, della vita come viene, a far muovere la difficile guerra di posizione dei pregiudizi. Di Alessandro Gassman, il protagonista, in un difficile ruolo bifronte, tra il dover essere, del medico, del buon cittadino, e la passione, la vendetta. Di un esordiente Luca Zunic, che non sembra recitare lo squadrista picchiatore, a caccia di “giudei”. In un ambiente inconsueto, che aggiunge realismo e magia alla vicenda: una Trieste terragna, seppure a bordo d’acqua.   
Il racconto è semplice, dell’odio. Immotivato, dell’odio come avviene. Un chirurgo di nome Segre, solitario, in lite col padre, ancorché morto, perché da studente di medicina curò i denti dei nazisti per salvare la pelle nella deportazione, non salva, come potrebbe, il padre di tre ragazzi vittima di un pirata della strada perché ha tatuata sul petto la croce runica. Ragazzi con cui viene poi in contatto, bene e male, tra l’essere una brava persona, benché solitaria, e l’essere “un giudeo”. Tale è per il bambino innocente. E per questo esca a molta violenza del figlio picchiatore, nella palestra equivoca di boxe, tra camerati che sono anche aguzzini e usurai. Mentre la figlia oppone umile la resistenza del dover essere, tra le passioni opposte.
Mauro Mancini,
Non odiare

venerdì 21 maggio 2021

Ombre - 563

Enrico Letta propone tasse. Invece di lasciarle, come pure dovrebbe, al governo. Gioca contro il suo partito?
Lo stesso Letta vuole anche lo ius soli e\o lo jus culturae subito, in piena emergenza sbarchi. Lo fa per impedirli, per impedire la giusta regolarizzazione dei lavoratori immigrati? Una legge deve trovare una maggioranza, perché Letta vuole renderla impossibile?
Si direbbe che il segretario del Pd lavori per sé, per la sua gloria intellettuale, contro il suo partito.
 
“La Repubblica” si ricorda di Pannella, per la penna di Francesco Merlo. Uno che Scalfari, suo vecchio compagno di partito, non voleva nemmeno si nominasse. E Berlinguer, nelle due grandi riunioni che tenne con la redazione del quotidiano nei primi ani 1980 nominava con disprezzo.
Un lettore poi scrive a Merlo: “Mi ha convinto: era di sinistra, moderna e autorevole. E la sinistra di oggi lo deve riconoscere”. Al che Merlo risponde: “Stia sicuro che non lo farà”.
 
Lo stesso Merlo ricorda che al lancio delle monetine a Craxi, “idea del fascista Buontempo”, “c‘erano addetti stampa e militanti  di sinistra, che venivano dal comizio di Occhetto a piazza Navona”. Di sinistra, cioè non del Pci (Pds)?
 
L’erba sta per seccare e la sindaca di Roma Raggi trova finalmente i fondi per lo sfalcio. Che però non si può fare, perché bisogna prima fare i bandi, indire le gare eccetera, con i parchi pubblici e i parchi archeologici (Argentina, mausoleo di Augusto, etc.)  a rischio incendio. Poi uno, abitando a Roma, passa per l’Eur, che è un’area grande quanto tutta Milano, e trova l’erba rasata, compatta e tutto quanto. La gestione del verde pubblico non è quindi un problema di costo. Di disorganizzazione probabilmente, sicuramente di disattenzione – il verde non porta voti.
 
I giudici Ardita e Storari, grandi giustizialisti, più del loro sodale Davigo, si trovano d’improvviso ributtati su fronti opposti. Da una manina sapiente? Chi di giustizia ferisce di giustizia perisce – si dice per dire, mai un giudice è stato condannato, se non col coltello in mano.
 
Ma Ardita e Di Matteo erano inquisiti dal loro grande amico, e capo sindacale, Davigo. Era la manina di Davigo? Si direbbe, dopo che si è scoperto che non è stata la sua (ex) segretaria a divulgare le accuse di Storari-Amara contro Ardita.
Non lo dicono però le Procure. Che intanto, per evitare la conclusione ovvia, prendono tempo, mandandosi documenti, o contestandoseli, tra Roma e Milano, Brescia e Perugia. Finché non avremo dimenticato che non è stata la segretaria?
 
La Corte Europea accoglie il ricorso di Berlusconi contro al condanna  di Gamacchio-Esposito: vuole sapere se ha avuto un processo equo. Cioè ritiene che non lo ha avuto. Ma non vuole sapere niente, poiché lo chiede allo Stato.
Lo Stato italiano è equo per diritto. La Corte Europea doveva chiedere: equo per chi?
 
È strano che i due giudici di Berlusconi siano noti per pratiche che normalmente sarebbero delittuose: concussione per i conti (e i debiti) non pagati, traffico di influenze per la carriera del figlio, assegnazione personalizzata dei casi da giudicare, camera di consiglio con “pesanti” ingerenze esterne. Non in Italia naturalmente, dove i giudici sono al di sopra delle leggi. Ma vale allora la vecchia morale delle tenutarie di bordelli, e dei biscazzieri: che non c’è niente di più corrotto della questione morale.
 
La Corte Europea accoglie il ricorso di Berlusconi dopo otto anni dalla presentazione. Andrà riformata anche la Corte Europea? A pena Recovery Fund se non si adegua? O l’Europa è troppo vecchia, ha i riflessi lenti?

I soldi della droga in sacrestia

Vista a freddo, è solo un’opera di sciacallaggio. Incredibile: si possono moltiplicare abbonamenti e pubblicità con lo sciacallaggio. La serie è perfino monotona di sospetti e accuse di parte – che si avvertono di parte. Con una fila interminabile di accusatori, e come contraltare solo il figlio, che è fuori dall’azienda-comunità da un quindicennio. Non i continuatori. Non gli specialisti. Nemmeno Letizia Moratti, che pure fa audience.
Opera dell’ideatore e produttore Gianluca Neri? Della regista, che vanta “immagini tratte da 51 archivi diversi”, ma tutti monotoni?, “180 ore di interviste” e “venticinque testimonianze”? Sicuramente della programmazione italiana della rete americana, che Eleonora “Tinny” Andreatta presiede. Basata sulle accuse di gente condannata per ricatto e estorsione, per primo Delogu padre – padre della vedette tv. “Luci e tenebre di San Patrignano” è il sottotitolo, ma è una formula: non ci sono che delitti, ma non quelli acclarati in giustizia – il titolo originale è schietto, “The Sins of the Saviour”, i peccati del salvatore.
Il processo a Muccioli, uno dei fondatori di San Patrignano, un’impresa agricola che si fece una delle prime comunità per tossicodipendenti, nel 1978, da lui gestita fino alla morte, nel 1995. fu voluto dai giudici di Bologna perché Muccioli non era comunista, e non era di sacrestia. Un vero processo cattocomunista.  Uno sciacallaggio: lanciata con una pubblicità milionaria, una serie cinica – “luci e tenebre” si direbbe di Netflix Italia, di un cinismo che lascia a bocca aperta. Hanno campo libero profittatori e bugiardoni, con nomi che Muccioli ha reso anche altisonanti, come il Delogu.
Muccioli, l’animatore di San Patrignano, dava fastidio a “Bologna”, al cattocomunismo che governava la città. Partiva il “terzo settore”, l’affidamento ai privati di funzioni che il sistema pubblico non riusciva a gestire, e si voleva che i lauti fondi governativi restassero in parrocchia. Muccioli fu per questo processato due volte, nel 1983 e nel 1984. Assolto in Cassazione – la seconda volta perché i Procuratori del cardinale a Bologna nella foga avevano sbagliato imputazione. Nel processo secondo il maggiore accusatore è stato Delogu padre, che doveva tutto a Muccioli ma era stato convinto a ricattarlo – per questo fu condannato, i suoi protettori non poterono venire allo scoperto.
Il cinismo della serie è solo di cassetta, o c’è ancora un cattocomunismo forte e all’opera? Un debutto si direbbe  terrificante di Andreatta a capo della programmazione Netflix in Italia. Non sentire Letizia Moratti, che pure è un personaggio, anzi uno che avrebbe fortemente drammatizzato la serie, non è un errore di regia, è deliberato.
Cosima Spender, SanPa, Netflix streaming

giovedì 20 maggio 2021

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (457)

Giuseppe Leuzzi

Anche al cimitero il Sud è un altro. “La città dei mori di Aquilonia Nuova è tutta sopra il livello del terreno, come spesso accade al Sud. Linda, curatissima, con un alto muro di cinta e popolata da signore in nero che paiono uscite da un romanzo di Silone” – Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti”, 293. Seppelliti sottoterra non piace, ai morti e ai vivi. È la legge, e allora si sopperisce con i tumuli. È uso antico.
Un’illusione come un’altra? Ma non fa male.

Fa senso vedere Michele Santoro in tv, in collegamento amichevole con Paolo Mieli, rifarsi a Falcone e Borsellino. Proprio lui che, quando era una vedette tv con “Samarcanda”, nel 1990 o 1991, s’intignò a delegittimare Falcone. Anzi, propriamente a criminalizzarlo. Facendolo accusare da Orlando, un (ex) democristiano nemico di Falcone,  di depistare le indagini. S enza diritto di replica, o di accesso.

“Canadian 'ndrangheta connection”, tutti assolti. Ma tardi, uno si è già suicidato.
Gregoraci, che poi è risultato innocente, dovrebbe in teoria essere stato ritenuto colpevole, se è stato carcerato. Ma aveva bisogno di carte, che non gli sono state date – malgrado i solleciti delle carceri dove era stato variamente rinchiuso.
 
Un “muro del silenzio” venne evocato in Assise in Francia settant’anni fa nel processo celebre detto dell’“affaire Dominici”, un vecchio contadino condannato a morte per l’assassinio di una coppia di turisti inglesi e della loro figliola. Jean Giono, che seguì perplesso il processo - del tutto indiziario e mal condotto in Assise - perché Dominici era un contadino del suo “paese”, delle sue contrade, s’inalbera: “Questo muro non esiste nella regione. La formula è efficace ma la cosa non esiste. Non esisteva. Io ho sessant’anni. In quarant’anni non lo mai incontrato. Chi ha costruito questo muro? Chi lo ha reso incrollabile? Il crimine? Non spiega niente. Al contrario, il crimine è sempre stato denunciato, e immediatamente”. Anche al Sud. Ma non seguono i fatti. E allora…
 
La donna del Sud
“A Sud non si dice più «uomo», ma «chiesa madre»”: Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti”, 307, raggiunge, oltre i luoghi comuni d un giornalismo pigro, una tradizione di grande e consolidata cultura. Delle donne che chiedono grazie e fanno voti a Santa Rita, “che forse non sanno chi fosse”. nota: “A loro bastava incontrare un’entità femminile. Solo una donna poteva portare salute e fertilità, recapitare le loro richieste alla Grande Signora oltre il muro dell’invisibile. A Sud Dio non ha bisogno di camuffarsi sotto tonache maschili”.
Tutto è materno al Sud, anche la mafia – Rumiz se lo fa spiegare da Marino Niola, dall’antropologo: “Persino la criminalità organizzata ha un lessico familiare materno. Si dice: ‘Mamma comanda e picciotto fa’. Il capo si chiama ‘Mammasantissima’. Il pizzo di chiama ‘olio per la Madonna’”.
 
Sudismi\sadismi
“Dosi ai cinquantenni e anziani in attesa. Le strane priorità decise al Sud”: il “Corriere della sera” ci fa una pagina. Poi uno legge l’articolo e scorre le tabelle della stessa pagina, e vede che non è vero. Il giornale di Milano non vede l’ora di ributtare la pandemia sul Sud – non è il primo tentativo.
Quelo che si vede dalle tabelle regionali è che al Sud un po’ tutte le regioni sono indietro nei vaccini, seppure di poco, rispetto alle altre. Quello che non si dice è che alcune, sicuramente la Campania e la Calabria, non hanno avuto i vaccini in proporzione alla popolazione per classi di età, come si è fatto in altre regioni, secondo il programma di vaccinazione nazionale.
 
Pavese calabrese
Molte scoperte e una sorta d’immedesimazione fa Cesare Pavese nei dieci mesi che trascorse a Brancaleone in Calabria al confino, tra 1935 e 1936 – dopo essere stato in carcere a Torino e Roma per antifascismo. Forse a sua insaputa ma forse no, dato che queste impressioni traspone alcuni anni dopo nel racconto-romanzo “Il carcere”, che pubblicherà infine nel 1948 – con una quarta di copertina, alla riedizione Einaudi successiva, del 1990, che prospettava “la scoperta di un’altra Italia da parte di un settentrionale”. E di più, anche se senza alcun riferimento diretto, nel “Dialogo con Leucò”, che scrisse tra fine 1944 e inizio 1945, a Roma, a cui tanto teneva – se lo portò in albergo la notte del suicidio.
Il paese all’arrivo lo respinge, “terre aride” e “spiaggia desolata”. Tutto lo respinge, non solo il posto: Pavese è fortemente cosmopolita di cultura, ma non ha man viaggiato, se non dal paese a Torino. La desolazione è però solo un primo riflesso – Brancaleone è nell’allora arida e desertica Jonica (per contrapposto alla fascia tirrenica, allora verde, fertile, ricca: come la geografia economica può mutare rapidamente), oggi Locride, ma Pavese nel 1935 può leggervi, con continuità, la “Gazzetta del popolo”, il giornale di Torino (oggi non potrebbe…).  Si profonderà ampiamente, nelle lettere più ancora che ne “Il carcere”,  in apprezzamenti e ringraziamenti, per l’ospitalità, la correttezza, la generosità eccetera.  E ne mutua i linguaggi.
Ne fa suoi, inavvertitamente, alcuni modi di dire. Soprattutto nei dialoghi: “Siamo nelle mani di Dio”. “Conosciamo qualcuno, se cosa vi occorre”. “Fare razza”, per fare gruppo, famiglia, banda. “Quello è storto”, non sa difendersi. “Che scherzate?”, non se ne parla. È ben locale, calabrese, l’osservazione: “Qui sono tutti avvocati. Hanno tutti un parente in prigione”.
Alla seconda pagina de “il carcere” ha già colto il senso e lo schema della conversazione, del commercio umano: passeggiare tra uomini sottobraccio, i saluti “asciutti” e “il riserbo”, gli scambi laconici (“Tutto il paese conversava così”, per ellissi, per rinvii a significati noti, “a occhiate e canzonature”, bonarie), l’autocanzonatura  (“Siamo gente inquieta che sta bene in tutto il mondo ma non al suo paese”, “Si è vecchi quando si torna al paese”, “Voialtri avete il lavoro, noi abbiamo l’amore”).
Leucò, Leucotea, dea bianca, s’identificava in antico con Ino, dea marina. Ed è a Brancaleone che Pavese “scopre” il mare, come presenza invadente. Con fastidio e con sollievo – è il solo luogo, la spiaggia, dove gli piace passeggiare, da solitario, e può farlo, per “prendere l’aria”, senza doverne dare ragione. Una superficie che a volte respinge, per la monotonia, ma anche popola, di ninfe. Lo stesso che in paese, dietro la serva scura e altera che affascina il suo alter ego della narrazione, Concia, ragazza e madre, che vuole “caprigna” – capro è la personificazione in antico della lussuria o desiderio. Ma gode anche i favori, in carne, assicura, non nel mito, di una classicissima Elena, che lo accoglie sorridente e muta al suo interno, anch’essa bianca, e grande – Grande Madre, Dea Madre.  
 
Calabria
Vanta “l’aria più fine in tuta Europa”, nel sito in (ottimo) inglese su wikipedia: “La Calabria ha anche l’aria più pulita dell’Europa. La scoperta è stata fatta da una ricerca del 2010 sulla qualità dell’aria, nel corso dela quale i nanopatologi rilevarono che un’area del parco Nazionale della S ila  aveva l’aria più pura in Europa”.
Nanopatologia, termine di nuovo conio, appena vent’anni fa.
Era l’aria, in chiave ironica (“a zannella”) una canzone di Otello Profazio gionvicello: “Cca’ ‘ndavimu l’aria” – come dire: abbiamo l’aria, e ci basta.
 
“I miei compagni erano in maggioranza calabresi”, racconta a Paolo Rumiz nel maggio del 2005 Carlo Orelli, 110 anni, “cavaliere di Vittorio Veneto, ultimo testimone vivente del 24 maggio 1915”, dell’“armata perduta” sul Carso all’inizio trionfale della Grande Guerra, del 32mo Reggimento Fanteria, Brigata Siena: “Non si capiva niente di quello che dicevano. Bravi e analfabeti”. E morti, si suppone: “Ci distrussero. Eravamo troppo esposti. Dopo i primi assalti restammo in venticinque su trecentotrenta. Un’ecatombe”.
In tutti i ricordi della grande Guerra ci sono fanti calabresi, analfabeti e bravi.
 
Il Faussone di Primo Levi in “La chiave a stella”, il romanzo dell’Uomo Lavoratore, il piemontese specializzato che sa tutto di tutti i cantieri, dall’India alla Russia, dall’Alaska all’Africa, ha interiorizzato i calabresi a Torino. Nella tipologia degli ingegneri che fa allo scrittore – un ingegnere gli ha creato un pasticcio in India - ce n’è anche uno (p.122) “che dormiva in piedi e batteva la calabria”, batteva la fiacca.

Il detto veniva dalla Francia?  Girando per la Calabria nel 1812, in fuga dalla madre, il marchese de Custine annota nelle lettere di avere capito perché in Francia per indicare un uomo senza vitalità si diceva: «Gira per la Calabria».

In precedenza però Faussone, racconta che in Russia si è immedesimato con i suoi nuovi concittadini, a p. 99: “La brava gente si somiglia dappertutto, e poi lo sanno tutti che fra i russi e i calabresi non c’è tanta differenza. Erano bravi, puliti, rispettosi e di buon umore”
 
Uno storico la dirà vittima dei commissari. Comunali, sanitari, dei porti, e di ogni altro centro di spesa. Un’orda di generali, prefetti, vice prefetti e questori in quiescenza, e di funzionari prefettizi a caccia di diarie, con autista, e orario di lavoro casa-casa. Un mercato molto calabrese, però: i funzionari prefettizi che moltiplicano i commissariamenti, di comuni, asl, aziende pubbliche e quant’altro capita a tiro, sono ben locali. Altrove non li avrebbero cacciati? Sì. 
 
“Arghillà, zona Nord di Reggio Calabria, in seimila nelle case popolari, molte occupate”, abusivamente, racconta Smorto sul “Venerdì di Repubblica: “Macchine smontate bruciate, accatastate. Immondizia”, etc. – “amico, dammi 5 euro per il gasolio”. È “una popolazione al 50 per cento di ex rom, che chiama «italiani» l’altro 50 per cento, che annovera anche maghribini, filippini, polacchi”.  Quale altra città ha una tale concentrazione?
 
Arghillà, dove un tempo si producevano ottimi vini, è la new town di Reggio. Col carcere e la città giudiziaria. Zona molto bruta di architetti, che deturpa dall’alto la bella cornice (ex) naturale della città.  Giudici e polizie stanno lì, ma non vedono  non sentono.
 
Si entrava in città in primavera, tra Catona e Arghillà, nell’agro di Villa San Giuseppe, tra le raffiche di zagara degli agrumeti.
Di mattina presto, se si viaggiava in città per lavoro, per le pratiche, per l’apertura degli uffici alle otto, si avvertiva d’inverno anche l’odore pungente delle arance sull’albero. Misto alla zagara, che per le arance di san Giuseppe, tardive, di aprile-giugno, fiorisce tardi a febbraio.

leuzzi@antiit.eu

Petrarca senza l’aura

Nugae, nugellae, poesiole. L’appellattivo che Petrarca usava per le poesie in volgare, ora “Canzoniere”,  vale piuttosto per gli epigrammi in latino. Variamente sparsi, da lui mai raccolti, benché pregiasse la sua produzione in latino, di cui Francisco Rico recupera una dozzina. Un altro Petrarca, sui toni dell’amicizia e del nonnulla, della levità. Che lo studioso spagnolo sottolinea in profusi commenti – forse la parte più godibile della pubblicazione.
Epigrammi anche profusi, fino ai dodici versi, ma tutti lievi.
Gli epigrammi fanno di Petrarca, spiega Rico, “il primo dei grandi moralistes dell’Europa moderna”. E sono una felice eccezione, quasi estemporanea,  alla pratica assidua della expolitio. Della rifinitura costante - “ossessiva”, dice Rico - cui Petrarca sottoponeva instancabile la sua produzione latina, quella che avrebbe dovuto assicurargli la gloria, una cura che lo impegnò tutta la vita.
Sono componimenti che non si curò di pubblicare e non volle pubblicati: “L’ultima volontà di Petrarca fu di non pubblicare gli epigrammi”. E inediti restarono fino a verso il 1400, quando un anonimo ammiratore si dette a raccoglierli. Composizioni minori, d’occasione, il cane che saltella attorno al poeta, una cartolina di viaggio, le scarpe preziose regalate a una contadina, un amore felice. “Gabbiani” Rico ha voluto intitolata la raccolta perché immagina che “i gabbiani mediterranei sono l’immagine dell’amore e dell’amicizia”. “Gabbiani” avendo intitolato l’epigramma in cui Petrarca, rivolgendosi a uno dei suoi grandi amici, il musicista fiammingo Ludovico di Beringen, lo immagina con l’amata “sui flutti,\ qua e là dovunque felice con lei”. E lo stesso immagine di sé, e della “sua” Laura: “Abbiano i quattro alati questa più amabile vita,\ e niente mai darà troppo dolore”. 
Unn componimento doppiamente importante, spiega Rico. Recupera la nozione platonica, e poi medievale, dell’amore che “trasforma l’amante nell’amato, «
in amatos mores», secondo il modello dell’amato”. Ma, soprattutto, “non siamo più di fronte allo stesso mondo  né nella stessa Laura del «Canzoniere»”. Lì “è una belle dame praticamente sans merci, inaccessibile e schiva”. Qui è ben presente.
Un’edizioncina curatissima. La traduzione dei dodici epigrammi Rico ha richiesto ad altrettante latiniste, in amichevole concorso.  Tra le illustrazioni un raro ritratto di Petrarca, opera di Altichiero, e uno schizzo particolareggiato dell’erta di Valchiusa opera di Boccaccio.
Francesco Petrarca, Gabbiani, pp. 101, ill. € 5,50 

mercoledì 19 maggio 2021

Il mondo com'è (428)

astolfo
 
Deportazioni
– Erano correnti nell’antichità, di grandi gruppi e anche di intere popolazioni, parte della strategie militari. La più famosa, o più ampia, sarà stata quella operata dai Romani tra gli Apuani e  i Sanniti, due popolazioni che resistevano al dominio romano. Anche i Geti-Daci, le antiche popolazioni dell’attuale Romania, furono largamente deportati dall’imperatore Traiano e dai successori – la Romania attuale si ripopolerà con tribù sarmatiche, germaniche, turco-tatare, e con le popolazioni erranti, rom e ebrei.
Federico II di Svevia, il re di Palermo, la praticò con una certa frequenza, anche se non in forme radicali. La più famosa è quella dei mussulmani del regno a Girifalco e a Lucera. Gli abitanti di Celano, in Abruzzo, che resistettero per due anni al suo assedio, li deportò a Pantelleria – si erano rifiutati di cedergli i diritti di gabella sulla transumanza, allora, e ancora fino al primo Novecento, praticata su larga scala da e per il Tavoliere delle Puglie.
 
Kennedy – Fu vera gloria? Recensendo sulla “New York Review of Books”  il primo volume della nuova biografia di John Fitzgerald Kennedy, il presidente assassinato a Dallas, “JFK: Coming of Age in the American Century, 1917-1956” di Fredrik Logewall, lo storico Michael Kazin, specialista dei movimenti sociali, si chiede: “Come mai, quasi sei decadi dopo il suo assassinio, gli Americani si occupano così tanto di lui e, per la gran parte, continuano ad averne così alta opinione?” Perché, conclude subito, ha fatto poco o nulla: era soprattutto un operatore astuto, e oggi quello che si direbbe una celebrità, più che un grande leader politico, nel suo partito e al governo dell’America.
Kazin, attivista in gioventù degli Students for a Democratic Society, che contestavano la guerra in Vietnam, nonché redattore di Dissent” ed esponente della New Left, trova nella guerra in Vietnam, che Kennedy avviò surrettiziamente, un grosso titolo anzi di demerito. E non si può non dargli ragione: Kennedy la avviò come una avventuretta, quando si sapeva, dalla Corea, quanto era forte il sovietismo in Asia, e da Dien Bien Phu quanto era resistente il nazionalismo vietnamita. Nel quadro del confronto con l’Unione Sovietica, il suo mito si fa forte del sostegno assicurato alla Germania Occidentale dopo l’erezione del Muro a Berlino, col famoso discorso “Ich bin ein Berliner”, sono un berlinese. Ma nel complesso la gestione anche del confronto con Mosca fu negativa e anzi disastrosa.
Una serie di errori commessi contro Castro (tentativi di assassinio) e contro Cuba (l’invasione fallita ala Baia dei Porci) hanno fatto di Fidel Castro un polo di sovversione, e hanno alienato agli Stati Uniti l’America Latina, aprendo la via ai regimi militari. La prova di forza contro i missili sovietici a Cuba nella seconda metà di ottobre del 1962 fu una crisi teatrale. Preceduta dal lassismo nell’avvicinamento di Castro a Mosca e nella stessa questione dei missili. Poco è stato fatto durante la presidenza Kennedy per i diritti civili – niente al confronto con  la Great Society del successore Lyndon Johnson: la battaglia contro il segregazionismo, lui uomo del Sud, le leggi sui Diritti Civili, sui Diritti di Voto, sull’istruzione pubblica, l’assistenza medica ai pensionati e ai poveri, Medicare e Medicaid. Di più contro la mafie, ma a opera del fratello minore Robert, ministro della Giustizia. È tuttavia il presidente meglio ricordato e più ammirato. Per la fine tragica - spettacolare, thrilling (l’assassino assassinato…). Ma già prima adorato, malgrado i tanti pericoli aperti agli Usa, per inesperienza, per superficialità.
I “mille giorni di Kennedy” aleggiano nell’opinione come una pietra miliare. Nei sondaggi Kennedy è costantemente il terzo miglior presidente degli Stati Uniti, dopo Washington e Lincoln – alla pari con F.D.Roosevelt. Vinse nel 1959 per pochi voti su Nixon, ma l’America pensa di averlo votato unanime, plebiscitato. “Camelot”, il regno ideale di re Artù e dei suo Cavalieri senza macchia e senza paura, è riferimento costante nella pubblicistica sugli anni di Kennedy.
È cresciuto nell’immediato attorno a Kennedy in America, e non è mai svaporato, l’analogo del culto delle celebrità in Europa, che fino ai suoi tempi, metà Novecento, era soprattutto culto delle regalità. Kennedy richiama e si onora come una sorta di principe. Lo stesso la sua famiglia, i suoi discendenti, i suoi ascendenti. Se ne osservavano, diffondevano, commentavano le minute attività quotidiane. Sue personali, dei bambini, della moglie Jacqueline. E quello che non si poteva commentare in gloria veniva sottinteso sempre positivamente. I continui adulteri. La persecuzione di Marylin Monroe, e forse la violenza. L’incostanza. E il lato oscuro: forse la cocaina, forse la contiguità con gruppi mafiosi.   
Il mito del presidente Kennedy si estende alla famiglia. Ai fratelli Robert, cui viene dato più credito politico, anche lui assassinato, e Ted, senatore e leader del partito Democratico per molti anni, ai suoi figli, alla vedova Jacqueline. E ai collaterali e ascendenti. Le cui avventure e disavventure sono state e continuano a essere vissute con largo seguito. Col trasporto, misto di curiosità e di orgoglio,
 che hanno gli inglesi per i minuti eventi della loro famiglia reale.  
L’accostamento era di Gore Vidal nel suo primo volume di memorie, “Palinsesto”, 1995, un anno dopo la morte di Jacqueline. A proposito di quest’ultima, Jacqueline Bouvier, sua “cugina”. Che rappresenta
ragazza nobile e algida, per questo pronta a un matrimonio di convenienza con i Kennedy, di ricchezza recente ma famiglia politica potente. I Bouvier erano ricchi di quinta generazione, e parte della High Society di New York. Il padre di Jacqueline era broker, agente di Borsa, gestore di fiducia dei patrimoni ricchi. Vidal, nipote del senatore dell’Oklahoma Thomas Gore, figlio della sua unica figlia, Nina – da loro prenderà il nome da scrittore -  era giovane in vista anche lui nell’alta società americana. Ed aveva avuto a patrigno, al secondo matrimonio della madre Nina Gore, Hugh D. Auchinloss Jr., un avvocato anche lui reputato agente di Borsa, che più tardi sarà patrigno di Jacqueline, avendo sposato sua madre Janet Lee Bouvier, nata Janet Norton Lee, di famiglia cattolica irlandese, immobiliaristi a New York, anch’essa alle seconde nozze, dopo il divorzio da John Vernon Bouvier III, il padre di Jacqueline. Jacqueline era la “moglie” ideale anche per il patriarca dei Kennedy, il padre Joseph, che aveva disegnato e perseguito il futuro dei maschi in politica, e per le numerose figlie aveva cercato matrimoni titolati, principeschi. Come usava in quegli anni – in Italia è stato lo schema del senatore Agnelli per i nipoti e le nipoti.
Joseph aveva fatto fortuna a Wall Street con metodi disinvolti, ma ne era uscito poco prima del crac del 1929 – avendo già costituito un fondo da un milione di dollari per ciascuno dei nove figli. Si criticherà molto il suo ruolo nel voto popolare dell’elezione presidenziale del 1960, che John vinse senza la maggioranza assoluta dei voti, e per sole 117 mila preferenze su Nixon, 49,7 contro 49,5 per cento. Ci furono irregolarità nel voto in Texas e Illinois. Che molti esponenti repubblicani, compreso il presidente uscente Eisenhower, avrebbero voluto contestare. Ma Nixon si rifiutò. Con questa motivazione, avvocatesca (Nixon era avvocato) ma precisa: “Non so pensare a un esempio peggiore per le nazioni all’estero, che per la prima volta stessero tentando di introdurre processi elettorali liberi, che quello degli Stati Uniti in lite sui risultati delle nostre elezioni presidenziali, e anzi insinuando che la presidenza stessa possa essere stata rubata nell’urna elettorale”. Nixon è il presidente americano più disprezzato – prima di Trump.

Questione spartana – Perché  Sparta non ebbe grandi uomini? È vecchio argomento, ora desueto. L’opinione di A. Gide (“Journal”, 1895) è che “la perfezione della razza impedì l’esaltazione dell’individuo”. Per un anticipo di eugenetica anche. Che permise di creare il canone maschile  e il vigoroso ordine dorico. Ma con la soppressione dei meno capaci portò anche alla soppressione delle specificità, delle rarità. Gide lo nota da entomologo, o botanico: “Con la soppressione dei gracili si sopprime la varietà rara – fatto ben conosciuto in botanica, o almeno in floricultura, i fiori più belli essendo spesso generati da piante all’aspetto sofferente”.
Anche l’emofilia, la malattia dei ricchi e potenti che si sposavano tra di loro e quindi spesso tra parenti (in uso fino all’Inghilterra vittoriana, fine Ottocento) può avere influito. Ma allora con effetto opposto al fine dell’eugenetica.

astolfo@antiit.eu

Pavese fuori dal mito

Riedizioni ricche, del Pavese più pacificato, quasi scherzoso, allo scadere del copyright. L’editore per eccellenza di Pavese, la casa che lui stesso ha per larga parte creato, raddoppia lo spessore della sua edizione 2014, con introduzione di Nicola Gardini in aggiunta a quella di Sergio Givone, e con antologia critica, note, vita e opere. Adelphi, nuovo arrivato, assortisce l’opera con un’introduzione frizzante e informata di Giulio Guidorizzi. E con una conversazione tra Carlo Ginzburg e Giulia Boringhieri. Lo storico è figlio di Natalia e Leone Ginzburg, la compagna di lavoro più stretta di Pavese alla Einaudi (e quella che ne curerà a lungo le opere dopo la morte) e l’amico forse più intimo, sicuramente più brillante, di Pavese (di lui si ricorda nelle biografie che, benché minore di un anno dello scrittore, ma già addentro all’università, gli trovò in un paio di giorni un relatore per la tesi di laurea su Walt Whitman, che l’anglista con cui Pavese aveva lavorato, Federico Olivero, non voleva presentare).
L’intervista è poco informativa, e quasi svogliata. Come se l’allora undicenne storico fosse già in polemica generazionale con la madre Natalia (il padre, Leone, era morto ai primi del 1944 a Regina Coeli a Roma, per le torture subite da parte della Gestapo). O forse impacciata: forse lo storico non ha ricordi precisi. Ricorda però il silenzio: lo sconcerto, e la tristezza. Pavese si continua a prendere dalla fine, dal suicidio – l’editoria non trova  probabilmente altri temi promozionali.
I “Dialoghi”, scritti a Roma tra fine 1944 e inizio 1945, a guerra finita, sono il libro che Pavese sentiva più suo, e si portò dietro la notte del suicidio. Accolto con “elusiva diffidenza”, eufemizza l’editore Adelphi: “Si stenta oggi a crederlo, ma all’epoca in Italia il mito godeva di pessima fama” - godeva si dice per dire. Ma non è tanto il mito che muove Pavese quanto l’allegria, lo scherzo, la disinvoltura. Per una volta leggero, nella lettura che su questo sito ne è stata fatta di recente:
http://www.antiit.com/2019/04/il-mito-dei-miti.html
E più per riuscirci immerso nella cultura, da lui ferocemente acquisita e vissuta. Un “capriccio serissimo”, come lo dice Givone nella presentazione. Ma rilassato, ironico – Saffo è “lesbica di Lesbo”, la “dea vergine” Artemide ha “carattere non dolce”. Un capriccio non di un creatore di miti: Pavese, appassionato di antropologia, sapeva che i miti non si creano.
Non c’è scrittore del Novecento più colto, dell’antico e del moderno (contemporaneo) di Pavese. È questo un tratto che la liberazione del copyright, e quindi inevitabilmente degli studi, dovrà approfondire. Ma qui, in quest’opera, è la vena irriverente che emerge di Pavese, come nelle lettere e nel “Mestiere di vivere” non espurgato (lo è stato per molti anni a opera purtroppo di Natalia Ginzburg).
Un Pavese fuori dal mito Pavese – il disadattato suicida. Sì, si parla di destino, e cose del genere, ma come se ne parlava in antico, in conversazione. Molto c’è anche, in quest’opera apparentemente stravagante, dell’anno trascorso da Pavese a Brancaleone in Calabria, al confino politico. Notte e giorno a fronte del mare – Luecotea è la “dea bianca”, in antico identificata con Ino, dea marina, bianca come la spuma sul mare? Con immagini di satiri e ninfe, benché “caprine” - o perché “caprine” nel senso che in antico si voleva, di esseri voluttuosi?
Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, Adelphi, pp. 226 € 18
Einaudi, pp. XIV + 224 € 12

martedì 18 maggio 2021

Problemi di base a proposito di donne (pavesiana) - 639

spock

“Le uniche donne che vale la pena di sposare, sono quelle che non ci si può fidare a sposare”, C. Pavese?
 
“Nessuna donna fa un matrimonio d’interesse: tutte hanno l’accortezza, prima di sposare un milionario, d’innamorarsene”, id.?
 
“Siccome una donna presto o tardi bisogna piantarla, tanto vale piantarla subito”, id.?
 
Prima che ti pianti lei?
 
“Una dichiarazione di guerra è come una dichiarazione d’amore”, C. Pavese: cioè il viceversa?
 
“Come possedere senza essere posseduti”, id.?
 
“Ci sono dei vestiti femminili così belli che si vorrebbe lacerarli”, id.

spock@antiit.eu

Le nuove parità, neri i buoni cattivi i bianchi

È il racconto di Roald Dahl, dei bambini trasformati dalle streghe in topi (una in gallo), che la nonna di uno di loro, un po’ fattucchiera, non riesce a far tornare umani. Non è sorprendente, e non è divertente. È solo una storia di suspense, che Zemeckis stiracchia nelle quattro scene topiche, la nonna che istruisce e corazza il nipotino, il concilio delle streghe, sotto forma di Lega per la protezione dei Minori, la trasformazione dei ragazzi in topi, la fine delle streghe e la vita felice dei topi. Con una trovata radicale: nero è buono, bianco è cattivo. Anche stupido – il direttore dell’albergo e il suo figliolo - ma di più cattivo.
Le streghe sono bianche - Anne Hathaway, la Grande Strega Suprema, è fatta biondissima e bianchissima. Il ragazzo di colore e la nonna - che sono di colore nel racconto, venendo dall’Alabama - occupano la prima parte del film con altri afroameircani ed esclusivamente con loro, al mercato, in chiesa, al supermercato. E in effetti la cosa colpisce, la storia in nero anziché in bianco.
Prima di dedicarsi a Pinocchio in live-action – cioè recitato da attori - per la Disney, dove non ci sono minoranze da gratificare, Zemeckis si è acquistato dei crediti da spendere presso l’Academy hollywoodiana da far valere alla prossima edizione dei premi Oscar? Secondo le nuove regole: ruoli femminili paritari, presenza paritaria delle minoranze, buone cause, paritarie. È probabile – il film è prodotto da Cuaròn e Guillermo Del Toro, fra i primi beneficiari dele nuove regole.
Robert Zemeckis, Le streghe

lunedì 17 maggio 2021

Cronache dell’altro mondo – o dei miracoli (116)

Da metà marzo 2020 a metà maggio 2021, per tutta la pandemia e i lockdown, l’indice Standard&Poor’s dei titoli azionari a Wall Street è cresciuto dell’89 per cento, cioè ha quasi raddoppiato di valore.
Negli ultimi cinque mesi gli investimenti in azioni a Wall Street sono stati di molto superiori a quelli cumulativi dei dodici anni precedenti: 569 miliardi di dollari contro 452.
Record anche il debito privato contratto con le banche per comprare titoli azionari a Wall Street. Con ipoteche immobiliari di secondo e di terzo grado.
Tutte le quotazioni dell’indice sono record. In particolare, sono in continua inarrestabile ascesa, da oltre due anni, i titoli tecnologici. Un’azione Amazon quota oggi a Wall Street 3.223 dollari, la società capitalizza in Borsa 1.626 miliardi di dollari – quanto il pil dell’Italia. Analoghe le performances dei titoli maggiori del settore. Apple, che quota solo 126 euro, vale in Borsa 2.127 miliardi di dollari. Google quota 2.278 dollari per azione, e vale 1.538 miliardi. Tesla è a 590 dolari e a 568 miliardi. Facebook a 316 dollari e 896 miliardi.

Appalti, fisco, abusi (202)

Il catasto di Roma vuole ventuno mesi per regstrare una variazione catastale.
Il tempo di due 730, ai quali intanto ha fornito informazioni errate, ma incontestabili.
 
Acea, la società di servizi che il Comune di Roma condivide con la francese Suez e col gruppo Caltagirone, si fa bella col monopolio dell’acqua nela capitale. Di cui ha, fatti tutti i conti nella selva delle tarffe, raddoppiato il costo medio per l’utente nei dieci anni intercorsi dal referendum che sancì l’acqua bene pubblico inalienabile. Ha raddoppiato la tariffa  dell’utenza domestica più diffusa, la “agevolata” (l’acqua potabile, e una lavapanni che vada una volta al giorno), portandola a 0,40 euro al metro cubo. E ha ridotto a un terzo il quantitativo agevolato, da 92 a 30 mc l’anno: da 30 a 60 mc la tariffa unitaria è di 0,80 euro, quattro volte quella ante-2015, da 60 a 90 mc è di 1,34 euro – si va a 1,88 euro sopra i 90 mc. Cioè, ha moltiplicato la tariffa per quattro volte: i 90 metri cubi, che costavano 19 euro, ora ne costano 79. Più Iva.
 
Nel giorno in cui emerge primo gruppo automobilistico europeo per vendite, Stellantis perde a piazza Affari ben 4 punti, un primo record  negativo della sua recente storia. C’è una ratio?
 
Unicredit, fra tutti  grandi gruppi bancari quello che ha  fatto meno bene nel primo trimestre, ha guadagnato in Borsa nei successivi cinquanta giorni il 35 per cento, un record fra tutti i titoli quotati – poco meno, il 30 per cento, da 8,7 euro il giorno prima della trimestrale a 10,30 oggi, otto sedute di Borsa. C’è una ratio?

Th. Mann fa la pace a Parigi

Presuntuoso, come soleva. Ma qui anche pomposo. E ipocrita come non si penserebbe possibile: a nemmeno dieci anni dalle “Considerazioni di un impolitico”, in cui vituperava con ogni possibile insulto la Francia e l’Italia (dove pure aveva trascorso prima della guerra, e avrebbe trascorso dopo, lunghi soggiorni), e lo stesso suo fratello Heinrich per essere francesista e francofilo, invitato in Francia come celebrità per rianimare “l’amicizia” dopo la Grande Guera, viaggia come un dignitario, e anzi un principe. O così la racconta. Tutti lo ossequiano sprofondandosi. Con quella mania tutta francese per la cucina sghiribillosa. Se c’è colpa è della Germania, col suo melenso miscuglio di “romanticismo e rozzo affarismo”, che non può che suscitare “universale antipatia”, lui non c’entra.
Una chicca, si penserebbe. Ma non un buon servizio a Th.Mann. Che si manifesta per una volta senza la maschera politicamente corretta. Marco Federici Solari, che ha scoperto il resoconto, tralasciato dalle raccolte di prose e saggi, rende un servizio al lettore italiano, che può rivedere l’uomo, oltre l’autore, nella sua interezza.
Th. Mann è andato a Parigi su iniziativa della fondazione americana Carnegie, che lo ospita in alberghi e ristoranti lussuosi e gli organizza incontri con vari ministri. E col conte Coudenhove-Kalergi, l’europeista, per approfondire il “dialogo” - personaggio di cui si appropria subito: “Uno degli esseri umani più straordinari e, sia detto per inciso, più belli che abbia mai incontrato”. Ma per affermare con lui, scrive inconsiderato, che la democrazia non fa per la Germania, per noi, per l’Europa: “Si parlò della democrazia, e dissi quel che pensano tutti, ossia che in un certo senso oggigiorno sia piuttosto un ostacolo”. È ancora il Th.Mann del “Fratello Hitler”: “Quel che ci vorrebbe oggi in Europa è una dittatura illuminata”.
Ritornò peraltro, almeno così la racconta, in una Germania che la pensava peggio, e gli faceva una colpa di essere andato fino a Parigi, di aver cauzionato i cattivissimi nemici. La “sua” Germania evidentemente: nazionalista, imperialista, fascista – un po’, solo un po’, naturalmente. Un capolavoro, di autoironia involontaria. 
Thomas Mann, Resoconto parigino, L’Orma, pp. 136 € 16

domenica 16 maggio 2021

Problemi di base della sofferenza - 638

spock

“Di qualunque nostra sventura non dobbiamo incolpare altri che noi.
Soffrire non serve a niente.
Soffrire limita l’efficienza spirituale.
Soffrire è sempre colpa nostra.
Soffrire è una debolezza.
Almeno un’obiezione c’è: se non avessi sofferto non avrei scritto queste belle sentenze”, Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”?

“La felicità è soltanto il momento in cui l’infelicità si sta riposando”, G. Simenon?

 “La vita a volte è così triste che l’unica reazione possibile è riderci su”, Woody Allen?

spock@antiit.eu

La vera storia, che non si fa, del compromesso storico

“Mi è sembrato abbastanza tranquillo sui primi risultati della sua manovra avvolgente messa in atto per contenere il Pci e se fosse possibile imbrigliarlo prima e metterlo in crisi poi”. Ettore Bernabei è andato a trovare Aldo Moro, e ne registra questa impressione.
È il 1977, e il compromesso storico, con i governicchi presieduti da Andreotti, altro non è in casa Dc che “una manovra avvolgente” ordita da Moro per bloccare l’ascesa del Pci. Caprara mette in rilievo oggi sul “Corriere della sera” questo punto dei materiali diaristici di Bernabei, che Piero Meucci recupera in “Ettore Bernabei, il primato della politica”. Giustamente, qualcosa della verità storica infine emerge.
C’è anche Moro dunque nelle note di Ettore Bernabei - non a caso il libro di Meucci si sottotitola “La storia segreta della Dc nei diari di un protagonista”. Inevitabile che ci fosse, per quanto sia stata forte, e costante, l’ostilità con Fanfani, di cui Bernabei era stato portavoce e poi sempre assiduo.
Bernabei naturalmente non è in sintonia con Moro - e Moro si confida con lui ancora meno che con i suoi fedelissimi. Ma non esita a dargli il merito della “manovra avvolgente” che bloccò l’ascesa trentennale del Pci: la verità della cosa passa sopra le inimicizie di “corrente”.
La verità storica peraltro è nota a tutti, nei fatti, solo omessa. Non  se ne parla. Si fanno ancora  saggi e ricostruzioni del compromesso storico, ma il suo significato è accuratamente omesso, al 100 per cento – Moro è un santino del Pci, eccetera. Per ordine del Partito certo non più. Per una coazione a ripetere – la storia è stanca, gli storici lo sono? Per perdurante, costante, imperitura, ipocrisia?
Poi però capita di leggere questo Moro in parallelo col suo storico Gotor, che su “l’Espresso” lo manda, per una volta agitato e presciarolo, a Castelporziano ad accusare Saragat – da lui eletto al Quirinale cinque anni prima - delle bombe di piazza Fontana e della “strategia della tensione”, e uno trasecola. Cioè, non è nemmeno malafede.

Pavese prigioniero di se stesso

La riflessione diaristica meno censurata e più vivace di Pavese, autore diaristico per eccellenza, tutto ripiegato su se stesso, anche più ricca del “Mestiere di vivere”. La solitudine, fino al suicidio, è tema costante. O il senso di prigionia anche senza pareti – il tema del racconto del confino, “Il carcere”. E la lingua poetica. Col “piemontesismo” – senza mai alcun riferimento a Gozzano o altri piemontesi “tipici” (se non “il buon Salgari” appaiato a Melville quale scrittore di avventure). L’uso del dialetto, comunque, non è realismo, è letteratura: “Io quando torinesizzo sono più letterato che mai”. Il suo lettore può testimoniarlo, dalla tesi su Walt Whitman in poi, a 21 anni, “Interpretazione della poesia di Walt Whitman”, e anche nelle poesie e i racconti adolescenziali. Senza contare, concorda con Libero Novara, “Bero” o “Berin”, che il Piemonte non ha canzonette, canta stornelli romaneschi o fiorentini.
L’altro tema è l’amore. Inafferrabile. Della donna inafferrabile – perché idealizzata, compagna “non strumento occasionale” (e “non  ancora sposa”), non in senso politico. Nelle personificazioni note, E., collega d’insegnamento, “la signorina” della disgrazia politica (Tina Pizzardo), Fernanda Pivano, se qualcosa ci fu, Bianca Garufi, Constance e Doris Dowling, e altre frequentazioni ancora meno riuscite – un’inettitudine che lo accomuna a Nietzsche, pure autore all’apparenza a lui alieno, benché letto e riletto. Una inettitudine che affiora anche nelle lettere più professionali, una sorta di paranoia. Indotta - “Il mestiere di vivere” è già chiaro, benché censurato - dal rapporto incredibilmente ingeneroso e anzi ostile, a leggere lui, con Tina Pizzardo, per “salvare” la quale era andato in carcere e al confino, nel mentre che lei si “accasava” altrove – in prigione, scrive e ripete alla sorella Maria, con la quale lamenta ripetutamente il silenzio della “signorina”, solo “per la leggerezza di qualche conoscente”.
Non c’è ponte, non c’è dialogo, fuori dalle amicizie di gioventù. Legittima in una corrispondenza “il sacrosanto misoginismo di ogni piemontese”. Nel “Mestiere di vivere” si dice anche: “Misogino eri e misogino resti”. Ma non lo, poiché privilegia la compagnia femminile, amorosa e amichevole. Femminile anzi lui stesso, così se lo dice nel “Mestiere di vivere”: “Sei una donna, e come donna sei caparbio”. Uno dei pochi autori del Novecento che con la parte femminile convivono, e non per parità di genere o altri proponimenti – non più tormentosi che con la parte maschile. Misantropo piuttosto - la creazione propriamente amorosa, la prole, “è la fine di ogni autonomia da parte del creatore”. Senza una causa visibile, come prigioniero di se stesso, anche nelle effusioni, che non si risparmia. Per un fondo di disperazione che non sembra peraltro coltivato, anche se non se ne vedono le cause, non sono apparenti o storiche. E che anzi, il più spesso, gli dà fastidio, se ne sente limitato.
Considerazioni derisorie sono ricorrenti anche in dialogo, nella corrispondenza con gli amici, oltre che nel diario. “Parliamo delle donne con una volgarità impressionante, e questo è il loro bello”. Anche nei momenti in cui è sorridente, ironico, comico, beffardo – che ricorrono paradossalmente soprattutto nelle lettere dal confino da Brancaleone (dove invece è ricordato “triste, solitario y final”, ma forse è ricostruito, in testimonianze rare e tarde, col dover essere del dopoguerra). E quando è contento, come appunto a Brancaleone, combattivo, reattivo, anche nella censurata questione della “signorina” per la quale si ritiene condannato e che di lui non ne vuol sapere, si autoanalizza vivacemente - “questa allegrezza che mi schiarisce la pagina”, scrive ad Augusto Monti, “il professore”, “lei avrà già capito che nasce dall’enormità dell’afflizione”.
Ovunque l’infelicità. E il fastidio della politica. Di quella professionale, esibita, e delle ortodossie di partito. Il “gruppo dell’«Unità»” dice a Onofri “squalificato e malvisto” - il gruppo “torinese” dell’“Unità”. Tiene testa a Mario Alicata, il depositario del Pci per l’ortodossia letteraria, che lo vuole acculare al realismo – anche se di Verga tesse un grande elogio con un corrispondente americano, raccomandandone la traduzione. Ma la politica in genere lo infastidisce. In lettere fluviali a Pinelli, non ancora ventenne ha inventato un “Carlo Emmenthal”, “contaminazione” di “Carlo” Marx e Immanuel Kant, o delle astrusità. Nel 1930 sollecita da Prezzolini a New York, “a nome di Sua Eccellenza Arturo Farinelli”, informazioni su un incarico alla Columbia University. “Mai occupato di cose politiche”, pretende nel 1935, con la prigione e il confino. Alla rivista “Cultura”, si difende da Regina Coeli, ha invitato a collaborare “parecchi camerati”. Interessato a tutto, insisterà, “eccetto, ab aeterno, la letteratura politica”.  
Molte naturalmente le curiosità. Calvino è “scoiattolo della penna”. “Paesi tuoi”, allora reputato il suo racconto migliore, spiega stimolato dal “Postino” di Cain. Il secondo libro di Moravia (“Le ambizioni sbagliate”) difende dal giudizio (“brutto”) di Luisa Monti, figlia di Augusto, moglie dell’amico di sempre Mario Sturani, in questi termini: “È un libro scritto con i piedi, sbagliato nella psicologia, ambientato antipaticissimamente, ma spiritoso, tragico, avvincente, fenomenale: un romazo d’appendice di gran razza. È meglio del cinema”. Omero sempre, ma “il mare colore del vino” no, d’accordo con Rita Calzecchi Onesti, traduttrice che felicita molto: “Sono d’accordo per il mare cupo. Via il vino”.
Lo “stile epistolare”, scriverà Domenico Starnone delle sue letture pavesiane, introducendo la riedizione de “Il mestiere di vivere” Einaudi, trascrizione 1990, “mi piacque molto: pensai che avrebbe dovuto scrivere a quel modo anche quando vestiva l’abito del narratore”. Ma è la pubblicazione, curiosamente, che nessuno riedita, nella fiera post-copyright. 

Scrive anche in inglese, lettere anche lunghe, benché bocciato al concorso per insegnarlo.   

Cesare Pavese, Lettere 1926-1950, Einaudi, 2 voll. pp. 817