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sabato 10 ottobre 2015

Ombre - 287

Deposto Marino, il Pd lo accredita ricattatore, attribuendogli un cattivissimo “farò i nomi”, che non ha detto. Cioè, lo ricatta in anticipo. Ma questo metodo è più vetero comunista o vetero democristiano?

Esce “L’Espresso” con la copertina nuda: “Le donne hanno perso” – “a mezzo secolo dalla rivoluzione femminista”.  Mentre in prima pagina su “Repubblica” Tina Brown, giornalista glamour, ne consacra il successo: “Da quando abbiamo cominciato con gli inontri «Woman of the World” sei anni fa, abbiamo visto una crescente ondata di donne prendere il comando nel mondo”.
È il solito De Benedetti, l’editore dei due giornali, giano bifronte? Il dilemma è cornuto.

Un esperto in corride, José Ramon Dial Noriega, amministrerà il Parco della Musica a Roma, adesso c’è l’esteromania – il buono viene da fuori. Ma l’esteromania è contro la corruzione, o una mezzo per liberarla?
L’esterovestito è uno che non conosce le leggi né l’amministrazione, in questo caso nemmeno la sua materia, gli eventi culturali legati alla musica. E in genere un vanitoso. Un ombrello.

“Non solo perché appartenente al notorio, ma anche perché lo hanno indicato i testi”, Berlusconi “vanta delle risorse economiche ingentissime in relazione alle quali insomma tre o anche cinque milioni di euro sono poco più che il costo di una cena per una tavolata di amici in rapporto alle finanze non esigue di un parlamentare”. Che grammatica e che logica nella condanna di Berlusconi a Napoli, a opera di ben tre giudici, Corleto, Russo e Baldassarre.
Ma le finanze di un parlamentare sono esigue o non esigue, cioè anch’esse “ricchissime”?

E Di Gregorio, che Berlusconi ha corrotto e non viene condannato, in quanto collaboratore di giustizia, i soldi li ha restituiti? A Berlusconi, allo Stato?

“Non siamo una filiale di Roma” dichiara il cardinale Marx, il più giovane della congrega, 62 anni, “e non sarà un sinodo a dirci cosa fare in Germania”. Egemonia tedesca anche sulla chiesa di Bergoglio.

Se per Greta e Vanessa sono stati pagati “più di” 20 milioni di dollari, e 11 sono andati ai combattenti siriani per la libertà, gli altri nove a chi sono andati?

È scontro tra la Borsa e la Procura di Milano sulla Saipem. Più i giudici tentano di stroncare il gruppo petrolifero, leader mondiale delle perforazioni (ha pagato tangenti nei paesi arabi, pensare…) più la Borsa lo premia. I giudici perdono terreno? C’è voglia di rivincita.

“Alla garibaldina” si dice per dife avventatamente e senza organizzazione. Il cardinale Ruini l’ha usata per l’ “accoglienza” dell’Italia ai profughi. Sergio Romano lo riprende sul “Corriere della sera” come “voce dal sen fuggita”. Si continua a non poter parlare male di Garibaldi.
O altrimenti: gli sbarchi sono così tanto bene organizzati?

Si è tentati di solidarizzare con Barani e D’Anna, l’ex socialista e l’ex berlusconiano, i due senatori sospesi, checché abbiano mimato contro l’urlatrice, la senatrice Taverna. Che è in aula di sguaiataggine intollerabile, ai suoi stessi compagni di partito.
La solidarietà non sarebbe onorevole, ma questo Parlamento è quello che è, molto da taverna..

Il Senato, a dire il vero, più che la Camera, è sentina di turpiloquio. Tollerato dal presidente Grasso, che, sempre per la sua aurea massima che non lavorando si avanza, coltiva i futuri voti presidenziali consentendo tutto a tutti, specie ai grillini. Sanziona Barani e D’Anna perché in età avanzata.

È una roccia della Fiorentina che vince il terzino Astori, già della nazionale, che nella Roma era un disastro. È proprio vero che il calcio è gioco di squadra.

Nelle carte diplomatiche segrete della riunificazione tedesca nel 1989-90, che Ennio Caretto ha pubblicato sul “Corriere della sera”, “la premier britannica Margaret Thatcher criticò il cancelliere (Kohl): la riunificazione, disse, «non porterà a una Germania europea ma a un’Europa germanica»”. In effetti, Thatcher sapeva la politica.

“Da gennaio morti 2.755 migranti”: è il conto ufficiale del ministero dell’Interno. Una guerra non avrebbe fato tanti morti in nove mesi.
Il giorno dopo l’annuncio dell’Interno ne sono morti “almeno 200”: una non notizia.

Un grave scandalo di abusi sugli assistiti è stato sanzionato a Firenze, dopo molti anni in impunità malgrado le denunce, nella comunità Il Forteto. Sul Forteto il presidente della Regione Toscana, Rossi, ha nominato una commissione d’inchiesta. Che però, dopo un anno e passa, deve ancora riunirsi.

Rossi, che si vuole l’outsider Pd contro Renzi,  quando l’ex sindaco di Firenze farà un passo falso, aveva anche promesso interventi a favore delle vittime degli abusi: assistenza psicologica, abitazioni, formazione e avviamento professionale. Ma poi se ne è dimenticato - Il Forteto era del partito..

Battista Battaglino, pensionato  di Castellinaldo d’Alba in provincia di Cuneo, che vendemmiava con gli amici nella sua vigna, un ettaro scarso, è stato multato di 19.500 euro, per lavoro nero. È stato colto in flagranza di reato, da un folto schieramento di Carabinieri armati e ispettori del lavoro. Per non denunciare le vigne grandi col caporalato, di cui tutti sanno nella Langa ma che nessuno sanziona?

Marineide bis

Ma Marino ci è o ci fa, come dicono a Roma?
Con l’ospedale di Pittsburgh, dove aveva maturato l’esperienza professionale come chirurgo dei trapianti, l’ex sindaco Marino aveva rotto i rapporti per una serie di note spese presentate doppiamente, a Palermo, dove Pittsburgh aveva una sede distaccata, e in America. Con lui è sempre una questione di note spese.
Con l’ospedale di Pittsburgh Marino aveva chiuso il rapporto consensualmente. Ma l’ospedale si era rivalso sui suoi beni per rientrare del doppio rimborso. A Roma Marino ha concluso la sua vicenda dicendo: “Regalerò alla città 20 mila euro” – l’ammontare delle note spese contestate. Senza senso del lecito e dell’illecito.
O dell’opportunità. Lo stesso giorno in cui faceva festa in Campidoglio per la registrazione dei primi matrimoni gay Marino tempestava la segreteria del papa per un’udienza. Era anche il giorno in cui si riuniva il sinodo dei vescovi, il primo sul matrimonio.
Voleva irridere il papa? No, Marino si professa cattolico praticante.

L’America scoperta dai Romani, con l’ananasso

Elio Cadelo, decano dei redattori scientifici della Rai, si dev’essere chiesto: se ci sono andati i vichinghi, senza lasciare traccia, perché non i romani? I romani antichi, beninteso. Che però qualcosa indietro hanno riportato: l’ananasso.
Elio ne ha scritto già una diecina d’anni fa: ci sono ananassi numerosi nella statuaria romana. Non suscitò echi. Allora si ripropone. Circostanziando la sua scoperta con tutto lo scibile disponibile: archeologico, astronomico, botanico, geologico, botanico, cartografico, nautico. In un empito di entusiasmo, si spinge anzi a sostenere che i romani navigarono “ben oltre la Nuova Zelanda” – nell’Antartico?
L’ananasso non è una  prova. Un frutto simile, l’annona, si coltivava nelle zone joniche della Calabria, sotto lo Stretto di Messina, e probabilmente in Africa. Ma poi l’annona è anch’essa caraibica d’origine, chissà, in Sud America ha il nome di chirimoya, e quindi l’ipotesi torna a reggere.
L’astronomo Giovanni Bignami, “scienziato e divulgatore”, argomenta la prefazione: perché no? Cadelo ha più pezze d’appoggio, bisogna dire, dei vichinghi. Noi ci avremmo messo anche la passione della Federazione per la Roma antica, repubblicana e imperiale insieme: Cincinnati, aratri, Campidogli, Senatus Consulti…Il divertimento è assicurato, tutto è possibile: coi vichinghi è un bel duello.
Elio Cadelo, Quando i Romani andavano in America, Palombi, pp.317, ill. € 15

Quando Deutsche Bank affossò l’Italia - 2

Una coda al dopo-Ackermann in Deutsche Bank era stato il licenziamento di Thomas Mayer, il capo dell’ufficio studi, accesso polemista antitaliano. Mayer aveva sbagliato uno dei suoi ricorrenti strali contro l’Italia:
“ A fine maggio del 2012 Thomas Mayer è stato licenziato. Una tavola da lui costruita per dimostrare che Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia erano stati i beneficiari dei finanziamenti europei tramite la Bce dimostrava l’opposto.
“I rifinanziamenti Bce sono andati per l’80-90 per cento ai paesi euro del Nord da metà 2007 a metà 2009, e per il 60 per cento e oltre agli stessi paesi da metà 2009 a metà 2010. Quindi per tre anni, quando la stessa Deutsche Bank se la vedeva brutta, e alcuni colossi olandesi, belgi, austriaci. Solo nei dodici mesi successivi i Gip, Grecia, Irlanda, Portogallo, sono arrivati al 50 per cento – Italia e Spagna ancora a ottobre 2011 non superavano il 5.
“Non era la sola bizzarria del computo: i Gip erano arrivati al 50 per cento degli impegni Bce quando questi erano stati ridotti, a 400-500 miliardi. Quando la Bce aiutava i nordici l’impegno era sopra i 700 miliardi, in alcuni mesi sopra gli 800.
“Il dottor Mayer dimostrava cioè che per tre anni la Bce ha finanziato la galassia bancaria tedesca. Forse per questo fu sostituito, dopo il supermanager Ackermann di cui era stato il consigliere”.

venerdì 9 ottobre 2015

È truffa anche alla Deutsche Bank

Non ha pace Deutsche Bank, la più grande banca tedesca, forse la più grande d’Europa. Col terzo “scandalo” in un quinquennio. Partecipazioni sopravvalutate, crediti inesistenti o inesigibili, supercompensi agli amministratori, e contenziosi miliardari ancora aperti, tra questi la vendita di derivati agli enti locali in Italia. Per una perdita netta di 6,2 miliardi contabilizzata al terzo trimestre. I precedenti “scandali” erano stati attribuiti alla gestione avventurosa di Josef Ackerman, per l’occasione ribattezzato “lo svizzero”, che proiettava la grande banca sugli “affari” (la speculazione), e alla gestione miope dei suoi successori, che avevano riqualificato la banca sul retail. Miopissima, se non ha evitato ad aprile una multa di due miliardi e mezzo dalle autorità di Borsa di New York e Londra, per la manipolazione dei tassi (Euribor, Libor, Tibor), sia per i prestiti tra banche sia per i mutui alla clientela.  
Per queste e altre attività arrischiate Deutsche Bank aveva accantonato due anni fa tre miliardi. Che però non sono bastati. Da qui il rosso record di 6,2 miliardi imputato al bilancio 2015.
A questo punto della storia la conclusione è che non si tratti di errori o eccessi di management ma di modi d’essere, di concepire la banca. Le intercettazioni americane a corredo della condanna sono disarmanti: traders di ogni bordo ricorrevano per le loro transazioni adulterate  a Deutsche Bank sicuri di trovare appoggio, senza mai un rifiuto o una contestazione. “I dipendenti di Deutsche Bank hanno effettuato su ampia scala manipolazioni dei tassi benchmarck per ottenere guadagni finanziari”, rilevava in aprile nella sentenza di condanna il giudice americano. Guadagni non per i dipendenti, naturalmente, siamo tedeschi, ma per la banca.
Come ora per Volkswagen, la pratica truffaldina è stata interamente riversata sui dipendenti, che non protestano - forse perché retribuiti o garantiti con soddisfazione in altro modo. A commento della sentenza di aprile, DB assicurava: “Nessun membro del Consiglio di Gestione di DB (attuale o passato) è coinvolto o era a conoscenza della condotta inappropriata dei trader; DB ha messo in atto provvedimenti disciplinari e licenziamenti nei confronti dei trader coinvolti nella vicenda e ha significativamente rafforzato i suoi controlli e le procedure”. Procedendo però subito dopo, come ora ha fatto Volkswagen, a rimuovere tutti gli amministratori e i consigli di gestione.


Quando Deutsche Bank affossò l’Italia

Fu la Deutsche Bank di Josef Ackeman, banchiere-speculatore, all’origine della crisi del debito che affligge l’Italia dal 2011. Il fatto è raccontato nei particolari in “Gentile Germania”:

“Sul debito bisogna intendersi: la colpa qui, per la Germania, è senza dubbio dei latini. Prendiamo il caso dell’Italia, dell’offensiva contro i Btp della primavera 2011, i buoni del Tesoro italiano. La Deutsche Bank, subito imitata dalle banche tedesche minori, vendette tutti i suoi Btp, che allora quotavano a valori superiori al nominale. Vendette cioè non per ricoprirsi da perdite ma per guadagnarci. E a luglio ne informò il “Financial Times”, dopo aver ricomprato Btp a termine, a prezzo prevedibilmente più basso. E aver fatto incetta di credit default swap collegati ai Btp, titoli di controassicurazione sul rischio insolvenza dell’Italia, sui quali intanto lucrava un rendimento elevato. Con una mano. Con l’altra diffuse a fine luglio un rapporto favorevole ai Btp.
…..
Alla svendita Btp della primavera 2011 seguì un’estate di comode incursioni sui “latini” sbandati. I fondi hedge favorirono l’offensiva allineandosi pronti. I fondi sovrani, pensione, d’investimento si adeguarono in automatico. Le vendite di Btp non si limitarono al ribasso (short) dei future, il mercato cash fu coinvolto, il giorno per giorno. In pochi mesi il future sul Btp si deprezzò del 22 per cento: da 110 sul nominale all’avvio delle vendite Deutsche, aprile 2011, quotazione sopravvalutata a motivo della solvibilità del debito, crollò a 87,5 a novembre. Mentre il Bund saliva dal 125 al 140 per cento del nominale. Il divario tra le due quotazioni è lo spread.
“L’Italia era “paragone della virtù di bilancio” a inizio 2011, a giudizio dell’Ocse. Che nel 2007-2010 ne rilevava un deficit di bilancio più basso rispetto agli altri paesi industriali. E migliorato nel quadriennio di 0,2 punti, dall’1,3 all’1,1 del pil, una volta “corretto dagli effetti del ciclo” (cioè dall’aumento dei tassi), rispetto agli Usa (- 4,9), all’Eurozona (- 1,9) e al Giappone (- 1,4). Il debito in realtà non condiziona le economie: il Paese che più s’è indebitato nella crisi è quello che ne esce meglio, gli Usa, seguiti dalla Gran Bretagna, entrambi con la politica generosa, benché accorta, di quantitative easing. Il governo italiano aveva scelto la prudenza per non suscitare sospetti nei mercati. Ma ogni virtù fu inutile di fronte all’agguato tedesco. Con le vendite della Deutsche Bank, il blocco delle istituzioni europee, Bce e Consiglio, le periodiche dichiarazioni ostili del presidente della Bundesbank e del ministro del Tesoro. Col sostegno di un’opinione ben oleata dalla stessa Germania, soprattutto i giornali, e poi con la crisi politica che portò al governo succube di Monti. La contabilità non conta, la verità ha sempre un padrone. La cosa è documentabile.

(continua)

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (261)

Giuseppe Leuzzi

I più felici al mondo sono gli svizzeri, là tra le montagne. Dopo gli svizzeri i più felici sono in Islanda: si vede che il letargo fa bene. Gli italiani e tutti gli altri dei paesi del sole vengono nella parte bassa della graduatoria della felicità, che l’Onu stila. L’avranno redatta gli esquimesi.
Ma non bisognerò rifare tanta letteratura, e tanta poesia, sul Sud? I mari, le stelle, il sole, i tramonti, le albe? È proprio un mondo capovolto.

“Libri di storia sbadatamente eurocentrici”, lamenta Paolo Mieli presentando il suo “L’arma della memoria”, contro il complottiamo e le altre semplificazioni, “che non raccontano di un Sud Italia annesso come fosse l’Africa”

La scomparsa del Mediterraneo
È la cancellazione del Mediterraneo all’origine della “scomparsa” dell’Europa? È arduo professarlo,  ma è così – è più probabile che sia così. La sua funzione di cerniera, tra l’Europa e il resto del mondo – a meno di non voler passare per l’inospitale Russia siberiana - è stata inalterata nei secoli. Anche dopo la scoperta dell’America. Ancora la seconda guerra mondiale è stata vinta nel Mediterraneo: gli Alleati hanno cominciato a vincerla in Nord Africa e in Sicilia. Nel Mediterraneo, a Suez, si è affermata l’egemonia americana su tutto l’Occidente, nel 1956, emarginando Francia e Gran Bretagna. Senza che tuttavia l’Europa perdesse la sua funzione: l’anno dopo si riscattava con la creazione del Mec, avviata a Messina nel 1957.
L’eclisse dell’Europa si profila col cancellierato Kohl, che volle la disgregazione della Jugoslavia per “annettersi” la Slovenia e la Croazia. Un’allegra cancellazione del Sud Europa che sfocia nella “guerra” alla Grecia e poi all’Italia. Parallela al disinteresse totale per le questioni mediorientali, per la Libia, per la Tunisia, per l’Egitto, per il radicalismo arabo-islamico, per le masse di immigrati disperati, già tremila morti affogati solo quest’anno (delle ultime centinaia non si dà più nemmeno notizia). Della stabilità politica del Mediterraneo, Turchia compresa. Degli approvvigionamenti energetici.
Annessione e guerra sono termini simbolici: non ci sono annessioni ma feudi politici sì. Né ci sono guerre, ma match truccati sì. Anche da un punto di vista etico, della responsabilità, non si può dire che l’abbandono del Mediterraneo sia stato proficuo, abbia portato più serietà nelle trattazioni, più certezze del diritto.
Si ragioni un momento per ipotesi in astratto. Come è possibile che l’Europa si concepisca tutta al Nord, quando è condizionata per la sicurezza, per l’approvvigionamento energetico, per l’ordine pubblico, per gli assetti demografici e sociali, dal Mediterraneo? Dalla frontiera euro-afro-asiatica?

L’economia della mafia
Si fa grande caso delle mafie, anzi si fa caso solo delle mafie, nell’economia e nella società, oltre che nel crimine. Che è anche giusto, ma a questo punto, dopo mezzo secolo di tutto è mafia al Sud, è anche perverso. Nel filone mafie del “terzo livello”, o terza generazione, o 2.0, dei mercati, della internazionalizzazione, della finanziarizzazione. Dopo la ricerca seminale del giudice Cordova e del sociologo Arlacchi, “La mafia imprenditrice”. Ma infine a vanvera, come gran parte della letteratura sulla mafia: nel quadro del facile respingimento del Sud alle corde, ma contro ogni logica – non è possibile, a quest’ora il Sud non esisterebbe.
Questo o sapeva già don Sturzo: “Se l’economia è speciale di propria natura, è di propria natura etica, cioè razionale; non si darà mai un’economia irrazionale: essa non sarebbe vera economia. Non esiste la pretesa economia dei cercatori d’oro, dei nuclei ex-lege, delle associazioni a delinquere…  Si tratta di sfruttamento di malfattori a danno della società, e anche a danno dei fuorilegge, non essendo ammesso l’abbandono dell’associazione delittuosa pena la vita”. Non è ammessa nemmeno la concorrenza, la proliferazione cioè delle mafie: le mafie si sovrappongono e si cancellano.

Fu il Sud a volere il Nord
La patria piemontese fu una scelta meridionale. Sottostante ai moti liberali, sarebbe stato il Regno del Sud a creare l’Italia unita, grande, popoloso, repubblicano. Non il Piemonte, piccolo e bigotto, stato cuscinetto tra la Francia e l’Austria, di una dinastia remota e di nessun merito. Se lo dice persuasivamente coi suoi compagni di prigionia Domenico Lopresti, il protagonista di “Noi credevamo”, il romanzo delle illusioni unitarie scritto da Anna Banti cinquant’anni fa. Deluso per di più dal “tradimento” di Carlo Alberto nel 1848.
Una verità che oggi universalmente si dimentica è che tutti i liberali negli anni 1840-1850 condividevano: “Una verità che oggi (fine Ottocento, n.d.r.) universalmente si dimentica è che tutti i liberali, moderati e democratici, monarchici e repubblicani, tenevano per certo che da Napoli partirebbero le iniziative per fondare, in Italia, uno Stato moderno. Che ai Savoia, altrettanto e più bigotti dei Borbone, fossero affidate le nostre sorti, non contentata nessuno. Che cos’era il piccolo Piemonte, di fronte al grande Regno del mezzogiorno?” Lopresti non dice però il seguito: che furono i napoletani e i siciliani a volere il Piemonte.
Cioè lo dice. I compagni ergastolani del nonno calabrese di Anna Banti, Carlo Poerio, Sigismondo Castromediano, Benedetto Musolino, si sintonizzano tutti sugli echi di rinascita che arrivavano dal Piemonte: le diplomazie di Cavour, la guerra di Crimea. Né ci furono poi resistenze contro Garibaldi, che con tutte le colpe di cui i Mille si macchiarono, fece una guerra di liberazione, nell’entusiasmo generale, e non di conquista – anche se la concluse a Teano. Ci saranno subito dopo resispiscenze, ma organizzative, e finiranno in Aspromonte, dove le residue illusioni legate a Garibaldi si spensero. Resterà il problema marginale dell’Italia con Roma e senza Roma, e a Roma col papa e senza il papa.
Il “Sud” era stato già settato, immediatamente con l’unità. Lazzari e camorristi a Napoli, briganti tra Basilicata, Puglia e Calabria, mafie a Palermo. Nient’altro: una gigantesca riserva di polizia. A opera per lo più di ministri e capi di governo meridionali.

Napoli
Renzi nomina un commissario per il recupero di Bagnoli, l’area industriale dismessa trent’anni fa, enorme, ingombrante, inquinante. Il sindaco De Magistris avvia tutte le procedure per bloccarlo, avendo dichiarato  la città “derenzizzata”.

Si può governare una città proclamandosi alternativi e anzi nemici del governo nazionale? A Napoli si può, l’alterigia non è mai troppa, e anzi paga.

L’area industriale di Bagnoli, enorme, tra Posillipo e i Campi Flegrei, è un tesoro. Potenzialmente. A Napoli non interessa arricchirsi.

Quando si trattò di costruire Eurodisney, Bagnoli partì preferita a Parigi perché l’area si sarebbe prestata meglio al progetto. Ma la politica napoletana la fece talmente difficile che il progetto fu sposato su Parigi. In un posto orrendo, 22 kmq. di barbabietole. Che ogni anno accolgono quindici milioni di visitatori, più che tutta Roma.

A Napoli la disoccupazione giovanile supera il 50 per cento. E i giovani occupati sono per due terzi sottoccupati. Come non detto.

Horace Rilliet, chirurgo svizzero che visita la Calabria nel 1852 al seguito di un Battaglione svizzero del re di Napoli, si sorprende a Pizzo che i cittadini ascoltino senza meraviglia il re Ferdinando II indirizzare la guarnigione in tedesco.
I Borboni di Napoli sono sommersi dalla gelatina del colore – parlano napoletano, ammiccano, fanno i furbi, dicono le battute. Mentre erano una dinastia antica, figli e mariti anche di principesse austriache – Ferdinando II ebbe dodici figli da Maria Teresa d’Asburgo, figlia dell’arciduca Carlo. E poi non avevano reggimenti svizzeri, bavaresi, austriaci?

Per non criticare il sindaco De Magistris, che non ha fatto nulla a Napoli, nel rione Sanità e negli altri quartieri popolari, la presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi attacca Napoli: “La camorra è un dato costitutivo della città”. Non attacca De Magistris per lealtà antirenziana, o connivenza. Mafiosa?

È città cannibale. Aveva fagocitato il Sud, in una capitale di vacuità. Oscura e quasi annulla una Campania invece attiva e ferace, la Terra di Lavoro, la Costiera, il Cilento, l’entroterra salernitano, l’Irpinia, il beneventano, le isole. Ma in attesa di fagocitare il tutto: lo ha già fatto con Caserta e Ischia, sta arrembando la costiera, fino a Positano, luogo non molto tempo fa tranquillissimo e operoso. E città che non demorde.

De Laurentiis, che non ne può più di De Magistris, lo attacca sullo stadio del Napoli. È sicuro di non farlo per questo rieleggere. Sul calcio la città fa sempre sul serio.

Non c’è dubbio che la legge Severino ha dato poteri eccezionali ai giudici contro la politica. Il peggior giudice può far dimettere un sindaco  o un ministro o inibire un parlamentare per niente. È la legge di un avvocato napoletano: pesa più in questa assurda legge il pagliettismo o la napoletanità?


Napoletani erano anche il presidente della Repubblica che la legge Severino volle e firmò, e la Corte Costituzionale che non l’ha abrogata. Si può anche arguire che tra napoletanità e pagliettismo non c’è differenza. Ah, la Napoli nobilissima! Di quattro quarti legulei?

leuzzi@antiit.eu

Il tradimento dell'Italia

Un uomo che si chiude nella “volontaria ottusità”, per salvarsi dalla “nera disperazione”. Un romanzo claustrofobico, giorno dopo giorno per lunghi anni, nelle prigioni dei Borbone di Napoli: Procida, la galera che commosse Gladstone, Montefusco, il “bagno eccezionale” tra i monti dell’Irpinia, chiuso da tempo perché invivibile e “riaperto per loro”, Montesarchio, San Francesco a Napoli. Tallonato da spie – il mestiere ora passato nelle carceri alle intercettazioni ambientali. Loro essendo il narratore, Domenico Lopresti, il proprio nonno paterno di Anna Banti, con tanti personaggi di maggior rilievo nella storia nazionale: Carlo Poerio, Sigismondo Castromediano, duca di Cavallino, il barone Nicola Nisco, Michele Pironti. Le “notabilità pericolose”, che il re Borbone temeva e volle all’ergastolo. Che avranno i loro ideali, costati il sacrificio della vita, traditi quando si realizzano. 
L’unità d’Italia fu anche il cimitero di molte energie e illusioni, e Anna Banti ne aveva fatto qui una durissima rappresentazione, cinquant’anni fa, a ridosso delle celebrazione dei cent’anni. Il romanzo non fu letto nella giusta maniera – la sola lettura di qualche impegno, di Enzo Siciliano, che qui si ristampa a postfazione, è fuori tema. Si liquidò come una memoria familiare, imputata a ennesima colpa di una scrittrice che, sebbene generosa e pronuba di molti giovani scrittori, con “Paragone” e le tante sue attività, non era amata - per fatti caratteriali, e perché moglie fortunata di Roberto Longhi, quindi oggetto d’invidia. Si riedita dopo la rilettura di Martone, che ne ha fatto un film di successo. È un romanzo fortemente storico. Documentato. Circostanziato. Da annali di storia, benché compilativa, talmente è al punto. E come romanzo.
Il vecchio Lopresti “caparbio”, di “tenacia avventurosa”, sempre di poche parole, alla fine si vuole muto. Per un processo di delusione che si aggrava con gli anni: “Il mio tempo ripete quello del carcere, che sta e fugge”. Il medico di casa si ostina a curarlo, ma lui ha deciso di non parlare. Ha scelto di vivere la vecchiaia a Torino, che non ama e non lo ama - “ci disprezzano perché siamo meridionali”, lamenta l’amata figlia. Ha voluto pagare un omaggio alla moglie Marietta, torinese, che ha sposato in un tardo matrimonio e gli è sempre stata amorevole compagna in una vita di pochi agi. Sistemato dai vecchi compagni rivoluzionari di maggior successo dopo  l’unità in un modesto impiego alle dogane. Nel mutismo, di nascosto, rivede la sua vita di ribelle e ergastolano.
Un esperimento e un esito unici. Il carcere non fa genere, ma niente gli sta al paragone: disincantato, cupo, cattivo anche. “Le mie prigioni” di Pellico sono confortanti al confronto. Sofri, che ha tentato un approccio sulla stessa falsariga, è rimasto abbondantemente al di qua della compattezza ostile, “altra”, diversa e negativa, di questo universo concentrazionario. Che il visionario riduce a realpolitiker, quasi un contabile: Gladstone che visita Procida, il suo carcere, e dichiara Napoli “negazione di Dio” riesce intollerabile all’ergastolano Domenico, e  uno che “a casa sua tollerava carceri immonde contro i morosi e contro i debitori falliti”, solo voleva la Sicilia.
Altre trame si intrecciano a quella carceraria È il romanzo anche del Nord e il Sud, ben prima della Lega. Ben più approfondito: l’alterità è di linguaggio e di senso – di “valori”. Della politica buona e di quella cattiva, dell’avidità, degli interessi. Anche nell’universo ristretto del carcere: chi ha fatto domanda di grazia, attraverso quali vie, con qual agganci? Del sospetto perenne, e del tradimento. Dei ricchi e colti e dei poveri ignoranti – come fare a portare l’Italia e la repubblica ai pastori, ai braccianti, inarticolati, instupiditi?
È un romanzo anche “meridionale”, della borghesia meridionale. Il detto del non detto. La vecchia serva che è sorella di latte del padrone di casa. Mentre in carcere si perpetua “il costume delle case signorili del meridione, dove il servo è nutrito con abbondanza ma di cibi grossolani non pensa ad offendersene”. Il rapporto personale che supera ogni ideologia e ogni divisione politica..Mentre la famiglia più spesso non c’è, contrariamente allo stereotipo: è divisa, è trascurata, è risentita. Sottili e robusti soni i dati caratteriali: dello stesso Lopresti, vecchio rancoroso invece che buon padre di famiglia, dei nobili “impegnati”, degli intellettuali, dei mediatori politici, della piccola borghesia delle apparenze, del contadino contegnoso e integro, anche se carcerato, d’intelligenza immediata. Degli stessi pastori, che forse “si fingevano ebeti e pigri”, essendo nei fatti “fidati, precisi, abilissimi nel dissimulare fra i loro cenci i messaggi”. Un’altra Italia, un altro Sud. Un romanzo inatteso.
Una liberazione romanzesca e due bellissime storie di donne che lo corredano alla fine non riempiono ma allargano il vuoto di una vita. Nel confuso peregrinare incontro a Garibaldi, l’inciampo con uno scheletro sepolto in poca terra e disseppellito dagli elementi lo induce a un primo severo distacco: l’impresa dei Mille gli appare “arbitraria e cieca”. Il ricordo del momento è annichilante: “Una mostruosa apatia mi schiacciò”. Come di “un superstite al cataclisma”, che vuole dimenticare. Oppure no, non vuole dimenticare: “Ma la mia sete era un’altra, sete di una verità che mi sfuggiva dopo avermi bruciato e distrutto”. Un presentimento che l’unità convalida a dismisura. Coi plebisciti organizzati, il Sud confidato a Cialdini e Lamarmora, militari stolidi, Garibaldi deluso e deriso. Domenico seguirà Garibaldi nel calvario finito in Aspromonte, e per questo tornerà in carcere, sotto Cialdini. Ma a questo punto non ha più nulla da perdere – la sua consolazione è che “si muore una volta sola”. 
È un romanzo importate più che ambizioso. Il passo ottocentesco della scrittura, che Siciliano rimprovera all’autrice (Pasolini le rimproverava una rigidezza madreperlacea”), segue il passo ottocentesco del ripensamento: faticoso, ostruito da tanti ricordi, eventi, entusiasmi, e tuttavia incancellabile. Per un senso di colpa non personale, che fa per questo però più angoscioso il fallimento. E poi è una scrittura che recupera quella di Nievo, il tentativo più riuscito nel secondo Ottocento di liberarsi del compassato Manzoni.
Anna Banti, Noi credevamo, Oscar, pp. 349 € 9,50 

giovedì 8 ottobre 2015

Il bombardamento pilotato

Si sottovaluta il bombardamento americano di Médécins sans frontières. L’aviazione americana ha colpito l’ospedale di Kunduz di proposito e non per errore. Con due missioni mirate. Non per crudeltà naturalmente, né per ostilità contro l’organizzazione umanitaria, ma perché indirizzata male: l’aviazione americana è stata fuorviata dai servizi d’informazione.
Questo è un fato. Il perché può essere duplice. O i servizi americani sono infiltrati dal regime di Assad. Oppure sono ricattati, da qualcuno dei tanti signori della guerra di cui l’Occidente ha scelto di fare i combattenti per la libertà. Il bombardamento – l’unico peraltro di cui sia avuto notizia in Siria da parte di aerei occidentali - è una della tende conferme che gli Usa e l’Europa in Siria sono pilotati da avventurieri e mestatori, non da combattenti per la libertà.
Un’altra conferma è la spartizione del riscatto pagato per le volontarie italiane. Dopo le testimonianze dei rapiti a scopo di ricatto. Quirico non parla ma il suo compagno svizzero di prigionia è molto esplicito. Anche le due donne non parlano, ma tutta la loro vicenda, molto anomala, andrebbe rivista.  
Le forze di resistenza sono peraltro inesistenti, benché foraggiate largamente. Il generale americano John Allen, già comandante in Afghanistan, incaricato di formarle si è appena dimesso polemicamente. Sono forse unicamente interessate al bottino, soprattutto ai riscatti dei tanti occidentali rapiti. Tornare con Assad non sarebbe la prima giravolta nel mondo mediorientale.

Morire per Riad

Morire per Erdogan? Quando si dimostra che non solo le forze anti Assad ma lo stesso califfato dell’Is è stato ed è aiutato dalla Turchia. Contro i curdi, a Kirkuk e nell’adiacente area petrolifera. Santuario e ora comodo rifugio dagli islamisti in fuga, sotto i missili di Putin e le truppe siro-iraniane.
Non è la sola stranezza della guerra a Assad. Il regime siriano è il nemico dei sauditi da oltre un trentennio, da quando li spodestò in Libano. Ma allora: morire per Riad?

Secondi pensieri - 234

zeulig

Animalità – Rientra nel disegno divino. Da qualche tempo portata a problema, dai neo scolastici e da Derrida, che ne rimproverano il misconoscimento a tutta la filosofia “occidentale”, da san Tommaso a Heidegger, è naturalmente nella cosmologia platonica, della “partecipazione. Ma anche nella Bibbia, nella creazione e nell’attesa dell’Incarnazione.
È problematica moderna in senso confusamente egualizzatore - negatore delle specificità. Volendo nuove frontiere e aree di dissoluzione sempre più vaste per il “soggetto”. Un nonsenso.

Colpa – È anche felice – non solo nel masochismo. Per il cristiano, e anche per lo psicoanalizzando.  Angelicamente, prima di travasarsi diabolicamente nel masochismo.
La felix culpa è topos canonico della liturgia cristiana. Derivato dal preconio pasquale in cui si definisce “beata” la “colpa” di Adamo, in quanto ha comportato la discesa del Redentore tra gli uomini. È tema già di sant’Agostino e san Tommaso.
Preconio è l’annuncio solenne in poesia. Quello pasquale, l’“Exultet” per il quale Mozart avrebbe rinunciato a tutta la sua musica, si canta la note di Pasqua, per celebrare la vittoria della luce sule tenebre, preannuncio della Resurrezione.  

Complotto - È la forma più diffusa di storicizzazione: c’è sempre un aspetto poco chiaro da mettere in luce. A opera degli storici, ma con gli storici protagonisti.  I dilettanti sprovveduti – sono centinaia i siti internet in cui si teorizzano cospirazioni dietro ogni evento (di ogni evento si cercano le faglie per montarci su una cospirazione). Ma anche gli storici professionali – per esempio Tacito e Svetonio nei confronti di Augusto.
Si ritiene una pratica non onorevole e una falsa concezione del mondo, ma risale alla Bibbia, alla prima tradizione formativa. È l’esito del sospetto – del dubbio. Ma di più è un esito della razionalità totalizzante. Ci sono sempre motivi e aspetti non onorevoli negli eventi: dannosi, camuffati, nascosti, non voluti. Il complotto li esclude.

È alternativo alla stupidità, e alla casualità. Una forma abnorme di razionalità – o la ragione del piccolo cabotaggio.

Concorrenza – Non è un egualizzatore. È anzi monopolista. Di fatto, non per preconcetto ideologico – può favorire l’equilibrio ma allora fra oligopolisti.
È surrettiziamente montata a equivalente della razionalità, e quindi buona e leale. Mentre è all’opposto che opera, di fatto e nei suoi riflessi psicologici, di sfruttamento delle debolezze. I soggetti sul mercato sfruttano queste debolezze non perché, o non solo perché, malintenzionati, venali, criminali. Ma perché questo vuole la concorrenza: altrimenti qualcun altro lo fa, e chi non lo fa va fuori mercato.

Si mettono le crisi ricorrenti nel conto dell’avidità, ma allora l’avidità è – deve essere – il segno della concorrenza. La mano invisibile di Adam Smith è, alla luce dell’odierno liberismo perfetto che la concorrenza dovrebbe incarnare, quella dei profittatori, che quando sono livellati invariabilmente riemergono.

L’informazione peraltro è necessariamente asimmetrica, che dovrebbe livellare la concorrenza. Nello scandalo Volkswagen, che si porta a prova che la concorrenza alla fine egualizza le condizioni, il contrario è vero: l’asimmetria dell’informazione è anzi nel caso perfino doppia, poiché i tecnici e gli esperti del settore, compresa la concorrenza, sapevano che un certo meccanismo era falso, ma in qualche modo evidentemente se ne giovavano, poiché non lo denunciavano.

Corpo – È tema e materia della mistica. La spiritualizzazione dei corpi e la corporizzazione degli spiriti è la teologia di Meeister Eckhart -  sono la sua premessa all’indiamento, alla salvezza.
Ma non anche fuori della teologia e la mistica, e per la stessa scienza? Che altra interpretazione la scienza dà della vita?

Credente – È più spesso il “non credente” più del “credente”. Per la fede, o la ricerca della fede, di tipo sentimentale, direbbe T.S.Eliot, che per questo era critico. Ma la vera fede è ricerca, mentre l’“uomo di fede”,  tra essi il credente, è uno seduto, tra le certezze, al riparo dal dubbio.  
Se per “non credente” s’intende non l’indifferente, l’agnostico per trascuratezza.

Indiamento – È il presupposto e la traccia su cui si muove anche il “non credente”. Combinato più spesso col tema mistico del nulla umano, che Dio riempie incarnandosi, finendo per rdivinizzare in qualche modo il soggetto.
Molte sono le strade dell’iter ad Deum, e alcune sono più praticate dal laico. Per esempio quella di san Buonaventura, che rilancia lo schema platonico della partecipazione: l’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, è parte dell’assunto che il Divino comprende in sé tutto il creato.

Leggenda nera – È il genere più diffuso nella storia, a partire da Tucidide. Anche senza complotto.
È anche il più facile: di un delitto sarà difficile dimostrare che è stato commesso, ma è impossibile dimostrare che non è stato commesso. Anche quando si sia accertata la verità, giudiziaria o storica, delle responsabilità. Il dubbio  sempre “lecito” e – perché non – doveroso. .

Morte - Per il mistico è la liberazione e la vera nascita. Come un ingresso alla “vera vita”- “il mistico si acquista, a spese della vita, una caparra di libertà, dacché la dipartita gli promette la definitiva evasione dalla spirale di inutilità” (Giona Tuccini, studioso di misticistica, “Fuoco vivo in carne dolorosa”)
Anche per il non credente. È il non credente un mistico?

Pubblico – Come platea, di un oratore, scrittore, artista, è ipotetico. Anche del giornale e dei new media, anzi ancora più ipotetico. Immaginario, anche se presente e partecipante. Poiché è indistinto.. E lo resta, per quanto si esprime, o si agiti per esprimersi,. È l’informe che fa informe l’opinione pubblica.

zeulig@antiit.eu

Se la storia ha l’alzheimer

Mieli si esercita sul tema non nuovo della memoria tradita, ma soprattutto sulle sue manipolazioni.  Da parte dei regimi totalitari del Novecento. Ma anche dei loro oppositori, per esempio Churchill. E naturalmente prima. Anche da parte del Risorgimento: troppe memorie negate – troppi briganti e troppi “concorsi esterni in associazione mafiosa”, si dovrebbe aggiungere. Ma già dagli inizi della nostra storia: quante bugie a Atene, a Roma. Senza grandi novità - la verità del libro è che la storia la scrivono i vincitori, e che fra traditore e eroe il salto è breve - ma pieno di cose che illuminano loggi, la circuizione oggi della pubblica opinione, svelati con rapido tratto. Quasi con rabbia - Mieli, che è stato a lungo influente direttore di giornali, potrebbe dire certamente di più su questo specifico punto della sua controvevrsia.
Il sottotitolo è “Contro la reinvenzione del passato”, ma l’analisi di Mieli è piuttosto centrata sull’uso della memoria come arma. Sul presupposto orwelliano che “chi controlla il presente controlla il passato” (e “chi controlla il passato controlla il futuro”), che non necessariamente è vero – le dittature sono finite -  ma è ben detto.  Più che contro il revisionismo, Mieli è contro l’uso distorto del passato. Revisionista è in fondo Renzo De Felice, alla cui lezione Mieli si appella, nei confronti dei tanti miti che attorniavano il fascismo, specie quelli critici. Lo stesso Mieli indulge a dare giustizia ai vinti, a ristabilire la verità di certe persecuzioni.
No, “l’onesto uso della memoria”, al contrario, Mieli vuole “il più valido antidoto all’imbarbarimento”. Che oggi vede nel complottismo – ma più in generale, va detto, nell’ordalia internettesca: nella superficialità e la rozzezza più che nella cattiveria. E in una dilagante mania storica, specie nelle aule di giustizia: oltre che politici e romanzieri, molti giudici si fanno in tribunale anche storici, magari con consulenti stipendiati. 
La memoria, va aggiunto, si tradisce – oltre che essere tradita e manipolata. Ma, certo, colpevole è soprattutto chi tradisce di proposito. Il tradimento è labile: chi è colpevole oggi domani è eroico, dice Mieli ma si sa, e naturalmente chi vince non tradisce. Sotto tiro è la trahison des clercs, dell’intellettuale.Senza il passo lento dello storico, anzi col passo del cavallo degli scacchi, diritto e di sghembo, appigli e esempi esilaranti e terrorizzanti trovando a ogni passo. Dal giudice Imposimato, che scrive libri su Moro e le Br e invia esposti sulle false dichiarazioni di un falso collaboratore di giustia, allineguagliabile Ingroia. Fa senso leggere d’un fiato le scemenze di Ingroia e di Micromega sullo Stato-mafia.
Paolo Mieli, L’arma della memoria, Rizzoli, pp. 430 € 20

Il sindaco venuto dal nulla

Il problema Marino è quello delle primarie. Di come un uomo venuto dal nulla è diventato candidato del Pd al Comune di Roma, dopo essere stato senatore a lungo e candidato credibile, il “più credibile”, al vertice del Pd. Chirurgo stratosferico, con “oltre 250” trapianti di fegato. Ma non si sa. Manager sanitario, creatore di istituti di ricerca d’avanguardia. Ma chissà. Amico del cardinale Martini. Forse, forse amico degli amici Ospite sempre in America di istituzioni universitarie, che invece sono amici o suoi ex protetti. È genovese, è palermitano? Non è corrotto. Ma da Filadelfia fu allontanato per false note spese, dall’ospedale dei trapianti. Forse non è nemmeno massone, il papa dice di no. Molto caratteriale. Poco o nulla ordinato: da sindaco ha nominato e disnominato assessori e collaboratori a velocità impressionante. Un uomo presente e assente al contatto diretto: un uomo altrove.
Vederlo uscire di scena come corrotto è solo specchio della controparte: tra Marino e i suoi avversari nella stampa romana è difficile scegliere. Una sorte di “processo Nasi”, che 110 anni fa allontanò dal Parlamento, con un’analoga lista della spesa, il deputato repubblicano-radicale Nunzio Nasi. Che però era oppositore di Giolitti, ed era stato ministro della Pubblica Istruzione, quello che la tolse ai Comuni e la avocò allo Stato, col direttore didattico e lo status degli insegnanti che ancora in larga parte abbiamo.

mercoledì 7 ottobre 2015

Il mondo com'è (233)

astolfo

Francia-Italia – Non ci sono due paesi in Europa più legati, per la storia, la geografia, la cultura politica. Ma la Franca è sempre stata avventurosamente rapinatrice con l’Italia, fino all’attacco destabilizzatore in Libia – che non è finito con l’assassinio di Gheddafi. Tanto è pacifica l’identificazione culturale e temperamentale tra i due popoli, altrettanto indiscutibilmente la Francia è sempre  stata predatrice in Italia e contro l’Italia. Con l’eccezione dell’aiuto di Napoleone III nella seconda guerra risorgimentale per l’unità – ma anche quella a un costo, Nizza e la Savoia. I normanni hanno lascito tracce quando sono passati per matrimonio agli Hohenstaufen.  Gli angioini,  mai amati, non hanno lasciato alcuna traccia in Sicilia e a Napoli. In Sicilia, terra adusa alle dominazioni straniere, sono stati gli unici a essere cacciati, tale era l’esasperazione che avevano provocato. La storia continua col papato ad Avignone, l’invasione predatoria di Carlo VIII, senza alcun reale disegno politico, le conquiste di Luigi XII, le ruberie di Napoleone.

Legge elettorale – Sotto le polemiche e le distinzioni di pelo caprino, può essere, ed è stata nella storia della Repubblica, di tre tipi: proporzionale, maggioritaria per collegio, maggioritaria di lista. Il proporzionale significa la partitocrazia: si vota per un partito, e gli eletti saranno in proporzione ai voti del partito. I collegi maggioritari danno la prevalenza al candidato – collegato al partito, ma in rapporto inverso: il partito di fa forte del successo del candidato. La legge in vigore, che l’Italicum accentua, reinstaura la partitocrazia del proporzionale, e in più dà un potere decisivo ai capipartito, che decidono quale dei loro candidati deve avere le maggiori possibilità di essere eletto (decidono l’ordine delle preferenze).
Quest’ultimo è il sistema che ha portato tante belle ragazze, con poca o punta capacità politica e magari senza nessun titolo culturale, al Parlamento e al governo. Nel presupposto che piaceranno  agli elettori e non disturberanno l manovratore.

Rommel – Curiosa figura di mito germanico, che identifica in lui, erroneamente, l’ideatore e l’esecutore brillante del Blitzktrieg, la guerra lampo. Responsabile della prima sconfitta dell’Asse, in Nord Africa, preludio allo sbanco alleato in Sicilia. E della sconfitta con sbarco in Normandia. Ma celebrato come un grande condottiero. Anche nella prima guerra mondiale non aveva brillato.
In Africa, se fu maestro lo fu del camuffamento. Carri armati costruì di compensato, legò rastrelli ai camion per fare polvere, schierò in battaglia i mezzi catturati al nemico, per confonderlo. Un  mago illusionista, nella marina borbonica sarebbe stato il Clausewitz dell’ammuìna. Che così mostrava agli inglesi dove si trovava: l’esposizione attraverso la mimetizzazione.
“Voglio prendere Alessandria”, diceva, “e pure il Cairo”. E fu l’inizio della fine. In questo è simpatico: il genio del Blitzkrieg che appronta disfatte vorticose per le armate nazi, si può farne un eroe della Resistenza, una quinta colonna. Si voleva anzi a Bassora. Nel Golfo Persico, novello Napoleone, davanti a sé vedendo solo mammalucchi.
Morivano i tedeschi nell’Africa Korps come mosche nella sua “guerra senza odio”, una buona metà già nella prima offensiva britannica del 1941, benché il maresciallo ne favorisse la ritirata sui camion dei fan-i italiani, che si dovettero fare a piedi Tobruk-Bengasi, duecento chilometri - i camion nelle tante ritirate erano riservati ai tedeschi, quelli che avevano la benzina, e quando gli italiani tentavano di aggrapparsi ai cassoni i bezerkir dell’Afrika Korps andavano al corpo a corpo, a pestare loro le mani. Distrutti nella prima offensiva anche tutti i carri armati tedeschi, quattrocento, e tutti gli aerei della Luftwaffe, mille. Così il favorito del Führer, di cui aveva comandato la guardia, divenne la gloria militare del Reich, e preparò la rincorsa dei britannici fino a Alamein, alle porte di Alessandria, a duemilacinquecento chilometri dal porto base di Tripoli - il suo genio gareggiava con quello di Graziani, che per primo aveva puntato allegro sul Cairo, riuscendo a lasciare agli inglesi centotrentamila prigionieri, un esercito, con quattrocento carri armati e 1.290 cannoni, mentre si lamentava con Roma di non avere mezzi sufficienti.
         
La gloria di Rommel si fa ascendere a un’azione di guerriglia il 9 novembre 1917, quando, da solo, prese Longarone e novemila italiani prigionieri. Così la raccontava agli astuti teutoni e storici britannici. In Italia si appropriò anche del suo unico titolo di nobiltà: a Longarone, alla tomba della famiglia Molino, pretese di aver trovato gli antenati della moglie Lucie Maria Mollin, emigrati sette secoli prima. Ma l’eroico maresciallo disprezzava l’Italia. Si danno questa certezza i razzisti, che per il fatto di stare a Nord possano guardare il mondo dall’alto in basso.
Per disprezzo Rommel non tenne conto delle utili indicazioni che Nasser e Sadat, i nazionalisti egiziani, gli facevano pervenire sul fronte interno. Ma è vero che la liberazione dell’Egitto era l’ultima cosa che il generale voleva, anche se gli avrebbe fatto vincere la guerra. I bersaglieri gli regalarono il cappello piumato, Rommel non lo indossò mai. Nell’avanzata verso l’oceano Indiano che finì a Alamein furono gli italiani a prendere il fronte decisivo a Gazala, aprendo la via alla riconquista di Tobruk. Lui invece, nel mezzo dell’ultima battaglia se ne andò alle terme in Germania. Abbandonerà il fronte pure prima dell’ultima battaglia, a Mareth in Tunisia.
Sarà il comandante tedesco in Nord Italia dopo la caduta del fascismo, e bisognerà al confronto rivalutare i fascisti di Salò, nell’ottica “ariana” vigliacchi per essere italiani, che si scannarono feroci col resto d’Italia per difendere il culo a Hitler. Nei giorni dello sbarco in Normandia Rommel, comandante del Vallo atlantico che doveva ributtare gli Alleati in mare, se ne andrà a Berlino.
Vinse a Marsa Matruh, l’unica volta in Africa, perché i britannici scapparono nella confusione, bombardati dalla stessa Raf. Per un anno il capo guardia di Hitler fece guerra contro un comando britannico incapace e diviso, è tutta qui la sua gloria. Si divertiva a correre nel deserto, e per questo divenne famoso, ma tutti ne sono capaci, nel deserto lo spazio non manca. Nel mezzo della prima offensiva britannica si lanciò ebbro verso la frontiera egiziana, che non s’accorse di avere superato. Quando lo capì e tornò in Cirenaica ci trovò i nemici e dovette evacuarla: dalle tagliole britanniche lo salvarono ancora una volta i carri dell’Ariete. Ma fu un’eccezione: Rommel si fece forte in Africa contro avversari singolarmente inetti. I britannici usavano i carri armati come le squadre di calcio, tutte all’attacco. E ogni squadra faceva la sua guerra, i carristi non parlavano con gli artiglieri, i carristi e gli artiglieri non parlavano coi fanti, un corpo d’armata combatteva duramente e si scompaginava, quello accanto non se ne accorgeva neanche. Montgomery non è migliore?

A molti inglesi Montgomery non piace. Ma nessun inglese critica Rommel, che deve restare grande perché Alamein sia vittoria grandissima. È del resto vero, Rommel fu tanto volpe da rovesciare le sorti della guerra. Doveva essere il Silla della guerra a Hitler, dice Jünger – nella prefazione 1979 a “Giardini e strade” (l’ha detto pure prima?). Si capisce che sia fallita. “Era il solo capace di portare sulle spalle”, dice Jünger, “il terribile bilanciere della guerra e della guerra civile. Il solo che possedesse abbastanza ingenuità per replicare la spaventosa semplicità di quelli che doveva attaccare”. Beh, questo è vero. Ma Hitler per primo si voleva Silla – i tedeschi si vogliono greci e idealizzano il distruttore di Atene.

Senato – La strada è segnata per la sua abolizione, all’insegne del rinnovamento improcrastinabile, mentre una funzione sua specifica non è mai stata esplorata che avrebbe potuto essere dirimente nello Stato contemporaneo, di leggi e regolamenti che si affastellano senza criterio e anche contro la costituzione e le stese leggi. Una sorta di ombudsman generalizzato. Così lo proponeva già molti anni fa don Sturzo in un discorso al Senato dopo che fu nominato senatore a vita a fine 1952: “Garantire il cittadino contro tutte le sopraffazioni, le ingerenze, le pastoie legislative che… si vanno introducendo in questo periodo di rinascita di libertà… È proprio il Senato che l’istituto che dovrebbe ridare fiducia nello Stato, vigilando sulla pubblica amministrazione, curando l’equilibrio dei poteri e assicurando al cittadino la garanzia contro lo strapotere degli enti pubblici”.

astolfo@antiit.eu 

Il bilancio è truccato ma non fa nulla

Continua il suo percorso obliquo in Borsa l’As Roma senza che mai un’obiezione sia posta dalla Consob. Dal bilancio al 30 giugno risulta che la proprietà è passata da Thomas DiBenedetto a James Pallotta e, in parte a Richard D’Amore, per corrispettivi nominali che nessuno dei tre è in grado di pagare. Sono dei prestanome? Di chi?
Nell’acquisto di un calciatore, Radonjic, serbo, diciottenne, la provvigione al procuratore-mediatore è tre volte il cartellino: l’As Roma ha pagato 3,1 milioni al mediatore e un milione al club di provenienza del calciatore. Che peraltro è fuori rosa e fuori squadra: era un acquisto pro forma, per pagare la provvigione?
In ogni caso, la sproporzione c’è, evidente, e ingiustificata. Nasconde provvigioni illecite, fondi neri, compensi illegali? Questa è l’ipotesi che l’ambiente si fa, in buona fede, considerato che l’agente di Radonjic ha avuto un ruolo determinante nella scelta dell’egiziano Salah di giocare nella Roma invece che nella Fiorentina, che lo aveva cercato e avuto dal Chelsea.

Fate la pace non la guerra

È la condanna di ogni guerra, da quelle dettate dall’ambizione o l’avidità a quelle di religione. Sulla base delle Scritture. Ed è forse l’opera più amata di Erasmo, più tradotta – qui da Carlo Carena, l’erasmiano di più lungo corso. Benché con limiti evidenti.
È una perorazione. Nessuna vivacità nella trattazione, che Erasmo svolge in latino, “Querela pacis”. Né dice nulla Erasmo della guerra “giusta”, di difesa, di liberazione – che siano implicite non basta. Ma è la sua opera più “corretta”, e dunque in auge.
Erasmo da Rotterdam, Il lamento della pace, Se, pp. 97 € 13

martedì 6 ottobre 2015

Letture - 230

letterautore

Ebook – “L’ebook non è altro che la versione digitale del libro cartaceo. Il mestiere dell’editore non cambia, i suoi margini aumentano, gli autori incassano di più, i lettori risparmiano, il mercato si allarga”: Marina Berlusconi è esplicita e chiara.
Solo per le librerie non ce n’è. Che però sono in larga maggioranza dei grandi editori: sono vetrine, oltre che negozi.  

Galileo – Quello di Brecht è Brecht. Si ripropone quello di Brecht con una nuova lettura, in aggiunta alle tante che a ogni rappresentazione Brecht stesso aggiungeva: opportunista o solo fragillle? Una lettura che Brecht escludeva, anzi non prende mai in considerazione. Galileo, quello di Brecht, è Brecht: è l’uomo di pensiero di fronte al potere,  cui non cede ma con cui si misura. Brecht non rimprovera nulla a Galileo, che alla fine dei conti non ha nulla da rimproverarsi, ma viveva come lo scienziato aveva vissuto: forte delle sue convinzioni e fermo resistente, che però si misura col potere – Brecht con quello di Stalin, con opportunismo forse più che con cecità, ma senza fragilità, a ragion veduta.

Internet – È l’applicazione di massa della bibliotecomania di cui indulgeva Borges. E una parodia: mai sapere fu tanto insulso, dispersivo, inutile. Cattivo, anche molto, più che buono. Luogo di falsificazioni difficilmente controllabili, attraverso l’immagine, la tempistica, l’occupazione degli spazi, la “reperibilità” dei motori di ricerca.

Isabella dei Medici – La figlia prediletta del granduca Cosimo fu assassinata dal fratello Francesco, una volta divenuto granduca, in combutta col marito Paolo Giordano Orsini, al quale aveva dato cinque figli? La cosa è dibattuta sul “Corriere della sera-Firenze”. Data per certa da una serie “Le Signore de’ Medici”, in ordine alla drammaturgia dei tempi puntata sul femminicidio. Ma con le notizie e gli argomenti di una studiosa – Eliabetta Mori, non citata nella serie –che invece concludeva le sue lunghe ricerche con un verdetto contrario. Tutto è femminicidio?

Italiano – È dunque una lingua veicolare, la terza più richiesta in Europa, alla pari del francese. Se il sondaggio che lo rileva è vero: prima viene l’inglese naturalmente (28 per cento degli intervistati), poi lo spagnolo (18 per cento) e quindi l’italino col francese (13). Il tedesco, pur interessando la comunità nazionale, in Germania e fuori, più forte, non entra in classifica. Effetto della curiosità di viaggio, per turismo e non? Anche per il patrimonio di tante forme culturali, che non si valuta.

Libro – Lo salvano gli Usa? In ebook e cartaceo. Giuliano Vigini documenta 2,7 miliardi di libri venduti nel 2014 nei vari formati, di cui 510 milioni in ebook: nove a testa, un numero ragguardevole e un record. La Francia con 450 milioni è il paese europeo dove si legge di più, ma fanno sette libri a testa.
In Italia è inutile fare il conto: i numeri vengono dati dagli editori, e gli editori fanno promozione stabile con tirature truccate. Non c’è autore in classifica, premiato e non, che non balzi subito oltre le 100 mila copie – mentre l’Inghilterra documenta solo tre titoli nuovi nel 2014 sopra le 100 mila copie, tre gialli.

Maggiani – Era Grazia Cherchi, poi si è fermato. Sempre più l’autore è il suo redattore-editore. Una volta era il suo critico.

Pasolini - Si dice il “peccato” di omosessualità, ma fu l’incontinenza sessuale a turbarlo, fino agli ultimi istanti di vita. A turbarlo relativamente, poiché dragò sempre in allegria. Ma da ultimo compulsivamente , come testimonia anche “Petrolio”, e qualche senso di colpa quando stava a Roma, nei tardivi furtivi rientri a casa, vigilata dalla mamma Susanna. Un’alternanza che visse anche da ragazzo a Casarsa, dove si disse vittima della “vita monotona e ossessiva della mia biografia a senso unico” scrivendo a Gianfranco Contini.

Filippo La Porta ne ha l’immagine di un uomo solo. Fin da quando, ragazzo, lo incontrava nei cine d’essai solo – lo stesso, racconta, gli accadeva con Moro, anche se a qualche poltrona di distanza c’era la scorta. È forse l’immagine più vera - di Pasolini come di Moro: un uomo pieno di voglia di vivere, per questo anche pedagogo generosissimo, che finisce fuori tana, a Roma, e resta solo nella moltitudine, degli impegni, dei lavori, delle relazioni, delle stesse amicizie.

Carlo Lucarelli e David Grieco, due dietristi, da ultimo vogliono il suo assassinio politico. Ma opera di forze occulte? Ha molti curatori e sostenitori, devoti, anche, ma non uno “giusto”: attende ancora un interprete.


Proust – Nella corrispondenza è imbarazzante – diecimila pagine di lettere, ventuno volumi, di cui cinquemila ritenute rilevanti. Specie in quelle singolarizzate perché ritenute più rilevanti, agli amici, alle signore, Straus, Bibesco, etc. Adulatore, Piperno dice le lettere “una specie di monumento all’ipocrisia, alla piaggeria”, falso, falso sciocco, e quando è sincero mettendoci la mamma sempre di mezzo, le amiche della mamma, quelle che la mamma avrebbe sicuramente apprezzato come amiche.

letterautore@antiit.eu 

Se la violenza è ordinaria

Una serie di casi di violenze sui bambini - qui bambine - tutti uguali, sul tema  della vergogna, dell’uso familiare di nascondere il fatto. Che lascia traumi poi insanabili. Un’idea originale, svolta col metodo della testimonianza orale, di cui Fruzzetti è stata antesignana, sul vissuto femminile sulle Apuane. Che però qui risolve nell’indistinto, nel genere in voga del femmincidio.
La testimonianza orale è narrativamente in sé poco efficace, se non circostanziata, a suo modo eccezionale. E cioè antistorica – anti usi, convenzioni, modo di essere. Non comune, o corrente. Al contrario, storicamente è valida in quanto è generazionale, locale, particolare. Non annullabile nell’individualità, nel caso jumano.
Fruzzetti in questo repertorio si tiene a metà, con effetti meno efficaci di una lettura di giornale. Un modo di stabilire, a contrariis, le coordinate della storia orale? Ma di lettura svelta e povera, inefficace.
Angela Maria Fruzzzetti,. Non dite niente a nessuno, Ouverture Edizioni, pp. 167 € 12

Fisco, appalti, abusi (77)

I Comuni di Magliano in Toscana e Montalto di Castro hanno tra le maggiori entrate – la maggiore entrata singola – le multe per eccesso di velocità sull’Aurelia. Capitalizzano la loro opposizione all’autostrada Civitavecchia-Rosignano.

L’Aurelia è in bassa Maremma il salvadanaio dei Comuni. Tutti si sono dotati di rilevatori di velocità. Ma non per la sicurezza. La sicurezza l’avrebbero meglio garantita con l’autostrada. E la protezione dell’ambiente, dai fumi, dai rumori. L’Aurelia senza autostrada hanno invece antropizzato al punto da farne una conurbazione. Perfino sui fiumi. Orbetello, che probabilmente non è seconda a Magliano e Montalto per multe sull’Aurelia, ci ha costruito Albinia, un mostro e uno scandalo.

Il comune di Magliano ha solo 4 km. di Aurelia, Ma supera in entrate da limiti di velocità il comune di Montalto.

I due Comuni hanno almeno una dozzina di escamotages per eludere l’obbligo di segnalare preventivamente il controllo della velocità. Il più comune è appostare il rilevatore immediatamente dietro il segnale che riduce la velocità, al quale non si può rispondere con brusche frenate, per evitare il tamponamento.

Il tratto di Aurelia Civitavecchia-Grosseto Sud, 90 km., ha 782 segnali tradali,. di cui 150-150 di variazione della velocità massima consentita. 

Problemi di base - 247 coda

spock

L’Italia ha il record della denatalità e il record delle adozioni: l’italiano è infertile? l’Italia è matura per la famiglia monosessuale?

I vescovi eunuchi si scontrano al Sinodo co vescovi africani fermamente contrari ai matrimoni monosessuali: ci faranno neri?

spock@antiit.eu

lunedì 5 ottobre 2015

Problemi di base - 247

spock

“Boccaccio 2015” è una partita gay, già in lavorazione?

E si gioca in Vaticano, invece che in campagna a Firenze?

Senza la peste?

E il senso del ridicolo?

Il sesso gay sì e quell’altro no, solo se santificato?

O questo papa non scherzerà?

Il papa ammonisce: “Si smetta di ridicolizzare il matrimonio”. Chi lo ridicolizza?


Veramente il papa ha detto il matrimonio “un sogno senza il quale la creatura di Dio sarà destinata alla solitudine“: la “creatura” appunto, senza genere? 

spock@antiit.eu