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sabato 2 febbraio 2019

Secondi pensieri - 375

zeulig

Destra – È lo stato normale – il fondo – della politica, la sua latenza. Che sempre guarda a sinistra. Per una sorta di pulsione curiosa. La curiosità generale è per natura rivolta a sinistra, all’innovazione. Con un senso di inferiorità, molto forte per questo, nella destra.
Pochi sono curiosi della destra, e sempre e solo per motivi di ordine pubblico oppure di analisi e riflessione. Mentre la destra ha una curiosità quasi morbosa per la sinistra, per cosa pensa e fa. Da qui il senso di superiorità della sinistra, anche senza giustificativi – il disprezzo comunque, non solo per Trump o per Berlusconi, per i riccastri al potere, anche per le Thatcher e per i Reagan. Salvo riapprezzamento, per esempio di Margaret Thatcher e Reagan, e oggi di Angela Merkel, e perfino di Berlusconi.

Dio – “Sono un agnostico che spera che Dio esista”. Da Scalfari a Pif si moltiplicano le dichiarazioni di fede condizionata. In realtà di disattenzione alla Cosa. Sono dichiarazioni di cortesia, tanto per dire, in una “cultura” o società che ancora non scarta la religione – si presume che non la scarti, o la tiene tra le “cose buone del mondo”, una cosa ecocompatibile. Ma in un mondo senza futuro – Dio è il futuro (“una volta il futuro era migliore”, alla Karl Valentin). Benché si voglia su di esso proiettato dalla e con la scienza – il futuro non è il volo interstellare, uno sport estremo.

Europa – È vecchia e vive di ricordi. Lo era già negli ani 1930, passata l’euforia degli anni 1920 dei sopravvissuti, già prima della terribile guerra dissanguatrice che la Germania le ha poi imposto. È sopravvissuta con l’Urss, con lo spettro del comunismo, l’unica sua innovazione dopo il 1789, ed è crollata con essa. E cioè con la Russia, il suo Stato più arretrato: lo Stato più conquistatore del Novecento. Cui bene o male non faceva difetto l’energia – l’abulia è la condizione europea, sotto la celebrazione del passato (la storia, la cultura): lo Stato totalitario del benessere, la “felicità amministrata” di Marcuse, il laboratorio della fase involutiva del capitale.
L’Europa fu salvata e ricostruìta più volte, dai russi a Est contro mongoli e tartari, dai magiari, serbi e croati, popoli guerrieri, a Sud contro i turchi, a Ovest da Carlo Martello. La storia dell’Europa, che poi è una coda, un’appendice al grande mondo, è un verminaio irrequieto. Oggi è diverso perché manca ogni istinto, qualsivoglia: l’Europa si adagia – si crogiola - nell’adeguatezza e nella paura. La paura indistinta, del caldo e insieme del freddo, del lavoro e insieme del non lavoro. Agitata, peraltro, più che sofferta – non ci si può non dire paurosi, timorosi, della crisi, del futuro, del pianeta, dei figli.

A lungo è passata a Odino. Ai popoli di Odino, che dall’Asia, dove regnava sul Ponto Eusino, l’hanno seguito in Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia, in Finlandia no, e nel Vinland. Negli Usa cioè, che ai vichinghi prospettarono burloni e gesuiti. E ai regni che Odino assegnò ai figli: Russia, Sassonia, Westfalia. Per la storia che viene dal Nord, con Eric il Rosso che scoprì la vela, e le sei tonnellate d’oro e argento dai vichinghi estorte ai parigini nell’845.
Un’Europa che inizia dalla fine: Odino ha un palazzo di ombre, i morti ripetono le attività svolte in vita, dove i vivi sono dunque morti. Il Nord suona il corno e medita, nella Seconda sinfonia e nel Nordisches Lied di Schumann. Anche esporre le lenzuola in segno di lutto è uso nordico, fu portato al Sud da Arminio e Dorotea con Goethe.
Iniziava. Poi è passata a Mosca. E ora giace. Aspettando nuovi influssi dall’Asia?

Musica – Si ripropone da qualche tempo nel mito di Orfeo, nella formulazione di Walter Pater, tardo Ottocento, estetismo, decadentismo: “Tutte le arti aspirano costantemente alla condizione della musica”. Mentre è la forma d’arte più legata, regolata. Che più richiede ingegno, nella forma dell’ingegnere, pratica, tecnica, un sapere applicato (strumentazione), e si ancora a canoni.

Natura – “La natura è così grande qui che uccide”, dice un personaggio del racconto “Quasi la stessa sofferenza” di Annemarie Schwarzenbach. “Qui” è la Persia ma è vero di tutti gli ambienti al naturale: forestati, desertici,montagnosi, paludosi. Si sopravvive domandola . Anche nei rapporti umani: si può essere trasgressivi ma non eccessivi, portati dall’indole.

Opinione pubblica – “Aggressiva e brutale” la dice Marcuse.  È infida, un campo di mine. “È un bene di nessun valore, non ci compensa mai dei sacrifici che le facciamo”, opina la sadica Juliette.

Scrivere – Si fa nell’isolamento mentre è attività tipicamente (unicamente) sociale. Nella pubblicazione, nella ricezione, e anche nella scrittura stesa, e forse nella concezione. Non si scrive per se stessi, neanche i diari più gelosi. Altrimenti è parlarsi, a voce alta cioè.
Si scrive per dir e, cioè per comunicare. È attività e mestiere quasi di piazza, al modo dei cantastorie.
È attività solitaria e quasi segreta, ma concepita per, e diretta a, un pubblico. È, riflessiva, modulata, atteggiata, l’equivalente di Hyde Park Corner, un’esibizione, anche quando è modesta, per un pubblico ignoto –sconosciuto e forse non in sintonia.
Si esercita ora in forme teatrali, da cantastorie in senso proprio, con letture pubbliche, presentazioni, recite, festival. Ma perché questa è la sua natura, la scrittura è comunicazione.

zeulig@antiit.eu

L’Oriente, l’esilio

Tredici “racconti orientali” li chiama la curatrice Mazzucco. Di fatto i primi racconti di Annemarie Schwarzenbach, alla maniera di “cose viste”. Di figure e impressioni ricavate nei suoi tre viaggi in Medio Oriente, tra Siria e Persia, a partire dal 12 ottobre 1933, quando a venticinque anni opta per  un esilio volontario contro Hitler e contro la famiglia, abbandonando Erika Mann subito dopo la riapertura – tormentata – del suo cabaret zurighese “Die Pfeffermühle”, all’estate del 1935. Nel mezzo un’esperienza di scavi con una missione americana in Siria, tra Aleppo e Palmira, e il matrimonio, il 21 maggio 1935, col diplomatico francese a Teheran Claude Clarac.
I racconti Annemarie scrive o mette e punto nel giardino della casa coniugale a Farmanieh, sopra Teheran. Diciotto pezzi che raggruppa sotto questo titolo e invia per la pubblicazione in Europa. Ma nessuno ne vuole sapere, malgrado le presentazioni di Thomas Mann e di Zweig, e la raccolta si perde. Clarac ne recupera un dattiloscritto nel 1989, ma di soli tredici titoli.
Un scrittura svelta, da reportage – Klaus Mann, che ne fu il primo lettore, disse i racconti “alla Hemingway”. Con personaggi reali, tra essi Annemarie e Claude. Annemarie già al primo racconto, “La terra promessa”, come “Billy”, la giovane bellezza della nave per l’Oriente, che corrisponde alle attenzioni pressanti del comandante, può passare le notti con lui a bere, e anche tenergli la mano, ma non può fare l’amore con lui.
Tra i personaggi reali un italiano si stacca, un veterinario, col nome di Dr. Rieti, e due donne, Georgette Calouta, greca d’Egitto, sposa dell’ambasciatore francese a Teheran (Jean Pozzi), e Marga d’Andurain, “moderna Zenobia”, albergatrice a Palmira, nel momento in cui “fonda” una sua propria tribù di beduini, i Beni Zainab. Nella realtà Marga, nata Marguerite Clérisse, è al tempo del racconto reduce da una condanna a morte a Gedda. per l’assassinio di un marito beduino che aveva sposato in bianco l’anno prima dietro promessa di essere condotta alla Mecca: la promessa non era stata mantenuta, il marito beduino era morto, Marga era in attesa della  lapidazione, il console francese l’aveva salvata. Di ritorno a Palmira aveva risposato il cugino Pierre d’Andurain, dal quale s’era fatta sposare a diciassette anni nel 1910 per uscire dalla famiglia, e col quale aveva avuto due figli, tutti conviventi con lei, nell’albergo che lei aveva messo su per sopravvivere, non avendo più rendita né un mestiere.
È un Oriente remoto e immobile, quale era fino a pochi decenni fa – in francese la raccolta è pubblicata col titolo “Orient Exils” (il titolo dell’originale tedesco-svizzero nel 1989 è di uno dei pezzi della raccolta, “Con questa pioggia”). Di uomini soli perlopiù, di bevute e di amori prezzolati, come è sempre degli scapoli espatriati. Di solitudini. Ma con molto senso della politica. La strage dei cristiani caldei, oltre che degli armeni, perfino degli orfanelli, delle suore, a Urmia, sul lago, a opera della popolazione mussulmana, curdi compresi, e dell’esercito turco. L’inconciliabilità con l’Occidente, nel colonialismo piccolo borghese: “Che gli si manifestasse disprezzo gli sembrava incomprensibile” - sembrava al giovane algerino promosso ufficiale nell’esercito francese e insolentito dai colleghi: “Questo serviva alla grandezza della Francia?”. Molti personaggi sono emigrati dalla Germania di Hitler. La “radiosa Europa” del racconto omonimo è già quella di oggi, presuntuosa e sbandata. E ci sono i “respingimenti”, in Siria e in Iraq, di giovani migranti ebrei dall’Europa.
I due pezzi sul “Dr. Rieti” fanno con brevi tocchi - accenni, allusioni - un affascinante ritratto della condizione intellettuale sotto Mussolini – compresa l’omosessualità repressa del dottore.  
Annemarie Schwarzenbach, La gabbia dei falconi, Bur, pp. 235 €8,80


venerdì 1 febbraio 2019

La fine dell’Europa di Angela Merkel - 2


Pessima è stata la politica della Germania di Merkel nei riguardi dell’Italia, pure suo partner economico privilegiato. Specie nella crisi del debito del 2011 – da cui ancora l’Italia non si è ripresa. Con molteplici tentativi di mettere al centro della speculazione anche le banche, le banche italiane.  Con l’incredibile suo presidente della Bundesbank, Weidmann, un giovannottone di nessuna esperienza, eccetto la segreteria di Merkel, che si alternava con il ministro del Finanze (Tesoro) Schaüble, vecchia volpe democristiana, per puntare i cannoni a settimane alterne contro l’Italia.
Non ci sono solo i sorrisetti di Merkel col disprezzato Sarkozy contro l’Italia. Mai visto nella storia della moneta un ministro del Tesoro e un presidente della banca centrale che si agitano a creare panico. Al punto da scandalizzare il governo americano, Obama e il suo ministro del Tesoro Geithener, che lo ha scritto nelle memorie. Pur essendo l’America, non solo lo speculatore Soros, pregiudizialmente contraria all’euro - gli Stati Uniti sono sempre stati, fin dal tempo di Clinton,  contrari.
Tutta la Germania istituzionale fu mobilitata contro l’Italia, e non passava giorno, si può dire, senza un attacco. Che in un vero ordinamento europeo sarebbero stati materia penale. La Deutsche Bank di Ackermann, un manager svizzero consigliere di Merkel, si disfece preliminarmente di tutti i Btp, ricomprandoli a termine, e lo fece sapere, fece sapere della vendita, al Financial Times. “A ottobre 2011”, scrive G. Leuzzi in “Gentile Germania”, un libro del 2015, “per riaccendere la crisi che si affievoliva dopo la vendita dei Btp, il capo economista della Deutsche Bank, Thomas Mayer, pubblicamente aveva ammonito contro ogni aiuto all’Italia. In una col presidente del Ces-Ifo di Monaco, rinomato istituto di studi sulla congiuntura, Hans Werner Sinn, che aveva redatto e pubblicizzato una serie di note contro l’Italia, sul debito e le banche. Con l’effetto non casuale di mettere nel mirino le banche italiane, meglio gestite e capitalizzate delle tedesche, elevando una cortina di fumo su quest’ultime, che erano tutte un colabrodo, Deutsche inclusa. “Offrire un’assicurazione di prima categoria sui titoli contro il fallimento dell’Italia ci colpisce come offrire un’assicurazione sulla cristalleria al padrone di una casa prossima a un impianto nucleare che sta per collassare”, scrisse Mayer online nel bollettino della banca. Neppure con la garanzia del Fondo europeo di stabilizzazione: “Né il padrone di casa né il detentore di titoli italiani si sentirebbero molto sollevati da questa assicurazione””. 
È stata questa la Germania di Merkel, che ha infettato l’Europa.

La fine dell’Europa di Angela Merkel - 3


Vale la pena ricordare quanto questo sito scriveva, recensendo “Stress Test. Reflections on financial crises”, il libro che Timothy Geithner, l’ex ministro del Tesoro americano, pubblicò nella primavera del 2014 – che curiosamente si è scelto di non tradurre, benché nessuno ne abbia contestato informazioni e deduzioni:
E l’Europa? Geithner ha avuto un ruolo anche nella crisi europea. Prende poche pagine della sua voluminosa memoria, ma è preciso e sconcertante.
Europa sbalorditiva e inspiegabile
A metà settembre 2008, a crisi manifesta, “la Banca centrale europea aumentò i tassi, il che mi parve sbalorditivo e inspiegabile”. Se non per “un altro round di paranoia da inflazione”, per l’aunento dei prezzi del petrolio. Il governo americano invece lanciava una riduzione delle tasse per 140 miliardi, un’iniziativa bipartisan, per stimolare i consumi e gli investimenti. Mentre la Fed di New York, che Geithner presiedeva, negli stessi mesi spingeva le banche d’affari a ricapitalizzarsi per 40 miliardi di dollari, e a ridure il breve termine e l’esposizione sui titoli rischiosi. Questo non bastò a salvare una delle quattro, la Lehman, ma salvò le altre.
Successivamente due eventi fanno “inorridire” il ministro del Tesoro di Obama, e lo stesso Obama. L’attacco franco-tedesco all’Italia a novembre del 2011 - l’unica parte di questa memoria già nota, riprodotta dalle agenzie di stampa - e sei-sette mesi dopo l’attacco tedesco alla Grecia. “L’Europa aveva passato la maggior parte del 2011 nei tormenti”. Il 21 luglio fu ristrutturato il debito greco. Nello stesso mese la Bce di Trichet accresceva l’acquisto di titoli pubblici sul mercato secondario “per aiutare a puntellare la Spagna e l’Italia”. Ma “l’Europa non persuadeva gli investitori con una strategia credibile”. A ragione il governo tedesco recalcitrava ai salvataggi, perché “i beneficiari del sostegno europeo – la Spagna e l’Italia come la Grecia – non mantenevano gli impegni di riforma”. Ma “la linea che Angela Merkel disegnava sulla sabbia limitava le opzioni” anticrisi. C’era bisogna di un intervento massiccio subito. Di un piano di intervento, che nei fatti avrebbe consentito alla Bce uno sforzo gigantesco a sosteggo del debito e dell’euro, con una “leva” di “piccoli aiuti” pubblici. Le banche centrali canadese e svizzera lo proposero, la Bundesbank lo rigettò.
A un certo punto gli europei presero a rivogersi ai paesi asiatici per finanziare il loro fondo di intervento, “uno spettacolo abbastanza sconcertante”. Giappone e Cina non risposero.
A settembre Geithner fu invitato all’Ecofin in Polonia, il consiglio europeo dei ministri del Tesoro. Tentò di non andarci, l’invito fu reiterato e pressante, e allora parlò “con umiltà”, scusandosi, schermendosi. Ma non poté non dire: “È più rischioso un intervento a piccole dosi graduale che un intervento preventivo massiccio”. Gelo, e invito a tornarsene a casa dei ministri dell’Austria e del Belgio per conto della Gerrmania. “No leadership”, è il commento interno al Tesoro Usa sull’Ecofin europeo.
Il 26 ottobre fu annunciata una ulteriore revisione della ristrutturazione del debito greco. Fu annunciato anche “un piano modesto per tentare di fare leva sul fondo di salvataggio per movimentare il denaro privato, ma era congegnato male e più che altro sembrò segnalare i limiti di quello che l’Europa voleva fare”.
Via Berlusconi
Quell’aututnno Obama “parlò regolarmente con i leader europei”, e anche Geithner con le sue controparti. Ne ricevettero spesso richieste di intervenire sulla Merkel per una maggiore flessibilità, e su Italia e Spagna per un “impegno responsabile”. Qui viene il complotto: “A un certo punto quell’aututnno alcuni rappresentanti europei ci presentarono un complotto per tentare di costringere Berlusconi fuori dal governo; volevano che rifiutassimo di sostenere i prestiti del Fondo monteraio finché non se ne fosse andato. Informammo il presidente di questo sorprendete invito, ma per quanto potesse servire ad avere una migliore leadership in Europa non potevamo impegnarci in un complotto come quello”. Geithner ne riferisce come di un approccio e una decisione interna al suo ministero, al plurale, abbandonando la prima persona, afferenti cioè a qualcuno dei suoi collaboratori. E probabilmente per iscritto, poiché Obama non parla. Poi torna al singolare: “«Non possiamo macchiarci le mani del suo sangue», dissi”.
Pochi giorni dopo, ai primi di novembre, si tenne a Cannes il G 20. Obama “passò la più parte del tempo in negoziati riservati, per tentare di aiutare l’Europa a salvarsi. La maggiore parte della conferenza riguardò le pressioni su Berlusconi, ma noi continuammo a premere sulla necessità di un robusto firewall, e ci fu molta pressione anche su Merkel. Merkel si sentì isolata e sotto attacco; non l’ho mai vista così agitata”.
Poi le cose cambiano. Cambiano i governi in Grecia, Italia e Spagna. E alla Bce arriva Draghi. “Ai primi di dicembre Draghi annunciò una massiccia iniezione di liquidità a lungo termine per il sistema bancario europeo”, con “un istantaneo effetto stabilizzatore… L’Europa aveva mostrato un po’ di forza e un po’ di volontà”.  A febbraio, al G 20 dei ministri del Tesoro a Città del Messico, il morale era su: “Gli europei erano sollevati, molti dichiararono che la crisi era finita. Io non lo pensavo. Sembrava più una tregua che una soluzione”.
L’attacco alla Grecia
A luglio del 2012 Draghi impegna la Bce a fare “qualsiasi cosa” sia necessario per salvare l’euro nella sua integrità. Geithner ci vede un’identità di vedute con l’intervento monetario e finanziario americano. Ma è sorpreso – “terrificante” – da Schaüble, che in un incontro successivo gli prospetta come “una strategia plausibile - e anche desiderabile”, nelle sue parole, di Geithner, l’uscita della Grecia dall’euro. Come una lezione agli altri: l’evento, sempre nelle parole di Geithner, “sarebbe stato abbastanza traumatico da aiutare a spaventare il resto dell’Europa, inducendola a cedere più sovranità a un’unione fiscale e monetaria più forte”. E come incentivo all’opinione tedesca a sostenere l’euro, senza più il pregiudizio antigreco.
Schaüble viene presentato ora come la controfigura di Merkel, quello che si prende il ruolo del cattivo per coprire politicamente la cancelliera con il ceto politico più recalcitrante all’idea di eurozona e di Europa. Geithner lo dice simpatico, “engaging”. Ma ha agitato i mercati, aggravando la situazione, più del necessario, molto di più, in più occasioni, troppe.
“A giugno dl 2012 la crisi europea bruciava più che mai”, ricorda Geithner. Ma solo Draghi se ne preoccupava. E la risolverà ripercorrendo – in parte e in ritardo – la ricetta americana: “L’Europa non era risucita a convincere il mondo che non avrebbe consentito una catastrofe”. Geithner ha presente, ricorda, quello che tutti sapevano ma nessuno in Europa denunciava: “difese fragili e politiche confuse”. Scrive allora a Draghi per incoraggiarlo: “Temo che l’Europa e il mondo guarderanno ancora a te per un’altra dose di abile, creativa manifestazione di forza da banca centrale”. Draghi sa di doverlo fare ma la Bundesbank non glielo consente. I tedeschi “non avevano un piano per salvare l’Europa ma sapevano quello che non volevano”, così Geithner sintetizza le sue conversazioni con Draghi – “quel luglio Draghi e io abbiamo avuto parecchi conversazioni”: “Davano una lettura limitativa dei poteri legali della Bce, e si opponevano a qualsiasi cosa sapesse di questione morale”, di salvataggi con denaro pubblico (quello che la Bundesbank aveva tranquillamente fatto in casa, va aggiunto).
Qualsiasi cosa
Il consiglio di Geithner è di “lasciare la Bundesbank fuori”. Il 26 luglio uno studio Citigroup dà la Grecia fuori dall’euro al 90 per cento. Quello stesso giorno, a un convegno a Londra, al termine di una serie d’incontri con bancheiri e gestori di fondi, Draghi proferisce le parole famose: “Nei termini del nostro mandato, la Bce farà qualsiasi cosa per preservare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza”. Fa l’annuncio, scrive Geithner, sotto l’impressione del pessimismo che ha riscontrato negli incontri londinesi, ma non ha un piano. Geithner va allora a Sylt, dove Schaüble è in vacanza, per tentare di convincerlo. Ne ricava quanto si è già riferito – “lasciai Sylt più preoccupato di prima”. Si ferma a Francoforte da Draghi, che  lo rassicura, ma sempre senza un piano.
Di ritorno a Washington, Geithner spiega a Obama che l’Europa può mettere a repentaglio il programma anticrisi americano. Obama chiede più volte che l’Europa affronti la crisi con decisione. A settembre Draghi annuncia il programma di riacquisto di titoli pubblici europei sul mercato. I mercati si rassicurano, ma per poco. Viene Cipro, altra confusone.
La memoria lascia gli europei in crisi. Tra “impegni sempre confusi e incompleti”, nei “loro tardivi e spesso inefficaci tentativi di imitarci”. Sempre divisi su “un robusto programma europeo di ricapitalizzazione diretta del sistema finanziario, come il nostro”. Incapaci di “un piano effettivo di un sistema comune di assicurazione sui depositi” (quello oggi in discussione). Con una disoccupazione a livelli impensabili, “molto peggiore che negli Usa, una crescita stagnante, … un’austerità mal posta”. La conclusione è triste: “C’era tanta sofferenza innecessaria dietro questi dati”. E orgogliosa: “Gli errori degli europei … fornivano un’ottima pubblicità alla nostra risposta alla crisi”.

Problemi di base francescani quater - 469

spock

Maometto e Cristo per Francesco pari sono?

Bisogna avere fede, e perché?

Si crede per non credere?

Oportet ut scandala eveniant, a chi?

Il laico Scalfari si erge a difendere la divinità del papa, il pio Francesco se ne libera, lu munnu va n’arreri (Domenico Tempio)?

Il laico Scalfari e il laico mussulmano Erdogan amano il papa, c’è un perché?

Al diavolo il diavolo, e il papa?

spock@antiit.eu

I francesi sono conservatori


Duras discute con Mitterrand distesamente, in cinque colloqui tra luglio 1985 e aprile 1986, a casa sua e all’Eliseo, di tutto e di niente. Dei ricordi comuni di gioventù, nella Resistenza e dopo, delle case di Mitterrand, dove a Duras è capitato più volte di abitare, della Francia gallo-celta, dell’Africa, molto, di Israele, di Reagan – che per Duras è l’America “vera”, tenace, onesta – e della famiglia di Mitterrand, otto tra fratelli e sorelle, che il presidente riunisce una volta l’anno, con figli, nipoti e bisnipoti, “un centinaio di persone”. Per un settimanale nuovo, “L’Autre Journal”. Poi raccolti in volume dalla stessa Duras, qui prefati dalla figlia di Mitterand, Mazarine Pingeot.
Con alcuni allegati. Su Robert Antelme, il primo marito di Duras. Un ricordo di Duras morente, di Yann Andréa, ultimo compagno della scrittrice, suo erede. La testimonianza di Jean Munier, il responsabile del servizio dordine del gruppo di Mitterrand nella Reiìsistenza, su come sfuggì allarresto in casa di Antelme e Duras. E con molte note di chiarimento. Soprattutto sulla questione di cui Duras ha trattato nei racconti “Il dolore” e “Il Signor X., qui detto Rabier”, e tratta qui diffusamente nel primo colloquio con lo stesso Mitterrand: la sua frequentazione nell’estate del 1944, alla vigilia dell’evacuazione tedesca di Parigi, con l’agente francese della Gestapo che ha arrestato e deportato Antelme.
Molteplici i punti di interesse, per durasiani e non. Non si traduce, unico libro di Duras non tradotto, per le sue censure contro il partito Comunista? Ancora trentasei anni dopo l’espulsione per antistalinismo, Duras ce l’ha col partito Comunista francese -“la delazione costante eretta a principio”: “Non ci sono che quelli che li hanno frequentati da vicinissimo che li conoscono in modo definitivo, come me. Sono gli stessi del 1945. Allucinante. Ciò che c’è di nuovo, ora è che sanno che è finita”.
Mitterrand è grande conversatore. Sul colonialismo. Sull’Africa indipendente, sui suoi problemi anche di politica interna – di cui l’Italia continua a essere tanto ignorante.  Sulla natura dei francesi, in particolare, conservatori e anche restii alla politica, il popolo della rivoluzione. Sono sempre contadini, anche se I contadini professionali sono ora una minima parte della popolazione: non contestano l’autorità ma non l’accettano, sono sempre i galli che andavano a protestare da Astérix - le considerazioni di Mitterrand spiegano tutto dei gilets jaunes.
A Verdun nel 1940 Mitterrand coscritto ricorda i tedeschi, “una fanteria di truppe SA, estremamente vigorosa, sveglia, giovane, pantaloni corti, bagagli leggeri, mitra mobile”, confrontata dai francesi che, quado marciavano, avevano 30 chili sulle spalle, con le fasce mollettiere ai piedi, “non si poteva correre”, e vecchi fucili pesanti. È tutta qui la drôle de guerre  dal 3 settembre 1939 al 10 maggio 1940, della strana guerra, guerra farsa, non combattuta e subito perduta contro Hitler.
Marguerite Duras-François Mitterrand,  Le bureau de poste de la rue Dupin et autres entretiens, Folio, pp. 187 € 6,20

giovedì 31 gennaio 2019

La fine dell’Europa di Angela Merkel


Sarà difficile ricordarla, se non per le quattro elezioni vinte. O allora per i danni che ha fatto, con la lesina e l’indecisione, “troppo tardi troppo poco” la divisa che le si è incollata. E l’esecuzione cieca degli interessi delle banche e dell’industria tedesche, con danno probabilmente letale per l’Europa, l’unica grande area economica che non esce dal precipizio del 2007 - sopravvive intaccando la rendita.
Ha solo deciso quello che le banche e l’industria hanno voluto. Il salvataggio multimilionario delle banche, con fondi europei. L’abbandono del nucleare, per gli interessi carboniferi. E il famoso milione di immigrati del 2015, con fondi europei, perché la Germania è in forte crisi demografica e la Confindustria ha bisogno di braccia. Creando la questione immigrati in Europa: fra i paesi che attorniano la Germania, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Croazia, Slovenia, la stesa Austria e l'Italia – e la Francia, che fa muro ma non lo dice, per la politica macroniana della ipocrisia.
Non si ricorderà nulla dei suoi dodici o tredici anni, quanti saranno. Se non la crisi dell’Europa, che dopo il suo cancellierato potrebbe essere irreversibile. E la Grecia e l’Italia per i danni che ha loro inflitto. All’Italia con la svendita dei Btp nella primavera del 2011, e i sorrisetti pubblici con Sarkozy – di cui rideva in privato.  Il suo partito lascia in macerie, avendo stroncato ogni possibile deuteragonista.

Perché il papa predica a vuoto

Farsi belli: gli immigrati servono a questo. Contro Salvini. Ma solo a questo?
È la fine del Pd, e dei media: apparire in tv con un messaggio di bontà. Anche della chiesa, che invece sa di che si tratta?
Si ascolta il papa Francesco, tanto buono, e cascano le braccia. Anche lui fa finta di nulla, come i belli-e-buoni delle tv: contro il razzismo, certo, per il dovere di accoglienza, perché no. Ma, poi, come può agitare il razzismo il vescovo di Roma, dove i grandi fabbricati industriali dismessi, Pantanella, Mira Lanza, Alitalia, e i tanti altri, o la piazza centrale del quartiere di San Lorenzo, o dei suoi tanti edifici abbandonati, immiseriscono di abusi e violenze grandi quartieri abitativi? Il razzismo si segnala semmai per non esserci, forse il papa ci vede male.
È del business dell’immigrazione che si tratta, mafioso. Violento, invasivo: crimine organizzato. Dell’elemosina, della prostituzione, della droga, del commercio dei falsi. Organizzato su base etnico-religiosa, contro l’Europa. A spese degli africani, portati alla morte a migliaia - senza scrupoli, come già alla tratta degli schiavi.

L’immigrazione non ha mai suscitato preclusioni, nei quasi cinquant’anni in cui si è fatta in Italia di massa, fino a costituire un buon decimo della popolazione. C’erano operai africani in Piemonte, in fabbrica, regolarizzati, trent'anni fa. Molti nordafricani erano già imprenditori –nelle lavorazioni pesanti, è vero: la concia a Arzignano, le fonderie. È da due generazioni che molte attività agropecuarie si fanno con gli immigrati, senza nessun razzismo nelle campagne.

Un po’ di verità sull’immigrazione


Alla fine l’unico che ci capisce è Conte, il presidente del consiglio per caso, avvocato di suo, non di prima fascia: sa dov’è l’Africa, di cosa ha bisogno, e di come bisogna regolare e garantire le immigrazioni.
Nessun’altro vede quello che tutti vedono – eccetto l’innominabile Salvini. Le mafie dell’immigrazione, alla partenza, nei trasbordi, negli impieghi in Italia. Nessuno vede le masse di minori che scompaiono dopo l’approdo, per ricongiungimenti familiari a cui gli africani hanno se hanno un’occupazione, per quanto mal retribuita, e un’abitazione ma che i governi europei non vogliono – idiozia? Nessuno vede la masse di giovani irregimentati nelle città come mendicanti, a orario, con cellulare, cioè controllati da un racket. Dopo quello degli ambulanti di merci contraffatte. E dopo la famosa stagione delle ragazze da prostituire, che arrivavano, loro perfino legalmente, con visto di entrata e biglietto aereo.
Ci vogliono accordi con i paesi africani. Bisogna investire in Africa – la Cina lo fa copiosamente, è più intelligente? Bisogna introdurre l’Africa nella globalizzazione, consentirle di vendere, dopo avere prodotto. Bisogna dare visti d’ingresso a chi vuole emigrare, e ha una qualche capacità da offrire, anche le sole braccia.

L’ultima avventura è la sofferenza, degli altri


Si privilegia, nel rapporto con l’Africa, la solidarietà. Che è la perpetuazione del vecchio senso missionario, del buon selvaggio da aiutare. Ora con chiome al vento, molti selfie, il fumo libero. E l’avventura sicura, con biglietto aereo di ritorno.
Si sa, si è detto, calcolato, che il volontariato per l’Africa è più un’occupazione del tempo libero degli europei che un beneficio per gli africani. Una vacanza esotica, con viaggi, convegni, e studi sul nulla. Ma non si può criticare chi, magari in buona fede, preferisce andare in Africa e insegnare agli africani come si fa – che cosa? – piuttosto che lavorare. Cooperare è meglio che non fare niente.
Se non che le buone intenzioni hanno finito per oscurare le cose reali, e danneggiano l’Africa. Inoltre, creano e impongono un linguaggio fatuamente ipocrita, che fa aggio sui problemi effettivi.
Quelli della Sea Watch, che hanno fatto in modo da incastrare Salvini, approdando per l’emergenza a un porto italiano invece che a quello più vicino, possono anche riuscire avventurieri simpatici della solidarietà, canna al labbro e chioma al vento. Ma poi sono bugiardi, che la loro nave, di 650 tonnellate di stazza lorda, con capacità di trasporto di 450 tonnellate, dicono avere un solo water. E gli africani a bordo fanno rivestire di panni sporchi e smorfiare la sofferenza, per la tv dei giudici e i parlamentari in visita, che poi sbarcano allegri. Piccoli travet della solidarietà – “facite ‘a faccia soffferta” direbbe il vecchio manuale napoletano dell’immortale ammuìna..
Lo squallore è tale, in questa presentazione dell’immigrazione, che non si sa da dove cominciare.

Meglio clandestini


Salvini ha chiuso i porti, ma lui stesso scrive poi al “Corriere della sera” che dall’inzio dell’anno,cioè in quattro settimane, ci sono stati 155 sbarchi. Lo stesso giorno lo stesso giornale pubblica i dati dell’Interno sugli sbarchi clandestini di clandestini nel 2018: “341 sbarchi fantasma”, per 5.999 migranti - la burocrazia vuole essere meticolosa.
Ci sono le mafie, e poi ci sono i fai da te. Che vanno dall’Algeria e dalla Tunisia in Sardegna. O dalla Turchia in Calabria e Puglia.  Quello che il ministero non dice è che la Sardegna è tappa per la Francia, lo Ionio per la Germania.
I barchini potrebbero tentare la Corsica, che una volta in Sardegna è facile da raggiungere. Ma Macron fa buona guardia: non è sbruffone ma è feroce.
Quelli dalla Turchia vengono per la Germania. Perché la Germania, che ne ha bisogno, non crea uffici immigrazione in Libano, per i siriani e gli iracheni, se non a Damasco e a Baghdad? Clandestini è più conveniente.
  

L’ecologia dell’accoglienza


Il business dell’accoglienza, 35 euro al giorno per ogni immigrato accudito, un migliaio al mese. Quattro euro al giorno per ogni cane randagio accudito, 120 al mese, poco meno di 1.550 l’anno.
Basta questo per la retorica dell’accoglienza? Basta e avanza.
Buona parte delle strutture si avvantaggia dall’essere in ambito democristiano, se non cattolico in senso proprio, diocesano. Per gli appalti e poi per i pagamenti, per la regolarità. E questo forse spiega la cecità dei vescovi di fronte all’immigrazione.
Ma altrettanto  meglio si potrebbe spendere per un’accoglienza era. Che parta dai diritti dell’immigrato. da un visto di lavoro, da un’occupazione, sia pure prec aria, da una facilitazione abitativa,  dal ricongiungimento familiare in un secondo momento. Quante mamme, filippine o dell’Est Europa, lavorano in Italia otto e dieci ore al giorno, in casa o badanti, che hanno i figli lontani? Solo che bisognerebbe lavorare: imparare qualche legge, sveltire qualche procedura. Operare sul concreto. Invece che sul proprio destino infelice, di misero cooperante, per mille euro al mese.

Le donne al potere, brutte e cattive


Un grottesco sul potere: come i brutti e stupidi comandano, qui al femminile. Ma non si ride. Con masturbazioni, fredde. E misoginia – il vecchio tema delle gelosie di donne, che il filone lgbt privilegia: Olivia Colman, Rachel Weisz, Emma Stone fanno a gara a farsi disprezzare. Saranno Oscar, essendo già beniamine di tutte le critiche e i festival,  ma come da un paio d’anni avviene, che si privilegiano i brutti, sporchi e cattivi.
I personaggi storici – è un film storico – invece sono di rilievo. La regina Anna, al centro della “Gloriosa Rivoluzione” contro suo padre, il re Giacomo II, e la persecuzione dei cattolici. È la prima regina di Gran Bretagna, essendo riuscita a unire la Scozia all’Inghilterra. Legata ai Marlborough perché questi l’avevano protetta quando suo fratello Gugliemo, erede del padre Giacomo, deposto, l’aveva allontanata dalla corte e privata dei beni. Sarah Churchill, sposa di John Churchill duca di Marlborough, qui ridotta a Dominante della regina, con stivali e frustino, era patrona e istitutrice dei Whigs, i progressisti (avrebbe approvato il pronipote Winston Churchill, a capo dei Tories?), al centro della politica a Londra fino alla morte a oltre ottant’anni. Vittima di Swift subito dopo morta come un’intrigante, ma per motivi politici, contro i Whigs - lo stesso farà Winston Churchill nel suo monumentale “Marlborough, his life and times… Horace Walpole la dice cosi avara da evitare di mette il puntino sulle “i”. Thackeray se ne servirà nella “Storia di Henry Osmond”. Perfino Abigail, la cugina di Sarah Churchill cattivissima, calcolatrice, avvelenatrice, ha una personalità. Cugina povera, presa per compassione a servizio da Sarah, e da questa fatta poi cameriera della regina, era comunque cugina del capo dei Tories, Robert Harley. Non è necessario saperlo. Ma, sapendolo, la parodia diventa insopportabile – se è una parodia e non un semplice film antifemminista.  
Il film è basato sulla biografia di Ophelia Field, una specialista di Economia dello Sviluppo alla London School of Eonommics, che attraverso la duchessa di Marlborough si è appassionata alla storia inglese del Sei-Settecento, alla fine degli Stuart. In “The Queen’s Favourite: Sarah Churchill duchess of Marlborough” ha raccolto tutti i materiali disponibili, per lo più gossip, in 600 dense pagine. Dopo il film, a fine 2018, lo ha ripubblicato parzialmente riscritto.  
Yorgos Lanthimos, La favorita

mercoledì 30 gennaio 2019

L’incredibile truffa del Monte dei Paschi


Segna il passo l’inchiesta senese sul Monte dei Paschi, quando invece le colpe sono chiare a tutti e pesanti. Della cattiva gestione già sanzionata, di Mussari, vecchia nomenklatura Pci, ma anche della successiva, fino all’entrata del Tesoro.
L’incredibile storia del Monte dei Paschi non è quella dei sei secoli di continuità, ma della gestione della banca quando si sapeva che era materialmente fallita. Con ben due aumenti di capitale, per otto miliardi di euro, in appena un anno, da giugno 2014 a giugno 2015, accompagnati dal trionfale rimborso dei prestiti del Tesoro e da report lusinghieri, finiti nel nulla. Più un terzo tentato nel 2016 e fortunatamente fallito.
Un furto di risparmio mai visto. Poiché gli amministratori degli aumenti, dopo la chiusura del 2011 con quasi cinque miliardi di perdite, Profumo presidente e Viola amministratore delegato, sapevano che la banca doveva andare in amministrazione straordinaria, non poteva reggersi sui mezzi propri. Una gestione amministrativa che disponesse con criteri oggettivi di debiti e crediti, per appianare la gestione ordinaria.
Si è invece fatto finta di nulla. Cioè si è coperto il disastro, con la complicità evidente, per quanto impensabile, della Banca d’Italia. E forse in obbedienza alla vecchia politica locale, compromissoria - giudici evidentemente compresi. Per diluire il danno si sono rubati otto miliardi, a 40 o 50 mila risparmiatori. Impensabile, ma è avvenuto.

La Cina ci inquina

“La guerra gentile della Cina” la Alberto Bombassei, l’industriale meccanico della Brembo, presidente della Fondazione Italia-Cina, sul “Sole 24 Ore”. In tanti modi, specie l’inquinamento. E in particolare con l’auto elettrica.
Si impone l’auto elettrica perché le case tedesche ci puntano. Perché la Cina andrà a elettrico e il mercato grande dell'auto è la Cina.  Che non si pone problemi di inquinamento, malgrado faccia finta di avere firmato gli impegni di Parigi: ha il quasi monopolio della produzione - inquinante - di batterie, e si propone per il big business del trattamento delle batterie esauste - le batterie durano sette-otto anni.
Ma la Cina inquina, si può dire, anche la politica, nonché i media – con i media è facile, credono a tutto. Il diesel ultima generazione inquina meno, polveri inclusi, dell’ibrido elettrico. Che invece si protegge con finanziamenti pubblici e si vuole imporre. Tassando il diesel.
L’elettrico inquina di più a prescindere dallo smaltimento 

Ombre - 449


Speciale Rai con vecchi spezzoni di Grillo in tv, che nessuno vede. Il flop più flop della storia. Di cui però il direttore di rete che l’ha voluto, Carlo Freccero, si vanta. Questo Freccero è uno che ha fatto carriera come anti-berlusconiano, e quindi portato dal Pd. Ora in quota Grillo: quindi non è cambiato nulla.
Freccero è anche un direttore tv che non ne ha mai azzeccata una, eccetto che quando lavorava per Berlusconi.

“I trafficanti” di esseri umani “gestiscono un grosso giro d’affari”, spiega lo storico Niall Ferguson a Fubini sul “Corriere della sera”, “e cercheranno sempre di passare. Cercano persino di far passare la Manica ai migranti d’inverno, incredibilmente pericoloso”. Non l’avremmo mai saputo dai giornali, il giornalismo è solo “Sea Watch”..

Sul “Mattino” Cristiana Mangani riferisce di riserve della Corte dei conti europea sulle attività “umanitarie”:  “Il business Ong, l’accusa dei giudici Ue: miliardi di sovvenzioni senza trasparenza”. Perché le Ong, oltre che di donazioni liberali, vivono di fondi europei, 11,3 miliardi per il quadriennio 2014-2017. Non rendicontato, o rendicontato artificiosamente. Inoltre non si sa come gli appalti vengono aggiudicati, poiché se ne occupano le Nazioni Unite, che non d anno spiegazioni. L’unico dato certo è che il 45 per cento delle risorse va in retribuzioni interne alle stesse Ong.
Sembrerebbe una notizia, ma la dà solo “Il Mattino” – e “Il Messaggero”, stessa famiglia editoriale.

Pomeriggio di botti come bombe – bombe carta – incendi, falò, a palazzo Vidoni e in corso Rinascimento, davanti al Senato, al centro di Roma, accanto a piazza Navona, per la protesta degli Ncc, i noleggiatori, contro il decreto Semplificazione che si sta preparando e ne limita la proliferazione. Ma per “Il Messaggero” non è successo niente: sul giornale della capitale, che pure ha otto pagine di cronaca cittadina, non se ne parla. C’è il partito anche degli Ncc?

Quota cento è stata subito coperta dai dipendenti pubblici. Non vedono l’ora di scappare, anche che loro, anche a costo di rimettersi buona parte della liquidazione. Anzi, proprio loro che non avrebbero nulla da temere nei cinque o sei anni che gli rimangono per la pensione piena, a 67 anni. Non ne possono più neanche loro della Funzione Pubblica: un martirio per tutti.

La Danimarca costruisce una barriera lungo la frontiera con la Germania. La costruisce per tenere fuori i cinghiali tedeschi. Contro le malattie dei cinghiali tedeschi. Al Nord si pensa sempre bene.

L’auto elettrica inquina più del gasolio di ultima generazione, spiega Alberto Bombassei a Paolo Brico sul “Sole 24 Ore”, ma gli italiani dovranno finanziarla con l’ecobonus deciso dal governo – ben settemila euro a veicolo. Nn solo inquina, ma mette fuori mercato un terzo dell’occcupazione metalmenica legata all’automobile.

Il bail-in per le banche mina la fiducia e crea instabilità, più di quella che dovrebbe risolvere. Lo sanno tutti, e ora anche la Banca d’Italia se ne dice scontenta. Ne è conferma, aggiunge, che in Europa tutti ne sono scontenti, e fanno di tutto per evitarlo. Ma dov’era la Banca d’Italia e gli altri europei, quando loro stessi lo hanno varato, il bestiale bail-in? Sembra una commedia, ma quanti lutti – perché non è vero che il bail-in non è stato applicato.

Negli Stati Uniti, dice sempre la Banca d’Italia, sono state risolte 500 crisi bancarie senza un centesimo pagato dai risparmiatori. Con l’amministrazione controllata o straordinaria, e l’uscita ordinata dal mercato. Semplice. In Europa no perché ci ddevono guadagnare gli avvoloti? Delle banche d’affari e degli esattori degli Npl, i crediti incagliati? Sembra delinquenziale e probabilmente loè , non bisogna pensare i banchieri centrali stupidi.

Ma non è bastata, si lavora ancora al peggio. A “risoluzioni” forzate, caso per caso – l’approccio che chiamano “atomistico”. Per evitare il contagio, dicono: non rimettere la banca in bonis, ma far soffrire risparmiatori, azionisti e obbligazionisti, gli stakeholder, quelli che in qualche modo le sono legati. È pure vero che non c’è limite al peggio, ma chi è questa Europa che ci governa per fregarci?

Il problema maggiore in questa fase delle industrie tedesche e italiane è la scarsezza di manodopera qualificata, secondo i sondaggi europei. Si vede che la disoccupazione giovanile nasce dalla scarsa voglia di lavorare – fatta la tara delle lauree facili e inutili, scienza della comunicazione o scienza della formazione.

L'Italia giovane già vecchia

Riproposto da Aldo Maria Morace, nella collezione tascabile dell’opera omnia di Pirandello, nella versione del 1913. L’ultima, quella che vivente l’autore e da lui licenziata si ritiene normalmente la definitiva, è del 1931. Morace ha optato per quella intermedia come per la più significativa, per l’impianto e le intenzioni dell’autore stesso, nel 1931 essendo la temperie politica non più quella postrisorgimentale fine secolo - “I vecchi e i giovani” è un romanzo politico.
Il romanzo fu scritto nel 1909,  pubblicato in quell’anno a puntate su “Rassegna contemporanea”. Lo stesso testo – questo - uscì in volume mel 1913. È il racconto della delusione del Risorgimento, visto “da sinistra”. Nella Sicilia del Fasci socialisti specialmente sentita. Ma che non salva nessuno: corruzione, concussione, scandali bancari, complotti, in mezzo a scioperi e proteste. I giovani come i vecchi, si sarebbe tentati di dire. Un forte romanzo politico. Genere che in Italia non piace, malgrado Manzoni, ma in Sicilia ha avuto diversi cultori, da De Roberto e Capuana, e in quanche misura anche Verga, fino a Tomasi di Lampedusa e, naturalmente, Sciascia.
Morace ne traccia nell’ampia introduzione l’insorgenza. Il primo abbozzo risale al 1893-96, al racconto “Il vecchio”. Quando Pirandello è tentato dal romanzo, su suggerimento di Capuana. Il tema politico, inusuale per Pirandello, tanto più a quell’età, ancora giovane, insorge secondo Morace dal successo immediate e largo di De Roberto, “I Viceré”, uscito nel 1894. Ma il giovane Pirandello, bisogna dire, non è dissimile dal Pirandello maturo, di due decenni dopo, e di quattro decenni dopo: l’impianto resta stabile. La delusione è sempre acerba sulla politica postrisorgimentale.
Senza polemiche unitarie, pro o contro, l’Italia è come se fosse sempre esistita. Il leghismo di cui Pirandello tiene conto, nel background, è quello socialista, dei Fasci siciliani, dei profittatori e dei perdenti.   
Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani, Oscar, pp. LX+464 € 12

martedì 29 gennaio 2019

Letture - 372

letterautore


Marguerite Duras – Specialista dei ménages a tre e anche a quattro. Nei primi anni del successo, a cavaliere dei trent’anni, durante e dopo la guerra. Negli ultimi tre anni dell’occupazione tedesca di Parigi e nei primi tre della liberazione, anni convulsi, anche personalmente per la scrittrice, di frenetica attività politica. Nel 1950 sarà “processata” ed espulsa dal Pcf, il partito comunista
francese, per condotta immorale. Fu espulsa in realtà perché insofferente allo stalinismo, da ultimo in un articolo scritto per “France Observateur”, poi “La Nouvel Observateur”, il settimanale radicalsocialista. Ma ufficialmente per queste sue relazioni complicate, a tre e a quattro.
Questo aspetto sarà ricostruito da Pierre Péan nella biografia del giovane Mitterrand (“Une jeunesse française: François Mitterrand”, 1994), parlando con alcuni membri del gruppo di Resistenza di
Mitterrand, di cui Duras faceva parte, e con atri testimoni dell’epoca. L’espulsione di Duras avvenne dopo un processo politico in cui l’accusa fu affidata a Henri Lefebvre, allora “filosofo del partito”, allievo dei gesuiti, invano difesa da Edgar Morin. “La mia fiducia nel partito resta intatta”, lei ribatté. Ma anche: “Forse mi trattano da puttana perché non trovano altro”. S’era iscritta nel ‘44 omettendo di dirsi scrittrice, dirà in un’intervista, “perché il Partito non amava gli intellettuali”. Con lei furono espulsi l’ex marito Robet Antelme, e l’ex amante fin dal 1942, quando lei aspettava un figlio da Antelme, poi nato mrto, e ora suo sposo, Dyonis Mascolo, amico di Antelme – tutt’e tre compagni nel gruppo di Mitterrand, e poi nel Pcf.
La relazione è anche al fondo del racconto “Il dolore” della stessa Duras, sull’attesa di Robert Antelme, quando la guerra fu finita, preso dalla Gestapo nel 1944 e internato a Büchenwald, e poi a
Dachau. Dove fu scovato da Mitterrand in persona nel maggio 1945, all’ultimo momento utile, pelle e ossa, abbandonato dagli americani in quarantena perché sospetto di tifo. Antelme sopravvisse – sarà l’autore di “La specie umana”, una testimonianza ancora apprezzata sui campi diconcentramento e sterminio. Accudito da Marguerite e Mascolo nel racconto. Che termina a Bocca di Magra, dove il trio è ospite di Ginetta e Elio Vittorini. Dopo che Marguerite ha annunciato a Robert la decisione di divorziare, e ha risposto no alla sua richiesta di frequentarsi comunque.
Divorzia, dice nel racconto, perché vuole un figlio da Mascolo.
La storia è simile ma diversa in punti sostanziali nel racconto di Péan, in margine alla sua biografia di Mitterrand. Un racconto lungo accompagnato a “Il dolore”, “Il Signor X., detto qui
Pierre Rabier”, è dell’infatuazione che Marguerite corre col francese della Gestapo che ha arrestato Robert. Ha avuto con lui una frequentazione quasi giornaliera, nei grandi locali della tradizione, Fouquet, il Flore, il Deux Magots, ben forniti di tutto, malgrado la guerra, per i tedeschi e i collaborazionisti, quando lo sbarco di Normandia è già avvenuto, con la liberazione della Francia a Nord di Parigi e l’inizio dell’occupazione della Germania – è il giugno-luglio 1944, i tedeschi lasceranno Parigi ad agosto. È stata più di un’infatuazione, raccontano a Péan i vecchi compagni della Resistenza, e ha avuto conseguenze pratiche. “Una
relazione pericolosa e ambigua”, la dice Morin. La cellula non era d’accordo su questa frequentazione, che Duras dice ne “Il dolore” mirata a sapere del destino di Antelme dopo l’arresto, e ad alleviarne se possibile la condizione. A Jean Munier, che è sfuggito prendendo a pugni “Rabieralla retata del’1 giugno, e ne dà testimonianza in M.Duras-F.Mitterrand, “Le bureau de poste de la rue Dupin”, Marguerite avrebbe confidato all’epoca, aprile 1945: “Quasi varcai il Rubicone”. Il “Rabier” del titolo si chiamava Delval, Charles.
C’entra anche la moglie di Delval, che Duras nel racconto dice “insignificante e bella”. Ma con la quale finirà per costituire una sorta di ménage a quattro. Si chiamava Paulette e ha parlato con Péan a lungo di Marguerite, “in termini che non trova abbastanza duri” – anche: “proferisce su Margurite Dura frasi che si posson riferire”. Marguerite l’aveva personalmente  interrogata quando il marito, a settembre 1944, era stato arrestato dal gruppo di Mitterrand. Anche lei era stata fermata. Poi, dopo quindici giorni, il marito era stato consegnato all’autorità giudiziaria. Il processo si fece a dicembre 1945 – Delval sarà giustiziato nella prigione di Fresnes aiprimi di gennaio del 1946.
Duras fu testimone per l’accusa e per la difesa. In questo caso testimoniando che Delval “aveva risparmiato alcuni ebrei che era stato incaricato di arrestare, per  compassione”. Ma intanto Paulette ha avuto e ha una relazione con Mascolo, che ha accompagnato Duras quando questa l’ha sottoposta a interrogatorio. “Feci l’amore con Mascolo per salvare mio marito”, dirà a Péan. Mascolo indirettamente lo conferma a Péan: “Era passionale”. Ma si incontravano regolarmente: per alcuni anni Mascolo si sarebbe diviso tra le due donne – una condizione “eccezionalmente violenta” dice Péan.
Nei quindici giorni di fermo, Paulette fu interrogata due volte: “Tanto Margeuite era cattiva tanto Dyonis era pieno di attenzione”, racconterà a Péan:” Un giorno mi ha portata a rue Richelier, 100”, sede del giornale “Libres”, “e mi ha interrogata da sola a sola, una benda sugli occhi”. Paulette ebbe un figlio da Mascolo a giugno del 1946. È qui che Duras chiede il divorzio a Antelme, perché, scrive ne “Il dolore”, “voglio un figlio da D.(yonis Mascolo)”. Lo avrà nel 1947 – Jean, detto “Outa”. Una sorta di quadrangolo. Paulette attribuisce anche a Marguerite l’esecuzione del marito – cosa che indirettamente Duras ha confermato dieci anni prima, nel racconto allegato a “Il dolore”: “Io a causa della quale lui morirà”. In “Scrivere” dirà: “Non ho mai mentito in un libro. Né nella vita. Eccetto che agli uomini. Mai”.
La vicenda di Antelme, e Delval, è ripresa lungamente nei colloqui che Duras avrà con Mitterrand, nel 1986, per un docufilm – i colloqui sono anche pubblicati, in “Le bureau de poste de la rue Dupin et autres entretiens”. Sia nei colloqui che nell’apparato che accompagna l’edizione a stampa. Presentata da Mazarine Pingeot, la figlia adulterina che Mitterrand ha riconosciuto da adulta. È Marguerite che chiede a Mitterrand di parlarne, per chiarirsi, dice, cose che ha dimenticato o non ricorda bene.
In rue Dupin, sopra la posta, era l’abitazione di Duras e Antelme, dove Robert viene arrestato dalla Gestapo, insieme con la sorella Marie-Louise, cui Mitterand era stato legato,  e che morirà nel lager. In seguito alla delazione di un membro del gruppo, di cui non si fa il nome. Mitterrand si trova all’ufficio postale, capisce che qualcosa non va, telefona su, e poi ritelefona, e Marie-Louise gli risponde sempe più irritata: “Lei ha sbagliato numero”. Si mette in salvo, e avverte gli altri, compresa Marguerite, della retata. Rue Dupin era uno dei tanti alloggi di Mitterand, che li cambiava spesso, da lui ceduto a Marguerite Duras – “dove gli amori si scambiano liberamente”, inneggia Mazarine nell’introduzione.
C’era a Parigi un trio indivisibile, di studi e di vita - che si legherà a Mitterrand: Antelme, Georges Beauchamps e Jean Lagrollet, si ricorda nella conversazione. Lagrollet è il compagno di Marguerite Donnadieu, poi “Duras”. Ma quando, nel 1936, Marguerite incontra Antelme, pare presentatole da Mitterrand, è un colpo di fulmine e il trio si spezza: Lagrollet pesa al suicidio, Beauchamps lo dissuade portandolo in viaggio, Antelme è mortificato - “un essere eccezionale” lo dice Marguerite, che se ne è subito innamorata. Beauchamps sarà poi quelo che organizza il viaggio per salvare Robert a Dachau.
Al primo colloquio della serie “Le bureau de poste” Mitterrand si dice subito reduce da una visita a Antelme, che ha trovato malandato, e in uno stadio avanzato di Alzheimer – morirà quattro anni dopo, subito immortalato da Parigi con l’intitolazione di una strada. Le lodi sono sempre costanti di Antelme. Anche Mascolo, che intanto ha divorziato da lungo tempo da Marguerite, lo ha celebrato, con un biopic, “Autour de Robert Antelme”, per la vecchia strettissima amicizia di gioventù, e per le qualità di scrittore e pensatore di Antelme.
Di Rabier-Delval, del suo processo, Mitterrand ricorda una conversazione salottiera con l’avvocato Floriot, il difensore: “C’era una matta che ha testimoniato prima a favore e poi contro”. E, pur professando fede completa nella giustizia – “non c’è errore giudiziario, la condanna è sempre vera” – ricorda che Delval è stato condannato per appartenenza alla banda Bony-Lafont, di squadristi francesi,  a cui non apparteneva: “Non c’era niente contro di lui nel suo dossier”. Anche se, ricorda Mitterrand nella conversazione, “era l’uomo che conosceva meglio la nostra filiera, era lui che aveva già arrestato quattordici dei nostri amici”, con Robert Antelme. 

Delval, dicono i curatori, aveva da Paulette un figlio di sei anni quando fu fucilato.


Lombardia – Era il giardino d’Italia, nelle ricognizioni degli europei, in tour e non. Di Stendhal in molteplici passi – a complemento della sua identificazione con Milano. Di Shakespeare, che aveva buone letture – e il calabrese Florio di Bagnara per le traduzioni. Ma anche del piemontese Bandello, del padovano  Ruzante.

Scrivere – Si può decidere di non scrivere più – di non scrivere più d’invenzione.  Frederick Forsyth lo decide ora a ottant’anni – “non ho più stimoli”. Philip Roth ha posto la questione a fine 2012, a 79 anni, per “dedicarsi alla vita” – che però è durata poco, fino a pochi mesi fa. Un annuncio analogo aveva fatto Simenon, nel 1972, dopo 72 volumi di romanzi e racconti – morirà nel 1983, dopo lunghi racconti di ricordi e memorie. Hanno invece smesso senza annunciarlo narratori celebri al culmine della fama. Salinger, nel 1965, di 46 anni, si autocancellò dal mondo - ma si scopre ora che scriveva ogni giorno, in ogni luogo, su ogni pezzo di carta: non voleva pubblicare. E.M. Forster dopo il 1928, non ancora cinquantenne, con ancora una quarantina d’anni da vivere, non scrisse più racconti.

Tolstòj decise di non scrivere più nel 1959, di 31 anni – salvo riprendere tre anni dopo (con “Guerra e pace”…).

Siciliano – Torce l’italiano alla lingua d’origine, di origine dell’italiano al tempo della poesia della Scuola Siciliana, a opera di un linguista ligure-trentino? Faremo transitivi gli intransitivi, “scendi il cane”, “esci i soldi”, “siedi il bambino”, come suggerisce il professor Vittorio Coletti, consigliere dell’Accademia della Crusca – che però non ha accolto bene la proposta? L’intransitivo, in effetti, che roba è? 
È la “linea della palma” di Sciascia che sale a occupare anche la linguistica – Coletti è noto lessicografo-linguista?

Shakespeare – Perché non sarebbe veneto – una personificazione in più sulle due o trecento già in essere?Il Venetp ne ha più titolo di tutti, il Bardo ne tratta volentieri, di Verona soprattutto, e di Venezia e Padova. Anzi, lombardo-veneto – quindi con titolo a leghista – avendo parole di elogio anche per Milano e la Lombardia (nella “Bisbetica domata”). Verona, Vicenza e Padova ritornano in cinque delle sue opere. Sergio Persoa, anglista emerito, curatore di un tutto Shakespeare, ripubblica un suo vecchio saggio, “Il Veneto di Shakespeare”, per ricordarlo: “Romeo e Giulietta” naturalmente, e “Otello”, con “I due gentiluomini di Verona”, “Il mercante di Venezia”, “La bisbetica domata”. 

Tedeschi – I tedeschi avevano paura dei tedeschi”, racconta Marguerite Duras in “Il Signor X detto qui Rabier”, uno dei racconti degli ultimi giorni dell’occupazione tedesca a Parigi (nella raccolta “Il Dolore): “Rabier non sapeva a che punto i tedeschi facevano paura alle popolazioni di paesi occupati dai loro eserciti. I tedeschi facevano paura come gli unni, i lupi, i criminali, ma soprattutto i psicotici del crimine. Non ho mai saputo come dirlo, come raccontarlo a quelli che no hanno vissuto quell’epoca,  quella speciale paura”. Rabier, francese volontario della Gestapo, “aveva paura dei suoi colleghi tedeschi”.

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