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sabato 12 gennaio 2008

Un calabrese al comando di Napoli

De Gennaro-San Gennaro, questa è facile. Anche se neppure questa ha fatto ridere i comici, la spazzatura di Napoli è tabù.
De Gennaro-Genova-G8, questa invece ha incontrato subito, è l'unica associazione che infiamma le immaginazioni.
Un Capo della polizia e un generale che ripuliscono la città con l’esercito, questo l’hanno notato solo i corrispondenti stranieri, un po’ inorriditi. È leggendo il “Times” e l’“Herald Tribune” che i giornali italiani, che pure a Napoli dedicano tre e quattro pagine, una ventina di articoli al giorno, se ne sono accorti. È però una novità relativa: il serafico Prodi è un militarista, basta vedere come ha dichiarato guerra alla Romania e come conduce le ostilità contro Veltroni.
Ma che Napoli sia sotto il comando di un calabrese, questa è una novità assoluta. De Gennaro è come tutti i Capi della polizia soprattutto un diplomatico, ma millenni di rancore e il ribaltamento di una confortante consuetudine assicurano sorprese. De Gennaro cioè non ce la farà: il più miserabile napoletano è sempre stato “più” (furbo, violento) del migliore calabrese, superbamente superiore.

Gabetti media, Andrea vice di John Elkann?

Gianluigi Gabetti, l’anziano presidente di Ifil ha presenziato a Roma all’inaugurazione della mostra fotografica sull’Avvocato Agnelli soprattutto per fare opera di mediazione tra i cugini, Andrea Agnelli, figlio di Umberto, e John Elkann, erede designato dell’Avvocato. A ottantaquattro anni, il più vecchio collaboratore di Giovanni Agnelli – mancavano al vernissage i Romiti – gode della fiducia di tutti, ed è sempre del parere che il futuro sia più roseo se le fortune della Famiglia restano unite in Ifil e Fiat. Andrea è insoddisfatto per essere stato escluso da qualsiasi ruolo, anche solo formale, di gestione. Ha tentato la fortuna da solo con un suo fondo d’investimenti a Londra. E con la sorella Anna ha vagheggiato di uscire da Ifil, per restando in Fiat. Gabetti l’avrebbe convinto a non provocare rotture. Ipotizzando per lui un ruolo in Ifil, alla cui presidenza ascenderà fra tre mesi, in sostituzione dello stesso Gabetti, John Elkann che attualmente riveste l’incarico di vice-presidente. L’idea è che Andrea Agnelli assuma la vice-presidenza. Non unica, affiancata da una operativa.

venerdì 11 gennaio 2008

Se Berlusconi riuscisse a fare le elezioni

In poche mosse Romano Prodi è riuscito ad assicurarsi il 2008 e forse anche il 2009. I cercaposto Dini, Di Pietro e Mastella quando si arriva al dunque stanno zitti, la sinistra si accontenta dello sgravio fiscale, forse, tra un anno, sui salari minimi, e Prodi senza fare nulla eternizza la sua striminzita e dissoluta maggioranza. È in questa prospettiva che tra i veltroniani qualcuno comincia a implorare un miracolo da Berlusconi: “Fai le elezioni”. Viste come il fumo ieri, perché darebbero la vittoria alla destra, le elezioni ora servirebbero a consolidare la presa degli ex Ds sul Pd. Gli ultimi attacchi contro Veltroni hanno convinto il suo stato maggiore dell’evidenza: la partita con gli ex della Margherita è solo cominciata. Anzi, con gli ex popolari della Margherita, Rutelli essendo sempre più scopertamente accusato, non solo da Prodi e Parisi, di aver fatto da cavallo di Troia dei Ds. Insomma, l’unica cosa che tiene il Pd è che non ci si può dividere subito dopo essersi uniti con tanti autorevoli auspici. L’animus correntizio non arriva a escludere elezioni suicide.

Papa e Prodi a tenaglia sull'Omo Bono Veltroni

Da un lato il Vaticano scopre gli immigrati a Roma, che sono sfruttati, li fa scoprire dal papa-bambino. Dall’altro Prodi riscopre la legge sull’emittenza tv e quella sul conflitto d’interessi. Al centro il sindaco buono Walter Veltroni, che anche fisicamente sempre più assomiglia all’Omo Bono del signor Buonaventura, si è sentito stringere da una tenaglia alla testa. Tutto è casuale naturalmente, ma tutto converge, tra Vaticano e Palazzo Chigi, su e contro Veltroni. In attesa che il Partito Democratico diventi bianco invece che rosso, al sindaco buono viene tolta qualsiasi tentazione di autonomia: può governare il Pd, ma come vice-Prodi. Nessuna alleanza alternativa, neppure una parvenza di dialogo, anzi nessuna iniziativa, Veltroni potrà fare al più il capo-corrente Dc. Può recalcitrare ma allora deve essere pronto a morire, s’intende metaforicamente, politicamente.

Il tesoretto dei buffi - e di Tremonti

Nell’attesa della Relazione trimestrale di cassa a fine settembre, cui il ministro dell’Economia Padoa Schioppa un po’ ansiosamente rinvia, se ne possono rintracciare i motivi di preoccupazione nella Relazione a fine giugno. Che è rimasta intonsa, benché il Tesoro la tenga in evidenza tra le sua carte. Per l’esotismo, forse – Trimestrale di cassa, che roba è? O perché dice una verità scomoda: il tesoretto è la sommatoria di più tasse e più spese, di tasse aumentate più delle spese evidentemente.
È un tesoretto dei “buffi”, si direbbe a Roma, dei debiti. E tra l’altro è in massima parte merito – o colpa – della finanziaria di Siniscalco e dell’ultima di Tremonti.
Il governo accredita, anche nella Trimestrale di giugno, il notevole incremento delle entrate “all’azione di contrasto all’evasione e all’erosione delle basi imponibili”. Ma la tabella parla chiaro. Il tesoretto si è costituito tra il 2005 e il 2006, quindi col governo di centro destra: le imposte dirette sono aumentate soprattutto fra giugno 2005 e giugno 2006, da 81,7 a 95 miliardi, e di soli cinque miliardi nell’anno successivo, a giugno 2007. Fra il 2005 e il 2006 i maggiori incrementi si sono avuti dai redditi d’impresa (Ires, Sostituiva e Rivalutazione dei beni d’impresa hanno dato 6,2 miliardi in più), dai redditi delle famiglie (più 4,6 miliardi), e dalla voce “Altre”, che comprende addizionali locali, plusvalenze, dividendi, etc. Per le imposte indirette l’aumento è stato analogo nei due anni: da 68,9 a 74 miliardi nel 2005-2007, e a 78,4 miliardi nei dodici mesi successivi. Ma l’Iva ha avuto il suo maggiore incremento da giugno 2005 a giugno 2006, da 43 a 47,3 miliardi, per effetto della ripresa dell’economia, da giugno 2006 a giugno 2007 l’incremento è stato molto minore, a 48,9 miliardi. Il miglioramento delle imposte indirette in questo secondo periodo è dovuto all’incremento generalizzato dei bolli disposto da Visco.
A fine giugno 2006, a un mese e mezzo dalla formazione del governo, il tesoretto è stato gonfiato con uno swap di 2,3 miliardi con il Tesoro (“trasferimenti di conto corrente di Tesoreria"). Il prestito serviva a vantare l’immediato successo della campagna – di stampa – contro l’evasione e l’erosione fiscale?

giovedì 10 gennaio 2008

Rinchiudere la psichiatria

Si moltiplicano le “perizie” psichiatriche sui bambini di quattro e cinque anni nel processo di Tivoli alle streghe di Rignano. Per i soldi, è da presumere, tanto più che altri genitori aderiscono alla società delle vittime, e l’affare si va a ingrossare, ci sono perizie per altri sei mesi. O per apparire sui giornali e nei talk-show. È un autoprocesso a questa scienza, che si fa a Tivoli a opera degli psichiatri, oltre alle solite illegalità dei magistrati. I quali non processano i genitori che facevano i filmini coi bambini sul letto la domenica pomeriggio, ma vogliono a tutti i costi un delitto inesistente per dispiegarvi attorno perquisizioni, requisizioni e, appunto, spreco di “perizie” – mancano solo i Ris di Parma.
Ce n’eravamo dimenticati ma nulla è cambiato nella psichiatria, rispetto a quarant’anni fa. Quando i genitori e i fratelli costrinsero un giovane di venticinque anni al manicomio. Da dove non riuscì a uscire, benché scrivesse a sua difesa e parlasse con calma e con chiarezza, perché molti professori, pagati dalla famiglia e dal tribunale, lo dichiararono pazzo. Per avere intrattenuto una relazione omosessuale, forse – nemmeno questo il processo, che si celebrò per un anno con spreco di “perizie”, accertò. Il caso fu raccontato nel 1969 da Moravia, Eco, Musatti, Ginevra Bompiani, Mario Gozzano, Adolfo Gatti nel collettaneo “Sotto il nome di plagio” (Eco ha ripubblicato il suo testo in “Il costume di casa”, che ancora si trova). Poi si sono voluti i manicomi chiusi. Ma bisognerebbe riaprirli, per gli psichiatri.

mercoledì 9 gennaio 2008

Il miracolo di Tommaso: spese differite e tasse

Si può dire il miracolo di Tommaso, anche se lo presenta l’Istat, che ha solo note positive per il Tesoro di Tommaso Padoa Schioppa e per il governo: il pareggio di bilancio, quasi, nel trimestre solitamente più deludente per la finanza pubblica. In attesa della trimestrale di cassa, l’Istat anticipa che al 30 settembre il pareggio è stato quasi raggiunto. L’Istat non dice come, e i giornali trionfali non se lo chiedono. Sempre in attesa della Trimestrale di cassa, possiamo dirlo analizzando la serie storica che l’Istat acclude al Conto economico trimestrale al 30 settembre. La pressione fiscale è salita al 43,7 per cento del pil: era al 42,7 a settembre 2006, e al 40,6 nel 2005. Abbastanza per pagare una spesa corrente che è in aumento del 3,7 per cento. Un aumento non da poco, considerando che il Conto un anno prima era gravato della notevolissima spesa straordinaria di 16 miliardi per far fronte al rimborso Iva sulle auto. La spesa in conto capitale è invece più che dimezzata: dai 28,2 miliardi del settembre 2006 si scende a 13,2. Non c’è molta virtù in questi conti: più tasse e più spese correnti.
L’aumento delle entrate fiscali il Tesoro attribuisce nelle sue Relazioni di cassa pregresse “all’azione di contrasto all’evasione e all’erosione delle basi imponibili”. Insomma, alla revisione delle fasce di reddito per i negozianti e gli artigiani. Che però in troppi casi è consistita nella tipica azione sbirresca d’imputare al fruttivendolo di Ostia per dodici mesi il suo fatturato di agosto. L’aumento delle tasse è in realtà è composito, di maggiori entrate per la congiuntura economica positiva (imposte dirette, Iva, capital gain e ritenute sui dividendi, contributi sociali), e di più tasse (bolli, accise, addizionali sul reddito – quella dei Comuni è triplicata). Nei dodici mesi a fine settembre le imposte dirette sono passate nella rilevazione Istat da da 45,5 a 51,3 miliardi. Ma per un terzo (v. Relazione di cassa a fine giugno) l’aumento è dell’Ires, e per un terzo dalla voci “Altre”, cioè le addizionali comunali e regionali.
La spesa corrente è peraltro molto compressa dalle spese differite, di cui non si sa l’entità, ma si sa che sono elevate. Solo a Roma, per dare un’idea, l’Ama reclama dalla Regione e dallo Stato 81 milioni di arretrati della tassa sui rifiuti, Agenzia delle Entrate in testa. Molte opere sono ferme perché le fatture non onorate dalle amministrazioni pubbliche sono vecchie di ventiquattro e più mesi. Mentre il monte salari della Pubblica Amministrazione, che l'Istat fa figurare in calo, dovrà assorbire montagne di aumenti pregressi, per i tanti contratti di cui si procrastina il rinnovo. Quanto all’indebitamento netto, che il Conto riduce allo 0,5 per cento del pil, bisognerà aspettare la Notifica dei parametri di Maastricht, che porterà in chiaro le operazioni di swap, che ci sono state, da parte della tesoreria (nella Notifica gli swap sono da considerare debito, mentre nella metodologia dell’Istat sono neutri).

lunedì 7 gennaio 2008

Secondi pensieri (8)

zeulig

Analisi – In senso pratico si può dire palestra di narcisismo. Il narcisismo del narcisismo, per il compiacimento, se non altro, del linguaggio scoperto.

Calvino, Italo - È un giocoliere, represso nell’epoca dell’impegno politico. Il gioco sarà stata la sua unica passione. Era appassionato di giochi semplici: “Il barone rampante è favola che viene dall’araldica (il leone rampante), “Il visconte dimezzato” è la metà di mezzo conte.
È stato uomo di gusti semplici e appetiti regolari. E dopo “La giornata di uno scrutatore”, pubblicazione attardata, dà e vuole dare la sensazione di lavarsi continuamente le mani: per essere stato nel Pci? alla Einaudi?

Cristianesimo – Non è un’etica: questa c’era, e c’è, anche altrove, altrettanto raffinata e irenista, amore del prossimo compreso. Mentre una sola bella donna mette in imbarazzo i poreti, e anche i cardinali. Il Deuteronomio e i Vangeli dicono di scegliere il bene e la vita invece del male e della morte, ma sembra solo ovvio. Non c’è ancora un’etica senza religione, non c’è stato ancora un popolo ateo per tre o quattro generazioni, il tempo di cancellare la memoria del divino, ma questo è un altro discorso: di valori è pieno il mondo, senza costrutto.
Non è escatologico, per la promessa della salvezza in altri mondi. E non è conquistatore: Cristo, che è il suo fondamento, è finito male, tra due ladroni, giustiziato da povera gente, povera di spirito.
È un’istituzione, l’unica durata così tanti secoli, e in quanto tale può attrarre o respingere. Ma soprattutto è Cristo, questa figura unica di Dio con noi. Che molte cose ha detto giuste, come tanti le dicevano all’epoca, e talvolta si è stizzito, non sempre amorevole se non a sorpresa – ridurre Cristo a un uomo buono è un’assurdità.

Dio – Questa curiosa storia che Dio sta lì, con la barba, un Mosé di Michelamngelo un pochino più in alto nella gerarchia, oppure non esiste. Certo che esiste, sennò che ci stiamo a fare? Chi o dichiara morto, Nietzsche per esempio, è per questo motivo: che non esiste più l’uomo, in quanto Nietzsche e in quanto essere umano, rimane la bestia – non dice che Dio non esiste, dice che è esistito ed è morto.

Non è immutabile, anche se si dice il contrario. Se non sotto la specie dell’Eterno Ritorno. È lo “Stesso” di Heidegger, sì. Ma per essere l’Essere sfuggente – in francese si direbbe “du pareil au même”, che però non suona alto, ed è finito a insegna commerciale.
È incredibile quanto rimbalza dacché è stato dichiarato morto. Morto è il Dio della dogmatica, vivissimo è il Dio della filosofia, che fino a ora si era sempre qualificata atea.

Non esiste se non filosoficamente. Si separa fede e scienza, fede e ragione. Ma Popper e Heidegger, arrivati al bordo del nulla, riportano il mistero nella scienza e nella ragione. Rovesciano la prova di Locke (“non ne sapremo mai abbastanza per affermare che Dio non può infondere il sentimento e il pensiero nell’essere chiamato materia”), avendo perduto la fede nella ragione.

È l’apriori di Kant.
Non sarà nella natura ma è nell’anima – l’anima è la natura dell’uomo: Dio è la “natura” dell’anima?
È l’uomo nella natura.

Diritti – Quelli umani si vogliono sostituire a quelli naturali: aborto, eutanasia, procreazione artificiale, clonazione, adozione libera.
A quelli naturali mancano le tre virtù virtù teologali: la carità o compassione, la speranza, la fede. Il desiderio di alleviare le sofferenze di tutti, o di migliorare il mondo. Non si possono opporre ai diritti umani, né questi da considerare da meno dei diritti naturali – la medicina c’è anche in natura, ma bisogna saperla utilizzare.
È però vero che i diritti umani tendono all’annullamento (suicidio): a infrangere cioè la loro stessa natura vincolistica, di paletti e miglioramenti da introdurre nella natura bruta.

Fede – Vi si accede con la ragione, i preliminari sono razionali. Attraverso i quali si esercita la grazia.
È attività razionale più che emotiva (miracolosa-stica). Anche la grazia deve trovare terreno favorevole nella razionalità.

Filosofia – Discende dalla religione, e ad essa riconduce. Dal tentativo – bisogno? – di spiegare la vita e la morte.

È retorica. La buona filosofia è buona retorica. Ha un souci de verité ma non è la verità – l’essere, la sostanza delle cose e delle parole. È una forma espressiva. È parte del linguaggio, una sua sfaccettatura, le altre essendo la poesia, la narrazione, etc., le vecchie arti liberali, con un diverso trivio e quadrivio.

Giallo - È genere democratico. Per gli ambienti, i personaggi e le vicende, morti che non hanno nulla di eroico. Ma soprattutto per l’enfasi che pone sulla giustizia, che è il fondamento dell’uguaglianza. Esplode e s’impone con la democrazia e la domanda di uguaglianza. Più spesso ne dà l’illusione, col giallo alla Christie, con le verbose razionalizzazioni. Da cui le logiche di Eco, di induzioni, deduzioni et sim. Nella sherlockholmesiana e nel noir ne fa invece vedere le tensioni, o l’impossibilità pratica: la giustizia è l’ingiustizia. Il sentimento della giustizia cioè è sconfitto. Non alla Manzoni, o alla Sciascia, non tanto, per l’ambiguità della storia o della provvidenza, ma per le pulsioni invincibilmente perverse degli uomini, e delle donne, e per l’incorreggibile indigenza delle istituzioni. Sciascia immagina il giudice e l’inquirente pensosi, per un’idea della giustizia astratta o magisteriale, da giovane maestro di scuola. Nessuno scrittore vero di giallo-noir si attende nulla dai giudici. Il che ha a che fare con la giustizia – che non è un fatto di tribunali – ma di più con l’enfasi anarchica che sta all’origine della fortuna del genere. È un’uscita di sicurezza.
Non è solo induzione e deduzione. È anche consequentia mirabilis, regola logica che è anche matematica (da distinguere dalla comune conseguenza formale, sintattica o semantica), che rileva la verità di una proposizione dalla sua negazione, dall’inconsistenza della negazione. Era la prova di Dio degli scolastici: la consequentia mirabilis era il modo con cui Dio ha creato dal nulla. Ma più tipico è il caso di Aristotele: un atto, pur essendo singolare, non solo è conoscibile, ma è condizione della stessa conoscenza, poiché nessun ente è, se non in atto e in potenza. È il principio sherlockholmesiano della realtà.
È tipicamente narrazione giocosa, invenzione, sorpresa, seppure nel noir truculenta – com’era prima della linearità psicologica. Anche le passioni vi sono gioco da (de)costruzione.

Giustizia - È per un cristiano non affare di legge ma di coscienza: si è legge a se stessi. È già così nella tradizione di Socrate, cioè di Platone, ma san Giovanni ne fa un precetto nel suo Vangelo, 1, 17: “La legge fu data a Mosè, la verità e la grazia si diffondono con Gesù Cristo”. Per questo la legge è sempre insoddisfacente. Il male del resto è molto più grande dell’illegalità, assassinio compreso: il rapporto è del cinque, forse dieci, per cento rispetto a tutto il male auto-inflitto, a quello della natura, malattia compresa, a quello degli affetti, del lavoro, dell’invidia, della gelosia, dell’avarizia e di ogni altri peccato, e della prepotenza quotidiana, specie di quella dei tutori dell’ordine, che in Italia vogliono essere sbirri.

Ipocondria – È inscalfibile: la mancanza di orgoglio o amor proprio, che oggi si dice autostima, è una corazza dura. Si manifesta fragile, come un bisogno, quasi una supplica, e questo suscita dispobinilità e affetto, ma non è debole. Induce un compiacimento impermeabile a ogni influsso: l’isolamento totale che coltiva è in realtà pienezza di se stessi, anche se rivestita di fragilità e bisogno, che rende impermeabili a ogni evento, influsso, persona.
Non si può voler bene a chi non si vuol bene. L’affetto è destinato a degradarsi, per finire nell’ossessione. L’ipocondriaco è destinato anch’egli a perire, ma dopo aver distrutto numerosi altri, che magari si presumevano più forti, tanto da volerlo aiutare.

Manzoni – È – sarà – il primo scrittore del nulla. È uno storico, nei “Promessi sposi” non c’è alcuna traccia del sacro. Vi è indotto, da padre Angelini e la Morcelliana, e per la trentennale o quarantennale applicazione del Manzoni a qualche inno sacro, applicazione cioè faticosa, ma non c’è nel romanzo. Nemmeno nelle lunghe scene di morte.

Opera - È sempre un capolavoro, in rapporto all’autore e alla vita.

Origini – Determinano l’effettualità della storia, degli accadimenti. Per esserne la causa, o anche soltanto il momento della cristallizzazione di esigenze o desideri: tutto è contenuto nell’origine.
La riprova è nel ritorno alla origini, meccanismo di analisi degli eventi, sia pubblici che privati. La ricostituzione del momento nascente, prima dei passi falsi o delle sedimentazioni corrosive, può spiegare la successiva evoluzione e anche salvarla.

Problemi di base
Che ha pensato Dio quando il suo unico Figlio fu messo in croce?

È cercando che si trova. O si trova quello che si cerca?

Che succede al ristorante quando c’è una rapina o un assassinio, gli avventori devono pagare il conto?

Rapimenti – I figli pagano per i padri. I padri, di solito, per i figli.

Resurrezione – Se si muore tante volte in una vita, altrettante all’evidenza si rinasce. Non ci sarebbe da preoccuparsi, dunque, se non che ogni volta può essere peggio.

Sogno – È quello che si ricorda del sogno. È una ricostruzione. È selettivo più che automatico.

Soprannaturale – È provato dal fatto che c’è. Nel pensiero, certo. In contrasto col realismo circostanziale della logica.

Storia - È di tutti, una battona.
Non ha passioni, il suo cardiogramma è lineare, è piatto e uniforme. Anche negli sconvolgimenti, è un metronomo: il tempo fluisce uguale a se stesso, anche la natura con i suoi cataclismi. Le passioni sono solo umane – e dunque la storia è disumana?

È sempre personale. E la persona è entità mobile, inafferrabile. Anche riflessa nella logica, o filtrata dall’esame di coscienza, resta della realtà dei sogni.

zeulig@gmail.com