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sabato 23 febbraio 2019

Letture - 375

letterautore


Albertine – È la scrittura come riscrittura, la mania di Proust. Esercizio creativo interminato, di sette giorni su sette, e non sei su sette. Della scrittura fine a se stessa, esercizio personale, come i ghirigori che si fissano sul taccuino mentre si conversa, si telefona, si riflette.  Per questo mutevole. Mutevole, nelle sue mille pagine, più che inafferrabile. O allora volutamente inafferrabile, un corpo inerte su cui esercitare la mania riscrittoria. Come persona e come tema: la gelosia. Che è probabilmente stata la passione più divorante dello stesso Proust. Più della stessa pratica sessuale, che Nicole Canet, “Hôtel garnis, garçons de joie, prostitution masculine - Lieux et fantasmes à Paris de 1860 à 1960”, pure documenta estrema, selvaggia. La possessività di Proust, che arriva a sconfinare nel dileggio, compresa l’amata mamma, è nota – “Nelle questioni di cuore Proust conferisce un’importanza nodale all’orgoglio, all’amor proprio e alla fame di potere e di possesso”, Alessandro Piperno.
Proust riscrive in continuazione, dal “Santeuil”, quindi dagli inizi, dal 1895, per trenta anni – “si scrive addosso” si direbbe di altro autore.

Cesare – L’incipit per cui è famoso, “Gallia est omnis divisa in partes tres”, non è di Omero, “Odissea”, 1,22: “Gli Etiopi, che sono divisi in due parti, gli uni verso Iperion al tramonto, gli altri verso il sole nascente”?

Grecità – “Quando l’arte esisteva ancora, ogni canto risuonava per un popolo di re. Erano tutti re, i greci”. Nel suo primo scritto, “Questione di donna”, Georg Groddeck ha, fra i tanti diorami fulminanti, questo sulla civiltà greca. Guerriera-maschile senza faglie. Fino a Pericle, quando Aspasia emerge.
La civiltà è matrilineare, si direbbe con Bachofen. Con questo presupposto probabilmente nel subconscio del futuro psicoanalista, “tanto più sorprendente è che la civiltà greca, su cui si fonda la vita europea,sia pura opera di uomini”. La donna entra nella storia greca tardi: “Pericle è il primo greco da cui ci è tramandata l’influenza della donna”, Aspasia. Che “segna la svolta nella storia dell’umanità”.
La donna emerge al tempo di Pericle, continua Groddeck, per influsso dell’Asia nelle guerre persiane - prima “persino le dee hanno tratti da uomo”. E per effetto delle “terribili guerre civili”, del “calo del numero dei cittadini”. È così che “un modo di giudicare sentimentale subentra alla visione del mondo dura, senz’anima”. Euripide subentra a Eschilo, a Sofocle. E viene Prassitele, con “la malinconica bellezza delle donne”. Mentre nasce, sempre “sotto l’influsso femminile”, il genere del romanzo. Un cambiamento radicale e rapido, al punto che “già Aristofane si vede indotto a scrivere satire sull’emancipazione delle donne”. Si spiana così “la strada per il cristianesimo, la religione dei poveri e degli oppressi, la religione femminile” – “religione nata da una stirpe femminile dell’Asia”.

Lussuria – Peccato desueto, era quello centrale fino a qualche anno fa. “A me pare laudabile, perché noi imitiamo la natura, che è varia”, scriveva Machiavelli della lussuria, dopo una notte con una ninfa, all’amico Vettori. Con le perplessità di rito: “Chi vedesse le nostre lettere, honorando compare, et vedesse le diversità di quelle (le lettere pubbliche, tutte politiche, n.d.C.)... gli parrebbe quelli noi medesimi essere leggieri, incostanti, lascivi, vòlti a cose vane”. Il compare gli aveva scritto risoluto: “Questo mondo non è altro che amore o, per dir più chiaro, foia, né so chosa che dilecti di più, a pen-sarvi e a farlo, che il fottere. E filosofi ogni uomo quanto e’ vuole, che questa è la pura verità”. Dante nel suo catalogo dice la lussuria peccato minore, il più lieve fra quelli d’incontinenza, e anzi l’avvicina all’alto Amore – i peccati erano recenti, la confessione obbligatoria è del 1216.

Marx – Fra i tanti studi che ne hanno proposto e ne propongono un revival per il bicentenario, l’anno scorso, della nascita, ricorrendo al “resto di Marx”, oltre il Diamat o materialismo dialettico, manca una sul gusto della scrittura, su Marx letterato. Che pure sarebbe proficuo. Era superbo, più di qualsiasi altro scrittore. E ironico. Instancabile: per un Witz avrebbe dato “Il Capitale”. In tutti i rapporti, anche familiari, il criterio della verità diventa per lui distacco critico: io e gli altri. È la forma più esasperata di egotismo, limitare alla misantropia, il fastidio dell’umana imperfezione.

L’ironia è il suo lato simpatico, oltre che una grande dote conoscitiva, socratica. Ma è il virus che ne mina la dottrina. Il cristiano si riscatta al confessionale, per quanto ipocrita possa la confessione cristiana essere, il comunista non può pentirsi mai. Pena l’ipocrisia, che è malvagia. Inoltre, ironizzare porta all’insensibilità, non a più conoscenza. Nabokov lo vede in aspetto di “traballante e bisbetico borghese in calzoni a quadretti di epoca vittoriana”, il cui “cupo «Capitale» è figlio dell’insonnia e dell’emicrania”. Ma ne condivide il sarcasmo, con punte snob perfino più acute, anche se non sembra possibile. Come l’altro monopolista Freud, che molta buona psicologia ha oscurato, Marx ha per questo vezzo cassato molto socialismo, alle sue radici: la compassione.

Pci – “Papà era amico di Mario Alicata, spiega Antonio Debenedetti del padre Giacomo, l’illustre critico, a Gnoli sul “Robinson” di “la Repubblica”. Giacomo Debenedetti ebbe un rapporto conflittuale col partito Comunista, che gli negò la cattedra –solo incarichi, lontano da Roma. Ma collaborava a “l’Unità”, organo del Pci. Da cui fu allontanato. Poi si decise di farlo tornare a collaborare, ma, continua Antonio, “l’intenzione di far tornare  Debenedetti a collaborare u bloccata proprio da Alicata”.

Rachilde – Non se ne parla perché il femminismo radicalizza (ridicolizza), come il proprio delle avanguardie, che vanno subito “in fondo” alla novità, nella inversione dei sessi – il maschio che fa la femmina, la femmina che fa il maschio, e situazioni intermedie varie? Ma fonda nei suoi romanzi il Lgbtqi, un cocktail sessuale che finisce nell’indistinto. Sessualmente, Rachilde si compiace del pruriginoso (beh, il pruriginoso di Fine Secolo – fine Ottocento) - ma anche funzionalmente e psicologicamente. Facendo probabile aggio su una situazione di vita vissuta, la sua, della donna dominante nella coppia con La Valette, editori e scrittori.

Saba – “Capace di punte di affetto inarrivabile”, così Antonio Debenedetti nell’intervista con Gnoli  descrive Umberto Saba, il poeta mite, ospite “per vari periodi” in casa del padre, ma “imprevedibile” e “invadente”: “Morfinomane, omosessuale, capriccioso”. E collerico : “Una sera a cena, oltre a mio padre, Saba e me c’erano Bobi Bzlen e Galvano Della Volpe. Improvvisamente Saba cominciò a gridare e inveire contro papà e Bazlen. Si alzò da tavola e agitando il bastone urlò: «Maledetti junghiani!»”. Il motivo dell’escandescenza, appurò Galvano della Volpe alzatosi per rabbonirlo, era qualche problema di psicoanalisi. 

letterautore@antiit.eu

Dante non sapeva di islam più di Brancaleone

Il viaggio di Maometto tra inferno e paradiso viene qui con la traduzione latina a fronte, quella voluta fa Alfonso X il Savio nella seconda metà del Duecento. Così ognuno può vedere che il mi’raj  di Maometto non c’entra nulla con la “Divina Commedia”, anche nel caso, molto ipotetico, che Dante abbia saputo della sua esistenza, forse per sentito dire da Brunetto Latini (ma anche questo è difficile: Asìn Palacios, che ha messo in circolo l’ipotesi del rifacimento, dice Brunetto Latini attivo a Toledo al tempo della traduzione, ambasciatore di Firenze presso il Savio, ma non ne sa di più): un ammasso informe di immagini imaginifiche, accatastato, poco legato e conseguente, l’aldilà è solo meraviglia e spropositi. 
Il saggio di Maria Corti, “Dante e la cultura islamica”, 1999, che la curatrice Anna Longoni recupera per questa edizione, si segnala per le sue pretestuosità. Rileggendolo, solo si pensa che lei stessa, che “ha voluto per prima questa edizione”, in chiave di dialogo con l’islam, si sarebbe ricreduta, passata la sbornia per le fonti arabe – per il “di tutta l’erba un fascio”.
I viaggi nell’aldilà sono un genere narrativo, affollato. E tradizionale: nel cristianesimo se ne censiscono da subito, già nel II secolo, e poi nell’islam. Anche variegato: il “Libro della Scala” non parla delle peccatrici, mentre Ibn Abbas, il prototipo dei mi’raj, ne è pieno. Ma, come è delle apologie, con molti passaggi ricorrenti. L’“interdiscorsività” che Corti introduce è un’ovvietà, categoria non diversa o maggiore del senso o sapienza comune. Si comunica tra lingue e fedi o idee diverse, le nozioni volano, i “prestiti”. E si vive in un contesto, in una tessitura di rapporti. Il che vale – dovrebbe – nei due sensi.
Longoni questo lo sa, e lo dice: “Nei racconti dei viaggi nell’aldilà e delle visioni l’intreccio delle tradizioni ebraiche, cristiane e islamiche è così stretto che risulta difficile stabilire i rapporti fra i testi e individuare l’origine degli elementi che risultano comuni”. Ma l’argomento mantiene in piedi: il tema “Dante islamico” svolge come se i trattatisti e narratori arabi non avessero preso niente dai “viaggi” precedenti, cristiani, pieni già di luce e di angeli, Gabriele, Raffaele, cherubini, del primo o del settimo cielo, del Trono, della morte. Perfino il “Credo” è simile nelle due religioni, da dove vogliamo incominciare?
Pesa anche l’uso esteso dell’arabistica senza entrare nel merito dell’arabistica stessa, degli orientamenti, le ideologie, le “tradizioni”. Specie da parte di Anna Longoni nella estesa introduzione – dove pure si cautela con Louis Massignon, con l’ipotesi poligenetica, essendo questi “viaggi” genere frequentatissimo dal primo evo cristiano, e genere letterario, non canonico, di lbere fantasie e immagini. Largo credito facendo persino alle immagini e l’iconografia arabe, che invece sono carenti – e semmai sono islamiche ma persiane o indiane, civiltà curiosamente non esplorate dall’intertestualità. 
“L’esperienza ludica dantesca” (Corti) - il calco, la citazione mascherata - sarebbe stata possibile (significativa) di un testo popolare, altrimenti è un plagio. Ma il mi’raj  in questione non era testo popolare, non se ne conosce una benché minima diffusione, anche se disponibile in tre lingue – è un testo composito, che “raccoglie e fonde varie narrazioni” (Longoni), fatto tradurre dal Savio in un anno imprecisato, attorno o poco dopo il 1260 (la traduzione francese, dal castigliano, è datata 1264). E Dante non mostra conoscenza dell’islam, non più di Brancaleone.
Quello cristiano è l’unico mondo di Dante – è Maometto che, in viaggio, si confronta con ebrei e cristiani. È una mancanza? Ma è scorretto imputargli un non politicamente corretto all’epoca, di uno che conosceva a fondo l’islam e tuttavia lo danna - tanto meno per nascondere un plagio. Non c’erano due mondi, c’era un solo mondo, all’epoca di Dante e dopo – almeno fino alla “guerra del petrolio” e al khomeinismo. È una mancanza? Ma è scorretto imputargli un non politicamente corretto all’epoca, di uno che conosceva a fondo l’islam e tuttavia lo danna - tanto meno per nascondere un plagio.
“La Spagna di Alfonso X (alla corte del quale si reca in ambasceria Brunetto Latini nel 1260), la Bologna di un frate converso che lascia una copia del ‘Liber Scale’ allo Studium domenicano, la Firenze di Ricoldo da Montecroce, la Verona di Fazio degli Uberti: non può non colpire che i luoghi che in Occidente hanno avuto a che fare con il racconto del mi’raj siano, in vario modo, anche legati alla biografia di Dante”. È l’argomento principe di Anna Longoni. In un thriller funzionerebbe.

A.Longoni (a cura di), Il Libro della Scala di Maometto, Bur, pp. LXXIX + 367 € 13

venerdì 22 febbraio 2019

Non opere ma opere di bene

“Lo stop è ideologico”, dicono gli industriali piemontesi dello stop alla Tav. No, è di sottogoverno e di corruttela, si può dire a Roma, si sa – “gli appalti a noi”. Quello che si vuole – si studia realmente, si programma – è solo rifare gli appalti.
L’unica opera licenziata dai grillini, e anzi da essi patrocinata, è un’opera inutile, lo stadio della Roma. In due anni e mezzo di governo della città. Un’opera inutile, con oneri pubblici per un miliardo, per infrastrutture e urbanizzazione. Con lo scopo acclarato di valorizzare a fini immobiliari un’area depressa, lo stadio è una scusa, lattaccapanni.
Lo stadio è anche la sola cosa per la quale la sindaca Raggi si sia impegnata, per il resto oca giuliva.  Un’opera per la quale già 14 intermediari e immobiliaristi sono in carcere. Compreso il consigliere speciale ad hoc della sindaca Raggi, Lanzalone, fatto confluire sulla capitale appositamente, come mediatore di affari.

Le scienze inutili

Non si contano le “scienze” che si insegnano nelle università, per fabbricare diplomi a nessun uso. Solo alla Sapienza ce ne sono di questi generi – oltre a quelle canoniche, matematiche, fisiche, biologiche, naturali, ambientali:  della formazione, dell’informazione, del turismo, alimentari, informatiche, informatiche della comunicazione digitale, psicologiche, archeologiche, aziendali, economiche, dell’organizzazione, della moda, della moda e del costume, della natura, della prevenzione sanitaria, delle tecniche diagnostiche, dell’esercizio fisico, della cooperazione internazionale, del servizio sociale, linguistiche, letterarie e della traduzione, storiche e storico-religiose, della sostenibilità, della comunicazione visiva e multimediale, dell’editoria e scrittura, della mediazione linguistica e interculturale.
Un business piccolo-grande – di costo unitario ridotto ma moltiplicato per grandi numeri. Ma con effetti deleteri per i giovani e le famiglie, che ci sprecano tempo e soldi, specie i fuori sede. Per titoli i cui effetti sono solo dissolutivi,  sulla mentalità, la capacità e la voglia di fare dei giovani e anche delle famiglie. Per le aspettative irragionevoli: non preparano a niente, se non a sentirsi vittime, passive, inerti. I “bamboccioni” nascono con la moltiplicazione delle “scienze”..

Cronache dell’altro mondo 24

Il recupero crediti e i contingency lawyer, avvocati a percentuale, sono le professioni forensi più diffuse negli Usa, e socialmente rispettate: il collector  e il ricattatore, legalizzati.
Gli Usa si ritirano dallì’Afghanistan dopo una guerra lunga diciassette anni – forse la guerra più lunga della storia (quasi il doppio della guerra di Troia). Perduta. Una “guerra di liberazione” che ha portato alla morte centinaia di migliaia di afghani.
Si studia di quanto l’aggressività è aumentata in America, tra americani, a seguito e a causa dei fallimenti nelle guerre all’estero.
L’amministrazione Trump, che dichiara l’immigrazione illegale un fatto di organizzazioni mafiose, derubrica il relativo reato da penale a civile. In procedimenti lunghi e tortuosi che drenano le risorse dell’agenzia per l’Immigrazione, e annullano l’effetto dissuasivo dei controlli alla frontiera.
Dozzine di università americane a Firenze, luogo di richiamo. Per giovani a cui la città non dice niente, se non come luogo, specie le piazze, le gradinate del duomo, i ponti, per bere la sera, in circolo, e ubriacarsi. Le università americane a Firenze hanno un’assicurazione speciale contro i danni provocati dagli studenti ubriachi.
Un terzo degli americani adulti è obeso. Un altro terzo è sovrappeso.

Il futuro è della donna


Sorge “l’impero bizantino”: piattezza, uniformità, dispotismo. Siamo a fine Ottocento, il pamphlet  è del 1902, ma l’età non conta. “Nella formula magica della «umanità» si irrigidisce la potenza virile degli europei” – “ai confini stanno in agguato gli eredi dell’Europa, russi, cinesi, negri”. Mentre “lotta per emergere la redentrice, la donna”. – “nella donna è l’umanità”, è “la vita”, “la donna è libera, e può liberare”, eccetera.
Un femminista anticipatore, e uno psicoanalista nietzscheano. Anche di formazione, al liceo di Pforta, scuola di fieri reazionari - il padre di Groddeck, Carl Theodor, prussiano d’un pezzo, altro allievo di Pforta, era stato autore di un “De modo democratico, nova insaniae forma”, 1849, la “febbre democratica” come malattia infettiva, una tesi di laurea subito tradotta in tedesco e in francese, negli ambienti di corte e assolutisti (Carl Theodor, fallito in affari, finirà a Berlino medico dei poveri).
Saranno stati i due analisti nietzscheani, Lou Salome insieme con Groddeck, a mettere al centro della ricerca e della terapia la femminilità e la infanzia. Entrambi teorici della donna sesso forte. Entrambi, senza figli, erigendo la perfezione dell’esperienza umana nella maternità.
Groddeck lo fa con leggerezza. In fama di ciarlatano, ma incuriosiva Freud, oltre che divertirlo. Anche lui come il padre reazionario, del genere perfezionista, elitista: “A colui che non ha si dovrebbe prendere quello che ha. La razza umana si rovina, se la miseria si rigenera di continuo” - ma: eliminare la povertà, oppure i poveri? Salvo vederci chiaro nella condizione femminile. Più di tutto un illuminato, uno che procede per lampi. E apodittico, di scrittura ispirata, santone già da giovane. Ma di eccezionale sintesi, specie nei due capitoletti finali, “L’uomo”, “La donna”. Con una notevole digressione sul ribaltamento della civiltà greca al tempo di Pericle e in conseguenza delle guerre persiane, con l’emersione della donna in una civiltà fino ad allora crudamente maschile. Afferma spesso anche interrogandosi, di fronte a prospettive inattese.
In questo suo primo scritto è la donna a schiudere panorami nuovi. In toni che la sorpresa elevano a panegirico: “La donna ci insegnò ad amare. La radice della vita affonda in lei. La donna è come l’albero, che è tutto uno col frutto” – “veste l’ignudo, perché suo figlio sarà ignudo. Ristora l’affamato, perché suo figlio avrà fame. Ristora il povero, perché suo figlio avrà bisogno di aiuto…. Una sacra profondità dorme nella donna, l’amore per l’eternità”. La famiglia, “la culla dei figli”, è “la vita”. Ma la famiglia è la donna, “tutto il futuro è della donna”.
Georg Groddeck, Questione di donna


giovedì 21 febbraio 2019

Ombre - 452


Si legge stupefatti l’inchiesta sul tè di Gabriele Principato per “Cook”, il supplemento del “Corriere della sera”: il nostro tè, specie quello della Cina, “il primo produttore mondiale”, contiene nicotina (antiparassitario non autorizzato) e altri pesticidi, tracce di piombo da combustione del carbone, arsenico, mercurio. Si sono trovate, “in una varietà indiana”, anche tracce di ddt. In virtù del liberismo?

S’inverte la migrazione tra “la Repubblica” e il “Corriere della sera”. Prima era il giornale milanese che provava il rilancio con firme romane, cresciute con Scalfari – Paolo Mieli et al. Ora è il gruppo romano che pesca nelle esperienze del “Corriere della sera”. 

Dei coscritti afghani, militari e di polizia, che gli occidentali da alcuni ani si impegnano a formare, 300 mila effettivi, 45 mila sono stati uccisi dai talebani e dall’Is. Oggi sono indisponibili metà degli effettivi, spiega il comandante della forza multinazionale sul “Corriere della sera”. Un formazione inutile? Un impegno umanitario suicida?

“La Repubblica” commissiona a Claudio Tito, ultimo baluardo Dc nel giornale, l’abominio dei soliti politici (Renzi) che criticano i giudici quando i giudici li perseguono (carcerazione dei genitori di Renzi), e poi, nelle pagine di cronaca, sceglie due casi di cattiva giustizia: la condanna di un imprenditore per tentato omicidio, dopo 91 furti subiti, e la persecuzione di una madre che ha perso la figlia e una nipote in un incidente d’auto da lei non provocato.

Sulla Tav come già sull’Olimpiade a Roma i grillini si oppongono. Con argomenti ridicoli (la Tav eliminerebbe il traffico autostradale….), ma non è questo il punto. Si oppongono ai grandi lavori non gestiti da loro, anche se sono investimenti prevalentemente esteri in Italia a beneficio dell’Italia. Mentre patrocinano lo stadio della Roma e l’Olimpiade invernale Cortina-Milano, anche se questa porta solo inquinamento, e lo stadio è una spesa pubblica, e non di poco, sul miliardo, per la valorizzazione immobiliare dell’area adiacente. Il progetto dei grillini è la corruzione.

La “Bild Zeitung”, il giornale tedesco a sensazione, fa la storia di Derya, una escort di origini turche, con la faccia rifatta, che è stata in Siria con l’Is, ci ha fatto un figlio, ed è tornata in Germania. Che sembra inventata. Ma è tornata col figlio. È tutto così semplice?.

Davvero Grillo va insinuando del suo uomo Di Maio: “Io sono l’unico a conoscere tutte le cose vere della vita di Di Maio. Il sono l’unico in grado di metterlo in difficoltà”? Le cose le conoscono tutti, ma Grillo è un comico così vile?

Sembra incredibile l’ostinazione dei grillini per lo stadio dell’As Roma, un’opera nata nella corruzione, per la quale una dozzina di personaggi sono in carcere. L’unica opera per la quale si impegnano a Roma. La quale ha bisogno di tante opere, ma di altra natura, che Grillo ha voluto annullate.

Si assolve alla Corte penale internazionale dell’Aja l’ex presidente dela Costa d’Avorio Laurent Gbagbo dal’accusa di crimini contro l’umanità: non ne ha commessi. Senza un cenno di scusa.

Gbagbo è assolto dopo otto anni. Arrestato e denunciato dal governo francese. Che lo ha anche fatto catturare dalle sue forze speciali. Il crimine contro l’umanità – colonialismo – è stato in questo caso della Francia. Ma la Corte dell’Aja non se ne cura.

 C’è la recessione ma non si dice. C’è la recessione perché la Germania è in recessione, e questo non si può dire, siamo tutti merkeliani. L’Europa è ripartita molto dopo gli Stati Uniti perché la Germania ci ha imposto l’austerità, e questo si sa, ma non si scrive. E ha esaurito già la spinta, mentre gli Usa vanno di corsa, con o malgrado Trump e il protezionismo. Questo forse non si sa. Ma, perché escono i giornali?

I nevrotici anni di Pansa a sinistra

Pansa confessa la sua rabbia per le vicende che, a ridosso de “Il sangue dei vinti”, 2003, la ricerca sulle vendette seguite alla Liberazione contro i fascisti, lo hanno visto scomunicato come fascista di complemento: “Non sono più stato ritenuto un rosso come credevo di essere, bensì un nero”. E a tutti gli effetti messo all’indice: “Venni aggredito e messo all'indice da parrocchie politiche che prima stravedevano per me e volevano eleggermi in Parlamento”, come indipendente nelle liste del Pci, a Strasburgo.
Ma molto in realtà Pansa parla delle sue vicissitudini di giornalista. Da Grande Firma, con una solida formazione da storico – una poderosissima tesi, oggi si direbbe da dottorato di ricerca, sulla Resistenza nel Monferrato, il suo paese. Delle “parrocchie” dove ha prestato il suo lavoro, prima e dopo la scomunica. Di quelle romane - non si parla de “La Stampa” né del “Giorno” o del “Corriere della sera”. Con un omaggio speciale a Claudio Rinaldi, che lo volle columnist – rubrichista – a “Panorama” e a “L’Espresso”, col “Bestiario”. 
Pansa spiega che “I vinti” non fu una trovata giornalistica, per un successo di scandalo. Con molte pezze d’appoggio. Per la sua tesi, “Guerra partigiana tra Genova e il Po”, era stato invitato dal sindaco di Tortona Mario Silla, un capo partigiano, a occuparsi anche dei vinti. Con quell’invito in mente, a un convegno sulla Resistenza cui partecipavano personaggi di spessore, Ferruccio Parri e gli storici Gabriele De Rosa e Roberto Battaglia, ne fece proposta, da studente infervorato. Fu rimbrottato, ma non da tutti: Parri gli regalò un assegno di 25 mila lire, tipo borsa per i suoi studi. E nel 1969 debuttava da storico proprio con “L’esercito di Salò”, un saggio che fu apprezzato anche a sinistra – dopo varie edizioni ripubblicato come “Il gladio e l’alloro”.. Del resto anche “Guerra partigiana” diventerà un saggio storico per il grande pubblico, oltre 600 pagine, nella collana accademica di storia Laterza, vent’anni fa – cinque prima dello scandalo.
Un racconto di amarezze. Anche semplice nell’argomentazione: Pansa non propone una revisione della storia, solo dice che i “vinti” ci sono stati. Molti anche in buona fede, traditi dall’entusiasmo  e dalla gioventù. Nonché da un certo senso dell’onore – al centro peraltro dell’ultimo Camilleri, come dire di Pci patentato, visto in tv, l’altro ieri. Un racconto amaro.
Uno sfogo. Anche polemico. Ma misurato, se non autocensurato – involontariamente? Nella parte forse più interessante per i lettori, della sua esperienza di giornalista. Vice-direttore senza poteri a “la Repubblica”, se non per un brevissimo periodo nell’estate del 1980 – quando non trovava nessuno da mandare a Bologna per la strage, nessuno dei cronisti e inviati si faceva vivo né rispondeva ai recapiti d’obbligo… Non ricorda come il gruppo lo abbia messo in disparte, a “la Repubblica” dopo “L’Espresso” di Rinaldi, e a “L’Espresso” dopo “la Repubblica”, confinato, quando ancora era nel pieno delle forze, all’elzeviro settimanale del “Bestiario”.
Malgrado la rabbia che esterna, Pansa non dice che fu “messo all’indice” dal gruppo la Repubblica-l’Espresso, che riteneva la sua casa. E che lui in questo gruppo, controllato giuridicamente dalla famiglia De Benedetti, e editorialmente dal Pci e i suoi derivati, è sempre stato considerato un corpo estraneo. Molto prima de “I vinti”, e anzi da subito. Chiamato da Scalfari e apprezzato per la sua enorme e brillante dedizione al lavoro – sul “pezzo” dall’alba. Col titolo, dovendolo strappare al “Corriere della sera”, di vice-direttore. Ma senza mai voce in capitolo, il “gruppo dirigente” - come Scalfari lo chiamava non gradendolo, quasi ne fosse prigioniero – o struttura redazionale in accomandita al Pci, allora coordinata da Veltroni, osteggiandolo come corpo estraneo. Per sospetto non si sapeva bene di che cosa, ma comunque non “in linea”.   
Completa il memoir una scelta delle lettere ricevute a seguito de “I vinti”, di ringraziamento o esecrazione. A completare quello che Pansa vuole “un ritratto del mondo di oggi”, dei “nevrotici anni Duemila”. Da storico mancato probabilmente sapendo, ma non lo dice, che è da cosa che nasce cosa – la faziosità che oggi i bennati esecrano è stata a lungo virtù riverita, con pochi spazi esenti nei settanta e passa anni della Repubblica.

Giampaolo Pansa, Quel fascista di Pansa, Rizzoli, pp. 235, ril. € 20

mercoledì 20 febbraio 2019

Secondi pensieri (377)

zeulig


Alienazione – È in uso nell’accezione marxiana, limitativa: del lavoratore che perde (a cui si ruba) la fatica, il prodotto e il senso della propria fatica. Ma è concetto che Marx deriva da Hegel e da Feuerbach, tradendolo – involgarendolo, come supporto alla lotta di classe. Ma la Entfremdung e la Entäusserung originarie sono bizzarrie. Per Hegel è il modo logico della vita dello Spirito, quando lo Spirito “si aliena” nel mondo, cioè vi si disperde-perde. Per Feuerbach è la trasposizione celeste delle speranze terrene.

Comunità – È originariamente economica, sul nocciolo duro parentale. Ne fa la sintesi Max Weber presentando i suoi due saggi sulla Borsa valori nella “Gōttinger Arbeiterbibliothek”, 1984-1896: “L’individuo abbandonato a se stesso non è mai stato capace di sfidare la natura”. L’individuo non può vivere isolato: “Non fosse che per la semplice sopravvivenza, è da sempre dipeso da una comunità, come il bambino dipende dal seno della madre”. In questa duplice funzione, madre-figlio, unitaria-aperta, la comunità è un modulo che integra anche gli esterni, e perfino i nemici – oggi potenzialmente sul fondamento di leggi.

Dio – Viene di necessità, prima che di auspicio – è l’argomento del “Liber Nimrod”, l’astronomo, poiché niente nell’universo visibile può esistere a se, di per sé - per quanti sforzi faccia, si può aggiungere, il costosissimo titanesco impianto del Cern, dell’infinitamente piccolo.

Marx – Pochi tardivi contributi al bicentenario della nascita, ma centrati su un “altro Marx”: l’uomo, il politico appassionato, fazioso, l’organizzatore. Il “giovane Marx” del film – dell’unico film, non di rilevanza – oppure il politicante. Filosoficamente poco o nulla “marxiano”, non nel senso del Diamat, il materialismo dialettico sovietico, da Bukharin a Lenin e Stalin. Valga Giuseppe Vacca per tutti, a lungo presidente dell’Istituto Gramsci, e quindi custode dell’ortodossia, il quale lamenta “il «filosofeggiare»” che si è fatto “sul pensiero marxiano ignorandone l’interazione con la biografia”. E anzi trascurando il “Capitale” per immergerlo negli inediti giovanili: “Pretendendo “la restituzione degli affetti domestici, delle incredibili sofferenze procurategli dai malanni, e dagli stenti, la memoria delle tragedie familiari”. Questo è esagerato, Marx privato era  uno godereccio che se le concedeva tutte. Uomo sempre di spirito nella corrispondenza pur quasi quotidiana con Engels. E uno che non si privava di una buona birra, o della caccia alle gonne. Dalla servetta di casa, Lennchen, alla quale fece un figlio, a una ragazza Bismarck che corteggiò, o s’immaginò di corteggiare, e altre principesse giovani.
Né si può evitare di imputargli il materialismo. Al cui gioco vince il capitale, quintessenza della materia. La potenza divorante del denaro avrebbe potuto vincerla con una mossa destabilizzante, non con una accrescitiva, o in una inutile (perdente) gara. Non è sbagliato attribuirgli la celebrazione massima della borghesia. Il caso della Cina, massimo paese comunista e massima potenza capitalista e imperialista, militare e finanziaria (“la via della Seta”), non è necessariamente mostruoso.
Ma Vacca ha ragione quando dà ragione a Marcello Musto,  il marxiologo dell’ultimo decennio, che pure ha esordito con un “Karl Marx’s Grundrisse”, anche lui. Che nella sua biografia del Marx ultimo, “Karl Marx. Biografia intellettuale e politica (1857-1883)”, nell’originale tedesco “Il tardo Karl Marx”, ipotizza che “tra i classici del pensiero economico e filosofico, Marx sia quello il cui profilo è maggiormente mutato nel corso degli ultimi anni”. Non per molti, ma mutato lo è senz’altro.
Questo sito nel suo piccolo ne faceva stato in una serie di post.
Il 13 dicembre 2014:
“Fra le cose che Lucio Colletti ha capito al momento dell’abiura, uscendo dall’ermeneutica dei funzionari del Pci, è che “Il Capitale” aveva un sottotitolo, “Critica dell’economia politica”. Lo ha sempre avuto, ma Lenin aveva detto che bisognava leggere “Critica dell’economia politica borghese”. Non aveva torto, Marx critica l’economia politica come scienza in sé borghese, cioè contabilistica. Molto rivoluzionario, ma è von Hayek, meno palloso. Il feticismo delle merci, l’alienazione nella vita e nel lavoro, questo lo eccitava, la condizione umana, è tutta qui la teoria del valore. Il plusvalore è la “realtà capovolta” rispetto agli elementi originari della produzione, la terra, il capitale, il lavoro, ma è realtà non disprezzabile, se non invenzione miracolosa. Quanto al popolo, non è a Marx, è all’intellettuale che piace, creatura del romanticismo fumoso, che pensa di farsene guida – la volontà del popolo. Gramsci lo sapeva: “In Italia il marxismo è stato studiato più dagli intellettuali borghesi, per snaturarlo e rivolgerlo ad uso della politica borghese, che dai rivoluzionari”.
“Marx sarà stato grande in questo, che ne rideva, già in anticipo – su Lenin, e Colletti con Togliatti. Ma, Croce ha ragione, “Marx non tanto capovolge la filosofia hegeliana quanto la filosofia in genere, ogni sorta di filosofia, e il filosofare soppianta con l’attività pratica”. Che, se si sta in pantofole, non è attiva né pratica. Patrizi e plebei si diceva a Roma dei primogeniti e i cadetti della stessa famiglia, i privilegiati e i non, ma tutti erano aristocratici, ne avevano lo spirito. Marx ne è parte, patrizio o plebeo che si voglia, non è invidioso, non cattivo: non è schiavo ma libero. La sua democrazia fa grande, universale, ciò che a Roma era circoscritto. Ma il resto della storia non è onorevole”.
Il 26 novembre 2014:
Avrebbe riso del Diamat, una cosetta scientista, positivista, e del sistema moscovita della proprietà statale dei mezzi di produzione, o del partito unico, una forma come un’altra di dittatura? È possibile: Marx non ne ha colpa. Lui il suo lavoro l’aveva completato, chiedendo di abbattere lo Stato. Non si può fargli colpa di Stalin, che non lo realizzò ma l’affossò: la rivoluzione che doveva eliminare lo Stato ribaltò nello Stato totalitario, per primi liquidando i comunisti.
………
“E tuttavia dopo Marx più nulla, una voragine si è aperta che non si colma. Anche lo Stato delle multinazionali sa di rieccolo: il previsto mercato mondiale, l’imperialismo puro. A opera del più forte di tutti i forti, gli Usa. Nel nome del mercato, di cui Marx fu secondo scopritore. Dopo Frances Hutcheson, che “la maggiore felicità per il maggior numero” teorizzò, e i suoi discepoli Hume e Smith – benché con alcuni paletti, pochi, nei punti sensibili. L’imperialismo di mercato è molto democratico, la Coca Cola potendosi bere nel Congo equatoriale. È pure bello: Hutcheson ha impostato l’estetica come disciplina, vanta anche questa primizia”.
Il 10 novembre 2014:
Il problema con Marx è che voleva eliminare il proletariato. Mentre si lotta  invece per farlo trionfare. Il proletariato, i servi cioè retribuiti. Per forza che Marx è morto. Uno che peraltro per primo non credeva alle “leggi” dell’economia, che sapeva falsate da autodidatta, e della storia. E la vita spese a costituire la sua fazione, contro ogni altro socialista e comunista prima che contro la polizia segreta prussiana.
“Sapeva riconoscere un nemico, questo sì. Per questo eresse un monumento al capitale, con la proposta di arrestare la storia e la filosofia, l’impercettibile ma costante mutamento attraverso cui l’uomo esce dalla sua pelle, con gli amori, il lavoro, la generazione, la convivialità, nell’arte, canti, balli, racconti, silenzi, e negli elementi, la terra, il legno, la pietra, il ferro. Non bisogna equivocare sul Marx borghese, non c’è infamia nel volere il pianoforte per le figlie. Il rifiuto del ruolo, per l’uguaglianza del merito e una vita da vivere a ogni istante, non è la realtà o la contemporaneità, e non è Europa, semmai è America. Tutti nel mondo che Marx conosceva volevano, vorrebbero, una moglie nobile, la casa in Toscana o in Provenza, con contadino, da guardare da lontano come il vecchio feudatario, e i ricevimenti del Gattopardo coi gelati squagliati, il rifiuto della buona borghesia è assillo borghese, un’ideologia.
“Si fa presto a dire Marx, ma che rivoluzione ha organizzato, che partito, a parte la rissosa Prima Internazionale, che sindacato? Bisognerà aspettare Lenin per avere una rivoluzione marxista, di borghesi cioè con la classe operaia. I libri e le sue innumerevoli lettere sono frammenti. Il cui filo non può essere la struttura, cioè il potere secondo il Diamat: il lavoro produttivo è sovrastrutturale, un qualsiasi esperto di mercato lo sa. Altrimenti è un comunismo da schiavi: non può “realizzare l’uomo” se elimina ogni spazio comune. Ed è la verità della sua prima rivoluzione, in Russia, paese di servi, e non in Germania, dove c’era la più vasta e organizzata classe operaia e il contesto era maturo, per la crisi del nazionalismo, dell’economia e dell’imperialismo. I lavoratori tedeschi vollero anzi ridare ai borghesi il potere che la guerra perduta aveva loro sottratto. L’astronomo olandese Pannekoek - che ne sapeva più di Lenin, disse lo stesso Lenin - scoprì subito pure perché: in una società integrata, che viene da lontano, egemonie e sudditanze si legano per molti fili, culturali, storici, tribali. Non maturano solo i processi produttivi, di più ma-turano e anzi induriscono le ideologie, e si dovrebbe dire le psicologie”.
Il 12 novembre 2014:
“È un liberale? È ipotesi non del tutto arbitraria – tra le tante che si opinano per tenerlo in vita. Già Keynes - a sua volta oggetto del ricorrente quesito: è un liberale= – lo collocava nel liberismo:
“La scuola di Manchester e il marxismo derivano entrambi in ultima analisi da Ricardo, conclusione solo a prima vista sorprendente”. Da Ricardo che più di Adam Smith è il cardine teorico del liberismo. Keynes Lo scrive nella prefazione all’edizione tedesca della “Teoria generale”, nel 1936, e si può ritenere l’accostamento una petizione di benevolenza presso gli economisti tedeschi all’ora del totalitarismo antisovietico, ma non è sorprendente, in questo Keynes ha ragione.
“Il primo antimarxista, anzi, si può dire lui stesso. Che dà una garanzia che è poco più di una metafora: ogni società, dice con Hegel, contiene in germe le epoche successive come ogni organismo vivente porta i semi dei suoi discendenti. Ma questa gracilità Marx condivide con tutti i filosofi.
“È liberale, invece, con più sostanza. Non anarchico, qual è il liberale coerente: costituzionale. Da qui il catechismo volgare. Per abbattere lo Stato e i padroni ci vuole la rivoluzione. E la rivoluzione è solo della classe operaia, che è libera dall’ideologia, di servitù e violenza. Oc-corre dunque essere operai. Mentre da tempo la classe operaia si libera da se stessa, non vuole essere più operaia. La rivoluzione è allora antimarxista. O non sarà Marx un catechista, se kat-echon è ciò che arresta? Un teologo che si rifiuta? L’asceta che ribalta l’ascetismo, il rifiuto del mondo, in odio di classe, cioè nella conquista del mondo.
““Una meravigliosa illusione fa sì che l’alto volo della speranza si leghi sempre all’idea del salire, senza riflettere che, per quanto si salga, si deve pur ricadere, per porre piede forse in un altro mondo”, questo diceva Kant, che era alto un metro e mezzo. Sì, Marx è Sorel, che anche lui diceva come Keynes, “l’economia marxiana è manchesteriana”, con proprietà, mercato e profitti. Solo che, come Machiavelli, mette piede ricadendo sul mondo di prima – gli uomini più interessati che cattivi sono nel “Principe”.
“Marx sarà stato l’ultimo dono dell’Europa al mondo. Heidegger, Freud, Nietzsche stesso sono dei maghi, Marx invece no, e questo è rassicurante. Confinato al sovietismo, la vecchia agiografia, lui critico impietoso, se n’era caricato i riti, inclusi i miracoli. Da ragazzo c’era portato, che diciassettenne scrisse di Augusto, in latino: “Un capo assoluto e non la libera repubblica fu capace di dare al popolo la libertà”. La chiesa sovietica non poteva che farne il profeta di Lenin, ogni messia ha un precursore. Ma era di Lenin il partito chiesa, che non lascia scampo.
L’abbandono dell’analisi per l’ideologia, della critica dell’economia politica per la mistica della rivoluzione è di Lunačarskij e Bogdanov, comprimari di Lenin. La religione è leninista. È Lenin che ha dato alla politica il primato sull’economia e la struttura, Lenin è il primo antimarxista. Lenin il sarmata, che il comunismo ha trascinato fuori dalla tradizione occidentale del dubbio. L’azione politica di Marx ha tramutato nella fabbricazione della storia. Il marxismo come fabbrica, Marx ancora ne riderà”.
Il 6 novembre 2014
“Fu giornalista, dopo rapidi studi di dottrina dello Stato, filosofia e storia, senza dottorato, anche se pretenderà di rovesciare Hegel. Engels lo paragona a Darwin. Ma è a Spencer che somiglia: la lotta di classe come il darwinismo sociale, la sopravvivenza del più forte. L’economia o l’interesse non spiega l’uomo, nemmeno l’uomo corporale, senz’anima, e neppure l’odio, non spiega la guerra, né l’ilare tragedia dell’amore, il sacrificio di sé, la procreazione, incluso dell’impresa economica, il piacere. Marx che si vuole critico è astratto, irrealistico. Entusiasma ma è sterile. Solo produce odi improduttivi, della perfida Albione, degli yankee, dei padroni, di chi possiede di più. Se c’è qualcuno che sa, con cognizione di causa, che il mercato è incontrollabile è lui - con più cognizione di causa di Smith. La filosofia della prassi è certo novità eccezionale, ma il suo inveramento avviene in Dostoevskij, o in Gide volendo essere beneducati, e Heidegger.
“Sarà stato una promessa filosofica a ventisette anni, poi per altri quaranta un giornalista e agitatore politico. Non era facile, il valore economico è recente, fino a Hobbes non c’era un’assiologia dei beni. E a Marx si è fermato: non c’è una teoria del valore successiva, del valore come lavoro – in italiano è perfino anagrammatica. I suoi critici capitalisti ne ricalcano i fondamentali. Ma la critica del capitalismo è reazionaria: i reazionari prima di Marx, e con più veemenza, criticano il capitalismo, il mercato dei soldi”.
Il 2 novembre 2014:
“È un liberale? Non è uno sberleffo dei suoi nemici ma un’avocazione degli appassionati e reduci del comunismo. Di un comunismo vittima esso stesso dell’ideologia dominante del libero mercato? Non sempre. Spesso ha ritrovamenti e radici culturali. Mario Alighiero Manacorda, il pedagogista morto un anno fa in tarda età, nell’ultima sua rivendicazione, “Perché non posso non dirmi comunista”, mette in campo anche Croce: “Davvero Marx ha opposto il comunismo alla tradizione moderna del liberalismo e della democrazia borghese? In realtà anche Croce sapeva che «l’estensore del Manifesto dei comunisti…nell’affrettar con l’opera e coi voti la fine della borghesia usciva in un grandioso e caloroso elogio dell’opera compiuta dalla borghesia»”. Di suo aggiungendo: “Tanto per cominciare, e tanto per la cronaca, Marx ha una formazione liberale”, il suo primo articolo, nel 1842, è contro la censura per la libertà di stampa. Più “in generale, il comunismo nasce, in sede teorica, sulle esigenze poste dalle ideologie liberali e democratiche”.
Manacorda spiega che “in Marx l’opposizione è tra comunismo e liberismo”, in quanto “ideologia dell’appropriazione privata dei mezzi di produzione collettivi, non è certo tra comunismo e liberalismo”. Ma se avesse aspettato ancora un po’?”
E il 7 febbraio 2014:
“Si moltiplicano in Germania gli studi sulla sua formazione, che ne collegano alcuni concetti chiave, per esempio il feticismo della merce, alle sue letture giovanili, di autori poi trascurati, il filosofo Jacobi, lo scrittore satirico Jean Paul. Quest’ultimo coniava il “feticismo” della merce, cui intitola un capitoletto del suo libello contro il soggettivismo di Fichte, “Clavis fichtiana seu leibgeberiana”, con l’esempio di un “feudatario”-demiurgo cui questa interpellazione andava rivolta: “Come deus majorum gentium, tu sei il padre del tuo bisnonno e dell’intero albero genealogico, e anche la classe produttrice è un tuo prodotto”.
“La “legge” marxista del dominio della cosa – il denaro – era l’evoluzione naturale dello scientismo positivista, della religione laica, e lo è diventata col crollo del Muro. Cioè, contro i mattoni del Diamat, il “materialismo dialettico” sovietico””.

Nichilismo – Tentando una teoria del desiderio, Leopardi conclude: “Tutto è male. Tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che il male” (“Pensieri”, 4174). E l’uomo in tutto questo, Leopardi e gli altri?
È affermazione di forti personalità. Di necessità incoerenti. E non per un rifiuto della coerenza in senso temporale, ma dell’argomentazione stessa, della sua ratio.

zeulig@antiit.eu

Il piacere redime più di una confessione mal fatta

È stata, anche, la ragazza di Quasimodo - “che mi tradiva, seppure solo a voce, con alter donne”, parlava solo di sé, e le dava “laute mance”. La poetessa Merini prima dell’internamento amava molto i poeti. Soprattutto Manganelli. Ma a Quasimodo rimase affezionata, lo difende ancora nelle  ultime pagine. E non fa mancare “L’anima di Manganelli”, già di altre raccolte: “Il monarca degli dei” che di più resta nel cuore di Alda, meritandosi una commediola in versi. C’è Vivian Lamarque, “preziosa fatina dei nostri giorni”.
Una professione sempre di fede povera, diretta: “Il cuore è sempre pronto a salire sul tram del desiderio”. Da anti-freudiana semplice: “Il piacere redime più di una confessione mal fatta, o fatta senza volontà di convertirsi”. E molta amarezza. L’internamento “preferito al divorzio condannato dalla chiesa”, e “senza costi”. Da parte di un marito che se ne sbarazzava così a buon mercato. Azionato dai “comunisti”, da “cretini braccianti che abitavano su Naviglio, da parenti analfabeti di mio marito che diede loro retta per tenere alto il linguaggio del lavoratore”.
Una delle prime uscite di Merini rinata vent’anni fa, riscoperta e aiutata da Benedetta Centovalli. Con riprese di testi variamente dispersi.
Alda Merini, Lettere a un racconto, Bur, pp. 142 € 11

martedì 19 febbraio 2019

Presenze

Le assenze non sempre sono una mancanza, talvolta sono anzi presenze. E viceversa, alcune presenze sono assenze.

La Borsa è necessaria al lavoratore

Come la Borsa è necessaria a tutti e anche ai lavoratori – contadini, artigiani, operai. Un secolo prima che la Banca d’Italia di Carli scoprisse che il debito è – era – la rendita degi italiani, operai inclusi. Max Weber lo spiega ai sindacalisti e ai lavoratori tedeschi attraverso la “Gōttinger Arbeitbibliothek”, una pubblicazione collegata all’editrice socialdemocratica Berliner Arbeiterbibliothek di Friedrich Naumann, di Weber grande amico. Lo fa in due tornate, nel 1894 e nel 1896, mentre si discuteva una legge restrittiva delle operazioni di Borsa, dopo una serie di crisi e malversazioni finanziarie che avevano fatto scandalo attorno al 1890. I due testi Weber sono stati riuniti, sotto il titolo “La Borsa”, ne 1924, negli “Scritti di Sociologia e politica sociale” raccolti e pubblicati dalla vedova Marianne.
Non è la sola sorpresa. La Borsa è anche meglio oligopolistica, argomenta Weber in chiusura del primo saggio. Organizzata attorno a un nucleo ristretto e controllato di agenti, come a Londra e a Parigi, la sola struttura in grado di controllarne la solvibilità, con i propri probiviri, e di escludere o sanzionare per tempo gli avventurieri.  La Borsa di Amburgo, dove ognuno può “entrare”, vale solo per quella comunità di affari, antica e stabilizzata, quindi in grado di assorbire (controllare indirettamente) ogni nuova entrata.   
Didascalico, preciso, utile ancora oggi, malgrado la finanziarizzazione dell’economia – i fondamentali restano uguali. Senza dissipare l’aura di sortilegio che attornia le transazioni a termine, o a premio, i riporti, le opzioni. Per il ruolo, a prima vista incomprensibile, delle transazioni a termine e allo scoperto a fini di stabilizzazione della speculazione. La Borsa è uno dei fatti politici ed economici al centro dell’interesse del giovane Weber, già famoso per l’inchiesta sui lavoratori agricoli all’Est dell’Elba, ma ancora incerto sulla carriera da intraprendere, se da accademico o da politico.
Il punto di vista è originale: la Borsa è necessaria, allo stesso lavoro. In dissenso col vasto schieramento contro la speculazione finanziaria, che vedeva gli Juncker arciconservatori sullo stesso fronte col sindacato e con i Cristiano-sociali. Con poche divagazioni da grande storico delle religioni, della società, della politica. Sul debito:  “Un tempo, il prestito a interesse era segno di asservimento. «Tra fratelli» non si prestava a interesse”. Sul debito pubblico, che è necessario e anche giusto per finanziare opere che durano nel tempo, come le ferrovie, ma è “diverso, ed è di cattiva gestione finanziaria che si tratta, quando uno Stato s’indebita continuamente per bisogni che si rinnovano incessanti, per esempio per pagare i funzionari e le forze armate”.
Da ultimo una constatazione che si dimentica, sui mercati finanziari come forma e veicolo della potenza, economica e politica: “Il rafforzamento delle posizioni di potenza delle Borse nazionali in rapporto alle Borse straniere, a cui contribuisce incontestabilmente la pratica dei mercati a termine, implica anche un miglioramento considerevole della posizione di potenza finanziaria, e dunque politica, dello Stato nazionale. Politicamente, non è indifferente che sia la Borsa di Berlino o la Borsa di Parigi a offrire alle potenze prive di mezzi finanziari, come l’Italia e la Russia per esempio, le migliori possibilità di collocare le loro obbligazioni”. Il mercato dei capitali è essenziale nelle strategie di potenza, qui non c’è “disarmo unilaterale”: “Finché le nazioni perseguiranno la lotta economica inesorabile e ineluttabile per la loro esistenza nazionale e la potenza economica, anche se può darsi che vivano in pace sul terreno militare, la realizzazione di esigenze puramente teorico-morali resterà strettamente limitata se ci si rende conto che anche sul terreno economico è impossibile procedere a un disarmo unilaterale”. Detto altrimenti: “Una Borsa forte non può essere un club di ‘cultura etica’e i capitali delle grandi banche non sono ‘istituzioni di beneficenza’ più di quanto lo sono i fucili e i cannoni”.
Un picco manuale, anche, di storia finanziaria, col diverso funzionamento delle Borse, a Londra, a New York, a Parigi e, in Germania, a Amburgo e nella prussiana Berlino. Fuori catalogo in Italia dopo la prima traduzione, nel 1985, è riproposto regolarmente in Francia, e più dopo la crisi bancaria del 2008. Quale base per la “modellizzazione dei rischi” che fu tentata, e fu in voga, a fine Novecento.

Max Weber La Bourse, Allia, pp. 151 € 7,50


lunedì 18 febbraio 2019

Problemi di base capitali - 473

spock

Perché Grillo, che è genovese, vuole lo stadio della Roma, assolutamente?

Perché per Grillo e Raggi l’unica opera pubblica di cui Roma ha bisogno è lo stadio della Roma?

Perché lo stadio della Roma è un’opera pubblica, al costo di un miliardo, tra linea metro, ponte, e urbanizzazione?

Non ci sono giudici per Grillo e Raggi?

E la volta che all’Atac in fiamme non si apriranno le porte?

Quanto spende l’Ama per non fare la raccolta dei rifiuti?

Com’è possibile che Raggi faccia l’oca giuliva, non c’è un impeachment per i sindaci?


“C’era una volta Andreotti”, titola il suo libro Massimo Franco): perché, ora non più?

spock@antiit.eu

Rifiuti urbani

A piazza Sant’Eustachio a Roma, all’angolo del famoso caffè, coi tavolini in piazza tutti presi dai turisti, è una bella giornata quasi primaverile, un mezzo dell’Ama svuota i bidoncini della differenziata. L’operatore sta arpionando il bidoncino dell’indifferenziata, che solleva con stridori, e poi rovescia malamente, vuoi per incuria, vuoi per errore, vuoi per malfunzionamento: invece che dentro l’autocompattatore, i sacchetti dei rifiuti si sversano numerosi per strada.
L’operatore non li raccoglie.
Nessuno protesta, né del bar né del ristorante di fronte.
I turisti ai tavolini non se ne accorgono nemmeno, non ci fanno caso.

La preghiera di uno stoico

Contro il gossip accademico, l’autobiografismo, il frammentismo (“io l’avrei fatto meglio”), il “frenetico consumo”, gli scienziati da talk-show, e “quelli che si rifanno alle scimmie”.Tardigrado più che conservatore, come lo ricorda Hannah Arendt, sua tarda conoscente (“Remembering W.H.Auden”, in “The New Yorker”, 20 gennaio 1975), ex rivoltoso in gioventù a Berlino che si è fatto con gli anni buon cristiano, Auden osserva partecipe un mondo che spesso non gli piace – parliamo dgli anni a cavaliere del 1970, quando questi brevi componimenti furono pubblicati.  Annotazioni più che poemi, inserite nelle raccolte che veniva pubblicando, in  sezioni separate – qui sono inserite le sezioni “Marginalia”, 1965-68, “Shorts II”, 1969-1971, e “Shorts”, 1972-1873. Immagini, impressioni, sensazioni disseminate all’insegna delle “brevi” – brevi di cronaca, eccetera Nello spirito dello haikù, la meraviglia dell’ordinario, in forme libere – “i suoi pensieri vagavano\ dai versi al sesso e a Dio\ senza punteggiatura”.
Alcune incontrano il gusto del traduttore, Gilberto Forti – “Il marchese di Sade e Jean Genet\ godono di gran credito oggidì,\ ma poiché la tortura e la nequizia\  non sono i suoi tipi di delizia,\ lui le sue copie le ha tolte di lì”. Altrimenti sciatto.
Amore e ironia, che tanta parte hanno nella poesia e la vita di Auden, vi si distillano – “la preghiera di uno stoico”. La mestizia piana - in traduzione nostra. “Riflessa dallo specchio del bancone\ all’ora della colazione,\ una fila di facce urbane,\ muta di mezza età, in attesa\ di una morte che non sia la sua”. L’osservazione, solitaria: “Da wasp viaggiando\ nella metro, si chiede perché\ tutte le facce\ aristocratiche vede di negri”. Con professioni di poetica semplice. “Benedette siano tutte le leggi metriche che vietano risposte automatiche\ ci costringono alla riflessione, liberano\ dalle pastoie dell’io”. Soprattutto no al Surrealismo: “La più sfrenata\ delle poesie anch’essa\ deve, come la prosa, avere un punto fermo nel solido buon senso”.  
W.H.A uden, Shorts, Adelphi, pp. 109 € 9

domenica 17 febbraio 2019

Problemi di base linguistici - 472

spock


Libera nos donne?

Vita tua mors mea?

Non tutto il male viene per nuocere, e il bene?

Ci si nutre di odio - e il fegato?

D’amore si muore?

Si dice per dire, ma a chi?


spock@antiit.eu

La Scuola di New York ingrigita


Attorno ai canonici Pollock, “Number 27” e “Dripping”, De Kooning, “Door to the River”, Kline, “Mahoning”, la quindicina di artisti detti “Gli Irascibili”, dalla lettera-manifesto contro i curatori del Moma di New York nel 1950, di cui Peggy Guggeheim e altri galleristi faranno la Scuola di New York. Non da altro uniti che dal colorismo informale: una scuola ingrigita, curiosamente, come la foto-manifesto del gruppo che didascalicamente domina la mostra.  
Una cinquantina di quadri sono esposti, una scelta importante. Ma di interesse, in coda a una folla inconsueta, soprattutto di età giovanile, probabilmente storico. 
Il gruppo è composto da pittori di varie età ed esperienze, alcuni ancora con attaches europee, e in qualche modo si diversifica, ma poco. Erano anche pittori che si volevano pittori, con tele, pennelli e colori, e non sociologi o allestitori. Ma l’informe  diventa anche incolore, specie in una collettiva. Restano grandi tele di interesse documentario, nemmeno decorativo.
Pollock e la scuola di New York, Complesso del Vittoriano