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sabato 18 luglio 2020

Ecobusiness

astolfo
Di che parliamo quando parliamo di protezione dell’ambiente.
Di che parliamo quando parliamo di protezione dell’ambiente.
Il Tribunale di Monaco di Baviera sanziona Elon Musk per pubblicità ingannevole: il messaggio “pilota automatico” legato agli Adas (Advanced Driver Assistance Systems, i sistemi avanzati di assistenza alal guida) di bordo delle proprie auto, in particolare della Model 3, non è vero. Cioè, ci sono tedeschi ricchi, qualche migliaio, non molti, poiché la Model 3 costa 120 mila euro, che si bevono la pubblicità? Oppure: l’ecobusiness ha tale attrattiva che si crede a tutto.
Tesla, 500 mila auto vendute, vale in Borsa il doppio di Toyota, il primo produttore mondiale di automobili, 10 milioni di auto.
Una sola giornata di aumenti in Borsa di Tesla vale da sola tutta la quotazione di Fca.
Tre giornate di incrementi di Tesla in Borsa valgono più della quotazione di Gm, Ford e Fca messe assieme.
L’agricoltura è la massima produttrice di CO2.
Si finanziano le colture bio. I tanti prodotti bio strapieni di zuccheri, amidi, grassi. Che vogliono il doppio della superficie da coltivare per quantità di prodotto, con consumo di terra e aumento di gas serra. E più nitrati, che inquinano le falde acquifere.
Si vendono le lampadine led, carissime, con l’assicurazione nell’involucro che durano venti anni per un consumo di tre ore al giorno, che invece si fulminano dopo pochi mesi.
Si vendono le lampadine led come “risparmio di consumi”, mentre il consumo (la “materia energia” della bolletta) incide sul costo dell’elettricità per il 10 per cento, non di più. Il restante 90 per cento  va al dispacciamento, che ogni utente ha pagato da decenni – la rendita di Terna, e degli altri gestori di rete. E alle energie alternative, della cui produttività e del cui apporto ai consumi e alla protezione ambientale nulla si sa benché richiesto dalle leggi  - una rendita per gli affaristi dell’alternativo.
Gillette, da quando è Procter and Gamble, una delle promotrici dell’Earth Day, la Festa della Terra, moltiplica le plastiche, usa e getta, invece che i contenitori e i rasoi a lunga tenuta.
Lo stesso le macchine tedesche, sempre nuove, ogni mese, ogni settimna, ogni giorno. Tutte molto impegnate per salvare la Terra.
Cina e India sono i massimi inquinatori, perché hanno grandi popolazioni,  e perché usano combustibili fossili. Per l’effetto anche della globalizzazione, del relativo arricchimento di questi semicontinenti asiatici a lungo alla soglia della povertà. Per la prima volta nei tremila anni della storia umana, tutta l’umanità accede a un livello degno – mediamente - di vita, a danno dell’ambiente.
Un milione 850 mila le vetture circolanti a Roma. Più 170 mila veicoli industriali. Più 450 mila motocicli: quasi 2 milioni e mezzo di veicoli a motore (i numeri sono arrotondati rispetto agli ultimi dati censiti, nel 2017: 1.764.533 rispettivamente per le tre voci, 156.801, e 393.144).  Per una popolazione di 2,9 milioni.
Roma è la seconda città al mondo per ore persenel traffico – la prima è Bogotà.
Aspettando l’idrogeno

L’idrogeno rinuoverebbe buona parte dei problemi ambientali, quelli derivanti dai combustibili fossili, specie nella circolazione, ma necessita di forti investimenti. “Nei“Nei prossimi dieci anni lidrogeno potrà costare meno del petrolio”, spiega Alverà della Snam, ma ci vuole ancora uno sforzo di investimento: “Con il sole si può creare idrogeno fatto da rinnovabili e i prezzi stanno scendendo velocemente. Nel 2010 costava 710 dollari per megawattora, oggi siamo a 125 dollari e si potrà arrivare a 25 dollari per megawattora”, cioè meno degli idrocarburi.
Michael Moore, ecologista, è scomunicato per avere documentato in un film l’ecobusiness. A partire dall’Earth Day, la festa dela Terra, proclamata nel 1969 dall’industria petrolifera. Tutto quello che si sa, che le macchine eletriche e ibride vanno comunqne a combustibili fossili, che il beneficio dell’elettricità da fonti rinnovabili è minimo al confronto dei danni al paesaggio e alla natura, e che si tagliano foreste per farne biomasse. Tutte cose che si sanno, ma non si possono dire: i padri dell’Earth Day sanno come fare l’opinione.
Nel mese di marzo l’inquinamento a Roma non è diminuito ma aumentato. Secondo le misurazioni di IQAir, una società svizzera che fa le rilevazioni per conto del Comune di Roma. Che usa evidentemente rilevatori guasti. O fa il lavoro per modo di dire. Senza senso del ridicolo. Senza pudore anche – ma l’ecobusiness è spudorato.
Tacciono i rilevatori dell’inquinamento dell’aria. Per non dire che la terra muore di circolazione automobilistica – e di imballaggi (vendite online, a domicilio)?
Ecoshopping
Abbiamo tutti un termos. Ce n’era necessità?
Abbiamo tutti una o due sporte grandi di plastica resistente, per la spesa. Ce n’era necessità?
Si fa dell’ambiente un bisogno per lo shopping – inquinante.
Si vendono - sono un  must, un obbligo morale e sociale - macchine elettriche che costano due volte e anche tre una macchina a scoppio, e non vengono utilizzate: non si può, non ci sono stazioni di ricarica, la ricarica è lenta e lunga, anche di ore, l’elettricità costa, la macchina non ha autonomia.
“Dottor Jekyll e gentile signora”, 1979, del “ciclo Edwige Fenech”, vede Paolo Villaggio impegnatoin tutti i crimini conro l’ambiente che ora si prospettano. L’ecologia ha un passo lento. Anche ora che si rilancia come business.
Consumiamo ogni anno 160 metri cubi di acqua pro capite. Contro i 60 della Germania. Perché in Italia fa più caldo? No, fa più caldo, afoso, in Germania. In Italia la metà dell’acqua si perde nelle  condotte rotte – non esattamente, il 42 per cento.
Consumiamo 160 mc di acqua in aggiunta agli ettolitri di acqua minerale. L’Italia è il paese secondo al mondo per consumo di acque minerali, dietro il Messico. Primo in Europa, 206 litri l’anno a persona.
Fare multe
I Comuni di Magliano in Toscana e Montalto di Castro hanno tra le maggiori entrate – la maggiore entrata singola – le multe per eccesso di velocità sull’Aurelia. Capitalizzano la loro opposizione all’autostrada Civitavecchia-Rosignano.
L’Aurelia è in bassa Maremma il salvadanaio dei Comuni. Tutti si sono dotati di rilevatori di velocità. Ma non per la sicurezza. La sicurezza l’avrebbero meglio garantita con l’autostrada. E la protezione dell’ambiente, dai fumi, dai rumori. L’Aurelia senza autostrada hanno invece antropizzato al punto da farne una conurbazione. Perfino sui fiumi. Orbetello, che probabilmente non è seconda a Magliano e Montalto per multe sull’Aurelia, ci ha costruito Albinia, un mostro e uno scandalo.
Il comune di Magliano ha solo 4 km. di Aurelia, Ma supera in entrate da limiti di velocità il comune di Montalto.
I due Comuni hanno almeno una dozzina di escamotages per eludere l’obbligo di segnalare preventivamente il controllo della velocità. Il più comune è appostare il rilevatore immediatamente dietro il segnale che riduce la velocità, al quale non si può rispondere con brusche frenate, per evitare il tamponamento.
Il tratto di Aurelia Civitavecchia-Grosseto Sud, 90 km., ha 782 segnali tradali, di cui 150-160 di variazione della velocità massima consentita. 
Moda green
Alta moda green: tessuti creati con alghe, bottoni in polvere di marmo, borse in foglia di legno o pelle di salmone, occhiali in fibra di fico d’india. Per creare i quali complessi processi di lavorazione sono stati necessari, con emissione di CO2, e scarti potenzialmente venefici sono stati prodotti.
Australia, il maggiore produttore, utilizzatore ed esportatore di carbone. La vendetta dell’ambiente?
Ma sono state incriminate 140 persone per avere appiccato i fuochi – 50 dei quali minori. La protezione ambientale si vendica?
Una borraccia per ogni scolaro, mezzo milione di borracce. E nelle università, negli ospedali, nelle aziende? Una borraccia per ogni italiano adulto, 50 e più milioni di borracce. È l’ultima frontiera dell’ecobusiness.
La plastica è riciclabile. Le borracce, che sono miste, plastica e ferro?
Le borracce dopo il sacchetto di “plastica riciclabile”. Tutti i sacchetti sono riciclabili, ma quelli Montefibre sono meglio.
Tre ricoperture obbligatorie – “lo vuole l’Unione Europea” – al supermercato per ogni formaggio dolce, anche piccolo. L’ecobusines è l’industria degli imballaggi?”
“Nel 2006 c’erano solo 25 gli Stati Uniti a inventarsi lo shale gas (gas dalle argille, ndr ) e grandi oil companies a fare anni residui di riserve (di gas naturale, n.d.r.) e il prezzo era salito alle stelle. Questo ha portato scoperte di successo in aree prima inesplorate: in dieci anni siamo passati a oltre 200 anni di riserve residue e il prezzo negli Stati Uniti si è ridotto di circa dieci volte, Marco Alverà, amministratore delegato Snam.
(continua)

I

Autostrade è una truffa

Si diceva bietolone, incapace, confusionario, pirla o cazzaro nel loro linguaggio semplificato, si dirà grillino? Spenderanno sette-dieci miliardi per salvare un gruppo, Autostrade, mezzo fallito. In pratica per consentire ai Benetton di uscirne senza danno, anzi con qualche plusvalenza. Promettendo per di più ribassi di tariffe, cioè altre perdite, da coprire con soldi pubblici – il gruppo essendo allora pubblico.
Una concessionaria in perdita già nel bilancio 2019, malgrado la poca o nulla spesa per la manutenzione. Un gruppo sotto scacco per i risarcimenti per il ponte Morandi – si parte da 3,4 miliardi. Illiquido dopo i quattro mesi di quarantena. Pieno di debiti (con la stessa Cassa Depositi e Prestiti ora chiamata al salvataggio…) da troppo tempo rinnovati. Beneficiato, ora, prima della nazionalizzazione, con giganteschi rimbalzi in Borsa.
Una nazionalizzazione truffa. Una “soluzione” cucinata al Tesoro, il ricettacolo di tutti gli interessi. Meno quelli degli italiani.
Dopo tanti giornali e tanti commentatori solo Bechis ha scritto sul “Tempo” le cose come stanno. Solo Bechis ci capisce? Impossibile.


Non ci resta che Pascoli

La farragine che si ripropone di studi pascoliani di Cesare Garboli - ci provò una vita e non ne venne a capo – rimanda alla sua poetica, come Pascoli stesso la sistemò in questo ampio scritto del 1897. Che sembra riduttivo – elementare: ovvio e generico insieme – della sua immensa erudizione, e della sua caparbietà rinnovatrice, di rivoluzionario della metrica e la linguistica della poesia. E forse lo è. Non si va oltre la lallazione, si direbbe, e il primo linguaggio del bambino, come scoperta dei suoni. Ma è forse di più, come Agamben prova a dimostrare.
Il “fanciullino” è di Platone, spiega Pascoli alla prima riga, come di colui che non si spiega – non teme – la morte. Là dove, nel dialogo “Fedro”, Cebes Tebano sfida Socrate, il ragionatore: “O Socrate, prova a persuaderci… Forse c’è dentro di noi anche un fanciullino che ha timore di simili cose; proviamoci a persuaderlo di non aver paura della morte come di visacci d’orchi”. Subito dopo viene il colpo risolutivo: già i poemi omerici erano del “fanciullino del cieco”. Eros non c’è nei poemi, perché riflettono l’occhio del fanciullino che accompagna “il poeta cieco”: “Non sono gli amori, non sono le donne, per belle e dee che siano, che premono ai fanciulli; sì le aste bronzee e i carri da guerra e i lunghi viaggi e le grandi traversie”.
Col proponimento utopico di una comunicazione non artefatta – istruita, colta – ma istintiva, naturale. Di una poetica spontanea: “Il mondo nasce per ognun che nasce al mondo”. Di una poetica naturale di contro a quella dotta – erudita, saccente.
Non manca, non detto, un substrato crociano, della poesia e della non poesia. Partendo da Seneca, dalla prima polemica contro la retorica. La pseudo poesia si impone con le storie della letteratura, con le classificazioni e i modelli. “La poesia consiste nella visione d’un particolare inavvertito, fuori e dentro noi”. 
Non una poetica sistematica, una rapsodia di umori, seppure in omaggio alla “spontaneità” – quanto spontanea?  Con un saggio di Agamben, “Pascoli e il pensiero della voce” - saggio foriero de “Il linguaggio e la morte”, seminario “sul luogo della negatività”, 2008 – che fa da quarant’anni l’attrattiva di questa edizione, fra le tante, della prosa pascoliana. Dedicato a Gianfranco Contini, che probabilmente gliene ha dato l’idea: “Già Contini ha notato il valore puramente fonosimbolico di «zillano»”. Ma lo stesso, nota Agamben subito, è di molto altro Pascoli, le parole fonosimboliche sono molte.
Da questo Pascoli Agamben estrae – dalla poetica del “Fanciullino” e dalla pratica di latinista, che della lingua morta fa la “lingua dei poeti” - una teoresi che curiosamente si adatta alla poesia quale è dato leggere da un paio di generazioni, allusiva al più, quando proprio “vuol dire” qualcosa, onomatopeica. Arricchita, si fa per dire, di alloglossie e eteroglossie - di parole strane.
E dunque, non ci resta che Pascoli? Esprimere il non formulato. Problema nobile, spiega Agamben, poiché sant’Agostino se lo poneva – forse per il sacro?
Pascoli sembra semplice ma è complicato. Un rompicapo per molti, non solo Agamben, alcuni se ne sono occupati una vita, Sanguineti oltre che Garboli, e anche Contini. Agamben ne ha la chiave? Pascoli gliene dà ampio appiglio. Non in questo “Fanciullino”, nel “Poeta di lingua morta” cui Agamben fa riferimento. Della poesia che, come la religione, ha bisogno “delle parole che velano e perciò incupiscono il loro significato, delle parole, intendo, estranee all’uso presente”, ma poi sono quelle  che danno “maggior vita al pensiero”. Da qui l’acuta conclusione di Agamben: “Glossolalia e xenoglossia sono la cifra della morte della lingua: esse rappresentano l’uscita del linguaggio dalla sua dimensione semantica e il suo far ritorno nella sfera originale del puro voler-dire… Pensiero e linguaggio, diremmo oggi, dei puri fonemi”. Una conquista, una regressione? Pascoli ne sapeva di più, poiché – va’ a sapere ancora come – lui se la cava.
Giovanni Pascoli, Il fanciullino, Feltrinelli, pp. 73 € 7

 


venerdì 17 luglio 2020

Atto di superbia

Senza di me
Il mondo non esiste,
non pensa, non ricorda, non sa,
non capisce, spuma, s’infuria,
s’infiamma, sputa, ruggisce.
Dentro la gabbia
perché la libertà muore con me.
Antroposti disunitevi!


Rigoletto noir - distanziato

Carlo Fuortes, general manager dell’Opera di Roma, ha dato un calcio alla quarantena col primo spettacolo pubblico dopo quattro mesi di lockdown. Un “Rigoletto” in una nuovissima edizione, diretta da Daniele Gatti, con l’impronta caratterizzante del regista, Damiano Michieletto. Un “Rigoletto” noir, come il regista ha spiegato ampiamente negli intervalli, e distanziato, ogni interprete lontano dagli altri. Con la corte di Mantova trasformata in banda criminale, tra vecchie fuoriserie, per impedire assembramenti, specie del coro, pistole brandite, un palazzo ridotto a roulotte, Maddalena in guepière. E la musica in sottordine alla scena, specie il canto: le arie sempre riconoscibili, di Iván Ayón Riva, duca di Mantova, e Roberto Frontali, Rigoletto, ma non inappuntabili, ognuno cantando praticamente per sé.
La “modernizzazione” non piace ai musicofili, che però in questa occasione qualche ragione ce l’hanno: l’idea sopravanza la musica. E il Circo Massimo, scelto per la distanziazione a preferenza della location tradizionale della stagione estiva dell’Opera di Roma, le Terme di Caracalla, disperde il suono – è come al festival Puccini a Torre del Lago, sentono solo le prime file. 
Un grande spettacolo, comunque, una scommessa riuscita. Con qualche limite, Micheletto si è prestato a fare da cavia, ma lo spettacolo può riprendere. Una ripresa onorata da un parterre d’eccezione, con tutte le autorità istituzionali accanto al presidente Mattarella, in fondo Verdi è ancora Italia.

Giuseppe Verdi, Rigoletto, Teatro dell’Opera di Roma al Circo Massimo


giovedì 16 luglio 2020

Il mondo com'è (407)

astolfo

Carlo Magno – Il “Padre dell’Europa” era mezzo francese e mezzo tedesco, essendo franco. Ma è stato spesso contestato da Francia e Germania come poco puro. Fu re dei Franchi nel 768, alla morte del padre, Pipino il Breve, l’ex maggiordomo di palazzo di Neustria e Austarsia. Re dei Longobardi nel 774, alla vittoria nella lunga guerra contro Desiderio, che patrocinava nella successione a Pipino i figli di Carlomanno, il fratello maggiore, defunto, di Carlo Magno. Desiderio fu imprigionato in un monastero, mentre suo figlio Adelchi fuggiva a Bisanzio (muore davanti al padre prigioniero nella tragedia di Manzoni). A Natale dell’800 incoronato Imperatore dei Romani a San Pietro in Roma. Hitler da ultimo ne contesterà la germanicità. Con due argomenti: aveva combattuto i Sassoni, e aveva “desiderato” un elefante dal califfo islamico Harun-al-Rashid. Una bestie che poi aveva esibito in pubblico, facendosi infine seppellire sotto un manto rosso decorato con elefantini.


Willy Ferrero – William, detto “Willy”, è stato direttore d’orchestra italiano nato a Portland nell’Oregon degli Stati Uniti, figlio di due acrobati di circo, Vittorio Ferrero e Nerina Moretti. Fui bambino prodigio, esibendosi nel 1910 a quattro anni a Parigi, al Trocadéro, e a sei a Roma, al Costanzi, il teatro odierno dell’Opera. Come bambino prodigio continuò a esibirsi fino ai dieci anni, davanti allo zar Nicola II, al re inglese Giorgio V, e ai papi pio X e Benedetto XV. Nel successivo decennio studiò a Vienna. Fu poi attivo tra le due guerre, ma con minore successo – bene a Roma all’Augusteo, male alla Scala. Solo in Russia, sotto il regime sovietico, mantenne inalterato il successo.

Il poeta russo Osip V.Mandel’stam annota di avere assistito ad alcuni suoi concerti nell’ottobre del 1935 nella cittadina di provincia di Voronez, dove era stato confinato da Stalin. Nel secondo dopoguerra si farà anche membro del Consiglio mondiale della Pace, creato nel 1950 da Stalin e Suslov, nell’ambito del Cominform, l’organizzazione dei partiti comunisti in Europa e nel mondo.


Alexei Tolstoj – Il “conte rosso”, di un ramo minore del casato dello scrittore, fu scrittore anche lui, e uomo politico, uomo d’apparato del Pcus, il partito Comunista Sovietico. È all’origine dell’arresto, la condanna e il confino del poeta Osip Mandel’stam, con la fine precoce un anno dopo. Per un motivo futile. Mandel’štam era venuto a diverbio con un vicino di pianerottolo, incaricato della sua sorveglianza in quanto elemento già infido. Il vicino, “Amir Sargidžan” (Sergej Borodin), aveva colpito al volto Nadežda Jakovlevna, la moglie del poeta, per provocare la coppia, e c’era riuscito: Mandel’štam aveva reagito. Per comporre il diverbio era stato istituito un giurì d’onore, presieduto dal “conte rosso”. Che non aveva biasimato il comportamento di Sagidžan-Borodin. Per protesta, Mandel’štam si dimise dal comitato moscovita dell’Unione degli scrittori. E un anno e mezzo dopo a Leningrado, trovandosi di fronte Aleksej Tolstoj nella sede della Casa Editrice degli Scrittori, lo schiaffeggiò in un accesso d’ira. Quattro - o sette, dipende dalle fonti – giorni dopo Mandel’štam fu arrestato di notte nel suo alloggio di Mosca. Dove ospitava Anna Achmatova, che fu testimone dell’arresto e ne ha fatto resoconto. Manldel’štam fu portato via la mattina, dopo una intera notte di perquisizione, benché l’alloggio fosse minuscolo – malgrado l’intervento di Pasternak, che intanto, allertato, si era rivolto per telefono a Bucharin, il secondo o il terzo nella graduatoria del potere sovietico. Dieci giorni dopo il poeta fu condannato a tre anni di confino, a Voronez, dove morirà.

  

Ossezia– La minuscola repubblica della Federazione Russa, dai difficili confini con la Cecenia, l’Inguscezia, e la Cabardino-Belcaria, nonché con la Georgia che le contende metà territorio, è origine storicamente non appetita. Molti furono vittime di Stalin per sostenere, anche solo in privato, che il dittatore georgiano era in realtà un osseta. Fra i tanti epiteti offensivi che il poeta Mandel’stam in un epigramma del 1934 proferisce contro Stalin c’è, finale, il “largo torace di osseta” (in alternativa, “non autorizzata”, a “largo culo di georgiano”). Osseta si voleva offensivo: “In Unione Sovietica, e soprattutto in Georgia, era diffusa la «leggenda»  che la famiglia di Stalin fosse originaria dell’Ossezia”, minuscola etnia evidentemente non onorevole, “tanto più che il vero cognome di Iosif Stalin, Ďugašvili, ha il significato letterale di ‘figlio di osseta’” (Remo Faccani).

San Pier Scheraggio – Era la sede del consiglio comunale di Firenze (quindi ha visto e ascoltato Dante e Boccaccio) prima della costruzione del Palazzo dei Priori (Palazzo della Signoria o Palazzo Vecchio) e metà Cinquecento. Una chiesa romanica, eccezionalmente affrescata - da Cimabue, con una famosa “Madonna col bambino”, popolarmente detta “Madonna della ninna nanna”. Inglobata e praticamente distrutta nel palazzo delle Magistrature o degli Uffizi, l’edificio del Vasari – si salvò il pulpito, trasportato nella chiesa di san Leonardo in Arcetri.

Deve il nome al prospiciente fossato “di schiaraggio”, che correva lungo la prima cinta muraria di Firenze: il collettore delle acque reflue del quartiere, o sestiere.


Vlasov – Fra le tante truppe mercenarie, dei territori occupati, che combatterono con la Germania nella guerra di Hitler, ucraini, croati, etc. – gli effettivi erano mezzo milione alla fine della guerra, dopo le tante diserzioni delle ultime settimane – ci fu anche un’armata russa, l’armata Vlasov. Dal nome del generale che la comandava, uno dei generali della difesa di Leningrado caduto prigioniero dei tedeschi. Della sua armata, che raggiunse i 200 mila effettivi, facevano parte soprattutto prigionieri russi di guerra, che così sfuggivano la fame e la miseria dei campi di prigionia, con pochi volontari.

Due i motivi del passaggio di Vlasov con la Germania. L’Unione Sovietica considerava i propri soldati caduti prigionieri dei tedeschi dei lavativi e quasi dei disertori. O almeno questa era la diceria. Per cui molti prigionieri diventarono in vario modo collaboranti dei tedeschi. Come forza lavoro volontaria, specie in agricoltura – molte famiglie di contadini tedeschi ebbero braccianti russi, prigionieri di guerra (ne parla anche Jünger nelle memorie): non retribuiti ma mantenuti. Vlasov aveva anche un motivo personale di rivalsa, non avendo condiviso i criteri di difesa di Leningrado, che secondo lui esponevano i soldati a sacrifici evitabili. 

Stalinista ferreo, premiato in ogni azione militare cui aveva partecipato, era generale a soli 35 anni, nel 1935. Nella guerra contro la Germania, si era distinto nella difesa di Kiev e di Mosca, con molteplici riconoscimenti, tra essi il premio Lenin. Fu quindi a capo della Seconda Armata d’assalto, incaricato di rompere l’assedio di Leningrado: la missione fallì, dei 16 mila effettivi della Seconda armata d’assalto sopravvissero duemila, o meno, e Vlasov fu fatto prigioniero.

Attorno a Vlasov fu costituito un Esercito russo di liberazione (R.O.A., Russkaya Osvoboditelnaya Armiya), che combatté al fianco delle truppe di Hitler. Avrebbe dovuto o voluto, perché Hitler non se ne fidava, e comunque disprezzava gli slavi al punto da ritenerli non esistenti. Non se ne ricordano imprese speciali in guerra.

Finita la guerra, Vlasov e gli appartenenti alla sua armata furono consegnati dagli Alleati a Stalin. Si disse che erano stati liquidati uno per uno con un colpo di pistola ravvicinato alla nuca. Vlasov veramente lo fu , dopo un breve processo.

astolfo@antiit.eu

A occhi chiusi, tra verismo e neo realismo

Questo primo Tozzi - primo delle trilogia autobiografica, ma scritto negli ultimi anni (esce nel 1919) - si può leggere in chiave naturalistica o veristica, perché no: il padre padrone, la madre esausta, ansiosa, inerme, i contadini passivi, rassegnati, gli “assalariati” obbedienti al padrone. In una lingua di forte connotazione  bozzettistica , desueta già all’epoca, una sorta di rococò del mondo sordo della sopravvivenza. Di scuola toscana, provinciale, campanilistica, anche se non alla Fucini, ma sì nel ricorso alla lingua di borgo o di fattoria – come quella del coevo Pascoli, benché di matrice romagnola (con Pascoli Tozzi condivide, coincidenza bizzarra?, il nazionalismo, imperialista).
Si propone invece nella chiave che Giacomo Debenedetti, il secondo scopritore di Tozzi fra i grandi critici del Novecento, dopo G.A.Borgese e in antitesi a Borgese, propose nelle tarde lezioni universitarie, 1963: di Tozzi scrittore visionario, nella sua spiccata alterità al mondo. Al mondo di Siena, va precisato - l’orizzonte si amplia fino a Firenze, ma Firenze è solo un nome, un recapito. Al suo personalissimo mondo dell’adolescenza e la prima giovinezza. Non “una narrazione di cause e di effetti, ma di comportamenti, di modi insindacabili di apparire e di esistere”. Per un “innato antinaturalismo” - “il naturalismo narra in quanto spiega, Tozzi narra in quanto non può spiegare”. Con gli occhi chiusi come Edipo, che si era accecato, ma qui senza un motivo specifico: “Questo degli occhi chiusi, della cecità di fronte alla vita, è propriamente il mito centrale di Tozzi”.
Di fatto un romanzo neo realistico. La (piccola) borghesia è della roba. La campagna è povera e sporca, e senza luce. I contadini saputi e sciocchi. La ragazza bella e povera abusata senza eccessi, senza scandalo. Il nato povero è tirchio, e stupido. Il padrone proletario è più cattivo del signore. La ragazza bella e povera non ha coscienza – subconscio. Una prefigurazione dell’“Albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi, senza la pietas, e senza l’allegria. Con uno spruzzo di Freud, o di psicologia analitica: la ragazza bella e povera non ha coscienza (subcosciente), una bestiola, gli adolescenti introversi, lui e lei, e quindi perduti, in modi diversi, un Edipo incoercibile, una stolidità invincibile. 

Curiosamente, una scrittura che si ritroverà nei narratori americani del Sud rustico – delle narratrici, Carson McCullers, Flannery O’Connor. Col bozzettismo toscano in agguato – ma forese il mondo contadino non può andare oltre, come in Pascoli.
La storia è tutta nel primo capoverso della nota bio-bibliografica di Ottavio Cecchi che accompagna il racconto, quello della nascita di Federigo, che sarà Pietro nel romanzo, e dell’apparizione di Isola, Ghìsola nel romanzo. Più gli autoritratti, di sé e di Isola, che Tozzi ha fatto nel tempo scrivendo alla futura moglie Emma Palagi, pubblicate nella raccolta postuma “Novale”.    
Il romanzo italiano forse con più edizioni oggi in contemporanea, Oscar, Bur, Feltrinelli, Garzanti, Rusconi, Le Lettere, Guida, Clandestine, Ecra – perché consigliato nelle scuole (un’edizione è di Principato libri scolastici)? Paolo Giordano e Mondadori ne propongono una anche per “bambini e ragazzi”, benché sia una storia di violenze.

Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi, Theoria, remainders, pp. XXIII + 147€ 6


mercoledì 15 luglio 2020

grillo.it

Roma de mmerda
Città bella e zoccola
Tutta monnezza su monnezza
Che a Grillo ha dato la ricchezza
 
Da Farage a Zingaretti
È una politica da cretinetti
Ma altrove Grillo
Sarebbe un imbecille


Il voto al cesso

Il signor Cubeddu, democristiano tipico di Tivoli imprestato ai 5 Stelle, è stato eletto alla Camera dei Deputati con 17 voti di preferenza, e cinquemila 9schede bianche e nulle, all’uninominale. Ricontate le bianche e le nulle, con la vecchia maggioranza 5 Stelle-Lega, è risultato invece perdente, ampiamente. Vinceva una leghista.
Poi la maggioranza è cambiata, anche nella Giunta parlamentare elezioni, che ha avuto l’idea di rivedere lo scrutinio, di ricontrollare le schede. Non tutte, un 10 per cento. Non per altro, per un motivo nobile: controllare che non si fossero stati brogli, e quindi responsabilità penali. E il Tribunale prontamente ha risposto che il controllo non si può fare perché le schede elettorali erano archiviate nel bagno, il bagno si è allagato, e le schede non sono leggibili. Nemmeno il 10 per cento che la Giunta modesta chiedeva. Il ricalcolo delle bianche e le nulle è stato così messo da parte.
Un gioco delle parti. Ridicolo anche. Ma senza vergogna. Ci sono Parlamenti e Parlamenti, certo, ma un minimo di decenza dovrebbe essere obbligatoria per tutti.


Letture - 427

letterautore

Camilleri – Quanto il “vigatese” deve a Vincenzo Consolo, 1992, “Retablo”, la fantasia settecentesca dello scrittore milanese di Sant’Agata di Militello? Il linguaggio anzitutto: un misto di siciliano e italiano che non è siciliano e non è italiano, ma è significante sia in italiano che in dialetto. Fantasioso in Consolo, inventivo, una sorta di avventura nella lingua, e non formulistico né ripetitivo, come quello di Camilleri – come vuole la serialità. E significante (radicato) come linguaggio, non “inventato”. Da “Retablo” vengono probabilmente – o comunque ne ripetono alcuni caratteri fissi - in Camilleri: il servo buono e scemo, altrimenti inconcepibile quale agente di Polizia, seppure demansionato a piantone, il brigante giudizioso, il pastore solitario e primitivo ma sapiente, il protagonista osservatore più che agente.

Dante – Dante “profeta” è dimensione trascurata da qualche tempo - da ultimo vi si è esercitato Bruno Nardi, “Dante profeta”, Laterza, 1942 – Nardi è lo studioso che per primo in Italia ha esaminato i condizionamenti della cultura araba e del neoplatonismo in Dante, più che della scolastica, dell’aristotelismo. Ora è ripresa dal Centro Dantesco dei Frati Minori di Imola, con un convegno di cui Giuseppe Ledda ha redatto gli atti, “Poesia e profezia nell’opera  di Dante”. Profezie come visioni, allucinazioni, vendette - politiche per lo più, riguardanti la chiesa e il papato, da ghibellino.

In nota al “Fanciullino”, la poetica della poesia germinativa, spontanea, Pascoli spiega: “È superfluo aggiungere che per quanto non tutto nella Comedia sia poesia, e non tutta la poesia che v’è sia pura, per altro quel poema è nella sua concezione generale il più «poetico» dei poemi che al mondo sono e saranno. Nulla è più proprio della fanciullezza della nostra anima che la contemplazione dell’invisibile, la peregrinazione per il mistero, il conversare e piangere e sdegnarsi e godere coi morti”.

Elefante – Impersonò l’Oriente nel Medio Evo, la bizzarria il fasto e il potere orientali. Come tale ne desiderò uno Carlo Magno, come narra ora il medievista Giuseppe Albertono in “L’elefante di Carlo Magno”. La vicenda era stata narrata alcuni decenni fa dallo storico di Pisa Michele Luzzatti. Nel 797 il futuro imperatore dei Romani (si farà coronare a Natale dell’800), inviò al califfo Harun al-Rashid, quello delle “Mille e una notte”, tre ambasciatori con alcuni doni, in cambio dei quali chiedeva un elefante. Quattro anni dopo, ai primi dell’801, sbarcarono a Pisa due messi del califfo e uno dell’emiro di Tunisi, el Abbassiya. I tre dovevano spiegare a Carlo Magno, che si trovava a Pavia, che uno dei suoi tre ambasciatori, Isaac Iudeus, stava per tornare via Africa con un elefante in dono. Isaac Iudeus sbarcherà a settembre a Portovenere, con l'elefante promesso. Che riuscirà a recapitare vivo, nel luglio 802, a Carlo Magno a Aquisgrana. 

Giallo d’autore – Marco Tullio Giordana porta in teatro i progetti matrimoniali di Werner Henze, gay professo e soddisfatto, con Ingeborg Bachmann, che ebbe molti amori, felici e infelici, con Uwe Johnson probabilmente, Celan a più riprese, il marito Max Frisch, Enzensberger, Reich-Ranicki, e alcuni altri. Erano coetanei, pressappoco, avevano scelto Roma (Henze infine Marino), erano amici, avevano la lingua in comune, collaboravano sul piano artistico, lei librettista di “Le cicale”, “L’idiota”,  “Il principe di Homburg”, “Il re cervo” (da Carlo Gozzi), lui compositore. Che altro manca? Giordana ha comprato, spiega a Emilia Costantini su “La Lettura”, da appassionato di auto d’epoca, una Maserati 3500 Gt tra i cui vecchi proprietari figurava Henze. Una macchina in disarmo, piena di robaccia, ripulendo la quale emergono le leltere d’amore tra Ingeborg e Henze. Non è l’unica sorpresa. Le lettere, scritte in tedesco, inglese, francese e italiano “operistico”, sono databili con difficoltà, perché scritte senza indicazione di tempo. Giordana con difficoltà le sistema. Senonché – non è finita – “le lettere originali mi furono rubate in casa”, spiega Giordana. E aggiunge, rendendosi conto dell’inverosimiglianza della cosa: “Un furto su commissione? Da parte di chi?”
Le lettere ritrovate, non datate, rubate, ne abbiamo già sentito. Però, una storia di grandi amori tra una poetessa dai molti amanti e un musicista gay professo, ammirati e amati nel moto teutonico, esuli a Roma, è geniale.

Italia – Il paese dei pini – un “logo Italia” sarebbe un pino solitario? Il “pino solitario” di Luciano Virgili e Giacomo Rondinella. Mandel’štam ha gli “italici pini solitari”, per dire la memoria felice, in un poemetto del 1923 molto nero, pessimista, “Chi trova un ferro di cavallo”.
L’italiano lo stesso poeta (“Compagna del Petrarca”), 1935, dice: “Compagna del Petrarca, del Tasso, dell’Ariosto;\ lingua del tutto assurda, lingua dolce-salata; e splendide gemellanze di quei suoni in combutta…”.
Nella “Conversazione su Dante”, Mandel’štam aveva anche scritto:”Splendida è la fama poetica dei vegliardi italiani, la loro giovane, ferina, voracità di armonia, la loro sensuale concupiscenza nei confronti della rima. Il disio  - “vegliardi” il curatore Remo Faccani intende “in quanto figli dell’«antichità culturale» dell’Italia”.
Per “lingua del tutto assurda” Mandel’stam intende, sempre in “Conversazione su Dante”, “il carattere puerile della fonetica italiana, la sua stupenda infantilità, la sua vicinanza al cinguettio dei bambini, un certo suo congenito dadaismo”.
Mandel’stam aveva debuttato con filastrocche per bambini e racconti per ragazzi.
In una delle ultimissime, brevi, composizioni, “Lo dirò in brutta copia, a fior di labbra”, Mandel’štam ricorda Leonardo, “L’ultima cena”: “E sotto il cielo dimentichiamo spesso\ - sotto un purgatoriale cielo effimero -\ che il felice deposito celeste\ è una mobile casa della vita”.
Il “purgatoriale cielo effimero” il curatore principe di Mandel’štam, M.L.Gasparov, assicura essere il refettorio di Santa Maria delle Grazie di Milano, che ospita l’affresco. Nello stesso giorno in cui scrisse questi versi, 9 marzo 1937, Mandel’štam ricordò in altro componimento, “Il cielo del cenacolo s’è invaghito del muro”, anche l’opera di Leonardo.

Napoli – È grigia, disse subito Walter Benjamin: “Impressioni di viaggio fantastiche hanno colorato la città. In realtà grigia: un grigio rosso e ocra, un bianco-grigio. È molto grigia nei confronti del cielo e del mare”. Così la vede anche Costanzo nella fiction Rai da “L’amica geniale” della Ferrante. Ma si vuole colorata. Coloratissima la fa la Rai, nelle serie napoletane dei napoletani, Carlei, “I bastardi di Pizzofalcone”, e Corsicato, “Vivi e lascia vivere”. Con Ozpetek, “Napoli velata”.

Naturalismo – È la bistecca di Italo Svevo: così Gicomo Debenedetti, che non l’amava, irride al naturalismo-verismo in un saggio su Federigo Tozzi - il suo primo dei tanti interventi su Tozzi, “Con gli occhi chiusi”, pubblicato nel 1963 sulla rivista “Aut Aut”, n. 70, ripreso nella prima raccolta postuma dei suoi saggi, 1970, “Il personaggio-uomo”: “Un noto epigramma di Svevo, cinico solo in apparenza, dice: «Non è tanto che io goda di mangiarmi la bistecca, quanto del fatto che io la mangio e gli altri no». L’arte naturalista postulava un pubblico di mangiatori di bistecche”.  

letterautore@antiit.eu

Santa Sofia – “ci sono moschee ben vive”

“E il ramo a frastagli dell’acero
si bagna in angoli curvi,
e screziate farfalle si lasciano
trasporre in disegni sui muri.
Ci sono moschee ben vive,
e forse – l’ho appena intuito –
noi siamo una Haghia Sophia
dal numero d’occhi infinito”.
Osip Mandel’štam, nov. 1933-genn. 1934 (trad. Remo Faccani)
Il componimento è dedicato a Santa Sofia di Costantinopoli, il cui “nome domestico”, quello in uso tra il poeta e la moglie, è alla greca, Hagia Sophia. Il commentatore M.L.Gasparov spiega che il tema è la “raffigurazione della cupola vivente” della basilica, per cui è “vivo” anche l’adattamento della basilica a moschea. Ai mosaici dei serafini e cherubini che ornano le vele si riferirebbero gli “occhi” innumerevoli del tempio, della fede come conoscenza, ecumenica.
Osip Mandel’štam, Ottanta poesie 
  


martedì 14 luglio 2020

Sorella Sofia

Erdogan, il compagno di spuntini

Di Berlusconi, di Trump e di Putin

Che il velo e la mordacchia

ha imposto alla Turchia

al Profeta ora dedica

la Santa Sofia,

in omaggio a quale massoneria


Problemi di base di fede - 579

spock

“Si può essere santi senza Dio”. A.Camus, “La peste”?

 

“La fede non sa e perciò crede”, Umberto Galimberti?

 

“«Verità di fede» è una contraddizione in termini, perché la verità «sa» mentre la fede «crede» proprio perché «non sa»”, id.?

 

“La fede non è determinata dall’evidenza del contenuto o dal ragionamento, ma da un fattore sterno: la volontà”, san Tommaso d’Aquino?

 

“A differenza dal sapere, la fede riduce in schiavitù ogni intelletto, per cui l’intelletto, di fronte alla fede, è inquieto, anzi in uno stato di infermità e di grande timore e tremore”, id.?

 

“Chi crede la fede verità assoluta non è un credente ma un militante della fede”, Karl Jaspers?

 

Larvatus prodeo”, la divisa di Descartes, procedo mascherato, o Larvatus pro Deo, mascherato per Dio”, Jean-Noël Schifano?


spock@antiit.eu

Poeta al tempo di Stalin

“Ogni messa a morte, con lui, è una lieta\ cuccagna e un largo torace di osseta”: un distico conclusivo, del breve componimento “Viviamo senza più avvertire sotto di noi il paese”, che l’autore giudica debole - “è un finale scadente, ha qualcosa di cvetaeviano” - ma abbastanza per meritargli, novembre 1934, la polizia segreta in casa di notte, l’arresto, e il confino, fino alla morte quattro anni dopo. Del distico finale Mandel’štam aveva peraltro scritto una variante “non autorizzata” che faceva: “Ogni messa a morte con lui è una cuccagna\ ed è un largo culo di georgiano”. Lui è Stalin. Era solo l’ultimo di molti epiteti: “il montanaro del Cremlino”, “tozze dita come vermi”, “occhiacci di blatta”, attorniato da “mezzi uomini”, “una marmaglia di gerarchi dal collo sottile”.
Anche osseta si voleva offensivo: “In Unione Sovietica, e soprattutto in Georgia, era diffusa la «leggenda»  che la famiglia di Stalin fosse originaria dell’Ossezia”, minuscola etnia evidentemente non onorevole, “tanto più che il vero cognome di Iosif Stalin, Ďugašvili, ha il significato letterale di ‘figlio di osseta’” (Remo Faccani). E comunque non c’erano dubbi: cresciuto  “socialista rivoluzionario”, al punto che la famiglia per evitargli guai lo mandò a studiare a Parigi, dove seguì le lezioni di Bédier e Bergson, ma liberale in politica, per quello che la politica contava per lui, convinto della rivoluzione borghese del 1917 ma non di quella leninista, Mandel’štan aveva vissuto libero per la protezione di Lunacarskij prima e di Bucharin dopo - nonché, da ultimo, di Pasternak, confidente di Stalin. Ma sempre nelle ristrettezze (non gli davano casa), al punto da tentare una volta anche il suicidio.  
Una raccolta come divisa in due parti. Di prima del 1920, approssimativamente, e dopo. La seconda parte “politica”: sempre lirica ma amara, originata dagli eventi. Testimonianza ennesima, se ce ne fosse bisogno, della durezza del regime sovietico. Una prima parte invece lirica nel senso più ristretto, dei lirici greci (anche, un po’, Pindaro), sebbene senza musica – se non, probabilmente, le armonie verbali. Classica, immersa nella mitologia – le figure, i luoghi, le immagini – greca e romana. Al modo come essa era stata rigenerata nel Tre-Quattrocento: gli stessi dei, eroi, vicende, quasi fossero la culla naturale della poesia. Con molta Italia, che sarà la passione della seconda vita di Mandel’štam, da reietto politico come Dante, immerso nella lettura della “Divina commedia” in originale: Venezia, Roma, Petrarca, Tasso, Ariosto, la lingua, l’Adriatico, i pini.
Una lirica, quella di questa antologia, non originale: né i temi – tramonti, mare, templi, la storia – né i versi. Se non, bizzarramente, per lo spirito “haikù” che trapela - nella forma allungata, del “tanka”: dell’impressione visiva, olfattiva, sensitiva, su una tela in qualche misura ragionata benché allusiva. Una impressione che il curatore conferma, non escludendo, filologicamente, una conoscenza diretta della lirica giapponese nel gruppo di poeti con i quali Mandel’štam era cresciuto e si rapportava.
La scelta è riprodotta in originale, a fronte della traduzione. Un complesso lavoro di Remo Faccani, che tenta una traduzione “sperimentale”, prosodicamente a specchio della scrittura originale:  “reinventa” in traduzione “le forme del testo russo”. Componimento per componimento, documentando copiosamente il lavoro svolto, fino a raddoppiare la consistenza del volume. Con un apparato storico e filologico anch’esso poderoso. E una nota bio-bibliografica ricchissima di informazioni. Prima dell’esilio familiare a Parigi, Mandel’štam aveva frequentato il liceo sperimentale privato del principe Tenišev. Lo stesso che frequenterà qualche anno dopo Nabokov, che ne ha scritto. Tra i professori Gipsius.
Osip Mandel’štam, Ottanta poesie, Einaudi,pp. 277 € 16


lunedì 13 luglio 2020

Erdogan, il mercante di immigrati

Arrivano bastimenti carichi di contagiati, dalla Turchia. Non per caso: la navigazione è lunga ma la direzione precisa - la rotta è vecchia di millenni, quella che ha portato alla Magna Grecia, la traccia jonica. E non con pietas, ma come sfida.
La Turchia è occhiutissima, quella di Erdogan ancora di più: non c’è movimento in Turchia, sia pure lo spostamento della macchina da un parcheggio all’altro, che sfugga alla polizia. Non si parte dalla Turchia di nascosto o per caso.
Il presidente turco ha fatto dell’immigrazione un caso dichiarato di politica, di mercanteggiamento. Apre e chiude le frontiere all’immigrazione irregolare con assoluto cinismo, per calcolo – a niente contano gli obblighi di diritto internazionale.
Erdogan, soprannominato il Sultano, lo è in ogni senso. Come quello che si ritiene legibus solutus, senza legge, e che disprezza ogni altro. Specie in Europa, confrontandosi con i Conte e i Di Maio. Dove il pezzo forte è Merkel, ed è tutto dire, che finanzia lautamente (fa finanziare da noi e gli altri europei) Erdogan per quello che Erdogan dovrebbe comunque fare in base al diritto. Gli accordi Merkel-Erdogan sull’immigrazione sono immorali e impolitici. E questa è tutta la questione.  


Secondi pensieri - 425

zeulig

Auschwitz - Il contestato Adorno di Auschwitz, “scrivere una poesia dopo Auschwitz è da barbari” (“Nach Auschwitz ein Gedicht zu schreiben ist barbarisch”), già Hölderlin se lo chiedeva un secolo e mezzo prima:“Che ce ne facciamo dei poeti (wozu Dichter) nel tempo del bisogno?”- peggio nell’origina: a che i poeti (wozu Dichter). È verso di Hölderlin in un’elegia piana, “Pane e vino”, per niente apocalittica. Che Heidegger legge come poesia della fine della poesia, dopo la fine di Dio. Di un poeta che continuò a poetare anche nella follia, lunga più della sua vita attiva.
 
Corpo -  “Il corpo è uno dei nomi dell’anima, e non il più indecente”, Marcel Arland, “Où le corps se partage”.
 
L’immortalità Quevedo, che pure è un antisensista, vuole nell’atto. Quello lì, proprio, alla tedesca: l’atto generativo, o anche soltanto godereccio. Una kantiana cosa-in-sé che fosse la copula. Anticipando Schopenhauer: “La copula sta al mondo come la parola sta all’enigma”. Che è fatto per essere sciolto, tramite la parola, e dunque il mondo è fatto per l’atto. Sostenere l’immortalità attraverso la materia non è male.
 
Il corpo è lo spirito è Schopenhauer, “Parerga e paralipomena”. E anche Mach, lo scienziato, “L’analisi delle sensazioni e il rapporto tra fisico e psichico”, che dice suo “principio guida” il “completo parallelismo tra ambito fisico e psichico”. E anzi lo trova comunque  valido: “Questo principio è quasi ovvio, ma può essere posto come principio euristico anche senza il sostegno di questa concezione di base”. Oppure Raffaello, come Rozanov lo vide: “Il corpo è l’origine dello spirito”.
 
Disincanto - “La stagione del disincanto non nasce con Weber e il Novecento, ma con Alberti, Machiavelli e Guicciardini, i quali gettano sull’uomo uno sguardo tragico e senza illusioni”: Michele Ciliberto sintetizza a Gnoli sul “Robinson”, 11 luglio, le sue riflessioni su Machiavelli, da ultimo in “Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia”. È così – anche se Ciliberto ne ricava una revisione radicale dell’Umanesimo, come di un’età di crisi senza soluzione: “Sull’Umanesimo è a lungo prevalsa l’immagine di un’epoca armoniosa e serena; in realtà è stato il tempo di una lunga crisi”. Una crisi storica, “che ha cambiato il ruolo e la funzione della storia d’Italia nella storia del mondo”. Perché, va aggiunto, l’Italia cristallizzò nei principati, frazionalmente, divisivamente – ma, poi, i principati sono la “gloria” storica dell’Italia, in Burckhardt e non solo. Ma anche, va ancora aggiunto, in una storia che non sia solo cesarismo e imperialismo: si può dire l’Umanesimo la grande età dell’intellighentsia – tanto grande che ha generato equivoci per secoli, l’illuminismo compreso e l’impegno sovietico. 
È un’epoca di crisi ricomponibile: di ricerca per superare la crisi – che culmina per esempio nel
disincanto. Diverso dalla crisi come stato stazionario, come liquido amniotico e insieme corpo vivente, quale si mostra oggi, da decenni.
 
La stessa Riforma, che è un movimento politico e non religioso (la religione rimane nell’essenza la medesima),  è solo divisiva. Critica nel senso della crisi persistente, che alimenta per scopi politici, essenzialmente di principi e principati – di chi si appropria che cosa. È importante situare Weber nell’ambito germanico,e quindi di una certa storia delle religioni, ma è più importante situare queste religioni.
 
Identità - “La più antica tentazione proteica dell’uomo, quella della molteplicità”: Romain Gary, montando l’impostura del suo alter ego “Émile Ajar”, la mette al centro del capolavoro del presunto “Ajar”, “La vita davanti a sé”. Mettendo in scena una sorta di doppio, che chiama Momo dal Momus esiodeo, il piccolo dio del sarcasmo: un giovane arabo che non avendo padre né madre s’inventa la sua propria vita.
 
Io - L’“io indivisibile” è capace da solo di contrapporsi all’universo infinito.“Tutto questo mondo visibile non è che un impercettibile segmento dell’ampio cerchio della natura…Nessuna idea le si avvicina. Abbiamo voglia di gonfiare le nostre immaginazioni al di là degli spazi immaginabili; non riusciamo che a generare atomi, in paragone alla realtà delle cose”. È parte del pensiero di Pascal n. 72, “Sproporzione dell’uomo”.  Il mondo “è una sfera il cui centro è dappertutto, la circonferenza in nessun luogo”. La nostra ragione è poca: “Se la nostra vista si ferma lì, l’immaginazione deve procedere oltre;  e si stancherà prima lei d’immaginare che la vita di darle esca”.
L’uomo è incapace di verità, ma lo sa; è il piccolo-grande uomo di Pascal.
Nell’infinitamente grande come nell’infinitamente piccolo.
I “Pensieri” in qualche modo sempre si riconnettono a Dio – esistenza, natura, etc.- ma in forza dell’io.
 
Marx – Si può dire l’ultimo platonico – platonista. Non in amore, in politica: fautore della filosofia (rivoltata, ma pur sempre filosofia, completa, totale) in politica: della soluzione definitiva e quasi finale.
 
Possesso – Giacomo Debenedetti ne irride l’idea (nel saggio “Con gli occhi chiusi”, in “Il personaggio-uomo”), per irridere il naturalismo in letteratura – che legge solo in Zola, non per esempio in Balzac – ricorrendo a Proust, là dove “in un episodio amoroso della «Recherche», dice che la parola possesso è assurda, mitologizza qualche cosa di impossibile”. E le mille pagine di Proust su Albert-Albertine, sulla gelosia?
Il possesso del critico è l’avarizia - che Debenedetti etichetta di capitalismo, era l’aria dell’epoca, anni 1960, ma più esatto sarebbe del collezionista - anche se Chatwin, “Utz”, ha reso il collezionista simpatico. Ma il possesso esiste, anche mentale, per gelosia, misantropia, ipocondria – non c’è altra ratio nei tanti delitti che si succedono in suo nome, dove non c’entra l’avarizia o il capitalismo del critico Debenedetti. Ed è aggressivo, seppure si presenti come difesa.  

Riconoscenza - “I benefici ci sono graditi finché crediamo di poterli contraccambiare, ma se superano questa capacità, la riconoscenza si muta in odio” (Tito Livio, “Annali”, IV, 18). È normale, è spontanea, la domanda di aiuto nel bisogno. Altrettanto normale, spontanea, si riterrebbe  la riconoscenza quando l’aiuto è concesso, specie se risolutivo. Ma la somma degli aiuti costruisce ugualmente una torre di risentimenti: di constatazione reiterata, insistente, delle proprie insufficienze o incapacità, dell’altrui abbondanza, se non abilità, della serenità o comunque delle scarse angosce altrui a petto delle proprie, del destino avverso. 
 
Stasi - È combattimento – guerra civile – in Agamben. È stasi metafisica in Campanella. Le parole in filosofia sono inattendibili.
La filosofia è fatta per rovesciare il senso delle parole? Da qualche tempo sì, è l’unica forma di conoscenza, benché circolare, da gioco dell’oca.  

zeulig@antiit.eu

Il futuro di Santa Sophia

Hagia Sophia, qui destinò il Signore
popoli e re a fermarsi. Ché dal cielo
la tua cupola (dice un testimone)
pende come fissata a una catena.
 
E ai secoli diede esempio Giustiniano,
quando Artemide Efesia, per degli dei stranieri,
accettò di lasciarsi carpire il verde marmo
di centosette delle sue colonne.
 
Ma che pensava il generoso artefice,
quando, sublime d’anima e talento,
in te dispose le absidi e le esedre,
additandogli oriente ed occidente?
 
Bello il tempio in un liquido universo,
un trionfo di luce le quaranta finestre,
e sulle vele ai piedi della cupola
belli più d’ogni cosa - quattro arcangeli.
 
E quel sapiente, sferico edificio
Oltre popoli ed ere avrà futuro,
e il singhiozzo alto dei serafini
non curverà le ombrose dorature”.
 
Mandel’štam evoca più volte nei suoi componimenti la “Cupola”, che Serena Vitale dice una “parola-tema” e associa alla “cupola di Hagia Sophia (la basilica della Divina Sapienza di Costantinopoli”. In questa poesia, del 1912, il riferimento è diretto – la traduzione è di Remo Faccani.
Osip Mandel’štam,
Hagia Sophia


domenica 12 luglio 2020

Le opere della corruzione

Il governo ha nominato, intende nominare, tutti commissari alle opere pubbliche, 130 pare. Molte di esse non al primo commissariamento, evidentemente senza esito, se sono ancora da fare. Cambiare le regole degli appalti pubblici invece no.
Non si cambiano le regole in omaggio alla legalità, si dice. Argomento ridicolo, dal momento che si nominano dei commissari straordinari. No, è questione di sottogoverno. Di governo cioè attraverso la corruzione. Per ogni appalto bisogna meritare politicamente con il vincitore, e anche con i perdenti. I quali potranno fare ricorso all’infinito, e farsi pagare il potere di ricatto, o comunque ottenere compensazioni in altri appalti.
Il peggio del peggio: la corruzione al quadrato, senza l’opera pubblica. La corruzione per la corruzione. Anche il vincitore può fare ricorso, per rivalutare i costi etc. O la corruzione al cubo, considerando che i commissari sono gli stessi dirigenti ministeriali che rendono impossibili le opere pubbliche.
La Funzione Pubblica come fucina del malaffare. All’insegna della protezione della legalità. Ci vuole ingegno per arrivarci. Con coperture evidentemente estese, mediatiche e giudiziarie. Ma è il segno di un imputridimento insanabile? È agitato ora – l’imbroglio della legalità – dai duri e puri del nuovismo
.


Ombre - 521

Più pensioni che buste paga, conteggia la Cgia-Mestre per questo mese di luglio, il primo della ripresa dell’attività dopo la quarantena. È l’inizio della fine, ma non si dice.
 
L’allenatore del Bologna Mihajlovic lamenta, a tre quarti del campionato, un record storico di espulsioni e ammonizioni:quattro e 93 - di cui sei, quindi in tre casi, hanno portato a espulsione. Per una squadra, lamenta, che non è di picchiatori, e nemmeno di mestieranti – è la più giovane del campionato. Mihajlovich essendo serbo forse non sa che la giustizia non esiste, nemmeno nello sport - non in Italia.
 
L’economia sommersa De Rita la scopre a Prato, spiega al “Venerdì di Repubblica”, nel 1969: tutti avevano un secondo lavoro, col telaio nel sottoscala, ricco di tasse non pagate. Ma era la materia vent’anni prima della serie “Il Calzolaio di Vigevano”, la trilogia narrativa di Mastronardi  – tutti facevano scarpe nel sottoscala a Vigevano. Bisognerebbe  dare il governo ai narrarori, ne sanno di più? No, ma dicono che il re è nudo, se lo è.
 
Gianni Mura ricattato per anni da un suo beneficato. Non ricattato, minacciato. Nemmeno tanto credibilmente, da un mezzo pazzo. Che bastava comunque denunciare, non avrebbe potuto fare male. La paura è inspiegabile?
 
Berlusconi col Pd: Romano Prodi non ha paura di scandalizzare la platea di “Repubblica” per lanciare la sua candidatura al Quirinale. Ma, dopo trenta o quarant’anni di abusi, referendari, giudiziari e giornalistici, dell’ex compromesso storico contro l’ex cavaliere, proporlo a salvatore del partito Democratico?
 
Si sono pagate mazzette perfino per fornire i “nuovi distintivi di grado” in uso nelle forze armate da tre anni. Affari per una ventina di milioni. Si potrebbe dire: niente. Ma si capisce perché s’inventano nuove carriere, cambiando magari solo i nomi, o inventandosi posizioni intermedie: così si fanno i “nuovi distintivi di grado”.
 
Si moltiplicano i “commissari” alle opere pubbliche nell’ultimo decreto del governo. Con osanna generali. L’ultima trovata dei grandi burocrati, quelli che ostacolano comunque le opere pubbliche, per avere incarichi in cui guadagnano molto di più senza dover fare nulla, nemmeno andare in ufficio la mattina: nominarsi commissari. Che, se va bene, l’opera si realizza. Sennò, chi se ne frega. Molte delle opere sono al secondo e terzo commissariamento.
 
Tra i tanti, c’è un commissario anche per la Tirrenica. S’intende per Tirrenica l’autostrada Roma-Genova, che risulta un’arteria “europea”, il corridoio E 24, ma nel (lungo) tratto toscano della Maremma attende da sessant’anni il via libera. I sindaci si oppongono, cavillando sull’ambiente e sui cm. quadrati. Ma in realtà per poter sfruttare il traffico di passaggio sull’Aurelia con le grasse multe per eccesso di velocità. Non per la sicurezza - l’Aurelia ha il record di morti su strada, ma non per la velocità: la banca multe hanno costruito variando i limiti di velocità ogni poche decine di metri, con i rilevatori nei punti dove la confusione è massima. Confidando anche nel giudice di pace di Orbetello, che dà sempre comunque ragione ai Comuni.
 
“Il Messaggero” paga i collaboratori online 7 euro - 9 se l’articolo è corredato da video. Giornalismo?


Senza futuro

“I quarantenni di oggi hanno mancato il tempo di ogni rivoluzione”, è il principio, e la fine. Peggio, “abitano il proprio presente con la sensazione di non potervi davvero risiedere, infragiliti”. Oggi, un’elezione generale, in cui un italiano su tre ha votato Grillo, e uno su due ha votato Grillo e Salvini, e una crisi pandemica dopo, sicuramente più vero di cinque anni fa: storicizzato, il futuro “interiore” è più appannato che mai. Ma più che altro si direbbe vittima della crisi dello Stato sociale, per effetto della crisi demografica e della globalizzazione, che da trent’anni scuotono l’Occidente – lo stesso che le ha volute (architettate, imposte), per meglio guadagnare, rosicando il  lavoro, la scuola, la sanità, le pensioni.
Molto Murgia parla di immigrazione. Tra ius soli e ius sanguinis, che comunque, spiega, sono divisivi - solo un po’ meno del nessun ius per il migrante. Mentre una scelta di condivisione vuole auspicabile, nel bisogno reciproco – una scelta da “capitani contagiosi”. Il primo e il terzo capitolo sono in successione logica, “Cittadini di un mondo scelto” e “Capitani contagiosi”. Si appartiene alla comunità per “autoriconoscimento”. 
L’identità come co-appartenenza, si può aggiungere agli argomenti di Murgia, è filosofia di Heidegger. Ma l’immigrazione non è tutto – e in uno Stato bene ordinato non sarebbe problema insolubile e divisivo. L’identità è in crisi in nuce, alla radice. Nella confusione della generazione – in teoria – al potere: tanta buona volontà e tanta debolezza. “Abitare la democrazia”, al centro della riflessione di Murgia, è più problematico. Molti “buoni esempi”, qua e là per il mondo, di urbanistica come di “autorealizzazione” sociale - vuole dire qualcosa? Nella ormai vecchia strategia delle microrealizzazioni – che, certo, non fanno male (ma quanto bene?).
Un pamphlet buono, propositivo, che avrebbe meritato più fortuna. Rispecchia la confusione, lo smarrimento anche, della Generazione X, gli oggi quaranta-cinquantenni: una generazione di buoni, cresciuta per distanziamento dalle follie terroristiche, di fine utopismo, che ne hanno circoscritto e indebolito le potenzialità. Per di più, figli dei baby boomers, di “quelli del Sessantotto”. A loro volta figli dei “ricostruttori”: una seconda generazione come tutte energica e energivora, incontenibile e rapace, che molto ha seminato - in buona parte ora abortito - e tutto si è preso. Una generazione X quindi assennata ma sbalestrata, di passaggio. Generatrice perplessa, per la prima volta nella storia, tra ambiente, risorse, animalismo e ogni sorta di paure, degli Y o Millennials  (Millennial Generation, o Echo boomers, o Net Generation) - quelli che navigano imprudenti, incoscienti, o solo prigionieri, sulle sabbie mobili della rete. 
“Ogni generazione ricomincia il percorso in proprio”, e occorre solo ripetere, “ripetere all’infinito”, è buona ricetta di Michela Murgia. Con in più un po’, perché no, di giudizio critico: bisogna riprendere l’uso della storia – siamo fatti più di quanto non ci facciamo, ma non del tutto. Della storia grande, quella micro è solo di nicchie, salvagenti, scappatoie.
Michela Murgia, Futuro interiore, Einaudi, pp. € 12