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sabato 4 ottobre 2014

La riforma dell'Opera

Il fragoroso Renzi a questo punto potrebbe andare a Bruxelles e dire: vedete, le riforme le abbiamo fatte! Licenziamo chi vogliamo, anche i dipendenti pubblici.
Non tutto il male viene per nuocere. Per una volta i proverbi hanno ragione, ma.
Si possono licenziare 182 dipendenti su 460, quelli dell’Opera di Roma. Si possono anche licenziare i dipendenti  produttivi e tenersi gli amministrativi, 280. Anche se sono due impiegati per ogni performer. In nessun’altra “azienda” sarebbe successo, né l’una né l’altra cosa, ma non è mai troppo tardi. Si possono anche pensare un’orchestra e un coro “esternalizzati”, a contratto, invece che una squadra affiatata che giochi all’unisono – in fondo la musica è oggi dissonanze. E si può annunciare il licenziamento come fanno il sindaco di Roma Marino e il direttore generale Fuortes, ridendo di gusto. Marino oggi non prenderebbe più del suo voto, e Fuortes è un “manager” con talmente tante direzioni generali che è meglio lasciar perdere – per l’Opera di Roma aveva appena annunciato una stagione trionfale.
Ma la cosa più fragorosa della vicenda non è il licenziamento dellorchestra, del coro, del corpo di ballo, è il silenzio. Non è successo nulla, su tutto questo c’è il silenzio dei giornali, e soprattutto dei giornalisti. Di quelli politici, che ogni giorno ci assillano con l’art. 18, e perché quel Renzi che vuole abolirlo è un fascista. E di quelli della cultura, che hanno condotto l’assalto all’Opera per amore di partito o magari per una consulenza, fosse pure un articolo sul programma di sala. Nessuno ha nulla da dire sulla chiusura dell’Opera stessa.
Per non dire del sindacato. Per esempio della Cgil. Ma questo perché forse non c’è, il sindacato c’è solo nei giornali.  

Muti Day a Gioia Tauro, la musica rinasca dal nulla

Il maestro Muti si rifarà in Calabria dei dispiaceri di Roma e Chicago. Il 13 ottobre sarà in Calabria, nella sua zona più malfamata, la Piana di Gioia Tauro, in visita a tre o quattro scuole musicali locali, per giovani e giovanissimi.
Non è una delle solite promozioni  d’immagine presuntuose di cui la Calabria è specialista – Muti non fa le “presenze”. È un modo per un musicista, che tra Roma e Chicago subisce la “Prova d’orchestra” che Fellini profetizzò 35 anni fa, di vivere la sua arte come ispiratrice di buona coscienze e passione. Fuori dalla politica politicante.
Dopo Roma, aveva detto che si sarebbe dedicato solo alla sua propria orchestra di giovani talenti, la “Cherubini”. Nella scuole della Piana di Gioia Tauro, non si propone di trovarne, ma di testimoniare che la passione musicale è ancora possibile. Fuori dai sindacati e le loro burocrazie troppo furbe, troppo esperte - sterminatrici.  

Nazionalizzare il vincolo esterno

Basta così poco per uscire dal “vincolo esterno”? Basterà Renzi, egli pure (forse) un democristiano, come lo era (forse) Guido Carli, che il vincolo esterno teorizzava, per uscirne? Uscirne significa che l’Italia, potenza industriale, sa e fa quello che deve, per l’economia come per i diritti civili, della salute, dell’ambiente, etc., senza aspettare il “vincolo esterno”. Il “monito” di Bruxelles, quasi sempre “severo” - che orami da più anni significa  Berlino.
È presto per dirlo. Renzi in realtà non ha una politica estera – non ha neanche un ministro degli Esteri. E non sa personalmente come si fa, a quello che mostra. Il vincolo estero comunque c’è, poiché l’Italia è membro della Unione Europea e ha adottato l’euro. Si tratta di gestirlo senza vincolo. Senza moniti, cioè, né rimproveri.
Molto tuttavia è successo in questi mesi. Ancora nell’ultimo volume delle opere di Guido Carli, uscito in primavera, il sesto, dedicato alle testimonianze di chi lo ha conosciuto o ci ha lavorato, Mario Draghi, che di Carli fu direttore generale al ministero del Tesoro, e poi successore al governo di Banca d’Italia, ne ricordava cinicamente divertito la genealogia.
Carli disprezzava i politici, disprezzava la pratica “schizofrenica”, dice Draghi, dei governi italiani, e “sperava nell’azione del vincolo esterno”.
Era la chiave dell’antipolitica. Magari  autoinflitta – il politico che cavalca l’antipolitica è una nuova maschera (macchietta) italiana. Che Carli consolidò con Draghi a Maastricht, nelle trattativa per l’euro e poi nel trattato, confidando che il “vincolo esterno” avrebbe poi costretto l’Italia a soddisfare i relativi parametri. Una deificazione dei parametri, senza riguardo all’interesse nazionale.

Ménage a tre coi cognati

Fra i segreti delle donne c’è anche l’amore diviso fra i cognati, il marito e il fratello, le complicità. Nessuno ci aveva mai pensato, benché la cosa sia comune. Margaret Millar ne ha tatto un racconto travolgente. Con molti cameos, com’è nelle sue corde di narratrice: la ragazza messicana senza legge morale,  americanizzata, che sogna Hollywood, la tedesca nubile, a servizio nelle case, sospettosissima, il testimone oculare, inattendibile per natura, e un investigatore privato che finalmente si dichiara, d’intuito rapidissimo perché baro di natura.
Non è il solo romanzo della pruderie  americana smarrita nella tequila a Città del Messico, Margaret Millar ne ha scritti altri. I soli detective seriali che ha usato - in pochi libri, perché non ama la serialità (la ripetitività) - sono messicani di origine, Aragon e Pinata. Pur non essendo mai stata in Messico, nei suoi tanti viaggi. Questo suo Messico “vero” è costruito con le ricerche, e coi tanti messicani con cui aveva da fare a Santa Monica, in California, dove abitava. Per il suo libro preferito, “Cercatemi domani, sarò morto”, titolo shakespeariano, “avevo delle mappe”, ha confidato in un’intervista (pubblicata sul Giallo Mondadori n. 2318, nel 1993), “che indicavano persino l’ubicazione di ogni singolo albero”.

È “The listening Walls” in originale – con questo titolo, “I muri ascoltano”, già tradotto da I Romanzi del corriere. Qui con una nota convincente di Maurizio Costanzo, direttore dei “Gialli”, sul racconto nel libro e il racconto del film, sulla creatività del lettore e la coazione dello spettatore – “Quando si legge un romanzo è come se, pagina dopo pagina, ci si cucisse un vestito addosso, quando si vede un film è come se il vestito fosse una taglia unica”.
Margaret Millar, La scatola d’argento, Gialli Mondadori, pp. 176 € 4,90

venerdì 3 ottobre 2014

Problemi di base - 199

spock

Putiniana

Chi bombarda a Donetsk le scuole e la Croce Rossa? Sarà il solito Putin

Chi vuole l’Europa in guerra per l’Ucrana? Sarà il solito Putin

E l’Isis perché non dirlo (che lo ha armato Putin)?

Anche la depressione, perché non dirlo – che è il solito Putin?

E Della Valle, che tresca ha con Putin, il sovversivo?

Della Valle dà alla Fiat 128 mila cassintegrati – su 29 mila dipendenti?

Ma Della Valle-Marchionne è una partita da ridere o da piangere?


Incoronato da Marchionne a Detroit, Renzi è silurato il  giorno dopo dal giornale di Marchionne a Milano: per un problema di fuso orario? 

Chi ci vuol male?

La testa mozzata di Taurianova “è storia interamente inventata”. Basterebbe questo per dire il libro. Ma Varano e Veltri sono a caccia di spiegazioni, non di controscoop. Di una spiegazione di un fenomeno insopportabile e anche incomprensibile: la dannazione della Calabria. C’è bisogno d’inventare le teste mozzate? E perché tutti ci credono, hanno voglia di crederci? Con Duisburg dopo Taurianova, la strage avventata e stupida, contro gli interessi della stessa mafia. “Una botta di  barbarie”, che però ha “blindato… l’immagine nuova del calabrese che tra industria dei sequestri, guerra di mafia e testa mozzata si era già affermata”. Dunque, basta un atto di follia? Calabrese rimava con crazy, pazzo, già sessant’anni fa, ma era in “Mambo italiano”, per ridere, la canzone di Rosemary Clooney, la zia. 
“Riflessioni sulla Calabria e i calabresi” è il sottotitolo: gli autori, giornalisti sperimentati, calabresi attivi in Calabria, sono costretti a chiedersi “ma chi sono?”, e non sono i soli. Hanno anche l’ottima idea di ristampare in anastatica una parte dello speciale sulla Calabria che Piero Calamandrei organizzò nel 1950 con la sua rivista “Il Ponte”, specchio e memoria di un’altra realtà. Povera, dolente anche per molti aspetti, ma dignitosa, intelligente come tutti, e piena di energie. Come a dire: se il seme buono c’era, la malattia non è etnica, ereditaria. Cosa non ha funzionato, si chiedono allora, se  la maledizione si è abbattuta sul nome, i luoghi, le persone, tra il barbarico e il diabolico, indistinta e ribadita? Se lo chiedono più angosciati che critici, e nello stesso modo, sotto lo stesso peso, tentano qualche risposta.
La polvere della democrazia  
“Indistinta” è già una chiave: la dannazione è uno stereotipo, un luogo comune, ripetuto nella disattenzione. E la disattenzione nella pubblicistica è troppa. In parte giustificata da ragioni commerciali: se vende il genere dell’orrido, le vite dei delinquenti, ancorché pentiti, perché no? In parte più larga effetto della rapidità (superficialità) dei mass media, che lavorano per accumulo, ripetendo il già detto. Si leggono i giornali della regione, dove magari si vive pure allegramente, ogni mattina con lo stomaco chiuso, cronaca nera e nerissima dalla prima all’ultima riga, mafia, malasanità e malaffare, e questo non è senza conseguenze nella psicologia locale: è come avere introiettata ogni giorno una dose di violenza. Anche delle eccellenze. Il porto di Gioia Tauro è dei Molè o Piromalli, le locali cosche mafiose, delle mafie colombiane, delle mafie cinesi, non l’interporto più efficiente del Mediterraneo, anche per la qualità dei servizi locali ai mezzi e le infrastrutture. La Salerno-Reggio Calabria è la disperazione degli automobilisti e non un gioiello tecnico, tra viadotti e gallerie, con 50 chilometri a tre corsie, e 300 a due corsie larghe con sorpasso, senza nessuna menzione mai dei veri inferni della viabilità, la Firenze-Bologna, con “variante di valico” annessa, 33 anni di lavori – per 32 km. – di cui non si sa la fine, la Milano-Genova, l’Aurelia da Civitavecchia a Livorno, né dei ritardi enormi e i costi superfetati dei relativi adeguamenti - senza contare che gli automobilisti della Sa-Rc sono pochi e l’autostrada è gratuita.
Varano e Veltri fanno grande caso, e una utile disamina, dell’identità, di come si disaggrega e si aggrega l’identità, locale e etnica oltre che individuale. Ma i media sono rimasti l’unica pedagogia in questa società di mercato atomizzata, senza più mediazione politica né ideologica né religiosa o culturale, e sono tutti subdolamente traumatizzanti: più leggiamo e più ci sentiamo impotenti e restiamo inerti. Specie in una società, andrebbe aggiunto, che si è perduta con la necessaria democratizzazione, polverizzata. L’indifferenza al bene comune, il disordine, edilizio, alimentare, comportamentale, il deperimento politico, del giudizio, delle scelte, sono derivate del miglioramento economico delle masse, che pure c’è stato.  È qui la radice dello scadimento della classe politica: non ha più un ruolo il vecchio ceto notabilare, la borghesia delle professioni, del prestigio, della cultura, e la nuova fatica ad affinarsi. A entrare nel ruolo del buon amministratore, e anche in quello, che pure ricerca, dell’affermazione personale, del potere politico correttamente (proficuamente) inteso. Prevale il sottogoverno: gli affari, l’avidità, l’intrigo. L’argomento della corruttela epifenomeno della democrazia è indigesto, ma basti il raffronto con Gullo, Mancini, Misasi, Guarasci, che pure erano anche loro calabresi, ma grandi borghesi. O, come Varano e Veltri propongono, con la cultura di cui “Il Ponte” è specchio, prima del boom.   
Di più pesa il leghismo, sulla Calabria come sul resto dell’Italia, superficiale e apodittico. Varano e Veltri fanno grande caso di Bocca, del suo malevolente “L’inferno”, contro l’Aspromonte e la Calabria tutta, che invece è semplice: nel 1992, anno dell’“Inferno”, Bocca era leghista, come tutta Milano 1  – questo potevamo registrare già in “Fuori l’Italia dal Sud”, 1993. Milano 1 è la circoscrizione elettorale di Milano centro, che raggruppa l’élite finanziaria e intellettuale della città e dell’Italia, ed era stata in successione spadoliniana, craxiana, leghista, sempre cioè à la page. Il leghismo si è voluto molte cose, superficiale e contraddittorio come è nel dna di Milano, autonomista e ministeriale, antinazionalista e sciovinista, tedescofilo e antitedesco, ma una con più costanza: antimeridionale. Senza argomenti, abbandonandosi alla stupidità. La quale però è violenta, ed è contagiosa. Bocca aveva esordito nella chiave dell’“Inferno” quarant’anni prima, l’11 settembre 1955, sul milanese “L’Europeo”, titolando “Delianova paese del West” una serie di delitti culminati nell’assassinio del maresciallo dei Carabinieri Sanginiti, originati da una vicenda di gelosia, o storia d’amore tradita. Che “L’Inferno” sia stato riproposto prefato da Scalfari, calabrese eminente, non cambia.  
La Calabria è quella che è, insomma, per molte ragioni. Alcune senza sua colpa. La più importante resta però da dire: il senso dell’ordine pubblico. Che sembra un titolo di Garcia Marquez, ma è una triste realtà, di realismo non magico.
Ho visto nascere la mafia
Mimmo Gangemi, ricordano gli autori, ha testimoniato che adolescente, quindi a metà degli anni1960, ammirava, come tutti, gli uomini d’onore del suo paese, Santa Cristina d’Aspromonte. Che però non erano ancora mafia. Questa stava crescendo da alcuni anni, poco discosto da Santa Cristina, a Castellace di Oppido Mamertina, come mafia dei terreni. In contemporanea con i Piromalli di Gioia Tauro, la mafia del commercio, piccolo e grande. Abbiamo visto nascere, e anzi sperimentato in prima persona, come piccoli proprietari da espropriare, la mafia della Piana di Gioia Tauro, un fenomeno nuovo, della Repubblica, al coperto anche della Legge – le prime mutazioni sono arrivate una quarantina d’anni dopo, quando il maltolto era già miliardario e non più confiscabile ( http://www.antiit.com/2013/10/ce-la-mafia-quando-il-delitto-e-impunito.html ). Cos’era cambiato? Una mutazione razziale? sociale? Nella nostra esperienza una sola cosa: i Carabinieri. La proprietà non era da proteggere e i Carabinieri, che tutto sapevano, non si sono mossi. Magari creando all’Aspromonte la fama d’inaccessibilità.
Lo stesso per i sequestri di persona, su cui Veltri ha condotto al tempo più di un’indagine, che hanno fatto la metà del nuovo business mafioso dell’altra faccia dell’Aspromonte, la Locride (Platì, San Luca, Bovalino e Siderno più che Locri). Nel sottinteso che chi ha i soldi paga. Di 180 sequestri di persona a scopo di estorsione censiti in quarant’anni nell’Aspromonte, a partire dal primo, di Ercole Versace, il 2 luglio 1965, di cui 124 in Calabria - 18 nella sola Bovalino - e 56 in altre regioni, non uno, si può dire, è stato perseguito, o altrimenti dopo molti anni. Pur essendo un delitto complicato, prolungato nel tempo, con uno schieramento criminale largo e larghissimo: rapimento, trasferimenti, nascondigli, vettovagliamento, trattativa, pagamento del riscatto, in genere ingente. Come dire impenetrabile l’Anonima Sequestri? Achille Serra, parlamentare di destra e poi di sinistra, ha capitalizzato politicamente la straordinaria esperienza di questore e poi prefetto a Milano nel 1992-1993. Anni nei quali semplicemente “ordinò” che non ci fossero più sequestri di persona sotto la sua giurisdizione.
Lo stesso per la droga, l’altra metà del business mafioso di nuovo conio nella Locride. Maria Serraìno, di Cardeto, moglie di un contrabbandiere di sigarette condannato 65 volte in 35 anni, divenne “La Signora” e “Mamma eroina” a Milano, dove praticò di tutto, dalla ricettazione allo spaccio e all’usura, liberamente in casa sua, in piazza Alpi, per trent’anni. Con sfoggio di fuoriserie e stravaganze dei figli, specie del primogenito, che liberamente intermediava i fornitori sudamericani a Marbella, la Forte dei Marmi spagnola. Indisturbata, fino a che una figlia, in crisi di eroina, non crollò, si sfogò, e gli arresti furono obbligati.
Questo il fatto decisivo: la criminalità prospera se indisturbata. Non ha mai vinto, non che si ricordi nella storia, ma bisogna contrastarla: l’unica cosa che il criminale teme è il Carabiniere, la prigione. Nel Seicento di Manzoni la criminalità più diffusa era in Italia nel milanese.
Il romanticismo naturale
La tela di fondo certamente c’è. Ma non etnica – che vuol dire, la Calabria è ben parte dell’Italia, la più indifesa. Né storica: il brigantaggio, si ricorderà, fu anche calabrese (e siciliano) ma soprattutto fu lucano, della regione cioè oggi la più immune alla criminalità. Vincenzo Padula e altri scrittori risorgimentali ne hanno tramandato racconti di efferatezza ineguagliabile, dei briganti calabresi di inizio secolo, borbonici antifrancesi. Ma al loro terribilismo fa da contrappeso, credibile, l’ironia di Paul-Louis Courier, lo scrittore che a quel tempo ne fu la controparte designata, ufficiale napoleonico. C’è d’altra parte, negli stessi scrittori, un certo romanticismo del brigante – di Mimmo Gangemi ragazzo. Radicato nel “romanticismo naturale” del “gruppo calabrese”, il gruppo dei letterati individuati da De Sanctis a metà Ottocento, autori di novelle in versi di briganti buoni, Miraglia (“Il brigante”), Mauro (“Errico”) e ancora Padula (“Valentino”, “Antonello”). In linea con Schiller, Byron, Walter Scott (il Robin Hood di “Ivanhoe”), e la grande opera italiana, di Verdi, Bellini, Mercadante, che Napoli allora praticava al meglio. Nella temperie ribellistica (carbonara, mazziniana, libera pensatrice) che distingueva gli spiriti avvertiti dell’epoca. Che Hobsbawm – Varano e Veltri lo ricordano – fa viva ancora nel dopoguerra. Anche se contraria all’indole e agli interessi delle masse, allora, e ancora nel dopoguerra, contadine. Ultimamente è prevalsa la lettura contadina dell’anarchismo calabrese, da Berto a Saviano, ma così non è, per nessun aspetto, né psicologico né sociale e certamente non storico. Il ribellismo in Calabria, in Italia, è borghese – fu borghese la “repubblica di Caulonia”, opera in larga misura di Felice Cavallaro, insegnante, sindaco. E più oggi, quello delle armi, della droga, delle intimidazioni, più spesso giovanile: sconsiderato ma consumista (la scorciatoia, l’avventura, il potere).
Il razzismo c’è pure, come no. Il razzismo (leghismo) è facile. A opera più spesso degli stessi meridionali, e calabresi. Compresi, inconsciamente, i compilatori delle gazzette quotidiane in Calabria. Ma nella sua forma “milanese”, del mondo cioè che ha governato l’Italia per un venticinquennio, coi suoi giudici, le banche, i politici, gli opinion makers (libri e librerie, autori celebrati, autorità morali, le tecniche di persuasione - marketing - di cui Milano è padrona e maestra). Che può essere cattivo ma non è irresistibile. Milano è soprattutto la capitale della “moda” – vuole essere in voga, all’ultima moda – e dell’industria del consenso. Dell’“industria della parola” – bisognerebbe catalogarne una. Riduzionista, semplicista, perché la voga è passeggera – deve esserlo, bisogna rifare la spesa a breve termine. E poco compassionevole, riguardosa, perché gli affari si fanno così. A Milano, diceva Malaparte, la spazzatura “sempre quelli di su la scaricano sulle spalle di quelli del piano di sotto”. E “parlano a voce alta, spesso gridando” (“E questo credo avvenga non perché siano sordi, o credano tutti gli altri sordi, ma per tenersi svegli… (e) per mostrare che non han soltanto del denaro da spendere e da buttar via, ma anche fiato da sprecare: il che, in un popolo di mercanti, è sempre segno di ricchezza e di abbondanza”). Ma bisogna anche dire che in questa ottica, magari non cattiva, solo superficiale, ma dissolvente, la Calabria non fa eccezione: Roma, Napoli, la Sicilia, la stessa Venezia che si fa affondare dalle navi crociere, Genova sotto l’acqua, L’Aquila sotto il terremoto, l’Italia tutta è deprimibile e depressa, “Milano” non fa sconti.
L’ordine che non c’è
La differenza ha altre cause. La razza non c’entra: in fatto di crimini di sangue la Calabria è nella media, comprese le guerre di mafia, coi loro morti a grappolo, e anche al di sotto della media. Anche negli affari poco puliti, droga, grassazioni, appalti, corruzione, nepotismo, le percentuali pro capite sono nella media. C’è sicuramente da qualche tempo un eccesso locale di violenza estemporanea, soprattutto giovanile, ma c’è anche un libero mercato di esplosivi e armi – trent’anni fa nella scuola di Totò Delfino e don Pino Strangio a Bovalino solo un ragazzo aveva la pistola, figlio di un mafioso esibizionista, e la nascondeva (nello sciacquone del gabinetto), gli bastava far sapere che ce l’aveva, ora “tutti” hanno un’arma, la esibiscono e la usano, hanno rispolverato pure il coltello. Ma anche la violenza estemporanea è un fatto di ordine pubblico, i calabresi ne sono le prime e sole vittime.
Le repressione è la chiave: l’apparato giudiziario e le forze dell’ordine. A lungo non c’è stata, ora evidentemente è sfocata. Con troppe assoluzioni. Pentiti troppo inattendibili. Ne furono messi in campo 28 contro Giacomo Mancini, che certamente non era un mafioso. Più di recente, si è avuta l’evizione del vescovo di Locri Bregantini, che fu la migliore diga al malaffare, e proprio nella Locride, sul quale almeno due Procure litigavano per abbattersi.
Aldo Varano-Filippo Veltri, Una vil razza dannata? Città del Sole, pp. 230  € 15 

giovedì 2 ottobre 2014

Secondi pensieri - 190

zeulig

Anima - Non c’è, non immortale, nella Bibbia. Lo dice Voltaire nella n. 59 al “Trattato sulla tolleranza”, ma non è sbagliato. Non c’è in Mosè, come si fa supporre. E in Giobbe in modo contestabile – dipende dalla traduzione, lo stesso suono tradendo molti significati. È come Voltaire dice, “sulla traccia del grande Arnauld nell’apologia di Port-Royal: «L’immortalità dell’anima, le pene e le ricompense dopo la morte, sono annunciate, riconosciute, constatate nel Nuovo Testamento”.
L’anima è poi ebraica, ma in forma di “qualcosa di slegato, aereo, una sostanza leggera”. Come la concepiscono alcuni padri della chiesa, Tertulliano, sant’Ireneo. Con la pesatura, gli innesti, la covatura delle anime, e altre stravaganze.

Sant’Ireneo dà all’anima natura corporea.

Animus e Anima, i due archetipi sessuati della psicopatologia di Jung a spiegazione della psicosi, segnano e sono un mundus imaginalis della psicofilosofia islamico-iranica, secondo Henry Corbin che Jung ebbe amico, e col quale discusse più volte il tema. Due concetti che sottendono una metafisica - allo stesso modo che la junghiana Imago, argomenta Corbin.

Corpo - “La nevrosi è il corpo che prende il comando”, dice Jung. Può essere, ma non c’è relazione funzionale rilevabile, che il corpo al comando produca nevrosi.

Dio – Effettivamente è ubiquo: il credente e l’ateo entrambi convivono con Dio – anche l’agnostico, ma un po’ meno pressato. L’uno se ne ritiene salvato, l’altro abbandonato.
Non si è peraltro credenti solo per atto di fede, cioè per grazia ricevuta. C’è chi, come Croce, crede per abitudine (consuetudine), per storia familiare, personale. Lo stesso molti atei, in sé fortemente teisti.

Empatia  -  Meglio adattabile appare al contesto socio-politico. Sviluppata a fine Ottocento dalla filosofia dell’arte, e ripresa in chiave psicologica, specie dalla psicoanalisi freudiana, è nozione forte, perfino condizionante, nel contesto sociopolitico, o della psicologia sociale. Come “modo” del pregiudizio: il razzismo, la faziosità, la “chiesa”. Il pregiudizio è concrezione di impulsi, linguaggi, storie - la “responsabilità anonima” di Jaspers, 1923, “Die Idee der Unversität”.

Essenza – Voltaire, “Trattato sulla tolleranza”, nota 59: “Non sappiamo ciò che diciamo quando pronunciamo la parola sostanza. Vuol dire, alla lettera, ciò che è sotto, e per ciò stesso ci avverte che è incomprensibile”.

Fondamentalismo – È un disegno politico e non religioso – un disegno politico che si fa scudo e arma della religione. Cusano, nel “De pace fidei”, argomenta che la religione è un fattore di pace e non di guerra. Che la comune ricerca di Dio porta alla pacificazione tra le religioni. E non al sacrificio della pluralità dei riti bensì alla loro preservazione. Tutti essendo manifestazione di una comune ricerca e preghiera a Dio, che per definizione dev’essere unico.

Galileo - Con Galileo più che con l’isolato Leonardo nasce l’uomo moderno che inventa, riflette Ernst Bloch nell’aurea “Filosofia del Rinascimento”: le procedure dell’esperimento ci sono tutte, e c’è anche la coscienza dei limiti dell’esperimento. Dell’esperimento come innovazione, oltre che come ipotesi:  “vedere per prevedere”, si dirà più tardi. Esponente della dinamica società borghese fiorentina, come lo inquadra il biografo più fedele, Antonio Banfi, Galileo voleva “un sapere fatto di concrete esperienze,  di dottrine tecnicamente provate, anzi fiorite dalla tecnica stessa… Tecnica vuol dire coscienza della struttura obiettiva dei corpi, dei rapporti di connessione e di dipendenza tra i fenomeni”.
La teoria dell’ignoranza, della cospirazione del Maligno, Popper vuole speculare all’ottimismo della verità. Forse l’ottimismo di Galileo non è “vero” ma, dice Popper, la concezione che “la verità può forse essere velata, ma può rivelarsi” promosse “il più grande movimento di liberazione” dell’umanità: “La cosa più strana di tutta questa storia è il fatto che questa falsa epistemologia è stata la fonte maggiore d’ispirazione di una rivoluzione intellettuale e morale che non trova riscontro  nella storia. Incoraggiò gli uomini a pensare da soli; diede loro la speranza di poter liberare dalla miseria se stessi e gli altri grazie alla conoscenza. Rese possibile la scienza moderna.  Divenne la base della lotta contro la censura e la soppressione del libero pensiero.  Divenne la base della coscienza non conformistica, dell’individualismo e di un nuovo senso della dignità umana; dell’esigenza dell’educazione universale, di un nuovo sogno di una società libera”.

Realismo – Deve sopravvivere alla battuta di Kierkegaard al ricordo delle lezioni di Schelling a Berlino, da cui tanto si aspettava e tanto invece lo delusero:  “Quello che i filosofi dicono della realtà spesso è deludente. Come quando da un rigattiere si legge un’insegna con su scritto: «Qui si stira». Se si andasse a fare stirare il proprio abito si resterebbe delusi, perché l’insegna è semplicemente in vendita”.

Tempo – La stazionarietà è impossibile. Impensabile. Non auspicabile. E tuttavia: La storia è agli inizi, ancora corriamo, dopo il Big Bang nel tempo non tempo. Sessantacinque milioni di anni fa c’erano i dinosauri, gli esseri umani solo cinque milioni di anni fa, l’homo sapiens appena duecentomila anni fa.
Ma senza una scansione temporale la storia in realtà non è evolutiva. Se non per gli utensili che si fabbrica,  come in surplace.

Tolleranza – È anticristiana (sant’Ambrogio, “Contro Simmaco”) oppure cristiana ( Cusano, “La verità della fede”)?  È cristiano l’individuo – il Crocefisso riporta Dio dentro ognuno. È cristiano san Paolo, il sovversivo, nelle lettere alle chiese che via via fonda, che critica le burocrazie, il gregarismo, i “principati e potestà”.   Sono cristiani i diritti soggettivi, seppure tardi, dei canonisti dell’anno Mille. È anzi chiesastico tutto l’armamentario del costituzionalismo, la rappresentanza, il corpo elettorale, l’eleggibilità, il corpo sociale (il contratto di Rousseau).

zeulig@antiit.eu

Il bracciante fu l'eroe della Grande Guerra

“La guerra ci ha educato alla lotta, e resteremo combattenti finché viviamo”. Anche perché “la guerra non è solo nostra madre ma anche nostra figlia. L’abbiamo cresciuta, così come essa ha fatto con noi”. Sinistra premonizione. Ma corretta: questo di Jünger è il libro forse “più” vero sula Grande Guerra, sulla guerra. Più del suo stesso “Nelle tempeste d’acciaio”, scritto a caldo nel 1919. Degli istinti animali sempre vivi. Dell’orrore, costante nell’uomo, fin dalle “paure” dell’infanzia. E la putrefazione. La trincea. La paura – il nemico è sempre dentro. L’eros, il bisogno incontinente della scarica ormonale. Uno sguardo a fondo sulla guerra che Jünger continuerà ad arricchire in testi dispersi (ora raccolti nel primo dei tre volumi degli “Scritti politici”) che accompagnano la riedizione di questa “Battaglia interiore” nel 1926-27.
Le pagine sul “bracciante” sono tutto l’opposto del “Tutti a casa” di cui l’Italia si compiace. Di rispetto, e anzi di ammirazione, motivata. Dopo una pagina, a metà libro, molto jüngeriana e però singolarmente inattaccabile, sulla “riduzione a massa” (“Ormai disabituati alle forti ebbrezze, il potere e gli uomini ci fanno orrore, i nostri nuovi dèi sono la massa e l’uguaglianza. Se la massa non può diventare come i pochi, allora i pochi diventino come la massa”). “Perfetto” al fronte è stato solo lui, il bracciante. Viene in mente la Brigata Catanzaro, passata alla storia – nel quadro del “contadiname” che stava per far perdere la guerra all’Italia - per la ribellione al fronte, e la decimazione che subì a opera dei Carabinieri, ma dopo una anno e mezzo di offensive senza mai un turno, un giorno, di riposo.
La battaglia è la liberazione, “energia fatta carne, carica di forza alla massima potenza”. La guerra si capisce facendola: “La lotta si nobilita con l’azione. E anche il motivo della lotta. Altrimenti, come si fa a stimare il nemico? Solo un valoroso può capirlo fino in fondo. La lotta è sempre qualcosa di sacro”. Concepito a difesa del combattente, del reduce, nella “follia collettiva” dell’ingratitudine e del rifiuto del dopoguerra, pubblicato nel 1923, il libro riesuma la visione della guerra da combattente che il lettore di Jünger già conosce, ma con un occhio clinico più affinato. Al solito, non entusiasta e non cattivo, di chi ha visto le cose, anche sgradevoli, e le dice. Ma con una pietas. Che la nuova introduzione, alla riedizione del 1926-27, qui riproposta, espone senza ambiguità.
Jünger ha vissuto e rivive la Grande Guerra coma una guerra di Troia. Con le trincee e i cannoni, ma come scontro ancora di persone. Di un’epica minuta, frantumata, ma lui stesso è piccolo-grande eroe omerico. Con un’altra visione della guerra, non politica, non razionalizzata: un evento. E nell’evento, con il massacro, anche l’ineluttabilità. E il valore che ad essa si lega: “Noi abbiamo avuto accesso anche allo sconvolgimento ebbro che sia accompagna alla consapevolezza di compiere grandi azioni”, una “euforia”, il “senso morale” insito “nelle grandi opere”.
Il richiamo omerico Jünger non fa mai. Si appella a una “esperienza interiore”, un’orma indelebile che la guerra ha lasciato, forte come è possibile ipotizzare nel costruttore ignoto delle piramidi. È la guerra  una carneficina e una sperimentazione: “La guerra è il potente incontro tra i popoli…. Mediante la guerra le grandi religioni sono diventate un bene per il mondo intero, le razze più valorose si sono messe in luce prendendo le mosse da oscure origini, e innumerevoli schiavi sono diventati uomini liberi”. Quando si dice “mai più guerra” bisogna saperlo. Una dura verità. Il pacifismo è un segno epocale di fine imminente. Jünger lo sostiene in polemica con l’antireducismo che lo umiliò a guerra perduta. Ma allora le due guerre tedesche saranno state le ultime dell’Europa e hanno segnato la fine dell’Europa stessa.
Ernst Jünger, La battaglia come esperienza interiore, Piano B, pp. 160 € 13


mercoledì 1 ottobre 2014

Ombre - 238

I più volenti col De Magistris condannato sono i giornalisti che più hanno beneficiato delle confidenze del giudice. Che giustizia? Che informazione?

Si vuole la ‘ndrangheta dominante a Brescello, il paese di Peppone. Ma su Putin, niente?

Una professoressa di Procedura penale, avvocato stimato, consulente del ministro della Giustizia, bella donna, bocciata al Csm, dove vanno cani e porci: questa era ancora da vedere. O ha giocato la “bella donna”? La bocciatura è stata letta da Maria Rosaria San Giorgio, anch’essa bella donna ma con quindici anni in più, anch’essa neo eletta, ma giudice a differenza della bocciata. di cui ha sentenziato appena convalidata: “Si propone di non convalidare l’elezione dell’avvocato Teresa Bene”.

È vero che a Napoli tutto è possibile – le due belle donne sono entrambe napoletane.
È la giustizia, che è sempre napoletana. Sennò, che spettacolo è?

È pure vero che i giudici non perdonano Orlando. Non possono metterlo dentro ma non gliene faranno passare una.
I giudici non complottano, gli viene spontaneo. Orlando vuole riformare la giustizia, e questo bisogna assolutamente evitarlo: niente più comandi, vacanze ordinarie, retribuzioni (quasi) ordinarie, dove si va a finire? L’indipendenza dei giudici ha bisogno di molti soldi.

Il sindaco di Roma Marino si dice “attratto” dalla drghe: “Vedendo l’energia de Rolling Stones difficile dire ai figli di non usarle”. È una scemenza, e non è nemmeno vero - Jagger e Richards sono sempre vivi perché non si drogano, non si sono mai drogati mentre Brian Jones ne è morto, presto. Ma per dirlo ci vuole Alemanno, l’ex sindaco che Marino ha sconfitto. Come se fosse un’accusa della destra alla sinistra. La quale, di suo, è senza parole?

Salta anche l’ultima inchiesta del De Magistris forzato in Calabria, la Drug Off.  Ottanta arresti in tutta Italia, otto anni di processi, 51 rinvii a giudizio, ora tutti assolti, più 18 assolti con rito abbreviato. Mai successo.

Di Pietro ha vinto tutti  i sui processi, trecento e più, e per la malversazione, accettata in tv, non è stato indagato. De Magistris li ha persi tutti. Di Pietro dunque è tutti noi. Ma in che senso?

Si lamenta il Procuratore Capo di Reggio Calabria Cafiero de Raho: troppi sbarchi, i Carabinieri vengono distolti dalla lotta alla ‘ndrangheta. Ecco perché.

 D’Alema dice “Renzi istruito da Verdini”, e si merita la prima pagina del “Corriere della sera”. Ne farà un “Renzone”? Si è dimenticato di Prodi, De Benedetti e Scalfari che lo affossarono quindici anni fa come “Dalemone”, una copia di Berlusconi? E Verdini, chi era costui?
Ma tutto il Pd sembra ansioso di confermare che Renzi fa bene a rottamare.

Dunque, Napoli si era eletto “Giggino ‘a manetta” – si viene a sapere ora che “Giggino” De Magistria è  a sua volta ammanettato. La cosa più inverosimile del giustiziere condannato per ingiustizia è che la cosa sia così ovvia una volta usciti da Napoli. Non  c’è altro rimedio?

Non perde tempo Paolo Scaroni. Accusato di reati valutari e patrimoniali, si fa intervistare da “Repubblica”, la nemica dei berlusconiani, e dice che ha fatto tutto su suggerimento dell’allora ministro Tremonti. Cosa naturalmente non vera – Tremonti non è un cretino. Ma la viltà è di destra (che differenza da un Greganti!)
Questo Scaroni, un manager rientrato dall’estero senza gloria, deve tutto, presidenze e patrimoni, a Tremonti e ai berlusconiani.

Delenda Fiat Italia

Sarebbe tutto da ridere, se non fosse triste, il “processo” che la Commissione di Bruxelles ha aperto, con condanna preannunciata, a carico del Lussemburgo per “aiuti di Stato” a favore della Fiat. Non dei milioni di altri domiciliati nel granducato, della Fiat tra tutti. Un processo aperto dall’ex commissario alla Concorrenza Almunia, bieco tedescofilo, un uomo che Berlino ha sempre tenuto col morso stretto, e perfezionato dal suo successore, la danese Vestager, tedescofila promettente.Perché si tratta solo di fare un favore alla Volkswagen. La condanna arriverà a ridosso del debutto della Fiat a Wall Street il 13 ottobre, per rovinare il collocamento..
La Fiat troverà i mezzi per scapolarla. La tristezza sta nel fatto che niente è cambiato a Bruxelles. Abbiamo votato a maggio, anzi non votato, contro una Commissione di lupi mannari. Per ritrovarcene una eguale, anch’essa nominata da Angela Merkel,
Si indaga anche su Apple e su Starbucks, ma per colpire la Fiat. La questione di dove pagano le tasse le multinazionali è reale, ma non è di adesso. Lo è diventata dal giorno, pochi mesi fa, in cui Fiat Finance and Trade è stata domiciliata in Irlanda, Olanda e Londra: l’indagine è subito partita. Volkswagen invece si può liberamente domiciliare per il fisco nel Liechtenstein e a Hong Kong.

L'islam tentato dalla barbarie

Un processo di sette anni a una ragazza che ora ne ha ventisei. Anzi, non un processo, ma un’impiccagione sospesa, la condanna è stata già comminata. Per l’assassinio di un agente dei servizi segreti che la stessa ha sempre negato e l’accusa non ha mai provato. Di un uomo comunque morto per un tentativo di stupro ai danni della stessa. Tutto questo succede a Teheran, non nei deserti del califfato o dei talebani. Ed è il segno, purtroppo non unico, della barbarie che minaccia l’islam.
Il terrorismo talebano, dell’Isis, di Al Qaeda, non fa stato: si tratta di bande, più violente – naziste, fasciste -  che islamiche. Quello degli ayatollah sì: sono tutti dottori della legge, e governano il paese forse più civile di tutto l’islam e del Medio Oriente, di maggiore tradizione e consideratezza.
Concedere le attenuanti no. Accusare un congiunto della donna nemmeno: non avrebbe implicato la pena di morte, e questo è tutto il succo della storia. L’impiccagione della donna si vuole esemplare. Si voleva con la presidenza Ahmadinejad, l’uomo del Guardiano della Rivoluzione, il grande ayatollah Alì Khamenei, capo dell’’islam in Iran.

Quando le teste rotolavano per ridere

Nicolina Zumbo, una quasi miss Reggio Calabria, quasi quarantenne, viene decimata oggi dai suoi nemici politici appena si candida in lista, ventiquattresima, con un candidato a sindaco di Reggio Calabria. A vent’anni stava con un boss, da cui ha mediato una figlia non riconosciuta e un’accusa di favoreggiamento. L’accusa era a suo tempo caduta, ma Nicolina è finita lo stesso impiombata alle Comunali. Un’altra Nicolina, Licciardi, di Seminara e non di Reggio, si era invaghita di un capobanda due secoli fa, il brigante Bizzarro, non altrimenti nominato, anch’egli calabrese. Un tagliatore di teste che finirà anch’egli male, ma in altro modo – la “donna del Sud” è sempre sorprendente..
La storia era dunque scritta, i calabresi come i califfi dell’Isis sono mozzateste? Sì e no: questo racconto di briganti è di prima del birignao sociale – sono cattivo perché sono povero, etc. Dumas poi lo orchestra, benché agli esordi narrativi, con un’ottima dose di suspense. Tra i suoi mezzi linguistici la laconicità, che da sola fa l’ambiente, e il linguaggio allusivo, complice – reperito e memorializzato nei (pochi) giorni di soggiorno, peraltro forzato, in Calabria,.
Il racconto è estrapolato dai ricordi di viaggio a Napoli, in Sicilia e in Calabria di Dumas nel 1835, da lui pubblicati in tre volumi, poi riuniti editorialmente in due volumi col titolo “Il capitano Arena”, o “Lo Speronare”. Questa edizione reca le illustrazioni, altrettanto poco compiaciute, di Clément Auguste Andrieux, pittore e incisore, collaboratore di giornali umoristici, “Charivari”, “Journal amusant”, “Petit journal pour rire”.
Alexandre Dumas, Cherubino e Celestino, Pellegrini, pp. 73 € 6,20

martedì 30 settembre 2014

Recessione - 25

La recessione è una depressione:
“L’Europa è in quella che si può definire una triple dip recession, con il reddito che è caduto non una ma tre volte in pochi anni, una recessione veramente inusuale” – Josph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, nella lectio magistralis cui è stato invitato dal presidente della Camera Laura Boldrini il 23 settembre.

“L’Europa sta perdendo 2000 miliardi di dollari l’anno rispetto al proprio potenziale di crescita” - id.

“In molti paesi europei siamo di fronte non a una recessione, ma a una depressione” - id.

“In Europa le riforme strutturali sono quasi tutte viste dal lato dell’offerta, con obiettivi come l’aumento dell’offerta o della produttività. Ma i problemi sono legati a una debolezza della domanda, non dell’offerta. Le riforme strutturali sbagliate aggraveranno, attraverso la riduzione dei salari e l’indebolimento degli ammortizzatori sociali, la debolezza della domanda aggregata”, con più disoccupazione e incertezza - id.

I paesi Ue che hanno adottato i maggiori tagli “hanno avuto le performance peggiori. Non solo in termini di pil, ma anche in termini di deficit e debito pubblico… Se il pil decresce anche le entrate fiscali si riducono e questo non può che peggiorare la posizione debitoria degli Stati” – id.


“Un basso rapporto tra debito e pil è l’idea che sta dietro il fiscal compact. Ma non c’è nulla nella teoria economica che offra un sostegno ai criteri di convergenza adottati in Europa” - id.

Il mondo com'è (189)

astolfo

Austerità – Si può dire all’origine del grande crollo del 2006-2007. E secondo molti economisti, i più quotati, è la causa principale della persistente recessione europea, che ormai configura una depressione – una recessione dagli effetti cioè duraturi.
In forma di rigore fiscale (una sua prima accezione è di compressione dei consumi – è l’austerità made in Italy del 1974-1975, di Fanfani e poi di Berlinguer) è dell’amministrazione Clinton, della seconda, 1996-2000. C’era stata una prima ondata liberista, con le amministrazioni Reagan, sulla traccia dei governi Thatcher. Nella forma di una riduzione della spesa sociale, però, e non del rigore di bilancio. Questo intervenne con Clinton. Che nel 1992 vinse le elezioni contro Bush proprio denunciando i “due deficit”, della spesa pubblica e della bilancia dei pagamenti con l’estero. È sotto l’influenza del successo elettorale di Clinton che il Fondo Monetario e la Banca Mondiale avviarono ovunque la politica del consolidamento fiscale, del rigore. Nella aree però inizialmente extra Ocse. Nei paesi industrializzati prevalse inizialmente la prima politica di Clinton, di ridurre il peso del debito incrementando la crescita dell’economia con le riforme sociale – il miglioramento dei salari e, per qua to concerne l’amministrazione pubblica, l’incremento della spesa per la formazione.
Poi Clinton perse le elezioni di medio termine nel 1994, sotto le critiche repubblicane di eccesso di spesa, e adottò rapidamente, a fini elettorali, una politica di austerità, che caratterizzerà il suo secondo mandato, 1996-2000, assortita dalla liberalizzazione totale degli affari – a fini sociali. Tagli alla spesa, con la fine proclamata del “welfare che conosciamo” - una “politica di destra”, avrebbe detto l’Avvocato Agnelli, per la quale c’era bisogno di “un governo di sinistra”. Dal 1998 al 2000 Clinton poté vantare un attivo di bilancio. Ma ai tagli di spesa accompagnò la deregolamentazione totale del settore finanziario, banche comprese. Banche e finanziarie si sostituirono al governo col credito facile – il debito privato s sostituì al debito pubblico. Ne approfittarono i ricchi, naturalmente, ma anche la middle class, lavoratori compresi. Tutti ebbero accesso al credito per finanziarsi la casa, l’istruzione dei figli, la formazione propria sul lavoro, il miglioramento dei servizi locali (scuola, sanità pubblica, nettezza urbana). Sulla prima casa fu anche possibile accendere ipoteche di secondo e più alto grado, per comprarsene una seconda, o le vacanze, per investire, per speculare in Borsa. Fino al crollo del 2006-2007.  

Funzione pubblica – Funziona poco e male perché è privata. Politica. Patronale, nel senso del patronaggio. Democristiana. Della Dc propriamente detta, ancorché sciolta sul piano giuridico, che la controlla ormai da settant’anni e l’ha modulata (le ha dato un imprinting), e dei residui laici e comunisti che si sono allineati. Per ‘anima cosiddetta andreottiana della Dc, cui il Pci da ultimo ambì assimilarsi. La scuola e le Poetse, che sono i due maggiori tronconi, lo sono a ogni evidenza. La scuola fino all’università, il degrado della quale non ha altra causa se non il patronaggio. Che la cura e le energie limita ai posti e le funzioni, bidelli, amministrativi e qualche “cattedra locale”, feudo riservato per legge. Che questa legge sia stata predisposta da Berlinguer, allora ancora mezzo Pci, non cambia, conferma semmai l’allineamento dell’ex Pci alle pratiche patronali, di controllo del voto. Gli ex presidi e ex provveditori continuano a esercitare i loro piccoli poteri discrezionali, sempre e unicamente nella gestione dei posti, una massa di precari che si aggira sulle 300 mila unità, fra aventi posto (precario) e pretendenti. Per questo contro ogni disegno di stabilizzazione e efficienza. Cinquant’anni di scuola media unica non sono bastati per assestare l’insegnamento proprio per questo, per non inaridire il patronaggio, il piccolo potere personale e politico - effetto e motore dell’inefficienza.
Nella Sanità la privatizzazione, meno visibile sul lato gestione del personale, è invece ormai straripante su quello economico, anzi affaristico. Già vent’anni fa, quando ancora esisteva l’Iss, che ne censiva annualmente le spese, la sanità risultava riprivitizzata a metà. A vent’anni appena dal Sistema Sanitario nazionale. Con l’ausilio determinante delle stesse Asl.
La Rai è altro esempio preclaro delo stesso fenomeno – la vecchia categoria del “sottogoverno”. Intrasformabile. Immarcescibile. Nella politica delle assunzioni fino a quando ha potuto esercitarla. In quello dei contratti a termine come più in generale delle esternalizzazioni, degli appalti. Ma anche le altre aziende pubbliche, Eni, Enel, perfino la Fimmeccanica, e le municipalizzate, Acea, A2A, etc.
In Germania e negli Usa non è così, per dire le due democrazie più efficienti. Negli Usa la Funzione Pubblica è ridotta ma intera: autonoma, efficiente, efficace. In Germani la burocrazia è forse più invasiva normativamente che in Italia, ma non c’era una tradizione di policanteria con i vecchi principati e non è stata creata con i regimi costituzionali, partitici.  stato creata. La pratica può essere lenta, ma non patrocinabile. Lo steso le assunzioni, le carriere, i diritti e doveri - la “Filosofia del Diritto” di Hegel ne fa l’incarnazione dello Stato etico.

Piccolo borghese – Categoria sociopolitica disusata e invece utilissima, l’aggettivo più che il sostantivo: del vorrei, non posso e non lo so,  non voglio saperlo.
È la “cosa”, il modo (di pensare, reagire, decidere) che conforma una realtà. In contrasto sempre coi propositi: i propositi sono buoni, e anzi virtuosi, i modi inefficaci e anzi contradittori. Dei mezzi cioè sbagliati per il fine. Delle velleità non commisurate alle forme e alle possibilità. Di un esito infine contrario ai propositi: essere innovativi e progressisti e difendere lo status quo. Essere radicali e conformisti.
Petty bourgeois, la denominazione più pregnante, per i tanti sensi diminutivi di petty, piccolo, pignolo, arcigno, avaro, presuntuoso, il Merriam-Webster e il Cambridge riducono a derivazione da petit bourgeois, termine ricavato dal linguaggio corrente francese a fine Settecento-primo Ottocento, poi dismesso tra le due guerre. E definiscono come lower middle class, quindi negozianti, artigiani, piccoli proprietari. Anche l’impiegato andrebbe incluso, privato e pubblico, e la folla di chi non lavora ma presume di sé. Ma è una definizione che non tiene conto dell’essenza della categoria sociale: di chi non ha, o la nega, la coscienza di classe, cioè dei propri interessi reali, per cui lavora magari per l’amico del giaguaro. In questo senso enucleato da Marx e più dal marxismo. Come di un borghese malgrado se stesso, che va al carro della grande borghesia, dei ricchi, i cui interessi e comportamenti imita, che invece sono i suoi avversari reali, in fatto di reddito, fiscalità, mobilità sociale.

Spagna – Si vuole che il referendum scozzese abbia raffreddato gli umori in Catalogna, e invece è certo che il referendum del 9 novembre sarà per la separazione. Perché il catalano non è scozzese – presume più di sé. Perché la Catalogna è molto legata economicamente alla Germania. E per l’inaridirsi improvviso dell’immagine della Spagna, soprattutto per egli errori ultimi del re Juan Carlos, compreso il suo mancato controllo sui figli e eredi. E per la mancanza di spinta unitaria, di un progetto - gli eccessi sui diritti civili hanno diviso più che unito.

astolfo@antiit.eu

Ringiovanirsi tra i vecchi

Racconti e abbozzi non memorabili. Se non per il recupero della paternità, una rarità, di interesse dello scrittore per il proprio padre nella narrativa – dove quella figura, castigata dal Manzoni, è poi rimasta sempre in punizione. Anzi obliterata, nemmeno rimossa cioè, senza mai un’ombra di sensi di colpa.
Una serie di racconti, alcuni solo abbozzati, recuperati nel lascito, non fulminanti. Se non per la messa in prospettiva che Gabriele Pedullà fa in introduzione. Fenoglio è uno dei pochi scrittori – a parte i veneti per ovvie ragioni di territorio – a legare la seconda guerra alla prima. E lo fa per scoprire “i Fenoglio”, il padre e i suoi. A ciò  sfidato involontariamente dalla madre, che non ne aveva buona opinione.
Sono racconti di vita paesana, piuttosto scontati. Il disegno epico di Fenoglio, seppure lieve e a volte irridente e irriso, rivolto al passato: il genere si presta ad avvicinare vecchi e giovani, i giovani ai vecchi. Ma in questa risalita non sembra più nelle corde “del” Fenoglio.
Beppe Fenoglio, Un Fenoglio alla prima guerra mondiale, pp. 192 € 10

lunedì 29 settembre 2014

La scoperta della Germania

La vigilanza bancaria europea che partirà il 4 novembre “si applicherà solo a 120 banche”, annota Marcello De Cecco su “Affari & Finanza” di “Repubblica”, lasciando fuori “ben 1.697 banche tedesche”. Sono le casse di risparmio, e le banche popolari, cooperative e di rilievo regionale “che intrattengono fitte relazioni con la politica locale”. La Germania fa eccezione. Come l’Italia, aggiunge l’economista per non scandalizzare troppo. Ma non si esime dal dire “leggendaria l’opacità dei bilanci bancari tedeschi”, per “una marcata debolezza e inefficienza strutturale”.
Una “riforma”, si può aggiungere, che né la Bce né Bruxelles chiedono alla Germania. La quale ha imposto una vigilanza bancaria europea limitatissima perché non vuole ficcanaso in casa.
Un caso di Europa de facto. Di cui infine il “Corriere della sera” prende atto, ma limitatamente all’opinione di Galli della Loggia: l’assetto europeo è cambiato, l’Europa è a guida – egemonia – tedesca, con un gruppo di Stati satelliti. “Da tempo tra i protagonisti a ogni effetto della politica interna italiana ce ne sono almeno due che italiani non sono”, esordisce lo storico: “l’Unione Europea e, principalmente per suo tramite, la Germania. E la loro presenza dietro le quinte serve spesso ad alimentare qui da noi progetti di natura ambigua, voci incontrollate”.
Due professori dunque per fare l’informazione. Non i corrispondenti né gli inviati in Germania e a Bruxelles, che pure sono tanti. Non i loro giornali. Né l’interminabile informazione Rai, dialoghi con gli ascoltatori e talk-show compresi. Il “dietro le quinte” di Galli della Loggia è per questo impressionante. Ma di una subalternità, va detto, che è solo “volontaria”.
L’informazione che i due studiosi recepiscono è infatti aperta, libera e costante su tutti i giornali tedeschi, con abbondanza di motivazioni pro e contro. Questo sito ne ha dato frequentemente notizia. Una Germania diversa, e una Ue diversa, di cui “Gentile Germania”, il libro di Giuseppe Leuzzi in libreria da inizio anno, dà conto in dettaglio.   

Stupidario sportivo

“Giocando così”, dice Inzaghi a Cesena, dove rimedia un pareggino senza lode, “faremo divertire il nostro pubblico”.

Zoff va da Fazio e fa 10-0, benché sia un (ex) portiere. Inzaghi, centravanti, va a Cesena e fa 1-1. Inzaghi è quello che cacciò Zoff dalla nazionale.

È lo stesso Inzaghi che per un anno preferì fare la riserva a Parma che giocare titolare a Napoli.

“Siamo affamati, arriveremo lontano”, dichiara Ranocchia dell’Inter. Il giorno dopo perde 4-1, contro l’ultima in classifica.

“Sette reti al Sassuolo, Icardi e Kovacic continuano a maturare” – “Corriere della sera.

“I giallorossi appesantiti e battuti dall’Inter”, “Corriere della sera-Roma”, 3 agosto. L’Inter li ha zavorrati?

“Benatia? Ho venduto il suo simulacro”, Sabatini d.s. della Roma. Ai tedeschi, che si sa sono stupidi.


Un italiano su dieci senza volto

La “riforma” che non si fa è quella che più pesa sul futuro, anche prossimo. Agli effetti del fisco, della previdenza, dell’istruzione, del mercato degli affitti e dell’edilizia abitativa naturalmente, e dell’ordine pubblico: un diritto dell’immigrazione. Che semplifichi la stabilizzazione di questa massa, agli effetti della residenza o del permesso di soggiorno, e della cittadinanza attiva. Per un dovere civico ma anche per un interesse pratico, di ordine (istruzione, sanità, relazioni interindividuali) e di economia.
Al primo gennaio erano presenti in Italia per l’Istat “regolarmente” 3.874.726 cittadini non comunitari. E gli irregolari, saranno stati un milione? Mettiamo mezzo milione: ci sono in Italia stabili 4,5 milioni di cittadini extra Ue. Più un milione di rumeni, altra cifra esatta. Più i polacchi, i bulgari, gli slovacchi, mettiamo mezzo milione. Ci sono in Italia, quasi tutti regolarizzati, sei milioni di stranieri. Il decimo della popolazione.    
Da considerare ormai stabili.
Sentire al mercatino matrone africane toscaneggiare, o napoletaneggiare, non è più una curiosità, è un modo di essere – molte attività sono ormai di immigrati. Anzi, più che una curiosità, è un modo d’essere, di assetti socio-economici sempre meno marginali molti ambulanti sono già negozianti, molti manovali sono imprenditori, molti operai padroncini. Non ultimo per l’effetto demografico: la percentuale di popolazione “non italiana” è la sola che s’incrementa, mentre quella autoctona si contrae. Ed è anche la sola valvola di possibile sviluppo economico.  

La Salvezza è femmina

Un libro “su” Corbin, di metodologia corretta della fenomenologia religiosa – la divinità si manifesta a chi ha fede, all’“uomo di fede” di Kierkegaard: ”L’uomo di fede non è colui che una volta per tutte si riconosce colpevole davanti a Dio, ma colui che, come Giobbe, combatte per Dio contro Dio”. È la verità al fondo del saggio, e quello che ne rimane.
“Sophia eterna” è titolo redazionale per la lunga, argomentata, l’unica non distruttiva, recensione che Corbin dedicò nel 1953 al saggio scandaloso di Jung, “Risposta a Giobbe”. Benché giovane rispettoso delle gerarchie, Corbin fu esplicito nella difesa. “Riposta a Giobbe”, scrive, “con le emozionanti pagine consacrate da Jung al dogma dell’Assunzione della Vergine (nella sua verità letterale e, come tale, non fisica)” è una rifondazione: “Esistono l’esperienza, gli avvenimenti e le verità fisiche, ed esistono l’esperienza, gli avvenimenti e le verità psichiche”. Uno. Due, Jung allarga la realtà alla Sophia. Yahweh si manifestò a Giobbe come Dio di giustizia e d’ingiustizia. Giobbe alla fine si dichiara vinto ma non è convinto. L’Antico Testamento gli darà una riposta, continua Corbin citando Jung, con “l’idea di Sophia o Sapienza di Dio (Sapientia Dei), di uno Spirito (Pneuma) di natura femminile, potremmo dire un’ipostasi coeterna, preesistente alla Creazione”. Derivata, aggiunge di suo, dalla Sophia greca e dalla Shakti indiana, cioè da “un complesso (gnosi, manicheismo, alchimia, etc.) il cui significato è stato analizzato progressivamente da suoi specifici studi, ora illuminato nella «persona» di Sophia”.
La risposta junghiana a Giobbe ”delinea una straordinaria fenomenologia della religione sofianica”. La fenomenologia di Jung è quella dell’anima: “Dalla domanda di Giobbe, rimasta senza risposta, all’annuncio del regno della Sophia eterna, che magnifica con un senso teologicamente imprevisto la recente proclamazione papale del dogma dell’Assunzione della Vergine Maria, è stata innalzata una fenomenologia senza precedenti”. Nella scia di Kierkegaard, “il Giobbe cristiano”, “che attirava giovani filosofi all’avventura della soggettività come verità”. Nel circolo di Eranos a Ascona che Corbin si pregia di avere frequentato con profitto per la presenza fisica o aleggiante d Jung. E “col p. Sergej Bulgakov, araldo della Sophia e del pensiero sofianico”, di Berdjaev, di Florenskij.
Islamologo esoterista, specialista del sufismo e lo sciismo, Corbin frequentò assiduamente Jung nelle sue conferenze a Zurigo, Ascona, Küssnacht, Bollingen, e lo vuole ascritto, anche lui, allo “spirito di Eranos”. Da psicologo, quindi da scienziato, e non da metafisico quale Corbin si professa, ma con una comune identità di vedute. Anche perché lo psicologo Jung Corbin accula a più riprese ai suoi interessi metafisici, degli “Studi sull’alchimia” e di “Psicologia e alchimia”.
Si riproponeva in quegli anni il problema del male assoluto. Di Dio e il male. Che Jung superava proponendo una necessaria Sophia, una presenza archetipica di un’alleanza ininterrompibile tra il divino e l’umano. Corbin trova a Jung un retroterra nel sofianismo – lo spirito femminile, maternale – della filosofia “ortodossa” di Florenskij e Bulgakov.

Henry Corbin, La Sophia eterna, Mimesis pp. 79 € 4,90

domenica 28 settembre 2014

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (220

Giuseppe Leuzzi
Il padre di Francesco M. Cataluccio immaginava la sicilianità sullo sfondo della morte, ricorda il figlio in un omaggio a Sciascia che “Il Sole 24 Ore” ha anticipato domenica 21. “E pensava che Verga, e i più grandi scrittori italiani del Novecento (Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Consolo, D’Arrigo e Bufalino), proprio perché siciliani, l’avessero capita e rappresentata meglio di altri e non ebbe tempo di apprezzare l’amaro Camilleri)”. È un refuso o un lapsus di Cataluccio, ma è vero – Cataluccio trascura peraltro Vittorini, Brancati, Pizzuto. Fuori della Sicilia si rileggono Gadda, Calvino, Pasolini – poco. Che i siciliani non siano anche i più grandi lettori?

 “Cronache del Garantista-Calabria” fa una pagina sulle intercettazioni pere segnalare che la regione ha perduto il primato. “Nel 2009 era il distretto dove si spendeva di più, con oltre 42 milioni di euro, superata solo dalla Sicilia, con 47 milioni”, nel 2011, ultimo dato disponibile, è scesa a 39. No, era primissima per spesa pro capite, in rapporto alla popolazione – due milioni i calabresi, almeno cinque i siciliani. Effetto della pericolosità o dell’autocritica?

Ma il fatto non è questo. È che nella stessa pagina lo stesso giornale registra cinque casi di errata o fraudolenta trascrizione delle intercettazioni in Calabria, con la rovina di cinque persone: i sindaci Carolina Girasole (arrestata) e Giovanni Piccolo (arrestato, la giudice Beatrice Ronchi, la signora Valeria Falcomatà, moglie di Demetrio Naccari Carlizzi, esponente di primo piano del Pd nella regione e figlia dell’ex sindaco di Reggio, e il frate Fedele Bisceglia (arrestatissimo – lunga e contorta vicenda, questa). Non è difficile trascrivere le intercettazioni – nei casi dubbi si lascia il dubbio. È che le intercettazioni sono un’arma, talvolta a fini di giustizia.

Boemondo – crociato contro Costantinopoli
Un normanno di Calabria, per questo doppiamente nocivo? Il tipo dell’anarchico di potere. Primogenito del Guiscardo, nipote di Ruggero il Gran Conte di Sicilia, zio di Tancredi d’Altavilla, il figlio di Oddone Marchisio del Monferrato e di Emma d’Altavilla, la sorella del Guiscardo, i migliori dell’epoca, fu il vero capocrociato alla Gassmann, un pasticcione colossale. Nato, forse, a San Marco Argentano, forse nel 1058, fu di sicuro il figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e di Calabria, e della prima moglie, poi ripudiata, Alberada di Buonalbergo. Fu battezzato Marco, e soprannominato Boemondo, dal Behemot biblico. Il cronista Romualdo Guarna scrisse di lui che “egli sempre cercava l'impossibile». Ma nelle forme più astruse.
Destinato improvvidamente da Roberto il Guiscardo, in qualità di primogenito, al trono di Costantinopoli, pretese di allargare le guerre balcaniche fino al cuore dell’impero. Da qui l’idea delle Crociate. Che però maturò successivamente, dopo la morte del Guiscardo nel 1085. La vedova del Guiscardo, Sichelgaita, privilegiò il suo proprio figlio Ruggero Borsa. Per un po’ Boemondo collaborò col fratellastro e con lo zio Ruggero I, il Gran Conte di Sicilia. Nel 1096 si mise assieme alla bande di avventurieri che promuovevano la Corciata, col nipote ventiquattrenne Tancredi, sicuro di farsi ricco e potente in Terrasanta.
Fu fatto prigioniero e si fece tre anni in ostaggio. Riscattato da un nobile armeno, fu sconfitto di nuovo, e poi ancora di nuovo. Tornò in Europa per cercare rinforzi, e a Roma gli riuscì di convincere il papa, il monaco forlivese Pasquale II, della perfidia Graecorum, cioè di fare la guerra santa non ai mussulmani ma all’imperatore di Bisanzio Alessio Comneno. Puntava anche a un matrimonio importante, e convinse Pasquale II a mandarlo in Francia a perorare la “guerra santa” contro i fratelli separati ortodossi, accompagnato dal legato pontificio Bruno di Segni. Affascinò il re di Francia, Filippo I, e ottenne la mano di sua figlia Costanza, benché la principessa fosse già fidanzata a Ugo, conte di Troyes. Celebrando solenne matrimonio a Chartres, siamo nel 1106. Secondo Sugerio di Saint-Denis era questo il solo oggetto della sua missione in Francia: ”Boemondo venne in Francia per ottenere con ogni mezzo a sua disposizione la mano di Costanza, giovane dama di eccellente educazione, d’aspetto elegante e di splendido viso”.
Poi partì all’attacco si Alessio Comneno, le prese di nuovo, tornò in Europa a cercare aiuto, e finì oscuramente in Puglia – il luogo e la data di morte sono l’unica sua cosa certa, Canosa di Puuglia, 7 marzo 1111 – quasi certa.
Dovette il successo, malgrado le sconfitte e le intemperanze, alla figura fisica. Anna Comnena, la figlia dell’imperatore Alessio, ne ha lascato un ritratto nella “Alessiade”. Un ritratto non ricorrente, per nessun altro “crociato”, nella stessa storia – Anna aveva quattordici anni quando ebbe l’occasione di incontrare Boemondo:
Era uno, per dirla in breve, di cui non s'era visto prima uguale nella terra dei Romani, fosse
barbaro o Greco (perché egli, agli occhi dello spettatore, era una meraviglia, e la sua reputazione era terrorizzante). Lasciate che io descriva l'aspetto del barbaro più accuratamente: egli era tanto alto di statura che sopravanzava il più alto di quasi un cubito, sottile di vita e di fianchi, con spalle ampie, torace possente e braccia poderose. Nel complesso il fisico non era né troppo magro né troppo sovrappeso, ma perfettamente proporzionato e, si potrebbe dire, costruito conformemente ai canoni di Policleto... La sua pelle in tutto il corpo era bianchissima, e in volto il bianco era temperato dal rosso. I suoi capelli erano biondastri, ma egli non li teneva sciolti fino alla vita come quelli di altri barbari, visto che l'uomo non era smodatamente vanitoso per la sua capigliatura e la tagliava corta all'altezza delle orecchie. Che la sua barba fosse rossiccia, o d’un altro colore che non saprei descrivere, il rasoio vi era passato con grande accuratezza, sì da lasciare il volto più levigato del gesso... I suoi occhi azzurri indicavano spirito elevato e dignità; e il suo naso e le narici ispiravano liberamente; il suo torace corrispondeva alle sue narici e queste narici... all'ampiezza del suo torace. Poiché attraverso le sue narici la natura aveva dato libero passaggio all’elevato spirito che gli traboccava dal cuore. Un indiscutibile fascino emanava da quest’uomo ma esso era parzialmente contrassegnato da un’aria di terribilità... Era così fatto di intelligenza e corporeità che coraggio e passione innalzavano le loro creste nel suo intimo ed entrambi lo rendevano incline alla guerra. Il suo ingegno era multiforme, scaltro e capace di trovare una via di fuga in ogni emergenza. Nella conversazione era ben informato e le risposte che dava erano fortemente inconfutabili. Quest’uomo del tutto simile all'Imperatore per valore e carattere, era inferiore a lui solo per fortuna, eloquenza e per qualche altro dono di natura”.
Resta da accertare se “un’aria di terribilità” non sia “un olezzo terribile”, il greco di Anna Comnena si può tradurre in entrambi i modi.


leuzzi@antiit.eu


La storia sovietica della Repubblica

Kissinger compare nella “Storia dell’Italia repubblicana”, tre volumi cinque tomi, quasi quattromila pagine, in nota. Al tomo primo, “Economia e società”, del volume terzo, “L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo ventennio”. La crisi non è dell’Urss, né del petrolio, né di politica estera, ma di politica interna, anzi di partito: in questo, come nei precedenti e nel successivo tomo, è questione di cosa pensavano, dicevano e facevano i leader del Pci, da Togliatti a Amendola. E i loro interfaccia nel restante mondo italiano, non c’è altra Repubblica. Kissinger è su questo citato correttamente: Kissinger Henry Alfred, oppositore dell’eurocomunismo. Non una parola di più, mezza riga.
L’opera è stata pubblicata nel 1995-1996, quando Berlusconi era proprietario di Mondadori-Einaudi da un cinque-sei anni. Ma non è una di quelle che hanno fato fallire Einaudi: è un’opera progettata e realizzata dall’Istituto Gramsci, allora costola del Pci-Pds, con i fondi dell’Enichem.
Non è neanche del tutto inutile: andrebbe bene per un museo del sovietismo. O per un monito: il sovietismo non è morto col Muro, poiché ancora si vende.

Storia dell’Italia repubblicana, Einaudi