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sabato 20 marzo 2010

Le intercettazioni di Cicco Simonetta

Ci sono stati 130 mila intercettati nel 2009, per milioni di telefonate, e una spesa di 270 milioni. Poco meno di tutti gli aiuti alle piccole e media industria varati ieri, per i quali non si trovano coperture. L’Italia è un paese non più delittuoso di altri, a giudicare dalle statistiche. Ma sì per le intercettazioni, vecchio vizio che affligge la Repubblica dal tempi del Piano Solo, 1964, impunito. Almeno a giudicare dai raffronti internazionali: ci sono 21 intercettati per ogni diecimila italiani, meno di uno per ogni diecimila americani.
È un vizio vecchio, si facevano intercettazioni anche nel Quattrocento, si leggeva la posta. Si scriveva quindi in cifra. Un vizio molto milanese, si capisce che oggi imperversi. L’umanista e statista Cicco Simonetta, capo della segreteria di Francesco e Galeazzo Maria Sforza a Milano, compilò un manuale di decrittazione, “Regulae ad extrahendum litteras zifferatas”. Che è anche, all’ultimo punto, una serie di accorgimenti semplicissimi di antidecrittazione: “Tuttavia, le regole predette possono esser rese inutilizzabili in molti modi, sia scrivendo in cifre una parte del testo in volgare, e una parte in latino; oppure interponendo ed aggiungendo al testo delle cifre che non rappresentano alcuna lettera (nulle) e ciò specialmente nelle parole di una o due oppure tre cifre o lettere; o anche cifrando con due alfabeti completamente diversi; o infine cifrando q e u con la stessa unica cifra”. Regole che però al telefono non valgono più.
Di Cicco Simonetta, di cui Francesco Sforza disse “se Cicho non gli fusse, sarebbe necessario farne un altro, se bene dovesse essere de cera”, non ci sono biografie, nelle tante e pur documentate storie di Milano, da Verri a Treccani degli Alfieri. Francesco Sforza lo disse perché i nobili di Milano non sopportavano Simonetta. Di cui ancora Machiavelli ebbe grande opinione, al cap. XVII delle “Istorie fiorentine”: “Messer Cecco, uomo per prudenza e per lunga pratica eccellentissimo”. Non ci sono biografie perché il segretario era di Caccuri, un paesino del crotonese? Cenni biografici più ampi dei suoi sono infatti disponibili per i suoi familiari, avendogli gli Sforza dato in moglie una Visconti, che produsse una vasta figliolanza nobile.

L'anamorfosi biologica di Barthes

I lavori preparatori di “Barthes di Roland Barthes” ne confermano la duplice artificiosità. Seppure alleviata dal piacere della scrittura, a tratti. Vi si fa la biografia della non-autobiografia - o: l’interrogazione sterile dell’interrogazione, il concettismo (l'utopia sarebbe "un testo gongoriano", come "una sessualità felice"), il francesissimo vizio intellettualistico.
Nel 1973-74 Barthes propone se stesso a materia di studio. Nel mentre che pubblica "Il piacere del testo", con la famosa intestazione di Hobbes: "La sola passione della mia vita è stata la paura" - così falsa nella sua biografia. In lezioni e seminari scevera con gli allievi ogni forma del genere biografia, con la pretesa naturalmente di oggettivare, se stesso e il mondo, nel mentre che scrive la sua, di biografia, che uscirà l’anno dopo. Che riletta alla luce del “Lexique” si conferma l’ennesimo esercizio del sia-che-non. O, come egli stesso dice, "la semiologia fallita".
È la retorica di voler liquidare la retorica. Illusoriamente piena, come ogni destrutturazione, o reinvenzione della realtà. Un’anamorfosi biologica, di creazioni sempre più complesse, invece che geometrica, deformante. “La moda strutturalista” Barthes titola la vignetta di Maurice Henry che lo raffigura con Foucault, Lacan e Lévi-Strauss: “Attraverso la moda, torno al mio testo come farsa, come caricatura. Una sorta di «ciò» collettivo si sostituisce all’immagine che credevo avere di me, e sono io, «ciò»”.
Roland Barthes, Le Lexique de l'auteur, Seuil, pp.430, €25
Barthes di Roland Barthes, Einaudi, pp.221, € 18,50

giovedì 18 marzo 2010

Balotelli e il golpe della questione morale

Prima Cassano, poi Balotelli, c’è sempre un motivo per creare scandalo attorno alla Nazionale di calcio. Senza motivo, poiché Cassano e Balotelli non sono atleti affidabili, per un torneo Mondiale che dura un mese, sperabilmente, praticamente in clausura. Si fa scandalo ovunque, alla Rai e su Sky, nei giornali milanesi e in quelli romani, sulle radio libere poi non è da dire, le cronache, anche sportive, sono all'eversione permanente.
Si fa scandalo per creare un personaggio, meglio se maledetto. Per creare un qualche motivo d’interesse attorno alla Nazionale, che gioca poco e sempre freddo. Per fare le scarpe a Lippi, come già si era tentato al Mondiale in Germania, infangandolo nelle inchieste napoletane: Lippi è identificato con la Juventus, e quindi ha contro due terzi del tifo, e cinque sesti dei giornalisti. Ma non sono motivi dirimenti. Altri casi di ben maggiore interesse si potrebbero creare su altri aspetti, proprio di calcio: il tipo di gioco, la tipologia dei calciatori, l’immagine. Perché questa Nazionale gioca freddo, utilitaristico, non entusiasma, per esempio. Perché Giardino non è Rooney. Perché con Camoranesi e Grosso è una Nazionale d’attacco, ma segna poco e niente. No, c’è un astio di fondo, che si riverbera su tutto ciò che è Nazionale. A sinistra come a destra, ma con un origine precisa: la distruzione dell’Italia nello scandalo.
Sono scandali per modo di dire, mai risolutivi e mai risolti, che anzi si accavallano scacciandosi, per rinnovarsi. A opera di funzionari dello Stato che si sentono o si sanno felloni ma di cui non ci si riesce a liberare. Di giornalisti, nella fattispecie, di non diversa natura, accomunati ai burocrati dall'impunità. E tutti insieme fanno una sorta di colpo di Stato permanente. Uno cinico, che si addobba di legalità e questione morale. A opera dei corrottissimi dell’apparato giudiziario, impuniti e impunibili.
È la nostra concussione quotidiana, quando un giorno la Procura di Sanremo, o di Sorrento, o altro luogo ameno, vorrà trovarsi di che fare. I giornalisti sportivi non hanno altri mezzi che buttarci sui coglioni Cassano e Balotelli. Ma l’intento è lo stesso, punitivo, purgativo. All’insegna eterna del “meglio che lavorare”.

La revoluciòn cubana al Congo

Fantastica scrittura “doppia”, alla rilettura. Quelle che nel 1994, alla pubblicazione, erano sembrate le ennesime gesta del “Che”, nella sua missione segreta in Africa, sono una rappresentazione distruttiva – forse non involontaria, il 1994 viene dopo il 1989 (anche se l’accurato calendario degli sportamenti del “Che” prima dell’avventura africana evitano di menzionare Mosca e Praga): “L’ordine è che tutti i volontari siano neri”, etc. Volontari che sono tutti comandati, alcuni da Fidel in persona. Il “Che” s’imbarca per il Congo-Zaire, sul lago Tanganika, scrivendo nel diario che i tre avrebbero ritrovato di essere preoccupato per l’organizzazione.Scrivendo ex post evidentemente: “La cosa mi preoccupava perché il nostro passaggio doveva essere stato notato dagli imperialisti che controllavano le compagnie aeree e gli aeroporti…”.
I cubani in Africa continuavano a divertirsi insolenti, e la cosa non ha controindicazioni, non si fossero voluti maestri di revoluciòn per troppi. L’unico serio del gruppo, la guida interprete africana Antoine Godefroi Chamaleso, è chiamato “Tremendo Punto”. Né c’era bisogna di controllare gli aeroporti per sapere: Dar-es-Salaam, la capitale della Tanzania dove il “Che” fece base, con i fuoriusciti congolesi che vi gozzovigliavano a spese di Mosca, era un paesone in cui tutto si sapeva (il fatto è anche materia del romanzo di Astolfo, “Non c’è anarchico felice”, di recente pubblicazione – v. sotto).
Paco Ignacio II, Froilàn Escobar, Félix Guerra, a cura di, L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte. Il diario inedito di Ernesto “Che” Guevara in Africa, intr. di Pino Cacucci

Il "Che" perduto in Africa

La spedizione del “Che” Guevara in Africa nel 1965 è così narrata in “Non c’è anarchico felice”, l’ultimo romanzo di Astolfo (Lampi di stampa, pp. 678, € 21 - si compra online, si ordina in libreria), dal protagonista che ne sa come di fatto notorio, solo qualche anno dopo:
“Njonjo è chiamato Dik Dik, dal personaggio dei fumetti. Con cui Heidegger farebbe bene a rimpinguare la nota tripla dichten, denken, danken, poetare, pensare, ringraziare. Si faceva chiamare Yoni in Congo col Che:
- Ero mitragliatorista, in coppia con un ruandese, Alexis, che maneggiava l’arma a occhi chiusi. Aveva imparato a smontarla, oliarla e rimontarla da un prigioniero. I ruandesi odiano i congolesi, Alexis era venuto per ammazzarne il più possibile. Gli africani non obbedivano ai cubani, li criticavano. – Odiano anche i nobili watussi, i ruandesi hutu, ne hanno massacrato un buon numero nel 1956, anno di molte stragi, quelli di “Siamo i watussi” di Edoardo Vianello, e di “ci sta un popolo di negri”, verso immortale. - Il Che era solo pure tra i cubani, era bianco. Anche il Chino l’ha abbandonato, l’attendente: un giorno si tolse la divisa, la buttò per terra, pistola compresa, e sparì. L’hanno trovato seduto contro una palma, ma gli hanno fatto fare il viaggio attraverso il lago, fino a Kigoma e Dar es Salaam, i cubani erano trattati bene. Al Che hanno dato un attendente nero, che poi s’è portato a Cuba riconoscente e l’ha fatto diventare medico: era l’unico africano che gli obbedisse. I cubani erano neri, ma ci chiamavano negri. Il Che faceva discorsi, sia ai soldati che ai civili. S’infuriava, per l’indisciplina, gli accoppamenti, i furti. E scriveva alla lavagna, cose indecifrabili, comunque non sapevamo leggere. Una tribù di selvaggi si rifiutò di rifornirci perché il Che scriveva. Vicino a Ujiji, dove c’era il mercato degli schiavi: il Che dovette spazzare la lava-gna, fu l’unica volta che rise. Quando i congolesi addestrati in Cina e Bulgaria sono tornati, hanno chiesto al Che due settimane di ferie, l’hanno insolentito, pretendendo alti gradi, e hanno litigato tra di loro, minacciandosi la morte. Avevano la camicia candida. Il Che leggeva o scriveva. Il tè prendeva senza zucchero. Non si lavava, raramente entrava nel fiume. Soffriva di diarrea. – La libertà non arriva da fuori: ci si libera, non si è liberati, e c’è chi vuol’essere liberato, è pronto, e chi no. Se arriva deve portare doni, la libertà s’intende munifica, non pensieri, la rivoluzione è un movimento del cuore. È voglia oltre il pensabile di vivere.
Le stesse cose narra l’ambasciatore, che ha modi spicci. È curioso scoprire che succedeva nel 1965 di cui non si sa a Dar Es Salaam:
- C’è stato sette mesi, mica sette giorni. Quando è uscito si è fotografato, stava all’ambasciata, sbarbato come un ragazzotto, col dopobarba bene in vista. Nyerere ha accettati i cubani per non farsi schiacciare tra gli imperialismi rossi, i cinesi che aveva chiamato, e i russi di cui non poteva liberarsi. I cubani erano centoventi, non uno, due compagnie. Il Che i congolesi se lo sono trovato tra le palle senza preavviso. Kabila era al Cairo. Laurent Kabila è apparso una sola volta nei sette mesi, con una scorta di mulatte, ha detto “armiamoci e partite” e di notte se n’è andato.
L’ambasciatore non sorride all’Ente - è di destra - ma è realista:
- È il roccioso Fidel, non il fringuello Che, che ha sconfitto l’America dei Kennedy alla Baia dei Porci. E Castro lavora per i russi. Su richiesta e spesato. Non lo nasconde. Si è preso la Tricontinental alla morte di Ben Barka, e nell’ottobre 1965, alla fondazione del partito Comunista cubano, ha reso pubblica la lettera del Che: “Altre terre nel mondo reclamano il contributo dei miei modesti sforzi”. Del Che clandestino in Africa. Sarà stato un’anima candida. L’uomo è la leggenda, certo, ma Congo e Bolivia sono stati programmati a Praga. I cubani sono entrati in Tanzania via Praga-Algeri-Cairo, piazzeforti sovietiche, all’improvviso e in fretta, per tagliare la strada ai cinesi. Guevara ha scritto delle sue intenzioni a Ciu-En-Lai solo per coprirsi con le fazioni congolesi. Per poter esibire in giro la rassegnata risposta del capo cinese: Ciu lo consigliava di non fare nulla, e di non abbandonare il Congo. Bersaglio per un sicario? Guevara è morto appena due anni dopo in Bolivia, denunciato dal partito Comunista boliviano, dal capo del partito in persona, Mario Monje.
L’ambasciatore non esclude il complotto:
- Guevara è arrivato con una truppa di cubani neri, mercenari. Lui solo era bianco, Dio manifesto, e il capitano Martìnez Tamayo. A sostegno di un fronte rivoluzionario che invece era da guerra civile, fra gruppi feroci. Castro aveva appena aperto un’ambasciata qui, mandandoci il comandante Rivalta, che aveva creato una rete informativa a Kigoma in appoggio all’arrivo del Che, in contatto con “Papito” Serguera a Algeri e Guitart al Cairo. Rivalta non si trattenne dal flirtare col primo golpicchio contro Nyerere, di Babu e altri compagni formati a Praga e Cuba. Finché i soldati di Nyerere non misero sotto tiro Benitez, l’assistente di Rivalta, che teneva i contatti coi golpisti. Benitez sparì, si disse rimpatriato. E il fronte antimperialista si è ricompattato, seppure a mezzadria con Pechino, Nyerere mai più si fiderà dei sovietici e dei loro agenti.
Ma è deluso:
- Non bisogna prendere i rivoluzionari in parola, sono tutti figli di puttana. I capi, certo. La rivoluzione è in Africa una professione, una attività lucrativa e comoda, con alberghi, automobili, donne e liquori. Kigoma era un villaggio di campagna, ora è il West. La sovversione è una ndustria, finanziata dai blocchi. Hanno anche i cannoni, ma non l’adde-stramento al tiro indiretto: se ne servono per la pirotecnica, li affascina il botto. Non c’è succo in queste rivoluzioni, Guevara è simpatico ma in sette mesi al Congo le ha fallite tutte: gli ascari di Ciombé erano migliori dei suoi cubani. Mobutu è più furbo: mentre il Che annaspava ha tolto di mezzo Ciombè tramite Kasavubu, e poi Kasavubu. E ha inventato l’amnistia: a uno a uno li ha attirati e li ha fatti fuori. I sovietici usano i cubani come diversivo, sanno che sono inoffensivi, incapaci anche”.

mercoledì 17 marzo 2010

Quanto marciume nelle intercettazioni

Indagini costose, gratuite e ininfluenti. Un sistema giudiziario marcio nel suo vertice, il Csm, a capo del quale c’è il presidente della Repubblica. Una forza di polizia che a Bari non reprime il crimine e anzi lo usa per destabilizzare la politica. Servizi segreti inutili o “deviati”, se non riescono a proteggere neppure il capo del governo. Ha solo macchie paurose questo nuovo scandalo, e nessun merito - i giornali non si sono ripresi nemmeno una delle copie perdute (possibile che non ci sia di mezzo una troia?). C'è davvero troppo marcio nelle intercettazioni.
Dunque, Berlusconi era intercettato su tutte le utenze. Poiché i giudici di Trani indagano sue telefonate con varie persone, con le quali si lamenta sia di Santoro sia di chi non si lamenta di Santoro. Né c’è collegamento fra i tassi usurari dell’American Express e il commissario dell’Agcom Innocenzi, o Minzolini. L’American Express è la carta di credito più diffusa al mondo. Innocenzi non ne è stato manager né fruitore. Minzolini pure, che è un famoso “giornalista di strada”, e dirige il Tg 1. Né ci ha a che fare il giudice Ferri, che siede al Csm. E non sappiamo naturalmente nulla dell'American Express, praticasse o no tassi usurari: la fornitissima Procura di Trani se l'è dimenticato? O aspetta che passino le elezioni, per non ocndionarle con la storia dell'AmEx?
Dunque, Berlusconi viene intercettato non su un’ipotesi di reato ma perché c’è qualcuno che lo intercetta. Dall’ammasso poi estraendo capi d’accusa, o di scandalo. Innocenzi e Minzolini vengono intercettati quando “si” decide che Trani punterà sull’Editto Bulgaro – Berlusconi vs. Santoro. Il giudice Ferri viene intercettato in tutti gli scandali, perché componente del Csm non allineato.
L’intercettazione è dunque per finta “a trascinamento”. C’è un giudice che indaga su un qualsiasi reato, magari scrivendosi una lettera anonima, e poi dispone le intercettazioni a tappeto. Oppure un corpo di polizia intercetta Berlusconi ovunque e la presidenza del consiglio, seleziona un certo numero di telefonate, confeziona vari scandali, le escort, le grandi opere, Santoro, e poi cerca un giudice che faccia propria di tratto in tratto la pratica.
Com’è andata non si può sapere, ma non c’è un’altra ipotesi di reato. Non è legale ma non è infrequente: è anzi la prassi, tra i carabinieri e alla Guardia di finanza di creare un dossier su una qualunque ipotesi d’illegalità e poi trovare una Procura che lo faccia proprio. La periodicità, già annuale, è ora accelerata, è approssimativamente trimestrale.
Poiché Berlusconi ha due uffici a Roma, varie residenze e un numero presumibilmente alto di cellulari, c’è da dedurre che la Guardia di finanza di Bari per un anno non abbia fatto altro. È la stessa Guardia di finanza che ha tenuto sotto controllo le escort della passata stagione. Tutte peraltro note e schedate. Ma non per far loro pagare le tasse – è incredibile il giro di denaro esentasse negli scandali baresi: sono le vergini confidenti, con cocaina libera?
Berlusconi viene intercettato impunemente a destra e a manca. Fotografato in casa sua in ogni angolo. Registrato abusivamente in ogni sua conversazione. Senza che né i tutori dell’ordine né i servizi segreti muovano un muscolo. Questo significa semplicemente che abbiamo forze dell’ordine golpiste: ogni sincero antiberlusconiano vorrebbe poter essere altrove. Ma si pone anche un problema immediato: perché tanta sicurezza attorno al presidente del consiglio, di scorte, guardie, addetti ai controlli, un sistema carissimo e privilegiato per le forse dell’ordine stesse, tra turni, festivi, straordinari, diurni e notturni, e ferie non godute.

Libera nos a Napoli

Chi ha ancora passione per queste notizie, resta sbalordito da quanto succede a Trani, e al Csm a difesa di Trani. Su iniziativa dell'onorevole avvocato napoletano Vincenzo Siniscalchi. Al Csm che fa capo al presidente della Repubblica Napolitano, e al suo vice Mancino, altro illustre campano. A parte il fatto che sarebbe utile non avere tanti napoletani al vertice del Csm, ci sono altre scuole di diritto in Italia. Mentre si preparano ricorsi alla napoletanissima Consulta. Senza vergogna, si diceva una volta, ma Napoli che è una cultura metropolitana se ne fotte.
Ci eravamo divertiti col giudice Woodcok, brillante e flamboyant, che su una vecchia Norton come il "Che" da Potenza faceva l'angelo vendicatore del Sud. Accusando l’erede Savoia di commerciare videopoker. Intercettandolo anche a letto, con una battona non di suo gradimento. Ci eravamo smarriti quando un giudice De Marinis, o De Magistris, figlio di giudici, nipote di giudici, non massoni?, aveva messo Prodi a capo di una loggia massonica, a San Marino, che controllava Catanzaro. Sono napoletani, come Woodcok e il De di Catanzaro, i giudici di Trani? E chi comanda la Guardia di finanza di Bari? È importante saperlo perché allora bisognerebbe cominciare a organizzarsi.

Ombre - 44

A mezzogiorno l’avvocato Siniscalchi, che al Csm rappresenta il Pd, va a Montecitorio, a prendere l’aperitivo con D’Alema e altri parlamentari del suo partito. Tra essi l’onorevole Orlando, responsabile di partito per la Giustizia. Il pomeriggio il Csm apre su sua iniziativa una pratica contro Alfano, il ministro della Giustizia, su Trani. Strafottenza? Strapotere? Giustizia?

Diventa un eroe Innocenzi, il commissario dell’Agcom che resiste alle lamentele di Berlusconi, che all’Agcom l’ha nominato, contro Santoro. Mentre di Berlusconi non emerge niente che già non si sappia, a parte il fatto che ha la vendetta innocua. E i giudici di Trani fanno figura di allegri o protervi pataccari. Con la Guardia di finanza. Il Csm di una banda di briganti, qual è sempre stato. E Napolitano e Mancino?

Straordinaria opinione di Piero Ostellino sul “Corriere della sera” sabato, vera e appuntita, che intitola “L’8 settembre permanente”. E conclude così: “La magistratura applicava la legge; oggi, la crea. I media parlano d’altro. Sta bene non rimpiangere i partiti d’apparato e non criminalizzare i magistrati. Ma è un fatto che il Paese è in un 8 settembre permanente”.
Una cosa da antologia,
http://archiviostorico.corriere.it/2010/marzo/13/settembre_permanente_co_9_100313091.shtml
Ma rivolta a chi? Al “Corriere” non lo leggono? Sembrerebbe una critica interna, nulla più di Milano e il suo giornale esercitano la sovversione permanente.

Ci volevano cinque giudici e la Guardia di Finanza per sapere che Berlusconi odia Santoro? I giudici a Trani non hanno nient’altro da fare? Perché c’è allora una Procura della Repubblica a Trani, se nessun delitto vi succede?

Perché la Procura di Trani, dove niente succede, ha dieci Procuratori, e quella di Gela nessuno? Perché Trani è una bella cittadina tranquilla. A venti minuti di superstrada da Bari. Famosa per essere Parigi, con in più il mare. Pullula infatti di belle donne, benché care.
E perché c’è allora una Procura a Gela? per la carica di Capo della Procura?

È spettrale, in questa scena politica di nani e mostri, il senatore Mancino che dal Csm tuona contro Berlusconi che critica i giudici. Dunque, è ancora in vita, e in attività. E perché non si difende dai giudici di Palermo che lo fanno accusare, ogni due settimane, da un mafioso professo e non pentito, di essere colluso con la mafia? O si difende accusando Berlusconi?
È la vecchia Dc, pavida ed effettivamente collusa con tutto, che si pensava estinta. Quella peggiore, delle seconde e terze file.

Nel fantaprocesso napoletano alla Juventus viene fuori che il calcio italiano, la Juventus perlomeno, ha dimezzato in quattro anni gli introiti. Mentre le squadre concorrenti, in Spagna e Inghilterra, li hanno mediamente raddoppiati. Il Milan, che Napoli ha sfilato dal processo (il giustiziere Collina non poteva finire in tribunale) ma non ha potuto sfilare dallo scandalo, li ha ridotti di un terzo.
Senza contare l’effetto psicologico. Il Manchester United si rimpingua le casse vendendo Cristiano Ronaldo, e si rifà ampiamente con Rooney, Milan e Juve s’imbottiscono dei rifiuti del mercato.
Un fantaprocesso che non ha nemmeno giovato a Napoli, né al Napoli, solo alla carriera di un magistrato.

Tripudio di cronaca al suicidio di Vanacore, una vittima della giustizia romana e dei giornali. Ma nessuna scusa, anzi nuove chiacchiere e sospetti, da parte dei giudici e dei giornalisti. Delle giornaliste in particolare.

Sono molti i delitti impuniti a Roma per incapacità degli inquirenti. Nel caso che implicava Vanacore, così pieno di tracce, per “delitto” degli inquirenti. Che ne perquisiscono la casa, in Puglia, venti anni dopo… E vogliono che testimoni suo figlio, che all’epoca forse non era nato. Ma nessuno se ne preoccupa.

“Ce l’avrete sulla coscienza”, pare che Vanacore abbia lasciato scritto ai giudici del suo suicidio.
Pensa cioè, morendo, che i giudici abbiano una coscienza. La pubblico ministero Ilaria Caiò si preoccupa di smentirlo anche in questo, che all’epoca non era forse ancora nata, ma ora è sicura in tribunale che il morto abbia “depistato le indagini”. Quanto basta per l’apparizione in tv, vezzosa seppure incerta.
Aveva puntato alla ribalta con un imputato nuovo, l’ex fidanzato della ragazza assassinata. Ma con le luci della ribalta assicurate dal suicidio dell’ex fidanzato non si occupa più.

Con Vanacore sono tre i suicidi provocati a Roma dai tutori dell’ordine per superficialità: prima c’erano stati il figlio cui era stata ritirata la patente perché aveva bevuto una birra (una birra…), e il padre che l’aveva rimproverato, vigile del fuoco tra i più esperti. Si sa che questi tutori hanno in Italia una loro personale idea della legalità, molto “poderosa”. Ma non dovrebbero passare prima un esame di equilibrio psichico?

Trent’anni fa Carlo Verdone, “Bianco, rosso e verdone”, faceva un viaggio dalla Svizzera alla Sicilia per votare. Senza fermarsi. Solo. Insultato, multato, derubato. E quando arriva alla sezione elettorale, scoccato è l’ultimo minuto utile, il presidente gli sbarra il voto. È questa la vicenda delle elezioni regionali: pare che nessuno sia mai stato in un Tribunale, meno che mai dove e quando si presentano le liste elettorali. È un’elezione molto radicale di Pannella: pura, secondo tutti i crismi.

I taxi non sono popolari a Roma. Alcuni giornali fanno campagna per gli autonoleggi. Il cui rappresentante, Giulio Aloisi, confida l’8 marzo al “Corriere della sera” che il sindaco Alemanno lo ha invitato a pranzo da Urbinati a Ostia, insieme con l’assessore Marchi. E che si sono detti? Niente. Ma la confidenza, data e ricevuta come una delazione (“Aloisio rivela”), si merita mezza pagina di giornale. Un invito a pranzo come atto eversivo o criminale? Nel ristorante più frequentato di Ostia? Non si può più parlare al telefono e nemmeno al ristorante?

Ruggero Guarini scrive al “Foglio” venerdì indignato contro i partiti. Forte di Simone Weil, che li voleva abolire.
Ma Simone Weil voleva aboliti i partiti totalitari, che vogliono tutto dall’uomo. Cioè, quando scriveva, il partito Comunista. Potenza del Partito, anche su uno come Guarini!

martedì 16 marzo 2010

L'amore divorante di Ingeborg

“Herzzeit”, la raccolta della corrispondenza tra Ingeborg Bachmann e Paul Celan, è Abelardo e Eloisa. A ruoli invertiti, la donna Ingeborg è perduta, l’uomo Paul si fa una ragione. Ma è un canzoniere d’amore, anche in senso proprio, essendo le lettere infiorettate di versi e poesie, quale da tempo non se ne leggono più. “Non conosco mondo migliore” è invece un canzoniere del lutto: dell’amore negato, del fallimento, dell’ira. Sotto la divisa di Gaspara Stampa: “Vivere ardendo e non sentire il male”. Mai preparato per la pubblicazione da Ingeborg vivente, ma a differenza degli altri materiali tenuto in ordine e in evidenza, con poche incertezze lessicali. Non pubblicato per una ragione precisa, anche se i curatori, Isolde e Heinz Bachmann, la tacciono: è la poesia dei terribili mesi vissuti da Ingeborg dopo il ripudio nel 1962 da parte di Max Frisch, col quale aveva vissuto per quasi cinque anni, a Roma.
Non fu una bella storia, prima ancora di diventare sinistra alla fine. Lei evidentemente lo amava, lui ne era infastidito. In un ricordo di Ingeborg scritto nel 2002 a corredo delle sue corrispondenze da Roma, “Quel che ho visto e udito a Roma”, Inge Feltrinelli scrive di Frisch: “Si lamentava sempre di Ingeborg: «Sono troppo svizzero, ma non riesco a capire perché non si alzi mai prima delle due del pomeriggio, perché non legga mai la sua posta e i cassetti della scrivania trabocchino di lettere ancora chiuse. Cosa posso fare? Viviamo nella città più bella del mondo, ma faccio fatica a capire l'italiano e lei»”. I Feltrinelli, che pure preparavano la traduzione dei racconti di lei, "Il trentesimo anno", prendevano ogni giorno il caffè con lui, loro autore di punta. Né si conosce miglior parere di Frisch su Ingeborg, nella parte di corrispondenza pubblicata. Dopo il ripudio, si lamenta con l’amico pittore Aerni Victor che Ingeborg parli male di lui, e nient’altro, pur sapendola sofferente e in ospedale: “Solveig, che aspettava solo che la sposassi!” Non generoso, ma non era facile vivere con una donna che aveva innamorato tutti, le avaguardie tedesche insieme con Celan al suo primo apparire, nel 1947 o 1948, a vent’anni, fino al rabbino Jacob Taubes, filosofo apocalittico, che le indirizzò bollenti lettere d’amore.
Questa riedizione tascabile della prima pubblicazione dieci anni fa cade dopo che, col “Caso Franza” e altre iniziative (mostre, pubblicazioni, lettere), la relazione con Frisch ha ripreso il peso schiacciante che ha avuto per Ingeborg. “Non vale dunque un uomo tra i fratelli?” E una donna? Questo inizio interrogativo, col dunque, è una risposta: “Non c’è maledizione maggiore che non condividere nulla\ con chi tutto\ ha condiviso e lo ha lasciato\ all’altra parte”(“Rivedersi”). Dopo essersi ritrovata “invecchiata di cent’anni in un giorno”, il giorno del ripudio. Un canzoniere dell’abbandono, “Ho perduto le poesie”, “Isola dei morti”, “Errore cardinale”, “Anni di lutto”. Con dentro un piccolo canzoniere di morte e resurrezione, nel ricovero zurighese a Gloriastrasse.
La raccolta, cui l'
’università di Verona ha dedicato un anno fa un convegno internazionale, è di tale spessore da imporre probabilmente una rivisitazione e una revisione critica della intera opera di Ingeborg Bachmann. Finisce con un viaggio nel deserto, che poi sarà il viaggio in Egitto del “Libro di Franza”, e con un’orgia, vera o immaginaria, che la libera dallo “sfruttamento\ senza scrupoli di un appassionato inizio di Tu”. Il “Tu” maschile – che però può anche essere l’Io femminile, i ruoli potendosi invertire in tedesco perché aggettivi e participi dopo la copula sono indeterminati, una disponibilità sprecata.
La raccolta di lettere “Herzzeit” percorre eventi molto più drammatici, e tuttavia è sempre amorosa. Lei ha ventun anni quando incontra Paul Celan a Vienna, dove sta preparando il dottorato su Heidegger, lui ventisette. È per lei un “poeta surrealista”, ma è già l’autore rinomato di “Todesfuge”. La raccolta comincia con una poesia di Celan per i ventidue anni di Ingeborg, “In Egitto”, dove lei andrà a elaborare il lutto di Frisch.
È un rapporto sempre fruttuoso, pur tra gli esaurimenti di lei e le depressioni di lui. Nel reciproco affetto e nella stima. Specie nel secondo tratto della storia, quando Ingeborg appare a Paul non più una studentessa di filosofia ma una scrittrice celebrata, in copertina sullo "Spiegel" nel 1954, una che lui sa apprezzare. È il ritrovamento del 1957, sempre intenso, "sensuale e insieme spirituale", come scrive Paul, ed è il tempo di “Herzzeit”, l’espressione amorosa, sempre di Paul, che dà il titolo alla raccolta. La prima fiammata va dal 1948 al 1951, ma lui già da tempo aveva lasciato Vienna per Parigi, come aveva programmato prima di conoscerla, dove si era fidanzato e aveva deciso di sposarsi. L’ultima lettera, non spedita, è di Ingeborg il 27 settembre 1961, un tentativo di risollevare Paul dalla depressione. Nel caso, Celan era sottoposto a un assurdo processo da parte della vedova del poeta francese Yvan Goll quale plagiario del defunto marito (Claire Goll, vedova di Yvan, lascia pessima traccia nei "Souvenirs désordonnés" di José Corti, il libraio editore, che che pure aveva aiutato, e assistito nella lunga agonia, il marito, e aveva per lei molto affetto).
I due poeti dividono, con la passione, le rispettive debolezze. Che in Paul erano furie suicide, più volte ritornanti prima del salto nella Senna nel 1970 – e perfino omicide, ora si sa, distruttive anche nei confronti della moglie. Ingeborg ne seguirà sempre le sfortunate vicende, e nel 1971, un anno dopo la morte di Paul, lo ricorderà col racconto fiabesco “Il segreto della principessa di Kagran” in “Malina”, e nel 1972, pochi mesi prima della sua propria morte, in un affascinante ritratto, una sorta di scultura classica, tutta "necessaria" e riveltarice, sotto il nome rothiano di Trotta, nel racconto "Tre sentieri per il lago".
Ma è l’amore di lei, totalizzante e disperato, che le tre pubblicazioni per bizzarra coincidenza evidenziano. La raccolta delle lettere è incentrata su Celan: raccoglie la corrispondenza del poeta con Ingeborg, più quella con Max Frisch, e quella di Ingeborg con la vedova di Celan. Ma il tono è dato da lei. Ed è quello delle sue prime lettere pubblicate, di quando aveva venti anni e stava ancora a casa, in Carinzia.
Queste a “Felician” sono lettere non spedite del 1945-46, ma non immaginarie, come opina la sorella Isolde, che ne cura il lascito. E non sono un’istanza precocemente femminista, di parità con l’altro, con l’uomo. Ingeborg vi esprime subito con chiarezza quella voglia d’amore divorante che la perseguiterà per la vita. E che gli scambi con Celan, primo amore conosciuto, documentano. In “Ritratto dell’artista da giovane”, che inquadra le lettere, Clemens-Carl Härle spiega che la silfide Ingeborg della foto a corredo era “pazza” dello scrittore carinziano Perkonig, suo professore al Magistero di Klagenfurt, e primo lettore professionale dei suoi scritti, che il padre di Ingeborg gli aveva portato da leggere. A vent’anni già Ingeborg si conosceva: “Sono misteriosa ed evidente. Buona e cattiva”. Con se stessa. “I miei desideri sono foschi e rosso sangue!”, di cui questo diario minimo e sfrontato è già un abbozzo.
Si parla di Ingeborg Bachmann, che fu saggista equilibrata oltre che acuta, come di donna sofferente. Appassionata sarebbe più giusto, come la ricordano i suoi amici ancora viventi, tra essi il musicista Henze, e al suo modo egotista Günter Grass. E come la poesia la testimonia, di cui “Non conosco mondo migliore” è tassello fondamentale. Per la chiave bachmanniana: insight, misura, brio. E per il dolore cui la voglia d’amare condanna. Nel breve lineare “Ritratto” Härle mette in contatto il segreto di Ingeborg con “i luoghi da cui proveniva”, con l’infanzia. Elencando “le cancellazioni e le obliterazioni ripetute, l’invenzione di intere sequenze biografiche, i riavvicinamenti e le allusioni occasionali, cauti e più o meno cifrati,… i segreti custoditi con estrema tenacia”. Ma la biografia, certamente sostanziosa nel racconto "Tre sentieri per il lago" dell'omonima raccolta, che conferma questo "Ritratto", è poca cosa di fronte alla forza della poesia che la rilettura fa più grande.
Ingeborg Bachmann, Non conosco mondo migliore, Fenice Tascabili, pp. 294, €9,50
Herzzeit, Suhrkamp, pp. 401, € 24,80
Lettere a Felician, Nottetempo, pp.53, € 6

La giustizia che non si può dire della gobalizzazione

Pare di no, la risposta al titolo “È possibile una giustizia globale?” pare sia negativa. Anche se l’autore elenca, nell’irto § VII che è la sintesi del saggio, una serie di adempimenti promettenti, in tema di diritti umani, libertà di commercio, protezione dell’ambiente. La giustizia globale di cui si tratta è quella sociale, delle “aspettative di vita di uomini nati uguali”, non quella della guerra giusta o del diritto d’ingerenza. È che, riproposto in forma di libro, il saggio è in realtà un commento alle teorie di John Rawls. Di rilievo forse dottrinale, ma a nessun effetto pratico. Nemmeno di buona lettura.
Alle tante novità di giustizia globale il filosofo avrebbe potuto aggiungere la protezione dei minori, l’orario di lavoro, il salario retributivo. Insomma, l’egualizzazione delle condizioni imposta dal mercato, la globalizzazione di cui non si può parlare: a nessuno piace competere con la semi-schiavitù. Il saggio termina con una proposta, che si dice hobbesiana: arrivare ala giustizia globale accrescendo l'ingiustizia... Ciò che Hobbes constatava, non compiaciuto, verrebbe progettato.
Thomas Nagel, È possibile una giustizia globale?, con introduzione di Salvatore Veca, Laterza, pp. XXX, 71, € 8