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sabato 30 novembre 2019

Cronache dell’altro mondo (47)

Frederick Seitz, fisico, presidente dell’americana National Academy of Sciences per decenni, ha provato, con ricerche inesistenti, che non c’è correlazione tra fumo e cancro ai polmoni. Ricerche commissionate dall’industria del tabacco. E che non c’è il cambiamento climatico – in questo caso la ricerca era finanziata dalle compagnie petrolifere.
Si fanno molti film celebrativi dell’informazione negli Usa. Che invece si diletta di niente: pettegolezzi, campagne, insulti. Sotto forma di controinformazione o di giornalismo d’inchiesta. In realtà per scandalismo, per vendere una copia in più. In favore, sempre, dei maggiori interessi, editoriali e non. Il giornalismo americano non ha visto la crisi dei mutui spazzatura, che era sotto gli occhi di tutti. Il terrorismo islamico, prima e dopo l’11 settembre. E fino a Trump l’utilizzo politico dei social – evidente perfino a questo sito.
Un filone incommensurabile per un vero giornalismo d’inchiesta, nonché di best-seller e blockbuster, sarebbe l’incapacità degli apparati, enormi, americani di sicurezza. Se non sono “deviazioni”. Ma nessuno vi si esercita.
General Motors vuole il fallimento della Fiat-Chrysler per gli accordi sindacali sottoscritti all’indomani del merger. Pretestando che il gruppo italo-americano si è “comprati” i sindacalisti. Ma l’accordo è stato fatto al ribasso, per sollevare Chrysler dal fallimento.
General Motors si è giovata per quasi un decennio dell’accordo. Ora fa causa perché non vuole la concorrenza di Fiat-Chrysler negli Stati Uniti, specie se si unisce a Peugeot. Peugeot è riuscita in poco più di un anno a portare la Opel in nero, che invece con General Motors perdeva ogni anno miliardi. E perché non può permettersi di pagare il nuovo accordo sindacale che Fca sta firmando, questo sì oneroso, dopo i successi di Jeep - i rinnovi sindacali vengono negoziati ogni tre anni a turno da una delle tre grandi case automobilistiche, è Si applicano anche alle altre due.

L'Eterno Adolescente

Eugenio si diverte con i ricordi, a 95 anni ha solo la scelta. Rivendicando – esibendo – “la pienezza leggera di una coscienza f elice”. Qui diverte anche, aiutato da Gnoli e Merlo, affabile, e sempre per qualche verso sorpredente – dopo aver esaurito la trita professione di libertino, ora nella formula “libertino complessivo”… Un’impressione lasciando di sincerità, seppure programmata e corretta. Fascista fino ai vent’anni. Antifascista in convento, insomma da imboscato ai vent’anni, dopo il 25 luglio. In realtà un po’ tutto, lui stesso ne fa la litania: fascista, antifascista, liberale e radicale, socialista e antisocialista, anticomunista e comunista - solo democristiano, dice, non è stato, e questo non è vero, forse ha rimosso, la campagna antisocialista la fece per De Mita. Ma la faccia politica, lo capisce da qualche mese lui stesso nei sermoni domenicali, è la meno interessante. L’aspetto più nuovo, e più veritiero, è la spensieratezza, confessata e quasi esibita in vecchiaia, dell’Eterno Adolescente.
C’è un ritratto infine del padre, Pietro. Che finì per dirigere il Casino di Sanremo, aperto da Mussolini, dopo aver perso tutto al gioco, dopo Fiume con D’Annunzio, e dopo un paio d’anni al fronte, medaglia di bronzo nella Grande Guerra – da cui il fratello maggiore, medaglia d’argento, uscì tanto menomato da arrivare presto al suicidio. C’è l’amore nelle due facce: del tormentato, Eugenio con la mamma, per le ribalderie del padre, e del tormentatore, di mogli e amanti. C’è la verità infine del rapporto con Calvino, di amicizia intima negli anni del liceo e poi negli ultimi anni dello scrittore, e di lontananza totale negli anni intermedi, dopo che Scalfari nel 1946 votò monarchia al referendum. Anche a lungo dopo che Calvino cominciò a scrivere per i giornali – si può testimoniare che Scalfari cominciò a pensare a Calvino all’indomani del referendum sull’aborto, nel 1978, quando il “Corriere della sera” aveva in prima Calvino, e “la Repubblica” Arbasino.
Poco dice anche, sotto il molto, dell’incostanza amorosa – non c’è Giorgia Moll, non ci sono altre meno note giovani donne. E il poco senza saggezza, per l’uzzolo di dirsi libertino. La bigamia, in età giovane, può essere dolorosa, per i partner coinvolti, e per i figli. Una inavvertenza più triste per uno il cui personale ricordo dei primi anni, ritornante in tutte le memorie, è di un fanciullo-ragazzo che “teneva assieme” i genitori, supplendo al “libertinaggio” del padre. Lo stesso in politica. Oggi va di moda la spensieratezza, ma al suo livello, col credito acquisito con i suoi giornali, può fare danni, specie con l’antipartitismo, mascherato da ultimo da filocomunismo.
Notevoli i ritratti: di Calvino soprattutto, Pannunzio, Arrigo Benedetti, Mattioli, Eco (di cui riporta il dialogo in video di fine 2014 su “Numero Zero”, l’ultimo romanzo di Eco, che stringeva il suo cannnocchiale dei meccanismi della comunicazione sul giornalismo, non lusinghiero), Giulio De Benedetti. Con la storia dell’“Espresso” e quella di “Repubblica”. Notevole pure l’assenza, in questa carrellata, di Carli, il governatore della Banca d’Italia del cui pensiero Scalfari fu I’interprete e il divulgatore per lungo tempo, come “Bancor”. Uno dei primi ricordi di “Repubbica” fu quando, agli abori del compromesso storico, dileggiava il Pci, che non aveva ancora “scoperto il tasso di sconto” – governatore in Banca d’Italia era Baffi, ma Carli era nell’ombra, e Gaetano Stammati, compagno di loggia, altro assente, al Tesoro, con Luigi Bisignani, attivissimo giovane suo portavoce. Non c’è “Razza padrona”, la guerra a Cefis che consacrò Scalfari nazionalmente – forse  per non dover parlare di Peppino Turani. Né il “compromesso storico”, da lui patrocinato, ancora oggi, per mero opportunismo, che ha dissolto la politica e imbarbarito l’Italia – proprio attraverso il controllo dei media.
Uno, assicura, che si è sempre divertito: “Io non conosco l’angoscia, perché non conosco la noia” – anche ora, da ultimo, “non vuole” essere malinconico.  E per questo forse resilient, contro magagne e catastrofi. Perdere “la Repubblica”, l’opera della vita, e non perdersi. Riciclandosi anzi, come filosofo, come poeta. Nonché compagno di merende del cardinale Martini e del papa, chi l’avrebbe detto?, poterlo fare benché non ci creda. La corazza è una fortuna e la caratteristica del buon imprenditore, quello di successo, che è sempre imprenditore di se stesso. Eugenio fin da bambino, stratega delle riappacificazioni domestiche, e poi a scuola, benché lo chiamassero “Napoli”, perché figlio di un calabrese.
Pagine memorabili ha su Fiume. Su Sanremo anni 1930, pullulante di personaggi, non storici ma che fanno la storia: i genitori di Calvino, De Santis, il gentiluomo napoletano che “creò” Sanremo, il dimenticato Pastonchi, un letterato vivacissimo animatore culturale, Marco Spaini, “teosofo e filibustiere”, consigliere filosofico di Adriano Olivetti; l’iniziazione alla massoneria a Vibo; il “caro amico” Calasso, direttore di Adelphi, che lo rifiuta come autore quando lascia “la Repubblica” - dopo avergli fatto riscrivere “Io sono Dio” (l’editore di Scalfari sarà Berlusconi…).
Ipocrita, il giusto. “Provo, ancora oggi molta tenerezza per le donne che hanno sofferto a causa del loro uomo, ma, in fondo al cuore, so che l’infelicità di un’anima nasce da se stessa”. Con l’elogio del radical chic. L’avocazione della discendenza calabrese, svogliata e con poche nozioni – fa crescere a Vibo agrumi e bergamotto. Celebra i suoi grandi collaboratori a “Repubblica”, con Bernardo Valli in cima alla graduatoria ideale.
Anche sincero, un po’. Scalfari a 95 anni recita di meno, benché sempre gigione. Scalfari non è un istrione, è anzi spesso insicuro, e appare timido, riflessivo, ma nel suo privato-personale è teatrale, si mette volentieri in scena. Come ora col papa argentino, e alla tv, che gli piace. E veritiero, un po’: “Sono un mercuriale che sogna di essere saturnino”. Un calcolatore. Anche appassionato, ma un poco: “Saturno è la melanconia, Mercurio è la sintonia con il mondo. E io sono stato un mediatore di scambi, di commerci, di conflitti e un accompagnatore, spesso di interessi, talvota anche di sentimenti e di anime”. Con l’amore per l’azzardo, non solo al tavolo da gioco. E per le divise… - una civetteria, a Eugenio piace civettare. Oggi poeta, dopo essere stato filosofo. E dopo avere scritto: “Non ho mai composto versi e non credo che mai ne scriverò”.
Omissioni
Certo, non si può dire tutto in un libro. Le mancanze testimoniano delle notevoli plurime esperienze che Scalfari ha vissuto. Ma qualcuna sa di omissione. Non menziona Pirani, fra i tanti di “Repubblica” che ricorda con affetto, di Pansa fa giusto un riferimento. Niente, oltre che di Carli, dice pure della “difficile amicizia” con Carlo De Benedetti, cui ha dovuto cedere “la Repubblica”, e sarebbe stato il ricordo più interessante, come pettegolezzo e come storia economica e dell’editoria giornalistica. Per esempio come De Benedetti diventò il padrone del suo giornale. Che non era un editore e non ha saputo fare l’editore – forse non è nemmeno un imprenditore, uno che ci sa fare con gli uomini e con i mercati, ma solo uomo di denari - se “la Repubblica” è ridotta a cercarsi un compratore pietoso.
Esercizio in egotismo
Il memoir resta lo stesso sorprendente. Ha la vena di “La sera andavamo in via Veneto”. E la gagliardia del creatore di due giornali che hanno fatto epoca e ancora fanno testo – l’unica impresa editoriale duratura (insieme con quella di Berlusconi…) dell’ormai lungo dopoguerra. Ci vuole forza per un esercizio in egotismo di trecento pagine, quando uno Stendhal si è limitato a una sessantina. Qui si arriva fino a Verdelli a “la Repubblica”, cioè a ieri. Del resto, è il genere di moda, e Eugenio è sempre goloso. Ma sa raccontare. E Gnoli e Merlo con lui. Con errori minori – oltre a quelli, fastidiosi, di stampa. Introducono i container nel 1950. Prestano a Scalfari “lo swinging di Carnaby Street e dei two-tone a scacchi, il bianco e nero dei Mods, e poi del minibus hippy di Peace and Love” – a Scalfari, che è sempre stato molto provincial?  
L’impressione che lascia è di un Candido, per quanto avvertito. Da ultimo, quando parla di Montanelli – che era, lui sì, un filibustiere. O della politica come “colpi di biliardo, il più delle volte goffi o scontati, raramente magistrali”. Da adolescente eterno – e molto “Napoli”, meridionale – tra ballo, biliardo e pokerino. Felice di esserci, di essere vecchio. Senza la riga sulla fronte, per carità, o il sonno difficile. Sempre rassicurandosi, anche da novantenne.

Antonio Gnoli-Francesco Merlo, Grand Hotel Scalfari, Marsilio, pp. 303 € 18

venerdì 29 novembre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (410)

Giuseppe Leuzzi


Molti mafiosi condannati sono riconosciuti nullatenenti, - ai fini del risarcimento delle parti civili. Ma un mafioso nullatenente “non esiste” – è una contraddizione in termini, direbbe un avvocato. Tanto più che non mancano di buoni avvocati.

C’è anche in “Aspromonte”, il film di Calopresti, come in tutti i (pochi) film di ambiente calabrese Marco Leonardi. Dacché ha impersonato Salvatore adolescente del film premio Oscar “Nuovo cinema Paradiso”. Un attore di “presenza” fisica, dice senza parlare. Ma condannato a fare il calabrese, perché parla e impersona il calabrese nel modo più naturale – cioè piano: piatto, accennato. Quindi a lavorare poco, nei pochi film in cui ce n’è uno. Mentre è nato a Melbourne. Di padre calabrese, è vero.

Africo, nel reggino jonico, è sinonimo in una vasta pubblicistica, da Stajano a Criaco, di violenza e disperazione. Ma è stato l’ultimo caso in Italia di ingegneria emergenziale riuscita, in occasione di eventi naturali devastanti, terremoti, alluvioni - si ricostruiva in area più sicura. Il paese è stato ricostruito a valle, al mare. In sei anni.

Laura Ferrara, “napoletana di nascita  ma cosentina di adozione” (“la Repubblica”), eurodeputata 5 Stelle, si considera eletta “in una terra di malaffare”.

La Francia, la Francia del Sud, rigurgita di immigrati nel 1934, quando Soldati fa il suo viaggio a Lourdes. Al confine verso la Spagna il regista scrittore trova “migliaia e migliaia di spagnoli: rigurgitava”, scrive nel racconto dal titolo omonimo, “di baschi, navarrini e catalani, come le due Savoie e il Delfinato di piemontesi, veneti e lombardi”. La geografia economica cambia velocemente, basta l’applicazione. Veneto, Lombardia, Catalogna , paese Basco ora sono terre di forte immigrazione, il Piemonte lo è stato, solo un decennio dopo il viaggio a Lourdes.

W.H. Auden, “Sonnets for China”, XVIII:
“Gelati dal Presente, rumoroso e grigio
Sospiriamo al risveglio per un Sud antico,
Una calda nuda età d’innata compostezza
Un gusto di gioia in una bocca innocente”.

L’abbandono delle borghesie
A vedere “Aspromonte. La terra degli ultimi” al cinema Intrastevere sono persone in età, molto ben messe, con conoscenze reciproche, anche se distaccate. Modi e portamenti di due e tre generazioni fa, del “Sessantotto”, che hanno abbandonato la Calabria, cui restano sentimentalmente attaccati, ma con vita propria, e remota.
Vedono il film con curiosità, senza commozione. Una storia di sentimenti primigeni, la vita, la morte, la fame, la miseria, l’abbandono, la sopraffazione, la giustizia, la speranza. Ambientata nel 1951, alla vigilia dell’alluvione che cancellerà della derelitta Africo anche le tracce fisiche. Rivista con l’ottica dell’inchiesta di Zanotti Bianco e Manlio Rossi Doria, e della Conferenza “Calabria” di Corrado Alvaro al Lyceum di Firenze dieci anni dopo. Di case dirute dai terremoti, di una comunità isolata, senza strada, senza medico, senza scuola, alimentata poveramente, con un pane di cicerchie e lenticchie – Alvaro dirà di africoti trovati nella bassa emiliana a masticare la paglia. Di uno Stato assente ma esoso, che le tasse, per quanto minime, esige comunque.
Un pubblico che si assimila, alla vista, a Fulvio Lucisano, il produttore romano del film che si dedica un cameo, la scena finale. Anche lui come Calopresti, il regista, attaccato sentimentalmente alla Calabria, sebbene solo per amore del padre, che ne era originario. Il distacco potrebbe venire dall’attualità. Sono partiti loro, altri dopo di loro sono partiti, e la Calabria ha cominciato a beccheggiare all’indietro, sempre più giù nelle graduatorie del reddito e della qualità della vita, malgrado i tanti atouts naturali. Non una diserzione, ognuno ha seguito un suo percorso. E del resto nessuno è indispensabile. Ed è giusto che gli altri, tutti i ceti sociali, facciano le loro esperienze, è il bene della democrazia – non si è sempre detto che il Sud non progrediva perché tappato dai notabili?
Ma forse c’è un limite alla democrazia. Che in Calabria sembra non avere limiti nello sfacelo, la neghittosità, la mera incompetenza. E vera e propria corruzione. Con i tre ultimi presidenti della Regione, Loiero, Scopelliti, Oliverio, due di sinistra, uno di destra, inquisiti, e elezioni anticipate. Di una Regione che non si sa governare, nelle aree di sua competenza: il territorio, la sanità, la viabilità. L’unica per la quale le autonomie regionali sono state un disastro – basta vedere al confronto i balzi in avanti giganteschi della Basilicata, della Puglia meridionale (il Salento), dell’Abruzzo e del Molise evidentemente, e delle grandi province campane di Salerno e Benevento. Un disastro.

La processione del libero arbitrio
Non si parla più delle processioni in Calabria. I Carabinieri non hanno prodotto più video di inchini ai mafiosi, dopo quello virale di Tresilico qualche anno fa, e la polemica forse si è spenta. O forse le processioni non si fanno più, ai vescovi non piacciono - “sono paganesimo”,
Tullia d’Aragona, oggi sconosciuta, ne faceva prova del libero arbitrio. Poetessa e commediografa attiva a famosa nel primo Cinquecento,  muore a Roma a marzo del 1556, di 46 anni, dopo un lungo soggiorno a Firenze, onorata, benché figlia di una cortigiana. Tra i suoi sonetti più famosi vi è quello contro il predicatore Bernardino Ochino, che, con rigore non lontano dal luteranesimo, aveva aspramente condannato le mascherate, la musica ed il ballo. Nelle ultime due terzine del sonetto si legge: “Or le finte apparenze, e ‘l ballo, e ‘l suono / chiesti dal tempo e da l’antica usanza / a che così da voi vietate sono? / Non fôra santità, fôra arroganza / tôrre il libero arbitrio, il maggior dono / che Dio ne diè ne la primera stanza”.
Mario Soldati, al termine del suo scettico “Viaggio a Lourdes”, partecipando da cronista coscienzioso alla processione notturna alla Grotta, “di infermiere, lettigari e pellegrini non malati”, si ricrede, in un certo modo. “È uno spettacolo idillico, poetico”, al canto della “fanciullesca e pastorale Ave Maria di Lourdes”. Un po’ troppo luminoso, “sembrava una réclame di Piccadilly o di Times Square”. “Eppure, a ripensarlo oggi, a udirlo nella memoria, quel canto notturno che lento saliva implorando, confidando, sperando… Si nasce, si vive, si muore, e non sappiamo il perché. Ma chi, almeno una volta, non ha sperato? Abbiamo forse qualche altra verità?”

Aspromonte
Montagna umida e secca, aerata dai mari. Di risorgive e gurnali  - pozze di acqua viva, lungo le fiumare. Ombrosa per lo più, profumata. Gentile, non arcigna. Aperta, non segregata.  Segnata da alpeggi. E da sicuri sentieri per bovini e ovini, in trekking singolo o di gruppo. 

I nomi delle sorgenti segnano l’avvicendarsi delle popolazioni, dai greci agli arabi. Il più ricorrente è Ceramida, in varie declinazioni.  Anche Brisia, (Visia, Vrias, Vrise, Vrisi, V ausi), Pigadi-Pigì (fonte), Zijia, (oxeia, impetuosa), Scifos, vaso, e Vasì-Vasìa (batheia, copiosa, profonda).

“In Aspromonte, dopo aver consumato il pasto non si rassetta la tavola fino al pasto successivo: perché le cose messe a posto possono essere travolte da un terremoto o da un’alluvione” – Francesco Verderami, “Montagne nella magia di Omero”, in “Buone notizie”, 7 maggio 2019. Non è vero ma è ben immaginato: dà l’idea della precarietà, dell’isolamento.
Verderami, che gioca in prima squadra al “Corriere della sera”, è di Gioia Tauro. Sa quindi poco dell’Aspromonte, e per sentito dire – nella Piana non sanno niente della Montagna. Per il bene, per il male, non importa: i mondi locali sono frammentati.

Girolamo Deraco, il musicista di Cittanova trapiantato a Lucca, ha una “Sinfonia in Aspromonte” elegiaca, intervallata obbligatoriamente dalla tarantella, dal ritmo – ma anch’esso allentato, come in sordina. È una montagna sulfurea nel nome, però pacifica. Solitaria dentro l’affollamento.
Una montagna si può dire anche antropizzata – in quanto montagna: del Parco aspromontano fanno parte 37 Comuni. Però modesta, e silenziosa. Per nulla sulfurea come la vuole la fama.  

Il trek per antonomasia dell’Aspromonte era per la “spuntata” del sole - tre ore di sentiero, tre larghe lunette dai piani di Carmelia, un impettata per via diretta da Gambarie (ora si arriva al Montalto comodamente in auto).
Per quale fascino? Si trova a p. 527 dell’ultimo romanzo di Dominique Fernandez, “La société du mystère”: “Si direbbe un pennello che disegna con la luce. La grande arte (segue panegirico del degradato, del fluttuante, dello sfumato, le ambizioni di una maniera troppo assoggettata al disegno, n.d.r.), consiste nel modellare ciò che si rappresenta senza mostrare il bordo delle superfici. Dove si trova il limite tra l’ombra e la luce in ciò che il sole fa sorgere dall’oscurità. Tenta di posare il dito sui contorni che emergono sotto i suoi occhi e si muovono a mano a mano che il sole distacca le cose dalla penombra in cui erano infognate alcuni secondi prima. La linea di demarcazione non risucirai a scoprirla”.
Una metamorfosi. La luce che varia, visibilmente, una trasmutazione.

Notte d’estate ventilata, acqua fresca tranquilla, pini fitti infinitamente silenziosi. Tignole e falene volteggiano nell’ombra silenziose, abbagliate dalla fiamma del fuoco, dal profumo della salsiccia sulla brace. Non un gemito, non un sospiro, un rumore qualsiasi, Romeo non ronfa nemmeno. Da quest’ansa il chiocchiolìo dell’acqua non si sente, ma “si sente”. Il riposo è dalla fatica, lieve, della toponomastica a ogni passo. I luoghi, ogni luogo, ogni angolo, ogni “rasula” ha un nome, quindi è stata abitata, coltivata, curata. Sono nomi greci per lo più, di luoghi quindi abitati da sempre. Che ora si fatica a memorizzare – a ricordare non come un tesoro di cui si fosse persa la chiave. C’è stata una continuità, per secoli e millenni, e ora non c’è più, non sono vuoti di memoria. Anche i silenzi non sono più quelli, benché la Montagna sia sempre solitaria.  Giusto qualche picchio, oggi come allora, la mattina. E una sega, che va e vene col vento.

È un montagna varia, la montagna sul mare. Non un cono spelacchiato, come possono essere i vulcani ancora emersi, ma una montagna, di valli, anfratti, dirupi, pianure nascoste, alpeggi, con qualche dente perfino da scalare. Che però i locali non vedono, o vedono uniforme, grigia, spenta, come può essere o essere stata la vita di molti – come lo è qualsiasi vita quando non c’è la speranza, e la speranza è quello di cui il Sud manca, che ha spento, o ha consentito e contribuisce a spegnere, la volontà di fare. Gli ultimi film si adattano a questa immagine grigia, anche i più nostalgici. Di più il più nostalgico, di Mimmo Calopresti, di Polistena – con Fulvio Lucisano, attaccatissimo alla terra di suo padre, che veniva da Villa San Giovanni. Il loro Aspromonte è monocromo, monotono, ripetitivo, dall’orizzonte chiuso – mentre la natura vi è esattamente al contrario, aperta, in ogni piega, e questo è anzi il suo primo pregio. O incupito dagli eventi, ingrigito, senza luce: una Montagna adattata alla storia, evidentemente, semplice fondale espressivo, ma è un po’ che l’Aspromonte ha solo questa faccia, da Corrado Alvaro, quasi un secolo.

leuzzi@antiit.eu

Il capitalismo di sorveglianza al tempo di Verne

“Nel 2890 il potere sarà nelle mani di chi controlla l’informazione”. Non è fantasia di oggi, delle polemiche sul controllo dell’informazione online, è l’attacco della presentazione editoriale, 1994, di questo racconto semisconosciuto di Verne - forse nemmeno suo, ma del figlio Michel, almeno nella parte scientifico-tecnica - pubblicato nel febbraio 1889, da qui la data del titolo, “mille anni dopo”,  sul mensile americano “The Forum”. Spigliato, indovinato – non c’è la previsione delle rete, tutto passa attraverso la telefonia, ma degli effetti sì.
La commessa della rivista era stata onorata con un racconto “americano”: è un magnate americano che domina l’informazione nel mondo. E la pubblicità, che vende con l’informazione: cifre iperboliche ogni giorn il magnate si conteggia.
Una seconda anticipazione, profetica, è politica. Gli Stati Uniti sono a 75 stelle, padroni della metà del mondo: di tutta l’Amerrica e di ciò che resta dell’Inghilterra, annessa da un secolo e mezzo come colonia. L’altra metà del mondo è della Cina. Con uno spruzzo di multilateralismo: L’europa è divisa al Reno, di là la Russia, di qua la Francia, con le province di Roma, Madrid e Vienna.
Non sono le sole anticipazioni. Gli scrittori già scrivono in batteria, quello che i lettori chiedono.Un accusato è condannato prima del processo – è anzi giustiziato, prima del processo e della eventuale condanna. Il re dell’infromazione finanzia ricerche scientifiche e imprese spaziali. E pensare che nel 1889 per Verne l’aumento dell’età media da 37 a 58 anni sembraba un balzo irriproducibile.
Un racconto veloce, quasi sbrigativo – di “scienza”  q.b. Con un po’ d’ironia. L’ambasciatore inglese che lamenta l’indigenza del suo paese, “non ci resta più nulla”, del grande impero del 1889, della regina Vittoria al culmine della gloria, il magnate lo consola: “Come, più niente! E Gibilterra?”  
In originale, con la traduzione.
Jules Verne, La giornata di un giornalista Americano nel 2890, Ibis, remainders, pp. 75 € 4

giovedì 28 novembre 2019

Ombre - 489

Si (Conte) diffonde la foto della cancelliera Merkel che abbraccia il presidente del consiglio italiano, spanciandosi a una sua probabile freddura. Poi Merkel se ne deve essere andata con Macron, col quale effettivamente ha disegnato e si divide le politiche europee, che il giorno dopo ha proposto.

Patuanelli propone il ritorno all’Iri, inteso come un ospedale pubblico per le aziende malate, Alitalia, ex Ilva e compagnia bella. Questo Patuanelli non è nessuno: è il ministro dello Sviluppo Economico. È anche un leader dei 5 Stelle, il movimento della decrescita felice. Tutti pensionati ? A spese di chi?
Il nuovo?

Il debito globale mondiale, pubblico e privato, ammonterà a fin anno a 255 mila miliardi di dollari – IIF, Institute of International Finance (raggruppa banche, assicurazioni, fondi, gestori di settanta paesi). È più di tre volte il pil mondiale, il 330 per cento. Nel 2008, quando scoppiò la bolla del credito, era di 180 mila miliardi – vent’anni fa di 81 mila miliardi.

L’indebitamento pubblico globale è aumentato nei dieci anni dal 2008 del 242 per cento, a 70 mila miliardi di dollari.  Di più sono cresciuti i debiti d’impresa, da 23 a 76 mila miliardi. .

 “Negli ultimi anni ci sono stati incidenti”, concede paziente Lijia Zhang, “narratrice e saggista” cinese pro Pechino ma trapiantata a Londra, a Marco Del Corona su “La Lettura”, “come la sparizione dei librai, cose così”. Incidenti? Cose così? Forse la Cina si sottovaluta.

Del Corona pure minimizza, spiegando tra parentesi: “(vendevano libri critici contro l’establishment di Pechino: rapiti, portati in Cina, detenuti, costretti al pubblico pentimento, ndr)”. Tra parentesi? Cos’è una notizia? Cos’è giornalismo?

C’erano gli anglo-indiani, ci sono gli anglo-cinesi, che stando comodi a Londra praticano la mozione degli affetti verso la rinnegata madrepatria. Perché a Londra, uno chiederebbe? Perché a Londra si vive meglio, liberi. E si guadagna – c’è più visibilità.
Il confronto di civiltà pure se lo dovrebbe chiedere: perché non ci sono gli indo-inglesi, o i cino-inglesi?

In Atalanta-Juventus il terzino della Juventus Cuadrado cadendo tocca il pallone con la mano, la Juventus riparte e dopo un minuto segna, il 2-1 (finirà 3-1). Sky occupa il dopopartita per un quarto d’ora buono con una diatriba fra tre ex calciatori che non sanno i regolamenti ma devono decidere e se il mani andava sanzionato oppure no. L’Italia è proprio un paese di avvocati, se si paga – un abbonamento anche costoso – per arringhe senza senso.

Cristiano Ronaldo gioca, spiega Emanuele Gamba su “la Repubblica”, “soltanto le partite più importanti”, leggi Champions League, “o quelle più comode, che ingrassano le statistiche”. Pagato per questi suoi comodi una trentina-quarantina di milioni l’anno. Sembra impossibile, anche considerando gli effetti deprimenti di questa assurdità sui suoi compagni di squadra, pagati un decimo o un ventesimo, ma è vero: la Juventus se ne fa un vanto.

Nel lamento per Venezia nessuno ricorda la mancata Expo 2000, candidatura sicura vincitrice che fu lasciata cadere al momento della presentazione, per l’avversione della Dc e del Pci, nel 1990. Progetto di Renzo Piano, per fare nel nome di Venezia un hub del futuro 4.0, risolvendo a monte l’inquinamento industriale, di Marghera e Mestre, in asse con mezzo Veneto, e a valle della sussidenza, per l’uso delle falde acquifere e dei giacimenti gassosi.

L’opposizione fu feroce, perché era all’origine del progetto c’era De Michelis, un socialista. Si prospettò un afflusso di turisti abnorme: il progetto prevedeva 14-15 milioni di visitatori, distribuiti tra Venezia e l’entroterra. Si fece scandalo di un concerto in piazza, di Pink Floyd – a cui era accorsa “la massa dei giovani più civile” a detta del questore. Si lasciò la piazza sporca per alcuni giorni, invece di provvedere alle pulizie speciali, come è l’uso, per fare girare le foto del futuro scempio. Decise in questo senso il sindaco Casellati, un repubblico-comunista.

I turisti quest’anno a Venezia sono calcolati in trenta milioni. Compresi i giorni della città sommersa – che spettacolo, quanti selfie eccezionali!
Aspettando i cadaveri, magari galleggianti.
Senza la città del futuro di Piano.

La distruzione di Roma

Sono bastati tre anni di Raggi per distruggere Roma. Le ha levato l’Olimpiade sicura del 2014, che avrebbe risolto i problemi della città per cinquant’anni, viari e infrastrutturali di ogni tipo, nel nome del meno è più”. Per imporle uno stadio di cui nessuno ha bisogno, e altre operazioni immobiliari di periferia da codice penale. Le ha levato i servizi: i trasporti, la nettezza urbana. Ha abbandonato il verde, che era il pregio della città. Il giardino degli Aranci, che è stato il respiro dell’inverno almeno mezzo secolo di vita romana testimoniabile, e probabilmente per decenni prima, ha lasciato alle cocciniglie e alle fuliggini, di alberi ingrigiti che non fioriscono e non fruttificano, per un terzo già secchi. Peggio, si adopera per imbastardire il centro storico.
Roma ha un centro storico enorme. Una grande città nella città. Che bene o male ha resistito alla speculazione dei piani terra, in questo mezzo secolo di isole pedonali da pizze al taglio, gelati, giocolieri e jeanserie. Fino al “nuovo” di Raggi, con esazioni di ogni tipo, e disservizi mafiosi, per primo nella raccolta dei rifiuti, e nella pulizia – il “decoro urbano”. Ora con l’allungamento della Ztl. Furbo, nel nome della protezione ambientale. Di fatto per allontanarne ogni attività produttiva: non ci sarà più l’ora serale dopo le dicitto in cui portare l’oggetto da riparare all’artigiano, o ritirare un acquisto pesante, importante. Chiudono già le librerie, chiudono gli ultimi artigiani, del legno, del ferro, chiudono molti negozi familiari tradizionali, perché le sanguisughe degli affitti milionari e i coatti dello struscio a perdere possano esercitarsi liberamente.
Facile ricordare i barbari. Ma Raggi è a capo dei 5 Stelle, un movimento che ha illuso con l’onestà e l’interesse comune. Si dice anche che Raggi non sia una cima. E comunque che la colpa è dei romani che l’hanno votata. Ma lei non ha colpa, e con lei i suoi elettori. Lei non decide: decide Grillo, che è un uomo d’affari. E con lui il “movimento” sotterraneo, che emerge nei casi, non isolati, di corruzione.

L'esercito del disonore

Un film vecchio stile, ottocentesco sull’Ottocento, al modo della narrativa Ottocento. All male, ma di uomini nemmeno aitanti: macchiette, panzoni, fissati, ingolfati nelle divise rosso-blu dell’esercito, di panno rigido, nemmeno cattivi, quanto attenti alle gerarchie, e stupidi. Su un processo noto: l’incriminazione del capitano di artiglieria Dreyfus per tradimento. Dapprima sbagliata, per una lettura errata della sua calligrafia. Poi, per molti anni, falsa.
Nei due momenti, dell’errore e poi della falsità, serpeggia l’antisemitismo. Ma qui poco: Dreyfus è un colpevole di cui l’esercito non si vergogna, e anzi è contento, in segreto, dello scandalo, perché è un ufficiale ebreo. Ma soprattutto campeggia la stupidità: degli alti gradi dell’esercito, dei giudici militari, dei ministri, degli esperti. Mentre gli ufficiali di grado inferiori, gli esecutori, si limitano a obbedire: il tenente colonnello Picquart, che a differenza dei pari gardo si attiene ai fatti, finisce in galera.
Una storia, dunque, e un modo di raccontarla, non specialmente attraenti. Nessuna novità, niente sorprese, niente contorni – la relazione dell’inquirente con una donna sposata prende due o tre brevissime scene – e tutto in interni. Polanski, a 85 anni, non si è sprecato: il racconto dà di seguito, senza fronzoli, sottintesi, anticipazioni, senza nemmeno adrenalina. Dreyfus non è un eroe ma un mediocre, burocrate anche lui: sta al suo buon diritto di innocente quasi per stolidità.
Un racconto che semplifica molto, anche, la vera storia. L’antisemitismo nella vicenda fu feroce, ma fu dei giornali, che qui vengono tralasciati. Il “J’accuse” di Zola che invertì il processo non pose fine allo stesso: allo stesso Zola si fece un processo, che lo vide condannato. Dreyfus fu poi semplicemente graziato, la revisione del processo si fece dopo dodici anni. Questa parte c’è, ma in breve. La condanna e l’assoluzione sono solo il frutto di due diverse maggioranze politiche, o per essere più esatti massoniche, di due diverse confessioni. Ma questo si lascia intendere, non si dice. In scena è una sorta di esercito del disonore. E qui sta la sorpresa: che un polpettone non sottilmente polemico, scontato, semplificato, sia il grande successo della stagione in Francia, dove l’Armee è – era – intoccabile. Il generale Boisdeffre – veramente Le Mouton de Boisdeffre, il montone – capo di Stato Maggiore, è un macchietta, uno scemo. I ministri della Guerra che si succedono, il generale Zurlinden, pieno di sé, il grasso generale Billot, il debole Cavaignac, si lasciano fare da subordinati truffatori, e dalla stessa vera spia, l’ufficiale Esterhazy, un francese che odia i francesi ma evidentemente della Loggia giusta. O l’esercito non è più intoccabile, o la giustizia, anche in Francia, se entrambi sono stupidi, e “venduti”.
Roman Polanski, L’ufficiale e la spia

mercoledì 27 novembre 2019

Problemi di base ittici - 525

spock


Le sardine in piazza sono invariabilmente settemila: sono sempre le stesse?

Pesce di superficie, si direbbero le sardine superficiali?

Sardine vive, che nuotano in acqua, o in scatola?

#controsalvini, o pro?

Un movimento di piazza contro l’opposizione, che animale è questo?

Saranno le sardine l’ex Fgci – dotata di ombrello?

Che si deve fare per fare carriera, in politica?

Bisogna avere un’idea, certo.

spock@antiit.eu

Il calcio wrestling

Con l’arbitro Taylor, inglese, a cui i cronisti sportivi si affannano oggi a dare sufficienze e lodi, i sei milioni che hanno visto Juventus-Atletico Madrid hanno visto di tutto, eccetto le coltellate: ginocchiate alle costole, abbrancamenti a due mani, alle maglie, ai fianchi, alle gambe, torsioni violente, spintoni, mani e pugni in faccia. Di che sobbalzare. Eccetto Taylor, che qualche volta ha fischiato una punizione, ma mai con un cartellino.
Il cartellino Taylor – ma in questo caso lui come tutti gli arbitri – ha riservato ai pestoni ai piedi. Anche involontari o inoffensivi. E ai tocchi, anche involontari, col braccio.
Il calcio degli arbitri è diventato un wrestling: niente più colpi proibiti. Lo stesso hanno potuto vedere stasera gli abbonati Sky, nel goal di Lovren, e prima. Ma, a questo punto, pestoni ai piedi e “mani” regolamentari si potrebbero punire in automatico, e giocare senza arbitri.
Il calcio senza arbitri, come l’auto senza guidatore.

Il calcio signori(a)le

La Juventus, il club italiano più titolato e ricco, vive di Cristiano Ronaldo. Lo paga una cifra, sui 40 milioni l’anno, da cinque a quindici volte gli altri compagni di squadra, non lo toglie mai, e fa i salti mortali nella settimana con i cronisti sportivi per giustificarne la supponenza.
Il campione gioca per quello che vuole e come dice lui - per la sua nazionale, il Portogallo, e nient’altro. Gioca solo quando ha la palla per puntare la porta avversaria – non gioca con la squadra, non ha mai fatto un “recupero”, nemmeno a centro campo. Ogni tanto accampa un acciacco, oppure accampa di non averlo. Non si può sostituire anche se non gioca, altrimenti si arrabbia. Non segna – i calciatori che la Juventus aveva messo in vendita per fare luce a lui, Dybala e Higuaìn, hanno segnato due e tre volte le sue reti, e non su suo passaggio. Scontenta e squilibra lo spogliatoio, di tutti quelli che faticano, anche perché con lui giocano in dieci e non in undici. Non è nemmeno simpatico, in due anni non ha imparato una parola d’italiano – che per un portoghese non è impossibile.
C’è una logica economica forse in questo Ronaldo. Gli sponsor pagano di più, gli abbonamenti e i biglietti si vendono più numerosi e più cari, i diritti asiatici sono più generosi? È probabile, ma è vero solo in parte. I premi di Champions, campionato e Coppa Italia, la Juventus ne aveva guadagnati di più senza il Campione. Né si capisce perché si è voluto “riempire gli stadi” con un campione acclamato, ma al tramonto e già inappetente, invece di “costruire”, con ben minore esborso e più profitto, l’immagine di un Dybala, che è pure simpatico e non si lamenta mai anche se lo bastonano, ma fino all’altro mese si voleva disperatamente vendere, anche svendere.
Non c’è logica economica nel calcio. E nemmeno logica.
Le follie continuano sotto la la copertura manageriale. E sotto le laute percentuali che si pagano ai procuratori?

Ritorno, commosso, alla terra - alle origini

Un film fuori dall’ordinario, di ritorno alle radici. In un paesino abbandonato dell’Aspromonte, Africo, senza strada, senza luce, senza medico, alla vigilia dell’alluvione del 1951, quella dell’“addizionale pro Calabria”, che lo cancellerà. In un quadro ancora fanoniano: il titolo, “La terra degli ultimi”, l’ambientazione, la “politica”, sono dei “dannati della terra” - nelle forme della inchiesta di Zanotti Bianco e Manlio Rossi Doria, probabilmente, e di “Gente in Aspromonte”, i racconti eponimi di Alvaro. Ma di richiamo universale, sotto la coltre dell’isolamento, della povertà, della sporcizia. Alle radici di quella che sarà l’emigrazione di massa, quindi con un occhio alle polemiche di oggi quotidiane. Ma alle radici anche di ogni uomo: la vita semplice, il senso istintivo di comunanza e solidarietà, il destino.
Una storia non di riscatto ma di fatalità. Sentimentale, giocata sul poetico: filo conduttore sono le immagini, i sogni e i segni del Poeta – un Marcello Fonte che un’altra volta centra al cento per cento il personaggio. Corroborata dal commento musicale di Piovani. E dal dialetto non addomesticato  - recuperando il rigore filologico dei film di mafia di Coppola, è da ultimo del capolavoro di Jonas Carpignano, sulla comunità rom di Gioia Tauro. Sentita anche come ritorno alle origini, dal regista, dallo stesso produttore - Fulvio Lucisano si è voluto produrre in un cameo all’ultima scena, del ragazzino che sbarca in vecchiaia sulle rovine in elicottero, e trova a colpo sicuro il quaderno del “Poeta”, la memoria - in singolare sintonia con l’ultimo Scalfari, di “Grand Hotel Scalfari”, che ritorna alla Calabria “adesso da vecchio, nella stagione della poesia, dell’«ora blu»”, della malinconia.. 
È il Poeta che celebra i sogni, quindi l’avventura. Ma sconsolato constata pure che senza “la terra” – la memoria, la comunanza - non siamo niente.
Un film di immagini sempre pregne, benché semplici. Alla Pupi Avati, in ambiente agreste – “Nuovo cinema Paradiso” è stato evocato ma questa favola non è ottimista, è della rassegnazione, storicizzata. Con difetti purtroppo di sceneggiatura, o montaggio. Monocromo, monocorde. Grigio e dolente, ininterrottamente. Il sole non sorge, il sorriso non scappa. La natura che s’immagina aperta e varia, variopinta, è invece chiusa e cupa. La maestrina volontaria di Como, l’umanità altra che avrebbe dovuto agire da dialettica antitesi, è ridotta a poche scene, inutile – perfino maltrattata: mendica da ultimo un bacio distratto da un contadino in cenci, da “stordita”, il personaggio che Valeria Bruni Tedeschi si è ormai ridotta a impersonare. Il contrasto con “la Marina”, lo Stato, il nuovo, il diverso, è ridotto a poche scene di genere, “il Prefetto”, “il Maresciallo”.
Mimmo Calopresti, Aspromonte. La terra degli ultimi

martedì 26 novembre 2019

Secondi pensieri - 402

zeulig


Analisi – Induce la depressione? Attraverso la reiterazione, anche per lunghi e lunghissimi periodi, per molti a vita, della confessione. Che non è la confessione al giudice o al prete, la scansione di un evento, quindi in superficie, ma uno scavo, alla ricerca del fossile o del reperto che ci deve essere.  Una forma di autoflagellazione che induce colpevolezza o inadeguatezza più che risoluzione e decisione - liberazione.
Il riesame di se stessi, prolungato, ossessivo, con la scusa di dipanare matasse e grovigli, di trascuratezze, rimozioni, colpe, è una forma subdola di confessione: non espelle – oggettivizza. Non libera in realtà, condanna. Non con un giudizio una tantum, appellabile. Anzi, senza giudizio. Se non la propria volontà, che però il procedimento vuole sbriciolare e non corroborare. Da ognuno pretendendo che riconosca il male, con infiniti artifici, senza distacco. Impegnando tutto se stesso. In un cammino senza uscita. Una forma si direbbe “classica” di sadomasochismo – una trappola da cui non ci si libera.
Una terapia che non risolve è essa stessa una patologia, indotta – colpevole. Si registra, statisticamente, nei tumori, le cure dei quali richiedono la convinzione del paziente. È l’esito di un’aspettativa delusa.
La diffusione della depressione in contemporanea con quella della psicoanalisi, volgare e no, può anche essere significativa, di causa a effetto.

Suicidio - In antico la colpa portava al suicidio. Poi, con metodo cristiano, al pentimento e alla penitenza. Sant’Agostino naturalmente è contro. Ma non senza ragioni. “Dov’è la forza di quest’uomo tanto vantato?”, si chiede di Catone, “non è stato piuttosto per impazienza che per coraggio che questo famoso Catone s’è data la morte, e per non aver potuto ammettere la vittoria di Cesare?” E dei peripatetici, che dicono, “con ragione, che è il primo grido della natura che l’uomo ami se stesso, e pertanto che abbia un’avversione istintiva per la morte”, per poi soccombere ai mali uccidendosi, che dirne, “se gli stessi credono alla verità come credono alla morte?” 

Il suicida di Borges è molto pieno di sé, che dice: “Lascio il nulla a nessuno”.

Wittgenstein, dei cui quattro fratelli tre si suicidarono e uno, il primogenito molto amato, pianista avviato, tornò dalla guerra senza un braccio, lo dice illecito: “Se è lecito il suicidio, allora tutto è lecito. Se esiste qualcosa che non è lecito, allora il suicidio non lo è”. Oppure no: “Oppure il suicidio in sé non è né buono né cattivo”.
Il fatto è oscuro per Wittgenstein in quanto “esso getta una luce sull’essenza dell’etica. Poiché il suicidio è, per così dire, il peccato fondamentale. E quando lo si interroga è come se si interrogasse il vapore di mercurio per capire l’essenza dei vapori”. Sfugge.
Il suicidio è problematico (per l’etica, il diritto, i rapporti umani), non è un “atto” isolato. Lo è testualmente, ma la vita non è un fatto isolato.

“Nessuno è autorizzato a togliersi la vita, dato che non è sua”, è riflessione di Joseph Roth, “Autodafé dello spirito”, 87. Il poeta Evtushenko è più radicale: “Sappiate che esistono solo omicidi.\ Al mondo nessuno si è mai suicidato”. Ma proprio i legami tra legami tra narcisismo e suicidio indaga una delle poche analisi scientifiche in materia dopo Durkheim, quella di Paul Mathis, “I percorsi del suicidio”, 1979: Mathis, neurologo analista, École Freudienne di Parigi, indaga la diffusione del suicidio tra gli scrittori.
I casi sono molti, anche non elencati da Mathis.
Salgari ci provò dapprima eroicamente, buttandosi su una spada, ma non l’aveva ben fissata. Poi con un brutale harakiri, in un boschetto isolato – ma il rasoio era affilatissimo. Lasciando ai figli  diritti d’autore che lui non aveva avuto in vita, e tanto rancore.
Kawabata si uccise da vecchio, e semplicemente col gas, ma dopo un sogno ininterrotto di Mishima, suo protetto e amico, che si tagliava il ventre con la spada: lo stesso incubo per due-trecento notti di seguito. Mishima aveva scelto di eviscerarsi, a soli 45 anni, in diretta tv, nell’ufficio di un generale, dopo l’esaltazione al balcone del Giappone e dell’imperatore, e l’esecrazione dei trattati di pace e della costituzione democratica.
“Scriverlo mi ha uccisa”, scrisse del suo quarto dramma, “Sinfonia per voce sola”, Sarah Kane, nel biglietto con cui spediva al suo agente la sua quinta opera, “4.48 Psychosis”, per poi uccidersi – si impiccò con i lacci delle scarpe in un bagno del King’s Hospital a Londra, dove si era ricoverata per aver reso troppi farmaci.

Lo stoico lo auspica. Baudelaire dirà lo stoicismo una religione con un solo sacramento, il suicidio. Fra gli stoici suicidi merita speciale menzione Seneca, che filosofò l’etica austera ma accumulò ricchezze in Britannia col prestito a usura - a tassi che spinsero i Britanni della regina Boadicea, secondo Dione Cassio, a ribellarsi.

Quello pubblico, di Catone e della libertà  romana, o della elefantessa in cattività allo zoo di Roma, è poco artistico, rileva Corrado Alvaro (“Il mammismo”, in “Il nostro tempo  la speranza”): “Il dramma di Catone che si uccide per la libertà perduta è il solo suicidio che percuota di reverenza l’antichità e i teologi  stessi e Dante. Ma suscitò sempre mediocri opere d’arte, mediocri tragedie, e  solo qualche buon elogio accademico. È la vita che suscita il dramma, è la sopravvivenza agli orrori, ai lutti e alle catastrofi. Anche al colmo della disperazione, il dramma antico non conosce il suicidio, come non lo conoscono, in genere, le belve”. 

Ovidio ha l’empio che si sbrana “con morsi spietati” - e “così lo sciagurato le sue membra smagrendo nutriva”. Ma fino a un certo punto evidentemente.
È l’autofagia, come modalità di suicidio, suggestiva e non reale? Non solo Erisittone, ogni uomo morde incontinente se stesso.

Il primo in chiave eugenetica, di una propria decisione autonoma, senza costrizione o motivo specifico, è quello di Paul Lafargue, l’auore di “Elogio dell’ozio”. In una con la moglie Laura Marx, figlia di Karl, la bella della famiglia. Nella notte dal 25 al 26 novembre 1911, lui di 69 anni lei di 66, iniettandosi l’acido cianidrico, nel loro villino di Draveil, vicino Parigi. Con queste ultime volontà di Paul: “Sano di corpo e di spirito, mi uccido prima che l’impietosa vecchiaia che mi leva a uno a uno i piaceri e le gioie dell’esistenza e mi spoglia  delle forze fisiche e intellettuali non paralizzi la mia energia, non frantumi la mia volontà e non faccia di me un onere per me e gli altri”.

Tempo – Si sottrae e non si aggiunge. È una variabile costante, che si disperde – si accumula, ma nella dispersione. La mobilità lo consuma – spesso lo annienta. Il lavoro ben fatto pure. O l’innovazione, quella veloce odierna: incredibile il tempo che “si perde” con la tecnologia digitale, per le continue innovazioni, le sospensioni del servizio, le riparazioni (le più semplici richiedono conoscenze specifiche). È come se il tempo non esistesse per il digitale, sia quando sveltamente come è nella sua natura funziona sia quando è in riparazione – è come se si prospettasse agenti piatti: utenti, manovratori, ricettori, soggetti umani a due dimensioni.

Tristezza – Michelet la impersona nel mare: “Le nobili e alte tristezze, che sono le migliori impressioni del mare” (“Il mare”, III). Una sorta di elemento liquido, si direbbe con terminologia corrente, amniotico, energetico: “C’è tristezza e tristezza, quella delle donne, quella dei forti, quella delle anime troppo sensibili che piangono su se stesse, e quella dei cuori disinteressati che per sé accettano la sorte e benedicono sempre la natura, ma sentono i mali del mondo , e attingono nella tristezza stessa le forze per agire o creare”. Una condizione o stato d’animo” che si può nominare la malinconia eroica!”


zeulig@antiit.eu

La fede, suo malgrado

Un viaggio nella fede, in froma di reportage da inviato speciale. Contro la fede. Da “oppresso, innervosito”, scorbutico, rannicchiato nel posto assegnato del Treno Verde che porta i malati a Lourdes, e muto, “a costo di apparire incivile”, facendosi schermo con le “Bucoliche”. Soldati contesta il viaggio sin dalla partenza, sdegnato. Sconvolto dalla caciara, per giunta snobistica – il Treno Verde parte da Torino. Ma sotto sotto, da uomo di fede, forse pascaliana, sicuramente gesuitica - individuale, speciale (un po’ alla Scalfari con Bergoglio). Un duello anche con Mauriac, la sua lettura beghina di Lourdes e dei miracoli.
La riedizione di Silvano Nigro recupera le revisioni cui Soldati sottopose i materiali di “Lourdes”, per le varie edizioni in cui incluse questa o quella parte del racconto (“L’amico gesuita”, 1943 e 1979 (negli Oscar), “I racconti”, 1957, “I racconti 1927-1947”, 1961): un’applicazione di oltre trent’anni. L’introduzione del curatore, breve, è sfolgorante: Soldati gliene sarà grato, di una lettura così attenta. Nella seconda metà del volume, oltre e recuperare i testi dispersi di Soldati attinenti al viaggio o alla fede, Silvano Nigro si applica con acribia, ma senza apparente fatica, alla ricostituzione del testo “vero”, il meglio definito da Soldati – contro i precedenti, tutti abborracciati, perfino le riedizioni curate da Garboli, che pure ha operato per espressa volontà di Soldati, negli Oscar e poi nei Meridiani. E ne mette in rilievo le influenze, attraverso le citazioni: Leopardi, Pascal  e Hemingway – con riferimenti precisi, ai capp. 11 e 35 di “Addio alle armi”. Creando un racconto del racconto, un contesto in materia di fede, di letteratura di viaggio, di esterofilia.
Un racconto difficile per lo stesso Soldati. Fuori anche dalle sue misure, improntate al garbo: indignato, quasi maledicente, savonaroliano. L’“Abraam giudeo” di Boccaccio, della seconda novella del “Decameron”, che “va in corte di Roma, e veduta la malvagità de’ chierici, torna a Parigi e fassi cristiano”. Come a dire: se malgrado tutto questo male la religone soravvive, dev’essere quella vera. Un racconto di moralités. Perfino di pedagogismi, dichiarati, da sindrome del maestro  di scuola, a lui pure così estranea: come uno che volesse tenere o rimettere in piedi l’impalcatura pericolante, se non già terremotata, della chiesa, nientedimeno.
Un corpo a corpo con la perduta fede. Alla quale Silvano Nigro lo recupera con Pascal. Col pascaliano “il Paradiso bisogna scommetterlo”. Che Soldati cita più volte, a proposito di Manzoni e altri. Su questo tema recupera in appendice “Il sale della terra”, sulla santità, e la recensione a Emilio Cecchi, “Scrittori inglesi e americani”. Questa per lo sdegno sull’equiparazione nei gusti di Cecchi, per lui improponibile, tra Poe, Stevenson e Conrad da una parte con Belloc e Chesterston dall’altra. Di Chesterston non avendo nessuna stima. E semmai la fede tra i due gruppi volendo rovesciata, fra i tre e i due: “Una tragica alternativa di non conformismo e conformismo, di radicalismo e reazionarismo, di audacia e prudenza, di fede e sfiducia”. Mentre “il cattolicesimo, fra gli intellettuali di oggi, è l’ultimo rifugio dei più scettici e sfiduciati”.
Non da miscredente, Soldati si recita salmi e versetti. Per interloquire, seppure in soliloquio, per spiegarsi, capire.Un viaggio in se stesso, nella propria infanzia e adolescenza, nelle quali la fede ebbe larga parte, di cui tenta di afferrare il senso, e il peso – la religione lo riporta alla sua “triste fanciullezza”. Evoca “la lontana angoscia della mia fanciullezza divota, quando il più grande divertimento era servir Messa e cantare in processione..., la dolcezza delle lunghe orazioni nelle cappelle deserte”. E si dice “con un nodo alla gola, con un enorme peso sullo sterno, con una disperata volontà di pianto, sono lì lì per dubitare”. Una liberazione? Una riconquista?
Prose piene di umori, come sempre in Soldati. “Un treno di notte, se non mi distraggo, mi fa, sempre, pensare alla morte”. La fede è un dono: “Molti credono di credere, e invece non credono;  e molti credono di non credere, e invece credono”. Con i miracoli e senza: “Ma credere? Credere? Sono proprio necessari i miracoli per credere?” Perché “si nasce, si vive, si muore, e non sappiamo perché. Ma chi, almeno una volta, non ha sperato? Abbiamo forse qualche altra verità?”
Sul piano storico, effettuale, la conclusione la dice all’inizio: “Non i santi, purtroppo, ma i bigotti sono la grande forza dell’attuale Chiesa cattolica”. Ma senza tragedie. Alla seconda corrispondenza-capitolo racconta, con tratti unicamente sensuali, un innamoramento platonico, nella sosta che il treno fa alla frontiera con la Francia per la “visita” dei doganieri. Con il “raccontar rapido, tutto cose”, e “il dialogar frequente” dell’elzeviro “La novella estera”, 1935, che Soldati teorizza, seppure ironico, degli “esterofili”.

Mario Soldati, Un viaggio a Lourdes, Sellerio, pp. 154 € 9

lunedì 25 novembre 2019

Tre verità, sgradevoli, sulla Cina

Si dà per scontato che a metà millennio la Cina sarà una, e questa sarà la Repubblica Popolare, con la confluenza di Hong Kong e Taiwan – ci sarebbe da mettere anche Singapore, non se ne parla ma la Grande Cina contempla(va) anche Singapore. Una Grande Cina  motore del mondo, sotto il partito Comunista uno e indivisibile, però non può essere.
Si tende a considerare l’esperienza del Pc cinese post-Deng come normale, invece è un’eccezione, un caso. L’“arricchitevi” col partito Comunista al potere saldamente monocratico, non può durare. Non in regime democratico, e in nessun’altra forma
Il voto di Hong Kong mostra che i cinesi hanno ben presente il caso, e non hanno paura. La partecipazione massiccia al voto, contro  i candidati della Repubblica popolare, mostra che i cinesi hanno piena coscienza dei diritti, individuali, sociali e politici.
Si dà per scontato, normale, che la Cina resti un’economia privata col sostengo pubblico. Finanziamenti, capitali, peso militare, patrocinio diplomatico, un grande paese tutto coeso alla crescita indefinita del reddito. E anche questo non può essere vero – non è, sarà, possibile.
Il miracolo economico non può essere per sempre. Il miracolo degli affari privati con i capitali e la protezione pubblica non può durare. Il partito Comunista non può governare indefinitamente la Cina, i cinesi. 
Da Fo, 1974, a Grillo, 2019, la Cina piace ai comici, il favoloso Catai. Ma è una realtà più complessa. Diversa e anche più semplice.