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sabato 13 ottobre 2018

Problemi di base ecologici - 451

spock

È meglio il lupo della pecora?

È più ecologico il lupo che sbrana le pecore, o la pecora che bruca l’erba – la quale ricresce?

Perché gli animalisti s’inteneriscono per il lupo e sghignazzano alla pecora?

Si risparmia più acqua con lo sciacquone da pipì o con una doccia in meno?


E con la piscina vuota?

Quanto è verde l’industria verde?

E la benzina verde, con gli additivi?

Si fa benzina con l’etanolo per smaltire le granaglie francesi – vecchio progetto di Gardini, suicida?

È verde a Bruxelles il colore della vergogna?

spock@antiit.eu

La promessa di Marx che non ci salva

Il comunismo di Marx “ha sempre lottato per l’utopia senza mai rinunciarvi”. Ed eccoci qua, alle prese con questo comunismo, trent’anni dopo la caduta del regime sovietico. In Cina ben al governo, in Vietnam, forse a Cuba, ma anche altrove nei discorsi e nelle idee.
“Una rassegna”, dice l’autore questa “fenice Marx”, del postcomun0simo. Di alcune posizioni intenibili del post-comunismo - non postmarxismo, non siamo al post: Asor Rosa e poi, su un altro livello, Antonio Negri, Jean-Luc Nancy, Giorgio Agamben, Alain Badiou. Sviluppata sul nocciolo di ricerca proposto dieci anni prima, in “aut-aut” nn. 271-271, 1996, “Comunismo come supplemento d’anima?”.
De Benedetti è arrabbiato. E il lettore con lui. Apre i capitoli all’insegna del pop, i Beatles, gli Arena, Mogol e Battisti. In antitesi – o no? – col trattato postcomunista di Negri, “Impero”, che termina appaiando san Francesco e le “posse” – si spera quelle musicali. Ma il panorama è sconfortante . La trattazione, benché datata, è purtroppo sempre attuale: i quindici anni trascorsi dacché l’opera è stata pubblicata non hanno migliorato il postcomunismo. Non sembra vero, col populismo trionfante, in Europa e nelle Americhe, a Sud e a Nord, a destra e a sinistra, ma il populismo ne è una derivate, oggi ignorata, ma consistente, nelle determinazioni di voto - in Italia in Toscana, in Emilia-Romagna e nelle Marche, e nel “vaffa” di Grillo.
Di Marx ce n’è più d’uno
La storia del comunismo ancora non si è fatta, in Russia e fuori. E della critica si è svuotato pure il termine, oltre che la funzione, lo schieramento si dissolve solo un po’, per ragioni anagrafiche. Piuttosto che analizzarsi criticamente, il postcomunismo si fa furbo. I filosofi “si sono rilevati ancora più restii degli storici a prendere in considerazione qualcosa come una presunta «lezione dei fatti»”. I filosofi “di lingua italiana”. Ma come parte della “koiné ermeneutico-heideggeriana”, di una sua lettura “quanto meno sbrigativa”, e “in grado di vanificare qualsiasi «fatto»”, di “dissolverlo in un «conflitto delle interpretazioni»”, pretestando nessuna verità possibile. Fino all’ineffabile Derrida, che sempre salva capra e cavoli – “di Marx  ce n’è più di uno, deve essercene”.
Mentre, è evidente, il comunismo avrebbe bisogno di misurarsi col sovietismo, con la sua pratica trucida e fallimentare, anche al fine di ricostituirsi o meglio definirsi. Ma non se ne può parlare male, se non di qualcosa di remoto e a noi ignoto – a noi, quelli che lo hanno praticato una vita. Al centro della trattazione si ripropone così “la capacità inedita del post-comunismo di entrare in rapporto con tutto quanto possa servire di volta in volta alla costruzione non tanto di un’alternativa  realmente percorribile volta al miglioramento delle condizioni sociali dei più, quanto di alimentarne le speranze o quantomeno di gestirne il rapido trapasso da aspettativa a disincanto, prolungando indefinitamente quella che si potrebbe chiamare la dimensione adolescenziale dei corpi sociali”. È il “vaffa” di Grillo che spopola. De Benedetti ci aggiunge i “bamboccioni”: “Il post-comunismo vive una fase molto simile a quello che accade nelle famiglie di oggi, costrette o per convenienza o per mancanza di alternative  praticabili, a prolungare la giovinezza dei figli in uno spazio indefinite fatto di attese e delusioni”.
Sotto al chiesa di san Paolo
Di fatto, “una volta venuto meno al comunismo quel tanto di principio di realtà rappresentato dal socialismo reale, lo scatenamento della fantasia sembra non avere più limiti”. De Benedetti ne propone gli esempi più notevoli, di maggior richiamo. Ma più che della fantasia lo scatenamento sembra dell’insolenza: “Il comunismo è rimasto, per questa galassia culturale immensamente influente, l’orizzonte tuttora imprescindibile di ogni buona azione, di ogni buona intenzione, che non è mai tale se non si referenzia, in ultima analisi, ai valori, agli stili e alle promesse che il comunismo stesso ha alimentato”, il comunismo reale, il sovietismo. Il meccanismo è semplice: “Le società dell’Est sono crollate non a causa dell’insostenibilità del comunismo, della sua impossibilità ‘tecnica’ ed economica, ma, al contrario, perché in quell’esperimento vi era troppo poco  comunismo, anzi non ve n’era affatto”. La continuità è peraltro, va aggiunto, nella lingua di legno – che purtroppo si riflette anche nella trattazione di De Benedetti.
Non dire sembra l’imperativo. Anche a costo di dire scemenze. Di Negri con san Francesco affiancato alle “posse” per il comune spirito di comunità. O di Badiou, con Agamben al seguito, che rifanno la comunità di classe con san Paolo e il comunitarismo bimillenario della Chiesa – e a De Benedetti è mancato Tronti, che il pedigree ha perfezionato ad altezza liriche – “Il nano e il manichino”. Agamben è anche uno che introduce “Al di là dei diritti umani”, uno dei saggi di “Mezzi senza fine”, 1996, con “prima che si riaprano in Europa i campi di sterminio (il che sta già cominciando ad avvenire)”. Dopo che si sono chiusi i campi di sterminio comunisti?
De Benedetti affronta il postcomunismo sul piano della riflessione: “Perché un ideale politico come quello comunista sembra sopravvivere alla severa confutazione della storia”. Il comunismo di Marx, che a differenza del summum bonum di sant’Agostino si vuole di questa terra, è il tema del libro. Scandito attraverso l’analisi di cinque opere, dei cinque post-comunisti citati - con Derrida ghignante, attorno, sopra, e sotto. Cosa voleva Marx, e cosa è o può essere la sua critica (filosofia). Ma inevitabilmente costeggia la scena culturale, che è dominante – il pensiero è scarso, il potere vasto. Si veda all’inizio, la rozzezza del “pensiero politico” di Asor Rosa nel postcomnista “La guerra”. Uno che non ha letto il Rapporto Krusciov, 1956, non sa di Ungheria, 1956, né di Praga, 1968, del Muro a Berlino, della Polonia, delle fughe, dei manicomi. E nemmeno del socialismo, la “transizione” forzata di Marx, che in Althusser è “una merda”.
Agitatore politico
Marx è certo stato un filosofo. Ma a leggerlo è un agitatore politico. Non un politico, se non di partito: fazioso, un agitatore. Marx è diventato un filosofo dopo Lenin e l’Ottobre sovietico, dopo il loro fallimento, la storia di una catastrofe, di una serie di catastrofi. Basato su una nozione, la classe, strumentale, puramente agitatoria. Non definita nemmeno. Marx ne parla al libro III del “Capitale”, svogliato e non concluso, dopo due libi incentrati sul “conflitto di classe”,
Sterminate trattazioni Lenin ha seminato, che la sapiente propaganda del Komintern ha fatto germogliare ovunque – per quanto: quanto Marx Gramsci, per dirne uno, ha letto e ponderato? Ma per ciò stesso, per restare “esornativo”, soprammobile, come lo dice Croce, è diventato filosofico. Una delle intuizioni più brillanti della trattazione di De Benedetti. Croce porta a un grosso equivoco, spiega, attribuendo “carattere ornamentale”, nella “Storia dell’Europa”, alle tesi massimaliste del congresso socialista di Erfurt, 1891: avalla di fatto il massimalismo stesso. Impianta e radica - nella “storiografia del comunismo patrio” – “una lunga stagione di equivoci e fraintendimenti intorno alla portata e al ruolo del comunismo nella cultura italiana che tenderà ad ascriverlo alla tradizione dell’umanesimo italico, sottovalutando gli esiti devastanti, proprio a fronte di quella tradizione, ottenuti nella sua realizzazione pratica in porzioni significative del continente europeo”. Portando ad esso l’adesione del “ceto medio-alto influente” – a differenza, si può aggiungere, di altri paesi europei, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna. A un comunismo avulso dalla realtà, che è solo un lavacro culturale, e uno zoccolo duro di buona coscienza.
Ma, poi, lo stesso De Benedetti trova che il comunismo, che comunque va fatto risalire a Marx, è all’origine una filosofia. Per programma, e per la ragione antica e seminale, all’origine dell’“Occidente”, che Taubes rilevava, “Messianismo e cultura”: Marx introduce per primo “una promessa di salvezza”, grazie a una verità che “non resta incarnata esclusivamente in una teoria accessibile solo a pochi nell’inattività, ma, attraverso la prassi della storia, diventa una possibilità per tutti”. O del comunismo, anche, come religione - prima dell’attendamento sotto san Paolo.  
Una denuncia giusta, da critico culturale pacato, senza eco. C’è un social scientist, accreditato, ci dovrebbe essere un cultural scientist. Che però, ceto, è abito ingrato: è anticonformista e porta all’isolamento. Essere nel giusto è un colpa, c’è poca onesta e molta malafede nella cultura – presunzione, opportunismo, faziosità. La storia del dopoguerra in Italia e in Europa, la storia della Prima Repubblica in Italia, e anche della Seconda,  non ne dovrebbe fare a meno, della critica culturale. Anche perché la sua assenza si è tradotta, si traduce, senza anticorpi, senza critica, in ritardo economico e sociale. Oggi si direbbe anche politico: l’implosione del comunismo non ha cessato di fare danni. L’eredità resta pesante. Specie in Italia.
Riccardo De Benedetti, La fenice di Marx, Medusa, remainders, pp. 163 € 6,25

venerdì 12 ottobre 2018

Secondi pensieri - 363

zeulig

Classico - Classico sta per misurato. Ma la misura è non inventare la realtà, pur inventando. I classici, ha scoperto Tocqueville in America, sono aristocratici: scrivono per pochi, di temi scelti, e curano i particolari. Con opere peraltro non “irreprensibili”, poiché “ci sostengono dalla parte verso cui propendiamo”. Ogni testo non ha sostanza se non mutevole, compresa “la famiglia confusissima e zingaresca dei codici di Platone”, avrebbe detto il non citabile grecista Coppola, fascistissimo, ma il fatto è quello, già al tempo di Petrarca.
L’“Enciclopedia”, che fa il nostro mondo, è quella dello stampatore Le Breton. Che tagliava e cuciva per sue esigenze d’impaginazione, risparmio, legalità. Diderot lo scoprì un giorno che volle leggere in bozze un suo articolo della lettera S. Non protestò per non figurare responsabile dell’opera. Ma non protestarono neanche gli altri autori. E i classici iperdistillati non sono passati per schiere di copisti incolti, burloni, ebri? Sono classici per l’autorità di un grammatico oscuro, quali cose appartenenti alla prima classe dei cittadini, fra le cinque in cui l’ordinamento timocratico, in base al patrimonio fondiario, di Servio Tullio aveva diviso i romani. Dei latifondisti, insomma. La narrazione no, ha vita propria. Ma in orizzontale. Una tessitura larga, piana, visibile. Non la storia che fa avanti e indietro, la freccia, ma un prato.

Filosofia tedesca – È stata, è, francese. Da un secolo in qua – ma forse già da Nietzsche. Poco frequentata in Germania. Riccardo De Benedetti lo rileva di Marx, del comunismo –“La fenice di Marx”: “Occorrerebbe studiare approfonditamente il significato di questa riprovincializzazione  di una visione così profondamente tedesca”. Ma è più vero del Novecento, da Schmitt a Jünger e Heidegger. E poi, con particolare intensità, nel post-comunismo, da Derrida a Nancy e Badiou.

Io – Si è allargato da Freud ai social e al culto dei selfie, in parallelo con l’impersonalità di ogni relazione. Anche quella di coppia sempre più si riduce all’ananke, ale cose da fare, e al dare e avere, sessuale, economico, parentale.
Si acuisce il culto romantico, ipertrofico, di una interiorità antidoto al mondo coltivando l’evasione in realtà. Nel sogno e nella memoria. In reazione all’illuminismo e al ragionevole Kant, si suole dire. Ma piuttosto invece come loro sviluppo, l’applicazione della ragione all’insondabile, opera di Nietzsche, di Freud, di Heidegger.Un culto del sé che non può non approdare nel nulla – pur rifiutando, caratteristicamente, il conseguente annullamento del sé, l’annientamento fermando all’annientamento di sé, il pensante.
Ciò produce molta letteratura, due secoli già abbondanti,  un realismo fantastico. Di incubi che diventano sogni, e viceversa, del dolore che attenta a ogni gioia, e viceversa, una ricerca incessante, nuovissima, della felicità che immancabile finisce in angoscia. Insomma il trattamento psicoanalitico: l’Io finisce sul lettino.

Paesaggio – È “in assoluto la migliore altalena e culla del nostro vivere inquieto”, Jean Paul, “L’arte di prender sonno”, 26. In quanto è creato “con facilità dall’animo umano, che ha più occhi che orecchi”. In più, a differenza del consorzio umano, i paesaggi hanno un vantaggio: “Non fanno correre il rischio di futuri subitanei risvegli perché disertati dagli uomini”. Per questo il paesaggio si dice riposante, anche quando è tenebroso e tempestoso?

Realismo – In qualche modo c’è, va recuperato. Si rischia altrimenti di camminare sulla testa come il poeta Lenz di Büchner. Piegando la realtà e la storia a paranoie evidenti e incessanti, avendo creato forme ideali che sono formule.
L’idealismo viene con la poesia prima che con la filosofia, il suo errore è per questo pervicace. È difficile provare che è un errore, poiché si tratta d’un impulso e una passione. I poeti che pretendono di andare al fondo della realtà non ne hanno idea, di solito, e tuttavia sono indelebili, con la loro realtà. Non sono maschere e non fanno trucchi, sono uomini adulti, senza più quindi il realismo degli infanti. Ma il loro idealismo, ancorché rovesciato in materialismo, è sbagliato, e se non è consolazione va rigettato, è una serie di furfanterie. Dio ha creato il mondo, e come si può pretendere di saperne di più? Volendo nutrire aspirazioni, queste dovrebbero portare a imitare il mondo, in qualche modo e misura. Insomma a non strafare, sapendo di che si parla.
Il realismo non è male, da Roscellino a Kant, che pure ci vedeva da un occhio solo. “Ovunque io esigo vita”, dice Lenz al buon pastore Oberlin, “possibilità di esistenza, e questo basta”. L’idealismo, Lenz dice pure, “è il disprezzo della natura umana”. È i fianchi grassi che lo struzzo vuole esibire, per questo s’è inventato di sotterrare la testa. Ma, affannato, Jacob Michael Reinhold Lenz si fa opporre dallo svizzero Kaufmann, pietista idealista, che l’Apollo del Belvedere non c’è in natura, né la Madonna di Raffaello. Fa anzi peggio, concorda con l’idealista che i fiamminghi sono idealisti e gli italiani no, uno dei luoghi comuni più vieti. Ma continua a guardare le persone in viso. Che è il modo di comunicare più pieno, e creativo.
Si può presumere di sé, anche esagerare. Ma non al modo di Stendhal-Brulard, inventandosi. E questo per l’estetica prima che per la morale. Il realismo serve alla bellezza, a trovarla e beneficiarne, non c’è una vera poesia idealista. “Le immagini più belle, le note più turgide e canore, si raggruppano e si dissolvono”, Lenz lo spiega bene. Una cosa sola rimane: una bellezza infinita, che passa da una forma all’altra, eternamente dischiusa, immutata. Bisogna amare l’umanità, per penetrare nell’essenza di ciascuno”. Il realismo serve a vivere, e a godere. “Non sta a noi dire se la creazione sia bella o brutta. La certezza che quanto è stato creato ha vita viene prima di questo giudizio, ed è il solo criterio nelle cose d’arte”.

Il realismo aiuta a scrivere, non c’è idealità nella scrittura, anche se ai classici si dà questo privilegio. La scrittura nomina le cose, dice bene Roscellino, ma non deve esagerare, la retorica non ha censore peggiore dei suoi eccessi.
Il realismo serve alla verità. Bisogna essere per la “morale della storia”, anche solo perché la storia approdi a negare se stessa: le guerre, i massacri e i processi. E, bisogna aggiungere, le sciocchezze.

Storia – Si tende a escluderne o a irriderne una filosofia. Mentre non se ne fa di altre, solo filosofia politica. Perenta è la logica, epistemologia compresa. La metafisica non sa dove sbattere. L’etica e l’estetica vanno sotto tono (eccetto che nei talk-show) – perfino nelle chiese e tra gli artisti. Tutto è politica.

La storia non è una macchina calcolatrice, si dispiega nell’immaginazione, e prende corpo in risposte multiformi.
Gli storici hanno le loro colpe. L’umanità si muove in modo continuo, anche se vario, mentre per capire le leggi del suo moto gli storici usano unità arbitrarie, discontinue: epoche, stadi, periodi, percorsi. E così, conclude Tolstòj, “ogni deduzione della storia si dissolve come polvere”. È come se si volesse coprire con la storia la realtà: si fanno appelli, s’invocano leggi, si creano fatalità. Si può sperare di capire le leggi della storia “solo ammettendo all’osservazione unità infinitesimali, il differenziale della storia, le inclinazioni omogenee degli uomini”, concede il conte. Che però ammonisce: “La stranezza e comicità della nuova storia è l’essere simile a un uomo sordo che risponda a domande che nessuno gli fa”. Ogni storia è nuova, ma è nota.

zeulig@antiit.eu

Sorrentino come Fellini, senza saperlo

“Quello che serve per fare questo lavoro è la capacità di meravigliarsi,di stupirsi”. E: “Penso che sia fondamentale l’ingenuità”. Cioè, tutto il contrario.
Un Sorrentino restio a parlare dei suoi film, come sempre. Come Fellini. È miglior regista, anche scrittore, che promotore di se stesso. Come Fellini, anche in questo. Ma un po’ tutti i registi lo sono, Ejzenštein è un’eccezione, che si teorizzava: il produttore di immagini non si sistematizza.
Dicono cose più intelligenti i suoi interlocutori, Anna Bandettini e Maltese – il colloquio, lungo, argomentato, è delle giornate veneziane “la Repubblica delle idee” qualche anno fa. Lui dice che si è formato sul cinema americano e su quello inglese, “e poi solo successivamente” su quello italiano. Diremo che rifà Fellini senza saperlo?
Paolo Sorrrentino, La mutazione italiana in pellicola, la Repubblica, pp. 47 free online

giovedì 11 ottobre 2018

Problemi di base - 450

spock


Perché non abolire, dopo la storia, anche la letteratura alla maturità?

Perché non abolire la maturità?

Perché non abolire gli esperti che aboliscono?

E il ministero che li paga?

#metoo fa un anno: solo?

Perché in #metoo non ci sono vittime afro,  latine, asiatiche:  il movimento è razzista?

Mettere la mano su un sedere è più grave che borseggiare una invalida?

Perché ci sono le nazionali se non ci sono più nazioni?

Perché Insigne non segna?

spock@antiit.eu

Stranieri cattivi - cronache dell'altro mondo 10

Il costo dell’università è in media negli Usa il doppio che in Europa. L’università privata - l’Europa ha quella pubblica semigratuita che è anche migliore. Per la produzione, lamentano i sondaggi, di masse di incompetenti.
Thomas Jefferson, illuminista, democratico e tutto, ebbe almeno sei figli da Sally Hemmings, una schiava.
La metà dei lavoratori agricoli, dalla California alla Carolina del Nord, sono immigrati clandestini – “undocumented”.
Basta avere la barba, anche corta e curata, per essere sbattuti al muro, se stranieri, braccia in alto, semidenudati e perquisiti rabbiosamente, in un aeroporto. Ma si può sparare negli Usa tranquillamente, per uccidere. Con armi militari o da caccia grossa.
Cristiano Ronaldo può venire calunniato da un avvocato a percentuale e una “ex modella” per una violenza carnale che non ha commesso, secondo la giustizia americana. Questa stessa giustizia che lo ha assolto lo lascia calunniare, a  scopo di estorsione.  Estorsione e calunnia hanno libero corso in America. È vero che Ronaldo chi è? Un dago, un portoghese. 
Animano #metoo, la campagna contro le violenze alle donne, Rose McGowan, un’attrice nata e cresciuta a Certaldo, ex “Bambina di Dio”, la setta dell’amore libero che Gheddafi pagava, anche dell’amore tra adulti e bambini, e la sua amante giovane Rain Dove, che invece non è niente, vive di gossip. 

Appalti, fisco, abusi (130)


Diecimila euro di Btp acquistati a maggio ora ne valgono 8.500 – Corriere della sera. Non c’è impiego per il risparmio se non in perdita: è la conseguenza più duratura della crisi ormai decennale, di cui tutti soffrono (tutti hanno un risparmio, grande o piccolo), e di cui non si parla.
Le perdite sono anche maggiori per i Pir, i piani individuali di risparmio, che però si magnificano: c’è malafede? 

Enel in Borsa, il titolo più stabile (emesso a € 4,57, si muove poco e non oltre la forcella 4-5 euro) paga ogni anno 21-24 centesimi di dividendo. Che sembra molto – un pay-out che si magnifica del 5-6 per cento. Da cui bisogna detrarre l’imposta, del 26 per cento, e i bolli e i costi della banca obbligatori, commissioni e deposito titoli. Il risparmio è passato da pratica virtuosa a riserva di caccia, per ogni altro eccetto che per il risparmiatore – una funzione folle o stupida.

Per il ponte sul Polcevera non c’è ancora un progetto. Ma Cantore sa già che la ‘ndrangheta ci ambisce. Certo, le mafie sono lì per quello. Ma anche le autorità antimafia. Si magnificano a vicenda. A un costo che sarebbe molto più produttivo sul terreno, del contrasto effettivo alle mafie.

Italia ultima nella digitalizzazione. O penultima, con Bulgaria, Romania, Malta eccetera, la solita classifica europea. Il paese probabilmente più digitalizzato in Europa, sicuramente più della Germania che solitamente capeggia queste graduatorie – la Germania ha vinto da tempo la guerra delle statistiche. Sicuramente il paese al mondo con più smartphone pro capite.
I dati per queste graduatorie vengono forniti dalle autorità digitali nazionali. Che se ne fanno una ragione  d’essere. Altrove se ne gloriano, in Italia l’autorità vuole crescere, il Responsabile della transizione digitale, vuole più fondi.

Siate belli-e-buoni, amate il greco

“9 ragioni per amare il Greco” è il sottotitolo. Marcolongo, grecista per passione, è una che viaggia molto, “e ha vissuto in dieci città diverse, tra cui Parigi, Dakar, Sarajevo e ora Livorno”, la città di origine. Il tutto in trent’anni o poco più. Nei quali è stata anche una stellina della prima Leopolda, 2012, le assise renziane a Firenze, e ghostwriter  dello stesso Renzi, una del cerchio magico, toscano, dell’ex presidente del consiglio. Un ingegno multiforme, insomma, del tipo influencer: di professione storyteller, consulente di società di comunicazione, oltre che di Renzi e, si suppone, altri politici.
Uno spirito inquieto: dopo aver pubblicato il libro è tornata a Sarajevo, città a cui è legata perché le ha salvato il cane – “il motivo per il quale Sarajevo occupa un posto speciale nel suo cuore”, raccontano gli informati giornali bosniaci, “è il fatto che i veterinari di Sarajevo sono riusciti a salvare la vita del suo cane Carlo, che a causa di un’operazione malfatta in Italia era in condizioni difficilissime. «Dopo questa operazione, mi sono seduta la sera tardi in macchina e sono partita da Livorno»”, racconta lei stessa: “Ho guidato senza interruzione e verso le 8 del mattino ero alla stazione veterinaria nel quartiere di Otoka….»”.
“Il libro è dedicato a Sarajevo per molti motivi”, dice ancora, “e non parla solo del greco”. Di Sarajevo di cui ha scritto anche per il “Corriere dela sera” e “la Repubblica”, al tempo di Renzi. “La lingua geniale” anzi dice “una storia sulla comunicazione contemporanea, su come, a livello quotidiano, usiamo le parole, attraverso quelle greche”. Un’altra Italia, di belli-e-buoni come direbbe il greco, oggi di colpo perenta.
In tema Marcolongo presenta una bibliografia modesta, una ventina di titoli, molti non pertinenti, con l’avvertenza che la gran parte dei testi citati “non  tratta affatto del greco, ma della vita”. E anche i ringraziamenti: sono a tutti quelli, Alessandro D’Avenia per primo, e alla “Venezia” di Livorno, e a Sarajevo, che le hanno fatto vivere momenti belli della vita. Un libro d’autrice, che è stata felice e vuole ringraziarne il greco, la lingua, il greco antico. Lodandone l’ottativo, “un modo chiamato desiderio”. Il neutro, magari con l’anima. E il duale, “io, noi due, noi” – è la storia in controluce di un amore, a due, a tre? E i “casi”, “un’ordinata anarchia delle parole” – e il russo, allora?
Malgrado i buoni propositi, però, un libro affascinante. Per la scelta del tema. E perché estrapola dal grecismo accademico le verità della lingua. L’assenza del tempo futuro, che semplicemente “non esiste, quindi fine della storia” – “il futuro si costruisce sul tema del presente”. L’aoristo, la “meravigliosa terra”del “tempo indefinito” – del tempo quale è, un flusso. Un modo simpatico per avvicinarsi al greco, e quindi imparare da sé, anche molto, ora che viene espulso dalle scuole. Lo stesso cerchio magico tribale di Renzi concorre: a Firenze e Pisa ci sono già scuole, private, per l’insegnamento del greco, del greco classico.  
Andrea Marcolongo, La lingua geniale, Laterza, pp. 156 € 15

mercoledì 10 ottobre 2018

Se il partito Democratico è la Banca d'Italia

Si può, bisogna, dissentire dal progetto finanziario del governo Conte o gialloverde. Ma non quando la Banca d’Italia lo stronca. Con un comunicato pubblico. Per accendere i mercati contro.
La Banca d’Italia interviene per prevenire una catastrofe sui mercati? Ma i mercati non l’hanno seguita, né ieri né oggi, nessun nervosismo. No, la Banca d’Italia è intervenuta perché è la banca del precedente governo, del partito Democratico. Che non è proprio lusinghiero per il Pd, ma questo non conta.
Una banca (ex) centrale che stronca pubblicamente, polemicamente, il piano finanziario del suo governo era da vedere. Quando la banca era effettivamente centrale, pochi anni fa, prima dell’euro, la Banca d’Italia come le altre in Europa e nel mondo, le autorità monetarie esercitavano la moral suasion, non pubblicavano le critiche, per non alimentare aspettative dannose, o speculazioni. Ora invece, come è stato il caso dell’Italia nei primi anni 2010, insolentita dalle autorità monetarie tedesche, la Banca d’Italia si fa virtuosa di criticare il suo governo. Ma che senso ha una banca centrale, per quanto diminuita dall’euro, di opposizione? Netta, cioè espressa esplicitamente, politica.
Anche giuridicamente, istituzionalmente, la cosa è reprensibile.

Letture - 361

letterautore


Cesaretto – Lo storico locale di via della Croce a Roma, che intrattenne a pranzo e cena alcune generazioni di letterati e artisti, presieduto da Maccari e Rasi, è ricordato da Giovanni Russo in dettaglio in “Flaianite”. L’antica fiaschetteria Beltramme, frequentata da gente comune, artigiani, turisti e intellettuali, era stata ereditata dopo la guerra da Cesaretto Guerra. Che la gestiva col figlio Luciano, la moglie Elena, la cognata Crocetta, e il marito di questa, Rolando. Con garbo, prezzi modici e cibo buono.
“Cesaretto” fu negli anni 1950-1960 anche l’altra parte del “Mondo”, quella che la sera non andava con Scalfari in via Veneto, di Maccari e Flaiano appunto.

Dante – Era stato dimenticato nel Seicento. Risorse progressivamente col romanticismo.

“Non fu Shakespeare”, lamentava De Sanctis – a proposito dell’ “Inferno”, nella “Storia della letteratura italiana”: “Queste grandi figure, là sul loro piedistallo, rigide ed epiche come statue, attendono l’artista che le prenda per mano e le getti nel tumulto del vita e le faccia esseri drammatici. E l’artista non fu un italiano: fu Shakespeare”.

“Dante non è un poeta moderno”, è la tesi di Montale, “Dante ieri e oggi”, il discorso conclusivo del congresso per il settimo centenario della nascita, 24 aprile 1965. Lo sentiamo vicino a noi perché anche “noi non viviamo più in un’era moderna, ma in un nuovo medioevo”.
Non era un mistico, nota ancora Montale. E dunque è un mistificatore, “un uomo che inventò se stesso come poeta sacro”? Sì, “che non fosse un vero mistico e che gli sia mancato il totale assorbimento nel Divino che è proprio dei veri mistici potrebbe suggerirlo il fatto che la Commedia non è la sua ultima scrittura e ch’egli dovette pure, posto fine alla sua terza cantica, uscire dal labirinto e tornare fra gli uomini”. E no, Montale fa sua “l’affermazione del Singleton che il poema sacro fu dettato da Dio e il poeta non fu che uno scriba”. Perché “la vera poesia” ha “sempre il carattere di un dono”, e presuppone “la dignità di chi lo riceve”. Questo, Montale dice in conclusione, “è  il maggiore insegnamento che Dante ci ha lasciato” – non è il solo, “ma fra tutti è certo il maggiore”?

Tracciando in breve la fortuna di Dante, Montale lo dice recuperato nel Sette-Ottocento nell’ambito di “una filosofia totalmente terrestre che vede nell’uomo il padrone e addirittura il creatore di se stesso”. In parallelo, bizzarramente, col “Dante esoterico”, volendo “penetrare i misteri della sua allegoria”. Una deriva, che “ha almeno il merito di avere affermato una grande verità: che Dante non è un poeta moderno”. Rovesciando però la prospettiva: “L’età di mezzo” propriamente detta, quella di Dante, “non fu sprovveduta di scienza e vuota d’arte”. Mentre ora – cinquant’anni fa – “se l’avvenire segnerà il pieno trionfo della ragione tecnico-scientifica, il nuovo medioevo non sarebbe altro che una nuova barbarie”.
Si potrebbe Montale dire profetico, se il medio evo si segnala per l’assenza dei Dante. Ma allora non sarebbe Dante il sigillo della modernità? Montale in realtà lo esclude dalla modernità “tecnico-scientifica”, che assimilava a un “nuovo medioevo”.

Eusebio – Bobi Bazlen voleva da Montale una poesia su “Eusebio”, uno degli pseudonimi con cui il compositore Schumann firmava le sue cronache musicali – in alternativa a “Florestano”. Montale non ne fu ispirato (altre poesie Bazlen gli ha proposto con più effetto, la più celebre è quel la di “Dora Markus”), ma si tenne il nomignolo. Con gli amici e anche in casa, con i familiari.

Filosofia – Va a sconto in libreria. Bompiani, Laterza, Utet, offrono a sconto i “classici del pensiero”, e anche i non classici. Una coincidenza di promozioni, o il pensiero è in svendita?

Gadda – Di forte sensibilità storica. Nella mussolineide (“Eros e Priapo” e altri testi), come per i “Luigi di Francia”, e più ancora per i contesti di tanti racconti, compreso il “Pasticciaccio”, compresa “La cognizione del dolore”. Lo è anche nei diari di guerra, e probabilmente nella stessa formazione, benché ingegneresca.
La passione denuncia a contrariis  nell’appendice alla “Cognizione del dolore”. Quando intraprende a spiegare la proposizione “barocco è il mondo”: la “Cognizione” dicendo “una lettura consapevole … della scemenza del mondo o della bamboccesca inanità della cosiddetta storia, che meglio potrebbe chiamarsi una farsa di commedianti tutti cretini e diplomati somari. La storiografia, poi, che sarebbe lo specchio, o il ritratto, o il ricupero mentale di codesta ‘storia’, adibisce plerumque all’opera i due diletti strumenti: il balbettio della la reticenza e la franca sintassi della menzogna….”

Latinisti – Sono - sono stati - più facilmente comunisti? Riccardo De Benedetti, “La fenice di Marx”, lo rileva di Canfora e Canali, come già d
Concetto Marchesi, della “diffusa persistenza di ‘comunisti’ tra i nostri latinisti di maggior prestigio”. Per una ragione opinando: “Forse la loro professione fornisce quell’aura di classicità che di per sé la dottrina comunista ha perso da ormai troppo tempo”.

Origini – Possono essere un limite, e anche una costrizione, in letteratura e nell’espressione estetica-artistica in genere. Quelle personali e quelle dei luoghi di origine. La Capria lo lamenta della “napoletanità”, che  limita, e anche ferisce - “Il marchio inesorabile della napoletanità”, nella raccolta “Il fallimento della consapevolezza”. Essere napoletani è essere condizionati dalla risonanza del nome, ma Napoli è molte cose diverse: “Ci sono la Capria, la Ortese. Ma La Capria e la Ortese sono diversi, come possono essere diversi due scrittori di qualsiasi altra parte d’Italia”. Dove però non ci sono etichette regionali: “Non si parla mai di «scrittore milanese», di «scrittore torinese» o di «scrittore veneziano»”, lamenta ancora La Capria – veniva da dire “lo scrittore napoletano”. La “geografia letteraria” di Dionisotti non ha dunque senso?
Il ragionamento di La Capria è applicabile ai siciliani. Anche loro vittime – o beneficiari? – della sicilitudine o sicilianità. Benefciari anche, questo a La Capria è sfuggito: il marchio d’origine può essere protettivo e promozionale, come tutti i marchi nobili – Capri, Portofino, etc. non dovevano essere, non sono stati, preda, di corse al marchio di gran nome?
Ma, intanto, più che chiamare in causa Dionisotti, la nuova geografia è vecchia. Ed è di tipo leghista – anche quando la Lega non esisteva: si applica cioè al Sud. Corrado Alvaro, lo scrittore più cosmopolita del Novecento, è sempre citato come “lo scrittore calabrese”. Si applica al Sud in accezione buona: solo il Sud ha spiccata personalità, geografica, di meridiani. E cattiva: la sua resta letteratura regionale: “Il Gattopardo” non è “Guerra e pace”. In questo senso ha ragiona La Capria.

Svevo – Fu “scoperto” in Italia, venti o trenta anni dopo che aveva pubblicato “Una vita” e “Senilità”, via Francia. Mandando “La coscienza di Zeno”, pubblicato nel 1923, cinque anni prima della morte. Joyce consigliò di mandarlo a Benjamin Crémieux, l’italianista di Parigi, che tre anni dopo ne accennò in termini molto positivi. La presentazione di Crémiux incuriosì il “Corriere della sera”, e Svevo uscì dal limbo, due anni prima della morte accidentale, per uno scontro in automobile.
Un anno prima di Crémieux, Montale ne era stato lettore entusiasta, e ne aveva scritto, in un periodico letterario milanese. Ma anche Montale era sconosciuto, aveva appena pubblicato “Ossi di seppia”, a Torino con Gobetti.

Virgilio – “È l’Eneide una celebrazione dell’Impero – o una critica?”, è la proposta di Daniel Mendelsohn sul “New Yorker”.  Dove spiega: “Mitologizzando le origini troiane dell’Impero romano, Virgilio ha rivoltato una storia di perdenti in un’epica di vincitori”. Che non è una novità, ma rivolta il senso comune dell’operazione virgiliana – o augustea: gli imperi periscono, e rinascono.
L’“Eneide” è anche all’origine della mitologia della Grande Proletaria di Pascoli, del Novecento italiano – anche di questo Millennio “gialloverde”, se sarà.
Un’altra considerazione è: poniamo che “l’Espresso” ponesse lo steso quesito ai lettori italiani.


letterautore@antiit.eu

Miglior soporifero è la poesia

Il rimedio supremo è l’undicesimo, l’ultimo della prima serie: poetare, “raccontarsi una storia qualsiasi, in forma di versi, nei metri sillabici più liberi” – “con la storia di Giuseppe biblico abitualmente” lui ci ha passato “ben sette”, numero eccellente, “talvolta dodici, notti” (Th. Mann si sarà ispirato a Jean Paul?).
Sono rimedi veri che il bonario Voltaire tedesco – ma lui si ispirava a Rousseau, in onore del quale si francesizzò nel nome (di suo faceva Johann Paul Richter) - consiglia nel trattattello. Ben undici. Che rielaborerà in quattordici riutilizzando il saggetto in appendice al romanzo “Viaggio balneare del dottor Katzenberger”.
Il secondo miglior rimedio è il dodicesimo, il primo dei tre aggiunti alla prima serie: “sillabare le parole estese” della burocrazia, “le cancellerie del Reichstag, del Bundestag, tutte quelle viennesi” e delle “capitanerie marittime dei porti più importanti”. L’arte di prender sonno è sopratutto l’arte di non pensare. L’arte di ri-addormentarsi, più propriamente – “L’addormentarsi è l’unico bel suicidio”: capita a chi si sveglia nel sonno, e capita a tutti, di non riaddormentarsi perché, “dopo un primo assopimento”, allo statista viene l’idea risolutiva, e allo scrittore “improvvisamente risplende una luce”. La soluzione si riassume “nell’arte di saper tediare se stessi”, che “coincide con l’arte, priva di ogni logica, di non pensare”. Il tutto sommandosi nella poesia?
Il primo rimedio dell’elenco è “contare”, lo faceva già Leibniz. Una manualetto pratico e sorridente, come si voleva Jean Paul. “In realtà una critica radicale, «nichilistica»”, dice bene la nota editoriale, “al luciferino tentativo del pensiero moderno di porre il soggetto umano al centro dell’universo”.
Gli altri due testi sono dello stesso tenore, di pensoso umorismo, dark. “  È l’immagine che l’autore del primo nichilismo, il “Compianto del Cristo morto”, dava di se stesso, faceto e quasi barzellettiere, vagabondo, salottiero, amabile. Nietzsche, che ne visse il tormento sull’altra sponda, della combattività invece che della remissività, per quanto alla fine disarmato e sconfitto, lo diceva “una fatalità in veste da camera”.
“La fortuna di essere sordo dall’orecchio sinistro” ha molto facilitato la vita di Jean Paul, spiega nel secondo testo sotto questo titolo. Che, semisordo dalla nascita, può dormire con poco sforzo ai concerti, in teatro, nei salotti, e la notte a letto. Ma più di tutti aiuta il ligio massone, che con un solo tappo nell’orecchio può non ascoltare i segreti della loggia quando vi è iniziato - il modo migliore per non “venir meno al giuramento”.  
“L’annientamento”, il terzo racconto, trascorre di colpo dalla bonarietà all’horror. È un sogno-visione di cadaveri, febbri e gas.Un’apocalisse mai altrove raccontata, della paura interminabile e del disgusto. Ma è una febbre. Poi “l’amore universale si avvolse nuovamente nell’universo”. La morale è all’inizio: “Ogni amore crede in una doppia immortalità, nella propria e in quella altrui”. Ma “se arriva a temere che possa un giorno finire, è già finito”. È come dice oggi il papa Francesco: senza l’amore l’universo è vuoto.

Jean Paul, L’arte di prender sonno  

martedì 9 ottobre 2018

Il mondo com'è (355)

astolfo


Conquista – È in bassa fortuna, e anzi deprecata. Non solo Colombo non si celebra più in America, sostituito dalle giornate dei Nativi, e se ne abbattono i monumenti, ma la storia si riscrive. Non per l’essenziale, però. Gli spagnoli conquistarono il Messico con i messicani, quelli della costa contro quelli dell’altopiano. Avevano fatto esperienza a Granada, che riconquistarono con i berberi. Quando si guarda dentro la conquista coloniale, e poi dentro le colonie, i conquistatori sono più spesso agenti delle forze locali. Agenti più furbi, con più fucili, e la legge del più forte.
La storia della conquista risente del colonialismo, dello sfruttamento coloniale. Con ricadute inevitabili nella cultura delle differenze, e la squalifica del “negro”. Cencionia chiama l’Africa ancora Carlo Emilio Gadda, negli anni 1940-1950. Ma la libertà ha in Africa la ferocia dei banditi, compreso il mercimonio delle tribù. Oggi in Libia come in Mali, in Somalia, in Sudan, in Kenya, ovunque. Nella guerra d’Algeria e fino al 1965, tre anni dopo la pace, sono morte cinquecentomila persone. Questo è il conto ufficiale, i morti veri sono molti di più, feriti poi deceduti, scomparsi, assassini non confessabili. Ma di quel mezzo milione solo un terzo fu vittima degli scontri con le forze coloniali francesi.

Gandhi – Un necrologio occasionale di Montale ne fissa meglio la memoria. “Non è senza significato che l’uomo, il quale ha lavorato di più per destare nella vecchia India patriarcale del ‘charcka’ (dell’arcolaio) le forze che dovevano condurla all’emancipazione e all’indipendenza dal giogo britannico, sia poi caduto per mano di un indù che accusava a lui un difetto di intransigenza, una mancanza di fedeltà ai principi da lui promossi e diremmo quasi scatenati per tanti anni.  Fino a che punto può un uomo sottrarsi alle conseguenze che emanano dai suoi principi?”
Un quesito difficile da risolvere, della violenza nonviolenta si direbbe, ma per il quale “Gandhi rimarrà, fra i sommi spiriti della nostra epoca, uno dei più difficili da studiare ed un esempio di inimitabile altezza morale. Grande indiano e al tempo stesso grande assertore dei valori della civiltà occidentale, l’uomo che conobbe e valutò al giusto il pensiero di Platone, di Mazzini e di Tolstoi”. Un non rifiuto dovuto anche alla saggezza del dominatore: “La morte ingrandisce il Mahatma al di là dei confini dell’umano, mette anche nella giusta luce la civile fisionomia e la difficile missione di quei dominatori britannici che vedono giunta l’ora di rendere l’India alla sua indipendenza. Al ‘non resistente’ alla violenza Gandhi, all’ispirato che creò, e diremmo quasi inventò la posizione spirituale più difficile che uno schiavo possa assumere di fronte al suo oppressore – il rifiuto passivo – l’Inghilterra oppose, in un conflitto che appassionò il mondo, una forza di persuasione morale che fu talvolta degna di quella del suo antagonista”.
È il necrologio che il “Corriere della sera” pubblicò il 31 gennaio 1948, in apertura della prima pagina, anonimo ma scritto in fretta da Montale, al quale era stato commissionato per caso. Trovandosi a Milano, il giorno 30 Montale era andato al giornale per fare la conoscenza del nuovo direttore Emmanuel, che gli aveva proposto una collaborazione.  Ma arrivò in via Solferino in un brutto momento, con la notizia della morte di Gandhi. E trovò Emmanuel in conciliaboli pensierosi col capo redattore. Montale l’ha raccontata così a Nascimbeni, “Eugenio Montale”, 137: “«A chi lo facciamo scrivere il necrologio?» chiese Emmanuel a Michele Mottola, il redattore capo. Il poeta si era come rattrappito in un angolo della stanza semibuia. Capiva di esere arrivato al giornale in uno di quei momenti in cui non c’è tempo per i convenevoli, e se ne sentiva in colpa. Emmanuel disse: «Me le scriverebbe lei quattro o cinque cartelle su Gandhi?».”
Montale era anche inabile alla macchina da scrivere – batteva con un solo dito. Ma ce la fece. L’exploit gli valse l’assunzione, e la carriera di giornalista, dopo un decennio di precariato seguito al licenziamento dal gabinetto Vieussuex a Firenze, di cui era direttore, per motivi politici. Redattore e poi critico musicale per quasi venti anni, da febbraio 1948 al settembre 1967 – pensionato a 68 anni, ma presto senatore a vita.

Nazionalismo – Ritorna col populismo in una nuova forma. Non più contro altre nazioni, finitime o comunque ostili, in lotta per un qualche diritto o potere, ma contro il declino della nazione, a favore di istituzioni e regole denazionalizzanti, La Unione Europea come la Wto, l’organizzazione mondiale del commercio. Ma di fatto non è mai stato dismesso. Un certo spirito cosmopolita poteva aleggiare in Europa nel primo dopoguerra, alla radice della retorica europea. Ma negli stessi anni il nazionalismo si alimentava – correttamente, oggi lo si direbbe politicamente corretto – con le indipendenze dei paesi colonizzati. E in Europa con le rivolte contro l’occupazione sovietica.
L’islamismo sarà subito dopo una forma di nazionalismo, radicale: in Afghanistan contro i russi, e poi nell’Iran di Khomeini, in Algeria con il Fronte Islamico e il Gie, il suo (i suoi: il nazionalismo è spesso frazionista), braccio armato, al Qaeda, l’Is, le stesse primavere arabe, che rivendicavano l’orgoglio, arabo e islamico, più che i diritti democratici.
La decolonizzazione si è fatta con molte derive del nazionalismo in senso ristretto, tribale. Come tutt’oggi in Libia. A favore di un gruppo di persone, sotto l’egida di un’etnia. Si diventava specialisti di Terzo Mondo, quando la locuzione era in uso, per essere esperti di nazionalismo, che il politicamente corretto dell’epoca trascurava. Anche per essere stata la mala erba che l’Europa rimuoveva, ed è invece l’anima dei popoli – delle famiglie, i clan, le tribù, le nazioni. E non c’è disattivazione possibile, non c’è molto che si possa fare, evidentemente.

Religione –È stata l’unica libertà fino alla Magna Charta, l’antica libertà romana di culto. Ed è su di essa che i diritti si sono innestati, di coscienza, espressione, associazione, congregazione, stampa. Montesquieu ritiene la religione accessoria: più la religione è severa più le leggi sono lassiste, dice. E il fatalismo trae dal dogma, il libero arbitrio dal codice. Ma la sostanza è la stessa, della religione e la vita civile. L’Inghilterra si ordina nel Seicento sulla chiesa episcopale, aristocratica, nota Quinet, gli Usa su quella presbiteriana, ugualitaria. Sosteneva Quinet, con Constant e Tocqueville: “Ovunque, sotto tutti i regimi politici, la religione è la legge delle leggi, sulla quale le altre si ordinano”.
L’Italia si ordina sulla democrazia plebiscitaria e anarcoide dell’ecclesìa. Può essere un’altra forma del tribalismo.

Tribù – Ritorna col nazionalismo populista, ma è mai stata dismessa.? È tribale la libertà di Jünger - per molti e per molto tempo c’era una libertà specifica germanica.
Si direbbe intramontabile. Era tribale la democrazia classica, ateniese. È tribale #metoo. Bologna si governava bene col papa, o Siena, e Ancona, che rivaleggiava con Amsterdam, pure in libertà. Mentre gli americani sono democratici come gli inglesi, gelosamente uguali fra loro spietati fuori, ai giapponesi hanno spianato pure il cervello. E dove non ci riescono – Iraq e Afghanistan, dopo la Somalia e il Libano, non sanno che altro fare. 

astolfo@antiit.eu

Orazio era Flaiano

Il richiamo a Orazio è un colpo da amico vero – Flaiano era solitario e malinconico (alla rierca, in Canada ma anche altrove, di “un’infanzia che non aveva avuto”) , ma aveva grandi, buone amicizie: “Ho sempre pensato che Orazio dovesse assomigliare a Flaiano, nei suoi vagabondaggi per la città, nel suo orrore per i seccatori, nel suo desiderio di difendere il suo ‘ozio’ di scrittore. Come Orazio, Flaiano era venuto a Roma dalla provincia dell’Abruzzo”. E come Orazio era un po’ scettico un po’ sentimentale.
Giovanni Russo aveva qui raccolto gli articoli che via via aveva pubblicato su Flaiano, dopo la morte prematura dello scrittore, nel 1972, poco più che sessantenne. Testi quindi un po’ ripetitivi, ma con più punti di interesse. Con molti personaggi, anche, poi a torto dimenticati: Paolo Pavolini. Maccari soprattutto, Rasia, la famiglia di Cesaretto Guerra, che gestiva l'omonima fiaschetteria a Roma. In coda un dettagliato memoir dello stesso Russo, la sua vita e le sue opere, e la esumazionecdi altri personaggi trascurati, Missiroli, Aldo Garosci.
La raccolta è di quasi trent’anni fa, e si voleva necessaria, lamenta Russo, perché troppi, morto Flaiano, ne vantavano confidenze e aneddoti spuri. Ma non si direbbe: Flaiano resta da scoprire. .
Un “non notabile”, anche in morte. Benché abbia sempre operato “al centro”. Della cultura laica, i primi anni de “Il Mondo”. Del cinema: sceneggiatore dei migliori film di Fellini, nonché di Antonioni, Rossellini, Monicelli, Zampa. Della letteratura: fu subito premio Strega, col suo primo romanzo, poi unico. Del teatro, con qualche insuccesso – “Un marziano a Roma”. Del giornalismo, a “L’Espresso” e al “Corriere dela sera”. “Soleva dire”, ricorda Russo, “che lui e Pannunzio (il creatore e animatore del “Mondo”, n.d.r.) erano nati nello stesso giorno e anno ma essendo Pannunzio nato un’ora prima gli spettava di fare sempre il direttore e a lui mai”.
Insofferente della malafede, e per questo blandamente anticomunista: “Contro le mode e i conformismi di ogni genere, e il più irritante era quello di sinistra, l’adulazione per le masse e il partito guida, che nascondeva la smania di riconoscimenti, di premi, la vanità”. Un’insofferenza che si pagava – si paga – caro, con l’isolamento, in vita e in morte: “Quando morirò”, diceva nel ricordo di Russo, “i giornali comunisti scriveranno che sono stao uno scrittore borghese”. Commenta Russo: “E infatti lo scrissero. Ma per poco, soprattutto si impegnarono a cancellarlo.
Votato all’anarchia, anche nelle amicizie, con Fellini, con lo stesso Russo. All’anarchia anche propria, la Fai di Carrara. Come Maccari, suo gemello benché maggiore.

Giovanni Russo, Flaianite


lunedì 8 ottobre 2018

Ombre - 435

Da gennaio, calcola Daniela Polizzi su “L’Economia”, aziende o gruppi italiani hanno effettuato 112 acquisizioni all’estero, con un investimento di 11 miliardi. Nello stesso periodo interessi stranieri “hanno fatto shopping” in Italia, rilevando 204 aziende o gruppi, tra essi Candy, Versace e Recordati. Con un investimento di 13 miliardi. No, sono tutti investimenti all’estero, considerazdo che i venditori hanno tutti, in qualche modo, residenza fiscale all’estero.

“Con la app di Bnl-Bnp Paribas per le imprese si accede al finanziamento con lo smartphone”. Provare per credere. L’informazione alla Münchhausen.


“Brett Kavanaugh e l’accordo del Gop con Trump”, titola il “New Yorker”. E spiega: “Avendo i Senatori Repubblicani deciso di sostenere la demagogia, un passo ha condotto a un altro”. Ma “to countenance”, sostenere, non sa di “contenere, contrastare”? Se gli americani, per esempio, ne avessero le tasche piene, dell’isterismo anti-Trump, mai un momento di requie?
.
“Il popolo «tradito»” dalla sinistra è il titolo di Galli della Loggia sul “Corriere della sera”: “A noi è mancato quel tipo di partito che altrove è stato e continua a essere incarnato dai partiti della socialdemocrazia classica”. Vero. E si sa anche il perché. Il Pci prima ha liquidato il Psi, poi si è auto liquidato, confluendo in Grillo, a dispetto. Anche in Salvini, in Emilia, in Toscana.

Capita di assistere per caso sulle Apuane, in questo caso a san Terenzo Monti, a una delle solite gite scolastiche sui luoghi della Memoria. San Terenzo Monti subì un massacro di 180 persone nel 1944, a opera di Walter Reder, donne, vecchi, bambini. Ma è una scolaresca che riesce a creare, con la compostezza e i suoi piccoli rituali, una commozione quasi da giorno dopo. Sono due classi ginnasiali tedesche.   

Era inevitabile che la “manovra”, qualsiasi manovra, venisse sfidata da Bruxelles, ed è avvenuto: la Commissione democristiano-socialista di Bruxelles non può accettare che i due partiti che la sfidano la passino liscia. Macron sì, può sforare, Di Maio e Salvini no. Questa sì, è una sfida tra il vecchio e il nuovo. E anche una sfida tra il Sistema e l’Anti-sistema, un tentativo. Difficile parteggiare. Ma se vinceranno i primi non c’è salvezza, questo ormai lo sappiamo.

Si fa debito per raddoppiare le pensioni sociali e - al Sud – la vecchia presunta invalidità. Di questo si tratta, sotto il nome di reddito di cittadinanza. Una follia, doppia in quanto si pretende la nuovissima politica, democratica e non più corrotta. Tra Bruxelles e Roma non c’è salvezza?

Si aumentano per questo le tasse (meno deduzioni, più anticipi), si riaffossano le banche con lo spread, appena emerse da un lungo bagno patrimoniale, si affossano Bot e Btp, la famosa “rendita degli italiani” (Carli). Non c’è saggezza in questa follia.

Stimolare la crescita dell’economia distribuendo sussidi non funziona, si sa da sempre. Ma non al governo nuovissimo di Conte, evidentemente.

La cronaca sportiva è monopolizzata dall’uso di “asseritamente” da parte della Juventus, sulla violenza carnale che Ronaldo avrebbe usato su una “ex modella” americana dieci anni fa. Su quanto asserito dal nuovo avvocato – a percentuale – della “ex modella”, che punta a molti soldi, dopo quelli già incassati dalla “ex modella” con un precedente avvocato, a percentuale. Una cronaca “asseritamente” sportiva. Si capisce che il giornalismo è irrilevante. Come i social.

Il nuovo avvocato a percentuale della “ex modella” che persegue Ronaldo ha molta credibilità sui giornali anti italiani, il settimanale tedesco “Der Spiegel” e i quotidiani inglesi, e sui giornali  italiani. Non è lusinghiero per la stampa inglese appaiarsi a quella burina italiana. 

Saviano, per lanciare il suo libro in Francia, s’illustra con una visita all’Eliseo. Dove discute, dice, la sua politica dell’accoglienza con Macron. Quello che prima e con più determinazione di Salvini ha chiuso ermetico le frontiere. A Ventimiglia e sui Pirenei. Parigi val sempre bene una messa..

Sembra incredibile che Russia e Cina vincano a man bassa la guerra fredda digitale. Una guerra di spie. La Cia dunque sa solo essere violenta, non intelligente? O questa guerra fredda è a  copertura della schedatura universale che la Nsa-Cia americana opera?

“Dateci il diritto di voto”, è la richiesta di Donne per la Chiesa per il prossimo sinodo dei vescovi, la repubblica consiliare del Vaticano, “poter parlare non basta”. Perché non avrebbero ragione? Tanto più se il papa dice, come Francesco nel libro che si annuncia: “La Chiesa è donna, la Chiesa non è maschio, non è ‘il’ Chiesa. Noi chierici siamo maschi, ma noi non siamo la Chiesa”.

I dazi che Trump ha imposto o minaccia sulle importazioni dalla Cina sono in reazione alla politica cinese di condizionare investimenti e importazioni in Cina a un trasferimento di tecnologia. Condizione che la Wto, l’organizzazione  mondiale del commercio, non ammette. Ma di questo non sappiamo nulla: siamo liberisti, e poi questi dazi non sono opera di Trump? Viviamo sempre tra angeli e demoni.