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sabato 21 giugno 2014

Italia-Costarica, due geografie morali

Non ne sappiamo molto, giusto quello che Milutinovic, il trainer zingaro, ha detto a Emanuela Audisio giovedì su “Repubblica”: “Dovevamo pregare a tavola, ma soprattutto portarci dietro anche nello spogliatoio una statua della Vergine e toccarla prima di entrare in campo. Una locura. Una paese piccolo”, è del Costarica che si parla: “ha orchidee, coccodrilli, la mattina si mangia il gallo pinto, non hanno esercito, che se ne fanno?” Contro tutti i pronostici, Milutinovic riuscì nel 1990 a portare il Costarica al Mondiale: “Nessuno aveva l’auto, tanto che la richiesero come premio. Si muovevano in corriera o si facevano accompagnare… Io avevo comprato le scarpe da calcio per tutti, mia moglie Maria al ristorante pagava i conti”.
Sì, si sa anche che il Costarica è detto la Svizzera d’America. Ma senza confronto – giusto per la storia dell’esercito. E si sa che è mezzo feudo della signora Zingone, la moglie di Dini. Ma il mondo evolve in fretta, evidentemente: sbandati erano a Recife gli italiani, mentre i pellegrini di Milutinovic erano scattanti e ordinati, una vera squadra, e il calcio è sport di squadra. Attrezzati sulle tattiche ultime di questo sport, una linea di difesa sempre tirata col regolo, il pressing alto, le ripartenze veloci. Forti contro i torti dell’arbitro.
Ci sono errori incredibili nella gestione della squadra italiana: nella selezione, l’uso della rosa, gli schieramenti, gli schemi di gioco. Ma ciò che ha più colpito è la diversa umanità delle due squadre. Vedere quella italiana puntare sulle individualità che non ha, specie dei tre nanetti dribblatori dell’ultima mezzora incaponiti in solitario, subito contrati ordinatamente da tre avversari, è più che una sconfitta calcistica, è un confronto di mentalità, deprimente. Un goal, una dozzina di corner e una dozzina di fuori gioco, contro nemmeno un tiro in porta, definiscono una sconfitta che, prima che calcistica, è umana.

La foto viene meglio scritta

Le didascalie sono forse meglio delle foto, tutte memorabili. In poche righe una storia, un personaggio, un avvenimento. Non un’epoca, Scianna non fa il sociologo, ma un mondo sì. Di bellezza, e intelligenza.
Scianna scriveva prima di passare alla fotografia: è un’ascesi?
Ferdinando Scianna, Visti & Scritti, Contrasto Due, pp. 432, ril., con 353 foto, € 24,90

venerdì 20 giugno 2014

Titani a Poggioreale

“Non capisco il senso di questa domanda”. “Non c’è bisogno che lei capisca. Funziona così”. Scontro di Titani al tribunale di Napoli a Poggioreale, tra Berlusconi e la sua giudice. Puro divertimento. Tra uno sfacciato e una strafottente. Se non che in Tribunale in genere si gestisce la giustizia.
Allora, riepilogando: le Procure fanno il cavolo che gli pare. E i Tribunali pure? E dove andiamo per avere giustizia?
Inoltre: perché dobbiamo mantenere la giudice di Napoli, con lo stipendio, la pensione, i fringe benefits, e qualche comparsata alla Rai? Si diverta pure ma perché a spese nostre?
E Napoli? La Napoli di Napoli è infinitamente più strafottente di quella di Milano. Dei Borrelli, Minale, Bruti Liberati & co., dei processi a Sofri, Craxi e Berlusconi cache-sex della Sme, la Rizzoli-Corriere della sera, la corruzione e la cocaina libere. Non si contano più i processi napoletani a strafottere: di Tortora, della Juventus (che altro hanno fatto i giudici  integerrimi Narducci e Beatrice?), della P 4. Mentre per i camorristi dobbiamo aspettare che si pentano. Ora, condannarci a essere veneti e leghisti, questo Napoli non dovrebbe.
Da ultimo: si è sempre detto che Napoli non è questa, che Napoli è nobilissima etc. Ma tutti i giudici sono da tempo napoletani, in tutta Italia, nelle Procure, i Tribunali, la Cassazione, la Corte Costituzionale, lAntimafia, il Csm, la presidenza della Repubblica, la giurisprudenza, la dottrina, e la giustizia è questa. È un sabotaggio? È un complotto? Chi ce lha con Napoli?

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (210)

Giuseppe Leuzzi

Il Nero d’Avola ha sostituito il Chianti, troppo americanizzato, sulle tavole italiane se non al’export. Da una decina d’anni. È in produzione da trent’anni, dal 1984. Prima si vendeva come uva da taglio. Lh scoperto un piemontese, l’enologo Franco Giacosa.
Prima la Sicilia non aveva enologi. Ora pochi.

Mellone a Napoli (“Addio al Sud”), “al caffè di Santa Lucia”, si perde a “osservare\ distrattamente l’ennesimo corteo di\ disoccupati organizzati a rinnovare il lamento dei lazzari\ occupati a disoccuparsi per una questione di coerenza”. Poco sopra, al caffè d’Europa prospiciente piazza Reale, nel 1845 Friedrich Hebbel osservava, subito dopo che s’era aperto il “mondo bello” dei borghesi e forestieri a passeggio, “anche una magica visione di proletariato”: “A dozzine guardano i lazzaroni con i visi avidi, sbiancati dalla fame, attraverso i vetri lucidati delle finestre, per vedere come il fortunato dentro se la gode, e di certo di una buona quota dell’implacabile odio si sono imbevuti di cui avranno bisogno dopo per poter pugnalare e strozzare con collera fredda” (introduzione al “Trauerspiel in Sizilien”).
Non c’è rimedio?

De mafia again

È teoria della scrittrice Rina Brundu che “la mafia in Sardegna non ha mai avuto una possibilità perché sparavamo prima”. Che si può contestare?

La mafia è prepotenza. E se allignasse al Sud perché c’è troppa mitezza? Forse una mancanza di coraggio, le civiltà si estenuano – il Sud ha alcuni millenni di storia prima del Centro-Nord, Celti e Etruschi inclusi. Forse la sudditanza che s’incorpora (psicologica) facendo parte bene o male di un Regno, con l’accessoria sudditanza alla cosiddetta Legge.

Una cosa gustosa l’obbrobrioso “Mafia Republic” contiene, dove irride al “New York Times” che elegge Moravia a autorità in materia di mafia. Moravia infatti dice il 13 novembre 1983: “Il siciliano in quanto tale – incluso il siciliano onesto – è per inclinazione un mafioso, nel senso che condivide con l’uomo di mafia la brama e l’ossessione del «prestigio del potere»”. Moravia che probabilmente di siciliani conosceva Sciascia e Guttuso, o magari Lanza Tomasi. E naturalmente la baariota Maraini, sua ex.

Calabria
Muscari Tomajoli, avvocato a Venezia, patrono di Mazzacurati, imprenditore veneto, in una vicenda molto veneta quale la corruzione al Mose, è nome di Laureana di Borello in provincia di Reggio Calabria. Anche il nome, Giovani Battista, è calabrese. L’avvocato è in età, considerato. Oggi non sarebbe possibile, che uno di Laureana di Borrello diventi avvocato a Venezia .

Boris Christoff, il celebre basso, debuttò nel 1951 a Reggio Calabria nella “Bohème”, nel ruolo di Colline, il filosofo. C’era un teatro d’opera a Reggio Calabria nel 1951.
C’è tuttora, il Cilea, grande di 1.500 posti. Ma non fa l’opera, non fa niente. Dichiarato inagibile nel 1985 per farne un restauro, poi restaurato, per circa vent’anni, è stato reinaugurato, e lì sta.

Il rantolo del Padrino-Marlon Brando, il romanziere Mario Puzo prese dalla testimonianza di Frank Costello di fronte alla commissione Kefauver nel1951, la Commissione d’inchiesta sul crimine organizzato, che la tv mandava in onda. Non era ancora sessantenne, Costello, pseudonimo di Francesco Castiglia, nativo di Lauropoli, frazione di Cassano allo Jonio. Emigrato bambino con la madre e la sorella per raggiungere il padre, fu arrestato una prima volta a 17 anni per rapina, ma non condannato. Fu poi il referente del partito Democratico a New York per i voti della mafia. Fino alla sindacatura di Fiorello La Guardia, che nel 1933 lo obbligò a spostare gli interessi su New Orleans – senza perseguirlo. Subirà nel 1957 un attentato del capomafia rivale Genovese, ma morirà di cuore a 82 anni, nel 1973, sempre libero.

Anche Albert Anastasia, il capomafia di New York che Alberto Sordi parodierà nel 1973 nel film di Steno “Anastasia mio fratello ovvero il presunto capo della Anonima Assassini”, era nato in Calabria, nel 1902 a Tropea. Emigrò clandestino a 17 anni, dopo la guerra, e fece una carriera rapidissima. Quando morì, ammazzato mentre si radeva dal barbiere, aveva 55 anni.

Tra i documenti Usa “rivelati” da wikileaks c’è un dispaccio del console americano a Napoli in visita in Calabria. Le cui città trova “squallide e caotiche”. La regione “all’ultimo posto in quasi tutte le classifiche economiche nazionali”. E la malavita al 3 per cento “(probabilmente molto di più)” del pil nazionale. Ma è vero – verosimile - che gli esponenti politici che ha incontrato avessero “un atteggiamento fatalista”. Come se non dipendesse da loro.

leuzzi@antiit.eu

L’ingombro dei ritorni

Molto “meridionale”, da stereotipo: ribellistico, inconcludente, confusionario, lamentoso. Andrea Di Consoli dice tutto nella prefazione, alla prima pagina: il rifiuto, la fuga come salvezza (alla Rai?), la nostalgia. Eccetto questo, certo per amicizia.
“Sud è eterno ritorno alla possibilità di andare via”, lo spiritaccio non manca, ma annegato nella melassa. Leggere questo primo Mellone dop, il Mellone poeta del nostos, non il sociologo di questo “Addio al Sud”, che è in realtà un ritorno, dopo il sequel “Meridione e rotaia”, dà un senso di pieno, da reflusso. Uno molto di destra, “fottutissimo nazionalista ottuso” e tutto, volontario in petto della repubblica di Mussolini, qui ancora legato a editrice di nome jüngeriano, è molto più corrivo degli estremisti di sinistra, così bello e così buono.
È il destino delle diaspore, di piangersi addosso. Il nomadismo è la condizione dei molti: adottati, emigrati, per bisogno o per scelta, girovaghi, zingari, latitanti. La dromomania. La diaspora è il nomadismo degli scontenti: fuggire per tornare, tornare per fuggire, e piangersi. Mellone la pratica da principe degli studi, e dirigente Rai (Altafiumara, Punta Prosciutto…).
Il Sud “la storia di un’assenza”? Il Sud è ingombrante, molto. Il mondo è fatto così, Mellone stesso lo sa, che gli albanesi della “Vlora” nel 1991 sono accuditi, ripuliti e sfamati dalla città di Bari. Mentre San Marzano, paese di albanesi antichi immigrati, li “accomoda fuori le mura, a latitare nelle campagne”. Mai fidarsi, confidare.
Angelo Mellone, Addio al Sud, Irradiazioni, pp. 64 € 8

giovedì 19 giugno 2014

Il mondo com'è (177)

astolfo

Berlinguer – Libri, articoli, discorsi, perfino un film, di dagherrotipi, video, tg, tribune politiche, e la solitamente riservata, perfino troppo, figlia Bianca, si recupera tutto dell’ultimo leader del Pci, mentre il partito si dissolve. Nella linea della massima faziosità a sinistra e della massima condiscendenza alla Dc in cui lui l’ha costretto, senza un’idea o una proposta. Già dal 1973.
La nostalgia evidentemente è molta. Ma forse del partito pre-Berlinguer. Per quanto, il film è prodotto da Murdoch.

Grillo – Fra gli euroscettici non antieuropei c’era Tsipras, ma Grillo non ha nemmeno ipotizzato di poterci fare gruppo. È a capo di un’armata di centro-destra. Uno dei tanti in agguato sui voti di Berlusconi.

Grillo richiama irresistibile, come già Bossi, gli sporchi, brutti e cattivi: i mediocri. In un anno e mezzo non una sola personalità, o una sola proposta, degna di rilievo. Il suo atout più forte è il successo, la carriera pronta: la promessa, come già di Bossi e in piccolo di Di Pietro, ai nullafacenti di una rapida assunzione in cielo, a trentamila euro al mese o poco meno. Ma dell’epoca dei social forum: parolai. A loro modo virtuosi della parola, piuttosto che dei gesti.
Si dice populismo ma è la mediocrità. Basta sentire i parlamentari 5 Stelle di Napoli e della Sicilia, che sono i soli a sapere parlare: sono la caricatura del Napoletano e del Siciliano, la maschera del chiacchierone, forbito, aggiornato all’ultimo pettegolezzo, e pieno di se stesso, incarnazioni modello del parolaismo della rete.

Specificamente, Grillo sfrutta il meccanismo della “arrabbiatura”, della  “collera spontanea”. Gli scopi d’ira comunque provocano sentimenti intensi. Magari a fiammate, che però per i molti costituiscono l’esperienza di una vita – la vita ora si esaurisce in fiammate non si costruisce (ci sono “reduci” già a vent’anni). Suscitando a macchia d’olio con la curiosità la compassione, come a una lite in strada o a un incidente, e anche la benevolenza, degli assistenti, di chi si trova a essere presente: non si rimprovera a qualcuno di “fare una scenata”, si cerca di capire, di aiutare. Un meccanismo semplice che i seguaci adottano forse senza furbizia ma senza requie. Non “esiste” linguaggio eccessivo in buona fede che si ripeta all’infinito, su tutte le piazze , con tutti gli interlocutori, dalle nonne alle giovani croniste, dai cialtroni ai social forum, a tutte le ore del giorno, tutti i giorni, da cinque o dieci anni. Non c’è collera naturalmente ma un surrogato di colera, una finzione più spesso da guitti, con artifici perfino modesti: l’esagerazione, l’oltraggio, il ghigno, l’aspetto irsuto, mezzo eremita, come Crozza rappresenta lo stesso Grillo, mezzo crociato, e sempre profetico. Un tempo si diceva épater le bourgeois.

Leva obbligatoria – La Gran Bretagna riarmò nella guerra del 1914 su base volontaria. I volontari assommarono, fino a gennaio 1916 quando fu introdotta la leva obbligatoria, a 2 milioni seicentomila uomini, al di sotto dei 45 anni. Una cifre enorme. La Gran Bretagna peraltro introdusse la leva obbligatoria riconoscendo l’obiezione di coscienza.
È un fattore che non si prende in considerazione, ma è più che una frontiera di civiltà, tra la Gran Bretagna e il continente. Il continente vive – ha vissuto fino a recente – come se fosse un dato di fatto, da tempo immemorabile, con la leva obbligatoria. La leva in massa introdotta dalla rivoluzione francese. A fini rivoluzionari: il popolo che combatte per il popolo. Ma solo in superficie: di fatto si tradusse in un sacrificio di vita e di sangue a difesa di remote politiche. Remote culturalmente e anche socialmente.
La guerra di popolo non fu mai difensiva. Sì, a favore dei diritti dell’uomo e del cittadino, ma nella pratica dei governi francesi. La rivoluzione dei diritti dell’uomo e del cittadino si faceva, dove si faceva, a beneficio dei borghesi, purché non fossero antifrancesi: cittadini, scolarizzati, di censo, seppure piccolo. Il popolo – la massa – in campagna e nei tuguri era coinvolto solo sui doveri.

Massisti - Fu l’introduzione della levée en masse a suscitare la violenta reazione in Calabria alle truppe napoleoniche murattiane  partire dal 1806 - ottomila ne conterà ancora nel giugno 1812 il giovane marchese de Custine in gita da Napoli. Col sostegno, l’armamento, e anche un soldo, degli inglesi – che successivamente terranno in vita ancora per un decennio su altri fronti una brigata Calabrian Free Corps. Ma volontaria all’origine e sempre, non senza ragioni.
Dei massisti non si sa molto, nessuno ha studiato il fenomeno. Il Battaglia si limita a  definirlo: “Il “combattente inquadrato nelle formazioni popolari calabresi. Note con il nome di Masse, e guidate da Capi Massa, che condussero la lotta contro le truppe francesi di Giuseppe Bonaparte negli anni 1806-1807”. Quello che si sa è che la rivolta dei “massisti” fu spontanea e dilagò contro l’obbligo della leva. In ambiente sanfedista, è vero, che il cardinale Ruffo aveva potuto mobilitare dieci anni prima contro la Repubblica partenopea. Ma l’innesco della rivolta massista fu la leva obbligatoria, per uno o dieci anni, senza soldo, con la promessa del libero bottino – non un’opera di civiltà.
È questa resistenza, e non la libertà, il tema di uno dei primi canti della tradizione popolare italiana, nel 1808: “Partirò partirò, partir bisogna\ dove comanderà nostro sovrano;\ chi prenderà la strada di Bologna\ e chi anderà a Parigi e chi a Milano.\ Ahi, che partenza amara…”.

astolfo@antiit.eu

I bambini tedeschi annegati, a guerra finita

A passo di gambero, attraversando la rete, la Storia s’intorbida? Il provocatorio Grass avrà inaugurato il revisionismo sulla guerra? Bisognava pensarci dodici anni fa, quando il libro uscì – ma Grass non aveva ancora pubblicato “Sbucciando la cipolla”, la memoria dell’adolescenza, volontario SS a 17 anni, seppure combattente. La “Cipolla” era una memoria onesta: eravamo nazisti e sapevamo. Questo è un principio onesto di revisione storica, tra assassinii, bombardamenti e annegamenti? Sornione comunque, Grass non smette il tratto satiresco – la lezione è sempre quella di Sterne, del filone divagatore, o della realtà-verità che si morde la coda. Uno storione di duecento pagine, storico, generazionale, bitedesco, costruendo su un episodio piratesco della guerra. A integrazione, come di più sarà con “Sbucciando la cipolla”, della trilogia di Danzica – la Madre viene dalla Cusnevonia, enclave cattolica alla lontana periferia della Danzica prussianizzata.
Ma, sempre controcorrente, Grass non si priva del brivido del revisionismo. Seppure a modo suo: contro il torpore della Repubblica Federale, il fatto essendo rimosso sia dalla Germania, piena di sensi di colpa, sia dalla Russia (dopo essere stato tabù per quasi cinquant’anni tra le due Germanie, “a livello intedesco per così dire”). Il fatto è l’affondamento della nave passeggeri “Wilhelm Gustloff” il 30 gennaio 1945, al largo di Danzica, da parte di un sottomarino russo. Piena di tedeschi in fuga dalla Prussia orientale invasa dall’Armata Rossa: oltre quattromila bambini, con donne e anziani, che perirono quasi tutti, poche centinaia sopravvissero.
Grass ci gioca: il 30 gennaio è anche il giorno dell’accesso di Hitler al potere, è il giorno della nascita di Wilhelm Gustloff, e quasi della morte, con soli cinque giorni di ritardo, e il giorno, più o meno, della nascita del narratore, la madre, in fuga da Danzica, essendo una dei sopravvissuti. E la storia ricostituisce in chat e forum online, essendosi armato subito di un Mac, goloso di tutte le stupidaggini e gli eccessi che ci trova – “seguendo al fiuto le marche olfattive e altre secrezioni della Storia”. In realtà Grass mette in scena i quattro robusti volumi di memorie e ricostruzioni di Heinz Schön, commissario di bordo della “Gustloff”, uno dei sopravvissuti, l’ultimo dei quali, “SOS Wilhelm Gustloff”, il più evocativo, “La più grande catastrofe della
Storia”, più del Titanic vuole dire, uscito nel 1998. Ma scrive il primo romanzo storico e satirico della rete. La madre chiama Madre e non Ma “per non abusare del possessivo”. Nel “tanfo di rinchiuso di Berlino che nessuna corrente d’aria può dissipare”. Sfoggio facendo delle conoscenze di prima mano del fronte dell’Est – di cui poi si apprestava a velare il segreto in “Sbucciando la cipolla”. Una volta completata la storia, convocherà a convegno tutti i suoi traduttori, una cinquantina, di una trentina di lingue, per una settimana a Lubecca dal 23 al 27 marzo 2002 per spiegare loro bene i sottintesi della stessa. Ma non molto – non ci gioca molto.
A passo di gambero, come dice, laterale, ma la questione Grass l’ha posta: non c’è un solo colpevole nella guerra. Di “attraversare” proponendosi la Storia, “il tempo di sghembo, un po’ alla maniera dei gamberi, che simulano la marcia indietro partendo di lato, ma avanzano abbastanza veloci”. È un metodo, per mettere qualche punto mancante senza scandalo. Ironizzando come sempre sul tedesco confuso come la Madre, indifferentemente nazista o comunista, ridendoci anche su, ma il fatto c’è. Anzi i fatti. Gustloff è un impiegato delle assicurazioni che nel 1917, invece che al fronte, si trasferisce in Svizzera a curarsi i polmoni - a Davos, dove, ghigna Grass, prese il posto del Castorp inviato lo stesso anno dalla montagna magica, alla pag. 997 del romanzo dallo stesso nome, a morire nelle Fiandre. Eviterà la fame del dopoguerra restando in Svizzera. Dove, con l’ascesa di Hitler, diventerà l’organizzatore del partito, tampinando ogni tedesco e ogni austriaco ivi residente, insieme con la moglie Hedwig, già segretaria di Hitler fino al putsch fallito del 1923. Il 4 febbraio 1936 Gustloff fu assassinato. Nel suo studio a Davos, con cinque colpi di pistola. Da un giovane ebreo, David Frankfurter. Che poi andò alla polizia e volle messo a verbale: “Ho sparato perché sono ebreo. Sono perfettamente cosciente del mio atto e non lo rimpiango in nessun modo”. Hitler ne farà un martire, con funerali di Stato. Una nave-crociera che stava per essere varata col suo nome sarà intestata a Gustloff: di proprietà della Kraft und Freude, la forza della gioia, il patronato del ministero del Lavoro che la userà in tempo di pace per il sogno del viaggio nel Baltico o tra i fiordi del mare del Nord di molti che altrimenti non se lo potevano permettere.Anche per il viaggio in Italia, nell’inverno 1938-1939, imbarco a Genova, sbarco a Venezia, con scali a Napoli e Palermo, altro sogno di molti. Poi per il trasporto truppe.
È difficile ambientare questa storia in una revisione, anche solo della guerra se non del nazismo, ma la nave piena di bambini e Grass ci riescono. Il conto ballerino delle vittime è già eloquente: normalmente dato in quattromila, arrotondato a cinquemila, nell’edizione italiana è di diecimila.
Gunter Grass, Il passo del gambero

mercoledì 18 giugno 2014

Quando l’America pensava a sinistra

Il padre, reazionario, gli amici, poeti, gli scrittori del momento per lettori di “New Masses” e “The Daily Worker”, i giornali dei comunisti americani, Saroyan e Halper, senza essere comunisti, ma rivoluzionari sì, il jazz, contro la segregazione razziale, qualche ragazza, d’obbligo, la partita alla radio, le birrette, e l’ambizione di restare in piedi la notte fino al mattino a mezzogiorno”: è la tarda adolescenza, nel paese sonnolento, i giorni passano uguali, fantasticando. Alla vigilia dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, nel 1942, che calerà una saracinesca. Kerouac ha vent’anni, e questo è il dato più interesante della narrazione, ripescata dopo essere andata smarrita nel 1945, al primo abbozzo. 
Uno dei tantissimi ur-testi di “Sulla strada”. Cui Kerouac giunse con applicazione e molte letture, se  non studi. Non il primo, aveva già scritto due anni prima “Il mare è mio fratello” sugli stessi temi e “Galloway”, pseudonimo della natia Lowell, Massachussetts. Lo spontaneismo beat è l’esito di un lungo percorso, tematico e espositivo, non di improvvisazione. Ma questo è anche la rappresentazione storica dell’America come avrebbe potuto essere e poi non è stata - vedremo come. In “Galloway” Keoruac aveva già espresso il dubbio che raccontare il paesello sarebbe stato “provinciale”, di poco interesse. Qui ne rafforza il contesto con l’ansia dell’evasione, attraverso la guerra. La guerra come avventura: il nomadismo “come forte agente di trasformazione personale” (Tietchen) è qui collegato agli spostamenti di enormi masse che la guerra comporterà.
Il romanzo del romanzo è l’interesse della pubblicazione, cucito dal curatore, Todd F. Tietchen. Una sorta di ipertesto - l’esito, anche, dell’editoria (della letteratura) come fatto industriale. Il racconto smarrito e ritrovato c’entra poco, è un pretesto. Per una serie di sketches del padre Leo - il mammone Jack aveva un padre, anche lui. E per le note e riflessioni dello stesso Kerouac. Nonché per l’introduzione di Tietchen. Un corredo che prende due terzi del libro. L’appunto dell’aprile 1944, “Per «La vita stregata»”, prospetta “tutto Kerouac”: la fuga, il vitalismo, e il conservatorismo, al bordo della follia, il buco nero, in un uomo e scrittore tanto ordinato, riflessivo, della morte precoce del fratello, dello sconquasso nella vita affettiva e familiare. La fuga in particolare, il nomadismo, vi è accentuata: “La guerra crea una situazione analoga a un’immane migrazione incrociata” (“Ho sentito narrare di episodi, nella caotica Europa occupata, in cui i bambini si riuniscono in gruppi e sciamano via... Accade un fenomeno che può essere definito una «decade nomade»”).
Kerouac è già qui apolitico, diffidente della politica come schieramento – è uno che non voterà mai, di proposito. Ma è di un’anarchia socialmente consapevole. Con gli amici di questo racconto, che poi moriranno in guerra, si popone di andare in Russia a guerra finita per “fare la rivoluzione”. Legge di preferenza scrittori impegnati, gli stessi che cita – oltre a tutti i romanzi del canone, che annota. Ascolta di preferenza musica impegnata, jazz, Shostakovic, Delius. Non era il solo.
Tietchen apre un’interessante finestra sull’opinione anni Trenta, di un’altra America, molto palingenetica, che la guerra fredda cancellerà in profondità. Ma anche, bisogna aggiungere, di un’America ancora paesana e quindi ottimista, che si cancellerà nella dimensione metropolitana poi dominante. Dopo la guerra, con la proiezione mondiale del paese. Negli appunti del 1945, dopo la prima New York e l’incontro con A. Ginsberg e Burroughs, c’è già una reazione anti-liberal, contro la “decadenza antiliberale” delle “metropoli d’America”.  
Jack Kerouac, La vita stregata. Oscar, p. 179 € 10

Letture - 175

letterautore

Autobio – L’imperversare del genere oggi, sotto forma di autofiction, selfie e ricordi, non sembra scardinare le obiezioni che madame de Genlis le opponeva nel racconto “La femme auteur”, 1800 circa: “Quando si scrive con verità, e non si cerca che nel proprio cuore i sentimenti toccati che si vogliono esprimere, c’è in questa occupazione una tale attrattiva  che essa può facilmente tenere il posto della felicità. È molto più dolce, per il cuore e per lo spirito, fare un romanzo, che scrivere la propria storia. Nell’ultimo caso, la dissimulazione è insieme un torto reale e un limite che raffredda l’immaginazione, e la sincerità perfetta è sempre un’imprudenza, e di solito una ridicolaggine. Infine, è molto difficile parlare di sé con grazia, interesse e dignità: è terribile pensare che le cose più degne di elogio saranno sempre un po’ sospette; perché la parzialità naturale dello storico getta grandi dubbi sulla storia. Ma componendo un romanzo si può, senza avere la vana pretesa di fare il proprio ritratto, dipingersi vagamente in mille modi, e imbellirsi senza ingannare il lettore, al quale non si è promesso che una favola”.

Madame de Genlis inaugura tuttavia il filone ormai copiosissimo delle memorie pubblicate in vita – in dieci tomi. Casanova e Rousseau (e Goldoni, Da Ponte, etc.) scrivevano per i posteri, direttamente per l’immortalità – se l’autore continua a esistere dopo morto, allora se ne pubblicano le memorie.   

Invidia – Il letterato è spesso invidioso, anche se si penserebbe di natura contraria – il creativo non lo è. Ancora Madame de Genlis, sempre in “La femme auteur”, fa dell’invidia letteraria una serie di sketches che sembrano viventi, ognuno può dirsi di essercisi imbattuto. Alla prima pubblicazione, l’autore è incoraggiato. Alla seconda non più, se alla prima ha avuto successo. Madame de Genlis ci arriva con “un mezzo sicuro per smascherare gli invidiosi”, e cioè “parlarne con ammirazione”. Queste le reazioni - gli interlocutori, spiazzati, “non avendo ancora trovato l’arte di dissimulare il disagio e la stizza che provano”:
“Se si tratta di un’opera che ha fatto rumore, gli uni dicono che non l’hanno ancora letta, o che non l’hanno finita, e allora si sospende il giudizio. Altri fanno lo sforzo penoso di lodarne alcuni passaggi, ma laconicamente e con le espressioni più compassate e più fredde. Spesso, per diminuirla, la comparano a un’altra opera che le preferiscono, e i solito il parallelo è ridicolo. Qualche volta si estasiano sul merito di un autore che non esiste più, nell’intento di svalutare l’autore di cui si occupano. Altri infine, meno misurati, prendono il tono dello scherzo e di un’ironia amara per dirne male, oppure la criticano e la sbranano apertamente . Tutti evitano anzitutto di parlarne, o provano a cambiare conversazione quando se ne fa l’elogio”.

Lettura - Succede di rileggere un romanzo, già letto non molti anni fa, come se fosse una prima lettura, all’ingrosso e al minuto. Una storia di Margaret Milar, per esempio, scrittrice pure per molti aspetti amata. O una di Scerbanenco, soprattutto quelle milanesi, tanto più soldie. Anche quelle che contengono molti punti di riferimento attualizzabili: luoghi e ambienti conosciuti e praticati, personaggi riconoscibili, psicologie familiari: si dimentica tutto.
Tanto più la lettura è rapida tanto meno si assimila? Si dice che la scrittura di successo è condannata a essere presto dimenticata. Ma è un caso di lentezza contro rapidità? Le mille pagine della gelosia di Proust non attirano, per nessun motivo. Mentre di Pirandello storie tanto più brevi sono più appetibili, malgrado il tema indigesto. Però le mille pagine di Proust non si cancellano, e anzi sii ricordano, per questo o quel motivo o impianto tematico o giro di frase - anche alla sortes vergilianae, aprendo a caso l’ossessione è riconoscibile.
È la cifra stilistica? Una scrittura elaborata, molata, incide meglio di una rapida? Hammett non si può dire tirato via, e ha molto lavoro editoriale dietro, però non ha un personaggio o un evento memorabile. Chandler invece sì, per restare allo stesso genere e nella stessa ambientazione. Percfhé ha più ambientazione. Più memorabile. E anche personaggi in vario modo memorabili.

Libro – Tra gli oggetti della corruzione multimilionaria al Mose di Venezia, secondo Pierluigi Baita, l’ufficiale pagatore del consorzio Mantovani, ci sono “consulenze, incarichi, libri, mostre”.  Non il libro prezioso o il quadro d’autore. Non il libro da leggere, naturalmente. Nemmeno l’acquisto di un certo numero di copie – sostenitore, la vecchia sottoscrizione dell’autore tra conoscenti, amici, parenti e estimatori. Non, l’edizione. La vanità si paga, nella corruzione.
Poesia – “La lettura” domenica 15 ha una pagina sulla poetessa americana tweet-cum-sesso Patricia Lockwood. Attraente, almeno di tre quarti, e giovane, cattolica, senza più fede, immoralata dal tweet “Rape joke”, la sapete quella dello stupro. Dice le cose che deve in un’intervista: “I poeti lavorano meglio in solitudine”, “L’arte è come l’erba che cresce nelle più piccole crepe”, “Il panico mediatico quando si parla di sesso è molto divertente” – molto? etc. Nn fosse per un inciso. Che Serena Danna, l’intervistatrice, si lascia sfuggire come dicesse “ha preso un’aspirina”: la poetessa ha raccolto dieci milioni di dollari in due giorni per un’operazione agli occhi del marito. Un’operazione da dieci milioni? Sottoscritta su tweet in due giorni? Potenza della poesia.
“La lettura” dovrebbe farci un numero speciale.

Proust – Il suo tema più elaborato è la gelosia? Purtroppo sì.

Talk show – Sa più del comizio che dell’informazione-formazione cui si ispira – dovrebbe, promette. È sempre politicamente schierato. La cosa è forse inevitabile. Ma la scelta del pubblico, e le gestione dell’applauso in studio fa sorgere un dubbio: è l’opinione (l’opinione degli appassionati delle trasmissioni politiche) che richiede un’informazione schierata, o non lo spettacolo si monta come un comizio, adeguandone naturalmente le modalità?

È ora di sinistra, dev’essere schierato, a pena di audience, ma era nato “anarchico”. Con Gianfranco Funari, “Aboccaperta”. Su Telemontecarlo dal 1981, e poi, dal 1984 al 1987, sulla Rai 2 di Giovanni Minoli. Consolidato dallo stesso Funari con “Mezzogiorno è”, sempre su Rai 2 fino al 1990, quando fu licenziato per aver invitato Ugo La Malfa… troppo scandalo. Riprese i suoi format sulle tv di Berlusconi, dapprima su Italia 1. Poi, licenziato da Berlusconi su pressione di Craxi, e reintegrato giudiziariamente con un miliardo e mezzo di penale, fu spostato su Retequattro per un paio d’anni. Dopodiché fu “segato” definitivamente, per difetto di audience.
Funari non contestò il difetto di audience: aveva un senso intuitivo della tecnica e l’economia del mezzo televisivo. Fu anche un innovatore della pubblicità, introducendo il testimonial (lui stesso come imbonitore) e il minuto di messaggio promozionale che non incide sui tempi regolamentati dell’interruzione pubblicitaria. L’insuccesso di audience del suo talk show spiegò insistentemente con la collocazione preserale, e col traino debole, il Tg 4 di Fede, che non faceva più del 4 per cento di audience – ma fu segato lui e non Fede.

Avendo partecipato in qualità di ospite ai suoi talk-show su Retequattro, “Funari news e Punto di svolta, una sorta di “Ballarò” per pensionati (è da presumere, a quell’ora), si può testimoniare la sua totale autonomia politica e di giudizio. Senza mai un partito preso, o il taglio di un’opinione. Suffragato dall’applauso, che non c’era e comunque Funari non gestiva. Un altro tipo d’informazione-formazione, non propagandistico. A contrario cioè di quello ora in voga, che tanto più si assicura una audience quanto più è settario.

letterautore@antiit.eu

martedì 17 giugno 2014

La menzogna, medicina italica

Un aureo libretto, oggi più di attualità di venticinque anni fa, quando Salvatore S. Nigro lo propose. Un filone di cultura, molto italico. Calcagnini, l’umanista cui si deve il titolo, e Malespini, falsario di professione e plagiario, sono Cinquecento, il gran secolo dell’Italia, Battista e Rossi puro Seicento, che fu tutto e il contrario, lo svilimento dell’ingegnosità. Una miniera, tanto spregiudicata da riuscire ammirevole.
L’accademico Battista si diverte a classificare i falsi “normali”: la retorica, la prospettiva (la pittura? “bugie di colori”), la poesia. Cioè tutto – lo dice anche Platone, si difende Battista, “Repubblica”, libro 3: “La menzogna non si addice agli dei, ma è utile ali uomini, anzi necessaria; e a tal punto che ce ne serviamo come medicamento”.
Il repertorio di Pio Rossi, “Un vocabolario per la menzogna”, autore dimenticato, dice tutto. Da “Accusare” a “Uomo prudente”. La verità è della parola. Cioè un fiato. Il verosimile inganna. La verità non è che una, le bugie molte..
“Chi vuol accusare gli altri”, ha detto Rossi in apertura, “deve prima esser egli stesso puro e innocente”. La compilazione si apre col primo dei quattro trattatelli dell’ “Elogio della menzogna”, una “Descrizione del silenzio”.  Rossi conclude: “Il pazzo, tacendo, è reputato savio”.
Celio Calcagnini, Celio Malespini, Giuseppe Battista, Pio Rossi, Elogio della menzogna

Le “due Europe” di Sartre

Il 10 febbraio 1977 Sartre pubblicò su “Le Monde” un appello ai deputati socialisti contro la legge per l’adozione del Parlamento Europeo, con punti ancora di attualità, sulle “due Europe”. Con prosa non sua, vergata probabilmente da qualche burocrate del comitato d’azione di cui nel testo, organizzato dal partito Comunista francese, con terminologia e argomenti comunque da Germania-Est, da guerra fredda, tuttavia individuava almeno un paio di punti deboli. Eccoli:
 “Esito della crisi del 1973 e della guerra economica aperta dagli Usa contro l’Europa e il Giappone, nuovi rapporti di forza, una nuova divisione del lavoro, provocano il degrado dell’economia, la crescita della disoccupazione, la decomposizione delle strutture politiche dell’Inghilterra e dei paesi dell’Europa meridionale”
…………
“L’Europa che ci presentano Carter, Schmidt, Giscard e Andreotti è senza rapporto alcuno con l’internazionalismo proletario, senza rapporto con l’Europa dei lavoratori di cui sogna da un  secolo il movimento operaio occidentale. Nelle intenzioni dei suoi promotori, si tratta, al contrario, nella dinamica attuale delle forze di classe, di costruire un’Europa del capitale, che sarà necessariamente dominata dalla società multinazionali germano-americane. Un esame delle forze in presenza mostra che l’Assemblea europea eletta in tale contesto servirà soltanto da strumento istituzionale a questo dominio.
………………………
“Un appello è stato lanciato recentemente «per un comitato d’azione contro l’Europa germano-americana e l’elezione di un Parlamento al suo servizio». Che dice questo appello? Dice che l’inflazione, la disoccupazione, il degrado monetario, la recessione non saranno risolti dai piani d’austerità lanciati dai governi dell’Europa del Sud, perché risultano necessariamente dal nuovo ordine internazionale imposto all’Europa dagli Stati Uniti e dai loro alleati della Repubblica federale tedesca.
…………………………
“L’Europa diventa una nuova America Latina. Mentre la Germania dell’Ovest è divenuta la prima potenza economica militare e politica dell’Europa, le borghesia dell’Europa del Sud si dibattono, o scivolano, in difficoltà inestricabili. È probabile che esse preferiranno sottomettersi senza condizioni alla «leadership» germano-americana”.

lunedì 16 giugno 2014

Questa Banca è d’Italia?

Puntualmente, ogni mese, la Banca d’Italia pubblica con clamore il nuovo record del debito. Puntigliosa, cesoria. È un atto dovuto? No. Quando il debito diminuiva, la Banca d’Italia non pubblicava il dato – non annunciandolo: l’annuncio è la cosa-in-sé. Né il dato mensile è accurato: molte poste sono necessariamente aperte, a debito o a credito.
Si vuole la Banca d’Italia censoria perché salda guardiana di una finanza pubblica virtuosa. Salda e virtuosa in che termini e a che fine? Fu la Banca d’Italia a volere l’euro a due marchi, raddoppiando d’un colpo i prezzi dodici anni fa e azzoppando per sempre l’economia. Fu la Banca d’Italia a volere la lira sopravvalutata sul marco (sempre per imporre la virtù al governo?) ventidue anni fa, propiziando lo smash terrificante di Soros & co., sulla lira e sull’Italia.
La Bundesbank non pubblica il dato mensile del debito tedesco. E quando lo pubblica non fustiga il governo.
Si vuole la Banca d’Italia saldo bastione degli impegni europei. Per questo si agita per le “riforme”, che pure sono state già fatte? La Bundesbank difende salda e virtuosa sempre l’interesse della Germania. 

La donna autore, perché no?

Perché si scrive? Stéphanie-Felicité Du Crest, contessa di Genlis, memorialista e romanziera, che scrisse sempre, prima, durante e dopo la rivoluzione del 1789, nell’emigrazione e nella Restaurazione (morì quando uno dei bambini d’Orleans, di cui era stata istitutrice, diventava re), per sopravvivere, mai nell’abbondanza, rifà l’esercitazione al femminile. Nell’indistinzione dei generi si è perduta anche la scrittura al femminile, ogni specificità della scrittrice – e dello scrittore. Ma qualcuno se ne ricorderà, era un “genere”, specie estivo.
La differenza non c’è con l’autore maschio, non sul peso specifico del lavoro, o del riconoscimento dei talenti - di creatività non si parlava, solo di formazione, morale, religiosa, eccetera, al più con un pizzico di intrattenimento. Siamo nel 1800-1805, Napoleone console, madame de Genlis ha sulla sessantina. Il suo alter ego, la “sorella”, glielo contesta all’inizio: scrivere è da maschio, non proprio scrivere, ma pubblicare., la qualità della donna è la “modestia”. L’obiezione è il déclic per decidere di pubblicare.
Il succo della argomentazione è questo: perché no? Non innocente: “Ambisco a successi più dolci e più durevoli; quelli che non sono dovuti che allo charme del carattere e alla sensibilità dell’anima”. La differenza, dunque, è la sensibilità calpestata: “Non c’è spirito di corpo tra le donne”. 
Col richiamo, allora duso, al Tasso e all’Ariosto, a “Clorinda e Bradamante (che) non ebbero mai cavalieri”. Con molta psicologia paradigmatica, molto secondo Settecento, che la scrittrice condivide con Laclos. E la dimostrazione, attraverso il racconto di un amore impossibile, che se non si è qualcosa non si è niente.
La vindicatio è anche un bel racconto, misurato. La psicologia è dell’amore, naturalmente. Ma di un amore che non può che essere amicizia, per circostanze e contingenze, e in questo limite si degrada. È anche il racconto dei sacrifici che comporta la libertà di spirito, fino all’isolamento.
È anche il racconto dei sacrifici che comporta la libertà di spirito, fino all’isolamento.

Una storia autobiografica ma nel giusto, cioè in tema - essere una femme auteur oppure no. La scrittrice era stata amante giovane del duca di Chartres, poi d’Orléans, dei cui figli era istitutrice, dapprima in casa poi in un suo istituto domestico. . E quando, dopo i primi entusiasmi, la rivoluzione si fece ghigliottina, li mise in salvo in Belgio, Inghilterra, Svizzera e Germania. 
Madame de Genlis, La femme auteur, Folio, pp. 110 € 2

domenica 15 giugno 2014

Problemi di base - 186

spock

“Felice Casson ha indagato sei anni. Senza venire a capo di niente”, il pentito Baita dice del Mose a Gian Antonio Stella: è una chiamata di correo?

Ma il Consorzio Mose non l’aveva creato Luigi Zanda, il mozzateste del Senato? Trent’anni fa, certo:

Tre catanesi e un napoletano a fare l’Autorità anticorruzione: cosa cambia?

Chi rappresenta il governo Renzi: Alfano, Lupi, Lorenzin, Giannini, Galletti?

E Berlusconi, dicono che parli ai convegni senza vedersi: sarà un revenant?

Senza Mauro né Mineo in commissione, Renzi può far passare la riforma del Senato al Senato anche senza Berlusconi: ma è lui o è Togliatti?

Renzi si prende pure “L’Unità” e la Festa dell’Unità: più geniale o più spregiudicato?

spock@antiit.eu

Pax eversiva, dentro e attorno all’Europa

Obama ribadisce che gli Usa non interverranno in Irak contro gli integralisti. Come già in Libia. La cosa viene interpretata come un segno di saggezza. O di ritorno, seppure larvato, all’isolazionismo Usa.
No. Gli Usa sono stati e sono attivi in Europa Orientale, ora in Ucraina. Mentre gli interventi in Irak e in Libia hanno configurato come una sovversione, sapendo che erano paesi tribali che solo le dittature militari avevano pacificato. La pax americana è da vent’anni per la sovversione, in Europa e attorno all’Europa.
Altre aree di crisi, in Africa, in Asia, nei Caraibi (Venezuela, Colonbia), presentano scompensi più gravi. Ma tutte sono state anestetizzate, o tenute a bassa intensità, nei finanziamenti e nell’armamento della sovversione. 

Gadda a Temù

Un libro per gli amici, nel ricordo dei vent’anni estivi in Valcamonica di un gruppo di romani del quartiere e la parrocchia di Monteverdevecchio, anno 1987 circa. Un non evento. E tuttavia: De Luca apre con D’Arrigo, “Horcynus Orca”, sul fascino della parola, e dà di fondo con Gadda. Non alla maniera di, ma con la stessa libertà (padronanza) dei linguaggi, di repertorio e inventati, di toni, alti e bassi, di volute e velature, di sorrisi e nefandezze. Benché sul niente: spintoni, gavettoni, ascese, all’Avio, discese, docce rubate, cibi sottratti, battutacce tra ragazzi, e l’occhio di riguardo alle ragazze, che ne sono comunque fuori – le “tempeste ormonali” si riducono alla lettura delle poesie di Neruda, “nell’edizione sgargiante arancione rosso tendente dei Grandi Economici della Newton”.
Non un’esperienza eccezionale, prima di Bossi, a Ponte di Legno. Anzi, quanto di più disappetente. Con un distinto profumo di oratorio: nel sottotitolo, “L’estate andavamo a Temù”, e nella prefazione del Superiore dei Concezionisti, allora giovane prete esiliato a Roma, che quel campo annualmente organizzava nella sua terra. E tuttavia, anche la storia regge: c’è commistione di corpi e anime, gli ormoni ci sono, sia pure in licenza alla “konditoreia” di paese, con molta musica, in tutte le declinazioni, De André meglio di mons. Frisina, in una rappresentazione gaddianamente fisica, con meno sgorbi forse, ma con in più i prati, i picchi (un pezzo di bravura: in cima, in premio, c’è… un cannone, un – piccolo – buco nero), i sudori, le chitarre scordate, il dialetto camuno remoto.
Una sorpresa e un godimento. Soprattutto per l’equilibrio espressivo, che Gadda avrebbe apprezzato. Dell’invenzione linguistica e variabilità sintattica sempre controllate, con lo stessa oculata misura se non abilità dell’Ingegnere. Un esperimento. De Luca non è al debutto, ha all’attivo altre prose. Ma una ripartenza, felice, liberata. E già un risultato – un esercizio stupefacente anzi, tanto più per la tenuità dell’aneddoto. Che anzi si potrebbe mettere anchessa nel conto di Gadda. Che impiantava riboboli e sfarfallii di preferenza sulla domesticità, e di questo esercizio De Luca è stupefacente padrone. Al punto da farsene anche un selfie, non volendo, a p.42, a proposito della “preghierina” serale: “E invece no, noi cercavamo sempre di metterla in modo di stupire l’auditorio riunito lì nella sala del bosco a cerchio definita a declamare gli elaborati mistici…”. Senza condiscendenze: “La solitudine ci separava l’uno accanto all’altro”. Al sapore di goliardia a volte – che pure c’è nell’Originale. Senza le paturnie – ma ci vogliono le paturnie per fare Gadda? per la memorialistica forse, di epigoni psicotici, in proprio o a contagio volontario, Gadda è a prescindere. Un  atto di coraggio, quasi una sfida. Ma con la stessa levità di Gadda – che non è greve come si fa pensare (seicentesco, barocco, nevrotico), ma lepido (faceto, ironico, anche sarcastico, è vero). La stessa naturale (spontanea) inventiva verbale e sintattica. Giocosa, maccheronica – il Folengo al campeggio estivo, perché no.
Lo stupore si spiega: questo è un caso unico, la sorpresa è totale. Chi si ricorda più dell’Ingegnere? Sì, lo raccomandano a scuola, ma niente di più, a parte gli amici sopravviventi. Gadda è rimasto solo, in questi cinquant’anni dopo il “Pasticciaccio”, mentre i Pasolini, i Calvino, gli Sciascia, perfino i Parise, affollano il Millennio, riscritti più o meno “bene”, accanto ai canonici americani delle scuole di scrittura. E se invece facesse scuola, privata?
Emanuele De Luca, Caro Dio, quattropassi libri, pp. 137 s.i.p.