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sabato 17 ottobre 2020

Il mondo com'è (411)

astolfo

Caravaggio – Ce ne fu uno prima del Merisi, Polidoro Caldara, nato a Caravaggio come da soprannome, morto a Messina nel 1543, di 43 o 44 anni. Architetto oltre che pittore. Specie a Roma dove fu imbarcato da Raffaello come auto per le Stanze Vaticane. Si rifugiò nel regno di Napoli, nella capitale dapprima e poi a Messina, dopo il Sacco di Roma. Fu molto considerato ancora nel secondo Cinquecento. Nel primo catalogo del Secolo d’oro, di Giovan Paolo Lomazzo, “Idea del Tempio della Pittura”, 1590, Polidoro da Caravaggio figura tra i sette “governatori dell’arte”, con Leonardo, Michelangelo, Raffello, Mantegna Tiziano, e Gaudenzio Ferrari.
 
Ghino di
Tacco – Lo pseudonimo giornalistico di Craxi è stato accostato, da Craxi stesso, al personaggio storico dallo stesso nome, ma con una nomea sbagliata: Craxi lo voleva un bandito di passo della via Francigena, della Maremma, mentre era un gentiluomo senese del secondo Duecento, che diventò “bandito” in quanto bandito ingiustamente dalla sua città, e in questa veste morirà in un agguato ad Asinalunga. Ma non era un ladrone. Era uno che lottò a lungo col papa, col quale poi si riconciliò.
Questo è il Ghino di Tacco storico, di cui al Boccaccio, alla novella seconda della decima giornata del “Decameron”: cattura l’abate di Cluny e la sua corte, in viaggio per i bagni di Siena contro l’ulcera, e lo guarisce durante con la dieta povera di fave secche, pane arrostito e vernaccia – ottenendone in cambio i buoni uffici presso il papa.
 
Guerra aerea
– È impari, e poco onorevole, quale che sia l’ardimento e il rischio: il mezzo sovrasta di gran lunga l’intelligenza e l’audacia, le virtù eroiche o militari Al riparo peraltro, praticamente,  dalle controdifese. Lo scrittore André Malraux, che nella guerra di Spagna si distinse organizzando al suo scoppio una squadriglia aerea, operativa e con qualche successo nei primi sei mesi del conflitto civile, lo fa dire da un italiano della sua squadriglia, Scali, un fuoriuscito del regime fascista (individuabile come Nicola Chiaromonte, l’unico italiano che fece parte della Escadrilla España o Escadrilla Malraux), “bombardiere” – le granate venivano scaricate a mano, a occhio, anche dallo scarico sanitario: “Scali trovava l’aviazione un’arma disgustosa. Specie dopo che i Mori (le truppe marocchine degli insorti franchisti, n.d.r.) scappavano. Ciononostante aspetta come un gatto che l’obiettivo arrivi nel visore (gli restavano due bombe da cinquanta chili). Indifferente ale mitragliatrici di terra, si sentiva insieme giustiziere e assassino, più disgustato dal prendersi per un giustiziere che per un assassino”.
 
Mazzini
– S i ebbe in morte un’epigrafe di Carducci, a suo tempo e per lungo tempo importante:
L’ultimo
dei grandi italiani antichi
e il primo dei moderni
il pensatore
che de’ romani ebbe la forza
de’ comuni la fede
de’ tempi nuovi il concetto
il politico
che pensò e volle e fece una la nazione
il cittadino
che tardi ascoltato nel MDCCCXLVIII
rinnegato e abilitato nel MDCCCLX
lasciato prigione nel MDCCCLXX
sempre e su tutto dilesse la patria italiana
l’uomo
che tutto sacrificò
che amò tanto
e molti compatì e non odiò mai
GIUSEPPE MAZZINI
dopo quarant’anni d’esilio
passa libero per terra italiana
oggi, che è morto
o Italia
quanta gloria e quanta bassezza
e quanto debito per l’avvenire”.
 
Michelangelo - A trentatré anni Michelangelo cominciava la Cappella Sistina - a ventitré aveva già finito “La Pietà”.
 
Raffaello – A 25 anni gli vengono commissionate e realizza le Stanze Vaticane – a ventuno ha dipinto lo Sposalizio della Vergine di Brera.
 
Savoia – È l’aereo privilegiato nella disamina di Malraux, dove riflette, nel romanzo “La speranza”, sulle possibilità della sua squadriglia, dotata di caccia francesi Potez, contro gli aerei nemici della guerra di Spagna, gli Junker tedeschi e i Savoia: “Se gli Junker”, contro i qali si era appena battuto vincente, riflette, “erano cattivi”, pesanti, lenti, “i Savoia erano aerei da bombardamento molto superiori a tutto quanto di cui disponevano i repubblicani”. .
È probabilmente il Savoia-Marchetti S.79, operativo da un anno quando la guerra civile scoppiò in Spagna nell’estate del 1936, ritenuto il bombardiere più veloce.
 
Wandervogel – Il primo ecologismo fu di tipo nazionalista, con risvolti, si sarebbe detto successivamente, nazisti – anche se Hitler ne decretò lo scioglimento, dei Wandervogel come di ogni movimento scoutistico. Fondato a fine Ottocento su basi naturaliste, progenitore anche del naturismo (nudismo), il movimento Wandervogel, degli uccelli di passo, fu fortemente tradizionalista, in senso sciovinista: il primo movimento moderno di massa oltranzista dell’unicità della Germania, del teutonismo mitico, pagano, guerriero.
In pochi anni il movimento naturalista si dotò anche di organizzazioni paramilitari, di cui una, la Lega della Giovane Germania (Jungdeutschland Bund), prima della prima Guerra Mondiale, vantava 700 mila iscritti, e un’altra, la Lega degli esploratori tedeschi (Pfadfinderbund) 80 mila. Organizzazioni attive all’interno, con chiari intenti discriminatori, se non dichiaratamente razzisti - fu Wandervogel per qualche tempo anche Walter Benjamin giovane, e fino al 1930 circa ci furono gruppi ebraici tra i Wandervogel, che introdussero il sionismo tra i giovani, e genereranno il movimento dei boy-scout in Israele. Poche le donne – mentre fiorivano nel movimento le pubblicazioni omoerotiche, in forma di richiami all’eros greco. E cibo organico: le prime trattazioni risalgono ai Wandervogel. Ma il tratto caratteristico erano le Leghe (Bünde): maschili e maschie, elitiste, medievali, di fantasie cavalleresche.
Hitler abolì il movimento nel 1933, insieme con tutte le organizzazioni di boy-scout, ma la Gioventù Hitleriana modellò poi sui Wandervogel: sui principi di lealtà, dirittura, salutismo, anche nell’alimentazione – Hitler era personalmente vegetariano.

astolfo@antiit.eu


Il virus siamo noi

I morti sono molti di meno, così come le terapie intensive (i casi gravi),  ma i contagi si accrescono ogni giorno come a marzo-aprile, e anche di più.
L’aumento non è esponenziale, ma ogni giorno il nuovo delta è superiore al precedente: la progressività è forte.
Non  c’è da preoccuparsi, si dice: questo è l’esito di tamponi, che ora si fanno dieci e venti volte più numerosi che in primavera, e si cercano i “positivi” anche tra i “contatti” dei contagiati, che spesso sono casi lievi oppure asintomatici. Ma non per questo le misure restrittive possono essere più lievi: si sta tornando rapidamente al lockdown, con le sue trerribili conseguene economiche e psicologiche.
Le strutture sanitarie, si dice ancora, sono meglio organizzate. E questo è meno vero. Alcune regioni, compresa la Lombardia, che più ne aveva sofferto, hanno fatto poco o nulla.
Le terapie intensive non sono sotto pressione, ma in Campania e Lombardia sono vicine al 30 per cento d’occupazione, soglia che l’Istituto superiore di sanità considera critica. Lo stesso Istituto stima che a breve la soglia sarà raggiunta in sette regioni.
Si poteva fare meglio senza sforzo. Specie nel trasporto pubblico, bus, tram e metropolitane, nelle ore di affollamento, la prima mattina, e alla chiusura delle scuole. Non costava per la aziende pubbliche di trasporto programmare trasporti adeguati agli orari di lavoro e scolastici; si è rimasti invece nella routine, con mezzi che vanno e vengono vuoti e altri che scoppiano. Intensificare le corse delle metropolitane. Usare la flotta sterminata dei bus turistici fermi da otto mesi. Usare i bus scolastici privati per portare i ragazzi a scuola invece che ammassati sui mezzi pubblici. Tanto si poteva fare che non si è fatto.  
 

Vendetta col contagio

La canzone di Edwyn Collins, da cui il titolo, che Lucareli ripropone a ogni capitolo, “non ho mai incontrato una ragazza come te finora”, decinata sul vendicativo. Quando ancora l’infettività da Aids spaventava.
Uno dei racconti di “Giochi criminali”. Di noir immaginari, più geometrici che probabili, anche se collocati in luoghi e situazioni reali. Che anzi accrescono l’iperrealtà – l’irrealtà. Anche la gravidanza di Grazia Negro, l’investigatrice di Lucarelli, che è qui incinta, di due gemelli.
Carlo Lucarelli, A girl like you, pp. 47, gratuito con “la Repubblica” e “La Stampa”.

venerdì 16 ottobre 2020

La Cina è corruttrice ma non diciamolo

Il fatto è evidente, che questo sito argomenta ieri, la “vittoria” della Cina nella partita del virus e in quella con l’Occidente:
http://www.antiit.com/2020/10/il-grande-balzo-in-avanti-cina-resto_15.html
Incomprensibile negli effetti diversificati del virus, in Cina e nel Resto del Mondo. Ma è un fatto. Non c’è bisogno di disturbare Trump, o di non disturbarlo – e poi anche lui è infetto: la Cina ha messo tutti in ginocchio.
Né c’è da meravigliarsi: la Cina del presidente Xi applica alla lettera la regola del “mercato” come lo si intende oggi, mors tua vita mea. Senza nemmeno una particolare abilità o strani accorgimenti: la Cina comunista sta ai fondamentali del liberismo. Sorprende solo che il fatto non sia detto.
Si parla tanto, troppo, dell’epidemia, ma non di questo che è il fatto fondamentale. Delle ragioni ricardiane di scambio come del virus, con cui la Cina ha infettato il mondo, restandone praticamente immune. Restiamo attaccati ai visi pallidi dei Cts, confusi più che scienziati, e non capiamo che la storia è finita?
C’è anche, come si diceva una volta, il disarmo morale. Ma qui non è a favore degli affaristi che la Cina arricchisce con ricarichi immensi sulle merci che fornisce a buon mercato – la fabbrica del mondo? La Cina comunista ha vinto cone le armi del capitalismo, lavoro a bun mercato e sregolato, ma più probabilmente con la corruzione.

Senza speranza alla guerra di Spagna

Il 20 luglio “il cannone colpiva regolarmente come il cuore di tutta quella folla, al di sopra dei deboli colpi di fucile che partivano da tutte le finestre e da tutte le porte, al di sopra delle grida, dell’odore di pietra cada e di bitume che montava da Madrid”. Un soldato ha disertato lasciando la caserma. Al bar gli chiedono ansiosi della caserma. Lui spiega che il comandante ha detto: “Bisogna salvare… la Repubblica”. “La Repubblica?” “Sì. Visto che è caduta nelle mani dei bolsecvichi… degli ebrei e degli anarchici”. È il terzo capitolo del racconto epico, da parte repubblicana, della guerra civile appena avviata in Spagna. Il racconto di un Malraux non più giovane volontario non è ironico, se non involontariamente: la resistenza al bar, la diserzione di un solo soldato accasermato, le ragioni del colonnello, anche lui ben repubblicano.
Questa prima parte s’intitola “L’illusione lirica”. È solo l’inizio della guerra ma non sarà diversa dopo: il titolo “La speranza” sembra antifrastico. Anche se titola l’ultima parte, la battaglia di Guadalajara, dove le truppe repubblicane si difenderanno dall’attacco italiano. E anche se i miliziani saranno infine inquadrati,  e se ne tenterà perfino l’addestramento formale, a muoversi organizzati e disciplinati, e impegnati a fare qualcosa piuttosto che niente, dividersi per partito, contarsi, ricontarsi. Più che l’entusiasmo, contano in guerra i mezzi e l’organizzazione: Malraux lo fa spiegare alla fine dell’“Illusione lirica” dal capo dei servizi di sicurezza, che chiama Garcia. Mentre “le rivoluzioni sono le vacanze della vita. C’è sempre un po’ di teatro all’inizio di ogni rivoluzione”.
Di curiosità sterminata, Malraux è dannunziano il giusto. Impegnatissimo da giovane contro le ingiustizie del colonialismo, antifascista in prima linea, “Saint-Just dell’antifascismo”, già autore rivoluzionario itinerante di due romanzi subito famosi, “I conquistatori” e “La condizione umana”, organizzatore e comandante in Spagna a luglio del 1936, a trentacinque anni, col grado di colonnello e divisa di Lanvin, di una squadriglia internazionale nella guerra di Spagna, “Escadrilla España” o “Escadrilla Malraux”, per la quale mobilita risorse private, volontarie (stanti le reticenze del governo socialcomunista francese, il Fronte Popolare di Léon Blum, malgrado il coinvolgimento dichiarato di Germania e Italia), resistente successivamente in Francia contro l’occupazione, anche se non dalla prima ora, anzi tardi, nel 1944 – senza negare l’amicizia con Drieu La Rochelle, suicida sotto processo per collaborazionismo. Il vero romanzo è di Malraux stesso, uno scrittore, anche uno riflessivo, con la febbre dell’attivismo. Ministro della Cultura di De Gaulle, ripulirà le facciate di Parigi, avviando una gigantesca opera in tutta Europa di recupero urbano e restauro. Qui racconta la guerra di Spagna. In tempo reale, si può dire: avvia nella primavera del 1937 - fermi o abbattuti i suoi velivoli, già oggetto di manutenzione radicale e recuperi fortunosi - il racconto e lo pubblica a ottobre.  Spesso fuori quadro, agitato più che efficiente, nel romanzo come nella propria mitografia. Ma sapiente, fin dalle prime battute, sui connotati reali e gli sviluppi della guerra. E dolente: rassegnato anche se combattivo, per il dover essere.
C’è già pure la terminologia sclerotica, sovietica, o di cliché, non si quanto partecipe o critica, che avrebbe dominato per decenni: il “volontario”, il “militante di base”, il “compagno di strada”, l’“attivista”. Gli uomini si salutano col pugno, gridando “Salud!”, come “un coro costante e fraterno” – “la più grande forza della rivoluzione è la speranza”. Hanno facce giovani e allegre. E per qualche verso bizzarri nella narrazione. Nell’entusiasmo sempre divisi, anche ostili gli uni agli altri, per fazioni politiche e per sottosezioni, gruppi, squadre dello stesso orientamento o partito, sindacalisti, anarchici, socialisti di destra, socialisti di sinistra, pacifisti - tutti eccetto i comunisti - da subito, subito dopo i primi giorni del “sollevamento”.
Malraux sarà con questo romanzo un “utile idiota” a Parigi dell’apparato propagandistico di Stalin, di Willi Müntzenberg, mobilitato per testimoniare l’internazionalismo, contro il “Ritorno dall’Urss”, deluso e acrimonioso, che Gide pubblicava in contemporanea con “La speranza”. Ma ha qui, a saperlo leggere, tra le tante divisioni e leggerezze del fronte repubblicano, un’anticipazione dello stalinismo feroce che stava per prendere il sopravvento, la grande disfattista novità della guerra civile in Spagna. Con un occhio già misericordioso, quasi presciente della loro sorte sotto i colpi dei comunisti, per gli anarchici - “E Cristo? Un anarchico che ce l’ha fatta”.
Il racconto in sé è poca cosa. Organizzato, a capitoli alterni, tra le vicissitudini della squadriglia, che si chiama España ma per la quale Malraux utilizza soprattutto i volontari italiani (tre essi “Scali”, uno dei personaggi principali, bombardiere e intellettuale raffinato, un po’ Chiaromonte un po’ lo stesso Malraux) e quelle dei gruppi di ferrovieri, sindacalisti, operai, contadini, giovani borghesi, etc., nella guerra di terra, tiene alla lettura per il ritmo che Malraux sa mantenere equilibrato, fra la concitazione e l’aneddoto liberatorio. Ma niente resta, nessun vero personaggio, nessuna impresa. Lo stesso Malraux si frantuma in più personaggi o spicchi di personaggi, Magnin, Manuel, Scali, et al. Solo emerge una indomabile confusione, o allegria dell’agitazione, volontaria, volontariamente disorganizzata.
Resta anche, stranamente per un racconto prolisso e da instant book, e forse contro le intenzioni dell’autore, l’analisi delle forze in campo: delle motivazioni, gli obiettivi, le risorse. Molte storie della guerra di Spagna sono state scritte, ma il romanzo di Malraux sembra più nuovo e più vero.
Il franchismo viene tuttora analizzato negli effetti e non nelle cause – come il fascismo in Italia del resto (le esercitazioni sulle cause del fascismo sono vecchie di almeno mezzo secolo). In una prospettiva ancora politica invece che storica – che aiuterebbe di più. Ma di una politica squilibrata, velleitaria, che si propone fini, per buoni o cattivi che siano, per cui non ha i mezzi – i mezzi intellettuali, evaporato il sovietismo.
Con un quadro, all’ultimo capitolo della “Illusione lirica”, che anticipa in breve, in due pagine, la storia vera della fine della Repubblica in Spagna che la storiografia, anche qui, ancora non recepisce – non capisce? non vuole? Malraux se lo fa spiegare, anche questo, dal solito Garcia: ci sono stati due colpi di Stato contro la Repubblica, uno è il pronunciamento, dei generali e le “vecchie famiglie”, ed è fallito, l’altro (siamo ancora ad agosto-settembre del 1936 ma “Garcia” ci vede chiaro), “è degli “Stati fascisti”, di “organizzazione italo-tedesca, aviazione italo-tedesca”. E non tanto tedesca quanto italiana, di Mussolini “spada dell’Islam”, che organizza i Mori in Marocco, e a difetto manderà in Spagna gli italiani – i Mori in Marocco, il Tercio, la Legione Straniera spagnola, è il corpo che Franco legittimamente comandava prima della guerra civile, ma Mussolini ha avuto un ruolo, che va indagato.  
Un’epopea curiosamente rassegnata quando ancora c’era entusiasmo. Benché da un punto di vista repubblicano a oltranza. Di un volontarismo tanto entusiasta quanto imbelle. E maschile: non ci sono donne in questo lungo, particolareggiato racconto di guerra: “La speranza” è all male – il nome Ibarruri ricorre un paio di volte, ma bisogna sapere in proprio che era una donna. Al racconto della resistenza al bar segue un quadretto tragicomico: le squadre d’assalto repubblicane hanno rimediato un cannone e lo usano come un pistola, o una catapulta: non sanno puntare, non sanno che l’affusto va ancorato, le granate vanno dove capita.
La grafia dei nomi è rispettata, un miracolo per uno scrittore francese – eccetto che per l’eroe italiano della squadriglia, uno che ha lanciato i volantini su Milano dopo De Bosis, è stato abbattuto dall’aviazione di Balbo, è stato condannato a sei anni di confino a Lipari, da cui è evaso per portarsi in Spagna, e morirà in Spagna in azione, ma si chiama Marcelino, con una sola l.
Si legge oggi come un  trattamentone da film - che seguirà due anni dopo - più che un romanzo, di personaggi e intreccio. I dialoghi sono continui, frantumati, una sorta di sceneggiatura.
Nuova traduzione di Giovanni Pacchiano, con la vecchia introduzione di Enzo Golino.
André Malraux, La speranza, Bompiani, pp. 480 € 16




giovedì 15 ottobre 2020

Il Grande Balzo in Avanti – Cina-Resto del Mondo 17-0

È parso in effetti ridicolo il negazionismo del coronavirus in piazza a Roma, perché di esso si muore. E perché è un tornante nella storia mondiale: la Cina, si può dire, batte quest’anno, grazie all’agente microgeno, il Resto del Mondo per 17-0. Non è male, e anzi necessario, entrare nel contagio con un occhio diverso da quello dei Cts, i Comitati tecnico scientifici.
Si muore per concomitanza di cause, in situazioni di deperimento organico. Ma ci si infetta di più, e anche si muore, soprattutto nelle attività di massa, a contatto più o meno obbligato: trasporti, fabbriche e ospedali. E non si muore dappertutto nella stessa “quantità”, allo stesso modo, certificano concordi  l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Unione Europea, e tutti quelli che tengono il conto.
Non si muore praticamente in Cina, che pure al virus ha dato origine, coltivandolo anche per un lungo periodo in sonno. Conta a oggi 15 ottobre 90 mila contagiati in tutto, su 1,4 miliardi di abitanti, un quinto della popolazione mondiale. Come l’Honduras, che invece ha dieci milioni di abitanti. E su 90 mila contagiati conta appena 410 morti. Gli Stati Uniti hanno avuto 7 milioni e mezzo di contagiati, e 210 mila morti. Tutta l’Europa è stata colpita da cinque a dieci volte più della Cina.
Effetto delle diverse misure di contenimento? Non può essere: la Cina le ha avviate per prima, gli altri le hanno copiate. Statistiche addomesticate? È possibile, il regime in Cina è totalitario, ma la discrepanza è enorme. Tanto più se si considera la densità demografica, o abitanti per kmq, per chilometro quadrato, visto che il contagio si produce per contatto. La Cina ha una densità di 137 ab. per kmq, l’Europa di 113, gli Stati Uniti di 34. È vero che gli Stati Uniti hanno una distribuzione diseguale della popolazione, ammassata in alcune megalopoli o in alcuni Stati, dispersa in altri. Ma questo vale di più per la Cina, campo da una trentina d’anni di un esodo di massa dalle campagne verso le città. L’area orientale ha una densità di 400 abitanti per kmq – mentre sul vasto altipiano occidentale se ne contano nove o dieci. Almeno cento città, 102 secondo l’ultimo censimento, hanno più di un milione di abitanti. Sei, compresa Wuhan, focolaio dell’epidemia, superano i 10 milioni – e anche di molto: Shangai ne ha 23, su un superficie uguale al Comune di Roma, Pechino 21, Guangzhou 19. E in condizioni abitative ristrette.
L’esito è che a sessant’anni dal Grande Balzo in Avanti del Timoniere Mao, che fu un disastro, il presidente Xi ne fa uno non propagandato, ma forse dicisivo: ha appestato il mondo e se ne prende le redini.
Nelle more del contagio, in questo 2020, e probabilmente ancora nel 2021, poiché la pandemia ha ripreso vigore, la Cina ha goduto di un vantaggio comparato inestimabile, come “fabbrica del mondo”. Soprattutto rispetto ai concorrenti: gli Stati Uniti e l’Europa vanno indietro quest’anno di un 10 per cento, produzione, reddito, occupazione. Peggio per gli umori o la volontà di fare: progettare, investire, accrescere la produttività. La Cina va avanti di poco meno del 10 per cento – a oggi il 7 per cento: non c’è p
iù gara, la Cina batte il Resto del Mondo per 17-0.

Vivere al modo islamico, un po'

Siamo tutti un po’ donna islamica con la mascherina. E in effetti non è piacevole.
In estate era dura, ma anche ora, col fresco, il fastidio resta.
Con la museruola di seta è peggio che con quella di carta. Dà fresco alle labbra, ma dà l’idea di soffocare.
Si parla male, bisogna urlare – col rischio di diffondere, invece che di bloccarle, le famose goccioline infettanti.
Non s’incontrano visi lievi – da quello che si vede, gli occhi.
Si fanno anche gaffes, non riconoscendo amici di intensa frequentazione, o confondendo una persona con un’altra, l’amico e quasi coinquilino, la madre di ragazzi che sono stati di casa, o il professore genio matematico che invece sempre ci riconosce. Si ride, ma come di una mancanza – dirla un’amputazione è  troppo, ma certo è qualcosa di cui, seppure non costi, si farebbe a meno (è ben vero, non si dispiaccia il papa, che l’islam non siamo noi). 

Quando il mondo era civile

Una figura di intellettuale come usava. In una tarda raccolta, nel 1975, a seguito del successo a sorpresa di un volume di scritti linguistici intitolato a “Civiltà di parole”, degli articoli, i discorsi celebrativi e qualche reminiscenza di studiosi e scrittori.
Devoto divaga e diverte, ogni riga una sorpresa. Fine linguista, nato a Genova, cresciuto a Milano, professore a Firenze, sempre partecipe delle vicende politiche ma col distacco del letterato di fine giudizio, fece il giuramento richiesto da Mussolini ai professori ordinari “con tranquillo cinismo” (Gennaro Sasso), come poi fu immune al contagio comunista, professandosi “federalista europeo” - con Enzo Enriques Agnoletti, Piero Calamandrei, Corrado Tumiati, Paride Baccarini, l’élite liberal-radicale di Firenze). La raccolta si legge come una serie di conversation-pieces, quasi distratte ma accurate, e piene a ogni risvolto di curiosità e verità. Che si parli di Manzoni o di Arrigo Levasti – e Giovanni Canna? Ma tutto merita la lettura.
Una lettura – una scrittura – come usava non molto tempo fa. Don Milani merita, Croce, Gentile, e Pareto, Schiaffini, i tre Manzoni, privato, linguista, dissacrato, o Gobetti, così breve e così al punto (niente di meglio, neanche nel recente revival: perché mazziniano, perché poi marxista e spregiatore di Mazzini, il tutto in 26 anni).
Giacomo Devoto,
Civiltà di persone

mercoledì 14 ottobre 2020

Ombre - 533

“Come mai l’aeronautica italiana, che negli anni Trenta primeggiava nel mondo, si è lasciata scivolare a fanalino di coda della tecnica aeronautica?”, si chiede un ex pdg di Piaggio Aeronautica e di AerMacchi, che ci ha scritto sopra un libro. Solo l’aeronautica?
 
Il presidente del consiglio Conte spende 34 milioni per affidare il porto di Taranto a una società cinese. Per fare che? Gestire il traffico della flotta militare che vi ha la base principale, gli arsenali, i comandi?
L’Italia che finanzia il governo cinese per farsi controllare la flotta era inimmaginabile: Conte supera ogni fantasia.  
Ma non solo lui: nessuno sembra sapere cosa è la marina militare italiana.
 
Sanzioni contro la Russia - altre sanzioni - e contro la Bielorussia chiede e ottiene dagli altri europei la Germania. Che per conto suo continua gli affari, anche strategici, con la stessa Russia dello stesso Putin. La lezione è sempre quella: armiamoci e partite.
 
Fa un po’ pena il giudice Davigo che lotta per restare nel Csm ancora un anno, anche se ha settant’anni ed è in pensione. Ricordandolo nelle vesti di pettoruto carnefice e boia nella piccola armata di Borrelli, contro i dilapidatori del pubblico denaro. Ma, da buon lombardo, difende gli emolumenti e la scorta, e quindi che obiettare?
 
Spiega il governatore Visco della Banca d’Italia a Fubini e al direttore Fontana del “Corriere della sera” che “l’autorità di vigilanza sa bene che un crescita dei crediti deteriorati è inevitabile”. Bene, e noi che facciamo?
 
Dice anche il governatore Visco: “Le banche più piccole possono avere maggiori difficoltà, anche per i loro rapporti con molte piccole imprese oggi più vulnerabili”. Bene, non si potrà dire che la Banca d’Italia non sapesse. Ma la catastrofe annunciata non è un titolo vecchio?
 
Santa Sofia, armeni, curdi, la Turchia non tollera santi né minoranze, dentro e fuori i confini. La storia lo spiega ripetutamente, ha fatto anche qualche sterminio, solo il papa non lo sa – nemmeno un cenno nell’enciclica. Com’è possibile,  c’è un motivo?
 
Dice il papa nell’enciclica che la globalizzazione colpisce i poveri. Mentre è vero il contrario, che ha portato al benessere, o a qualcosa di simile, per la prima volta nella storia tre o quattro miliardi di persone, diciamo tre quarti dell’Asia e mezza America Latina – e ci sta provando perfino con l’Africa. Ha impoverito gli europei e gli americani, quelli che il papa non considera, e parecchio anzi odia.
È vero che mezza America Latina è, malgrado tutti gli incentivi, refrattaria. Come il papa?  
 
“Dalla Rai si vedeva un Paese dove il reato non è punibile, mentre lo è non averlo denunciato” – Walter Pedullà (“Il pallone di stoffa”, 325), che della Rai è stato a lungo consigliere d’amministrazione, e poi presidente: la Rai non poteva licenziare “nemmeno coloro che erano stati colti in flagrante mentre rubavano televisori, videoregistratori, e attrezzature tecniche di alto valore che rivendevano alle tv private”. Doveva fare causa, e inevitabilmente perderla.
 
Brion, il conduttore tv accusato in Francia di molestie da una giornalista, ha passato due anni d’inferno, tentato dal suicidio. Ora è stato assolto. Ma l’accusatrice non è stata condannata: c’è libertà di diffamazione. La giustizia è proprio infetta
.

La guerra di Spagna fu la guerra di Mussolini

La guerra di Spagna è stata doppia, spiega nel 1937 Malraux, “La speranza” – lo fa spiegare nel romanzo dal capo della Sicurezza repubblicana, che denomina Garcia, nell’ultimo capitolo della prima parte, “L’illusione onirica”, quindi a metà agosto del 1936: una è stata la guerra dei reazioanri spagnoli, persa sul cominciare - il putsch era fallito - e una è di Mussolini.
Anali non peregrina come sembrerebbe. “Abbiamo a che fare con due colpi di Stato sovrapposti…. Uno è il puro e semplice pronunciamento delle famiglie, vecchia conoscenza. Burgos, Valladolid, Pamplona, Sierra. Il primo giorno i fascisti avevano tutte le guarnigioni di Spagna. Non gliene rimane già più che un terzo. Questo pronunciamento insomma è sconfitto. È sconfitto dall’Apocalisse. Ma gli Stati fascisti, che non sono idioti, hanno perfettamente previsto il fallimento del pronunciamento. E, a partire di là, comincia il problema del Sud. Attenzione: non è della stessa natura. Per sapere di che parliamo, mettiamo da parte la parola fascismo. Uno: Franco se ne frega del fascismo, è un apprendista-dittatore venezuelano. Due:  Mussolini se ne frega, in sé, d’istituire  o no il fascismo in Spagna: i problemi morali sono una cosa, la politica estera è un’altra”. E a questo punto chiarisce la sua diagnosi:
“Mussolini vuole qui un governo sul quale possa agire. Per questo, ha fatto del Marocco una base d’aggressione. Da lì parte un esercito moderno, con un armamento moderno. Siccome non possono contare sui soldati spagnoli (l’hanno visto a Madrid e a Barcellona), si appoggiano su truppe poco numerose ma di valore tecnico: Mori, Legione Straniera, etc.”. Si discute se i Mori siano dodicimila o quarantamila. Poi Garcia prosegue: “Nessuno qui ha studiato neanche un poco il legame attuale delle autorità spirituali dell’Islam con Mussolini. C’è da aspettare poco! La Francia e l’Inghilterra avranno sorprese. E se i Mori non bastano, ci manderanno gli Italiani”.
Che vuole l’Italia, chiede qualcuno. Garcia: “A mio parere, la possibilità di controllare Gibilterra, cioè la possibilità di trasformare automaticamente una guerra anglo-italiana in guerra europea, costringendo l’Inghilterra a fare questa guerra attraverso un alleato europeo. Il relativo disarmo dell’Inghilterra faceva preferire a Mussolini d’incontrarla da sola; il suo riarmo cambia al fondo la politica italiana”. Una tesi come un’altra, il capo dell’intelligence repubblicana se ne rende conto: “Queste sono solo ipotesi, chiacchiere da caffè Commercio”. Ma non del tutto: “Ciò che è serio è: sostenuto nel modo più concreto dal Portogallo, aiutato dai due paesi fascisti, l’esercito di Franco – colonne motorizzate, fucili mitragliatori, organizzazione italo-tedesca, aviazione italo-tedesca – proverà a marciare su Madrid…”,

Si parla qui di Mussolini dopo la guerra vittoriosa in Etiopia. 

La musa non amusa – non diverte

La felicità che è la sua cifra, la felicità verbale di sempre - “le sue esatte visioni verbali” nella quarta di copertina: Patrizia Cavalli non delude i suoi lettori. Ma di nuovo, per la seconda o terza volta, recriminatoria: la musa non amusa, si dice col francesismo, non si diverte e non diverte. È l’età? Le attese frustrate? Gli amori traditi?
Il titolo è antifrastico, benché la plaquette  dallo stesso nome finisca con un’ode, “Con Elsa in Paradiso - o, con identica rima, nella quartina del titolo: “Vita meravigliosa\ sempre mi meravigli\ che pure senza figli\ mi resti ancora sposa”. Cantante sì, ma in sibilanti, senza più la baldanza, e come in ritirata: gli amori sono abortiti, i pasti solitari, la compagnia non allegra, il quartiere inamabile. Versi per lo più, sotto lo scherzo, le rime marcianti,  le sonanti assonanze, le invenzioni linguistiche, malinconici. Nemmeno la gatta è di compagnia, giusto il whisky.
“A chi parlo quando parlo da sola”, la terza plaquette, è un cachinno incattivito, di una  “occupata da poveri pensieri,\ la puzza di fritto, il freddo”. Rassegnata: “Si morirà per noia, dolcemente”. L’amante le scale di casa sale “con una torva malinconia\ brutale”. “Errore” rima con “amore” quando il “corpo” è “morto”. “Quattro sorsi” di whisky dimostrano “che non siamo\ quel che siamo, che il nostro essere\ si accende quando è caldo, o si disperde\ nel freddo buio della sobrietà”. E dunque il quesito di copertina. “Cosa non devo fare\ per togliermi di torno\ la mia nemica mente:\ ostilità perenne\ alla felice colpa di esser quel che sono,\ il mio felice niente”. Non propriamente felice, se non irridente. Perfino saffica di scuola, liceale: “Ormai lo so\ tu ami Sulpride…”.
Il tema è il corpo. E il calore che manca. Versi come sempre di egotismo, stanco. Un diario, seppure a singhiozzo. Ogni verso, ogni parola, ogni cosa autoreferente, le amanti, la casa, il sonno, i sogni, gli amici, i passanti. Col fantasma degli anni. E degli amori inaciditi, tutti. Non è ancora l’inverno, il desiderio resta forte, è settembre, nella lunga plaquette  di questo titolo. Ma niente più baldanze, a letto e fuori: “Acre novità della stagione,\ il freddo ai piedi”.
Non più il gioco e lo scherzo. Oppure sì, ma legato allo specchio, inamichevole: “Al mattino mi svegliano i pensieri\ già predisposti delle mie rovine”. Alle quali farà uno sberleffo, come usa, ma senza più convinzione. La lingua è meno ritmata, a cadenze lente, prosastica. Irriverente sempre: “O femminista, sogno del potere,\ parli di donne e diventi generale,\ formi il tuo esercito con le spaventate\ che spaventi di più e ti sono grate”. Col cipiglio da “casta dissoluta”. Ma non più gioiosa – ridente in umbro-toscano?
Patrizia Cavalli, Vita meravigliosa, Einaudi, pp. 119 € 11

martedì 13 ottobre 2020

Problemi di base artistici - 599

spock

Viene prima Rembrandt o prima Caravaggio?
 
“Non c’è grande arte rivoluzionaria, perché?”, A. Malraux, “La speranza”?
 
Un brutto quadro dichiarato d’autore diventa bello?
 
A che prezzo?
 
E se il “Salvator Mundi di Leonardo”, quotazione mondiale record, 450 milioni di dollari, fosse un falso, ben fatto?
 
Cambierebbe qualcosa?
 
Il “Salvator Mundi” è di Leonardo, in qualche maniera, perché l’ultima restauratrice, Dianne Dwyer Modestini, è stata intelligente e capace, e allora: dov’è l’arte?

spock@antiit.eu

Il giallo italiano è di marca Rai

Poco pubblicizzata, una ricchissima mostra video-fotografica della produzione Rai di film e  telefilm (serial) “gialli” e “neri” - “Viaggio nel giallo e nero Rai” è il sottotitolo – che è anche un abbozzo di storia del genere in Italia. Si scopre che è la Rai che ha imposto in Italia il gusto del “giallo”, genere letterario prima poco amato – ancora engli anni 1960 Scerbanenco era amato in Francia e clandestino in Italia. E nello stesso tempo lo ha trasformato, con meno violenza, e più lieti fini. Con una serie sterminata di produzioni, decine di serie, centinaia di titoli. Di produzioni originali, “Il tnente Sheridan, “La baronessa di Carini”, adattamenti letterari, di Gadda (il commissario Ingravallo) o di Camilleri (Montalbano). E importate: il tenente Colombo, Kojak, l’ispettore Derrick, etc.
Si scopre anche il “Twin Peaks” inquietante di trent’ani fa di David Lynch, che ha aperto la tv al genere onirico-fantastico, anticipato nel 1975 da Daniele D’Anza, “L’amaro caso della baronessa di Carini”, che avevamo dimenticato - la Rai fa molte riproposte, ma non del meglio: quattro puntate mozzafiato, un capolavoro.
Dalle teche Rai è possibile rivedere in streaming da una mezza dozzina di postazioni video le icone di questa lunga serie, “circa 80 produzioni”. Commentate da giallisti e studiosi, Aldo Grasso, Manzini, De Giovanni, De Cataldo, et al.. Più un paio di centinaia di fotografie.
È anche vero che lo stile Rai, se ha reso dominante un mercato che ancora negli anni 1970 era di pochi, però lo condiziona: conta l’intreccio, il plot, anche stiracchiato, la “soluzione”, con qualche coloritura, e manca, se non in pochi, forse solo Camilleri e Mariolina Venezia, lo spessore: l’ambiente, anche solo geografico, e i personaggi, specie nei ruoli secondari e marginali, quelli che fanno l’ambientazione.
Maria Pia Ammirati-Peppino Ortoleva (a cura di),  Sulla soglia del crimine, Museo di Roma in Trastevere

lunedì 12 ottobre 2020

Il mercato del sampietrino

La pavimentazione del raccordo tra piazza Venezia a Roma e via Nazionale -  via IV Novembre:  405 m. dice wikipedia - blocca mezza citta da sei mesi. Difficoltà per arrivare alla stazione ferroviaria, con lunghe peripezie per auto private e mezzi pubblici. Traffico intasato sul Corso, che è isola pedonale. Problemi per la Prefettura, che affaccia su via IV Novembre.
Cioè, per la Prefettura no – solo in parte: sinuosi corridoi sono stati disegnati per consentire al Prefetto l’accesso al suo cortile da piazza Venezia. Isola felice, oltre alla Prefettura, il cantiere stesso recintatissimo, dove due o tre operai vanno avanti e indietro, per non sembrare che non fanno niente. 
Il rifacimento di via IV Novembre consiste nella rimozione dei sampietrini e la stesura dell'asfalto. In parallelo col lungo cantiere c’è stato e c’è su eBay e altre piattaforme un rilancio del mercato dei sampietrini: un mercato da alcuni mesi rifiorente, anche se, bizzarramente, con prezzi in ascesa malgrado l’offerta abbondante – la richiesta è anche di un euro l’uno. Si prolunga il cantiere per prolungare il mercato?

Appalti, fisco, abusi (187)

Singolare analisi del governatore della Banca d’Italia Visco al “Corriere della sera” ieri in materia di crediti deteriorati (“una crescita dei crediti deteriorati è inevitabile”): “Le banche più piccole possono avere maggiori difficoltà” se il governo non sostiene i settori produttivi – come se le banche più piccole fossero un mondo separato da quelle più grandi.
 
Visco peraltro si limita a chiede solo misure di sostegno al reddito, “sussidi di disoccupazione”. Perché non un prolungamento delle scadenze debitorie, con pagamento pubblico pro rata degli interessi? Come se la banca fosse un mondo a parte – odioso anche per il banchiere centrale?
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C’è stato un rischio deflazione, “legato ai prezzi dell’energia, che sono crollati”, spiega ancora Visco al “Corriere della sera”. È per evitare la deflazione che l’Arera impone un aumento del 15,6 per cento per la luce, e dell
’11,4p er cento il gas, mentre i prezzi delle materie prime vanno sempre al ribasso?

L’aumento per la luce della “materia energia”, dice l’Arera (Autorità di Regolazione Energia, Reti, Ambiente), è stato maggiore, 17,5 per cento, ma la componente dispacciamento consente un risparmio del 2 per cento. Con i prezzi del petrolio greggio ai minimi storici?

 
È solo in Italia che la bolletta energetica è incomprensibile, soprattutto quella elettrica. Tra materia energia, dispacciamento, oneri di sistema, tre o quattro accise, Iva. Resta che il kWh prima dell’aumento preannunciato si paga ben 25,28 centesimi di euro, 500 lire.  
 
L’Arera giustifica l’aumento in realtà, se se ne legge il comunicato, col bisogno di riempire le casse degli “oneri di sistema”. Che nel lungo lockdown, e quindi del crollo dei consumi, si sono svuotate. Oneri di sistema sono le “provvidenze” per i produttori di energie alternative ai combustibili fossili, l’Enel principalmente e gli innumerevoli manipolatori di parchi eolici (l’investimento di maggior profitto). Per loro non ci deve essere crisi, sono verdi, benefattori dell’umanità.
  

 

Contro la violenza della legge

Vasto tema, e per natura ecumenico. Che Butler taglia e cuce asintatticamente. Da Gandhi in poi, compreso Pannella, molti sono i casi di politica di successo con la nonviolenza. La cui forza, cioè, è non solo evangelica o morale, personale, ma sociale e politica. Butler ne fa un’arma tagliente, un’ascia, e non si capisce nemmeno bene bene a quale buon fine? La trattazione, che verte soprattutto sulla violenza della legge, delle istituzioni, da Hobbes fino a Walter Benjamn e Foucault, si apre con citazioni di Gandhi, naturalmente, e di Martin Luther King, gli apostoli della nonviolenza. Ma anche di Angela Davis che tanto apostolica non vuole essere: buona comunista, ma una che ammassava armi in gioventù come una trumpiana qualsiasi – armi che poi uccisero.
La violenza è qui della legge, del potere. Politica e personale. Sulla traccia di Hobbes, del Leviatano politico, dello Stato. E di Freud, Lacan, Melanie Klein, Memmi, Balibar, con la solita lettura anomala di Frantz Fanon, e in parallelo di Walter Benjamin, dei sensi di colpa, dell’inoculazione del potere castrante. La nonviolenza è una difesa obbligata.
Butler marcia col machete, come al solito. Arando soprattutto il filone di Hobbes, della violenza del potere e della paura.  Che però non discute. Del tutto assente il dibattito sulla Auctoritas, di Alessandro Passerin d’Entrèves in ambito anglosassone, di Carl Schmitt in quello continentale. Del tutto assenti – questione confessionale? Ma in teoria Butler è immune all’ebraismo – anche i Vangeli. E, curiosamente, Hannah Arendt, che pure ha trattato per esteso gli stessi temi quando era difficile, a cavaliere del Sessantotto: “Sulla rivoluzione”, “La disobbedienza civile”, “Sulla violenza” – per lei un solo riferimento, e derisorio: se avrebbe avuto un risposta, nella violenza del potere, alla violenza della legge.
Il gioco di Butler è semplice. Si assume un Grande Nemico, che il mero buonsenso esclude, e ci dà addosso. Un’arcana biopolitica considera degne “di lutto” (di protezione) certe vite, non c’è bisogno di dire quali, e altre invece ritiene “dispensabili” (eliminabili). Indovinare non è difficile: si “dispensano” vite per razza, identità, e genere (gender). Ma in quale repubblica?
Judith Butler, La forza della nonviolenza, Nottetempo, pp. 300 € 19  




domenica 11 ottobre 2020

Secondi pensieri - 431

zeulig

Anticipo – Il termine sportivo “giocare d’anticipo”, etc.) si può dire la chiave della politica: il contatto con una realtà ancora in formazione, per parare o prevenire un danno, comunque per contrastarlo e governarlo, e per avviare un progetto.
 
Assoluto
– È creazione (presupposizione) del relativo – il relativo presuppone l’assoluto, l’assoluto non è assoluto. È stata questa la sua prima nozione, e non ce n’è altra migliore.
 
Dialetto – Se ne fa una questione italiana fra Gadda e Pasolini, una sorte di espressionismo linguistico, con una seconda lingua – o una terza, nella commistione fra dialetto e italiano. Ma in entrambe le forme è stata di suo anglosassone, si può dire da sempre, di Dickens come poi di Mark Twain, o Faulkner e la letteratura southern – specie delle scrittrici americane del Sud, Margaret Mitchell, Flannery O’Connor, Carson McCullers. È eccezionale nelle lingue continentali, di nazioni non isolane, che si isolano con la lingua nazionale corretta, istituzionalizzata.
 
Dissenso – Si vuole, si voleva negli anni 1970 in Italia, “istituzionalizzato”. Per il recupero delle frange politiche extraparlamentari, delle autoriduzioni, della disobbedienza civile in genere. Su un presupposto semplice: la differenziazione o la lotta non sono contro natura. Ma istituzionalizzato il dissenso non può più essere anti-sistema: la disobbedienza, per quanto civile, non può essere regolata.
 
Feudalità - Dal Trentino e la Savoia a Siracusa, c’è sempre un castello o un’acropoli a presidiare i centri meglio integrati e ordinati, socialmente, anche economicamente dove l’economia è legata al territorio. È sulla feudalità che si innesta l’armonia sociale, in Italia come altrove in Europa, nel mondo tedescofono, nella Francia del Nord e in Provenza, in Inghilterra più che in Scozia. Altrove, regni assoluti e comunità informi, per esempio l’ex Regno di Napoli, la coesione sociale è labile, la capacità organizzativa, e la stessa accumulazione primaria, difficili – l’economia è il “posto”, il re, lo Stato. Bisogna ribaltare la storia economica e sociale? La feudalità ha prodotto (organizzato, consolidato) la stabilità, la socialità, l’applicazione per molti versi immune dal bisogno, e quindi il futuro – un serbatoio di adattabilità invece del rifiuto, la capacità di adattamento e adeguamento invece della “fuga” (rifiuto, emigrazione), la costruzione del futuro. In assenza, comunità “liquide”, senza capacità organizzativa, e anche senza radici se non  sentimentali – la lamentazione del Sud.
 
Guerra – Le cause e le conformazioni odierne sono ben sintetizzate da Riccardo Bacchelli, in una sorta di visione, in una sua “favola esemplare” africana del 1970, “Negro e nera” (in “Africa tra storia e fantasia”, 143): “La guerra universale ne produsse un visibilio di particolari da cui nacquero altre più o meno generali, con alleanze e coalizioni fatte e disfatte; e guerre fredde e paci calde; sconquassi, catastrofi, cataclismi militari, e politici e sociali, speranze che nascevano dalle paure, paure infine che ognuno, a forza di spacciar menzogne agli altri, credette soltanto alle proprie, e per non saper più chi ingannare, ingannò se stesso, in nome della guerra giusta, ognun la propria, contro le guerre ingiuste, tutte degli altri”. I casi delle guerre del Vietnam, allora in corso, e poi di Grenada, del Golfo, dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Libia, della stessa Siria ne sono esemplificazioni patenti.  E anche la conclusione dello scrittore sembra matura: “Infine fu proclamata, gioco di parole ma della disperazione, «guerra alla guerra»”. Un gioco di parole. Ma, di fatto, la guerra è sempre un attacco, un sopruso, condito di varie ipocrisie, di cui si ha coscienza – la retorica è un’arma attiva, non passiva. La “celebrazione” appena conclusa della Grande Guerra come sacrificio di milioni di giovani che non c’entravano nulla, non difendevano nulla, e per questo nulla morivano ne è esemplificazione.  
 
Legge – È inclusiva o esclude? Redime o recide? Il reo e il nemico non solo, ma con la forma ogni soggetto, sia pure il meglio intenzionato. Le leggi sono nate per regolare la vita associata, per favorirne la fioritura. Ma cristallizzano nel senso dell’esclusione, dello straniero come, dentro la comunità, del reo.
 
Passato - Non è irreversibile, non è definitivo, si sa, è intuitivo. Non nel suo strumento, le parole. Il linguista Devoto, l’autore di “Civiltà di parole”, ha un ripensamento mentre si accinge a configurare un “Civiltà di persone”: “Le parole hanno una loro civiltà, che risulta da secoli di erosioni, sovrapposizioni, sedimentazioni, esplosioni. Sono fonte di curiosità e di sollecitazioni, inesauribili.  Ma esse chiariscono sempre un passato , definitivo, irreversibile, qualcosa che non è più vivo”. Ma non è il contrario?
 
Politico - Per quanto progettuale è un conservatore. Per quanto animoso un nemico della guerra. Non è un paradosso: “Lo scopo del politico, di qualsiasi ideologia, è la lotta contro la guerra, intesa nel suo senso più ampio, guerra esterna e guerra interna. Ogni medico, attraverso infinite gamme, è un conservatore (di vite umane); oni politico, attraverso infinite gamme, è un conservatore (di valori umani)” – Giacomo Devoto, “Civiltà del dopoguerra”, 1955.
 
Problema – Deve recare in sé la soluzione. Quello politico come quello sociale. La causa sociale ha in sé la soluzione, come il problema politico. E una sola, seppure in differenti accezioni e modalità.
 
Storia – “Ovunque, quando ci sono rivoluzioni o drastici cambi di potere, gli archivi vengono distrutti, perché il primo nemico è la storia”, la regista Mina Akbari, “La Lettura”, 4 ottobre. Non solo nelle rivoluzioni o nelle successioni ai tiranni, come molte volte i papi, la storia si vuole cancellata anche dalle avanguardie, del nuovo, in arte, poesia, letteratura, e la stessa storiografia. E non solo nella forma degli archivi, ma anche in quella degli specchi e dei lampioni, e delle fonti di luce e di immagine – nella rivoluzione francese e le successive usava rompere vetri e specchi, statue e quadri, da molto tempo quindi prima della cancel culture. La storia è una forma di immagine, di sé e degli altri - di sé e quindi degli altri.
 
La cancel culture è una forma di negazione di sé, sotto forma di storia – di revisionismo della storia? Probabilmente sì. Una sorta di suicidio collettivo, quella che si pratica nelle sette. C’è molto di settario (fondamentalista, integralista) nella mentalità americana, al di sopra della razza, bianchi, neri e ispanici in uguale misura e modo, e del dislivello sociale, ricchi e poveri in uguale misura, istruiti e ignoranti – o attraverso le “razze” e i dislivelli.
 
Tempo – È appiattito nel sentito contemporaneo, della “rivoluzione permanente” tecnologica, che si traduce in “tutto subito”. Mentre è lento, pure nelle trasformazioni, depurate della pubblicità, dell’autopromozione del business invadente. Si tende a schiacciarlo, comprimerlo anche, anche retrospettivamente, nella storia. Si legge san Paolo e si pensa il cristianesimo in atto – che oggi ci ingombra. Ma passarono due secoli e mezzo di tensioni, persecuzioni, apologie, divisioni, prima che il cristianesimo fosse riconosciuto, quale “curia” e non più “setta” – fino al 316.
Il mondo va più in fretta? È un tempo senza tempo? Il tempo della rivoluzione permanente? Sì, a sentire la pubblicità. Che però è sempre la stessa, intesa a vendere – “non farti mancare l’occasione”.

zeulig@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo – donazioni fruttifere (74)

La filantropia esentasse è una colonna dei progetti culturali e sociali americani: il “terzo settore”, molta ricerca, e quasi tute le istituzioni culturali sono finanziate privatamente, con donazioni. Che il fisco agevola. È un caso di notabilato, ma con ottimi esiti, sia produttivi che sociali, di perequazione. È anche un forma di accumulo, per i ritorni d’immagine e pubblicitari.
Animano fondazioni e donazioni anche i nuovi superricchi, Bezos, Zuckerberg, Gates, eccetera. Per gli effetti d’immagine e promozionali, e anche per l’acquisizione indiretta di potere politico.
Le donazioni esentasse sono dal secondo Novecento un mezzo per acqusisire potere politico. E per gestirlo. A vantaggio dei ricchi, e dei potenti: vanno esentasse infatti anche le donazioni ai politici. In campagna elettorale esse servono ad acquisire potere sul candidato che si sponsorizza. Il quale a sua volta può fare aggio sulle donazioni per costituirsi una piattaforma solida in campo politico: è il caso della fondazione di Bill e Hillary Clinton, e di molti senatori.
Le donazioni in ricerca sono un canale per allargare la rete degli interessi economici. È il caso della fondazione Bill e Melinda Gates, i padroni di Microsoft. Che ha puntato sui vaccini anti-Sars – di cui il covid è l’ultima manifestazione.

Gioventù spenta

Ideata e sceneggiata da Paolo Giordano, forse sul caso del ragazzo americano caduto nel Tevere per voler fare l’equilibrista sulla spalletta del ponte Sisto, ambientata in una base americana inventata a Chioggia, forse per far vedere bei nudi maschili frontali, negli spogliatoi e al mare, raccontata da Guadagnino con la tecnica casuale che è la sua cifra, una mini-serie di niente – almeno alla prima puntata. Cinquanta minuti, cinque-sei episodi evanescenti, inconcludenti: un paio del ragazzo con la madre colonnello comandante della base; un paio alla scoperta della base e delle vicinanze, con bei ragazzi nudi e ragazze troppo grasse o troppo magre; il ragazzo ubriaco e sperso salvato dalla compagna della colonnella, infermiera. Il tutto tenuto assieme dalle cuffie, un distanziometro da quarantena, di autoisolamento radicale. E dalla voglia di birra, negata in ragione dell’età, ma si sa come vanno queste cose. Senza peraltro desiderio o curiosità, né di contatti né di alcol.
È un mondo diverso che Guadagnino propone, sulla traccia di Giordano scrittore dell’adolescenza: casuale, senza idee o passioni o turbamenti? Me nemmeno questo si può dire.
Luca Guadagnino,
We are who we are, Sky