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sabato 11 maggio 2019

Putin dall’Eurasia all’Europa


Il più preoccupato dallo sbarco cinese in Europa è Putin. Che per questo è ora il più assiduo e insistente, se non l’unico, propugnatore di una “sicurezza europea” e anzi atlantica.
Primo proponente dell’Eurasia, nella sua prima presidenza, si è visto scavalcare in poco tempo dalla Cina in tutto il sottopancia  asiatico, e nella stessa Europa orientale, ai suoi confini.. Dell’Eurasia puntava a essere il onte, il tramizte tra i due continenti, con una rete di trasporti ferroviari e stradali che necessariamente doveva passare per la Russia, e per i paesi asiatici ex sovietici, a metà ancora oggi russi. Invece la via della Seta si fa via mare, con profuzione di investimenti in tutti i apei asiatici in cui Pechino riesce a mettere piede, dalla Malesia e Singapore all’Est Africa, e nel’Europa orientale e meridionale – Grecia e Italia.
Questa espansione a macchia di leopardo, se obbedisce a una strategia, come è sicuro di ogni cosa cinese, fatica ad avere un senso strategico, se non commerciale, esclusivamente. La Cina occupa gli spazi vuoti, aziende, attività, lavorazioni in crisi, senza però continuità territoriale né consonanza politica. Fuori peraltro dal Nord Africa e il Medio Oriente, dove si alimenta i consumi energetici,  e in genere dal mondo mussulmano. Ma basta a impensierire Putin.
Impedito nel rapporto con Washington dal Russiagate, Putin punta da qualche tempo sull’Europa. In ambito europeo ha in più occasioni detto che va risolta la questione ucraina – la divisione del apese e l’annessione della Crimea. Nel quadro del gruppo dei Quattro,quello degli accordi di Minsk, con Francia e Germania. E più di un disegno ha fatto elaborare di difesa europea.

Parlo, dunque sono


Due articoli “alimentari”, per il “Cornhill Magazine” nel 1882, sull’arte della conversazione, un dialogo necessario col mondo, e come praticarla, che si leggono come un racconto: Stevenson ha la capacità di rappresentare (rendere avventuroso)  tutto, anche l’ordinario.
Nella traduzione di Flaminia Cecchi, quindi un po’ invecchiata. Con citazioni in esergo, citazioni d’autore, di due intellettuali operosi ma anche specialmente facondi, due big talkers, Samuel Johnson e Benjamin Frankin. 
Robert Louis Stevenson, Conversazione e conversatori, Elliott, pp. 45  € 7,50

venerdì 10 maggio 2019

Problemi di base cinesi - 484

spock


Meglio Xi di Trump?

Miglior mercato è il comunismo, la dittatura?

Per chi?

E per il lavoro italiano in Italia?

La Cina più vicina è più sicura – fa meno paura?

La schiavitù è bella in Cina – ma non era stata abolita?

Il lavoro servile non crea plusvalore?

E quando la Cina non lavorerà più dodici ore al giorno, sei gironi su sette?

Si ridurrà la ricchezza nel mondo, o aumenterà?

E il furto, di tecnologia, di informazioni, di mercati?


spock@antiit.eu

L’Italia è già fuori dell'Europa

Si va al voto europeo tra due settimane con un dibattito consistente su una nuova fondazione dell’Unione. Un terzo passaggio dopo la caduta del Muro: dopo il decennio dell’euro, il decennio dell’allargamento a Est – un quarto passaggio, considerando il decennio ultimo della crisi anch’esso un modo d’essere dell’Unione, benché non fortunato.
Discutono i candidati alla presidenza delal Commissione, alla testa dei partiti e dei raggruppamenti europei. Francia e Germania hanno firmato un trattato per il rilancio, il trattato di Aquisgrana. Si delinea un riassestamento del rapporto con gli Stati Uniti. Perfino il Rassemblement National francese di Marine Le Pen si dà carico di una visione dell’Europa prossima futura – con un documentato-manifesto di 75 pagine sul rilancio del’ Europa delle nazioni, vecchio artificio di De Gaulle per evitare il rifiuto di un’Europa federata e federale, le difficoltà dell’ultimo decennio imputando non più all’euro, moneta ora accettata, ma alla struttura istituzionale.
Si rispolvera per l’Europa un “momento machiavelliano”. Cioè di un nuovo assetto, di reazione-adeguamento alla mutate condizioni mondiali. Il temine è stato coniato, nel 1975, dallo storico neozelandese John Pocock per l’Italia del Rinascimento - e per l’Inghilterra della guerra civile, per gli Stati Uniti fino ala guerra civile – quando un seguito di eventi eccezionali e irrazionali, incontrollati, posero la necessità di difendersi attaccando, affermando nuove forme di sovranità. Viene riproposto da uno storico olandese, Luuk van Middelaaar, e da Thomas Gomart, il direttore dellIstituto Francese di Relazioni Internazionale, in una diagnosi che l’“Economist” fa propria: “L’Unione ha riscoperto il senso di una missione”.
S’impone la formula macroniana dell’“Europa che protegge”. Un primo passo è stato il voto al Parlamento di Strasburgo per una vera guardia di frontiera e costiera europea.: si va a dotare l’agenzia Frontex di un corpo di polizia permanente. Nello stesso senso si discute di rivedere il rapporto con gli Stati Uniti. Per una deriva dell’atlantismo già avviata prima di Trump e l’America first, non caratteriale cioè, non momentanea. Senza rinunciare all’atlantismo e al rapporto privilegiato con gli Usa: l’Occidente è una concezione politica cui nessuno nel dibattito vuole rinunciare. Una Europa sulle proprie gambe, ma con gli Usa.
L’Occidente è concetto irrinunciabile specie in Germania. Sia a destra che a sinistra. La  Germaia vuole consolidare la sua “marcia verso l’Occidente”, che l’ha resa così prospera in questo dopoguerra. Sconfiggendo perfino il Grande Nemico a Oriente, il comunismo e il mondo slavo. 
L’Italia si segnala in questo dibattito per esserne totalmente fuori. Non solo nel governo e nelle istituzioni, tolta la presidenza della Repubblica. Ma anche nei media e nella pubblicistica. 

La gente venera il potere

E.W.Hornung e James Hadlesy Chase, due inglesi-inglesi, autori di gialli, sono riletti da Orwell comparativamente. E innalzati a esponenti, se non autori, di due mondi totalmente diversi nella concezione dell’etica e della giustizia. Hornung è dalla parte del suo ladro ingegnoso Raffles, che alla fine dei conti è un criminale, ma da gentiluomo, nell’“atmosfera rilassata di fine Ottocento”. Hadley Chase non è per i suoi criminali, ma non va oltre l’esposizione costante della violenza, in tutti i suoi personaggi, vittime e carnefici. In storia con gli automatismi del fascismo.
Curiosamente Hadley Chase, l’autore “fascista”, era – o viveva da – gentleman inglese, dice il suo editore. Anzi, ne era la quitessenza:  “Un po’ alla David Niven, baffi e occhi chiari compresi, nei modi e nei gusti raffinati”. Ma le sue storie sono per Orwell il prodromo, e anzi la sintesi, del fascismo. Un giudizio controcorrente, in due modi: sia nell’apprezzamento, “di ottime qualità letterarie” (le “Orchidee”?), sia nella critica. Limitando il lavoro di Hadley Chase a “Niente orchidee per miss Blandish”, ne fa il trionfo della forza, anzi della violenza. Della crudeltà, del sadismo. Esercitati a danno dei deboli. “I grandi gangster spazzano via i piccoli senza pietà, come un luccio che divora i pesciolini; la polizia elimina i criminali con la stessa spietatezza con cui il pescatore uccide il luccio”. Si parteggia per la polizia solo se e perché “è meglio organizzata e più potente”. Non c’è giudizio morale: “Il romanzo lascia intendere che essere  un criminale è riprovevole solo nel senso che non paga”. È anzi un’apologia del fascismo, anche se la storia è totalmente sconnessa dalla politica. Della brutalità: “Una versione distillata della scena politica moderna, nella quale cose come i bombardamenti di civili, l’uso di ostaggi, la tortura per ottenere confessioni, le prigioni segrete, le esecuzioni senza processo, le manganellate, la sistematica falsificazione di documenti e statistiche, il tradimento, la corruzione e la collusione sono normali e moralmente neutrali, perfino ammirevoli quando vengono fatte in grande e con sfrontatezza”. Che non è malsano in sé, ma per l’effetto, trattandosi di letteratura di massa: “La gente venera il potere nela forma in cui è in grado di comprenderlo”.
Ma non è tanto questione di Miss Blandish, della sua storia e del suo autore. Il parallelo fra i due modi di raccontare la violenza serve a Orwell per far risaltare il cambiamento di etica, prima e dopo la Grande Guerra, col passaggio a quello che chiama “realismo”: “La crescita del «realismo» è stata la grande caratteristica della storia intellettuale della nostra età. È importante notare che il culto del potere tende a essere mischiato con l’amore della crudeltà e della malvagità per se stesse”.
George Orwell, Raffles and Miss Blandish, free online

giovedì 9 maggio 2019

Ombre - 462

Si avvicina una scadenza elettorale e fioccano le inchieste. Delle procure di Roma e Milano, appaiate. Ma quest’anno anche con un programma elettorale preciso: il governo 5 Stelle-Pd dopo le Europee. Un programma quasi dichiarato. Langue l’inchiesta sullo stadio della Roma, benché le colpe siano qui accertate. E si intensifica la caccia alla destra, da Salvini a Berlusconi.

L’allenatore Conte, che ha vinto tre scudetti con la Juventus grazie alla Juventus, e prima e dopo non ha fatto nulla, prima anzi è stato condannato dalla giustizi sportiva, e dopo ha maltrattato la Nazionale e il Chelsea, mina e svilisce il lavoro di ben quattro allenatori: Gattuso, Spalletti, Ranieri e Allegri. Grazie alle voci che riesce ad alimentare a danno di questi tramite giornalisti compiacenti.

È indubbio che nella controversia doganale Usa-Cina hanno ragione gli Stati Uniti, su tutti i punti controversi. Ma i giornali “che contano”, “la Repubblica”, “la Stampa”, “Corriere della sera”, sono contro gli Usa. Contro Trump? Insensato. È il riflesso condizionato dell’ex Pci.

È indubbio che il regime Erdogan in Turchia è illegale, per molti aspetti decisivi. Il controllo del giudiziario, con licenziamenti a migliaia dei giudici che non marciano. Il controllo dell’università e dell’insegnamento, anche qui con licenziamenti a migliaia. L’arresto di giornalisti e la chiusura di giornali senza imputazioni e senza colpa. La vittoria alle residenziali con due milioni e mezzo di schede fasulle. L’annullamento del voto a Istanbul perché ha vinto un oppositore. Ma non si dice. È solo questione di logge? Il suo islam paga di più?

Salario minimo per i riders ma non per colf e badanti. Perché sono immigrati? Per fare un favore alle famiglie di lavoratori che li utilizzano? Per avere il voto dei lavoratori, anche quando sono datori di lavoro? Per non saper che dire?

Wanda Icardi ch vampirizza il marito, un marito scelto per questo, perché più sostanzioso del primo, Maxi Lopez, suscita scandalo solo ora, per la nudità. Scandalo? Insomma curiosità. È normale, scontato, che la donna vampirizzi l’uomo, per la sua piccola carriera da show girl, sui social e in tv. Il femminismo è rapace in Italia al punto da essere scontato.

Wanda vampirizza Icardi non per interesse – guadagnerebbe di più col marito ottimo centravanti invece che cagnetto fedele – ma per esibizionismo. L’epoca, che si vuole economicistica, accumulativa, è invece dissipatoria, sprecona – digitale fa rima con prodigale, di tempo, energia, attenzione, dignità, intelligenza, e quant’altro.

Pino Sarcina commosso evoca sul “Corriere della sera” il first husband della Casa Bianca, il Primo  Marito. Di un candidato presidente che si ritiene già eletto, trentenne e gay. Ma non ci spiega come si fanno i ruoli nella coppia gay.

Si vuole, in omaggio all’ideologia lgbt, eliminare il padre e la madre dei bambini a scuola, per il neutro genitore uno, genitore due. Non sono la stessa cosa? Si vuole solo svilire (rendere insignificante) il linguaggio, uno-due è un’invenzione piatta.
Si vuole invece marito e moglie anche per la coppia omosessuale, per la coppia maschile e per quella femminile. Di chiaro c’è solo l’odio per chi non è lgbt: un’acquisizione di diritti a spese degli altri.

Paura
Di parlare di tacere
Di arrivare, di partire
Di essere giovani,
Di essere vecchi
Di lavorare oppure no
Di dormire o non dormire
E di mangiare, anche bene,
Del futuro, del passato
Di vivere, di morire
Leggi si fanno per darsi
la buona morte

Non c’era un operaio il Primo Maggio a san Giovanni a Roma, al concertone offerto dai sindacati, dieci ore di canzonette. Nemmeno un lavoratore da mezze maniche. O forse c’era, ma indistinguibile. Come i segretari dei sindacati, per fortuna brevi. Il Primo Maggio è giusto una data simbolica. 

Juventus, 44 infortuni in sette mesi, con 170 partite saltate. Infortuni quindi seri, da 4-6 partite. In 120 casi le partite sono state saltate per lesioni muscolari. Gli infortuni sono occorsi quasi tutti in allenamento. Da quando si fanno alla Continassa, il nuovo centro sportivo del club torinese. Umidissimo. Ma questo non si dice - la colpa è dell’allenatore, dei preparatori eccetera, il business è sacro.

Per trenta mesi consecutivi, ventisei dei quali sotto la presidenza Trump, salari e occupazione in aumento negli Stati Uniti. Sotto la presidenza più odiata di tutti i tempi – odiata dai media, non evidentemente dai beneficiari. C’è una sindrome depressiva nei media americani (angloamericani, la ricetta è la stessa)? A che scopo? Dice: per vendere più copie. Salvo celebrare i Reagan, Thatcher, Nixon, in morte.

Si immortala M.Thatcher, la leader politica forse più odiata del suo tempo. I media anglosassoni, così celebrati per la loro obiettività, sono invece solo lacrimevoli – esagerati, nell’odio, l’amore, il disprezzo, l’apologia. Per fregare il lettore-elettore?
Il compito, o l’effetto, dei media è di disorientare l’opinione pubblica, non di formarla – di disintegrala.

Gattuso solitario y final


Si rappresenta un Milan tragicomico col viso assorto di Gattuso. Uno che molto ha vinto e si è divertito con la stessa squadra, ma ha pagato tutto e anche di più in questi pochi mesi da allenatore. La proprietà essendo assente, salvo chiedere vittorie subito. Impelagata in debiti e procedimenti fiscali. E la direzione sportiva ancora peggio. Tra giocatori per lo più svogliati, e assenteisti, senza nemmeno orgoglio personale, se non un’etica, una qualsiasi, di squadra.
Ma di questo non ne sappiamo nulla. Solo sappiamo che Gattuso non vince e quindi se ne deve andare – Gattuso, non la squadra. Cioè, non è vero, molto sappiamo.  Ma di cosa pensa Leonardo, che ha sempre fatto male al Milan. E di cosa pensa Maldini, che è simpatico ma non pensa.
Gattuso l’uomo solo al comando, come si dice? Al comando no, solo sì. In una città che, al meglio, lo ignora. Altrove, in qualsiasi ambiente, se ne sarebbe fatto un monumento. Milano ne parla solo per rimproveralo. Come se un parco giocatori che non vuole saperne di giocare, a partire da Higuain, fosse colpa sua.
Naturalmente, stiamo parlando di calcio. Ma forse la spiegazione è che questo non è calcio, è solo business, di scarto.

L'avventura della lettura


Praticante e teorico del romanzo d’intreccio, in saggi e memorie, Stevenson è uno degli scrittori che sempre si ristampano, anche ora che come scrittore d’avventure non è più in domanda: da critico letterario quale era nato alla scrittura. Ha qui anche una “Chiacchierata sul romanzo” ancora utile, malgrado le tantissime chiacchiere successive. E ricordi di giovinezza, i familiari,  gli amici, i cani, Dumas. Uomo aperto per natura alla serendipity, di ogni occorrenza facendo lieta scoperta, anche se con riserva critica.
Una folta scelta di saggi letterari è stata collazionata e pubblicata da Almansi con Sellerio nel 1987 – a cent’anni da questo “Memorie e ritratti – col titolo “L’isola del romanzo”. Una raccolta di testi  robusti, su Whitman, V. Hugo (il “romance”), Poe. Altri saggi, estesi, non tradotti, Stevenson ha pubblicato su Robert Burns, Thoreau, Villon, Yoshida-Torajiro,Charles d’Orléans, John Knox et al.. Questa raccolta, messa assieme dallo stesso Stevenson nel 1887, assortisce la passione critica con memorie e impressioni di cose e persone.
Stevenson è uno stakhanovista delle lettere – “Il sentimento fondamentale nella scrittura di Robert Louis Stevenson è l’entusiasmo”, era l’attacco di Almansi. Gli piace raccontare, e spiegarsi-spiegare l’arte del racconto. Allo stesso modo. Non proprio come “L’isola del tesoro” ma quasi: anche i saggi e i ricordi sono “d’intreccio”, come i racconti.
Si ripubblica l’edizione Bompiani 1947, curata da Arnaldo Frateili e tradotta da Flaminia Cecchi – con al copertina, allora, di De Pisis.
Robert Louis Stevenson, Memorie e ritratti, Elliot, pp. 156 € 17,50

mercoledì 8 maggio 2019

Il mondo com'è (374)

astolfo

Bas bleu – Furono inglesi all’inizio – Blue Stockings - la cosa e la voga: un movimento di acculturazione femminile, separato dal mondo maschile, con una coscienza forte di genere. Che le donne in società voleva sottrarre all’“inutilità”, al pettegolezzo e al gioco delle carte. Riservato a Londra alla nobiltà, seppure magnanima e anzi filantropica – il temine nasce dalla disponibilità ad accettare un libraio-editore povero con le calze blu quotidiane invece che con quelle nere d’ordinanza in società, che il libraio non poteva permettersi. Sancito in un lungo poema già nel 1768 da Hannah Moore, naturalmente in inglese ma col titolo Bas-bleu: “Long was Society o’er-run\ by Whist, that desolating Hun…”. Circoli analoghi erano subito sorti nella Parigi dei Lumi pre-rivoluzionaria, riverberando il fenomeno come bas-bleu anche a Londra.  

Gadget – Botto di tirature del “Corriere della sera” col regalo di “Socrate”, un libro ben sceneggiato sulla vita e il pensiero del filosofo, martedì 30 aprile. La tiratura è stata di 351 mila copie, molto a di sopra degli altri martedì, che viaggiano sulle 270 mila copie. Dopo una prima operazione libro-gratuito, con “Norimberga”, altro libro ben scritto, sul processo ai criminali nazisti, il venerdì di un mese prima, il 29 marzo. Per il quale la tiratura era stata anch’essa accresciuta ma non di molto, dalle 286 mila copie di crociera per quel giorno della settimana a 320 mila.
Il libro gratuito piace. Ma senza effetti sulle tirature-vendite dei giorni successivi, che rimangono attestate sui livelli pre-regalo. Il regalo si giustifica con una maggiore raccolta pubblicitaria, o una più cara per il giorno dell’accresciuta tiratura. Altro beneficio non c’è: il libro è un costo, e non porta lettori.
Più in generale la trasformazione dell’edicola in libreria e negozio di oggettistica si conferma aver contribuito al calo delle vendite dei giornali: non ha fermato l’emorragia e forse la ha alimentata. La diversificazione opera commercialmente nel senso di attirare più pubblico, che poi qualcosa comprerà. Ma lo spazio dell’edicola è ristretto, non consente il curiosare. Mentre i troppi libri e altri gadget, in regalo o in promozione, non consentono nessuna forma di attenzione ai giornali. Che peraltro sono praticamente invisibili.

Interesse – Si faticò a lungo, dalla ripresa dell’economia nel Duecento fino al Cinquecento, a trovare una giustificazione” al prestito a interesse. Che si lasciava agli ebrei ma, in teoria, non si giustificava tra cristiani. Si cominciò con i poveri, con i monti di Pietà. Dove non si paga un interesse, ma sì col maggior valore del riscatto rispetto al prestito su pegno. Presto peraltro i Monti di Pietà furono sottratti agli Zoccolanti, che li gestivano a titolo gratuito, e organizzati per battere con la concorrenza i “banchieri strozzini” - leggi gli ebrei, che erano di fatto i banchieri dei poveri. Cominciò Firenze a fine Quattrocento, e l’esempio venne presto imitato.
Senza però risolvere il problema dell’interesse. Varie teorie fiorirono, ma ancora nel primo Cinquecento si sosteneva che, poiché l’usura esiste, imposta dagli ebrei, il principe cristia­no, quando tratta di queste cose, non è soggetto a peccato, es­sendo anzi egli stesso, nei suoi doveri di protettore dei propri sudditi, un patiens, una vittima. Un martire. Questo era il parere dei domenicani di Brescia, gente di dottrina.

Papa - Il papa è un maschio dell'Europa centrale. Paolo IV Carafa, 1555-1559, fu l’ultimo papa meridionale della Chiesa - l’unico dell’evo moderno. Anche prima l’influsso del Sud nella Chiesa è stato limitato, appena tre papi napole­tani sul finire del Trecento, se si eccettuano evidentemente i fondatori.
Ma anche il Nord non va meglio. La Polonia devota ha atteso a lungo prima di arrivare a San Pietro. Gli apostolici britannici possono vantare un solo papa, Adriano IV - se non si con­sidera Giovanni VIII, il papa femmina, di cui Cesare Baronio e i gesuiti contestarono perfino l’esistenza, fino al punto di far distruggere i documenti che la riguardavano..

Bruno Rizzi – Dimenticato nel dopoguerra, anzi cancellato da Togliatti e il Pci, benché sia vissuto fino al 1977, è stato un militante comunista che prima della guerra, emigrato politico a Parigi, teorizzò il sovietismo come burocrazia, come regime burocratico. Senza pregiudizio ideologico: in quanto organizzazione , di vaste aree e grandi popolazioni, a fini produttivistici.
Già nel 1937 pubblicava, a Milano, “Dove va l’Urss?”. Nel 1939, emigrato a Parigi, fece la sintesi delle sue riflessioni in “La burocratizzazione del mondo”, pubblicato in francese. Preliminare al concetto di totalitarismo sviluppato nel 1951 da Hannah Arendt in “Le origini del totalitarismo” - al terzo libro dell’opera, “Totalitarismo”, che la filosofa connette alle masse senza classi, all’affollamento-isolamento di tutti e ciascuno nella massa informe. Preliminare anche alla “Rivoluzione manageriale” di James Burnham nel primo dopoguerra, che invece avrà ampia fortuna e farà testo. Burnham era stato lettore e estimatore di Rizzi, così come Orwell. Trockista come Rizzi prima della guerra, Burnham diverrà un forte conservatore dopo la guerra. Rizzi invece sarà animatore di vari gruppi e di riviste in ambito marxista-leninista..
Un’organizzazione non capitalista né socialista Rizzi rilevava nell’Urss: un regime che definiva di collettivismo burocratico. Un terzo “sistema”, creato e dominato da una gerarchia, una burocrazia di vertice, come è nella natura delle burocrazie. Il “regime” sovietico Rizzi estendeva, quasi copia conforme, ai fascismi allora dominanti in Europa. E di cui riscontrava tracce solide anche nel dirigismo di Roosevelt, delle politiche di rilancio dopo il crac del 1929-1933, al Sud degli Stati Uniti e in tutta l’economia.  

Totalitarismo – Viene con la fake news  e la parcellizzazione. È l’assunto di Hanna Arendt nel terzo libro, “Totalitarismo”, delle sue “Origini del totalitarismo”. Viene con la disinformazione, allora propaganda, e con l’eliminazione di tutte le strutture sociali e politiche intermedie. Con lo sradicamento dell’individuo, e la sua collocazione nella massa informe.

Tribù – Ineliminabili le dice Gertrude Bell, che ne ebbe conoscenza diretta e approfondita, per molti anni ai primi del Novecento, nel deserto arabico e siriano, fino all’odierno Iraq. Per una ragione semplice, per rappresentare il paese non urbanizzato, non cittadino: “Il grosso dei membri delle tribù, i pastori, gli abitanti delle aree paludose, coltivatori di riso, orzo e datteri dell’Eufrate e del Tigri, la cui esperienza dell’arte del governo è confinata alle voci e alle condotte dei vicini della porta accanto, potrebbe con difficoltà essere richiesto di decidere il prossimo capo del paese, e con quale costituzione”.
Ma “non è solo giusto in sé che le tribù siano rappresentate, è anche essenziale per la  salvezza del governo nazionale che le tribù siano associate ad esso”. Hanno contro tutti “nei circoli nazionalisti avanzati”: La gente di città e i proprietari terrieri, che odiano e temono le tribù (come le tribù odiano e temono la gente di città), non gradiranno affatto che esse guadagnino uno status politico”. Succede anche oggi, dovunque la tribù siano gruppi sociali influenti, se non fatti istituzionali riconosciuti, in Iraq, Siria, la penisola arabica e la Libia come in molta Africa, a partire dalla Nigeria. 
L’analisi G. Bell concludeva con una nota pragmatica: conveniva al governo di Londra accettare una rappresentanza politica delle tribù, anche per sottrarle all’influenza dei gruppi arabi nazionalisti. Degli intellettuali arabi: “È l’intellighentsia urbana che vuole una rappresentanza politica delle tribù, ed essa è l’ossatura del partito nazionalista”, avvertiva il governo britannico. Di fatto, da ultimo, è l’intellighentsia politica sia in Iraq che in Siria che ha portato ai disastri degli ultimi venti anni, per avere voluto un modello urbano e occidentale, e un uomo un voto.

astolfo@antiit.eu

I ribaltoni rilanciano il calcio

Perché si è seguito con tanto piacere il formidabile Liverpool-Barcellona di ieri? Perché i cronisti, Marianella e Ambrosini, hanno seguito allegri anche loro il match, senza le riserve e gli equilibri politicanti dei cronisti Rai – tra juventini e anti-juventini, Messi e Ronaldo, Allegri e non si sa chi (Conte?). Perché era una cronaca non puntata su Messi – il quale è un bellissimo atleta e per niente antipatico, non come i suoi adulatori ex professo della Rai, ma come sempre negli appuntamenti decisivi diserta. Perché la partita la vincono Wijnaldum e Origi, due subentranti, due che insieme in due anni di Champions avevano fatto un solo gol. Perché la decide con le due reti centrali Wijnaldum, un terzino, e quello che all’andata aveva propiziato la sconfitta. Della serie gli ultimi saranno i primi – c’è sempre una possibilità. Perché Klopp, l’allenatore semplice (“una difesa forte, e un po’ di brio in attacco”), ha sopperito agli infortuni, prima e durante la gara, con cambi decisivi dalle seconde file.  
Tutto calcio, insomma: i ribaltoni aiutano lo sport. Che sarà pure scienza, ma decisiva è la performance dell’atleta - degli atleti negli sport di squadra. Tanto più le sorprese aiutano il calcio, ormai sterilizzato nei soliti schemi prendere palla-perdere palla-rubare palla, che tutte le squadre praticano, in tutti i tornei.
Ma influisce pure sull’entusiasmo, nel subcosncio, la certezza che dei due telecronisti il professor Aldo Grasso non chiederà il licenziamento in tronco per troppa enfasi, come ha fatto per Caressa e Bergomi in altro match altrettanto strepitoso. E perché no? Perché l’altro match era Juventus-Atletico Madrid, e al professore, torinista, rugava la cronaca entusiasta. Seppure di un match entusiasmante. A opera di un romanista e del simbolo dell’Inter. Un professore che “chiede la testa” di un giornalista - dire che una partita della Juventus e di Ronaldo è eccezionale è un delitto? – è comunque un disturbo, nello sport di più.
Anche lo spettacolo dei tifosi ha contato, due ore di tensione, secondo per secondo: una folla che si diverte dall’inizio alla fine. Si diverte a tifare, non a dare le pagelle col bilancino a ogni passaggio. Un altro mondo? Eppure ha votato la Brexit, non è alieno.

L’eredità è sanguinaria di miss Blandish

Una pazza evade dal manicomio, di notte, mentre infuria un uragano,  dopo aver artigliato l’infermiera. È anche un’ereditiera, che però entrerà in possesso dell’eredità solo uscendo dallo status giuridico di folle, con quattordici giorni di libertà cioè fuori dal manicomio. Una giovane bella e problematica, che però non sa di essere matta e ereditiera. Esca a molte cacce, dello sceriffo, di un giornalista, di profittatori, di rapitori e killer.
Il sangue di Carol, il sangue marcio, non è in realtà dell’“orchidea” ma di Slim Grisson, il folle sanguinario che l’Orchidea ha rapito e torturato a morte nel classico “Niente orchidee per Miss Blandish”. - in un ammazzamento seriale, al modo che sarà poi dei film di Peckinpah. Nel 1948, dieci anni dopo “Niente orchidee”, e in contemporanea col film che ne fu tratto, questo è il seguito a sorpresa: miss Blandish ha avuto una figlia nella lunga cattività, dal suo carceriere. Sangue buono, e marcio insieme, scorrerà anche qui, in quantità. Con una differenza: il sangue marcio di Grisson questa volta è messo al servizio del bene. Del bene si dice per dire, della vendetta: per “fare giustizia” dei brutti, sporchi e cattivi.
Tutto falso, molto, in forma di western, alla Leone, e di “giallo all’americana”, di Scerbanenco, con le pistole fumanti dei gangster anni 1930. Non l’hardboiled che vuole l’editore, non alla Chandler, nemmeno alla Hammett, il genere è horror-azione. Ma si corre anche, molto, nella lettura. S’immagina perfino come va a finire, ma questo non dissuade.

James Hadley-Chase, Il sangue dell’orchidea, Polillo, remainders, pp.280 € 7,45


martedì 7 maggio 2019

All'auto elettrica manca il necessario - mille miliardi

Le case automobilistiche annunciano investimenti “colossali” nell’auto elettrica. Con relativa corsa in Cina, come se la fabbricazione fosse il problema principale, mentre non necessita di investimenti, essendo ridotta alla potenza e alla durata delle batterie. Gli investimenti sono invece infrastrutturali, e nei mercati maggiori, euro-americani. Di questi non si vede l’inizio e nemmeno il progetto.
Per i lunghi viaggi, su percorsi stradali extraurbani e autostradali, bisognerà prima costituire una rete di ricariche elettriche di una certa potenza. Ma l’impianto di colonnine a ricarica veloce imporrebbe di ridisegnare tutta la rete di distribuzione elettrica.
Una stazione di ricarica con dieci colonnine a ricarica veloce, quindi impegnando 4,5 megawatt, equivale all’illuminazione e agli usi elettrici di una comunità di 1.500 abitanti, di ceto medio – di un paese. La reti locali sono quindi da ridisegnare, per i picchi di potenza assorbibili dalle stazioni di ricarica. Quindi con la stagionalità. Il rischio black-out è comunque ineliminabile nei giorni e le stagioni di picco.
Un investimento di circa 1.000 miliardi di dollari sarà necessario per infrastutturare l’auto elettrica, nei mercati euro-americani. Circa 360 miliardi sono stati calcolati per la rete di colonnine di ricarica. Più 300 miliardi, costo minimo, per adeguare la rete elettrica. In aggiunta ai 300-350 miliardi di dollari di spesa già pianificati dalle case automobilistiche per i prossimi 5-10 anni..
Toyota ha realizzato una geniale promozione pubblicitaria dotando alcune centrali di taxi del suo ibrido a prezzi di favore. Una testimonianza visibilissima di quanto è bello il motore elettrico. Ma le reti di taxi hanno garage attrezzati per la ricarica dei mezzi fuori servizio – otto ore su ventiquattro. Il privato, tre su quattro, non ha dove effettuare la ricarica, e comunque, se ha il garage, deve dedicarci ore.
La colonnina di ricarica elettrica, installata lungo le strade o in grandi garage, prende un’ora e mezzo per una ricarica di 50 km, cinque ore e mezzo per una ricarica completa. Il costo di installazione delle colonnine è elevato, 5-6 mila euro.
Colonnine di ricarica più veloci sono tecnicamente disponibili, ma vogliono un investimento molto più elevato: con una potenza d a 50 kW, che ricarica 5 km al minuto (dieci minuti per 50 km di autonomia) l’investimento è di 50 mila dollari. Per una da 100 kW, che dimezza i tempi di ricarica, il costo è di 200 mila dollari.
Il rendimento della trazione elettrica è limitato dalle tariffe in vigore per il kWh.
In alternativa alla colonnine veloci, e a costi di ricarica concorrenziali col motore a scoppio, a benzina o a gasolio, la ricarica si puo’ effettuare con una presa di corrente, in garage o in abitazione: alla potenza di 1,5 kW il tempo di ricarica di una Ford Focus elettrica, per una autonomia di 185 km., è di trenta ore.

L'amore di Nietzsche calpestato

Un Nietzsche hater, poco meno che femminicida. Una Lou allumeuse, capricciosissima. Fino a brigare un posto alla prima del “Parsifal” a Bayreuth, dove non capisce nulla e non le interessa nulla, ma non è il posto che Nietzsche più odia, che lo ha allontanato da Wagner? Non è la sola noncuranza: “Da quali stelle siamo caduti qui uno di fronte allaltra?”, la frase famosa che Nietzsche pronuncia a San Pietro dopo averci trovato, arrivando in fretta da Messina, la bionda promessa Lou Salomé in discussione filosofica, al fresco, con Paul Rée, bello e amabilissimo, appollaiato su un  inginocchiatoio, suona alla fine “di quali stelle siamo le schegge, i relitti”.
Lou Salomé fu l’egeria di Nietzsche e la musa di Rilke, oltre che del dimenticato Paul Rée, nonché un’ammiratrice critica apprezzata di Freud, dicono gli annali. Niente male. Ma di Nietzsche no, questo si sa altrimenti: non le piaceva, troppo agitato e arruffato, lei di venti anni lui di trentotto, e non fece nulla per adescarlo - Nietzsche fece tutto da solo, due proposte di matrimonio, istituzione che Lou aborriva, e a freddo (non è nemmeno vero che Nietzsche fosse innamorato, se si legge la corrispondenza). Fu anche d’ingegno, indubbiamente, per reggere tali confronti, e per qualche suo scritto, anche su Nietzsche. Ma era una bella donna, che amò innamorare mezza Europa, tra Roma, dove debuttò, in vacanza di studio da San Pietroburgo e dalla prima affaire inconclusa, a Berlino, Bayreuth, Monaco, Vienna, Parigi. 
Non è qui il luogo per occuparsi di Lou Salomé. Ma i due anni di trepidazioni e di convivenze sono conclusi da Nietzsche con un susseguirsi amarissimo di vituperi, rimproveri, invettive, ritrovato tra le sue carte: una delusione che lascerà molte brutte tracce.
La vicenda, che i biografi minimizzano, quelli di Nietzsche e quelli di Lou, emerge netta e brutta tra le righe di questa raccolta. Sono lettere e appunti di Nietzsche e di Lou. In originale, ritradotti. Più, nell’introduzione e in due serie di succosissime note, molte altre lettere e ritratti di personaggi legati a Nietzsche e Lou nella stessa vicenda: Rée in primo luogo, “Peter Gast”, Malwida von Meysenburg, Pfeiffer, il curatore degli appunti autobiografici di Lou, e altri.
Con tecnica frammentaria - un’introduzione, piena a sua volta di lettere e seguita da lunghe note, la corrispondenza, anch’essa assortita da lunghe note, e un’appendice con i veleni di Nietzsche - e costruzioni curiosamente asintattiche, Elena Pastorino ci costruisce un romanzo. Non uno storione, anzi un’opera di fine filologia, ma drammatica. Attorno alla Triade o Triangolo, il progetto di convivenza con Rée e Lou che Nietzsche ideò a accarezzo per tutto il 1882. Sicuramente per poter stare vicino a Lou, che lo aveva rifiutato a Roma e al lago d’Orta. Nella speranza di riattivare l’intimità negata per il tramite di Rée, con cui invece Lou aveva un rapporto libero, essendone innamorata, e anche intimo - Nietzsche non ha inventato il Triangolo, si è intromesso in un progetto di convivenza, senza matrimonio, che Lou Salomé e Paul Rée avevano da tempo.
Una speranza senza fondamento. E le ingenerosità di Nietzsche confermano la giustezza delle riserve di Lou Salomé. “Se io ho sofferto molto”, Nietzsche si scrive alla fine, “ tutto questo per me non è niente di fronte alla domanda: se lei ritrova se stessa, cara Lou, oppure no.
“Non mi ero mai circondato di p(ersone) come Lei
Incolta – ma brillante
Ricca nello sfruttare ciò che sa
Senza gusto, ma naïf in questa mancanza…. “, più un altro centinaio di invettive analoghe, in lettere non spedite.
Friedrich Nietzsche-Lou Andreas-Salomé, Da quali stelle siamo caduti?, il melangolo, pp. 239 € 10

lunedì 6 maggio 2019

Letture - 383

letterautore


Biblioteche – Dibdin ne inquadra il (non) funzionamento trent’anni fa, in “Nido di topi”, pp. 263-4 - la biblioteca è la Comunale di Perugia. Per entrare alla biblioteca bisogna essere registrati. La biblioteca è “piena di addetti”,  ma alla sala periodici, al secondo piano, c’è solo una bibliotecaria, che fa la maglia. “Riempia il modulo di richiesta”, risponde senza alzare il capo. Ma non si vedono moduli in giro. Finché “uno degli altri frequentatori” spiega all’intruso che si trovano nel corridoio del piano superiore. “E la collocazione”, chiede la bibliotecaria quando l’intruso ritorna con i moduli. “Non so che collocazione abbiano”. “La guardi”. “Non lo può fare lei?” “Riempire i moduli non è il mio compito. Deve guardare nello schedario”. Lo schedario è nel sottosuolo, spiega il frequentatore benevolo. Ci vogliono venti muniti per localizzare la sezione relativa ai periodici da consultare. I quali hanno collocazione diversa per ogni mese. Quindi vanno riempiti sei moduli diversi. E tornare al terzo piano e ricopiare nome, indirizzo, professione e motivo della richiesta per altre sei volte. Quando al richiesta è pronta, la bibliotecaria bietta: “Non si possono presentare più di tre moduli alla volta”.
Sembra una caricatura, ma è il funzionamento di una biblioteca. Lo è ancora di molte biblioteche -, a parte la calza, che nessuno sa più fare, nemmeno quella.

Generazioni – “Nel Quattrocento, in Italia, si verificò un fenomeno ancora oggi in parte inspiegabile: un’esplosione di genialità. Leonardo il più grande”, Adriano Monti Buzzetti Colella, “FocusStoria”: “Un ruolo chiave ebbe la peste del scolo prima: dimezzò la popolazione, favorendo il rinnovamento generazionale”. E ora, col governo di trentenni in carica?

Giornale – Era altra cosa un secolo fa: “Un giornale è quel pane dello spirito, ancora caldo e umido, della stampa recente e della nebbia del mattino in cui viene distribuito, sin dall’aurora, pane miracoloso, moltiplicabile,  che è insieme uno e diecimila e rimane lo sesso per ciascuno pur penetrando insieme, innumerabile, in tutte le case”, M. Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”, ed Einaudi vol IV, p.183. Prosaico, ma ben detto.

Manzoni – Si apprezza, lo apprezzava Gadda per esempio, quale personaggio (conversazioni, corrispondenza, saggi, amici, rapporto con la madre, non rapporto cn le figlie, tiepido patriottismo, bizzarrie, humour, la fissa con l’italiano, paesano-cosmopolita, nobile contadino, mai la via di mezzo dell’italiano medio in fieri, il parlato, lo scritto e il vissuto….) non manzoniano. O allora, nel romanzo, delle sole storie convincenti, “vere”: lo spagnolismo a Milano, la monaca, la colonna infame. Non quello del romanzo, o degli inni, o delle tragedie. È scrittore “distante”, poeta-narratore dell’esterno.

Messina – Nietzsche a Messina, dove arrivò stremato dal mal di mare, sbarcato in barella da un mercantile a vela di cui era il solo passeggero, proveniente da Genova, doveva passarci la vita o almeno un anno, ma resistette solo pochi giorni, tre settimane esatte, dal 30 marzo al 21 aprile 1982. Bastanti per comporre “Gli idilli di Messina”, ma non di più. Se ne allontanò avvilito dallo scirocco – qualche settimana dopo, l’8 maggio, da Locarno scriverà a Rée: “Ancora scirocco intorno a me, il mio grande amico, anche in senso metaforico; ma alla fine penso sempre: senza lo scirocco sarei a Messina”? Ardeva di raggiungere a Roma Lou Salomé, dopo averla sfuggita – “con questo passo ha turbato soprattutto la giovane russa, stupita e addolorata”, gli scrive l’amico Paul Rée a Messina? E perché non per il fallito incontro con Wagner, una possibile riappacificazione “casuale”, nel segno del destino?
Pochi mesi prima della morte, nell’inverno 1881-1882, Wagner aveva risieduto a Palermo, con Cosima e le figlie, mentre componeva il “Parsifal” - una cui prima stesura avrebbe debuttato a Bayreuth in estate. Finito il soggiorno, passò da Messina, negli stessi giorni in cui c’era Nietzsche. Arrivò l’11 aprile, preceduto da un annuncio sulla “Gazzetta di Messina”. Ci passò due notti. Passeggiò per la città, visitando il Duomo. Mentre Cosima e le figlie visitavano il monastero di san Gregorio per il polittico di Antonello – secondo Paul Rée “la seconda figlia (Blandine?) si sarebbe fidanzata con un conte siciliano”.. Che faceva Nietzsche in quei giorni, nell’albergo in piazza Duomo dove era sceso, dove sicuramente ci sarà stata eccitazione per la visita del compositore molto illustre. Non si sa. Ma dieci giorni dopo lasciò la “città del destino”.
Curioso è anche che la guida alla Sicilia del console tedesco a Messina, August Scheneegans, che onorò Wagner al passaggio, faccia posto, luogo per luogo, alle citazioni o altre forme di interesse di autori tedeschi, e per Messina si limiti a citare Goethe (“Nausicaa” nel “Viaggio in Italia”) e Schiller (“La sposa di Messina”), ma non l’autore degli “Idilli”, che pure era stato in città nel suo consolato. Messina non era la città del destino, Nietzsche stesso lo confessa alla partenza. Scrivendo a Gast ai primi di marzo lo spiega: Nausicaa mi attira, “un idillio con le danze e tutto lo splendore meridionale di quelli che vivono al mare”, ma “alla fine del mese vado alla fine del mondo: se lei sapesse dov’è!”.

Plagio - Il fascino della poesia è nell’eco, attesta Petrarca nel “Viaggio in Terrasanta”: “Noi sappiamo molte cose che in nessun luogo abbiamo vedute e ignoriamo molte cose che abbiamo vedute”.
Sommerso a lungo dal concetto giuridico di plagio (il manzonia­no “uno, il quale compera biancheria usata, leva il segno del­l’antico padrone e ci mette il suo”), in coincidenza con l’affer­marsi del copyright (altrettanto materiale che l’economia del­l’usato), e da quello romantico dell’originalità dell’artista, il cri­terio del giovane senese torna nella critica. La scuola etnografi­ca ha fatto emergere i “prestiti immemorabili” di A.N. Veselovskij: “Se in diversi ambiti incontriamo una formula con l’i­dentica, casuale, consequenzialità logica, del tipo v (a-w1, v2) etc., questa somiglianza non può assolutamente essere sostitui­ta da un’analogia dei processi chimici: se di quelle v ce ne saran­no 12, secondo il calcolo di Jacobs (“Folklore”, III, 76), la proba­bilità che si tratti di una struttura autonoma sarà di 1.479.001.599, e noi avremo tutto il diritto di parlare di un prestito”. Claude Lévi-Strauss concorda, confrontato dopo una vita di importanti scoperte da insulse ripetizioni: “Il prestito potrebbe significare che esiste una mitologia universale”. Soc­corre anche la teoria dei cicli: le opinioni, secondo Thomas Browne, “si reincarnano dopo certe rivoluzioni”.
Possibilità infinite apre l’irriverente Sklovski, “Teoria della pro­sa”: “L’opera d’arte viene percepita sullo sfondo e per mezzo dell’associazione mentale con altre opere d’arte. Non soltanto la parodia, ma ogni opera d’arte in genere è costruita in parallelo o in contraddizione a un qualche modello”. Intravvedendo forse questi sviluppi, Daniello Bartoli, specialista doppio, in quanto retore e gesuita, si apprestava a porre il “ladroneccio” nell’Abc dello scrittore: “La prima maniera di rubar con lode è di imitar con giudizio”. Bartoli si confortava con il cavalier Marino, il quale, pur lamentando con il famoso poeta bolognese Claudio Achillini “certe arpiette dall’ugne uncinate”, difende l’uso degli scritti altrui: “Le cose belle son poche e tutti gl’in­telletti acuti corrono dietro alla traccia del meglio, onde non è meraviglia se talora s’abbattono nel medesimo”. Ma Erasmo l’aveva già messo in chiaro: “Noi restauriamo cose antiche, non produciamo cose nuove”, riportando la cultura al restauro, o al­la restaurazione — se non alla ristorazione, commercio di com­mestibili, che tanto deve all’arte del saper dire. Si può anche sostenere che non facciamo che citarci reciprocamente. E per capire ci vuole gusto. Senza contare, diceva Borges, che per ri­fare “Don Chisciotte” bisognerebbe riscriverlo parola per parola. E ancora. Wittgenstein prende una scorciatoia: “Non cito fon­ti perché mi è indifferente se già altri, prima di me, ha pensato ciò che io ho pensato”.

letterautore@antiit.eu

Appalti, fisco, abusi (152)

Molti i falsi nel business verde. Questa una seconda lista - la prima un anno fa,

La fattura digitale, o l’ambiente ridicolizzato dalle utilities. Che per le loro, incontrollabili, inaffidabili fatture vogliono il pagamento immediato, cash, su iban, e per questo perorano la causa dell’ambiente: “Risparmia sulla fattura cartacea”, “L’ambiente ti sarà grato”. Un foglio di carta. Che si può fabbricare con gli stracci.
Piove (piove molto, piove poco, non piove mai giusto) sabbia. Si dice è la Libia, è lo scirocco, mentre sono le polveri della circolazione e dei gas combusti. Su ogni centro urbano di erge un fungo nerastro di polveri e fumi tossici.
Si beve l’acqua solo “minerale”, in bottiglie di plastica, a dozzine.
Una certa igiene del corpo vuole un consumo abnorme di acqua.
È la stessa igiene per cui si moltiplicano i lavaggi: corpo, abbigliamento, stoviglie, pavimenti, macchine, attrezzi. Con abbondanza di detersivi.
Il riscaldamento da ottobre a maggio. Il raffreddazmento da maggio a settembre.
Le secondo case, col raddoppio di emissioni per riscaldamento e aria condizionata.
Il prof. Ponti, quello della perizia sulla Lione-Torino, secondo il quale lo Stato ci rimette 4,3 miliardi: 3 dai pedaggi autostradali che verrebbe a perdere per la minore circolazione dei tir, e 1,3 per le minori accise sui minori consumi di gasolio da parte dei tir. Una perizia pagata dal contribuente ma commissionata dal partito ecologista 5 Stelle.

Come fu cancellata l’Italia da Corfù

La professione di stima e fede greca con cui apre questo “Supplizio”, un’arringa in difesa di un esule italiano a Corfù condannato a morte e giustiziato per una rissa, non è bastata a Tommaseo: la sua arringa fu giudicata molto polemicamente da corfioti pure italianisti. Ikonomu cita Niccoò Beltrami Manessi, che avviò la polemica e la mantenne viva a lungo, con toni vilenti, uno che si era formato a Padova e Pavia, e scriveva in italano, e Andrea Mustoxidi. I suoi migliori amici nell’isola, si può dire, presero posizione contro la difesa di Ricci, questo il nome dell’esule giustiziato. Mustoxidi, un intellettuale, poi ministro della Cultura, aveva collaborato a molte imprese di italianistica, dalla traduzione montiana dell’“Iliade” alle raccolte di canti popolari dello stesso Tommaseo. Manessi e Mustoxidi, scrivendo in italiano su giornali con la testate ancora in italiano, accusarono Tommaseo di avere denigrato la grecità Il grecofilo Tommaseo dovette difendersi.
La sua di fatto è un’arringa contro la pena di morte. Di cui rileva l’incongruità nel caso specifico. Di una rissa insorta per gli appellativi di “frocio”, oltre che di “cane italiano”, che il greco morto per una coltellata e i suoi compagni avevano rivolto a Ricci e a un altro italiano. Con la non premeditazione. In stato di ebbrezza. Ma, probabilmente, serviva una condanna di quel tipo per dire al volgo che Corfù non era più “italiana” ma greca, per recidere i legami semrpe forti tra le isole Jonie e l’Italia. I dalmati, Tommaseo era dalmata, Ricci pure, erano destinati a brutta fine.
L’edizone Ivsla è a cura e con note di Fabio Danielon. Con uno saggio di Tzortis Ikonomou. Iknomou è anche autore di una saggio, per l’Accademia Roveretana degli Agati, sulle fortune (e sfortune) di Tommaso nella letteratura greca, da greco d’elezione, collettore dei canti popolari, con cinque anni di esilio a Corfù, dove anche si sposò: Niccolò Tommaseo dichiarò in più luoghi dei suoi scritti il proprio affetto verso la nazione e la cultura greca, scrivendo pagine di rara bellezza sulla storia, su scrittori antichi e moderni e sulla lingua, pagine
che furono molto apprezzate dai lettori greci e in Grecia anche a volte ripubblicate . Dimostra sempre una conoscenza profonda della storia, della lingua e dei costumi di quel paese, soprattutto nella raccolta dei «Canti popolari»…
Il nazionalismo, ineliminabile, ha parecchie colpe.
Niccolò Tommaseo, Il supplizio di un italiano in Corfù, Ibis, remainders, pp. 93 € 2,75
Id., Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti, remainders amazon, pp- XI+ 353 € 12,50

domenica 5 maggio 2019

Il totalitarismo è social


“I soggetti ideali del dominio totalitario non sono il nazista convinto o il comunista convinto, ma quelli per cui la distinzione tra il fatto e la finzione (cioè la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè i modi del pensiero) non esistono più” – Hannah Arendt, “Le Origini del totalitarismo”, 1951, parte 3. “Totalitarismo”, cap. 13, § 3.
Il totalitarismo “si basa sull’isolamento, sull’esperienza di non appartenere affatto al mondo, che è tra le esperienze più radicali e disperate dell’uomo” – id.
Pensato e scritto in rapporto al terrorismo, al cap. ultimo del trattato sul totalitarismo, “Ideologia e terrore”, non si social – ancora non esistevano, ma Arendt anticipava “The Circle”, il mondo totalmente trasparente, e perciò indifeso. La dittatura moderna, post-Hitler, post-Stalin, è blanda: convincente sempre, ma con la vaselina e non l’olio di ricino. 
Attraverso i media, H.Arendt argomentava nello stesso luogo, i totalitarismi “possono diffondere la loro propaganda in forme più miti, più rispettabili, finché l’intera atmosfera è impregnata di elementi totalitari che sono difficilmente riconoscibili come tali, anzi sembrano essere reazioni o opinioni politiche normali”.