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sabato 3 marzo 2012

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (119)

Giuseppe Leuzzi

Lega: è il fenomeno che crea il fatto? O lo chiarisce?
Milano ora se ne vergogna, dopo essersene fatta scudo, ma è la stessa Milano di prima.

In una Bustina di Minerva sull’“Espresso” quindici anni fa, poi raccolta in volume, Umberto Eco immagina un piccolo Muhamad Ibn Esposito a colloquio nel 2090 con la madre, che gli fa un po’ della storia abolita a scuola: “Diventata indipendente ottant’anni fa, la Padania per un poco ha tentato di vendere le Fiat agli svedesi, il riso ai cinesi e il Barbera in Borgogna, ma si è tagliata fuori dal mercato del Sud (tranne le importazioni di Beretta in Sicilia), ed è caduta sotto il controllo del Canton Ticino”.

L’ultima grande opera unitaria, l’Autostrada del Sole, si è fermata a Napoli. “Il tratto Roma-Napoli fece discutere”, ha ricordato Peppino Turani su “Repubblica” nelle celebrazioni del cinquantenario: “«È inutile, non c’è traffico», si disse”. Nel 1960, nel pieno della “battaglia meridionalistica”.
Un tratto che, a tre corsie, è sempre affollato, tutti i giorni, a tutte le ore.
La Napoli-Reggio Calabria che l’ha prolungata è oggetto da cinquant’anni di vituperio: è troppo stretta, è troppo larga, è troppo lunga, costa troppo, non costa niente.

Sabato 25 febbraio si giocano tre partite, di cui due di cartello, Milan-Juventus in A e Pescara-Reggina in B. Su Pescara-Reggina il “Corriere della sera” domenica non ha nemmeno una riga.
Anche la Rai, nelle sue tante trasmissioni sportive della domenica, non ne dice niente. Tutta la B è per la Rai Brescia-Torino. Col Brescia che ha meno punti di Pescara e di Reggina.

Storia del Sud
Il Sud contemporaneo è quello che Montanelli, Biagi, Bocca, Stella e Bobbio gli hanno detto di essere. Non statisti o filosofi ma giornalisti – il Bobbio del Sud è solo (pessimo) giornalista. Il Sud cioè non è: lagnoso, mafioso, incapace, inerte, e cerca un posto. Non ce n’è altro, la stessa politica vi è succube, che si adatta al cliché. Succede anche a chi, al Sud, ha fatto e fa tutt’altra vita, di trovarsene sommerso.
Il Sud della Repubblica è giornalistico – non ha più consistenza di una qualsiasi escort.

Il presidente Ciampi prima e poi Napolitano hanno restaurato, benemeriti e ascoltati, in giro per l’Italia il concetto di patria, per difendere l’unità. In realtà non è la patria che ci manca, c’è un orgoglio italiano: è la Repubblica. Il concetto cioè che siamo in democrazia, senza classi, nomenclature, privilegi, feudi, imperi, che le leggi non s’infrangono impunemente e non si aggirano, e che a ciascuno viene dato secondo i suoi meriti e i suoi bisogni. L’Italia è un paese “profondamente democratico” nel senso piccolo-borghese ma non repubblicano, dell’invidia sociale e del radicalismo cioè ma non del dovere compiuto, è del resto il privilegio è sempre esibito – oggi perfino sottacendolo (l’understatement è la virtù del momento). Le sacche sono robustissime del “privilegio democratico” nell’apparato repressivo – la giustizia, la polizia – e nell’opinione pubblica. Per una sommatoria che il Sud alimenta. Indifeso, incapace anche.

Napoli
Il più acclamato allo stadio, per Napoli-Chelsea, è Lapo Elkann.

A Napoli “capita di aspettare un anno per avere un mandato d’arresto”, lamenta con Cazzullo sul “Corriere della sera” il commissario capo Gentile a Scampia: “Per filmare gli spacciatori ci vuole tempo, poi devi rivolgerti al pm, che deve avere l’autorizzazione del gip”. Un anno?.

Ci si aggira con Dickens. In città e fuori, nelle periferie metropolitane di Giugliano, di Marcianise. La stessa operosità febbrile, nascosta, violenta, e s’individuano dietro le mura cresciute a caso, di sghembo, nell’incuria quando non nella sporcizia, le stesse storie impresentabili, di inquietudini, soprusi, ricatti.

Robert Byron trovò a Cipro nel 1933 quattro o cinque grandi civiltà, tutte deliziosamente rappresentate da resti architettonici o archeologici ma ignorate o trascurate. C’era invece una Torre di Otello, “un’invenzione assurda dell’occupazione inglese”, che tutti conoscevano. La napoletanità (anema e core, Piedigrotta, Spaccanapoli, Forcella) è la Torre di Otello di Napoli: un’invenzione della tradizione ottocentesca post-unitaria, un pasticcio e forse un imbroglio.
Col quale poi Napoli trova comodo aggredire l’Italia e il resto del mondo.

L’immondizia di Napoli mandata a Rotterdam indigna lo storico Galli della Loggia (“Napoli e le schifezze mandate in crociera”, in “Style”, marzo 2012), per gli eccessi “auto-celebrativi” del sindaco De Magistris, che se ne vanta come di “un risultato straordinario” e “un fatto storico”, invece di impegnarsi su una soluzione del problema, “cioè sul come smaltirla in loco, come accade più o meno in tutti i posti civili del mondo”. Lo storico non dice che De Magistris anche per questo è plebiscitato a Napoli, per i suoi estri, ancorché costosi.

L’immondizia di Napoli va a Rotterdam per essere bruciata in un termovalorizzatore. Cosa che per la Napoli virtuosa – verde, ecologica, ambientalistica - “non s’ha da fa’”.

I delinquenti sono a Napoli delinquenti. Rapidi, freddi, ignoranti, violenti. Non poveri, non drogati, non camorristi – non necessariamente. Ammazzano e sono ammazzati.
Anche a Roma: molti napoletani sono ora a Roma.

Sempre Robert Byron, “La via per Oxiana”, p. 56, trovava nel Medio Oriente: “Da queste parti il turista è ancora un’anomalia. Se uno viene per affari dev’essere ricco. Se uno ci viene senza motivo d’affari dev’essere ricchissimo”. Un turista è “una variante parassitica della specie umana, che sta per essere munta”.
Criminalità organizzata? No, criminalità. Una criminalità organizzata non farebbe grandi investimenti nell’accoglienza, alberghi e ristoranti, per poi cacciare il turista.

Il rione Sanità di Eduardo era al tempo di Leopardi il rione Stella. Era famoso per la sua aria salubre, e fu per questo ribattezzato.

leuzzi@antiit.eu

Malerba minerale

Il romanzo dei fossili. Malerba sarà stato uno scrittore minerale, non solo in questo romanzo quasi specialistico. Delle cose inanimate anche se ben viventi, anzi espresse in forma umana. Non è una desertificazione, la sua è una scrittura realista, che recepisce e non inventa – si può dire la forma leggibile della scuola dello sguardo d’oltralpe. Non ha mostri ma esseri che si lasciano fare, che stanno nella vita e nella storia come i sassi stanno all’aria e nel fango, senza motivazioni e senza mutazioni, tanto sono lente e insensibili quelle epocali. Esistenze vegetali, si direbbe in termini comuni, ma senza più linfa, fuori dal processo clorofilliano, disidratati. Fossili.
Con cento inutili (“compilative”) pagine dopo le prime centocinquanta, ma tiene ancora dopo vent’anni.
Luigi Malerba, Le pietre volanti

venerdì 2 marzo 2012

Patrizia poetica parodia della poesia

“Sa sedurre la carne la parola”, dopo trent’anni sempre fresca! Divertentissima parodia della poesia. Delle tematiche (amore, morte), gli artifici (rime, assonanze, richiami), le scuole (petrarchesca e anti, marinesca, perfino manzoniana). Con una grazia che allevia le rime pesanti, le sdrucciole in –ami, le –oppa e –appa. E tuttavia depone per una grandissima (macinatissima) cultura poetica, oltre che per una personalità piacevole – lo smontaggio è fine a se stesso, non porta a grandi esiti e anzi li blocca.
Patrizia Valduga, Medicamenta e altri medicamenta

Dateci i libelli, il razzismo è meglio “vederlo”

Un’arringa in favore della pubblicazione di “Bagatelle”, l’opera razzista, la prima e la meno scomposta, di Céline nel 1937. Contro il paradosso: “I lettori di Céline devono accontentarsi della proibizione di leggere “Bagatelles”. Obbligatorio commentarlo, però”. Ma non paradossale. De Benedetti, studioso di Girard e della fenomenologia e simbologia del “capro espiatorio”, vuole “svelare” il razzismo. Snidarlo. Nelle sue tante radici: illuministe, secolarizzate, scientiste - Céline, se ha una formazione, è da medico. Il razzismo è più radicale (miserabile, superomista) col darwinismo - eh sì. Storico anche: si annida nelle dottrine dei primati nazionali innestate sulle “differenze” di Gobineau, un altro che, come Céline, finisce per preferire agli uomini gli animali. Con un curioso refuso a p. 39, dove l’avvocato e biografo di Céline Gibault è compitato Bidault, il capo del governo della Francia nata dalla Resistenza che sarà - ipernazionalista e per questo nemico di De Gaulle - proscritto dal Generale, e fonderà il Front National ora dei Le Pen. Sapere bisogna. Anche perché, se la letteratura può non essere innocente, “«Bagatelles» (non) ha costituito il reagente chimico di una soluzione già pronta?”
La diffusione di questi testi, d’altra parte, come “Mein Kampf” e altri libri proibiti, argomenta pratico De Benedetti, si fa ugualmente, attraverso edizioni sottobanco e ora siti online anch’essi proibiti ma non controllabili: tanto vale poterli conoscere e far conoscere per quello che sono. È come giocare a poker, si direbbe, senza poter vedere i bluff, anche se certi. Céline De Benedetti dice giustamente ben più pericoloso (attuale, credibile), per la sua capacità fabulatoria se non argomentativa, più di tutti quindi deve essere letto e valutato con attenzione. Altro argomento, semplice e non peregrino, del filosofo: proibendo i libelli di Céline lo si accula all’antisemitismo.
Una nota di Giancarlo Pontiggia, che da traduttore ha dotato Céline di una perfetta reincarnazione in italiano, una sorta di miracolo, vuole lo scrittore pericoloso, se lo è, non per l’astio anticomunista e antisemita dei pamphlet ma “per il voluto attacco che muove alla cultura umanistica”. Che ne fa la modernità, “anzi il punto di svolta verso la piena modernità novecentesca, che si esprime – com’è noto – nella rinuncia a un pensiero strutturato”. Un Céline anche molto Kristeva, “I poteri dell’orrore” – l’evisceramento da cui aborriva. E filosofico, di solidissima genealogia: con Céline qui “danziamo, sotto quel cielo crollato (Nietzsche); come vorremmo danzare (Heidegger); ecco come davvero danziamo (Céline)…”. Se non che Céline potrà essere tutto ma non anti-umanista.
Céline finisce anti-umanista dichiarato per essere impreparato ad affrontare la realtà, che è sempre anti-umana: è un “buon uomo”, uno incapace di una sola cattiva azione, anche minima, che la guerra ha sconvolto, e sconvolge dopo gli anni felici della “scrittura”. Perché lui l’ha vissuta dal di dentro. E perché la guerra si riapprossima inesorabile, ogni avvertimento o contrasto è inefficace e ridicolo. Anti-umanista per formazione anche, intrappolata nell’autodidattismo – fino al commaraggio da portiera, da signora mia, così pieno di verità sempre assolute (di cui De Benedetti trova qui tracce evidenti nella recensione di Mounier su “Esprit”, una delle prime, che sottolineò puntigliosamente le fonti di una trentina di passi: due opuscoli “dello stesso genere di quelli che si vendono all’uscita dei metrò, con le liste degli ultimi numeri del Lotto e le illustrazioni pornografiche”, e “Israele, il suo passato, il suo avvenire” di H. de Vries Heekelingen, antisemita blando del filone “gli ebrei in Israele” – subito tradotto all’epoca in Italia, oltre che in Francia, e in Italia sempre ripreso nel dopoguerra dall’editoria neo fascista).
Riccardo De Benedetti, Céline e il caso delle “Bagatelle”, Medusa, pp. 167 € 14

giovedì 1 marzo 2012

Letture - 88

letterautore

Céline – Non c’è in Bataille, “La letteratura e il male”. Non perché ignoto. Bataille anzi nel 1933, recensendo il “Viaggio” su “La critica sociale”, ne centrava l’anarchia: “La coscienza della miseria non è più esteriore e aristocratica, ma vissuta”.

Céline è la guerra. E la guerra è Céline. Malaparte anche, con lui la guerra è più storica, più vera, e Jünger, che ne sa la prospettiva e l’ideologia. Ma al meglio, per le coscienze, i sentimenti, la guerra è Céline.
Lo stile e l’esperienza storica di Céline non vengono dall’irrazionalismo filosofico (mentale, costruito). Non dalla violenza quotidiana (cronaca nera, urbanesimo), non da un disagio personale (psichico). Vengono dalla guerra, un urto sconvolgente che ingloba tutto. La grande guerra ha segnato molta letteratura. Ma due autori “dal di dentro”, diventandone linguaggio. Jünger dapprima, in una ricomposizione tecnica dell’evento, sgomenta, con un linguaggio quindi preciso e freddo, da cronista che si estranea. E Céline in una deflagrazione costante, mai rimessa o remissiva, alimentata dall’invalidità.
L’analogo non c’è nella seconda guerra. La memorialistica, tarda, dell’Olocausto si esprime ancora in termini pre-grande guerra, e non rende conto del carnaio ma dell’atroce surrealtà del reale, nel “Diario di Anna Frank”, in “Se questo è un uomo” e “La tregua”. Né c’è un “Guerra e pace” di Stalingrado, della guerra lampo, delle occupazioni di interi paesi, dei bombardamenti nella guerra totale – Vonnegut è un esercizio letterario poco convinto, forse sdegnato. C’è, di nuovo, Céline con la “Trilogia”.

Diario - È una semina. Dei sentimenti come degli eventi, compresi quelli più “oggettivamente” dolorosi, tragici, la morte, la disgrazia, eccetera. Il diario è una coltura, una semina. Più trepida che a regola d’arte: si semina di tutto, sperando che attecchisca. R. Barthes mostra in “Dove lei non è”, il diario-volutamente-occasionale (frammentario ma ordinato) del lutto per la madre morta un’elaborazione del lutto “subita per essere coltivata”: si coltiva il lutto per estrarne letteratura.

Natura – È sopravvissuta in Italia nel solo Pasolini. Non c’è altrimenti nel secondo Novecento. Non negli scrittori urbani (metropolitani), Gadda, Arbasino o i napoletani, nemmeno in Calvino o Sciascia, che pure vivevano ambienti naturali impositivi. Nei siciliani, D’Arrigo, Consolo, Bonaviri, Camilleri “serio”, è barocchizzata, artefatta. Né c’è nel primo Novecento, in Montale, Ungaretti, Saba, D’Annunzio – la poesia sarà stata il miglio esito della letteratura italiana del primo Novecento. Nasce e finisce in Pascoli. Anche altrove non fa grande presenza, eccetto in Francia in Giono e, a tratti, in Céline. E naturalmente nel primo Novecento americano fino ai beatnik, di Steinbeck, Hemingway, Faulkner, sul forte impulso di Thoreau e Whitman.
L’ecologia è recente, appiccicata – da seconde case in campagna, da buco dell’ozono. È solo Pasolini, il poeta più politico, a segnarla. A segnarne il degrado, passo dopo passo. Al punto da rendere incomprensibili le sue narrazioni di prima di “Ragazzi di vita”: dove infine le rogge sono l’ambiente naturale, le acque sporche, stagnanti, delle periferie sporche, puzzolenti, che l’avvolgeranno nella morte, nell’immagine pervasiva della fine. La sua natura è quella dell’articolo delle lucciole (“Il vuoto del potere in Italia”), “gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti”. Trascurata anche dai cultori del poeta, troppo ardua da ricostruire.

Spia - È tema di molte narrazioni, da “Kim” ai “gialli” di Graham Green e Le Carré, che sé stessi hanno voluto accreditare come spie. È un ruolo che piace agli intellettuali, benché implichi una degradazione morale, comunque si viva il ruolo. E del resto anche nel mondo della cultura ha avuto i suoi aspetti sordidi. Gor’kij, che resterà probabilmente il massimo narratore russo del Novecento, è quello che più viene in causa, per l’impegno costante ma confuso in politica, a metà sempre di qualcosa. A partire dai rapporti con Parvus, ai primi del secolo, al quale diede da gestire i suoi ingenti diritti d’autore in America a beneficio della causa socialista.
Molte spie ha avuto l’Inghilterra nella guerra fredda a favore dell’Urss nell’intellighentsia universitaria e pubblicistica. Per l’eccentricità britannica, si sottintende, spinta al paradosso di preferire una realtà che si disprezza, se non al tradimento a suo favore. Wittgenstein Le Carrè sospetta essere stato “il quinto uomo”, con gli altri traditori accademici, Philby, MacLean, Burgess e Blunt: studiò il russo con impegno e viaggiò senza scopo nell’Urss, dove progettò di stabilirsi invece che a Cambridge. Oppenheimer e Einstein li spiava il G-2, il controspionaggio dell’esercito Usa. Che non spiò Fuchs, il fisico che era vera spia. Klaus Fuchs fu spia per fede. Pure Philby è un vero compagno, suo padre era invece vera spia: concorrente di Lawrence, scoprì senza guerra in Arabia il petrolio e la ramificata tribù d’Ibn Seud.
E perché il quinto uomo non sarebbe Sraffa? L’amico di Gramsci che ne fu il benefattore in carcere fino alla morte, di libri e beni di conforto, e il controllore: a lui Tatiana Schucht mandava le lettere di Gramsci dal carcere, o gliele riassumeva, perché lui da Cambridge le trasmettesse a Mosca. Sraffa che dopo la guerra non volle avere rapporti con il Pci, e non rientrò anzi in Italia.
E le donne? “È un capitolo della storia culturale europea, quello della russa emigrata, spesso israelita”, nota Federico Zeri. Sposa, amante, amica, madre dello sposo, l’angelo custode russo, di solito più ricco d’anni, è figura centrale delle lettere e le arti in Europa all’Ovest nel Novecento, eterea divoratrice. Formidabile coppia sono in Italia la sorelle Schucht, la moglie Julca e la cognata Tatiana, che a Gramsci si legano nell’esilio casuale a Mosca – dove Gramsci era in visita all’avvento del fascismo. Tatiana, una di cui Gramsci si fidava tanto da darle per iscritto, per esteso, tutto quanto e più di quanto gli veniva di confidarle durante le viste familiari. Formidabile coppia nella cultura di mezza Europa le sorelle Lilja e Elsa Kagan, falco la grande delle conquiste della minore. Per sé Elsa dovrà cercarsene una lontana, dapprima André Triolet, nome poetico e musicale, un dandy che la portava in vacanza a Tahiti, e ai trentacinque anni Aragon implume, di cui sostenne il comunismo “puro e duro”, fino alla delazione. Nobile destino dare vita ai poeti. Nobile famiglia di mercanti e musicisti, i Kagan. Una casa piccola per le due sorelle adulte, ma con due pianoforti, e una mamma dall’orecchio assoluto. Elsa, bella e più brava, a scuola d’architettura e in casa, insofferente ai bolscevichi (“come si può essere comunisti? la rivoluzione è terribile”), ha amato i poeti, Majakovskij, Sklovskij, Jakobson, dev’essere stata dura, Ehrenburg, Duchamp, A-ragon. Una bella a trazione Fiat: “Il fascino principale di una buona macchina”, Sklovskij scrisse a Elsa a Parigi, in una lettera non spedita di “Zoo”, “è il carattere della sua trazione, il carattere del crescere della sua forza. Una sensazione simile al crescere della voce. Molto piacevolmente cresce la voce-trazione della Fiat: premi il pedale del gas, e la macchina ti porta con entusiasmo” - le auto italiane erano reputate a Parigi dopo la Grande Guerra, scriveva il corrispondente Alvaro, “le migliori del mondo”. Anche Sklovskij, che ha vissuto a Mosca riverito, non sapeva se era bianco o rosso.
Majakovskij, prima di finire in un suicidio controverso, fu libero di viaggiare fuori dall’Urss grazie a Lilja, l’amore che si negava, agli ottimi rapporti di Lilja e suo marito Osip Brik con la Čekà, la polizia segreta. Di entrambi Tsevateva sostenne: “Il suicidio non esiste, esistono solo gli assassini”. A vent’anni il poeta s’era imbattuto in Lilja, sotto forma della più giovane sorella Elsa che lo innamorò. Lilja, già di ventisette anni, se ne impadronì e ne terrà strette le briglie con Osip. Nelle relazioni maschili, con le spie Agranov e El’bert, che lo controllavano, e in quelle femminili. Quando nel 1928 Elizaveta Zilbert, in arte Elly Jones, da New York decise di recarsi a Parigi e rimettersi con Majakovskij, Lilja l’anticipò, promuovendo l’affascinante Tat’jana Jakovleva, un’emigrata. Quando l’anno dopo il poeta ingenuo s’apprestava a proporre le nozze a Tat’jana, Lilja fulminea scambiò le parti: Tat’jana andò sposa a un visconte du Plessix, mentre una Veronica Polonskaja si rese disponibile, benché sposata.

Traduzione - È l’unica vera ricerca, e formazione alla ricerca, argomenta Dario Antiseri sul “Corriere della sera” il 24 febbraio, che si effettua a scuola. Per esempio nei licei scientifici, dove i “problemi”, algebrici, geometrici, chimici, etc, sono in realtà esercizi: “Per cui si dà che non di rado nei nostri licei scientifici l’unica vera attività di ricerca sia consistita, e forse talvolta consista ancora, nella versione di latino”.

letterautore@antiit.eu

Il giubileo

Uscendo in piazza della Maddalena a Roma all’una per lo yoghurt gelato, il caffè e i quattro passi, nel Duemila s’incontravano ventuno postulatori. In una passeggiata di mezzo chilometro, dieci minuti in tutto, il tempo di una sigaretta: dalla Maddalena all’Argentina sono un paio di centinaia di metri, dall’Argentina alla Maddalena altrettanti. Per prima la ragazza minuta con due cristi baffuti, e una montagna di cani anch’essi voluminosi, in digestione o stanchi, che chiedono spicci col bicchiere, come a Washington – punkabbestia? non hanno anelli al naso. All’angolo col Pantheon, passando davanti a “Nazzareno”, la zingara giovane col bambino in braccio addormentato. Si tiene all’ombra del “Sole”, l’albergo più antico. Al lato di fronte della piazza, sulla destra guardando il Pantheon, Umberto D., uguale per età e compostezza, però donna. Un ragazzo vuole una sigaretta uscendo da Pascucci, lo specialista dei frullati. All’uscita da Feltrinelli quieto il venditore di “Terre di mezzo”, dignitoso. Che prende i suoi soldi e dà il resto. Davanti alla libreria un banchetto contro il buco nell’ozono, o quello che è: bisogna, firmando, fare un’offerta. Anche tre ragazzi col gilet verde e la scritta Greenpeace vogliono una firma e un obolo. Tra l’edicola e il teatro Argentina staziona la matrona africana, o americana nera, che si dichiara felice e si parla. Leggermente avanti rispetto alla ragazza fragile bionda che sta in ginocchio con le braccia a v, la testa leggermente girata, a imitazione dei quadri di pietà. Il madonnaro è in fase cupa, avrà una caduta degli zuccheri?, accovacciato contro il teatro, era ciarliero, e faceva bei quadri sul marciapiedi che poi cancellava.
Nello spiazzo davanti alla Chiave, al ritorno per San Nicola de’ Cesarini, c’è “il Pazzo”: signoreggiava in piazza Barberini, tanto più gradevole, con la fontana in mezzo, forse ha cambiato domicilio, oppure arriva qui con l’8, il tram di mezza città. Abbigliato di fantasia, canta muto, balla a un suo ritmo, e non chiede niente, ma un piattino l’ha messo. Peripatetico s’incontra l’orfano, “di padre e di madre”, che è un po’ down, e quindi raccoglie, non fosse per l’odore, chi lo accudisce non lo fa lavare, che d’estate abbatte a distanza. Il rumeno professionista del violino sembra suoni per sé, solo nella strada: è un robusto, suona romantico senza smorfie. Davanti alle vetrine delle pianete dorate e dei rosari di madreperla, regali per religiosi, questa stradina ora isola pedonale di sampietrini dorati ne è specialista - anche gli ombrelli sono cari, di solido acciaio, si vede che i religiosi possono spendere. (i sampietrini in realtà sono neri ma la malta è biancastra, piccola geniale idea). Nella piazza della Minerva, sotto l’elefantino, c’è il mimo, in attesa dell’obolo dei clienti del grande albergo che ospitava Stendhal, di fronte all’ex palazzo dell’Inquisizione, ora biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”. Oggi sono tre, benché faccia caldo, è luglio, con trucco pesante e abiti a balze e piegoni – bisogna studiare da mimo per chiedere l’elemosina. Uno strimpellatore stonato all’angolo col Pantheon suona a sprazzi, su un violino sverniciato, incerto forse sulla sua abilità.
Roma è sempre stata una città di chiese e mendicanti, tanto più in un giubileo come quello del millennio. Dodici anni dopo, facendo il giro inverso, da Largo Argentina verso il Pantheon, sempre per una pausa meridiana, s’incontrano gli stessi, o gli analoghi Non c’è più “il Pazzo”, questione d’età? Un latino aziona col pedale una base musicale dal suono di pianola, sulla quale agita due maracas senza effetto. Il mimo è ora invisibile, al muro del grande albergo, e fa ciao con la mano, senza testa – ha gli occhiali, la bombetta e la sciarpa ma non la testa. La zingara giovane è bellissima, e tiene ora una bambina per la mano, bellissima anch’essa, riesce per questo ad attrarre ancora l’occhio della gente ma distratto. Al posto di Umberto D. c’è una signora altrettanto dignitosa che dice a tutti: “Sto morendo di cancro”. Davanti alle casse di Feltrinelli il venditore discreto di “Terre di mezzo” ha lasciato il posto a un barbone coi cartoni, ma seduto, ha uno sgabello, e sembra che abbia un tavolinetto davanti, dev’essere stato un usciere, o un dirigente. Tra l’edicola e il teatro non s’incontra più la ragazza fragile inginocchiata con le braccia a v, ormai da tempo. La matrona c’è sempre, nera, grande e felice (“sono felice, aiutatemi”), solo più giovane. Anche il madonnaro sembra ringiovanito, o ha la pressione ora buona, e sa quello che succede, di Marchionne e la Merkel, allegro, ingrassato. Dappertutto viene incontro l’africano giovane e ben vestito che offre
calzini per poi chiedere in un soffio un euro per mangiare, un caffè, una moneta. Sono anglofoni e francofoni di origine, ma tutti simili: ben vestiti, della stessa corporatura, proporzionata, la taglia media cui siamo assuefatti del giovane europeo, i tratti del viso prosciugati, caucasici benché neri. Apparterranno alla stessa tribù, interstatuale, tra il Ghana e il Togo, o il Burkina Faso, o la Costa d’Avorio, di cui non si riesce a individuare l’etnia - oppure sono scelti da un’organizzazione, con un severo criterio di marketing. Ma bisognerebbe averne la curiosità. Che non c’è più: i postulanti non si contano ora e non si distinguono, si fanno i quattro passi senza guardare nessuno in faccia, aiutati dalla sordità, lieve, quel tanto che basta.

mercoledì 29 febbraio 2012

Manca Andreotti nella foto di Mani Pulite

Cazzullo si meraviglia, introducendo questo secondo volume di “Mani Pulite”, che nel 1992 le tv, “in particolare quelle di Berlusconi, cavalcarono la rivoluzione dei magistrati: Paolo Brosio stazionava giorno e notte sul marciapiedi davanti al palazzo di giustizia, risvegliando gli istinti sadici del suo direttore Emilio Fede; mentre Enrico Mentana, che esordiva proprio nel fatidico 1992, csi confermava pronto ad auscultare i sentimenti popolari, e talvolta a indirizzarli”. Berlusconi è figlio di Mani Pulite, solo Milano può fingere di non saperlo – meno peggiore di qualche suo babbo. Col famoso “telegiornale delle figlie”, tutte giovani e belle bisogna dire, non rifulgevano solo per il nome dei babbi.
Mani Pulite è a Milano lirica e orgasmica. Sono sempre freschi e aitanti i quattro moschettieri in questo volume, pure quelli con la pancetta, “sorpresi” talvolta alla vestizione per la partita, con scarpini, parastinchi e calzettoni, tutto colorato immacolato. È bello pure Borrelli. Il semiologo Omar Calabrese a suo tempo accostava Di Pietro a Quintiliano, e anzi lo avvantaggiava. Giusi Fasano ancora celebra nostalgica “il furore delle piazze”, e il popolo dei fax – che venivano mandati dall’ufficio. Corso Buenos Aires del resto celebrava Natale con le luminarie a Di Pietro – dava pure lo scontrino? La stessa giornalista deve registrare la folla al funerale di Cagliari suicida per protesta. Ma c’era, spiega, “per dire che «è una tragedia umana ma non è colpa dei magistrati»”.
Singolarmente assente nella vicenda Mani Pulite, allora e oggi, la mancata elezione di Andreotti alla presidenza della Repubblica. Andreotti ci ambiva ma non fu candidato dal centro-sinistra. La Dc gli preferì Forlani. Al quale sempre mancò l’ottantina di voti andreottiani. Si parla dei referendum maggioritari, si parla di Chiesa, si parla anche delle presidenziali, ma non si parla di Andreotti, mentre il destino dei partiti di centro-sinistra fu deciso proprio dalla mancata candidatura di Andreotti. Craxi fu colpevole, come i repubblicani, i socialdemocratici e i liberali, per aver assecondato la candidatura Forlani. Fu così che restarono fuori da Mani Pulite il Msi e il Pi, malgrado i loro peccati.
1992-2012 Mani Pulite. L’inchiesta che ha cambiato l’Italia. Le immagini, Corriere della sera, pp. 237 € 9,90

Il romantico italianista che fuggì da Torino

Senza introduzione, senza note, con una biografia confinata alla copertina e fuorviante, nella traduzione datata di Landolfi, e un titolo inerte, Adelphi moltiplica i libri di poesia. Qualcuno scala perfino le classifiche. La poesia va pure in edicola – la collezione del “Corriere della sera” vende mediamente più di quella di Mani Pulite. Tjutčev, il diplomatico che portò in Russia il romanticismo europeo, di Schelling e Heine, si legge in effetti d’un fiato. Parla d’amore e di natura, di luci, foglie, monti, acque, mari, stagioni, e della vecchiaia triste, con la semplicità della grande poesia – o tale la rende Landolfi. E dell’Italia: Venezia, Genova, Roma, “Villa italiana”… Una naturalezza che gratifica l’appassionato. Un bagno di parole giuste - al lettore sembrano spontanee , lo colmano anche per questo. Con l’odierna difficoltà di vivere: “Non la carne, ma l’anima è corrotta\ oggi, e l’uomo si strigge disperato…\ ……..\ E la sua propria perdita conosce\ e fede agogna… eppure non la chiede…”. Heideggeriano un secolo prima: “Può palesarsi il cuore mai?\ Un altro potrà mai capirti?\ Intenderà di che tu vivi?\ Pensiero espresso è già menzogna”. Con la rarità dell’Amore Suicidio (“I gemelli”): “Parentela di sangue è che li unisce”.
Anche la biografia è interessante, di questo russo latinista. Tjutčev fu trascurato in epoca sovietica (con eccezioni: Jurij Lotman lo ha studiato in profondità) come reazionario, mentre non lo fu. Nel 1864 scrisse una rovente “Encyclica”, qui inclusa, contro il papa che proclamava : “È delirio la libera coscienza!”Irrecuperabili erano i suoi temi. Diplomatico, dapprima a Monaco di Baviera, dove si sposò, restò vedovo e si risposò, poi a Torino, preferì anzi lasciare l’incarico per non condividere l’aria plumbea, letteraria e politica, della capitale piemontese. Fu italianista a dispetto di Torino.
Fëdor Tjutčev, Poesie, Adelphi, pp.141, € 10

La Cina è sempre prima e va veloce

Nella produzione industriale mondiale la parte della Cina è poco meno che triplicata nel primo decennio del millennio, e la pone al primo posto tra tutti i paesi industriali. Uno studio della banca Bnp-Paribas ne calcola la quota all’8,3 per cento nel 2000 e al 21,7 nel 2010. Molto superiore a quella degli Stati Uniti, che ancora nel 2000 erano al primo posto: dal 24,8 per cento del 2000 gli Usa sono scesi al 15,6. Il sorpasso è avvenuto in crescita: in tutte le gradi economie la decade ha visto la produzione industriale crescere, malgrado le due crisi, dell’11 settembre e dei mutui non garantiti, ma la Cina è cresciuta di più.
La tendenza continua anche secondo le ultime previsisioni del Fondo Monetario per il 2012, che vedono invece l’Europa in regresso. Nella crescita mondiale, prevista al 3,3 per cento, la Cina manterrà un ruolo trainante. Anche se con una crescita indebolita di un punto rispetto al 2011, l’8,2 invece del 9,2 per cento. Ma il settore manifatturiero crescerà di più, del 9,5 per cento. Gli Usa dovrebbero crescere come nel 2011, dell’1,8 per cento. L’Europa è in recessione, tra lo 0,5 e l’1 per cento. Per la debolezza soprattutto dell’industria, meccanica, elettronica e energia.

Prescrizione proscrizione - Berlusconi 9

La novità non è la condanna, scontata. Ma la modalità come è recepita. Condannare uno attraverso la prescrizione è una novità totale, Milano si conferma la capitale dell’innovazione. A opera della quota rosa, di cui sempre Milano è l’avanguardia: ci sono sempre tre giudici donne contro Berlusconi.
Oppure no.“Troppe prescrizioni per Berlusconi: non saranno un mezzo per condannarlo senza giudicarlo – giudici maliziose?”, notava questo sito qualche tempo fa, non senza malizia. E dunque, se la cosa era stata detta, la novità è relativa. La vera novità, dell’assoluzione con condanna per Berlusconi a Milano, è che la pace giudiziaria che il gentile Napolitano gli aveva fatto balenare, d’accordo con Bazoli, il patrono del governo “tecnico”, si è rivelata presto inconsistente. Non passa giorno ormai che Berlusconi non abbia un nuovo processo – se ne stanno facendo anche due per gli stessi reati, a Milano e Roma, a Milano e Bari. Ora anche per le case, che nessuno sa quante siano, anche lui si confonde. La Consulta lo boccia in continuazione. La Procura di Roma dei nemici Fini (Ferrara) e Bersani (Pignatone) gli sta alle calcagna. E dunque, ecco la novità, Berlusconi infine si prescrive da se stesso, si proscrive: non si candida più a niente.
Ma non ci lascia, non si può dire: purtroppo Milano non ci libera mai di se stessa, anzi lo proscrive per meglio riprendersi la scena. Frou-frou sempre e incostante, la velina dell’Italia centocinquantenaria – una escort si può dire in muratura, di quelle con le gambe strette cui ci ha abituati Berlusconi, che ci distruggono nel mentre che ci distraggono: in sequenza Milano da bere, le modelle, la cocaina, Bossi, Berlusconi, il gossip, lo shopping, Mani Pulite che invece sono sporchissime, il Milan e l’Inter, ora la Bocconi e le banche. Berlusconi non scompare. Si consola col Milan, che in effetti non lo tradisce. E potrebbe ambire comunque a un primato politico se batterà il record di Andreotti – un altro record dopo quello delle vittorie elettorali, nazionali, regionali, comunali che sono ormai un mesto ricordo: quello dei processi. Senza essere condannato beninteso: Andreotti ne subì 41 – o 43.
La verità è che nulla è cambiato, con Berlusconi e senza. Perfino i riti sono, sfrontatamente, gli stessi, ad arguire la Seconda Repubbica sono rimasti solo alcuni giornalisti attardati, e i soliti mestatori, un tempo detti “poteri occulti”. Sostituito Berlusconi con Monti, vecchia procedura, con le solite maggioranze variabili-invariabili, gli inciuci, le pastette, e il solito copione da burla delle ascese e discese dal Quirinale a titolo personale, in delegazione, in massa, e anche se fosse come i suoi nemici vogliono, che l’“era Berlusconi” è finita, in realtà nulla è finito perché nulla era cominciato, nulla di nuovo. La Seconda Repubblica sarà stata nella storia un’invenzione di comodo per alcuni giudici in carriera. C’è ora Monti al governo di decantazione, come c’era Ciampi vent’anni fa, ma non di decontaminazione. I cattivi umori che non hanno mai smesso di insidiare la Repubblica – il governo, le Camere. A opera della stessa politica, dei giornali spazzatura, dei Procuratori gagà, della giustizia da parrucchiere in minigonna, con pettegolezzi e indiscrezioni sapide. Se non è peggio: c’è la disoccupazione. E c’è, in controtendenza col resto del mondo, la recessione. Per la prima volta si può anche dire, per l’Italia – i precedenti, nel 2008-2009, furono dovuti al crack occidentale.
La prescrizione-proscrizione è arrivata nel ventennale (i numeri infausti sono ventennali in Italia?) di Mani Pulite, e questa è tutta la giustizia a Milano. Che Milano esercita sull’Italia nel nome dell’Italia. Lo stesso procedimento negli Usa, per dire, si sarebbe intitolato “the State”, o “the Usa” contro (versus) Berlusconi. Anche in Germania, più o meno la procedura è uguale. Quelli di Milano sono processi di questo o quel Procuratore contro Berlusconi. Non per condannarlo e mandarlo ar gabbio ma per venire loro stessi sul giornale – siamo nel 2012 ma si pensano sempre nel racconto di Gogol’. I giudici giudicanti, che a Milano più spesso sono donne, ci stanno per la figura, è da tempo che non si fa un vero processo a Milano: i sei o sette contro Sofri, tutti decisi prima del dibattimento, questi trenta a passa contro Berlusconi, o i processi (che non si sono fatti) per le ruberie e i fondi neri alla Rizzoli-Corriere della sera, per le intercettazioni Pirelli-Telecom (todos caballeros), per il collocamento Saras, per la vendita della Sme – il vero processo Sme, non quello al solito Berlusconi che la Procura di Milano ha impiantato per occultarlo.
Milano arriva alla condanna attraverso la prescrizione sulla fede di un Procuratore che senz’altro è un uomo onorevole, poiché lo assicura il Csm, una ghenga di veri gentiluomini. Ma se ne andò in vacanza nel 1992, per i due mesi che allora toccavano ai poveri giudici, senza l’interrogatorio di garanzia a un certo Cagliari, che poi si suicidò a San Vittore. Si dice per il caldo asfissiante che a luglio ci soffriva – gli altri detenuti infatti li avevano mandati in vacanza… (la lettera di addio di Cagliari è in lettura su internet, e dice cose diverse, ma si sa che i suicidi sono bugiardi: tra l’altro ci impiegò dieci giorni a suicidarsi, la lettera la scrisse il 10 e si uccise il 20).

martedì 28 febbraio 2012

Ombre - 121

Fino a “Via col vento”, e anche dopo (McCullers, Capote) era la mamie, l’ex schiava che parlava male l’inglese a cui si affidavano i tesori delicati della casa, la cucina e i figli. Per risparmiare, si poteva pensare. Ora, in epoca Obama, continua a essere l’Oscar non protagonista: l’attrice nera si vuole un po’ storta e brutta, e simpatica – anche l’attore nero. Puritano è sempre bello, che si assolve.

S’immagini Monti sabato all’Esselunga, che spinge il carrello, dietro la moglie. Dietro e davanti ad alcuni marcantoni della sicurezza. Che il fotografo diligente taglia. Si sa che è tutto falso, ma non è questo il punto.
È il presidente del consiglio che vuole di sé un’immagine idilliaca? Di una scena che non ha avuto luogo - i Monti sono in età, non fanno la spesa, lui è ingombro d’impegni. È il fotografo che taglia la foto, Monti ne ha uno di fiducia? È l’Ansa che la tarocca? Sono i giornali?

Sono 65 mila le vittime della riforma delle pensioni Monti-Fornero, calcola la Cgil-Inca. Quelli che non hanno più il posto di lavoro e non avranno la pensione. Mentre si sa, è noto, ci sono calcoli, che sono almeno dieci volte tanto. E secondo alcune proiezioni trenta volte tanto, due milioni o poco meno: mettendo nel conto, oltre ai lavoratori “in mobilità” e agli “esodati”, anche chi deve pagare cifre impossibili – e illegali – per ricongiungere nell’Inps versamenti a enti diversi.
La Cgil non sa fare i conti? No, è una (piccola) ruota di scorta.

Sono tutte donne a capo di questa Cgil, e dell’Inca. È un caso?
O è l’epoca. In tanto giornalismo del caso umano e del dolore, non un articolo su milioni di persone (dietro ogni lavoratore c’è spesso una famiglia) che la Fornero lacrimando ha impiccato.

Curiosa manomissione nel secondo volume “Mani Pulite” del “Corriere della sera”. La cronologia tace che l’avviso di reato, poi finito nel nulla, a Berlusconi nel 1994 fu recapitato allo stesso “Corriere” prima che all’imputato. E sposta la comunicazione a martedì 22 novembre. Mentre il giornale glielo “comunicava” domenica 20 – cioè l’aveva avuto sabato 19. Modestia? O è vergogna?

Paolo Mieli, l’allora direttore del “Corriere della sera”, che pure è storico, e l’onesto Buccini non vogliono dire come ebbero segretamente nel 1994 l’avviso di reato che fece cadere il governo Berlusconi. Come l’ebbero prima dell’imputato, con l’impegno a spararlo in prima pagina. Proteggono le fonti, dicono, ma è omertà.
Borrelli non è certo Riina. Ma se fosse peggio? Un colpo di Stato è meno o più di un attentato?

Monti dice che ridurrà le tasse. Per più giorni, a ogni occasione. Dal 2014. Per i redditi minimi. Poi non lo fa: “Non voglio ribaltare le aspettative”, dice il Professore che è in lui. Ma è ugualmente urrah! In compenso, ha “tagliato” i costi di palazzo Chigi di 43 milioni, annunciano “Corriere della sera” e “Repubblica”. Trionfanti, su due pagine.
Dopo aver spiegato che questi “tagli” non si capisce come funzionino. A parte l’annuncio.

Un presidente della Repubblica che “invita” perentoriamente le Camere e non modificare un decreto del governo ancora non s’era visto. Innovazione tecnica? Centralismo democratico?

Il costo del lavoro Fiat negli Usa è del 38 per cento superiore a quello in Italia (in Canada del 44). Ma la Fiat ci convive bene, meglio che in Italia. “Perché”, dice Marchionne a Massimo Mucchetti, “si utilizzano in modo pieno e flessibile gli impianti”. In Italia invece questa è ritenuta pratica antisindacale. A protezione dei lavoratori?

Si vuole l’apertura dei negozi 7-11, se non 24-24, sette giorni a settimana, per favorire la grande distribuzione. Che è più democratica, si dice: abbassa i prezzi. Questo non è vero, la grande distribuzione non abbassa i prezzi, se non della roba inutile, di qualità scadente. Ma sia pure vero: perché, allora, è più democratica una farmacia ogni tremila abitanti?
Questi giornali sono come i supermercati: ci vendono roba inutile, di qualità scadente.

Solo brevi nei giornali milanesi, anche sportivi, sulle dimissioni di Pescante dal Cio, dopo il no di Monti all’Olimpiade a Roma. Ironici, su un evento già remoto. Il centocinquantenario è questo.

Milena Gabanelli spiega diffusamente sul “Corriere della sera” che un consulente del Tribunale nella causa Fiom-Fiat è anche consulente della Fiat. Il consulente nega, e lo scrive al giornale. Gabanelli si appella alla costituzione: “Spero che il professore non intenda ostacolare l’espressione della propria opinione, in quanto diritto di ogni cittadino”.

Tasse d’ogni tipo, consumi tagliati, pensioni ridotte o levate a milioni di persone, e l’articolo 18 svuotato, di ogni contenuto di salvaguardia – non ancora ma lo sarà, è già un bidone vuoto, tutti lo sanno. Ma non una protesta, neppure spontanea.

L’amore che funziona è molesto

Un film sorprendente. Per un autore neo realista: gli ingredienti del racconto di Elena Ferrante sono infatti quelli, povertà, abiezione, intrallazzo, cattiveria, ma montati vigorosamente, per il piacere del racconto. E per un autore italiano: non c’è l’indigeribile autocompiacimento, o vittimismo, che condiva le stracche vicende neo realiste.
Un film che confermava a Cannes, nel 1995, l’abilità narrativa già esposta vent’anni fa in “Morte di un matematico napoletano”, Caccioppoli. Dopodiché Martone è entrato nel cono d’ombra.
Mario Martone, L’amore molesto

lunedì 27 febbraio 2012

Le lucciole svanite nell’odio del mondo

Le lucciole di Pasolini non sono scomparse nella notte. “No”, spiega il filosofo dell’immagine, “le lucciole sono comparse nel’accecante bagliore dei «feroci» riflettori” della contemporaneità. E non sono scomparse in realtà, sono il segno di un disagio. Di cui il filosofo conduce, con sicura pedagogia, a scoprire connotazioni sorprendenti.
Le lucciole non erano ignote al Novecento. Didi-Hubermann ne scova la presenza in tanta letteratura francese, e fin nella letteratura nipponica, nel non tradotto (in italiano) “La tomba delle lucciole” di Akiyuki Nosaka, che le vede scendere dal cielo, “il fuoco che cade goccia a goccia” della bomba A, e nella chimica del Nobel Shimomuro, sopravvissuto a Nagasaki, nella bioluminescenza. La biochimica del “sistema lucciole”, che ci riserva una prima sorpresa: “Mentre in alcune specie animali la bioluminescenza serve ad attirare le prede o a difendersi dal predatore…, nelle lucciole si tratta anzitutto di una parata sessuale”. L’“articolo delle lucciole” di Pasolini sul “Corriere della sera” dell’1 febbraio 1975 s’intitola “Il vuoto del potere in Italia”, e tratta dell’Italia che vive nel fascismo, anzi peggio che nel fascismo, eccetera, in un crescendo d’indignazione che porta lo stesso poeta a interrogarsi su che demone lo ha invaso. Didi-Huberman pone allora il quesito: “Perché Pasolini sbaglia così disperatamente e radicalizza in questo modo la propri disperazione? Perché ha inventato per noi la scomparsa delle lucciole? Perché la sua luce, il suo fulgore di scrittore politico si sono così improvvisamente consumati, spenti, inariditi, annichiliti da sé?” E si risponde: non sono scomparse, distrutte, le lucciole, ma “qualcosa di essenziale nel desiderio di vedere – nel desiderio in generale, e dunque nelle speranze politiche – di Pasolini”. La ricerca il filosofo sottotitola “Una politica delle sopravvivenze”.
Sull’indignazione, la voglia di apocalissi e non specificata palingenesi, che è sembrato soffocare alla fine il poeta, confusi disagi trovano qui luna esauriente spiegazione. Didi-Huberman cita Derrida, una sua critica di trent’anni fa “Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia”: “Ogni escatologia apocalittica si promette in nome della luce, del veggente e della visione, e di una luce della luce, di una luce più luminosa di tutte le luci che essa rende possibili”. Che non è possibile: “Non ci potrebbe essere verità dell’apocalisse che non sia verità della verità”, e anzi “verità della rivelazione piuttosto che verità rivelata”. Anche se ineliminabile, e non colposa: “È ineliminabile perché nessuno può esaurire le sur-determinazioni e le in-determinazioni degli stratagemmi apocalittici. E soprattutto perché il motivo o la motivazione etico-politica di questi stratagemmi non è mai riducibile a qualcosa di semplice”. Meno “assolutorio”, Didi-Huberman contrappone la “situazione oggettiva” di Walter Benjamin, al quale si deve il piccolo messianesimo poi sbocciato in apocalissi, personale e storica, negli anni 1933-1940, a quella di Pasolini a febbraio del 1975 – e successivamente di Agamben, cui dà il testimone del poeta.
Un informato, approfondito, amorevole ritracciamento di Pasolini nei suoi gangli segreti - le lucciole, e lo stesso Pasolini, hanno più attenzione, e forse intelligenza, oltralpe che da noi, Didi-Huberman cita Bataille, Jean-Paul Curnier, il fotografo Denis Roche, l’antropologo Lemonnier. Il fatto è controverso, la scomparsa cioè delle lucciole. Didi-Huberman le vedeva ogni sera, in stagione, nel boschetto dei bambù di Villa Medici al Pincio a Roma, “nel cuore urbano del potere centralizzato”, negli anni dal 1984 al 1986. Ancora nei primi anni 1990 le ha riviste. Poi il boschetto fu tagliato, ma questa è un’altra storia, contemporanea e non. Ciò a cui Didi_Huberman ci introduce, nell’opera di Pasolini e nel Novecento, è la luce intermittente, che segna una sopravvivenza-persistenza: le parole-lucciole, il sogno-lucciola, il sapere-lucciola, il segnale nella notte. Un invito, si direbbe: il balenio, un sorriso.
Didi-Huberman arriva a Pasolini partendo da Dante: le lucciole sono la sola luce che Dante vede all’Inferno, al canto XXVI. L’immagine del villano che la sera dal poggio guarda le lucciole girovagare nella vallata gli serve per dire delle fiammelle che vagano a luce alterna tra i “consiglieri fraudolenti”. A lungo però dimenticate, queste lucciole, lo stesso Botticelli ebbe difficoltà a riprodurle, nell’illustrazione della “Commedia”. Benjamin, che ne parla negli appunti sparsi pubblicati come “Appendice a «Sul concetto di storia»”, dice dell’immagine che balena che “s’appoggia (su) un verso di Dante”, ma non lo cita. In Pasolini Didi-Huberman ritrova le lucciole la prima volta in una lettera del poeta ventenne all’amico Franco Farolfi, in cui descrive una scampagnata notturna fra il 31 gennaio e l’1 febbraio 1941con altri amici, dapprima al casino, nella carne triste, poi in collina, dove una rivelazione avviene: “Una quantità immensa di lucciole”, in “boschetti di fuoco dentro boschetti di cespugli”, gli fa desiderare “comitive di giovani ventenni che ridono con le loro maschie voci innocenti”, incuranti del mondo intorno. “L’1 febbraio 1975, cioè giorno per giorno, o piuttosto notte per notte, trentaquattro anni dopo”, nota Didi-Huberman, le lucciole del poeta sono spente.
La scomparsa delle lucciole è “la scomparsa delle sopravvivenze”, una sorta di fine della storia. Di più, delle “condizioni antropologiche della sopravvivenza”, personale questa, individuale, della speranza: Pasolini ha smarrito “in fine il gioco dialettico dello sguardo e dell’immaginazione”. Che non è gioco naturalmente, è la forza di vivere, la quale, smarrita, non lascia le cose come stanno ma apre una voragine, un’assenza. Sia pure per la “visione apocalittica” che il poeta coltivava. Che in lui non era gioco retorico.
Georges Didi-Huberman, Come le lucciole, Bollati Boringhieri, pp. 100 € 16

Il mondo com'è - 85

astolfo

Freikorp – Una storia dimenticata, la guerra per bande ai confini della Germania dopo la Grande Guerra, nelle aree occupate, che solo si legge in Yourcenar, nel trucido Colpo di grazia. Farà da modello a quella tentata in Italia nel ‘45, mal riuscita malgrado i tanti morti, e in Grecia: il terrore viene con la pace, dopo le crociate, nella belle époque, dopo il Vietnam, e per questo forse la storia è trascurata. Benché consacrata, nel 1975, di una sentenza che fece epoca della Corte federale tedesca. La quale stabilì che i Freikorp, gruppi volontari, impedirono alla Russia bolscevica d’incorporare la Germania. La Corte stabilì pure che l’assassinio di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, i leader socialisti della Novemberrevolution, da parte dei Freikorp fu “un’esecuzione conforme alla legge marziale”.
I Freikorp, benché sicuramente volontari, con gran numero di adolescenti arruolati, erano una formazione paramilitare del disciolto esercito tedesco. Finanziati e anche organizzati da una O.C., Organizzazione Consul, un’entità segreta che poi era il disciolto Stato maggiore. Ne fu l’eroe Albert Leo Schlageter, un giovane tenente attivo dapprima in Slesia e poi, nel 1923, nella Ruhr occupata dalla Francia. Celebrato tra le due guerre da Heidegger e da tutta la cultura tedesca, nonché in morte, nel 1923, dal leader comunista Radek, Schlageter divenne una icona del nazismo, e per questo è rimosso nella storia successiva. Ma impersonava un’anima resistenziale che sarà sempre forte in Germania, soprattutto fra gli adolescenti – fino all’arruolamento del sedicenne G. Grass tra le Ss combattenti a guerra praticamente perduta. Il giovane tenente era bandiera del “bolscevismo nazionale”: nel ‘19 in Slesia disegnò d’allearsi con l’armata a cavallo del generale rosso Budjenni per stritolare la Polonia, “la colonia più solida dell’Occidente”. Schlageter piacerà anche a Giaime Pintor, ventenne.

Giallo – È il genere di racconto prevalente in Italia da una ventina d’anni. Domina i cataloghi degli editori e le preferenze dei lettori. Al punto che ogni altro genere, anche il rosa, vi si deve adattare, deve avere qualche ingrediente del giallo. Questo dopo che per decenni si era teorizzato che la narrativa italiana ne fosse: incapace, insofferente, aliena.
Ma più che un giallo, quello italiano è un noir, una sorta di cronaca nera drammatizzata: non vi è infatti, non vi può essere, la figura del detective risolutore, per capacità razionale, psicologica o pratica. L’ispettore (o la figura analoga, l’avvocato, il giudice, il prete, ora anche la suora e il pensionato sfaccendato) deve sempre tenersi un po’ al di qua della verità, o fare alla fine un passo indietro. La stessa soluzione anzi deve lasciare un retrogusto d’incompleto, di un male imbattibile.
Di fronte a “poteri occulti” che non si spiegano ma si ritengono di comune conoscenza, e non sono in realtà che una forma di reverenzialità verso il potere.
I vent’anni sono quelli della “rivoluzione giudiziaria”. Della Seconda Repubblica. Di Milano.

Informazione – “Il sadismo è la pulsione sociale essenziale. Il Giorno del giudizio ha tutti i tratti dell’odio senza fine. È il Giorno della Collera. Il telegiornale stesso è un Dies irae che gira in tondo su se stesso come un rapace sempiterno all’interno di ogni giorno”. Pascal Guignard, “La nuit sexuelle”, p. 97.

Si vuole gossip: approssimata meglio che fedele, raffazzonata meglio che precisa, o allora perduta nei dettagli per obliterare il senso. Meglio se caduca.
È l’antica vociferazione, “fama”, voce popolare. C’è in Tito Livio, e già in Omero. Esplode col web, ma in Italia con rilevanza sproposita e senza correttivi – tante delle balle che si divulgano impunemente in rete in altri regimi democratici sarebbero sanzionate.
È l’indiscrezione. Sempre strumentale, anche se, ancora in Italia, è opera degli apparati repressivi, ufficiali (più spesso della Guardia di finanza, talvolta dei Carabinieri) e giudici.
È la delazione generalizzata. Non nuova, le lettere anonime e le soffiate ci sono sempre state ovunque, nella Serenissima Venezia come nel remoto Catai. Rinverdita e istituzionalizzata dal pentitismo giudiziario, instaurato contro il terrorismo ed esteso alla lotta alla mafia, il cui nocciolo è: denunciare qualcuno (si veda la differenza, nel terrorismo, con i dissociati, che si pentivano delle loro azioni ma non denunciavano nessuno). Quindi applicato dal Procuratore di Milano Borrelli nel 1992 nell’operazione Mani Pulite: ogni affarista che ne denunciava un altro faceva opinione, e anzi legge.
Per l’informazione onesta resta poco spazio, in effetti.

Nazionalcomunismo – Fu diffuso, anche se mai forte, in Francia e in Germania tra le due guerre. E ha esercitato un fascino diffuso in Italia tra gli intellettuali: da Pound ai tanti giovani, poi comunisti, dei Littoriali della cultura.
In Francia François Antoine, detto “Pierre”, Clementi (nessuna parentela col Pierre Clementi di Buñuel e del “Gattopardo” di Visconti, se non un’ancestralità corsa) fondò nel 1931 un Partito Francese Nazional-Comunista, poi Partito Francese Nazional-Collettivista, rimasto in vita fino al 1944, per tutta l’Occupazione. Drieu La Rochelle, suicida nel 1945 sotto il peso della confusione mentale, amico intimo di gioventù del comunistissimo Aragon, fu fascista dopo essere stato convinto pacifista europeista. Con venature socialiste, avendo aderito nel 1933 al Front Commun antifascista del radicale Gaston Bergery, poi socialista, poi vichysta. E nel 1944 s’immaginerà un nazionalismo staliniano.
In Germania il richiamo ambiguo si fece strada subito dopo la sconfitta del 1918, tra i giovani e giovanissimi terroristi dei Freikorp nella aree occupate, e attraversò tutto il dodicennio nazista, nella stessa amministrazione dello stato. Harro Schulze-Boysen, che nella guerra sarà arrestato e giustiziato a Berlino quale organizzatore e capo di una “Rote Kapelle”, l’Orchestra Rossa, di spie sovietiche, si era arruolato quattordicenne nei Freikorp in Slesia. Perdurava in molti l’equivoco del nazismo che si voleva comunismo, non fosse stato per i “sottouomini mongolici”, gli slavi, che gli avevano rubato l’idea. Nel primo discorso al suo partito, tremila simpatizzanti al circo Krone, ingresso un marco, gratuito per i mutilati, vietato agli ebrei, Hitler si rivolse a “intellettuali e operai”. Il Primo Maggio decretò festa nazionale e il nazismo partito del lavoro. Nella bandiera del Reich volle il rosso, col bianco nazionalista e la svastica “ariana”. Ci furono scioperi a centinaia in Germania ancora nel ‘36 e nel ’37, prima del boom. Ci fu un’ala bolscevica nel partito Nazista, dei fratelli Gregor e Otto Strasser, che Hitler espulse dal partito Nazista perché volevano nazionalizzare l’industria, e alle elezioni del 1930 fondarono un Fronte Nero, l’Unione dei Socialisti Nazionali Rivoluzionari, prima di finire l’uno con tutte le SA e l’altro in esilio. Erano ancora nazionalbolscevichi i tanti gruppi della burocrazia di Stato che nel ‘42 finirono perseguiti come Orchestra Rossa.
Con Schulze-Boysen e la moglie, nipote del principe Eulenburg, furono giustiziati tra i tanti Arvid Harnack e Rudolf von Scheliha. Harnack, economista, il cui nonno aveva innovato la teologia luterana di Fine Secolo, maestro di Karl Barth, negatore dell’Immacolata Concezione, la divinità di Cristo, la resurrezione dei corpi, l’esistenza del demonio, e il cui zio Ernst sarà tra le vittime della furia di Hitler dopo il 20 luglio, fu arrestato poche settimane dopo essere diventato Ober-regierungsrat al ministero dell’Economia, direttore generale. A diciotto anni membro dei Freikorp, e dal ‘37 del partito Nazista, Harnack, creatore con Friedrich Lenz della scuola di economia nazionale, aveva costituito un Gruppo di studio dell’economia sovietica, Arplan, per pianificare il futuro della Germania dopo il nazismo. Dal ‘41 collaborava con la rivista sovversiva Die innere Front e dal ’42 con i servizi segreti sovietici, ai quali spiegò nei dettagli la Soluzione Finale, sulla base delle notizie attinte al ministero degli Esteri da von Scheliha – un diplomatico eroe di guerra a Verdun, attivo nella resistenza cattolica e nella protezione degli ebrei.
Diffusamente, c’è anche da dire, Weimar sentì a destra l’attrattiva del “bonapartismo di sinistra”, il leninismo quale apparve al celebrato antichista Eduard Meyer. Arnolt Bronnen, nato Bronner, nome d’arte A.H.Schelle-Noetzel, scrittore, drammaturgo, amico austriaco di Brecht, diventò l’amico di Goebbels, per finire a guerra perduta sindaco comunista al paesello. “Comunisti” furono nella Germania nazista non solo gli ebrei, anche alcuni nazionalisti. Ernst Niekisch per esempio, quello della Repubblica dei Consigli di Monaco, dopo il ‘45 professore a Berlino Est, antisemita ma antinazista, cui gli Strasser si ispirarono, autore nel 1932 di “Hitler, una disgrazia tedesca”, e poi di libelli che gli valsero l’ergastolo per “alto tradimento letterario” dal Tribunale del popolo, presieduto da un ex comunista, Roland Freisler. Erano nazionalbolscevichi i killer di Rathenau, i due ex ufficiali di Marina Kern e Fischer. “Non possiamo unirci ai comunisti”, disse Kern, “perché la Russia non vuole che essi vincano”. Lenin aveva appena diffuso “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”, contro i comunisti tedeschi. L’analisi di Kern condivise “Rote Fahne”, il giornale della Kpd, il partito Comunista: se solo i capi l‘avessero voluta la rivoluzione era fatta. Il sogno del terrorista, “la vittoria del germanesimo in terra”, era una Germania comunista: “Se esiste una forza che è necessario combattere con ogni mezzo è l’Occidente”.

Roma – Fu rinnovata da Napoleone, che non ci venne mai. In cinque anni, dal 1809 al 1814. Scoprì il Pincio, creò piazza del Popolo e la Passeggiata Archeologica, scavò finalmente il Foro Romano – non un’opera difficile, roba di zappa, pala e carriole. Imbarbarita dai piemontesi, riebbe una qualche dignità di capitale da Mussolini, nell’urbanistica, nei trasporti (la metropolitana, la via del Mare, l’autostrada), nelle scenografie, nel verde pubblico. Quando si amministra da sé bada solo a “grattare” sugli appalti – per i quali niente basta mai: Fiumicino, l’Olimpiade, il Mondiale di calcio, il Giubileo del Millenario, il Mondiale di nuoto.

astolfo@antiit.eu

Caccia all’evasore, a suon di straordinari

Quattrocento agenti del fisco, annunciano i giornali fieri, ieri sera a Napoli hanno setacciato 114 bar. Setacciato per dire che sono stati inflessibili. Anche se i baristi, prevedibilmente, hanno emesso gli scontrini. Tanto più che pagano le tasse in base alla fascia di reddito presunto nella quale sono stati collocati, o si sono potuti collocare. Magari contenti perché possono, come è stato fatto per esempio a Roma, aumentare la tazzina del caffè di dieci centesimi.
Continua così la caccia all’evasore. Che per ora è però solo cara: quattrocento funzionari che lavorano la domenica sera si pagano il triplo, con lo straordinario festivo notturno. Napoli la domenica sera infatti non è un’eccezione. I funzionati ci hanno preso gusto, e vanno a “setacciare” i bar il sabato e la domenica sera, le vigilie, le feste comandate, per via degli straordinari. I giornali fanno il tifo, ma questa modalità di caccia all’evasore potrebbe alla fine risolversi in un aggravio del debito, oltre che per i consumatori. Tanto più che l’evasione non è quella degli scontrini fiscali, che non sono controllabili, il commercio paga in base agli studi di settore.
Il terribilismo fiscale si completa con l’emissione, è stato calcolato, di un decreto ogni cinque giorni da tre mesi a questa parte. Tutti sulle modalità e i termini di pagamento, e non sulla valutazione dei redditi e\o delle aliquote. Mentre l’evasione fiscale, quella vera, delle diecine di miliardi, è un fatto di regole e eccezioni alle regole. Nonché dell’economia in nero, a Napoli e non solo, che si è sempre convenuto, almeno finora, di non far emergere. Tutte cose che Monti sa meglio di ogni altro.

domenica 26 febbraio 2012

Problemi di base - 92

spock

Se Atene non fu Atene (Canfora, “Il mondo di Atene”), com’è che è Atene? Questo sarebbe più interessante.

Un tempo il cane serviva l’uomo, ora l’uomo serve il cane, dov’è la bestia?

Si dice di Darwin che toglie l’uomo dal centro del mondo vivente, ma come potrebbe, se l’uomo è Darwin stesso?

Prima liberi e poi diversi? O liberi per essere diversi? O diversi per essere liberi?

Alla ricerca della morale perduta, molti vi si cimentano: col morale a terra?

Passare l’art. 18 ai giudici, è un caso di follia o di sarcasmo?

Che fine ha fatto Nadia Macrì, è un po’ che non va a letto con qualcuno – o i giudici dormono?

spock@antiit.eu

Libera nos a Milano

Giornali milanesi in imbarazzo per il “non doversi procedere” contro Berlusconi. Dalla stessa fonte - non dichiarata ma si sa che è il Procuratore De Pasquale - il “Sole 24 Ore” arguisce che il Tribunale non ha ritenuto provata l’estraneità di Berlusconi, il “Corriere della sera” l’innocenza. Ma entrambi vogliono dire la stessa cosa: Berlusconi è colpevole. Argomentano anche che Berlusconi è colpevole per essersi dimezzata la prescrizione, da dieci a cinque anni. Evitando così di dire che la prescrizione, anche a cinque anni, è vergognosa. Che De Pasquale ha creato una tale confusione procedurale da meritarsi la bocciatura, se i giudici non avessero l’impunità assicurata - le tre giudici della corte lo hanno rilevato in più occasioni, ma i giornali milanesi riducono i rilievi a gossip. E che questa giustizia è politica, che vede Berlusconi imputato di una trentina di reati, mentre altri evidenti reati a Milano sono trascurati, la Rizzoli-Corriere della sera, il presunto banchiere Pacini Battaglia, la Pirelli-Telecom, la Saras, per restare ai più macroscopici. Per non dire del processo Sme, che per esperienza diretta, testimoniata in più ambiti, non era, non è, quello impiantato a Milano, con colpe evidenti gravi.
E Berlusconi? Sicuramente, essendo stato in affari per cinquant’anni, ha più di un reato sulla coscienza. Ma perché si sono scoperti tutti dopo che ha vinto le elezioni del 1994? Non quelli dirimenti – ne basterebbe uno solo. E la droga? La mafia? Gli attentati? Gli attentati… Non c’è bisogno di leggere Manzoni per capire che è una giustizia che non vuole fare giustizia.

Ma la Rai può permettersi di tutto?

Chi aspetta di vedersi le partite a “Novantesimo minuto” si deve sorbire un’incredibile “napoletanata” a “Sabato Sprint” – raffazzonata, pagliettesca, infamante. Contro la Juventus, contro gli arbitri, e anche contro il Milan. Da parte di un conduttore che poi lamenta lo sforamento, lui dice, degli impegni da parte degli allenatori e dirigenti delle squadre – e intende la Roma, ma per capirlo bisogna parlare il suo linguaggio, che ha avuto evidenti problemi dopo la partita. Mentre sfora di 18 minuti sul suo tempo.
Il conduttore di “Sabato Sprint” dà infine il testimone a un Franco Lauro, che non lamenta lo sforamento e esordisce con “la scandalosa partita”, dice, di San Siro. Sorretto dal “napoletano” di complemento Boniek. Volpi ha avuto difficoltà a ridare senso alla trasmissione. E Baconi non ha potuto dire che il Milan poteva vincere ma non ha mai creato palle-gol, segnando su autorete.
Delle due partite di cartello della B, Pescara-Reggina e Brescia-Torino, Lauro dà poi solo la seconda. Dicendo che tutti gli italiani aspettano il Brescia e il Torino in serie A. Il Brescia che ha meno punti in classifica di Pescara e di Reggina.
Questi paglietti, che sanno solo parlare d’incomprensibili moviole nascondendo maialate, perché dobbiamo pagarli noi? Perché la Rai, che non è fatta per parlare di sport, luogo del più infimo sottogoverno, deve averne l’esclusiva?