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venerdì 16 gennaio 2009

Dopo Di Meo, Marchionne

Anche Marchionne è più spesso oltralpe che a Torino. Dove certo non ha molto da fare, con le fabbriche chiuse. E l‘impossibilità di negoziare una via d’uscita alla crisi col governo, come fanno i suoi omologhi in Europa e in America. Ma alla Fiat si fiutano novità: la posizione di tecnico va stretta all’amministratore delegato, che non lo ha detto a nessuno, non è suo costume, ma è palesemente distaccato. Fa il compitino, ma non trova soluzioni, e non le cerca.
Il malessere non è solo di Marchionne. Altri manager giovani hanno condiviso l’inquietudine di Di Meo, anche se l’uscita di quest’ultimo sembra averli quietati, favorendo il movimento delle carriere. La fuga del delfino designato, di appena quarant’anni, per un futuro incerto in Germania, è solo conferma del disagio del management. Altre avances a Marchionne non si conoscono. Si può immaginare che non saranno nell’auto, poiché lui stesso ha escluso di poter ripetere l’esperienza di Fiat. Ma era un manager finanziario, le opportunità non gli mancheranno. Si sa che aveva una posizione riservata all’Ubs, l’Unione di banche svizzere, che aveva rifiutato. Ma, alla sua maniera diretta e semplice, non è più molto legato a Fiat Auto.
Si può capire. Marchionne ha fatto il miracolo di riportare Fiat Auto sul mercato, con conti eccezionali, e con un’ottima immagine commerciale, e non intende fare ora da perdente. Il distacco di Marchionne sarebbe partito a dicembre, quando una sua quasi ovvia richiesta di intervento pubblico per il mercato dell’auto fu rimandata da Tremonti seccamente a Bruxelles. I contatti politici non sono di competenza sua, ma della presidenza, Montezemolo e Elkann. Il risultato è che la Fiat è isolata, e a Marchionne questo non piace: questo lo avrebbe anche detto, in più occasioni in azienda.

Perché la Fiat non parla al governo

Il crollo della produzione industriale è (quasi) per intero il crollo del mercato dell’automobile. Della componentistica, che lavora per mezza Europa, e di Fiat Auto. Ma il governo non parla con la Fiat. Marchionne ci ha provato, Tremonti ribatte: decideremo con l’Europa. Cioè non faremo niente. L’Europa infatti ha deciso, ognuno per sé. La Germania soprattutto, dove la Opel è stata salvata con molti miliardi già due mesi fa. Anche gli altri paesi a forte industria meccanica hanno preso misure di alleggerimento degli oneri e di incentivazione del mercato: Francia, Spagna, Gran Bretagna. L’Italia si è limitata al rifinanziamento della cassa integrazione, per tutti i comparti. La preoccupazione è stata massima per le banche, zero per la meccanica, che pure fa ancora l’industria nazionale.
La disattenzione esibita non ha altro motivo che l’astio vicendevole tra Berlusconi e i torinesi, Elkann e Montezemolo. Non siamo ancora al ludibrio dell’inverno del 2002, quando Berlusconi, in occasione della crisi allora proprio del gruppo Fiat, oltre che viaggiare in Audi, agitò la nazionalizzazione della Fiat, e l’immancabile cordata dello squallido capitalismo padano. Ma le posizioni sono divaricate oggi come allora. La Fiat è sempre dichiaratamente per il Pd, coi suoi giornali a Torino e a Milano, e si è impegnata alle ultime elezioni con un paio di formazioni politiche a raccogliere voti al centro, la minaccia più temibile per Berlusconi. In più, oggi gli interlocutori sembrano caratterialmente irriducibili. Non tanto Montezemolo, che è un piccolo Berlusconi per vantoneria, quanto Elkann.
John Elkann si è impegnato a tenere il gruppo fuori del potere e dentro il mercato. L’esperimento tentato con la Juventus gli è andato male, perché la politica, se non la fai tu, te la fanno gli altri. Ma lui mostra di crederci ancora. In realtà non evita il potere, nel momento in cui prende posizione in politica. Inoltre, il ritorno al mercato, pur con tanti buoni esiti, oggi non basta. Ovunque il mercato dell’auto è protetto e rinazionalizzato, di fatto se non di diritto. Elkann avrebbe bisogno di Berlusconi, ma non lo può soffrire. E viceversa.
A fronte della sofferenza di tutto il comparto meccanico, con l’estesa componentistica, il fin de non recevoir del governo è agghiacciante. Tanto più per un governo di destra, che si penserebbe affannato a sostenere padroncini e piccoli imprenditori. E poi, non si rischia una crisi sociale dirompente? Ma il pelo sullo stomaco di Berlusconi è robusto almeno quanto quello dei suoi comprimari in affari. O forse è vero al contrario un famoso detto dell’Avvocato Agnelli, che ci vuole un governo di destra per fare le cose di sinistra – nazionalizzare la Fiat.

Contro Draghi la riforma della Banca d'Italia

Rispetto ai fasti di ancora tre-quattro anni fa, la Banca d’Italia sembra una piazzaforte abbandonata. Tanto più desolata quanto è immensa, in una scenografia materiale da vecchio splendore. E piccina: immersa in una fronda costante al governo. Per nessun motivo, se non le ambizioni dei suoi governatori. Quella di Fazio, da destra, ha perduto il governatore. Ora da sinistra ci riprova Draghi: non c’è settimana che il governatore non si produca in una qualche puntura di spillo al governo. L’annuncio ogni mese che il debito è peggiorato, anche se non può essere altrimenti. L’insufficienza delle misure per contrastare la crisi. Le previsioni sempre negative. Ora sulla produzione e sul pil complessivo.
Il governo dal canto suo ha escluso Draghi da ogni ruolo nel pacchetto di stabilizzazione delle banche. E le previsioni economiche di Draghi Tremonti liquida come “congetture”. Ma sa che non sono asettiche, poiché incidono sulle aspettative. Ponendosi diametralmente all’opposto della politica della fiducia di Berlusconi. Dovrà quindi inventarsi qualcosa per smentire il catastrofismo della Banca d’Italia, in un certo senso la contesa è appassionante.
Ma è anche vero che si discute solo per ambizioni personali. E che la Banca d’Italia, dopo la Bce, l’incriminazione di Fazio e la riforma del sistema di nomina, non è più che una delle tante Authority. È una gara sbagliata, quella col governo, che la Banca perderà sicuramente, sacrificandosi per fare una piattaforma politica a Draghi. Il disegno di lasciare alla Banca solo la Vigilanza, facendola pagare alle banche vigilate, e di liquidare il resto (tesoreria, studi) e sempre lì, e non irragionevole: che bisogno c’è di pagare un organismo così costoso?

I regali Alitalia alla banda padana

C’è tutta la razza padana, di cui a questo punto Berlusconi è parte a pieno titolo, nella conclusione della vicenda Alitalia. Una grande azienda, centrale nel campo dei servizi, smantellata a favore della solita congrega di affaristi, e con una buona dose di furfanteria. Senza risolvere nessuno dei problemi della stessa azienda, giusto per vendere a caro prezzo, a favore degli amici, fra quattro anni la munifica rotta Milano-Roma. Dopo aver svenduto i migliori asset Alitalia agli amici, a tutto beneficio degli acquirenti, senza nessun rientro per i conti aziendali. E anzi gravando lo Stato di tre miliardi di passività. Liquidando senza un centesimo i vecchi azionisti, Stato compreso.
Una vicenda che ha dell’incredibile se non fosse vera. E che non è circoscritta, Alitalia è solo il caso pià faosi di tanti: solo paradigmatico della miseria dell’Italia padana, lo squallore della politica, la strafottenza dell’affarismo.
Non si è risolto il problema Milano, che ha portato l’Alitalia in dieci anni al fallimento. Gli accessi a Malpensa, la diversa destinazione di Linate e Malpensa (dieci anni fa il ministro di sinistra Burlando mandava Alitalia a Malpensa, e il sindaco di destra Albertini impediva il trasferimento dei voli da Linate a Malpensa). Né i cosiddetti acquirenti hanno messo un euro per colmare l’altra debolezza di Alitalia, la capitalizzazione. Che ha reso vetusto il parco macchine, e imposto il dimezzamento della rete. Uno aspetta ogni giorno di sapere che un minimo di virtù è stato esercitato nell’operazione, ma niente. Menefreghismo totale, tra l’altro, per i piccoli azionisti Alitalia, che per un governo di destra è immorale - il comunista Bertinotti qualcosa gli avrebbe lasciato.
È il trionfo dell’affarismo più sfrontato, di una banda di profittatori che emergono come gli avvoltoi a ogni punto di crisi. La politica si nasconde dietro il fallimento della compagnia. E non trova parole nemmeno per il dimezzamento della occupazione diretta, diecimila posti in meno a Roma, di qualità, e la quasi totale cancellazione dell'indotto, dalla meccanica al catering: da Alemanno nemmeno una parola. Ma è la sinistra che di questa banda di profittatori è stata mallevatrice, a lungo e con convinzione prima di Berlusconi. Furono Bersani e D’Alema, quando i “padani” fecero il primo assalto, lasciando Telecom un colabrodo, a santificarli come razza di imprenditori. Dieci anni e tanti guasti, e ancora spadroneggiano.

La stella di Berlusconi

Si può allora riscrivere la storia di Berlusconi in questo modo: che non gliene va male una. Aveva un Milan pieno di vice-Kakà, e trova uno che gli dà cento milioni per risolvergli il problema. E Ronaldinho, Shevcenko, Beckham, tutti (ex) campioni che ha preso a niente e che ora, senza l’ingombro del fantastico Kakà, potranno intanto giocare, e magari tornare quello che erano,virtuosi e forti campioni. Quando si dice la buona stella. Come in politica. Si è preso senza dare nulla in cambio cinque milioni di voti fascisti che nessuno voleva. Si è liberato di Casini e ha aumentato i voti e i seggi. Ha un’opposizione che più divisa, faziosa e incapace non si può, Controlla da quindici anni un paese che è sempre di sinistra ma lo vota – un po’ questo paese si astiene, un po’ si divide e un po’ è depresso, e il risultato è sempre per lui.
Kakà ora avrebbe l’occasione per impartire per la delizia degli italiani una lezione di politica, oltre che di bel calcio, una lezione semplice. Trattare con lo sceicco un ingaggio triplicato e poi andare da Berlusconi col cuore in mano e dire : “Non voglio partire, per la metà resto”. Vedremmo infine Berlusconi e i suoi gioiosi dirigenti costernati. A brigante brigante e mezzo, si diceva: in affari bisogna parlare di affari, in politica di politica - non di ingiurie né di supponenza. Ma non vedremo quella scena, c’è da giurarci.
Che Berlusconi sia una uomo fortunato probabilmente è stato detto, e lui stesso se lo dirà, ma qui è diverso, proprio non riesce a sbagliare. Un riccastro trimalcionesco che riesce simpatico ai più. Un piazzista che racconta le barsellette. Un venditore di pubblicità che diventa uno statista. Un comunicatore così povero, e anzi indigesto, che diventa il re e anzi l’imperatore della comunicazione. Alla quale detta temi, tempi, modi. Ora si libera di Kakà, giocatore bello e buono, che tutti amano, come Abramo che immolava il figlio Isacco, creando un mito che resterà per sempre e farà la sua squadra di nuovo grande, nella simpatia e nel voto se non sul campo, ricevendo in più un grosso premio, in denaro. Se Dio c’è, sicuramente è con lui, ecco il segreto di Berlusconi.

giovedì 15 gennaio 2009

Ombre - 12

Al processo di Napoli alla Juventus, che la magistratura (come i lettori di questo sito sanno) vorrebbe rimandare, le parti civili chiedono di produrre intercettazioni fresche tra Moggi e “Libero”, il giornale. Dunque chiunque può adesso intercettare le telefonate dei suoi nemici? O è una provocazione, per favorire una legge che abolisca le intercettazioni (basterebbe vedere chi sono le parti civili)?
Ma può essere peggio, che qualche inquirente fa intercettazioni a piacimento, non richieste dalle Procure, e le piazza a destra e a manca.

Il capo dell’Italia dei valori, custode intransigente della moralità, va dai giudici dello scandalo di Napoli. Per dare via libera, dice, alle indagini su suo figlio: “Non vogliamo che ci siano eccezioni”, dice, “per i congiunti, anche stretti”. Perché, per altri sono possibili eccezioni?
Ma forse è millantato credito.

A vedere Moggi in tv si capisce che doveva andare sotto processo, è il brutto-sporco-cattivo fatto persona. Di fronte a un Galliani, a un avvocato Rossi, di sartoria, perfetti, padroni.
Se Moggi ha poteri occulti devono essere magici. Se ha retto tanti anni contro lo sguardo da basilisco di un Galliani, un Guido Rossi (“azzardatevi….”).

Valeva la pena fare l’una di notte per ascoltare a “Porta a porta” Moggi che parla. Davanti a un parterre di tre juventini illustri, giornalisti politici, Vespa, Mughini e Caprarica, e tre massimi giornalisti sportivi, Beha, Galeazzi e Cucci. Valeva la pena per avere una conferma netta a una temuta paranoia: i giornalisti sportivi stanno affondando il calcio.
Moggi è quello che è, non sa barare. Sarà stato un buon direttore sportivo, se ha fatto vincere le squadre per le quali ha lavorato. Ma “fa” il furbo, che per un furbo è il più grosso limite. Beha, Galeazzi e Cucci, pur in forma, evitano di dire quello che meglio di tutti sanno. Che la giustizia sportiva è il vero sistema di potere, quella straordinaria di Rossi-Borrelli fu poi dichiaratamente di parte. L’argomento è emerso più volte ma loro sempre lo hanno evitato.

L’Unione atei di Genova fa pubblicità sugli autobus urbani per dire che Dio non esiste. Non convegni o pubblicazioni, ma un investimento. Lo spiega un signore dell’Unione ai Caterpillar di Radio Due: i soldi spesi, alcune diecine di migliaia di euro, servono a incrementare le adesioni alla nostra associazione. Dunque, atei che fanno proselitismo. L’ateismo come religione, non laico: l’Unione di Genova punta iscrivere dieci milioni di atei solo in Italia.

Migliaia di articoli su Alitalia, in genere molto critici con questo o con quello, ma non uno su Malpensa, che ha portato l’Alitalia al fallimento, che stiamo pagando. All’incapacità della Regione Lombardia e del Comune di Milano di infrastrutturare lo scalo – partire da Malpensa è moltiplicare il viaggio per due. Alla scandalo delle autonomie come le intende la Lega di Milano, anzi di Varese: le continue liti tra Milano e Varese, e all’interno delle due province di ogni amministrazione locale contro gli affidatari degli appalti e dei servizi. Al centro dell’Europa. Per costruire l’hub europeo dell’Italia.

Il “Corriere della sera” ha uno specialista, Gian Antonio Stella, in storie del Sud. Oniriche, selvagge, sempre di sprechi e corruzione. Sprechi ci sono analoghi nel lago di Como, per dire, dove un porto turistico sprofonda. Nessuna notizia. O un garage di due piani, sempre sul lago, si accartoccia perché il pilastro che lo reggeva era friabile. Nessuna notizia. Né c’è un articolo del valente scrittore su Malpensa, scandalo europeo. A Curno, cioè a Bergamo, la nuova scuola media, costata sei milioni, non è agibile: i corridoi e le uscite non sono in regola con le norme di sicurezza. Ma Stella latita.

Lo stesso effetto scenografico dell’11 settembre, la stessa cura dei tempi, dell’immagine: piazza Duomo a Milano occupata dai sederi islamici resterà negli annali
Indelebile. Fin quando il Duomo non dovesse diventare moschea - Santa Sofia lo è diventata.
La sfida dell’islam all’Occidente, o alla cristianità, fa solo ridere, abbiamo missili per ammazzarli tutti. Loro possono solo tagliare le gole, e far saltare i bambini coi kamikaze. Il terrorismo e un’arma senza senso, non politico né militare, ma questo islam non ha senso. È però vero che tante chiese sono state nel tempo trasformate in moschee, mentre non ci sono moschee trasformate in chiese. Questo per dire della tolleranza.

Non c’è ombra di Tejero in Spagna. Meglio: non ci può essere in Spagna che un Tejero, un testimone poco vispo del passato. Ma vedendo la ministra delle Forze Armate irridere le stesse, con la pancia e senza la pancia, non si sa che pensarne. O se non è il cado d’invidiarla, d’invidiare la Spagna: il capo di stato maggiore che la ministra irride è vestito in costume del Settecento, con le gale, i colori pastello, e lo spadino.

Il professore ex senatore Pasquino, persona stimabile, uno dei pochi ex Pci non faziosi, dice al “Corriere della sera”: i politici lascino lavorare “in pace” i magistrati, e permettano che la giustizia faccia il suo corso. Ma Pasquino è di professione un politologo, uno scienziato della politica. E uno che dice “in pace”, serena, la “giustizia” italiana, che politologo è?
Una cosa giusta però Pasquino, seppure stolidamente, la dice. Qualcuno accusa i giudici di complotto? “Tiri fuori allora le intercettazioni telefoniche dei magistrati che lo organizzavano, altrimenti stia zitto”. Giusto, perché non ci sono intercettazioni sul vaniloquio e il turpiloquio dei magistrati, che non avrebbe pari nel gossip?

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (29)

Giuseppe Leuzzi
Milano
Alti lamenti a Milano di “governo ladro”, perché ha nevicato e i milanesi si sono sporcate le scarpe. Ma c’è voluto Giorgio Bocca di Cuneo, che a novant’anni ha trovato il coraggio di criticarli, per riderne un po’, a denti stretti. È infelice l’Italia di Milano. Perché i milanesi sono infelici, che ci governano. Sembrerà irreale questa Italia da un trentennio milanese. Presto, perché si sta sciogliendo come poltiglia di neve. Con la maggioranza silenziosa, cioè dei morti. E gli inverosimili Bossi e Berlusconi che ci comandano. I suoi inverecondi giudici. Trent’anni di Malpensa e diecine di miliardi scomparsi, compresa l’Alitalia. Con l’ideologia del lusso e dello spreco. Mafiosissima nel calcio e alla Scala. Inaffidabile e piena di se stessa, che inflessibile stringe il cappio sulla povera penisola, con le sue banche arcigne e l’editoria frou-frou – tocca compatirli i milanesi, con le loro disgrazie (oltre alle scarpe sporche ci sono stati i ritardi nei voli), perché non abbiamo altri giornali e altri libri.

Bocca ha prosperato a Milano sul Sud. Come del resto molti siciliani. C’è un corteggio di libri siciliani sulla Sicilia, alcuni accorti, altri semplicemente infamanti, che fanno la fortuna della Rizzoli e della Mondadori, le case editrici più grandi d’Italia, milanesi ovviamente.

“La vita di Eadweard Muybridge”, il fotografo, raccontano le biografie, “fu segnata da un drammatico evento che lo fece allontanare dall’attività fotografica. Nel 1874, quando viveva nella Baia di San Francisco, Muybridge scoprì che la moglie aveva un amante, il sindaco Harry Larkyns. Il 17 ottobre dello stesso anno gli sparò uccidendolo. Venne processato, ma fu assolto perché l’omicidio fu giudicato “giustificato”.
Il “delitto d’onore” aveva confini ampi, dunque.
Il compositore Philip Glass ci ha scritto sopra un’opera, “The Photographer”.

“Un commerciante indica in aula i suoi estortori: è la prima volta”, titola il “Corriere della sera” in prima pagina il 10 gennaio. Non è vero. È la prima volta, probabilmente, che gli estortori sono condannati, se lo saranno.
Il pizzo è come lo stupro, un delitto che non piace ai carabinieri e ai giudici. Fino a ieri considerato un reato contro il patrimonio, insomma contro chi è “ricco”, che se paga vuol dire che può pagare. Non si ricorda un’indagine (intercettazioni ambientali, controlli telefonici, pedinamenti) per questioni di pizzo, sempre è stata la parola delle vittime contro gli estortori, davanti agli occhi vitrei degli inquirenti.

Per battere il pizzo basterebbe un’assicurazione di Stato. Il linguaggio del pizzo sono gli “avvertimenti” o “dispetti”: bombe, incendi dimostrativi, furti, tiri a vuoto. Con lo scopo di terrorizzare le vittime. Ma con l’effetto non secondario di moltiplicare i premi assicurativi, quando non di annullare le polizze.
Il pizzo costa meno di una polizza triplicata o anche solo raddoppiata. E offre più servizi. La malavita del pizzo, la più invasiva, si moltiplica come tutte sulla base dell’impunità di fatto. Ma nello specifico su questo semplice calcolo delle convenienze. Lo Stato, se vuole combatterlo, basterebbe che garantisse, oltre l’incolumità, un costo sopportabile per chi rifiuta di pagare, il costo dell’assicurazione normale, senza rischio speciale.
L’assicurazione dello stato avrebbe due effetti, Di risparmio sulla spesa per le varie associazioni regionali, provinciali e cittadine contro il pizzo e i loro sterili convegni. Di sintonizzazione delle forze della repressione, giudici compresi, sulla natura sociale e pubblica dei delitti contro la proprietà - come sa bene chi è taglieggiato, o a fini di estorsione è stato perfino rapito, i delitti contro la proprietà sono ritenuti dalle istituzioni privati, e anzi personali.
L’assicurazione obbligatoria, si sa, moltiplica il crimine invece di dissuaderlo. La stagione dei rapimenti di persona si allungò e si allargò quando i Lloyds offrirono delle assicurazioni. Finì, invece, quando fu disposto il blocco dei beni dei rapiti e dei familiari. Un rischio suppletivo, d’incentivazione del pizzo, è peraltro proprio nell’assicurazione calmierata, offerta dallo Stato a sconto o comunque a prezzo normale, ognuno lo vede. Ma l’assicurazione obbligatoria renderebbe obbligatori anche la prevenzione e il perseguimento delle vessazioni.

Un terzo della malavita è in Italia di immigrati. Ma non ci sono immigrati delinquenti in Calabria e in Sicilia: niente spaccio, furti, minacce, estorsioni.

Si aprono negozi cinesi anche a Reggio Calabria e in provincia. Con le solite chincaglierie in vetrina e l’abbigliamento povero. Sono gli unici esercizi commerciali nuovi non soggetti alle intimidazioni d’uso, vetri rotti, bombe, gomme tagliate, incendi.

La signora W.P.W. è un’americana italianofila. Vive bene cioè in Italia e male in America. Ma per allevare il figlio all’adolescenza ha scelto l’America. Dove ha pagato per un discreto college, non ottimo, diecimila dollari l’anno. E poi per una discreta università, non dell’Ivy League, cinquantamila dollari l’anno. Che non aveva, per cui si è indebitata, e avendo un’età e non un’attività, ha dovuto accendere delle ipoteche. Riducendosi ad abitare in campagna, in clima semiartico d’inverno, con frequenti interruzioni di acqua, luce e riscaldamento. Per problemi insorti di neurochirurgia ha dovuto pagare un’assicurazione medica sempre più cara. Per cure non risolutive, e scadenzate, non frequenti. Tutto ciò che in Italia avrebbe potuto avere più o meno gratuitamente, a qualità più o meno eguale, se non migliore, per esempio per la sanità.
Non per razzismo, evidentemente. Né per calcolo. Per la percezione delle cose: l’America certo non è l’Italia. È la percezione che regola il giudizio e il calcolo, anche se l’immagine che inglobiamo è non più vera, e forse falsa, residuale, comunque non uniforme. È difficile scrollarsi di dosso un’immagine che ci piace, ci ha lusingato. Così come un’immagine negativa o depressiva. Per questo il Sud arranca: non c’è inversione di tendenza possibile se non c’è un mutamento d’immagine, un evento, una rivoluzione, un miracolo.

Sudismi\sadismi. Il “Corriere della sera” ha uno specialista, Gian Antonio Stella, in storie del Sud. Oniriche, selvagge, sempre di sprechi e corruzione. Sprechi ci sono analoghi nel lago di Como, dove un porto turistico sprofonda. Nessuna notizia. O un garage di due piani, sempre sul lago, si accartoccia perché il pilastro che lo reggeva era friabile. Nessuna notizia. Né c’è un articolo del valente scrittore su Malpensa, scandalo europeo. A Curno, cioè a Bergamo, la nuova scuola media, costata sei milioni, non è agibile: i corridoi e le uscite non sono in regola con le norme di sicurezza. Ma Stella latita. Il colore non mancherebbe: i bambini di Curno, anche se non possono usare la scuola nuova, vanno comunque in gita scolastica, con bei pullman favoriti dal comune, al locale Centro commerciale, ad ammirare un mosaico di caramelle, che raffigura il logo del centro commerciale.
Stella, è evidente, ha ottimi referenti a Palermo, che gli preparano storie irresistibili. Chicche che evidentemente nessuno gli prepara a Lecco, o Como, o Bergamo, i siciliani ancora non vi hanno esportato la ricetta.

mercoledì 14 gennaio 2009

L'amica monaca di Berlusconi a Istanbul

Emine Erdogan invita a Istanbul le first ladies arabe per una giornata della pace in Palestina. “Il Sole” la immortala domenica in prima pagina con soggolo monacale. La moglie del primo ministro turco era famosa per ordinare esclusivi foulards Yves Saint-Laurent a mo’ di chador. Anche nella foto esibisce un mantello appositamente disegnato, col ricamo “Peace”. Ma con la testa fasciata da una sorta di passamontagna. La attorniano la regina Rania di Giordania, Asmaa al Assad, moglie del presidente siriano, e Mozah Nasser al-Missned del Qatar. Tutte belle, brillanti, capelli al vento. Compresa Mozah, che, benché seconda moglie di un emiro che ne ha tre, ha voluto il suo nome accanto a quello del marito e mantiene una sua attività imprenditoriale.
Emine tenta invece col marito di fare della Turchia uno stato islamico. Il primo ministro Erdogan ha fatto eleggere un presidente islamico, con una moglie velata. E Emine si è subito velata. Insieme col marito ha tentato di eliminare il divieto di portare il velo all’università. Con manovre anche scorrette: la Corte costituzionale ha condannato la coppia tre mesi fa per aver fatto del velo all’università “un tema politico centrale col risultato di fomentare divisioni sociali”. Impiegando a questo scopo, sottolinea la Corte, il finanziamento pubblico dei partiti.
Non sarebbe il primo caso della storia fermata dall’islam reazionario negli ultimi decenni, dall’Iran a tutto il Nord Africa. L’islam tribale degli emiri della penisola arabica si apre, le repubbliche urbane e un tempo moderne, impegnate alla giustizia, sociale e economica, e alla buona vicinanza col mondo, si chiudono su una improbabile sharia. A opera di governanti più furbi che radicali, i quali credono con le piccole concessioni di farsi padroni delle moschee, mentre inevitabilmente aprono la stada al clericalismo. Ma tanta saggezza dei coniugi Erdogan è il baluardo di Berlusconi nel mondo islamico.

Le masse islamiche si vogliono governate

Per protestare contro la guerra a Gaza, le “masse” islamiche hanno marciato sabato 3 gennaio 2009 in tutte le città italiane, e a Milano e Bologna hanno pregato bocconi in piazza del Duomo e sul sagrato di San Petronio. Per due foto che sono un piccolo 11 Settembre, hanno fatto il giro del mondo e resteranno negli annali. Con organizzazione perfetta, senza spintoni e senza incidenti. Ma dopo avere bruciato le bandiere di Israele, che in Italia è reato.
Abdelhamid Shaari, “imam” di Milano, si è poi detto sicuro che la preghiera è nata “dal caso”, e ha chiesto scusa al cardinale. Non ha titoli Shaari, non che si sappia, imam può dirsi chiunque, anche chi sa solo le formule della preghiera e i riti in cui si esprime. Ma è un terrorista pentito e quindi ha fatto testo. Beffardo, l’“imam” ha potuto posare cardinalizio a fronte dell’ingenuo cardinale di Milano, con la scusa di chiedergli scusa.
Poi, una settimana dopo, la stessa occupazione si è riprodotta al centro di Milano, questa volta in piazza della Repubblica, per avere sullo sfondo delle “masse” piegate nella preghiera il grattacielo Pirelli. Ma questo è il nodo del rapporto con gli islamici, che in tutti i paesi europei sono il secondo gruppo religioso. E, in prevalenza arabi, anche il secondo gruppo etnico, checché arabo voglia dire. Che non c’è lealtà, gli islamici non ritengono di dover essere leali in questi stessi paesi europei, dove peraltro sono ospiti recenti.
Il fatto è emerso in Germania, dove gli islamici turchi sono presenti da più tempo e in più gran numero, pienamente integrati a scuola, nella sanità e nelle abitazioni, nel senso che hanno avuto un trattamento preferenziale. Al quale hanno risposto con la stessa insolenza. La Germania è ora l’avversario più determinato all’entrata della Turchia nella Ue. Analogo atteggiamento dei magrebini in Francia è stato cortocircuitato tre anni da Sarkozy quand’era ministro dell’Interno. Si è sgonfiato, ma tuttora determina un’ondata xenofoba in un paese che pure è stato sempre il più ospitale in Europa: i pettegolezzi orrendi contro la ministra Rachida Dati nascono dal solo fatto che è di famiglia algerina. La piena integrazione degli islamici in Gran Bretagna è ferma dagli attentati alla metropolitana di Londra, che hanno determinato l’abbandono del multiculturalismo come insegna politica.
Che gli islamici vadano trattati in punta di bastone, perché praticano la taqyiah, la dissimulazione, e non saranno mai leali, è vecchia scienza coloniale. Che evidentemente non è superata. Le democrazie contemporanee, anche non multicuturali, e il deficit demografico europeo non consentono più le politiche del bastone. Ma l’irenismo non è una soluzione. Nell’interesse delle stesse masse arab. e sradicate in Italia e in Europa, altrimenti preda degli “imam” alla Shaari, di ogni intrigante politico

lunedì 12 gennaio 2009

Non sapremo la verità delle bombe

“Chi sa parli, finché è ancora in vita”. Macabro, ma è un invito solo necessario, questo di un assessore di Alemanno. Rivolto a chi sa la verità delle bombe e ha impedito in tutti i processi che la verità venisse a galla. A Milano e a Roma, sui treni, a piazza Fontana, a piazza della Loggia. Alcune migliaia, con moltissime vittime, anche a voler attribuire l’abbattimento del Dc 9 a Ustica a un errore dei servizi francesi, e la stazione di Bologna a un errore dei palestinesi.
Di Piazza Fontana, che ha innescato il terrorismo brigatista, questo è l’anno del quarantennale, e come dice l’assessore non c’è più molto tempo per chi sa di dire la verità. Un libro del 1970, “La strage di Stato”, fatto scrivere da uno dei vari servizi segreti a un giornalista di sinistra, dimostrava che le bombe e molti “incidenti” erano manovrati dall’alto. Oggi si tende a non crederlo, accreditando il libro alla provocazione. Ma quella è l’opinione di Cossiga e Andreotti, protagonisti dell’epoca, anche se dicono di non sapere - e la stessa provocazione, se ci fu, dove si mette?
Cossiga fa il pazzo, ma in una brillante intervista al “Corriere della sera” domenica sa essere saggio. Alla domanda: “Al tempo delle stragi, né lei né Andreotti sapevate qualcosa?” risponde: “Io no. Forse qualcuno più su di me sì. Ma non Andreotti”. E aggiunge: “Il massimo esperto di servizi nella Dc era Moro”. L’ex presidente minimizza: “Comunque, ogni strage ha un segno diverso, e quasi tutte avvennero per errore”. Ma anche solo mettere migliaia di bombe nella banche, le piazze e i treni non è robetta. Mentre è stato costante per oltre trent’anni il depistamento di ogni indagine. Non questa o quella, tutte. In ogni grado di giudizio. Con avvocati, e forse anche giudici, legati ai servizi. Comunque, l'ex presidente della Repubblica Cossiga dice di sapere, anche se non tutto.
Andreotti, che Cossiga vorrebbe fuori dai segreti, anche lui dichiara di sapere. Dicendo che non parlerà mai, che si porterà in paradiso alcuni segreti. È perfino ovvio. Andreotti sapeva del Piano Solo nel 1968, quando scoppiò lo scandalo Sifar: era ministro della Difesa. Alle elezioni dello stesso anno il partito Socialista lo accusò di avere diffuso informative dei servizi segreti che ne discreditavano alcuni influenti esponenti. Nel 1974 Andreotti era ancora ministro della Difesa, quando montò un durissimo attacco contro i servizi segreti di Moro, con l’arresto del generale Miceli. Il 3 agosto 1979, lasciando le consegne al suo successore a Palazzo Chigi, lo stesso Cossiga, gli preannunciava lo scandalo Eni-Petromin che sarebbe scoppiato quattro mesi dopo.
Moro aveva rifatto i servizi segreti dopo il Piano Solo, con uomini di sua fiducia, l’ammiraglio Henke, il generale Miceli, e li controllò per una diecina d’anni. Dopo l’arresto di Miceli, li controllò indirettamente, collocando alla Difesa il politico non politico Gui, che forse pagherà per questo con varie informative malevole e l’incriminazione per le tangenti Lockheed. Nel 1968 Moro fu giudicato severamente da Scalfari per la copertura del Piano Solo.
Moro è uno “più su” di Cossiga. Gli altri “più su” possibili non ci sono più: i presidenti della Repubblica Saragat e Leone, e il presidente del consiglio Rumor. Ma c’è ancora Colombo, che con Moro e Rumor condivise in quegli anni la guida del governo. E ci sono gli ex ministri dell’Interno Rognoni e Scalfaro, onesti broker della Repubblica. Volendo, insomma, si potrebbe sapere.
Ma Rognoni ha già detto tutto, cioè niente, vent’anni fa nel libro “Intervista sul terrorismo”. È ovvio quindi scommettere che non ci sarà la verità sulle bombe e il terrorismo dal 1969 in poi. Meglio: c’è stato un regolamento di conti, anche feroce, tra chi sapeva, ma non per la verità. Anche ai superstiti la verità non dice nulla, da Andreotti e Cossiga giù fino agli uomini di mano, i Bertoli, Concutelli, Tuti, gli esecutori presi all’opera. Prevale la vulgata del colonnello Buonaventura, che il terrorismo fu colpa di Sofri, accettata peraltro dallo stesso Sofri, e non c’è ragione per uno sciogliete le fila di chi sa - ha deciso o copre.

Alle fonti del gas russo

Assegno in bocca
È stato un riposo, Dickinson compresa, dalla dura mattinata. Ogni incarico, piccolo o grande, avendo l’effetto di schiudere l’ansia. Per il complesso del primo della classe, cresciuto alla scuola baudelairiana dell’ozio, che teme di aver fatto poco - e più quando dev’essere quello che non è. Per un bisogno di accettazione, lo stesso che porta alle frequenti interrogazioni di se stesso - ai dialoghi col proprio thumòs, direbbe Omero, col proprio intimo. E per essere arrivato, o averlo temuto, in ritardo. Ma senza lasciare il tempo di prendere fiato Arcangelo è apparso, attendeva mimetizzato per non creare imbarazzo. Nel luogo che è il barocco della Repubblica, stiracchiato, popolare, ma tenace, di mezze passioni e mezzi tradimenti, e di sangue sieroso, scrofole di pus improsciugabile, fra divisori di legno ripassati sul cinerino, genere conventuale, che inducono allo scalone. In cima al quale è apparso l’Arcangelo, che per essere stato magistrato è noto nel palazzo quale Eccellenza.
È stato l’inizio di un lungo viaggio per gli ampi corridoi del piano d’onore, riportati all’originario decoro di specchi e dorature. Fino a trovare il segretario in attesa, sereno di nome e di fatto: fisicamente ingombrante, le forti spalle e la nuca rilanciate e ingrandite da una specchiera incorniciata in sinuose volute, che parla di petto, sonoro, con gioconda cadenza veneta, e guarda con simpatia: i politici sanno essere curiosi. Non fu la sola sorpresa. Arcangelo ha esposto la questione del gas russo. Il gigante ha ascoltato in piedi, quasi fosse di passaggio, venuto giusto per gli ospiti, per la grande questione del gas, con aria di casualità e insieme d’intimità, e senza commenti, sostituiti da un giro per i saloni, ad ammirare i mobili, le quadrerie e gli stucchi, salutando questo e quello, chiacchierando volubile. Lo sguardo si è fatto attento al congedo. Poi Arcangelo, che aveva dimenticato la borsa, risalì su.
- Ha il nimbo quadrato che nei mosaici bizantini hanno i viventi – ridacchiò al ritorno del testone nello specchio: - La democrazia sarà cristiana o non sarà, diceva Leone XIII. – E si è accompagnato all’uscita.
Non sono cose eccezionali. I Beatles, che avevano scoperto l’India dopo il presidente Saragat, il quale voleva sfamarla, prendendone signoria con equipaggio di belle donne, Maria de Lourdes “Mia” Farrow, Prudence Farrow, Marisa Berenson e altre groupies, per meditare alle fonti del Gange, alle pendici dell’Himalaya, e di molti giornalisti in incognito, la lasciano con strepito. Si dice al seguito delle signore, stufe della corte dello yogi: le groupies sono cattoliche, e poi nell’India dell’Occidente non si scopa. Il Maharishi Maheshi Yogi è in realtà un uomo d’affari, e dai Beatles che apprezza, e dice “figli di Dio e salvatori dell’umanità”, voleva una quota dei diritti. Per un Movimento di Rigenerazione.
Arcangelo è un signore composto e complice, che ha fatto svanire l’imbarazzo per la Lambretta, che non si avviasse, che bruciasse olio, che sparasse fumi, e per l’evidente incuria, cioè sporcizia - seppure bicolore, la U150 è solida, ma avrà i suoi anni, il fumo non è più neanche azzurrognolo: ha preso le pendenze giuste, e si è divertito. È stato solo l’inizio di un faticoso week-end. Sereno è a Madrid l’uomo che detiene le chiavi delle case. Ma, aveva detto Arcangelo prima dell’incontro:
- Lo chiamano assegno in bocca, non si parla col presidente se non si passa da lui. – Spiegando che è l’uso: - Usava nell’antica Roma.
Sempre rapido, con la parlata gorgogliante, quasi una risata, il segretario aveva presentato i due visitatori agli ospiti che stava intrattenendo, un giornalista e l’ambasciatore sovietico:
- L’ho intercettato nella visita quotidiana alle Botteghe Oscure.
L’ambasciatore si è mostrato divertito. Rispondendo con vigore alla stretta di mano, ha accennato all’integrazione:
- Italia, Europa, Mondo – ha detto soltanto. È l’argomento di cui è sembrato opportuno caricare la nota su Tjumen, retorico ma non falso: il gas russo è utile all’Italia, fa il gioco dell’Europa, allenta le tensioni.
Il momento non è facile, il segretario ha lasciato palazzo Chigi per piazza del Gesù perché il presidente non è più certo di voler stare al governo. Il giornalista ha celiato sui socialisti, che fanno da sponda agli americani per alzare il prezzo del gas, il prezzo politico, argomento già sentito da Lupo. Il segretario è stato di altro parere, malgrado la presenza dell’ambasciatore, o proprio per questo:
- Più gas da Mosca, più caro, più soldi ai compagni.
Non è mancata Praga. Arcangelo ha raccontato:
- Nel 649 l’imperatore Costante II inviò in Italia un nuovo esarca, Olimpio, con queste istruzioni: imporre un “tipo”, cioè una professione di fede, che esige il silenzio sull’argomento del dissenso.
- Ma per una buona ragione - interloquì l’ambasciatore, - bloccare il monotelismo, una delle più violente contese teologiche del secolo, allora l’ideologia era teologia. - L’ambasciatore esibiva un solitario a spilla da cravatta, americani e sovietici usano ancora le spille da cravatta.
- Sunt superis sua jura, i potenti si fanno le leggi – ha detto Arcangelo ai piedi della scala, prima di risalire a prendersi la borsa: - Buon segno, vuol dire che l’ambasciatore è uno che conta. I capi sovietici vivono in un lusso che non immaginiamo. – E montando sulla Lambretta ha sospirato: - Togliatti non è morto, i comunisti sono colti e spietati.
(Il gas russo, che ogni anno è materia di controversia internazionale, è anche materia romanzata, con qualche proprietà esilarante, di più episodi di Astolfo, La gioia del giorno, editore Lampi di stampa. pp. 624, € 24,10, di cui pubblichiamo un estratto).

Se Gesù non è cristiano

Libro di fine Ottocento, un anno dopo l'“Anticristo” di Nietzsche, che apparve nel 1895. Quando i cristiani si interrogavano sul rapporto tra il Gesù della storia e il Cristo della fede. E l’ebraismo scopriva Gesù, se era il caso di appropriarsene dopo averlo per secoli dileggiato. Nel quadro della riscoperta dell’ebraismo.
È un testo esemplare della mimesi, la figura narrativa da allora ricorrente, per cui ognuno è un altro. Della narrazione matrioska, in cui ogni storia ne contiene un’altra, magari contraria. Lou Salomé non è banale. Ma qui cavalca, da psicologa, il tempo, la psicologia ingegnosamente applicando alla religione. Rovesciando cioè il dato psicologico spicciolo, o fisiognomico e caratteriale, che era l’essenza dell’antisemitismo. La religione risolvendo nel ridicolo: “Deve avere qualcosa di semplice e di infantile e deve, nelle sue estasi, serbare qualcosa di primitivo e di naturale”. Detto di una fede che fu anche perseguitata e poi combattente. E dell’uomo più complicato della storia.
Lou argomenta che Gesù è, fu, la quintessenza dell’ebraismo. Porta anche pezze d’appoggio. “Io sono venuto a voi nell’amore e non ne sacrificio” è Osea, e altri profeti della Bibbia. Molte massime di Hillel, contemporaneo di Gesù, trova nel “Discorso della montagna” di Matteo. Ma la tesi si commenta da sola. “Figlio di Dio” ricorre, sia nei “Salmi” che nei “Profeti”, come attributo del monarca, annota sospettosa. Solo scindendo la missione religiosa da quella politica, spiega, è stato possibile elevare Gesù “a salvatore metafisico del mondo intero”, sradicandolo dal giudaismo - senza spiegare chi l’ha sradicato dal giudaismo. Per concludere, anche lei, che Gesù è incompatibile con la chiesa. Angelino aggiunge che la chiesa è sincrestistica: è ellenistica (platonica, aristotelica) e romana - ma è anche palesemente buddista (la nascita increata, i miracoli, i discepoli, i vangeli orali, le reliquie, i monaci, il battesimo nelle acque, la confessione collettiva), bramanica, e zoroastriana, nelle procedure, nei riti. Tutto si può dire, non leggendo i Vangeli. In quanto revisione, la storia non storia che non cessa di saziare, questa non fa nemmeno scandalo, c'è di peggio. Ma, agudeza per agudeza, che vuole dire cristiano senza Gesù? È vero peraltro che i cristiani sono sotto assedio.
Il Cristo che innamorà Rilke
Non mancano tratti della consueta finezza: “Dio è originariamente una creazione dell’uomo che, proprio nella fede ebraica, si capovolge nella tesi secondo cui l’uomo è una creatura di Dio, in cui l’amore filiale per il proprio padre è, al tempo stesso, l’amore paterno per il proprio figlio”. L’uomo riscoprendo, spiega Carlo Angelino, che il saggio ripubblica, come l’“essere in cammino verso Dio” dell’eretico Taziano. Non l’ animal rationale di Aristotele, la patristica, la scolastica, l’uomo non è un animale, essendo stato da Dio creato “a sua immagine e somiglianza”. Come la divinità, creatura dell’uomo, diventa il suo creatore, è l’essenza dell’ebraismo, e di Gesù.
La pubblicazione di “Gesù l’ebreo” valse a Lou l’attenzione di Rilke ventenne, che, entusiasta del "mit der gigantischen Wucht einer heiligen Überzeugung so meisterhaft klar ausgesprochen“, la magistrale espressione dell’impeto di una santa convinzione, le inviò una serie anonima di lettere e poesie, e l’anno dopo andò a trovarla, facendosi presentare da Jakob Wassermann. Aprendo l’unica stagione di amore vero forse che si conosca di entrambi i soggetti.
Lou Salomé, Gesù l’ebreo, il melangolo, pp.46, € 8

Il santo piacere della chiacchiera

Va per accumulo, specie nelle invocazioni e le preghiere, per ripetizione. E usa giochi di parole, antitesi, immagini ardite. Sant'Agostino è pur sempre un filologo, un mercante di chiacchiere.
Se questo si collega alla sua teoria del piacere, una contraddizione emerge. “I piaceri molto spesso vanno stimolati”, dice, VIII, 3-5. Se è così, Agostino “stimola”, crea, il piacere del Dio ritrovato, usando proprio i mezzi dell’aborrito “mercato delle chiacchiere”. Ma è il suo lato più fresco, quello che lo tiene fuori dal bigottismo strisciante: l’irrisolta questione della sensualità, dell’uso dei sensi.
Sant’Agostino, Le Confessioni