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giovedì 31 dicembre 2015

Il mondo com'è (244)

astolfo

Eurasia – La Banca per gli investimenti in infrastrutture asiatica. Biia, ha aperto a Pechino, in Financial Street, a Natale. Il progetto russo-cinese di Eurasia prende corpo. In due anni da la lancio della banca, la Biia ha raccolto l’adesione di 57 paesi, tra essi l’Italia. In primavera sarà operativa e a fine 2016 potrebbe aver finanziato progetti già in attesa per 15 miliardi di dollari.
La Cna ha sottoscritto il 30 per cento del capitale e si assumerà la gestione della Biia. L’India ha l’8 percento, la Russia il 6. Gli altri 54 paesi hanno quote tra lo 0,5 e il 3 per cento (l’Italia sottoscrive per il 2,6). La Biia è parte del progetto che in Cina prende il nome di “Una cintura, una strada”, e si riallaccia all’antica via della Seta, il collegamento terrestre fra l’Europa e il Pacifico. L’intento è di collegare la Cina all’Europa attraverso una rete nuova di comunicazioni terrestri, in aggiunta a quella marittima e a quella aerea. La Biia finanzierà soprattutto autostrade, ferrovie veloci, telecomunicazioni, parchi industriali, fino alla Russia attraverso il Kazakistan.

Guerre civili - Mille anni fa si consumava una storia a più scomparti che sembra una proiezione all’indietro dell’attualità: una guerra “mediorientale” spietata, una Macedonia poco greca, l’Ucraina convertita, un tentativo tedesco fallito di unificare l’Europa, la renovatio vaticana.
Il 4 ottobre 1014 Basilio II, l’imperatore più longevo della storia di Bisanzio (governò cinquant’anni), sconfisse i bulgari della Macedonia greca. Ne era stato sconfitto vent’anni prima - il Nord dell’attuale Grecia, di cui Atene rivendica la privativa, anche del nome, nella contesa con la Macedonia indipendente, era allora relativamente antigreco. Quando riuscì infine a sconfiggerli, con l’aiuto risolutivo di cinquemila guerrieri variaghi del re ucraino Vladimiro, fu cattivissimo. Fece accecare tutti i 14 mila bulgari (macedoni) prigionieri, e li mandò in colonna, a centurie, ognuna condotta da un prigioniero cui aveva fatto cavare un solo occhio, al loro re Samuele, che intanto era riparato in una fortezza sui laghi Prespa. La visione dei ciechi in colonna portò a morte Samuele, impazzito, due giorni dopo.
Tra le due guerre bulgare, Basilio dovette fare campagna a Est, per prevenire la capitolazione delle province orientali – oggi turche - nelle mani degli insorti e invasori mussulmani dalla Siria. Sconfitti i bizantini a Oronte, i Fatimidi assediavano Aleppo. Basilio II li sconfisse a sua volta, e riuscì a liberare Aleppo – che sarà poi islamizzata, ora è in Siria, come tutta la Grecia asiatica.
Vladimiro, che entrerà nella storia ortodossa e russa come santo, cercava per l’Ucraina una religione confacente. È il re che aveva mandato a sentire i saggi dei tre monoteismi, e non aveva apprezzato né quello ebraico né quello islamico. Su quello cristiano era perplesso, ma infine optò per la versione ortodossa. In alleanza con Basilio II. Al quale chiese in sposa, ottenendola, la sorella Anna, per cementare la conversione del suo popolo. Gli emissari di Vladimiro a Bisanzio erano rimasti incantati dalla cerimonie a Santa Sofia, e questo aveva convinto Vladimiro.
Basilio II, già detto a Bisanzio l’Eguale degli Apostoli, come quello che aveva rinnovato le prime glorie della vera fede, resterà poi nella storia come il Bulgaroctono, il massacratore di bulgari – in realtà di greci (macedoni). Basilio era il figlio della madre, Teofane. Rimasto orfano a cinque anni, Teofane ne aveva protetto la successione sposando il generale più alto in carica, Niceforo II Foca, che impegnò, in quanto imperatore, a difendere gli interessi dei legittimi eredi, i suoi figli Basilio e Costantino. Sei anni dopo Teofane fece uccidere Niceforo e portò al trono il suo amante, il generale Giovanni Zimisce. Che però il patriarca si rifiutò di incoronare se non avesse punito Teofane con l’esilio. A diciott’anni, nel 976, Basilio fu incoronato imperatore, e Teofane ritornò. Era di stirpe macedone anche lui, anzi della famiglia propriamente detta dei Macedoni: Basilio I detto il Macedone aveva preso il potere nell’anno 867, assassinando l’imperatore in carica Michele III, detto l’Ubriaco.
Nell’orbita di Basilio avrebbe dovuto entrare anche il sacro-romano impero d’Occidente – o viveversa. Il disegno di Basilio era di riprendersi Roma partendo dalla Sicilia araba, e dalla riconquistata Calabria.  L’imperatore d’Occidente Ottone III, nel disegno inverso, sembrò venirgli incontro. Nel 996 Ottone mandò un’ambasceria a Basilio per chiedere in sposa una principessa bizantina, essendo egli stesso figlio di una principessa orientale. Basilio gli mandò pronto una nipote. Che però non fece l’atteso erede, morì subito dopo le nozze. Dopo i mesi del lutto, Ottone III mandò a chiedere un’altra sposa.  Basilio lo accontentò con “la più splendida”, dicono i cronisti, delle sue nipoti, Zoe. Ma quando Zoe arrivò a Bari, Ottone era morto. È un destino che non si doveva compire.
Ottone III, che fu re a tre anni di Germania e Italia, eletto a Verona, e imperatore a sedici, orfano cresciuto dalle donne, la madre Teofane, bizantina, la nonna Adelaide, la zia Matilde, badessa di Quedlinburg, tentò la renovatio romana, cui Gerberto d’Aurillac lo spronava, la resurrezione di Roma, impero d’Oriente compreso. Si fece coronare imperatore dal cugino Bruno, figlio di Ottone di Carinzia, che egli stesso aveva eletto papa, il primo papa tedesco di Germania, Gregorio V. Ma nell’insensibile Roma esaurì presto ogni energia. Morì ventunenne, estenuato dal morbus italicus che potrebbe essere stato un veleno, a Castel Paterno alle falde del Soratte, presso Civita Castellana, dove il rudere della sua tomba giace sommerso dagli sterpi.
È di Gerberto, che Ottone fece papa alla morte di Gregorio col nome di Silvestro II, dal Silvestro inventore della donazione di Costantino, l’idea dell’impero restaurato sotto la chiesa. Papa francese, detto di Reims, dalla corte del vescovo Adalberone, di cui aveva diretto la scuola, o d’Aurillac. Anche Silvestro II durerà poco, quattro anni, ma è il papa dell’anno Mille, cui la chiesa deve la costituzione che ancora la governa.
Ottone III, l’Ottone dell’anno Mille, fu detto il Sassone, mentre egli voleva essere Saxonicus, dice Thomas Mann nel romanzo della Colpa, “Doktor Faustus”, al modo di Scipione l’Africano: come quello che ha soggiogato la Sassonia, da cui peraltro veniva. Come il padre Ottone e il nonno Ottone, il primo re d’Italia - la Sassonia malgrado tutto voleva bene a Roma: i primi sassoni nell’Urbe, atletici prigionieri di Onorio, destinati all’arena, preferirono per la vergogna strangolarsi prima l’un l’altro.

Mani Pulite – Erano di Ponzio Pilato.

Occidente - È una storia e un concetto e più che una geografia. Della storia “occidentale”. Non in senso geografico ma, appunto, storiografico, di una forma culturale in una certa epoca, nella linea grecità-latinità-cristianità-Europa: una storia di tremila anni – non più lunga di quella dei faraoni d’Egitto.

astolfo@antiit.eu 

L’amore “fero” tra Dante e Guido

Una promozione in edicola con una collana di Storia della letteratura, sembra un miraggio. Ma è l’iniziativa del “Corriere della sera”, che si accompagnerà ogni settimana a un volume, per trenta settimane. Questo primo è di Enrico Malato, direttore della collana, nonché editore di classici con la Salerno Editrice, cui si devono i diritti dello pera.
Malato, studioso esperto di Dante, ritraccia gli studi su Dante e Guido Cavalcanti, dall’amicizia strettissima alla rottura polemica, con i quali ha riaperto venticinque anni fa un fecondo nuovo ciclo di studi danteschi. La lite figurando per gelosie di filologi-filosofi, più che di uomini, attorno al concetto di amore. Guido ripropose le tesi di Andrea Cappellano, che la chiesa aveva condannato nel 1277. Con la polemica canzone “Donna me prega”, successiva alla “Vita nuova” di cui pure era dedicatario, e in polemica con essa. Che subito, al secondo verso, dichiara l’amore “un accidente – che sovente – è fero”. Niente di più lontano dalla virtù di paradiso.
La contestazione Dante recepirà, facendo parlare Francesca. Ma forse ha ragione Malato: Francesca, che tanto commuove, è ben all’inferno. Beh, un altro caso inimmaginabile di realtà: la chiesa che condanna le tesi sull’amore; due amici fraterni che litigano per la vita su una questione teorica – in cui entrambi avevano ragione; tanti studiosi che si accapigliano su Dante e Guido, sul possibile motivo del litigio (ma ci fu?). Ci sarà un giorno una querelle sulla passione filologica, di che natura è.
Enrico Malato, Dante, Corriere della sera, pp. 475 € 1,90

mercoledì 30 dicembre 2015

Il gigantismo non paga, dismissioni

Dai “mergers & acquisitions” si torna agli scorpori? Dal gigantismo e le economie di scala al  piccolo e bello della qualità e l’efficienza? Studi e banche d’affari sono in fibrillazione per la nuova stagione che si annuncia: nuove filosofie si preparano, l’ambiente si sta rapidamente ricostituendo con gli scandali, l’altalena costante nel mondo delle consulenze dice che è il momento di “innovare”, cioè di cambiare, la tela di Penelope degli affari prende una nuova arricciatura.
Le grandi e grandissime banche non vanno più, dismettono – marchi, quote, sportelli. E anche i grandi gruppi industriali. Prima la Volkswagen. Ora la Toyota, che a VW contesta il primato del gigantismo. E non se la passa bene nemmeno General Motors, il gigante detronizzato da VW e Toyota – Marchionne è per questo aggressivo con la casa di Detroit, sta sulle spoglie. Dismissione è la parola d’ordine.
Volkswagen, che si era portata acquirente di tutti i marchi famosi, compresa Alfa Romeo, potrebbe dover vendere Audi. Mercedes, che per vent’anni, da quando si voleva comprare la Fiat, ha tentato l’ inserimento nei segmenti B e C del mercato, le cilindrate medio-piccole, si riconcentra sulle cilindrate robuste – dopo aver tagliato la diversificazione nella finanza. Toyota, declassata a titolo spazzatura per i conti a lungo falsi, si riconcentra chiudendo impianti – il gruppo giapponese non aveva diversificato i marchi.
Oltre che nelle banche e nell’auto, il ridimensionamento si annuncia anche nella tv e nel lusso. Qui per il necessario ridimensionamento dei principati della penisola arabica, dopo il calo del petrolio. Nella tv, Murdoch punta a crescere negli Usa, monetizzando le società europee di Sky. Per ora in Gran Bretagna, ma anche le attività in Germania e in Italia sono teoricamente in vendita. Restano fuori dal mercato delle dismissioni, per ora, solo in grandi gruppi commerciali.
Dopo l’epoca del gigantismo, tornerà quella del piccolo è bello? È un’altalena ciclica. Con pochi o nulli effetti sui mercati e sull’occupazione. Più che un cambiamento epocale, o di filosofia, o di ideologia, è il fatto delle banche e gli studi professionali d’affari. Che il movimento agitano ora in un senso – con tanto di carte a corredo – ora nell’altro – sempre con carte di evidenza.

La riscossa dell’inglese partì dall’Irlanda

Una sorpresa per il lettore italiano, questi due racconti in traduzione e in originale, dalla raccolta dei “Dubliners”. Su tempi e ambienti non simpatici a Joyce: lo svuotamento dell’irredentismo irlandese nella politica mestierante, e il distacco della vita ordinata di provincia da quella urbana, attiva e creativa. Ma affrontati con piglio innovativo. Col dialogato nel “Il giorno dell’edera”, e in “Una piccola nuvola” col discorso libero indiretto. Con un forte stacco stilistico, molto prima di Pound, Parigi, e l’“Ulisse”.
In queste storie dei primi del Novecento, in queste due come nelle altre dei “Dubliners”, compresa la più celebre, “I morti”, c’è il rinnovamento radicale della prosa inglese – aveva visto bene Ezra Pound, “segretario” dell’innovatore poetico, Yeats, altro irlandese. Ben prima di Gertrude Stein, e quindi di Hemingway.
Anche la versione italiana innova, pur limitandosi a seguire l’originale. Rispetto a quella ancora in uso di Attilio Brilli per Longanesi, poi passata nei Pocket e ora negli Oscar Mondadori. Maria Chiara Piccolo, che ha rifatto la traduzione e la presenta, integra l’edizioncina con buonissime note, su luoghi, nomi, personaggi, parole desuete o idiomatiche.  
James Joyce, A little cloud, Ivy Day, La biblioyteca di Repubblica-l’Espresso, pp. 95 € 2,90

martedì 29 dicembre 2015

Ombre - 298

“Ho un appartamento ammobiliato, con cucina completa di tutto, due bagni e tre camere, non pago affitto, né elettricità né acqua…”. Questo è il sogno realizzato di Karima, terrorista francese dell’Is, moglie di uno dei kamikaze della strage di Parigi: lo confida alle amiche via facebook. Nella guerra civile in Siria, coi cadaveri accanto e le famiglie in fuga in cenci. Lavorando al jihad, alla guerra santa.

“Dure critiche all’Italia” in prima oggi sul “Corriere della sera da parte della Ue. Che poi si rivela essere tre economisti della Ue. Tre funzionari. Pensare che “Le Monde” pubblichi in prima pagina le dure critiche di tre funzionari alla Francia, o la “Frankfurter” alla Germania, invece è impensabile.

Con rinvii, sospensioni, e sospensioni di sospensioni, i giudici salvano il presidente della Regione Campania De Luca. I giudici napoletani. Lo salvano dalla legge Severino, altra legge napoletana, inflessibile. Come il giudice napoletano di Berlusconi in Cassazione. Poi si dice che a Napoli non c’è moralità.

Nessun dubbio che il Procuratore di Arezzo che (non) indaga su Banca Etruria sarebbe stato confermato dal Csm, con patenti di nobiltà: sono della stessa corrente dello stesso partito, Rossi, i commissari del Csm, Boschi e Renzi. Ma pensare che per molto meno – molti meno soldi e niente truffe - si è fatto a Roma Mafia Capitale.
Certo, Boschi non è Buzzi : delinquenti si nasce.

Santino di Federico Fubini sul “Corriere della sera” in onore di Marghrete Vestagen: la commissaria danese alla Concorrenza è madre di tre figli, lavora all’uncinetto, è religiosa, ed è inflessibile. Chissà come ci è arrivata lì, questa curiosità è rimasta insoddisfatta.

Vestager è inflessibile con le società americane, Google, Apple, Starbucks, Amazon. Anche con la russa Gazprom – ma, Fubini va integrato, non per il gasdotto Nord Stream, quello è tedesco anche se il gas è Gazprom. E quando ha tempo libero anche con le aziende italiane: la Fiat, l’Ilva e le banche. Esemplare.

Renzi fa un’elemosina a tutti nel 2016. Così dice, poi vedremo – i 500 euro ai diciottenni per andare al cinema, e votare Pd alle comunali, per esempio, non hanno smosso le folle. Curioso laurismo 2.0. A opera di un presidente del consiglio che ha quarant’anni ma parla e posa a bulletto.

Si fanno simulazioni sull’Italicum, apparentemente per dire che non garantisce la governabilità. Se Renzi non vince al primo turno, argomenta il sondaggista Pagnoncelli, al secondo perderebbe, contro Grillo o Berlusconi. E come? Accreditando a Berlusconi o a Grillo un 30 per cento al primo turno. Percentuale che i due nemmeno si sognano. Tutto per portare gli elettori Pd alle urne.

Piazza Navona, da sempre dopo l’Avvento piazza natalizia dei romani,  con le bancarelle del Natale e della Befana, un rito, è stata svuotata quest’anno d’imperio. Su sollecitazione delle cronache romane laicizzate, per non urtare i mussulmani, etc., il buon prefetto Tronca, buon credente, ci ha messo al loro posto quattro bancarelle da luna park, col tirassegno, a cui nessuno tira. I sacrestani meglio in sacrestia?

Fiorella Mannoia lancia un tweet: “Perché non vado al concertone di Capodanno a Roma?” Già, perché Mannoia non ci va? Il dibattito si accende. È stato il papa a non volerla. No, al papa non je po’ frega’ de meno. È stato Renzi. Sono i toscani che vogliono il monopolio, Renzi, Panariello, Pieraccioni, Conti. Magari è vero. Ma perché Mannoia deve andare al concerto di Capodanno a Roma, lei e non  gli altro cento o duecento nomi della canzone italiana?

Subito naturalmente interviene Grillo, per dire che Mannoia ci dev’essere. E l’opera si compie: al secondo giorno altre paginate. Mai Mannoia ha avuto tanta pubblicità, gratuita.

Ma non è finita, perché Fiorella ci ripensa e twitta: ma io al concertone non ci voglio andare. Terzo giorno di paginoni – che è oggi. E domani?

La matura dottoranda libica a Palermo che flirtava con l’Is ha una borsa dell’università della capitale sicula. Grazie alla quale spediva bonifici in patria, oltre a mantenersi in città. Poi dice che l’università italiana ha le pezze al sedere.

Il presidente della Repubblica ammonisce: “Tra le varie istituzioni si registra talvolta competizione e questo genera sfiducia”. Che si traduce: non disturbate il manovratore, l’accoppiata Renzi-Cantone - Renzi e la sua ombra.

Si pubblicano le relazioni di Banca d’Italia sulle banche fallite, e si scopre che i consiglieri d’amministrazione  che l’istituto ha chiesto di allontanare due anni fa sono stati riciclati ottimamente. Claudia Bugno, precaria della Pubblica Amministrazione, è stata nominata a Roma addirittura a capo della candidatura di Roma all’Olimpiade 2024.

“Panorama” conta venti carriere eccellenti tra i partecipanti alla Leopolda. Carriere non politiche: come minimo un posto in consiglio al’Eni, all’Enel, ovunque, con molti soldi, molto potere, e molto tempo libero.

Antonio Rossitto racconta su “Panorama” una storia che sembra inverosimile. Renzi ha avuto tre mutui a Firenze in pochi anni, per 800 mila euro. Di cui due sullo stesso immobile, che in Italia non si fa – le ipoteche di secondo e terzo grado, in uso negli Usa come leva finanziaria per speculazioni, viaggi, acquisti, sono state la mina della Grande Crisi, i mutui subprime.

Non è il solo miracolo. Renzi pagava tre rate mensili per complessivi 4.300 euro, con entrate, sue e della moglie fino al 2014, di 5.000 euro. Anche questo è eccezionale: nessuna banca dà un mutuo con rateo superiore alla metà delle entrate mensili.

Ma il miracolo fiorentino ha forse una spiegazione. I mutui sono con la stessa banca. Anche questa è un’eccezione, ma dirigente della banca, la Cassa di risparmio di Firenze, era un cugino primo del babbo di Renzi, detto zio in famiglia, affettuoso.

Si ride di Bertone che fa una donazione al Bambino Gesù, l’ospedale del Vaticano, pretendendo che sia una gratuità e non una riparazione – per le sconcezze che Francesca Immacolata Chaouqui per conto del papa ha fatto scrivere. Ma non si dice la verità della storia: che il Vaticano si deve disfare del Bambino Gesù, a favore della famiglia Miraglia, o del gruppo  Garofalo. Una “privatizzazione” a cui Chaouqui lavorava – per conto di intermediari terzi.

Bertone ha già pagato caro la “privatizzazione” a sconto del San Raffaele di Milano, struttura d’avanguardia, alla quale si era opposto. La Procura di Milano ha espropriato gli ambienti vaticani raccolti attorno a don Verzé con una procedura fasulla, a favore della famiglia Rotelli, proprietaria pro tempore del “Corriere della sera”. Nella sanità, in effetti, ci sono troppi soldi. Una mangiatoia non natalizia ma spudorata. 

Troppa grazia, la messa è finita

Per molto meno - “non poteva non sapere” - hanno distrutto partiti, carriere e persone, e hanno divelto le istituzioni. Per molto di più, l’abuso dei risparmi di gente comune, non indagano e anzi assolvono preventivamente. È successo al Consiglio superiore della magistratura, che è presieduto dal presidente della Repubblica, e il fatto è ancora più grave, il presidente essendo impegnato a disinnescare una commissione parlamentare d’inchiesta su Banca Etruria, dove gli abusi si sono dolosamente consumati. Una prova di forza. E un errore politico?
La prova di forza è nel sarcasmo con cui la richiesta di sanzione a carico di Rossi è stata respinta dal Csm. Il Procuratore di Arezzo Rossi, titolare dell’indagine su Banca Etruria, è amico dei Boschi e consulente di Renzi a palazzo Chigi – nella persona del suo capo dipartimento affari giuridici, Antonella Manzione, ex capo dei vigili urbani di Pietrasanta. L’incompatibilità tra questi rapporti e l’inchiesta Etruria è evidente, ma non per il Csm. Perché, ha detto il presidente della Commissione referente Renato Balduzzi: “Rossi ha assicurato che nessun parente del ministro è indagato”. Che è invece il vulnus dell’operato di Rossi, la mancata indagine sul consiglio d’amministrazione della banca.
Poiché Balduzzi è anche lui ex democristiano, si può pensare a un caso di strafottenza confessionale. Sicuramente è un caso di potere manifesto e anzi esibito, contro il quale saranno inevitabili contraccolpi, per quanto cieca o acquisita possa essere l’opposizione, fuori e dentro il Pd, il partito di Boschi e di Renzi. Che il Csm sia anche un organo costituzionale, super partes, questo, come si sa, non conta nulla.

Patetica viennese di Roth (Joseph)

Sono gli abbozzi e i materiali rimasti inediti, 1918-1928, nell’edizione Passigli di tre anni fa, a cura e con le note di Vittoria Schweizer. Racconti di vite non vissute per lo più, scialbe. Rassegnate. Le prove dei “vinti”, la materia in cui J.Roth eccellerà.
Il tema è dunque antico, al 1918 risalgono le prime prove narrative di un J.Roth già ventiquattrenne ma appena congedato. Qui con tracce evidenti di patetismo, un ingrediente che affinerà in dosi omeopatiche – si rifaceva in quegli anni anche la biografia, nel senso dell’orfano, povero, reietto.
Joseph Roth, Questa mattina è arrivata una lettera, Il Sole 24 Ore, pp. 79 € 0,50

lunedì 28 dicembre 2015

Renzi, Milano, la Germania, e il paese di merda

Non c’è dubbio che l’Italia debba andare con la Germania, con la quale ha il rapporto economico più stretto, e quasi una simbiosi, oltre alla vicinanza politica. Lo potrebbe anche agevolmente: la Germania è governata dai cristiano-democratici, l’Italia dal partito Democratico, ma è un Pd da qualche tempo molto democristiano. All’Italia per di più converrebbe: seguire l’esempio tedesco su come si fa politica in Europa e attraverso l’Europa. Ma ecco che Renzi attacca la Germania. Mentre il “Corriere della sera”, sostenitore di Renzi, e un po’ anche del mangiatedeschi Salvini, si professa tedescofilo. Filotedesco a priori, anche nelle cose che la Germania non fa bene, o fa male.
Federico Fubini ha gratificato i lettori l’altra settimana con una serie di interviste a tedeschi non illustri sulle cose italiane e europee, quasi autorità cadute dal cielo. Questa settimana la galleria del “famolo tedesco” la apre Danilo Taino. Che santifica invece le banche, quelle tedesche.
Non è vero che il governo tedesco ha aiutato le sue banche per 270 miliardi (duecentosettanta miliardi…). No, le ha aiutate per 144 miliardi: 64 per ricapitalizzazioni, 80 per asset relief, per liberare le banche dai crediti incagliati. Che non è poco come sembra, è il 5, 3 per cento del pil, calcola lo stesso Taino – uno sproposito.
L’Italia ha aiutato le banche solo per 7,5 miliardi - che poi si è fatti restituire, ma sorvoliamo. Ma si è limitata, insinua Taino, solo “per vincoli di bilancio”, cioè perché non aveva i soldi. Non perché Bruxelles lo impedì, e lo impedisce. E comunque, conclude Taino, non ci sono paragoni: le fidejussioni a favore delle banche, che erano salite fino a 140 miliardi in Germania, e a 86 in Italia, sono ridotte a 3 in Germania, mentre restano a 82 in Italia. Ci sono effetti, a Milano o al “Corriere della sera”, senza causa. Senza contare che l’Italia non ha potuto fare asset relief nemmeno per 80 milioni.
Renzi, ricapitolando, ha conquistato “Milano”, che il “Corriere della sera” esprime e rappresenta, che gli dedica ogni giorno numerosi robusti pistolotti. Glieli dedica anche alla campagna prenatalizia contro la Germania. Ma incensando ogni giorno la Germania più monopolista e aggressiva. Renzi fa ammuina? Il “Corriere della sera” fa l’agente provocatore? O non è sempre la “Milano” del “paese di merda”, da governare attraverso la crisi? Dovendosi tenere Renzi, “Milano” non rinuncia ad affondare l’Italia.

Abbaio dunque sono

Bilancio, immigrazione, sicurezza, Russia: all’improvviso l’Europa è diventata “centrale” anche per il governo, non più il solito vincolo esterno. E qui casca l’asino, Renzi. Di un velleitarismo, o provincialismo, sbalorditivo. Di vecchia scuola democristiana, purtroppo, e quindi da temere radicato – su altre questioni Renzi ha ottimi consulenti, su questa no. Un provincialismo che l’Italia ha sempre pagato caro, ma ora ha costi intollerabili. Ora, in questa Europa di pescicani.
Negli affari internazionali non serve baccagliare, o fare la voce grossa. La Toscana, che lo dice stigmatizzando, e il toscanissimo Renzi stranamente non si incontrano su questo terreno. Negli affari internazionali bisogna calcolare e avere modo. Mentre l’Italia si è messa – Renzi si è messo a furia di vociferazioni senza seguito - nell’angolo del ring, chi vuole può colpire.
La vera Grande Riforma sarebbe sbarazzarsi di questo assurdo provincialismo. Che riemerge inaffondabile, ora con Renzi e Mattarella. E il Vaticano non ci può più nulla, che invece si è svecchiato, e vive da tempo all’ora della scelta europea.
Ma. Se non si può reinventare la classe dirigente via confessionale, non più, perché non si potrebbe via voto? Nessuno che proponga: attenzione, l’Europa non è Salvini né Renzi, l’Europa è... Che cosa è? L’Europa è da scoprire.

L’amore ha i suoi luoghi

“La fantasticheria sfrenata delle donne sole” Colette ritrova nel suo vecchio appartamentino, ora abitato da una dattilografa che la serve occasionalmente. Suo di un’epoca – quella dell’infelice matrimonio giovanissima col traditore Willy – in cui lei stessa, nelle stesse stanze, fantasticava amaro. La stessa storia ora si ripropone, tra sortilegi e maledizioni a esito alterno: magia dei luoghi?
Colette ripercorre felice l’amore infelice, ancora doloroso a distanza di trent’anni, ancora giovane mentre va per i settanta, in una Parigi occupata di cui non si occupa e non dà traccia – il racconto è del 1940. Con leggerezza, la grazia che la conferma migliore narratrice. “Un ritorno”, dice, “al mio cattivo e affascinante tempo trascorso”, che mai è perduto. Balzacchiana sempre, per formazione, ma proustiana di gusto. Il giusto, alle memorie attenta e ai particolari - colori, forme, odori, si gira con lei per il mercatino rionale come in un sortilegio, superfici, pieghe e interstizi, intermittenze e costanze del cuore, la vita animale in più e quella alimentare, cotta e cruda - in un periodare semplice, non affettato.
Colette, Luna di pioggia, Passigli, remainders, pp. 79 € 3,75

domenica 27 dicembre 2015

Letture - 240

letterautore

Woody Allen – Si rivela gran filosofo in “Irrational Man”, film filosofico. O meglio si dichiara, filosofo lo è sempre stato, la sua comicità è filosofica – dal tempo di “questa è una vapina: riflessiva, sui Grandi Temi. Candidato all’Oscar col titolo derridiano-heideggeriano “Deconstructing Harry” vent’anni fa – “Harry a pezzi”. Ma più nei testi scritti che al cinema. La metafisica è incomprensibile ma non fa male, anzi, scriveva quasi mezzo secolo fa sul “New Yorker”, Kierkegaard ci si divertiva. E ipotizzava, sulla stessa rivista, che Schopenhauer negli ultimi anni divenne sempre più pessimista perché si accorse di non essere Mozart. Poneva cioè problemi filosofici, spaziando da Hegel a Pascal. 
Ma tutti i plot dei suoi ultimi film sono filosofici, perfino presocratici, tra misteri e tragedia greca, la serie “alimentare”, sulle città europee del turismo di massa, Londra, Parigi, Barcellona  e Roma - la sua vera celebrazione di Parigi è quella del Leipzig Anxiety Festival di qualche decennio prima, il festival della filosofica ansia.

È uno che rifà sapiente John Fante, l’iperrealismo caricatura del realismo: la straordinaria irrealtà del reale. Non realista, non del realismo, neo o vetero, italico, sovietico, lagnoso, censorio, dei migliori-di-Dio-e-del-mondo, stanchi perché sazi, nato col verismo nella Belle Époque opulenta, che s’ammanta di Verità Ultime, più spesso la rivoluzione e il bagno di sangue – dimenticato, ma in auge fino all’altro ieri. Salvando la fantasia, che il reale lega liberamente, per gioco: la letteratura.

“La prova che Dio non c’è è che le ragazze più belle sono quasi sempre le più noiose”, è estetica non male.
O la verità su Freud, che a tenerlo su è l’industria dei divani.

Germania – Ha un senso di identificazione fortissimo. Che attrae ugualmente molto, anche i più avversi, quali si potrebbero pensare gli ebrei, gli slavi, nonché i suoi nemici storici, la Francia e l’Inghilterra. Di identificazione fino alla perdita del senso critico, che pure alla filosofia tedesca si appella e di cui la Germania si fa bandiera. Non è un caso Hannah Arendt, “Sulla rivoluzione”, che la seconda guerra mondiale propone di considerare “una forma di guerra civile che abbraccia la terra intera”, piuttosto che condannare la “sua” Germania. Innesca rifiuto oppure adesione come tutto, ma in forma sempre acuta, quasi agitata, e radicale.
Le traduzioni dal tedesco si sottolineano costantemente con l’originale, anche da germanisti perfettamente bilingui, siano essi italiani che inglesi o americani o francesi o spagnoli, come di una perfezione altrimenti irraggiungibile: una dipendenza psicologica. Mentre si traduce liberamente da altre lingue, anche da quelle concettualmente (semanticamente) diverse, come il cinese e lo stesso russo, pieno di parole-concetti intraducibili, e non solamente per la sintassi e le parole composte. E con un rispetto unico per questa presunta indefinitezza del tedesco, come di un esoterismo. Ma allora confinante con la sacralità e non con la magia, che altrove e altrimenti invece indispettisce, come un trucco.
La dipendenza è specialmente forte, assoluta, per l’“esattezza” – la lingua, il prodotto, la burocrazia, le persone, l’etica del lavoro, la politica, tutto è in Germania curato, preciso, esatto. L’esattezza come sinonimo di perfezione. Che invece non c’è e non si può dare, e il tedesco stesso non ci ambisce. Come testimoniano tante fraudolenze, e la stessa filosofia tedesca, non esattamente esatta – è il suo vanto.  

Specialmente tedescofilo si può dire anzi l’ebraismo, anche dopo l’Olocausto – Hannah Arendt non è isolata. Il solo ebreo tedesco che abbia rifiutato la Germania, Gershom Scholem, è tenuto in punta di bastone e quasi per apostata, come un fuorilegge o un eretico – uno che rinuncia a un’eredità così cospicua.
A Tel Aviv e Gerusalemme, fino agli anni 1970, prima dell’immigrazione dalla Russia e dai paesi arabi che ha rivoluzionato la composizione demografica e sociale di Israele, si parlava yiddisch – e ladino - più che ebraico.

Agamben sembra attribuire gran peso, in “Stasis. La guerra civile”, al sipario “alla tedesca”, che si chiude(va) sollevandolo invece che abbassandolo. Ci vede il teatro che viene dalla terra come usava in antico, e non dal cielo. Ma, poi, dà conto di qualche incertezza - tanto più che il sipario oggi si apre orizzontalmente, da e per il centro: “Non è sicuro che sia possibile attribuire un senso a questi cambiamenti nella manovra del sipario”. 

Italiano – Il carattere Dickens assomiglia ai “fiumi di montagna” (nell’articolo “Giù con la marea”, ora nella raccolta “Guardie e ladri”), che “in Italia sono come il loro spirito nazionale: ora assai docili, ora sfrenati improvvisamente a rompere gli argini, ora di nuovo a calare”.

Incipit - Bulwer-Lytton, lo scrittore prolifico di romanzi storici, coevo e concorrente di Walter Scott, è dimenticato, tra le altre cose, perché autore di “era una notte buia e tempestosa”. Ma Dickens lo pasticcia senza infamia - “Guardie e ladri”, p. 215: “Era una notte assai buia di freddo pungente”.

Libro – Torna di carta, dicono le statistiche. Anche perché gli editori hanno soffocato l’ebook, con prezzi abnormi – benché i margini sull’ebook siano molto più ampi che su carta. Ma l’abitudine al libro pesa sempre, se la stessa Amazon apre librerie, con scaffali e pile di libri da sfogliare, materialmente - e Jeff Bezos, il padre-padrone di Amazon, il primo investimento che si è potuto permettere con gli ampi profitti lo ha fatto nella carta, comprandosi il “Washington Post”.
La diffidenza resta peraltro intatta sull’archivio: quello elettronico, qualsiasi blogger lo sa, dà poco affidamento - di reperibilità straordinaria, resta incerto per la tenuta, i supporti non durano un decennio.

Pasolini – Rifiutava da ultimo, lui nato maestro (i suoi anni felici, secondo Naldini), la scuola. Che si può rifiutare per tanti motivi. La modernità ha sradicato le masse, prima col salario, poi con la pensione, ora coi consumi. E la scuola, nata dallo stesso mito laico che alimenta il salario, la rendita e i consumi, ne è, forse senza malizia, il vettore: non rimedia alla disuguaglianza ma la riproduce. C’è sapienza, nella scuola istituzione, ancorché perversa. Ma Pasolini la rifiutava per sue mitologie autarchiche, di un mondo senza peccato e senza Dio - che non è  mai stato di nessuno, se non dei suoi sottili burattinai, che non sono le masse (è il nodo del male assoluto, del suo impossibile isolamento, o del piacere di fare il male).

O non subiva da ultimo la crisi dei cinquant’anni, ormonale? Invaso dalla pornografia, la dissoluzione in un lago di sperma, sterile. Lamentava la licenza, ma da vittima – la lamentava degli altri, ma evidentemente di se stesso, come del resto da prove narrative, il postumo “Petrolio” e altre. Vittima dell’iterazione, della compulsione a rifarlo, con chiunque, ovunque, in ogni situazione e posizione. Vittima anche della sua diversità, da intendere l’omofilia. Qui dando ragione agli omofobi, che l’omosessuale dicono sfondato e senza cuore, mentre è probabile che subisse l’incontinenza dei cinquanta, dell’età che fugge.
È impossibile amare i moralisti. Della sterilità dell’impegno si potrebbe fare un libro.

“È per l’Istinto di Conservazione\ che sono comunista”, ha ribadito in molte forme. In molte maniere opportunista – come di chi alla politica si adatta. Col modesto ma costante guardarsi allo specchio nelle occorrenze quotidiane. Agli inizi a Roma, per entrare nel cinema un giornale fascista gli è andato bene. Dove apprezzava del “Bell’Antonio” la sua propria sceneggiatura, e denigrava in quanto fascista l’ottimo autore del romanzo, Brancati. O “La dolce vita” elogiava in quanto film “decadente, provinciale, cattolico”.

Poesia – È molta, profluvia, diluvia, è facile e appaga – è il genere più praticato nell’autoeditoria. E in questo senso immortale: un bisogno di comunicazione-conservazione, di solito, la sottende. È la prima forma di espressione, già alle materne. Facile e anche troppo facile, legata al ritmo, con filastrocche, rime, ritmi, assonanze, ma anche no, a sorpresa, a caso. Spontanea e costruita. “Formativa” sempre, per contesti, linguaggi, pedagogie, siano pure “selvagge”, irriflesse.

letterautore@antiit.eu 

Siamo tutti terroristi

Per stasis, guerra civile, Platone intende, secondo Nicole Loreaux, sulla cui lettura Agaben articola il primo intervento, la pratica ateniese della litigiosità. E più in famiglia e tra famiglie, nella coppia, tra padri e figli, tra figli. Che , dice Platone, “Repubblica”, 471, “si combattono come se fossero destinati a riconciliarsi”. E questo è Hobbes, quello dell’homo homini lupus, oggetto del secondo saggio del volumetto. Si penserebbe questo Hobbes, ma è un altro: è quello del frontespizio del “Leviatano” (Agamben dopo Ginzburg, o meglio viceversa - ma sul frontespizio molti si esercitano), e della parte III dello stesso libro, che tratta della politica come teologia. Per finire col dare ragione a Carl Schmitt che la tesi ha anticipato (Agamben dopo Tronti, o viceversa). Rafforzandolo con la lettura di san Paolo – che è quella di Taubes, che Agamben non cita.
Un libro inconcludente. Collegabile a “Homo sacer”, ma come divagazione. Agamben stesso non si propone di riempire il vuoto – tentare una teoria generale della guerra civile. Si propone di analizzarne due concezioni, quella di Hobbes e quella greca, di Socrate-Platone-Aristotele. Ma poi solo su questa si attarda, e solo nella lettura di Nicole Loreaux, che la vita politica assimila a quella familiare. Un approccio, malgrado tutto, bizzarro. Concludendo, con molti salti, che il terrorismo è la nostra storia: “Non è un caso se il «terrore» ha coinciso col momento in cui la vita come tale – la nazione, cioè la nascita – diveniva il principio della sovranità. La sola forma in cui la vita come tale può essere politicizzata è l’esposizione incondizionale alla morte, cioè la vita nuda”.
Una conclusione aggiunta - i due testi che si esumano sono di due seminari a Princeton dell’ottobre 2011, subito dopo l’11 settembre? E il “terrore” che coincide con la nazione, con la sovranità, sarà quello di Robespierre? Ma la nazione era già nata. La guerra, certo, è sempre tra esseri umani, di qualsiasi nazionalità.

Più conclusivo invece l’intervento di Agamben oggi su “Le Monde”, sullo stato d’emergenza decretato in Francia contro il terrorismo – che si proroga di tre mesi in tre mesi. Sulla sospensione cioè delle procedure giudiziarie, l’applicazione della legge lasciando alla discrezionalità del potere. Una reviviscenza della “ragion di Stato”, oggi definita “Stato di sicurezza”, che equivale a una legittimazione dello Stato stesso attraverso la paura. Un ritorno allo stato “hobbesiano” che: 1) “È uno Stato di polizia”, 2) che non dà la scurezza che promette ma aggrava la paura, e 3) “depoliticizzando il cittadino, diventato in qualche modo un terrorista in potenza” - espropriandolo della politica – entra in una zona grigia e minacciosa.
Giorgio Agamben, Stasis. La guerra civile come paradigma politico. Homo sacer, II, 2, Bollati Boringhieri, pp. 74, ill. € 14

sabato 26 dicembre 2015

Problemi di base - 258

spock

“Preghiamo per i cristiani che sono perseguitati”, lamenta il papa, “spesso con il vergognoso silenzio di tanti”: di chi?

Perché gli uomini vogliono continuare a sposarsi – se i figli si comprano al mercato?

Che invenzione è la coppia? Divina no

Il problema è: 150 mila dollari sono pochi o sono molti per comprarsi un figlio chiavi in mano – colore della pelle, colore dei capelli, ricci, etc., tutto a regola d’arte?

Hanno poi votato le donne in Arabia Saudita?

Ma perché, c’è un Parlamento in Arabia Saudita?

Si fa il giornalismo degli uffici stampa ma non si fa l’ufficio stampa del giornalismo: si vergogna?

Sarkozy è meglio di Le Pen, uno che ha rovinato l’Italia?

spock@antiit.eu

La filosofia assassina

L’Irrational Man è filosofo, professore anzi di filosofia, professa la razionalità. Atteso al dipartimento nella nuova università, quasi messia, vi arriva esaurito e bevitore. La moglie lo ha abbandonato, per il suo migliore amico. L’altro migliore amico, nella comune organizzazione umanitaria, è stato decapitato in Iraq – o è “solo” saltato su una mina. A lezione professa il famoso problema morale di Kant, “Su un preteso diritto di mentire per umanità” – che è il machiavellico fare il bene attraverso il male, ma non si può dire. E piano piano, tra ritorni alla Gide di atti gratuiti e omicidi perfetti, riacquista la voglia di vivere: diventerà assassino, naturalmente a fin di bene. La fine è del genere: chi di spada ferisce di spada perisce, chi la fa l’aspetti, etc.
Woody Allen ha sempre fatto filosofia, specie nei testi scritti, con Schopenhauer e Nietzsche, si pensava per scherzo. Fin dai tempi di “questa è un vapina”, che avrebbe divertito (dato da pensare a) Wittgenstein. E più negli scambi identitari -. fusioni, trasformazioni, divisioni. In “Zelig” per esempio, da cui “la sindrome di Zelig”, adottata dallo stesso Bettelheim che è parte del film: il conformismo all’ambiente, tale da mutare la personalità. Qui professa solide fondamenta, molti scherzi combinando con solide argomentazioni. Un dialogo inconsueto al cinema, e abile, approfondito. Ma non si ride – o poco.
Non si ride più da tempo ai film di Woody Allen, specie quando non c’è lui in scena. Perché sono tirati via, low cost – da camera, con poche inquadrature fisse di esterni, campagne o marine, e dialoghi frontali? Perché fa film, benché a colori, alla Ingmar Bergman, suo lontano idolo non per ridere? Perché le generazioni woodyalleniane sono invecchiate con lui? E perché è scorretto. Qui scorrettissimo – alla fine di tutto c’è un debasement della razionalità o filosofia così radicale che si ha paura di ridere: al pessimismo non c’è rimedio.
Woody Allen, Irrational Man

venerdì 25 dicembre 2015

Secondi pensieri - 244

zeulig

Asessismo – Si cancella, dopo il padre, ora anche la madre. Improduttiva e irrazionale – una madre è uno spreco. Per un disegno di deumanizzazione, nel quadro del livellamento tecnico e della  della parcellizzazione efficientista (ugualitaria): il mercato, sedicente individualizzante, vuole disponibilità totale: singletudine senza impedimenti. La stessa singletudine diventa misantropica – per la residua sensibilità erotica basta un incontro al bar il sabato sera.

Congiura – È destino che ci siano cospirazioni nella filosofia di Evola e Guénon. Se le società umane, cioè,  non sono innovative (evolutive), ma gerarchiche e rituali.

Custode – È testimone, di un percorso continuato, in una corsa a segmenti. Di un percorso. Oltre che depositario della continuità. Dell’interpretazione, anche – l’interminabile ermeneutica.

Destino – È il proprio giudice, l’io in forma di giudice. Non l’innovazione o la sorpresa, ma una sommatoria e l’esito di un giudizio. Inafferrabile ma personalizzato, proprio - il suo destino è il suo giudice.
È il senso di Benjamin: se uno ha carattere il suo destino è costante. Ma non di un fluire quanto di un rappresentarsi-giudicarsi - rappresentarsi è in ogni momento giudicarsi.

Fascino – È di ogni genere, non il meglio, né perfezionista. Si prenda Hollande, il presidente francese, che attira a ripetizione donne molto belle e altrettanto volitive, a lui sempre devote, malgrado l’incostanza, i tradimenti, e ora i ripetuti fallimenti politici – è lui che sempre le lascia, non loro lui. Pur non essendo bello, né atletico, né spiritoso, né simpatico, e anzi piuttosto piedi piatti. È solo un po’ meglio di Sarkozy come statura, 1,70 contro 1,60, che invece le donne lasciano. Ma è più basso, anche molto, di Chirac, Mitterrand, Giscard, Pompidou, e naturalmente De Gaulle, i presidenti cui la Francia è – era – avvezza. Ed è sempre più basso delle donne che incanta. Il suo fascino è il provincialismo. Anche presso il pubblico: non  un presidente pugnace, né della Francia che parla inglese, ma quello della pétanque e della fine, che non esiste più ma si fantastica, e fa lo smargiasso. Ma dotato di chiacchiera, sempre persuasiva. E non è un caso, il fascino dell’umo senza qualità c’è sempre stato. Anche della donna.

Futuro - È proiezione del presente, senza dubbio – altrimenti è postero. Ma è anche il presente: si costruisce momento dopo momento, cioè oggi. Nelle proiezioni fantastiche e nei dati materiali - l’investimento (il fondo, la casa, l’assicurazione), l’apprendimento, il lavoro, la programmazione-progettazione. Non c’è senza il presente, ma ne è anche una forma.
Lo stesso concetto di postero è di un presente che si continua: nel ricordo, l’immaginazione, la celebrazione, il mito. Lo steso si potrebbe argomentare della immortalità: è una costruzione-idealizzazione dell’esistente.

Gender – Inevitabilmente approda al no gender,: è un autonegazione:. Se la distinzione sessuale è solo culturale.

Genio – È quello che genera l’ermeneutica moltiplicatrice, la lettura del genio, multiforme per definizione, l’interpretazione. È un fatto di ermeneutica. Moltiplicando e stimolando l’attività del creatore, in prospettiva. Moltiplicando l’applicazione critica, l’interpretazione.
È un fatto di applicazione, di critica creatrice. Dante è tutto e il contrario di tutto. Shakespeare che è cento diversi personaggi. O Platone, o l’inafferrabile Socrate che periodicamente risorge. Il genio multiforme – Leonardo – lo è in modo diverso: interpreta se stesso.

Morte – È un fatto, ma più  è una suggestione, quando si vive. Può capitare di festeggiare i riti della luce e della rinascita leggendo occasionalmente un poeta che, bello e adolescente, amato e già di successo, Georg Heym, pure dubita, “inaudita parola saremo?”, e solo poeta della morte.

Il diritto la considera e la deconsidera, con l’istituto del testamento, o comuqqne dell’eredità. Che perpettua e consoldia l’istituto familiare, ma prima la persona del testatore. Che intende sopravvivere non soltanto negli affetti o sentimenti, ma di fatto, nella vita quotidiana. E lo fa in tutti i casi, anche se contestato.

Storia – “L’histoire est dans le flou”, Michel Serres, “Roma, il libro delle fondazioni”, 9: la storia è nella dissolvenza. Quale storia?

La storia si scrive, Barthes l’ha scoperto. A lungo fu oggettiva. Ma, Koyré l’aveva intuito, la storia non prova niente. E se lo fa è crudele: c’è mai stato uno storico che non abbia sognato di poter nutrire, come Ulisse, le ombre di sangue, per poterle interrogare? La teoria precede la storia, aggiunge Aron. E Ricoeur: “Il documento non era documento prima che lo storico avesse pensato di porgli una domanda”. Croce: “La cultura storica ha il fine di serbare viva la coscienza che la società umana ha del proprio passato, cioè del suo presente, cioè di se stessa”. E Edward H. Carr, lo storico del sovietismo: “C’è un continuo processo d’interazione tra la storia e i fatti storici, un dialogo senza fine tra presente e passato”. Gobetti ne fa il fulcro della “Rivoluzione liberale”: “La nostra sarà una generazione di storici: tanto se ci applichiamo all’economia come al romanzo e alla politica”.
La storia è l’Uomo di Michelet, opera dell’Uomo. La ricostruzione a opera dell’uomo di Febvre. Le vite di Emerson. L’essenza delle vite di Carlyle: “Lo storico è il Prestigiatore di Gulliver: ci riporta l’animoso Passato perché possiamo guardarvi dentro e scrutarlo a volontà. La storia universale è un libro, che siamo obbligati a leggere e incessantemente scrivere, e nel quale siamo scritti”. Cassandolo, che è la cosa più facile, della storia e di ogni realtà. Testo divino, volendo, con Swedenborg, “nel quale ci scrivono”. Chi? Swedenborg parlava coi diavoli.
La storia è figlia del tempo, oggi come ieri. Quando Casaubon nel “Polibio” depreca: “Amaro destino della storia, che una volta in un’aureola di luce splendente soleva godere della più stretta familiarità dei re, i principi, i nobili di più riguardo, insegnando loro la saggezza e le norme di una dignitosa esistenza e ricevendone in cambio prestigio, mentre ora, dimentica della precedente condizione e resa inutile ai fatti della vita, è lasciata ai borghesucci, che rimescolano la polvere delle scuole, e si coltivano in un’i-pocondriaca inattività”. E ancora è meglio di quando la rimescola Hitler.

Uguglianza – Passa, nell’era globale, sotto il segno dell’uniforme e indistinto. Del  “relativismo culturale” - nobilitato quale dialogo. La “eguale libertà” di Martha Nussbaum meglio espone il paradosso: bisogna essere per la “vera differenza” e contro “l’omogeneità”. E perché? L’uguaglianza ha sempre creato problemi politici. I diritti umani sì, sono affare suo, ma la storia e la politica vivono meglio di adattamenti. C’è un paese, gli Stati Uniti, dove la libertà pesa più della tradizione, e c’è l’Europa, dove la storia pesa di più – si parla di pesi per l’unità del paese, della società. Si veda il diverso esito della “eguale libertà” negli Usa, paese crogiolo, dove il fatto unificante è la libertà, e in Gran Bretagna, dove il multiculturalismo ha presto inciampato nel rifiuto – o dovremmo chiamarla obiezione di coscienza? Non senza ragione: perché i pakistani dovrebbero essere inglesi? E il Cristo maomettano? Il dialogo religioso illimitato, estenuato, assillante, proprio in questa epoca, in cui non ci sono guerre di religione, è più che un atto di buona volontà, è il disegno-sogno di istituzionalizzazione della religione.

Unità – Quella del mondo passa per utopia, da Dante a Campanella e Tommaso Moro, a Hobbes, alla trascurata parte III del “Leviatano”, “Del Commonwealth cristiano”, a Kant. O non un dogma pratico in forma di tradizione? Gregorio Nazianzeno lo dice. Dio può essere anarchico, poliarchico e monarchico, dice. Del Dio anarchico (confusione) e poliarchico (rivolta) “si divertono i figli dell’Ellade e lasciamo che si divertano ancora… noi onoriamo la monarchia”. Non un re, specifica, ma “quella sovranità che è costituita da uguaglianza di natura, da unanimità di giudizio, da identità di vedute, dal concorso delle persone a formare una cosa sola con quella dalla quale derivano, il che è impossibile nella natura creata”. Il Dio ebraico fuso con col principio monarchico della filosofia greca”.
Non solo in Dante, tuttavia, l’unità mantiene una sua dignità. Frances Yates ne ha recuperato non molti anni fa perspicui significati, anche in fase di democraticismo radicale, in “Astraea”. Tanto più oggi, in questo mondo di trasvalutazioni, o continue svalutazioni, che è stata finora la globalizzazione, un’asta al ribasso, o una perversa uguaglianza - chi è meglio dell’Occidente?

zeulig@antiit.eu

Morire giovane

Il poeta che ha antiveduto la sua morte: in sogno, ha lasciato annotato nei taccuini, “mi trovavo su un grande lago interamente ricoperto di lastre di pietra. A un tratto sentivo che le lastre cedevano…” Diciotto mesi dopo, pattinando sul fiume Havel emissario del Wannsee, il lago più frequentato di Berlino, con l’amico fraterno Ernst Balcke, che cadde in una buca, per salvarlo Heym morirà pure lui, dopo avere urlato inutilemnete a lungo in cerca di aiuto dagli altri pattinatori.
Un’opera ritenuta di rottura con i vecchi schemi tardo ottocenteschi, ma poesia ancora decadente – neo romantica. Con l’aggettivazione costante, volentieri ossimorica: fiaccola ardente, verdi sorgenti, bagliore smorto, pallida candela, la nera spalla nella grigia sera. E l’animazione della natura: l’oro dell’autunno, la fragranza della macchia, la foresta d’ambra. Lo stesso esercizio frenetico dell’aggetivazione-catalogazione il giovane poeta esercita però sulla città: sulle cose apparentemente inanimate, pietra, rotaie, fumi, luci. L’innovazione avvolgendo nel rifiuto, che la malinconia traspone in violenza, la sua opera portando a catalogare nell’espressionismo.
“Ofelia” galleggia “con una nidiata di ratti fra i capelli,\ le mani inanellate nella corrente\ come pinne”, tra felci, pipistrelli, e una biscia che “nel seno penetra”. E noi “morti siamo”, alla “Morgue” – “silenziosi girano i custodi\ dove il bianco dei teschi fra i panni rifulge”. Tra immagini estroverse: inside-out: le tempie della terra, il naufragio del giorno, i mari della sera. Già, o ancora, di maniera, e tuttavia ricco di humus – o almeno così viene in traduzione “L’anima mia mare senza sponda\ piano fluisce in lieve corrente.\ Verde son io dentro di me e fuori mi sperdo\ come un palloncino di vetro”. O il flusso ortogenico del “Dormiveglia”. Una poetica che il poemetto del titolo sinteizza come una carrelata di immagini concatenate, nel “sogno crepuscolare di un fatuo volo di farfalle”. Immagini di morte per lo più.
La poetica di Berlino Heym fa per primo, della città. Una poetica trascurata e anni ignorata dal suo secolo, il Novecento, che pure ha vuotato la campagna per le megalopoli, con l’eccezione manierata del futurismo. Opera di un poeta morto alla nascita, si può dire, a 24 anni, proveniente dalla Slesia remota – ora è Polonia – tra l’Oder e i Sudeti, che molti germogli aveva dato alla Germania. “Poeta di dissolvenze”, lo dice Claudia Ciardi. Cresciuto sui tedeschi che il mondo rifanno di fretta, Nietzsche, Hölderlin, Kleist..Che molto pubblicò in vita, attorno ai venti anni, e molto lasciò incompiuto, soprattutto teatro. Riemerge carsico con raccolte di poesie, racconti, sogni, divagazioni.
Anch’essa giovane, benché non affine, Claudia Ciardi ne ha tratto un’antologia agile e sostanziosa. Traducendolo, si arguisce, senza abbellimenti o ammodernamenti, seppure non filologicamente. Ha organizzato la silloge, una ventina di componimenti brevi e lunghi, per il centenario della morte. Traendola dalle tre opere di Georg Heym, “Der ewige Tag”, l’eterno giorno, “Umbrae Vitae”, una raccolta tradotta da Einaudi nel 1970, e la postuma “Der Himmel Trauerspiel”, la tragedia dei cieli, oltre che dal volume di poesie sparse dell’opera omnia. E intesse, nelle brevi acute note, una sorta di romanzo del destino attorno al ghiaccio, l’artista che il poeta più ammirava, Caspar David Friedrich, avendo vissuto un dramma analogo – aveva perduto il fratello maggiore Johann Christopher a tredici anni per la rottura del ghiaccio su cui pattinava, forse nel  tentativo di salvare il futuro pittore.  Morto giovane, Georg Heym è stato presto dimenticato, ma erraticamente è riproposto.
Georg Heym, Ci invitarono i cortili, Via del Vento, pp. 33 € 4

mercoledì 23 dicembre 2015

Fuori le banche

Si chiama Brrd e dà i brividi, non solo nel nome, la regolamentazione europea delle banche dall’1 gennaio – ma è già in vigore. Perché non avremo più banche. Che non è una buona cosa come si potrebbe pensare - pensare male delle banche non è peccato. A chi chiederemo il fido? Da chi avremo il mutuo?
Non è una buona cosa anche perché le banche ce le avremo, ma non più quelle “pubbliche” di cui si favoleggia, in concorrenza e a proprietà diffusa, senza padroni occulti. Avremo solo queste, dei grandi padroni: troppe banche fanno male al mercato, tra i pochi eletti la concorrenza si stabilisce al livello giusto, nel loro interesse.
Il meccanismo perverso per mettere le banche a morte è quello virtuoso di cui la legge Brrd fa sfoggio: nel caso di mala gestione pagano gli azionisti, gli obbligazionisti e i correntisti. E chi mette più i soldi in banca, in azioni, in obbligazioni? Non i piccoli investitori né i piccoli fedeli obbligazionisti.
È la fine delle banche. Come si rafforza infatti il tier1 se il tier 2 è sottoscacco? Tier 1 è il patrimonio di base: il capitale versato, le riserve, gli utili non distribuiti. Tier 2 è il quasi-equity, degli “strumenti innovativi”, comprese le obbligazioni subordinate, che difendono e rafforzano il tier 1. Non s faranno mi più ricapitalizzazioni, se non tra grandi interessi.
Il bail-in (pagano i soci) vale per le banche come per ogni altra azienda, per es. Parmalat, Ilva. È giusto ed è anche produttivo – efficientista – che i responsabili paghino, gli azionisti. Ma per le banche è diverso, per le quali, come per le assicurazioni, valgono requisiti patrimoniali più stringenti. Il Brrd è stato adottato per  rafforzare il tier 1 mettendo in correzione il tier 2’ Naturalmente non  un errore: questo i Normatori del Brrd lo sanno meglio di ogni altro. Perché allora la camicia di forza al “mercato” da parte dei fautori del “mercato”?

Il mercato dei fessi

L’opinione europea si è messa contro la Ue in quanto patrona delle banche nella crisi. Ora dovrà mettersi contro la Ue a difesa? Il regime che entra in vigore l’1 gennaio porterà presto all’accorpamento delle banche, in gruppi a proprietà concentrata, oligopolistica, e non controllabile. Un tipico marché des dupes, delle tre carte, dei fessi.
Questo la Ue fa in obbedienza alla ideologia che viene da Wall Street e dalla City, i grandi centri finanziari cui la banca retail  interessa solo come piattaforma di raccolta fondi. Ma gli Usa e la Gran Bretagna si sono già organizzati diversamente. A Londra l’Uk Banking Act del 2009 ha introdotto uno  Special Resolution Regime che solo all’apparenza anticipa il Brrd: si indirizza a tutte le società, e ne regola in realtà il salvataggio, definendo alcune procedure. Per le banche la ricerca di un acquirente, anche in parte, il trasferimento a una banca-ponte, o a una bad bank, o a un asset management, il trasferimento al settore pubblico. Il bail-in è l’ultima ipotesi.
Nel continente la Germania ha acceduto alle richieste britanniche, e anzi le ha patrocinate, cautelandosi. Da sempre, sono ormai dieci anni, Angela Merkel segue una politica di allineamento sulla City. Ma per guardarsene.
Il Brrd non si applica alla Germania, che lo ha auspicato e a suo modo imposto in Europa, perché il sistema bancario tedesco è già pubblico - a partecipazione pubblica, ma fa lo stesso. Le stesse grandi banche, Commerzbank (che ha incorporato Dresdner, dopo il salvataggio della Dresdner a opera di Allianz, il grande gruppo assicurativo) e Deutsche Bank hanno in vario modo garanzie pubbliche (quote semiregalate di grandi gruppi pubblici, contratti vantaggiosi, privative).
Il governo italiano, che invece ha subìto per primo e impreparato la crisi, reagisce ora stizzoso: accusa questo e quello, pubblica lettere riservate. Delle due l’una: o non sa cosa ha firmato, ormai è un anno e mezzo fa, oppure lo sa e voleva fare il furbo virtuoso. Forse entrambe le cose, la superficialità non è mai troppa. Vista la mala parata, ora tenta di dire che voleva essere intelligente  Tre brutte ipotesi.  

Il mondo com'è (243)

astolfo

Hillary Clinton – L’unico punto debole finora della sua campagna per le primarie presidenziali è il  caso dell’ambasciatore americano ucciso a Bengasi in un attentato all’interno del consolato Usa nel 2012. L’11 settembre del 2012 fu “celebrato” dagli islamisti a Bengasi con una bomba al consolato americano, ad alto potenziale ma mirata, che colpì l’ambasciatore Chris Stevens e altri tre diplomatici. Un mese dopo l’attentato, Hillary Clinton si prese la responsabilità della mancata protezione del consolato, che l’aveva richiesta. Lo fece per scagionare Obama, che era in campagna per la rielezione e su questo punto veniva regolarmente strapazzato nei dibattiti col candidato repubblicano. Anche se non sembrò poi che responsabilità precise fossero o imputabili a lei stessa, se non la sottovalutazione del rischio da parte dei suoi uffici del dipartimento di Stato.
Il caro riemerge perché, però, non è così semplice come apparve. Per un precedente insidioso, anche se poco credibile, avvenuto in Pakistan. Nell’agosto 1988 morirono in volo, per l’esplosione dell’aereo miliare che li trasportava, l’ambasciatore americano in Pakistan, il presidente-padrone del Pakistan, generale Zia ul Haq, e il generale Akhtar, che comandava la resistenza islamica in Afghanistan contro l’Urss. Un attentato sofisticato, opera certamente di servizi segreti da grande potenza. Il sospettato numero uno fu l’Urss, perché il Pakistan di Zia era la retrovia della resistenza afghana e islamica all’invasione sovietica dell’Afghanistan. Ma gli ambienti pakistani, i prossimi a Zia e i suoi oppositori, sospettarono di più la Cia, che a differenza dei russi disponeva di basi operative e di una rete di collaboratori nel paese. L’intento sarebbe stato di eliminare il generale Zia, ritenuto non più affidabile.

Mare Nostrum – Sarebbe stato greco e non romano se Alessandro Magno non fosse morto giovane. Sarebbe stata la Grecia a capo dell’impero mediterraneo, la Macedonia, e non Roma. Una storiografia greca lo dava per certo, che Luciano Canfora esuma in “Gli occhi di Cesare”. Tito Livio del resto dovette contestarla, al cap. IX. Contestava una serie di ambascerie, di cui Orosio redigerà la lista quattro secoli più tardi, del mondo mediterraneo, Roma compresa, di sottomissione a Alessandro: Cartagine, tutta l’Africa, la Spagna, la Gallia, la Sicilia, la Sardegna, e la “gran parte d’Italia”. Orosio scriverà: “In Occidente si era diffuso un tale terrore del sovrano installatosi nel grande Oriente che si erano messe in viaggio ambascerie anche da luoghi dove a stento crederesti che fosse giunta la sua fama”.
Orosio è in realtà Giustino, spiega Canfora, che a sua volta riscrive Trogo, le cui opere sono perse.  All’origine di tutto, continua Canfora, c’era Timagene di Alessandria, altro storico “scomparso”, che però Canfora lega con buoni argomenti  agli ambienti ostili al nomen Romanum, che Tito Livio avrebbe denunziato al cap. IX: “Alcuni greci ostili al nome di Roma, i quali sono pronti persino a manifestare favore verso i Parti e ad esaltarli a scapito del nome di Roma, sono soliti sostenere che i Romani sarebbero stati eventualmente  disposti a piegarsi – senza nemmeno combattere – davanti alla maestà del nome di Alessandro”.
La storia di Orosio si può dire una manifestazione dell’incipiente culto di Alessandro, a favore o contro, che avrebbe tenuto banco per alcuni secoli come “romanzo di Alessandro”. Una favolistica, opera d’invenzione. Ma Livio in realtà non contesta le ambascerie, semplicemente dice che Roma è meglio di Alessandro, ipotizzando la storia “controfattuale”: cosa sarebbe successo se Alesandro avesse attaccato l’Occidente invece che l’Oriente.

Pure Dante, nel “De monarchia”, è sulla pista di Alessandro. Parafrasa  Orosio. Ma ci aggiunge del suo, sulla pista dell’impero unico universale, della pace eterna. La sua ricerca dell’impero unico parte da Nino, re degli Assiri, prosegue con Vesozes, re dell’Egitto, con Ciro il Grande, con Serse, e approda a Alessandro, “il quale più di tutti gli altri si avvicinò a conquistare la palma”. Se non che  “muore in Egitto prima che giunga la risposta dei Romani, come narra Livio”.
Tito Livio per a verità è sprezzante: ai romani di Alessandro “non era noto nemmeno il nome”. I  consoli romani dell’epoca erano da soli in grado di metterlo a tacere. Gli storici greci sono superficiali,  “levissimi ex Graecis”, che la vittoria di Alessandro davano per certa in virtù del nome, “maiestatem nominis Alexandri”.
Pirro attaccherà Roma, quarant’anni dopo la morte di Alessandro, richiamandosi al conquistatore, ma con scarsi effetti.

La vicenda non era finita con Tito Livio. Una fonte più tarda, Memnone di Eraclea, salvata dalla raccolta di Fozio, afferma che, dopo o prima della spedizione in Asia, Alessandro aveva mandato un ultimatum ai Romani in questi termini: “Se siete capaci di comandare, cercate di battermi,, altrimenti sottomettetevi a chi è più forte di voi”. Con l’aggiunta che i romani, impauriti, “gli inviarono una corona d’oro di notevole peso”.
Ma Memnone potrebbe avere ricamato da fonti anteriori – Canfora lo colloca tra il I e il II secolo d.C., a quattro-cinque secoli dai “fatti”.

Rimesse – Quelle degli emigranti asiatici, specie dei filippini alcuni decenni fa, poi dei pakistani e dei bengalesi, hanno creato una nuova forma di integrazione dei paesi di origine con quelli europei di emigrazione, e nel tessuto sociale e culturale dei paesi di origine. Da circa trent’anni le rimesse degli emigranti sono la principale fonte di divisa estera del Pakistam e del Banglaesh. I cui effetti si sono consolidati sul sistema bancario e del credito, e nell’articolazione familiare-sociale, attraverso un circuito finanziario-sociale relativamente autonomo dal condizionamento totalizzante della politica.  

Reciprocità – Il principio diplomatico per cui un cero trattamento favorevole dei cittadini e degli interessi di un paese straniero si può disporre solo in presenza di un trattamento analogo dei cittadini e degli interessi propri in quel paese è saltato con la costruzione delle moschee. L’Arabia Saudita fece valere, nel caso della moschea di Roma, che non aveva l’obbligo di accettare la costruzione di una chiesa di analoghe dimensioni sul propri territorio – lo fece valere con Andreotti: intanto perché non c’erano cristiani in Arabia Saudita, e poi perché o Stato italiano non è confessionale e non costruisce chiese. Andreotti obiettò che, poiché la capitale italiana è anche la capitale della cristianità, e lo Stato italiano è in qualche modo custode dei luoghi santi cristiani, così come l’Arabia Saudita lo è del luoghi santi islamici, la reciprocità doveva valere. Ma senza effetto. In Arabia Saudita – e negli altri stati confessionali islamici – è peraltro reato capitale convertisi al cristianesimo.

Rivoluzioni islamiche – Sono state e sono in realtà controrivoluzioni, a tutti gli effetti: contro i diritti umani e contro i diritti civili, contro la libertà naturalmente, di cui non hanno il concetto, e contro l’uguaglianza, dei sessi, delle condizioni materiali, dei soggetti individuali. Quelle di tipo khomeinista, che la sharia  applicano a ogni aspetto della vita, individuale e associata – fino ai Fratelli Mussulmani che governano la Tunisia e hanno governato l’Egitto, anche se non professano la sharia, la legge islamica – sono in realtà regimi borghesi proibizionistici, delle fedi, delle donne, della libertà di circolazione e di pensiero. Quelle di tipo talebano - quella propriamente detta in Afghanistan e ora il califfato in Siria e Iraq - si basano su una rete sociale di affari e fede, dei mullah-ulema e del suk-bazar, e sono integralisti e proibizionisti in eccesso. Mentre le monarchie arabe del Golfo, che queste “rivoluzioni” finanziano, sono da tutti i punti di vista regimi patrimoniali – familiari, privatistici.

Usura – Il divieto islamico di far fruttare il denaro, di un interesse sul suo uso, comunque equiparato a usura, viene aggirato di fatto ovunque e in qualsiasi situazione, di banche, fondi, prestiti, investimenti. Il divieto è radicale: “L’usura (riba) comporta novantanove casi, di cui il meno reprensibile è assimilabile a quello della fornicazione tra un uomo e sua madre”, secondo un hadith - una riflessione - del Profeta, tramandato da Muslim, uno dei collettori dei detti profetici considerati più sicuri dagli ulema. Come tale, radicale, il divieto è professato dalle istituzioni finanziarie islamiche, per esempio dalla Banca islamica di sviluppo. Ma l’Iran khomeinista l’ha sempre praticato, chiamandolo “tasso di profitto garantito” invece che tasso d’interesse – e un tasso di fatto allineato a quello praticato in nero dal bazar, dal commercio al minuto e all’ingrosso, il pilastro economico del regime. In Egitto nel 1989 il muftì emise una fatwa che autorizzava il sistema bancario tradizionale e il prestito a interesse, per evitare la crisi del sistema bancario stesso, dopo un decennio di forte crescita delle società islamiche d’investimento, finanziate dall’Arabia Saudita. Sono adattamenti o “furbizie” (hiyal) che la morale islamica consente.
Di fatto, lo sviluppo della finanzia islamica ha creato un vasto e ricco mercato di consulenze, interpretazioni e professioni, fatwa, per il clero islamico. Come consiglieri d’amministrazione, che danno una garanzia di liceità. E come arbitri del sistema: contro – ma anche pro – le banche non  islamiche. In Egitto se ne è discusso e se ne discute molto. Di più, sotto la copertura della finanza islamica c’è la penetrazione del capitale saudita e degli Emirati Arabi in tutto il mondo arabo e mussulmano, specie in Africa.

Di fatto, si può anche dire che non c’è differenza fra le tecniche bancarie del mercato e quelle islamiche. Gilles Kepel, “Jihad”, ed. francese, distingue cinque modi d’investimento e di finanziamento nella sharia, la legislazione islamica: due industriali e tre commerciali. La mudaraba, o finanziamento di partecipazione, nella quale la banca finanzia il capitale di un’impresa, e l’impresa fornisce il management e il lavoro, profitti e perdite dividendo secondo accordi preliminari. La musharaka, semplice partecipazione al capitale, analoga alla società per azioni: il capitale si remunera coi dividendi dell’attività. Le attività commerciali si finanziano con la murabaha, o compravendita a termine: la banca acquista e rivende le merci con un margine, scalando il rimborso del debito nel tempo, col ta’jir, il leasing, e col ba’i mu’ajjal, il mutuo.

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