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sabato 28 maggio 2011

La transizione rallentata di Putin

La Russia è un paese in transizione, è la tesi del libro di Gudkov e Zaslavsky, e questo si riverbera sul loro stesso libro, una riedizione della prima edizione preparata sei anni fa per la Luiss, l’università romana (col titolo “La Russia post-comunista”): Medvedev non è Putin, e la sua presidenza ha fatto fare alla Russia qualche passo in direzione dello Stato di diritto e della modernizzazione – o occidentalizzazione. Sono questi due dei tre punti deboli che Gudkov e Zaslavsky lamentano. E tuttavia l’impianto di fondo del loro studio di resta vero: non soltanto Putin, la Russia resta ancora molto poco desovietizzata. L’altro punto debole ne fa una società e un’economia ferme più che in transizione, per la mancata liberalizzazione dell’economia e il mancato impianto di un processo auto sostenuto di sviluppo della stessa economia. La Russia continua a prosperare perché continua il boom delle materie prime, soprattutto delle materie prime minerarie, di cui essa è grande produttrice e esportatrice. Ma con un impianto sociale, normativo e produttivo obsoleto e inefficiente. In una col gruppo dirigente, che Putin ha ricostituito attorno a due dei tre vecchi pilastri del potere politico, le forze armate e i servizi segreti – il terzo era il Partito onnipotente. Medvedev è peraltro in concorrenza con Putin anche nei vecchi fondi di potere. È suo i piano di riarmo di metà marzo. Per un utilizzo della capacità militare anche in funzione di polizia (lesercito deve riorganizzarsi per poter combattere “tre guerre locali o regionali simultaneamente”). Oltre che negli equilibri mondiali, anche se ora con un occhio alla Cina. Un piano decennale da 700 miliardi di dollari, il doppio della spesa degli anni zero. 
Levi Gudkov-Victor Zaslawsky, La Russia da Gorbaciov a Putin, Il Mulino, pp. 208, € 15

Il mondo com'è - 64

astolfo

Autenticità – È il valore dell’epoca. Molto tedesco ultimamente – sebbene, come tutto, di rimbalzo dalla Francia. Contro l’imperialismo naturalmente, ma anche contro la globalizzazione (la tecnologia, il progresso, lo sviluppo). Fino a farsi intronare honorable chief da quattro liberiani arricchiti e beffardi, di cui il sofisticato Jünger pure si vanta negli “Entretiens” con Julien Hervier (p. 67). Ci sono insomma dei limiti.
Sarà vero che la storia è ciclica e circolare, ma prima della “civiltà”, sia pure imposta con mano dura, e a fini di sfruttamento coloniale, a titolo gratuito, c’erano schiavismo, sfruttamento e sporcizia - inquinamento, dell’acqua, del suolo, perfino dell’aria con gli incendi, e virus e bacilli di ogni sorta e formato, imbattibili. Su questi presupposti, senza progresso (storia) non ci sarebbe nemmeno autenticità.

Mitteleuropa – Emerge ai lavori dell’Assemblea Nazionale Tedesca di Francoforte del 1848, ancora nell’ambito della Confederazione germanica, che era succeduta al sacro-romano impero, dopo la dissoluzione provocata da Napoleone, per riunire 39 stati, tra i quali l’Austria-Ungheria e la Prussia. L’Assemblea, preceduta da un Pre-Parlamento a marzo, che l’aveva convocata, s’inaugurò il 18 maggio. Non avrà un ruolo decisivo, poiché Austria e Prussia non la tenevano in considerazione. Ma elaborerà un progetto di costituzione molto moderno e sempre valido, sepure di tipo liberale. Era un’assemblea d’élite, di scrittori, aristocratici, professori, magistrati, avvocati, sindaci, alti funzionari, imprenditori – dei quasi seicento delegate solo sedici erano di umili origini, artigiani, impiegati, e di essi solo uno di origini contadine, un polacco.
Il tema nazionale fu propedeutico al dibattito politico, e in quello l’estensione della futura Confederazione democratica. Tra i fautori della Grande Germania, comprendente cioè tutta la Germania e tutto l’impero asburgico, e quelli della Piccola Germania, grosso modo la Gerrmania e l’Austria. Della Grande Germania erano paladini accesi i tedeschi dei territori non tedeschi dell’impero. Per una soluzione che, con slittamento non insignificante, passò da gorssdeutsch, pantedesca, a mitteleuropäisch. Ma il sentimento era in realtà unico: anche i fautori della Piccola Germania le assegnavano il compito di preservare e diffondere la lingua e la cultura tedesche lungo il Danubio fino al Mar Nero.
Lo storico Jörg Brechtefeld, Mitteleuropa and German politics.1848 to the present (1996), la rappresenta come un enorme triangolo a partire dallo Spitsbergen, con base dalle Alpi al Mar Nero. Nel quale sarebbero da comprendere, secondo lo Ständiger Ausschuss für geographische Namen, il Comitato permanente sui nomi geografici, un organismo accademico, l’Austria, la Croazia, la Repubblica Ceca, la Germania, l’Ungheria, il Liechtenstein, la Polonia, la Slovacchia, la Slovenia, la Svizzera e i paesi Baltici. Con proiezione culturale, cioè storica e linguistica, nel Trentino-Alto Adige, nell’ex Litorale Austriaco (friulano e giuliano), in Alsazia e nella Lorena del Nord (mosella), nell’enclave russa di Kaliningrad, la città bene o male di Kant, in Bielorussia a Est di Vilna, nella Voivodina al centro della Serbia, nei Siebenbürgen (Transilvania) e la Bucovina meridionale in Romania, e in Ucraina nelle Galizia orientale e nella Bucovina settentrionale.
L’ipotesi mitteleuropea fu fatta fallire a Francoforte paradossalmente dall’Austria – che poi ne farà il perno della sua vocazione culturale, se non politica. A Vienna l’imperatore e il suo governo collegarono la Grande Germania alla sovversione. E quando a ottobre del 1848 ne vennero a capo anche a Vienna, dopo Praga a giugno, e Custoza a luglio, per prima cosa condannarono a morte due membri del Parlamento di Francoforte, Robert Blum e Julius Fröbel. Per significare, disse il principe Felix von Schwarzenberg, capo del governo da poche ore, che “i loro privilegi parlamentari in Austria non hanno valore legale”. Dopo qualche mese Schwarzenberg propose ironicamente una Grande Austria.
Si ritorna a parlarne con l’Unione Europea, che nella sua ultima fase, dell’allargamento a Est, vede la Germania ostensibilmente mirata al Centro-Est-Europa, e a nessun altro problema – Mediterraneo, Islam, immigrazione extracomunitaria, solidarietà europea.

G 8 – Il multilateralismo, o multipolarismo, ipotizzato da Kissinger nei suoi studi di politica estera, e dallo stesso proposto nel 1973, in qualità di segretario di Stato, come cardine della politica occidentale, con l’istituzionalizzazione dei vertici periodici a cinque, poi a sette, si è svuotato dopo il 1989 e la caduta dell’Unione Sovietica. Formalmente sempre in vigore e anzi allargato, ma per questo stesso fatto svuotato: il G7 diventato G8, e per molti aspetti G 20, o G qualcosa, è il primo indicatore della irrilevanza di simili riunioni periodiche.
Le decisioni di questi vertici sono sempre burocratiche. Come le agende su cui le diplomazie preparano i vertici stessi. Normalmente queste burocrazie danno nomi prestigiosi alle loro fatiche, il più frequente è il “piano Marshall”, e le dotano di cifre mirabolanti, che fanno interinare poi dai capi di Stato e di governo, ma senza alcun seguito pratico.
La discussione inutile a Parigi questa settimana su Internet, vent’anni dopo i fatti, è il frutto di una preparazione dell’agenda tanto estesa quanto infruttuosa e inutile - burocratica. La guerra alla Libia è stata già decisa e fatta, e di questo il vertice si occupa, per dire che è giusta. Della Siria invece non si è parlato, né della democrazia reale nei paesi arabi nei quali c’è stata la”primavera democratica”, in primo luogo l’Egitto.

Rinascimento – È sempre quello di Burckhardt, “La civiltà del Rinascimento in Italia”, del 1860. In questo secolo e mezzo nessun’altra rilettura l’ha soppiantato. Compresi gli errori, che sono forse falsi: la cesura fra il Medio Evo e il Rinascimento, e una concezione laica del mondo, quasi atea, sotto le specie del naturalismo se non del panteismo. La tesi opposta, della continuità, introdotta in polemica con Burckahrdt da Konrad Burdach, col sostegno in Italia di Delio Cantimori in polemica con Gentile, ripresa dalle Annales, e divulgata da Étienne Gilson, non ha avuto la stessa forza argomentativa di Burckhardt.
Burdach lega anche la Riforma luterana, col Rinascimento, al Medio Evo. Per il comune uso dei classici, e per “quel mistico concetto del «rinascere», del venir ricreati, che ritroviamo nella antica liturgia pagana, e nella liturgia sacramentale cristiana…. La mistica immagine della Rinascita e della Riforma aveva vissuto, sotto entrambi i suoi aspetti, attraverso tutto il Medioevo” (intr. a “Dal Medioevo alla Riforma”). Nella celebrazione e nell’immedesimazione con Roma: “Le idee imperialistico-millenaristiche vivono attraverso tutto il Medioevo”, sullo sfondo dell’“incancellabile ricordo della grandezza soprannaturale di Roma, della sua potenza universale e della sua civiltà, che a sua volta era solo l’erede del dominio mondiale e della civiltà universale ellenistica ed orientale”. Con il quale “si ravviva di nuovo la brama di ricreare per conto proprio il perduto splendore di questo mondo sommerso, di fondare una nova Roma”. Con richiami, nel trapasso dal Medio Evo al Rinascimento convenzionale, a “Gioacchino, Francesco, Domenico”. Burdach dice perfino il Rinascimento “un’invenzione religiosa” italiana.
Eugenio Garin, partito da Burkhardt e dalla discontinuità, ha poi rivisto nella numerosa serie di saggi intitolati all’Umanesimo e al Rinascimento il primo giudizio.

astolfo@antiit.eu

giovedì 26 maggio 2011

Il Rinascimento di Burckhardt è un falso

Fa i centocinquant’anni anche questo testo, che è sempre capitale, sul principato, l’umanesimo, il nuovo spirito scientifico, e l’Italia al suo splendore, nelle feste e la socialità, e più per la condizione della donna. Individua anche il carattere unitario “italiano”, malgrado le tante divisioni. Pur essendo sbagliato, e forse falso. Sancisce un Medio Evo antiumanista, contro ogni evidenza. E vuole un Rinascimento pagano, che non è possibile, laico, quasi ateo. Ma resta condizionante, una diversa ricostruzione non è stata fatta altrettanto affascinante, da Gilson, da Burdach - Garin, che ne aveva i mezzi, non ha osato.
Jacob Burckhardt, La civiltà del Rinascimento in Italia

Letture - 63

letterautore

Amico – L’amico dell’Autore non ha in genere buona critica. Ranieri, Maxime du Camp, lo stesso Max Brod, e Adorno nei confronti di Benjamin. E si capisce: sono da meno dell’Autore. Ma senza di loro forse gli Autori non sarebbero esistiti. Anche Leopardi, quello dei “Canti” perlomeno. Mentre Flaubert avrebbe resistito al morbo che lo incupiva e gli impediva di scrivere?

Celan – Certamente ermetico, il teorico della poesia come Atemwende, il soffio, ma atipico, rispetto all’ermetismo italiano, che è musicale (ritmico e melodico). E anzi filosofico, se non logico. Questo non c’è neanche nel trattato di Gadamer, ma Celan si legge meglio, più proficuamente, in questa vena. Il discorso del “Meridiano”, di accettazione del Premio Büchner nel 1960, quello dell’Atemwende e della poesia come “piano di esistenza”, lo spiega, seppure in risposta alle obiezioni di oscurità e nichilismo, tra gli altri avanzate anche da Primo Levi: “Il simbolo e l’immagine non è metafora, ha carattere fenomenico”. O: “Il poema è il posto del singolare, dell’irreversibile” e non dell’allusione. E delle sue poesie: “Non ermetiche ma anzi aperte, larghe per l’occhio che tenta di capirle”.
Lo stesso richiamo al meridiano non è retorico. Celan fu lettore appassionato di Mandel’stam, che celebrò in morte, che della scrittura chiara faceva un distintivo.

Leopardi – È divenuto il grande poeta che amiamo dopo morto. Era popolare tra i letterati e gli eruditi per la preparazione filologica e il taglio acuto delle prose, spesso satiriche. Nonché tra i patrioti per i canti scopertamente politici, “All’Italia” sopra tutti. “La ginestra” e “Il tramonto della luna”, scritti poco prima di morire, furono incluse tra i “Canti” da Ranieri nella prima edizione postuma.
Era popolare tra i patrioti ma non tra i liberali. Di cui egli diffidava e che di lui diffidavano per il pessimismo. Sulla libertà nella Restaurazione ma anche sulla vita, la sua brevità, la sua debolezza, l’indifferenza o l’ostilità della natura, l’illusione del progresso, l’insensatezza del mondo.

A un lettore non prevenuto risulta non pessimista e anzi ottimista. Per il “produttivismo”: Leopardi è instancabile malgrado la debolezza del fisico. Per le attese che sempre nutre, seppure tenui, nell’innocenza, negli affetti, perfino nella solidarietà. Non c’è noia in lui, per quanto aristocratica, o dandystico rifiuto della realtà. E viene fuori comunque come il poeta degli idilli – per i quali è stato letto molto nel Novecento, in Italia e altrove (T.S.Eliot, Beckett, Lowell) più che dei canti filosofici. Anche “La ginestra”, a una lettura ingenua, è una mescolanza di sano realismo (la natura è quella che è, imprevedibile e non regolabile), dell’ultima sapienza scientifica cioè, che Bertrand Russell leggeva come un buon trattato di epistemologia, e di resilience, quieta ma pervicace.
O forse l’equivoco viene dal carattere del pessimismo, che s’intende semplice e univoco e invece non lo è. La questione, discussa e definita più in connessione con Baudelaire, è se certo pessimismo non sia ottimista, un modo critico di porsi e proporre. Pessimismo sarebbe noia e silenzio. La malinconia sarebbe già una forma di comunicazione. E poetare è credere, seppure nella disillusione e la tristezza: soprattutto poetare con ingegno.

Proust - La letteratura dell’ordinario. Dell’ordinario in confronto con se stesso, senza scale quindi e senza corpo, un “la” infinito, interrotto al più qua e là da un semitono. Il diagramma piatto di un corpo sfinito.
È il termine di una civiltà del pettegolezzo svenevole, un po’ come questa età dell’acquario, che non aveva più energia né argomenti di conversazione. E l’inizio di una letteratura delle cose e dello sguardo che evidenzia presto – nella gestazione – i suoi limiti.
È il monumento, eccessivo e definitivo come un trattato scientifico positivista, della letteratura epidermica (di seconda fila, deuxième rayon) di Fine Secolo e l’anticipazione dell’affanno gay a creare una letteratura omosessuale, che si distingue per l’algore, quella passione di testa che si esaurisce nei repertori – l’omosessualità, nelle sue tante manifestazioni, è una forma celebrativa della sterilità. Temi da letteratura di seconda fila (Montesquiou, Lorrain, Tinan, Toulet, Bourget, Bloy, Willy, Colette, D’Houville e le altre innumerevoli dame, Myriam Harry, Renée Vivien, Luice Delarue-Mardrus, Liane de Pougy, Nathalie Barney, Rachilde naturalmente) in lingua parnassiana – più che da Flaubert, l’odiosamato. Con l’effetto di appesantire il cocottismo del genere e esporne con crudeltà – tanto è l’impegno – l’esercizio della bella scrittura (amanti terribili questi scrittori\scrittrici devono essere stati).

È Sade. Non per la cattiveria (filosofia) quanto per l’impianto e l’esito letterario. La gelosia, trattato quattro o cinque volte per un migliaio di pagine, quella di Swann, quella per Albertine, quella di Charlus, etc., o la dottrina salottiera di Mme Verdurin, rateizzata, sono i riempitivi filosofici del marchese, con lo stesso piglio falso dell’autore che non sa di che parla, né lo sente (la tremenda ironia dei proustiani che per dare sostanza a Albertine la raffigurano nello chauffeur): la corrispondenza mostra una natura non appassionata e non sospettosa. Naturalmente Proust è un angelo e Sade un diavolo, e questo è uno svantaggio. Sade ha una passione, la violenza, Proust no. Li accomuna la fredda (costruita) grandiosità, frutto bacato della deriva monomaniacale.
È questo che attrae i letterati: la mostruosità delle quattromila pagine – o diecimila, dipende dal corpo tipografico. La follia, il progetto perseverante del capolavoro definitivo. Lo si condisce di petits o petites, piccole gioie, piccole impressioni, che per ritrovarsi in questa atonalità vengono elevati da modesti accordi a sinfonie, anzi a opere.

La sua opera mostruosa è il tentativo di ricreare il vissuto con il suo stesso ritmo – di mimarlo? Impresa difficile, come sa ogni scolaro delle elementari dell’epoca in cui il compito era il diario (“ieri mi sono alzato, ho fatto le pulizie personali e sono andato a scuola…”). È come rifare il “Don Chisciotte”, che, come sghignazza Borges, anche a rifarlo pari pari può essere un’impresa perdente. Una lettura che impegna centinaia di pagine per alcune scene di un ricevimento fittizio, ma che evidentemente si desidera reale, seguendo un ritmo descrittivo o storico, senza cioè trasfigurare (rappresentare) l’evento, alla Joyce o alla Salinger, questo è delirio.

letterautore@antiit.eu

mercoledì 25 maggio 2011

Tutto quella che avresti voluto sapere sulla Bibbia

Agile e indispensabile repertorio di tutto quanto concerne la Bibbia, corredato di mappe a colori dettagliate. Giuliano Vigini, il miglior conoscitore del mercato librario, che analizza periodicamente con la sua Editrice Bibliographica, e autore in proprio della “Bibbia Paoline”, il testo di tutti i libri biblici con commento analitico a fronte, compendia i suoi saperi in una serie di indici esaustivi: dei temi, dei popoli, dei nomi di persona e di luogo. Con le cronologie dell’Antico e del Nuovo Testamento, delle edizioni della Bibbia, e dei Patriarchi e i re d’Israele e Giuda. Un glossario dei termini tecnici. Il canone biblico delle principali tradizioni, ebraica, cattolica, protestante, ortodossa. E una serie di tavole sulla vita di Gesù: i miracoli, le parabole, gli eventi, l’ultima settimana. Per ogni libro fornisce sintetiche nozioni riguardo l’autore, la data e il luogo di composizione, la struttura e lo svolgimento. Impareggiabile.
Giuliano Vigini, Guida alla Bibbia Paoline, pp.532 € 21

Il “Corriere” leghista

Un attacco al Cnr con vecchie pezze d’appoggio e vecchi argomenti. Raddoppiato da una risposta maleducata al prof. Maiani, il presidente del Centro nazionale Ricerche, già presidente del Cern di Ginevra e candidato al Nobel, ridotto a un semplice dott. Perché il Cnr è una preda più ghiotta da traslocare a Milano, più di un ministero con questi chiari di luna. Ma per far questo bisogna commissariarlo.
Ogni giorno, dopo il primo voto di Milano, si può trovare il “Corriere della sera” schierato con la Lega. Nel mezzo di una campagna elettorale che lo vede peraltro decisamente a favore di Pisapia e contro Letizia Moratti. Che si penserebbe più presentabile della Lega, e invece è al contrario: se non eroe, Bossi è più saggio. Quello del Cnr di Maiani non è infatti è un caso unico. E ci sono mugugni per questo nel giornale. E critiche fuori, non soltanto tra i berlusconiani.
Lufthansa lascia Malpensa, dopo l’Alitalia, ma il caso non merita che un’informazione breve. Perché lascia il “Corriere della sera” in effetti non lo dice. Cos’è Malpensa, da cui tutti scappano, dopo averci rimesso diecine e centinaia di milioni, nemmeno. Né cos’è e cosa fa la Sea, la società aeroportuale, gestita dalla Lega. Mentre una piccola moschea a Segrate viene presentata come “il primo minareto d’Italia”, voluto da un sindaco leghista, eccetera. Quando c’è da trent’anni a Roma una moschea monumentale, tanto che dovette essere abbassata di qualche metro per non oscurare la cupola di San Pietro, opera di grande architetto, Paolo Portoghesi, in sito panoramicissimo, attrazione turistica.
Non è il cerchiobottismo di Paolo Mieli, di dice anche, un colpo di qua e uno di là. È l’aureo precetto dell’Avvocato Agnelli, che non si può (i potenti non possono) essere al governo e non possono essere all’opposizione. Nel mentre che si dà una spallata a Berlusconi tenersi addosso alla Lega. Passando sopra, evidentemente, all’opinione forte, nello stesso giornale, che era Berlusconi a salvarci dalla Lega?

Gli affari non chiari di Unicredit

Potrebbe essere il vecchio stile confessionale, delle banche “bianche”. Oppure incompetenza. Il giudizio è diviso tra gli azionisti Unicredit esterni alle Fondazioni (ex) bancarie (ex) confessionali, ma solo critico. Nella ricapitalizzazione Fonsai come nella vendita dell’As Roma, le due operazioni che hanno occupato le cronache. Un giudizio tanto più riservato in vista dell’ennesimo aumento di capitale, dopo quello di appena sedici mesi fa. Sarebbero questi sospetti all’origine del rinvio della ricapitalizzazione.
Non si sono sciolte evidentemente le riserve degli azionisti indipendenti per la cacciata di Alessandro Profumo a opera della vecchia guardia confessionale “padrona” della banca. Con un management che in un anno è riuscito a peggiorare sensibilmente sia i ratios che la perfomance di Borsa, e ha praticamente azzerato la redditività - il giorno dell'annuncio di un dividendo ancora per il 2010il pay-out, benché irrisorio, è apparso forzato.
Basta del resto vedere i nuovi padroni della Roma, per capire il tipo di affari di cui l’ad Federico Ghizzoni, il sostituto di Profumo, si compiace: un James Pallotta che si dice avvocato, e forse lo è, ma non si sa cosa faccia, a parte che rappresentare il nuovo patron Di Benedetto, il quale invece non parla ma “dice” molto lo stesso. Che promettono mari e monti ma non mettono un dollaro vero. Avendo avuto l’As Roma a credito, per la metà del vecchio credito, l’altra metà Ghizzoni l’ha cancellata – e non è finita, se il vero padrone fosse, come si dice, Franco Baldini, che dopo aver provato con vari prestanome ci sarebbe riuscito con questi italo-americani, molto stile paisà.

martedì 24 maggio 2011

Problemi di base - 61

spock

Dio non ama né odia, spiega Spinoza: e che altro fa?

Un volta Dio era apatico, ora soffre e si conduole per il male che ci fa: perché non si decide?

È la storia che ci fa stupidi, o sono gli stupidi che fanno la storia?

E se la storia non ha senso, che ci stiamo fare?

O: se Berlusconi è già nella storia, che ci fa Ruby?

Arrestare Strauss-Kahn per assaltare il debito greco?

Perché Obama, oltre che a destra e a sinistra, non legge il “gobbo” anche davanti?
(Risposta: per somigliare all’aquila dello stemma, senza testa)

Per che cosa vota Milano, che ci ha già levato il calcio, i soldi, il governo, la politica, i buoni libri, e la giustizia?

spock@antiit.eu

Bossi sacrifica Milano per il proporzionale

Follia o genio? Bossi ha tolto la parola ai suoi estimatori, nei giornali a Milano. Col voto fatto mancare a Letizia Moratti al primo turno. E con la propaganda stravagante per silurarla al ballottaggio, semmai i milanesi ci ripensassero. Che viene assimilata alle sentenze suicide, scritte cioè per essere ribaltate: lo spostamento dei ministeri, la sanatoria delle multe, e i fantasmi di zingaropoli e moscheopoli avrebbero lo scopo di indignare gli astenuti del primo turno e gli indecisi, di tenerli lontani dall’urna se non di votare Pisapia. Le sue radio e i suoi giornali ne sarebbero la conferma.
Non è detto, negli estimatori prevale l’incertezza. Perché Bossi, dotato ultimamente di grande saggezza politica, ne ha fatte anche di peggio in passato, passando in poco tempo, dopo il 1992, dal quasi 9 per cento del voto nazionale al 3,9 nel 2001. Il suicidio cioè potrebbe essere reale: la Lega, che cresce stando unita a Berlusconi, frana quando se ne allontana. Ma il ragionamento fa rinascere un’ipotesi che sembrava esclusa: che Bossi abbia deciso una mezza crisi politica. In questo fine legislatura, ed essendosi assicurato il federalismo. Con un progetto: costringere Berlusconi indebolito e reimbarcare Casini al governo, e con Casini costringerlo poi a una legge elettorale proporzionale, seppure alla tedesca, con sbarramento.
È un’ipotesi impiantata su una debolezza: i troppi errori di Bossi. Prima di Milano a Bologna, dove la Lega con la sua candidatura ha impedito la sicura vittoria di un altro Guazzaloca. E a Torino, dove la sua truculenza ha fatto rifluire subito la curiosità che il centro-destra aveva suscitato con la moderazione solo un anno fa. Se questi errori sono “troppi” per essere veri, in via d’ipotesi non astratta si ricorda che Bossi non ha mai abbandonato il disegno di diventare il vero Centro, o l’erede della Dc multipolare, e che a questo fine deve scompaginare il partito di Berlusconi.

La vendetta è fredda e lascia freddi

Periodicamente corre la notizia che il mullah Omar è stato individuato e ucciso, ma senza suscitare emozione. Come già per Osama: la notizia periodica della sua morte non suscitava emozioni, e così pure la sua effettiva morte, benché caricata di uno scenario spettacolare. Se pure va servita fredda, la vendetta lascia freddi, almeno in politica. Nessun paragone tra il peso politico e storico dell’11 settembre e la fine di Osama, che non sarà nemmeno ricordata. O tra la potenza distruttiva sprigionata dal mullah Omar e i talebani in Afghanistan e la caccia oscura che gli Usa gli danno. È un evento nella politica (nella storia) quello che scuote l’immaginario, e per far ciò deve arrivare inaspettato. Meglio se impari, Davide contro Golia. E oggi anche scenografico: devono saltare i colossi di Bamyhan, o le Torri gemelle, o la stazione Atocha. Mentre la vendetta, a opera di soldati senza volto, non fa nemmeno un film d’azione.
È un fatto ben noto in Italia, dove l’uomo dalle mille vendette, soprattutto contro i socialisti e contro i democristiani, Giulio Andreotti, mai ne ha menato vanto: sapeva che esse, seppure necessarie a eliminare un avversario, sono politicamente improduttive. O al tempo del brigatismo, che lascia nella memoria l’attacco, la detenzione e l’assassinio di Moro ma non la faccia né il nome di Gallinari e dei suoi compagni, pure perseguiti e condannati. O nelle stragi di mafia, dove le facce di Riina, Provenzano e Brusca dietro la sbarre non escono dall’indistinto e dallo squallore mentre le stragi da loro messe in scena contro Chinnici, Falcone e Borsellino dominano l’immaginario sulla mafia, con un alone, per quanto non voluto, di superiorità.
La legge è grigia e fredda - ammesso che la vendetta internazionale sia una forma di giudizio legale. In confronto al delitto, che sempre sconvolge. È un fatto, ed è centrale nella lotta al crimine organizzato, che lo sa (lo fiuta) e se ne fa forte. L’antimafia non mobilita perché non ha smalto, perdendosi nelle procedure e nelle beghe politiche. Mobilitare i giovani certo serve. Ma più servirebbe dare spazio alle parti civili, che del crimine sono il vero anticorpo, avendolo sofferto nella carne. E soprattutto colpire il crimine subito, al primo atto estorsivo, e non dopo quarant’anni, ed elaborate tavole sinottiche.

L’impero forzoso disintegra le nazioni (Hegel)

Stati, ribellatevi! Hegel non lo dice ma è la lezione che si ricava”dalla “Costituzione della Germania”, uno dei suoi primi scritti a fine Settecento, in celebrazione della libertà che veniva dalla rivoluzione francese. Anche “la libertà è solo possibile nell’unione legale di un popolo in uno Stato”, che vi si legge a conclusione di un lungo omaggio a Machiavelli, alla fine del § IX, nel quale ha parlato dell’Italia, si può dire nella semplificazione hegeliana della storia assioma fra i meno caduchi.
Hegel parla dell’Italia in connessione con la Germania, di cui avrebbe prefigurato la disgregazione. Anche se la Germania è soprattutto vittima da ultimo della perversa Francia. Che Hegel non denuncia in questi termini perché dalla Francia aspettava la salvezza, ma di cui spiega all’esordio che con Napoleone ha completato, annettendosi la riva sinistra del Reno, la disgregazione della Germania avviata da Richelieu con la Guerra dei trent’anni, che aveva garantito alla Francia l’unità politica e religiosa e la sottomissione dei principi, e alla Germania l’opposto, la divisione in confessioni e in mini-principati.
Dalla fine del feudalesimo, quando essa aveva dato al mondo la legge, “attraverso la libertà della costituzione feudale”, la Germania non ha fatto che evolvere sotto una sorta di “diritto privato”, afferma il giovane Hegel: “Tutte le (sue) singole parti, ciascuna dinastia principesca, ordine, città, corporazione”, nell’incerta traduzione di Armando Plebe nel 1961 (“Scritti politici, 1798-1806”), “tutto ciò che possiede diritti di fronte allo Stato, ha acquistato da sé i suoi diritti, senza averli ricevuti in sorte dalla volontà generale, dallo Stato nel suo insieme”. Italia e Germania sono state unite nella stessa sorte dalla comune strategia imperiale: “La mania degli imperatori di voler conservare entrambi i paesi sotto la loro sovranità, ha annullato la loro potenza in entrambi”. L’Italia durò di più e meglio della Germania, dirà all’inizio del § successivo, “Le due grandi potenze tedesche”, perché seppe difendersi: “Il destino dell’Italia si distingue però essenzialmente da quello dell’Italia per il fatto ch gli Stati in cui l’Italia era smembrata… furono in grado ancora a lungo di affermarsi anche contro potenze assai più grandi, o per il fatto che la sproporzione dell’estensione non aveva reso ugualmente sproporzionata la potenza”. E porta l’esempio di Milano, che, come la Grecia contro i Persiani, “fu in grado di affrontare la potenza di Federico e di conservarsi contro di essa”, e di Venezia, che “si conservò contro la Lega di Cambrai”.
L’unione imposta dall’esterno provoca invece la disintegrazine. Fu questo l’effetto del programma imperiale: “In Italia ogni luogo si guadagnò la sua sovranità: essa cessò di essere uno Stato e divenne una baraonda di Stati indipendenti, monarchie, aristocrazie, democrazie, come il caso voleva; anche la degenerazione di queste costituzioni in tirannia, oligarchia e oclocrazia comparve in breve tempo”. E viceversa, l’Italia sopravvisse, anche se non a lungo, ma più della Germania, perché e finché si oppose all’unione fittizia imposta dall’esterno: “La situazione dell’Italia non può essere definita anarchia, perché la moltitudine di parti contrastanti era composta di Stati organizzati. Indipendentemente dalla mancanza di un vincolo statale, tuttavia una gran parte si riunì pur sempre in un’opposizione comune contro il predominio dell’impero”.

lunedì 23 maggio 2011

Il popolare, dalle principesse al bon ton

C’erano una volta le principesse, per la stampa popolare, che faceva le grandi tirature. Ora ci sono i reality a base di turpiloquio, e dall’altro i consigli per gli acquisti. Sembra che non ci sia un grande cambiamento, i Taricone e le crociere di (finto) lusso valgono le principesse, per chi legge queste cose. E invece no. Non ci sono più i giornali popolari da una parte e i grandi giornali d’informazione dall’altra, ora tutto è unificato dall’indiscrezione. E il jet set si vuole di massa, ora smart set. Di sinistra, anche se moderata. All’insegna del bon ton, che suona bene.
Sono le masse di sinistra, anche se moderata? Masse speciali, naturalmente, migliori, colte e fini – non raffinate, fini. È la sinistra speciale? Si fa la Turchia in barca, come minimo, praticando le immersioni. E ogni luogo è esclusivo, dove vanno gli habitués, con prezzi naturalmente d’eccezione. Di una superiorità misurabile cioè, milanese. È la sinistra milanese? Che si fa illustrare dal giornalismo a pagamento, seppure nella forma indiretta, della promozione: lo scoglio dove nel faro sono state ricavate due camerette spartane, il lodge in Namibia senza zanzare, per emozionarsi al dominio della natura, con gazebo a bordo piscina e il Land Rover d’annata per vedere l’elefante al guado, il ristorante a cinque stelle che ha un menù degustazione a cento euro, con coppa di champagne, millesimato. È la sinistra a pagamento?

Secondi pensieri - (69)

zeulig

Giustizia – Non è ingenua e non fa errori. “In dubio pro reo” è regola ferrea contro gli errori. Ma i giudici non sono innocenti – peggio se non sono corrotti.

Maternità - È la creazione – si vede nella “Creazione di Adamo” di Michelangelo: una figura femminile accompagna Dio (in questo senso dio è – anche - femmina). Da sempre legata alla sessualità - la quale è però un’altra materia, affettiva (linguistica) e fisiologica - in quanto di tipo animale. Ora insorge la maternità di tipo vegetale, per innesti e incroci. E si può ipotizzarla di tipo minerale, per lente nutazioni.

Maturità – È la condizione di equilibrio, fra le passioni e i doveri, le attese e l’ordinario, gli affetti e le delusioni. Che si associa tradizionalmente all’età, all’incedere dell’età. Flaubert, trattandone della donna amata, la dice “un agosto”. E intende con ciò la maturità tradizionale – è il momento antecedente quello in cui l’amata verrà vista con i primi capelli grigi. Ma insinua una ricorrenza stagionale, periodica, che è più verosimile, specie ora che l’età si prolunga e le stagioni della vita si rivoluzionano – l’adolescenza, per esempio, si prolunga coi bamboccioni fino ai quarant’anni, il giovanilismo fino ai sessanta, e i bambini maturano presto
“L’agosto delle donne” è nell’“Educazione sentimentale”, all’ultimo capitolo della seconda parte: “Epoca insieme di riflessioni e di tenerezza, dove la maturità che comincia colora gli sguardi di una fiamma più profonda, quando la forza del cuore si mescola all’esperienza della vita, e sul finire delle sue fioriture, l’essere completo deborda di ricchezze nell’armonia della sua bellezza”.

Nazione – È un tacito costante plebiscito, quotidiano (Ernest Renan). E una comunità, di lingua, di storia, di sangue. Ma l’una non può esserci senza l’altra, il contratto senza la comunità e viceversa: il contratto si scioglie in manza di un interesse comune, la comunità senza vincolo si dissolve – il particolarismo è endogenetico e sporogenetico.
È su questa bivalenza che fanno presa i gruppi particolaristici.

Riconoscimento – È uno specchiarsi, una forma di narcisismo. Fin dalle antiche agnizioni. Una ricerca dell’altro, ansiosa anche, e necessitata, ma purché risponda a canoni rigidi e personali, seppure non esplicitati. È il fondamento di Facebook, come dei forum o chat informali prima della fortunata formula: un’interminabile fiera di se stessi sotto il velo del riconoscimento, del ritrovarsi. Anche nella forma della comunità d’interessi, sempre egotista.

Stato – È pur sempre la maggiore organizzazione politica che la storia conosce, quindi la migliore. Ed è un fatto e una nozione recente, tra la prima metà del Duecento e la prima del Quattrocento. A lungo, in questo ridotto arco storico, è stato sociale: una ripartizione rigida della società. Classista: ognuno apparteneva a una classe.
In precedenza era ignoto. I greci hanno la polis, unità politica di stirpe. I romani ne ampliano il concetto nella res publica di un populus romanusaperto. Lo stato era a Roma quello della città, o della repubblica, o della libertà. Della legge, in un organamento che oggi si direbbe statuto o costituzione. Ma non il popolo di un dato territorio organizzato politicamente. Il Medio Evo ha l’imperium o il regnum, un’estensione del feudo, della signoria personale – del re e il suo dio. Ma è lì che nasce lo stato come classe produttiva e sociale.
“Il Principe”, 1523, esordisce con lo Stato: “Tutti li stati, tutti e’ domini…”. La parola è già entrata nel francese (il Petit Robert la censisce alla fine del Quattrocento) e nello spagnolo. Entrerà nell’inglese nel 1532, nell’ “England” di Thomas Starkey – e darà il titolo poco dopo a Robert Cecil di secretary of State della regina Elisabetta.
Starkey scrisse le considerazioni che saranno chiamate “Starkey’s England” nei tre anni tra il 1529 e il 1532, col titolo originariamente di “A Dialogue between Pole and Lupset”, tra quello che sarà a Roma il cardinale riformista Reginald Pole e il religioso umanista Thomas Lupset, collaboratore di Erasmo per il “Nuovo Testamento” e la Patristica. Dopo aver studiato il diritto (in particolare gli statuti della repubblica di Venezia) e Aristotele a Padova, per tre anni a partire dal 1526, quando aveva 31 anni.

“Non è possibile estirpare lo Stato e la politica e spoliticizzare il mondo” sarà il più celebre postulato di Carl Schmitt, il geniale guru della politica nel Novecento, del suo “Il concetto del politico”, del 1927. E invece è possibile, poiché è avvenuto e avviene:
1) A opera di un altro Stato, non necessariamente nemico, e anzi in pieno accordo, nella cosiddetta sovranità limitata, come è avvenuto nel quasi mezzo secolo di politica dei blocchi, ed avviene tuttora nella Nato.
2) A opera di una forza interna, non necessariamente violenta, talvolta consensuale, di una maggioranza vasta, e perfino – caso Italia: la supplenza dei giudici – legale.
Anche spoliticizzare il mondo è possibile:
1) Con la cattiva politica.
2) A opera dell’opinione pubblica (i media), la forza politica più democratica che si possa concepire, poiché attiene alla libertà di pensiero e di parola.
3) Con la legge anche qui, l’applicazione della legge.

Unità – È il problema della disunione, in psicologia dissociazione. È quindi un valore. Ma può essere un disvalore. Si celebra ma allora in senso politico. E in politica sempre in subordine a preconcetti: è l’unità dell’impero sacrificata alla Riforma protestante, valore assoluto, o il Risorgimento sacrificato all’unità, benché palesemente limitativa – savoiarda-garibaldina con sacrificio dei cattolici (Gioberti) e dei repubblicani (Mazzini). È un valore ambiguo – ma ogni valore è ambiguo.

zeulig@antiit.eu

domenica 22 maggio 2011

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (90)

Giuseppe Leuzzi 

Mafia 
“Mafia Movies”, c’è ora una storia dei film di mafia. Opera di Dana Renga, italianista canadese studiosa di Italo Calvino. Un’opera costosissima, sui cento euro, destinata quindi alle biblioteche. È un’opera di filologia: Dana Renga compara le diverse rappresentazioni della mafia, nella storia del cinema, o fra cineasti italiani e cineasti americani, e fra questi nelle diverse maniere, alla “Padrino” di Coppola” o alla Scorsese nei suoi tanti film di mafia. Ma attesta che i film di mafia sono stati sempre popolari, di cassetta. Fin dall’inizio del cinema. “In Procura a Sciacca, da metà ottobre al 5 novembre 1991, tutti i giorni una telefonata di Rita che vuole denunciare la mafia”, raccontano Lucrezia e Giorgio Dell’Arti nella loro rubrica documentaria su “Io Donna” di Rita Adria, la diciassettenne cui la mafia aveva assassinato il padre e il fratello, e che due anni dopo si suiciderà a Roma, travolta dall’assassinio di Paolo Borsellino, col quale era riuscita a stabilire un contatto. La mafia può aspettare. Non si pente chi vuole. “Un po’ perché prese dal lavoro”, così spiega il prosieguo Alessandra Camassa, “uno dei primi magistrati a raccogliere la testimonianza di Rita”, nella rubrica dei Dell’Arti, “un po’ per la giovane età di Rita, trascurammo di convocarla per qualche giorno. Piera Aiello (moglie del fratello di Rita assassinato, n.d.r.), nei mesi precedenti, ci aveva spiegato che sua cognata non era affatto una ragazzina, ma una donna forte e matura, nonostante i suoi diciassette anni. Tuttavia noi esitavamo. Però Rita insisteva, telefonava, sembrava offesa dalla nostra indifferenza. Così a un certo punto decidemmo di sentirla”. Nei mesi precedenti: quindi le insistenze di Rita erano durate più di tre settimane. 

Milano 
Scappa da Malpensa, dopo l’Alitalia, anche Lufthansa: una voragine in tre anni in uno scalo insostenibile. Ma non ci sono commenti su questo. Anzi, non c’è nemmeno la notizia. Malpensa è lo scandalo più grande di tutte le infrastrutture pubbliche, della prima e, più, della seconda Repubblica. 

Si può proporre di spostare due ministeri da Roma a Milano per riconquistare il voto nella capitale lombarda? Evidentemente sì, a opera di un governo tutto milanese, il Berlusconi-Bossi. Immaginarsi se un governo avesse proposto di portare dei ministeri a Napoli, o a Palermo. Per vincere il ballottaggio.

Michelangelo ha firmato la Pietà vaticana. È l’unica opera sua firmata. Lo fece di notte a lume di candela (lungo la cintura trasversale che tiene la veste). Dovette farlo perché “un artista lombardo” aveva diffuso la voce che fosse opera sua, con tale arte che la credenza popolare aveva preso ad attribuirgliela. L’artista lombardo era lo scultore Cristoforo Solari, detto il Gobbo. Di famiglia svizzera, originaria di Carona nel Canton Ticino, ma era nato a Milano nel 1468.

“È come la liberazione dal fascismo nel ‘45”: Piero Bassetti commenta esilarato il successo di Pisapia alle comunali. Il simpatico deputato ex Dc ne è certo: “In Italia tutto nasce e muore qui, a Milano: era successo con Mussolini, ora succede con Berlusconi”. Ma sembra ne sia fiero - è successo anche col terrorismo, con la corruzione, col giustizialismo, etc, è vero che Milano offre il meglio del peggio.

Per tutto l’anno i milanisti a San Siro intonano un coro razzista contro Eto’o. Ma né la società né la curva soo state sanzionate. Questo si fa solo negli altri stadi, soprattutto a Torino. Senza vergogna.

Massimo Moratti sponsorizzava alla vigilia delle amministrative il candidato di sinistra Pisapia: “Penso che il centrosinistra abbia fatto una buona scelta. Appartiene a una famiglia che fa parate della buona borghesia milanese”. La buona coscienza è unitaria, passa anche sul destra-sinistra – sulla coerenza, la verità, l’onestà.

Gli ingegnosi pratici sistemi di comunicazione escogitati dai milanesi nelle Cinque Giornate di cui in Cattaneo, “Dell’insurrezione di Milano”: “Una specie di posta, adoperandovi principalmente li allievi d’un collegio di orfani”, per sapere cosa succedeva in città e passare ordini, e per sapere cosa succedeva fuori dei bastioni, che gli austriaci tenevano, “il Consiglio di guerra invitò li astronomi e li ottici a collocarsi su li osservatorii e i campanili” e a mandare “d’ora in ora brevi note”, attaccate “a un anello che si faceva scorrere lungo un filoferro”. Si fecero pure “cannoni di legno cerchiati di ferro, tanto che reggessero a un certo numero di colpi” prima di disintegrarsi, giusto per impaurire il nemico. 

La Scillitana
Il pianista, musicologo e maggior liederista italiano Erik Battaglia ricorda (“La musica di Hugo Wolff”) che molti musicisti tedeschi si ricostituivano in Italia (altri in Spagna): “Sole, cibo e colori giovavano al loro tono muscolare ma soprattutto al tono di base della loro musica, in una trasfusione efficace per i ritmi cardiaci e i ritmi musicali, tra contorni melodici più rustici, vocali lunghe e ferri corti”. Di Brahms in particolare, “che sapeva vivere, non disdegnava i vini italiani e le passeggiate a Taormina”, Battaglia ricorda che musicò “un canto calabrese, “La Scillitana”, su una traduzione di August Kopisch, lo scrittore e discreto pittore, noto per aver avere “scoperto” la Grotta Azzurra a Capri, traduttore di Dante in tedesco. Brahms,1833-1897, non ha fatto in tempo a vergognarsi del Sud. Ma non c’è un’esecuzione italiana del Lied. È stato inciso da Esther Ofarim, nel 1972, in un originale italiano arrangiato, in un disco di cui si può scaricare la suoneria per il cellulare ma non più in circolazione. E figura nel repertorio di Paola Tedde, cantante tedesca di Lieder, che non incide. Questo il testo più attendibile: “Vitti na tigra dinta na silva scura, na silva scura! E cu lu chiantu miu mansueta fari! “Vitti cu l’acqua na marmura dura, marmura dura, Calannu a guccia a guccia, arrimudari! “E vui che siti bedda criatura, criatura, Vi ni riditi di stu chiantu amari!” 
“La Scillitana” del resto non esiste in Italia, nelle raccolte italiane di canti popolari - come “La Siracusana” e altri canti che Kopisch tradusse. C’è in una raccolta vecchia di oltre un secolo, a New York, del folklorista Edoardo Marzo, “Songs of Italy; sixty-five Tuscan, Florentine, Lombardian and other Italian folk and popular songs”, 1904. Alberto Maria Cirese curò nel 1966 una riedizione della raccolta di Kopisch, “Agrumi” (come dal titolo originale), dei soli testi originali italiani, nel n. 8 della serie Strumenti di Lavoro/Archivi del Mondo Popolare delle Edizioni del Gallo – animate da Roberto Leydi, socialiste (il canto popolare è morto col socialismo?). Ma chi cura il repertorio online dello studioso la trascura e il fascicolo è difficile da trovare anche in biblioteca.
È vero che anche in questo campo il Sud è curato soprattutto oltralpe. Prima della raccolta di Kopisch (1838) si erano segnalate, sempre in Germania, quelle di Salomon Bartholdy e di Wilhelm Müller, personaggi non altrimenti noti – la raccolta di Müller fu completata alla sua morte, e pubblicata a Lipsia nel 1829, da Oskar Ludwig Bernhard Wolff, sotto il titolo “Egeria” – una raccolta a cui Kopisch espressamente si rifà. L’attenzione al canto popolare italiano risale in Germania a Herder, che avviò l’etnopoetica, a Goethe e a Carl Witte, ha tradizione nobile. Ma Müller, morto di 31 anni come Schubert, fu giusto il liederista del compositore (“Viaggio d'inverno”, “La bella mugnaia”). Mentre O.L.B.Wolff fu uno che la Jewish Encyclopedia registra come “improvvisatore e narratore tedesco”, ma che si presentava come dott. prof.. Basta a volte un po’ di passione, e di attenzione, non molta.

leuzzi@antiit.eu

Questo è un falso Canfora

Un tradimento, purtroppo non meraviglioso, di un autore che dalla triste filologia ha tratto storie affascinanti (Tucidide, Fozio, Casaubon, Marchesi e Gentile, lo stesso Goffredo Coppola): Canfora riassembla testi e argomenti noiosi contro l’Artemidoro di Settis, perfino incomprensibili. Stucchevolmente polemico: la prima regola di una buona storia avrebbe voluto diverso spessore per il nemico Settis, che pure non è personaggio da poco, Canfora insiste sulle pulci accademiche - tanto più noiose per il lettore che sa le ostilità motivate soprattutto dalle divisioni politiche tra ex Pci. Del falsario Simonidis non più di una ventina di pagine, tratte pigramente dalle note di Andreas Mordtmann, un diplomatico tedesco a Costantinopoli. Del falsario Simonian niente, che pure sembra inventato, lui come Simonidis, simoniaci come sono. Niente neanche di Simonidis che, smascherato in Grecia, trova conforto a Costantinopoli presso l’ambasciatore del re di Sardegna, il barone Tecco, poi senatore del regno d’Italia.
Quando lo scrittore arriva sui giornali si spegne? Anche di Coppola l’ambizione era di scrivere sul “Corriere della sera”, potenza dell’elzevirismo.
Luciano Canfora, La meravigliosa storia del falso Artemidoro, Sellerio, pp. 254 €14