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venerdì 13 dicembre 2019

Letture - 405

letterautore


Ecologia -  Il nuovo inizio è un ritorno? De Quincey la difende nel 1839, “La casistica dei pasti romani”, in nota all’inizio della ritrattazione – sapendo di dire allora, in piena rivoluzione industriale, un’enormità, come si arguisce dalla premessa: “Siccome sono perfettamente serio, devo pregare il lettore, che in quanto dico si immagina qualche intenzione scherzosa, di considerare che enorme diversità avrebbe significato per la terra, considerata la dispensatrice delle proprie  ricchezze – se grandi nazioni, in un periodo in cui le loro risorse erano debolmente sviluppate, avessero richiesto o no candele per molti secoli. E, posso aggiungere, fuoco. Le cinque voci della spesa umana sono. 1.Cibo; 2. Riparo; 3. Abiti; 4. Combustibile; 5. Luce. Tutte erano segnate a un livello più basso nell’era pagana, e le ultime due erano quasi bandite dalla’antica economia domestica. Che grande sollievo deve essere stato per la nostra buona madre terra, che in un primo momento fu costretta a chiedere ai suoi figli di stabilirsi intorno al Mediterraneo. Non poteva nemmeno d are loro acqua a meno che non andassero a prendersela da soli da un comune serbatoio o cisterna”.
E per chi no  entra nel Mediterraneo, o attorno a esso?

Giornalismo – “Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti, cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità un dovere”, Gaetano Salvemini, prefazione a “Mussolini diplomatico”, 1932.

Ingenuo – L’originale latino sta per gentiluomo: uomo libero figlio di uomo libero.

Libertino – Eugenio Scalfari fa grande uso della parola ultimamente avocandolo a sé, alla sua propria vita: da “spirito forte” settecentesco o libero pensatore, e da dissoluto ma non troppo, tipo poi “L’Ingènue libertine” di Colette – e Colette stessa, attaccata alla madre e alla figlia (“è mai esistita una madre così poco materna?”), nonché ai mariti, ma non del tutto. Ma prima del Settecento i libertini si occupavano sopratutto di questioni grammaticali, in particolare della congiunzione car, da essi ritenuta inutile e disdicevole. Gomberville intraprese per scommessa, e portò a termine, un romanzo in cinque volumi dal quale la congiunzione esplicativa è bandita - aprendo la via ai romanzi sperimentali di Georges Perec, quello con la sola vocale e e quello senza la e. Ciò che diede al cardinale Richelieu l’idea di canalizzare la carica eversiva per un’Accademia, con l’incarico tremendo di rifare il vocabolario, e il progetto politico ha funzionato, la congiunzione car è rimasta. Ma è vero che lo stesso scrittore anti-car, benché insediato all’Accademia, non avrà paura di prendere posizione a favore di Pascal nella polemica contro i gesuiti, meritan­dosi un posto d’onore nelle “Lettere provinciali”.

Manzoni – Anche Pannunzio legge “I promessi sposi” sul letto di morte, come Gadda. E si fa seppellire “con la sua copia un po’ consunta” – lo racconta Scalfari, in “Grand Hotel Scalfari”, 279.

Molière – Era Corneille? No, è lui l’autore delle sue commedie, delle commedie scritte. Un’analisi computazionale  conferma che fu lui a scrivere le sue commedie – con risultati diversi rispetto al trattamento che tuttora si riserva a Shakespeare (v. sotto).
Attore itinerante, Molière cominciò a scrivere a quarant’anni. E di lui non resta nemmeno un manoscritto, benché sia vissuto ancora undici anni, fino al 1673. Pierre Louÿs un secolo fa, svolgendo queste considerazioni, avanzò l’ipotesi che le commedie fossero invece di Corneille. Che scriveva per il genio istrionico di Molière, capocomico ormai di fama e quindi di successo più facile. Invece le macchine pensanti, azionate dai linguisti francesi Florian Cafiero e Jean-Baptiste Camp, un ingegnere e un professore di Umanità numeriche, hanno separato le commedie di Molière, che hanno analizzato insieme con altri testi, di Corneille e altri drammaturghi dell’epoca, in un unico gruppo. I cervelli elettronici erano stati indirizzati a riconoscere sei “caratteristiche”: lemmi, forme, parole utili, rime, affissi, n-grams (frequenza di una o più parole).
La ricerca ha però riaperto il problema Molière, invece che risolto. Si contesta in particolare la scelta delle “parole utili”. E delle commedie esaminate, solo undici su trentatré.
In precedenza, nell’ultimo quindicennio, numerose ricerche linguistiche avevano rilanciato, e in qualche misura fondato, l’ipotesi di Pierre Louÿs, rilevando una comunanza di vocabolario tra di Corneille e quelli di Molière tropo estesa perché i testi si possano attribuire a due autori diversi.

Opinione pubblica – Si riduce a (compiace di) indiscrezioni, intercettazioni. Eco, lo studioso della comunicazione che ci credeva, credeva in n ruolo positivo dell’informazione, dei media, ne fu molto deluso, e lo scrisse nell’ultimo romanzo, “Numero zero”, in realtà un pamphlet violento  contro il giornalismo. Di cui così spiegò il senso a Scalfari in una video intervista, stampata su “la Repubblica” del 23 dicembre 2014: “Un tempo, se un presidente non piaceva – fosse Lincoln o Kennedy –succedeva che gli sparavano. Già con Nixon e poi con Clinton si è visto che si può distruggere  un presidente tirando fuori le intercettazioni oppure  parlando di cosa ha fatto la sera, con chi è andato a letto. Tutta la nostra politica è ormai su questo piano. Il comandamento è: bisogna distruggere, delegittimare, sputtanare”.
Eco lo dice con una punta politica amara, evidente nel video: intercettare, distruggere, delegittimare, sputtanare è un procedimento violento, quindi tipicamente “di destra”, mentre è l’armamentario, il solo, della “sinistra” – dell’affarismo che ha preso il posto della sinistra.

Prescrizione – “Oh, che diciannove secoli non erano bastati a maturare la prescrizione”, è il pensiero, recondito ma furibondo, che alle nozze della figlia dovutamente battezzata con un principe dell’aristocrazia nera romana insorge nel ricco banchiere ebreo, nel romanzo I Moncalvo di Enrico Castelnuovo, quando il celebrante inveisce contro “quelli che hanno perseguitato, crocifisso, deriso” il Signore. Ogni tanto ce ne vuole.

Selfie – “Il proprio profilo è la prima maschera” – Vinicio Capossela

Shakespeare - Dimezzato, o nome collettivo? Ancora una novità, tra i tanti “Shakespeare” noti, dai Florio calabresi a duchi e assassini. Segnalata dal supplemento “Scienze” di “la Repubblica”. Scoperta dal linguista ceco Petr Plecháč, riscontrando con un programma di intelligenza artificiale o machine learning un’ipotesi avanzata nel 1850 da un critico inglese, James Spedding, incuriosito dalle somiglianze lessicali tra alcuni passaggi dell’ “Enrico VIII” e la scrittura di Fletcher. Il cervello elettronico dice che Shakespeare scrisse l’“Enrico VIII” con John Fletcher.
Ma forse il meglio a questo punto resta da ipotizzare: perché Fletcher, di quindici anni più giovane di Shakespeare, non ne sarebbe stato l’amasio? Shakespeare è una miniera.

Toga – Era la veste dell’ozio, comoda ma senza utilità – tasche, protezione dal caldo, o dal freddo. Dell’ozio che era la giornata del romano: discussioni, votazioni, le abluzioni alle terme, spettacoli – De Quincey ne fa diffusa spiegazione nella “Casistica dei pasti romani”.


letterautore@antiit.eu

Il santo parricida


“La storia di san Giuliano l’Ospitaliere”, che muore abbracciato al lebbroso, “come pressappoco la si trova, su una vetrata di chiesa, al mio paese” – così Flaubert la spiega a un amico. Uno dei numerosi racconti di santi, che lo appassionano. Questa si distigue, nella morte di Giuliano, come un abbraccio omosessuale – implicito, certo (come molto altro in Flaubert, compersa Madame Bovary. E come la riuscita infine della ricostituzione di un universo “medievale”, ambizione a lungo coltivata.
Nello stile degli “Acta Sanctorum”, e della “Legenda aurea” di Jacopo da Varagine, delle agiografie quali sono in uso ancora oggi, la storia del santo che ha ucciso i genitori. Come da profezia ma per sbaglio – come negli antichi miti, di Edipo e di Oreste. Flaubert ci ha convissuto tutta la vita, per rivolta o rivalsa, direbbe Freud, contro l’autoritarismo del padre dottor Flaubert, implicita certo. “Un tema ruminato per trent’anni”, nota Sartre in “L’idiota della famiglia”, vol. II. E ha provato a scriverla a più riprese, fin dal 1845, dalle prime prove da adulto: il “cacciatore maledetto” (Sartre) lo ossessionerà per tutta la vita creativa. La riscrive, per la terza o quarta volta, e la completa, un paio di righe al giorno, spiega ai corrispondenti – e deve essere vero: il manoscritto in facsimile riprodotto nella vecchia edizione Bur è una mappa di cancellature e rinvii, inverosimile talmente è aggrovigliata – nel 1875-76, dopo il quasi fallimento finanziario dell’amatissima nipote e consorte, che lo aveva costretto al sacrificio di quasi tutto il suo. Tace a lungo, rintanato, e ricomincia a scrivere col santo assassino. Scrive “al colmo della disperazione la più ottimistica delle sue opere” – Sartre. La virtù si vuole punita, questo è parte del processo virtuoso – e quindi il male può essere sconfitto.
Una ripresa diminutiva. “Una bazzecola”, la dice a qualcuno, un “esercizio di stile”, “voglio vedere fin dove arriverò a scrivere”. Un racconto emblematico? Del bene che viene dal male – o viceversa? Un racconto nello stile “medievale – in realtà agiografico – che Flaubert aveva inseguito da tempo. Lo schema, oltre che lo stile, è quello degli “Acta Sanctorum” e della “Legenda aurea”, su partizione ternaria: il racconto è articolato su tre fasi di vita, predizione, parricidio, espiazione, le predizioni sono tre, sono tre le dimore, tre le maledizioni, ma poi tutto è tre, la serie è interminabile di lessicalizzazioni  base tre. Che non vuol dire niente, Flaubert non era superstizioso, né numerologo, ma denuncia lo sforzo di imitazione: Flaubert “ha sempre sognato di ricostruire il Medio Evo, i suoi grandi Signori e la loro umile fede” – Sartre. Fino a riuscire, al gusto di Proust, “la più perfetta delle sue opere” – “un racconto denso che parla di Dio, dell’Uomo e del Destino”, Sartre.
La storia di un Edipo cristiano, doppiato di Oreste, parricida di padre e di madre? Una storia di “selvaggia violenza” (Sartre), di “sadismo” (id.). Una storia “nera” ma su un piano “bianco”, poiché sappiamo subito che il cattivo diventa santo (id.): la storia di un predestinato alla santità. M, aggiunge Sartre, per “l’ambivalenza del sacro, terribile quaggiù, benefico lassù”.
È incredibile l’esercito critico, anche a proposito di questo racconto come di ogni Flaubert, da Sartre a Stefano Agosti, che introducono e spiegano in lungo l’opera – ma non in queste edizioni.
Con l’originale francese l’edizione Salerno.
Gustave Flaubert,   La leggenda di san Giuliano l’Ospitaliere, Salerno, remainders, pp. 168 € 4
Leone, pp. 93 € 6

giovedì 12 dicembre 2019

Ombre - 491

“Il piano verde di Ursula von der Leyen: 260 miliardi l’anno per cambiare l’Europa”. Un affarone, altro che la luna: ce ne sarà per tutti.

Truffa milionaria del gruppo ospedaliero San Donato alla regione Lombardia, tre il 2014 e il 2018, quando lo stesso gruppo era proprietario del “Corriere della sera”. Una truffa riconosciuta dal gruppo ospedaliero, che ha già cominciato a pagare  danni. Ma il puntiglioso cronista giudiziario del “Corriere della sera” dimentica in ottanta righe di dire che “la famiglia Rotelli” era proprietaria del giornale.

Per la Procura di Milano, nello scandalo della truffa arcimilionaria sui farmaci del gruppo ospedaliero Rotelli alla Regione Lombardia la colpa non è dei truffatori ma della Regione, che allora era presieduta da Maroni, un leghista: omessa vigilanza. Curioso, no? Ma Milano è al di sopra di goni sospetto..

Non c’è gesto o detto di Salvini né ufficio o fondazione della Lega che non vengano indagati o perquisiti. Non per delitti maturati ma alla  ricerca di un delitto. È la maniera cui la sinistra si è ridotta per fare politica – la sinistra dem, ex compromissoria, non un esempio di onestà.

Salvini del resto è colpevole come Renzi, adesso che si è smarcato dal Pd. Renzi a opera dei giudici di Salvini a Firenze. Salvini a opera dei giudici (ex?) Renzi a Milano e Roma. Lo scandalo non finisce mai, ora in competizione, la giustizia politica. Di cui gli italiani prodighi si gratificano. Ma non è un lusso, sa di sporco, puzza.

“Incentivi ai negozi accesi di notte”, a Roma. Si inverte la politica del risparmio energetico adottata nel 1973. A opera dei grillini. Che predicano la decrescita felice. Nel mentre che si varano politiche “tutto verde”.
Si accendono le luci dei negozi per la sicurezza, dicono. Invece di sostituire le lampadine rotte dei fanali pubblici?

La squadra milanese che capeggia il campionato italiano è sconfitta in casa da una squadra spagnola che schiera le riserve. In una partita decisiva per al squadra italiana, e superflua per quella spagnola. Si fanno molte chiacchiere sull’Italia.

“La Germania ci sta aiutando”, può dire al forum Med Dialogues il ministro degli Esteri libico Mohammed Thaer Siala, la Germania dopo l’Italia: “ problemi vengono da altri paesi, per esempio la Francia”. E questa è l’Europa unita: mercantilista, da imperialismo straccione, sfruttare i problemi del vicino.

Non è da ora che la Francia tenta di soppiantare l’Italia in Libia come zona d’influenza. Ci provò Mitterrand con Gheddafi, ma poi non poté vendergli i caccia Mirage cui Gheddafi puntava e la cosa finì. Mentre l’Italia riguadagnava concessioni e influenze attraverso gli Stati Uniti: meglio atlantici, anche con Trump, che europei?

Sarkozy, che voleva fare il De Gaulle o il Mitterrand, ci riprovò facendo arrivare Gheddafi a Parigi col suo circo – la tenda, le guardione, i costumi fantasiosi. Questa volta fu Gheddafi a non mollare il petrolio. E allora Sarkozy gli fece il golpe e lo uccise. Con la benedizione  di Bernard Henry Lévy, il filosofo.  

Si misura infine, dopo venticinque anni di abbandono, il deserto di Bagnoli, 250 ettari dietro Posillipo. Di cui si fa finta di nulla. Per anni ci hanno detto che Bagnoli era una città delle scienze, parco scientifico, parco naturale, parco dello sport, centro idroterapico. Come oggi a Taranto, con i parchi giochi e i,campi di mitili al posto dell’acciaieria. La decrescita sicuramente, ma quanto infelice?

L’area di Bagnoli ex Italsider è servita per venticinque anni a una cinquantina di progetti di ristrutturazione, tutti pagati dal Comune di Napoli e dalla regione Campania. Una mammella d’oro per gli studi di ingegneri e architetti. Senza bisogno di lavorare.

“Non vi preoccupate, tanto in Italia non c’è legge e non si paga nulla”, è l’assicurazione di uno scafista egiziano ai suoi figli, che ha associato nell’impresa. Lo racconta su “la Repubblica” Alessandra Ziniti per averlo saputo dal pool della questura di Ragusa specializzato nella caccia agli scafisti. Una testimonianza, presentata come vera, che fa aggio sulle decine e centinaia di pezzi e commenti pro immigrazione libera dello stesso giornale. A che gioco giochiamo?

“Quando li arrestammo”, narrano a Ragusa a “la Repubblica” della squadra familiare di scafisti egiziana, “il padre disse ai ragazzi: «Io in Italia ho commesso di tutto  solo una volta sono andato a finire in carcere ma ci sono rimasto pochi giorni poi mi hanno rimandato in Egitto”. Senza pagare il biglietto di ritorno. Questa è proprio propaganda pro Salvini.
Ma è vero che la giustizia italiana è questa, sabotatrice.

“Nascoste sulle Alpi le basi segrete di Putin” è la rivelazione di “Le Monde” sulla destabilizzazione dell’Europa da parte di Mosca. L’Europa non funziona, si sa, perché Putin la destabilizza.

Le basi segrete russe si situano fra Chamonix, Evian e Annemasse, zona privilegiata prealpina: una “quindicina di agenti specializzati in omicidi, e con solida formazione militare”. Dalla Brexit alla Catalogna, è tutto opera loro. Di che consolarsi.

Germania, Francia e Gran Bretagna accusano l’Iran all’Onu di aver contravvenuto agli accordi sul nucleare. Allora, ha ragione Trump?

I Medici come non li avete visti mai

Si può fare uno sceneggiato storico sui Medici in cui Lorenzo il Magnifico fa assassinare un giovane Peruzzi, e ci prova pure col Savonarola? Un losco informatore adolescente si chiama Niccolò Machiavelli? E i Piagnoni di Savonarola fanno bruciare palazzo Medici, con tutti gli abitanti? Si può, poiché l’ha fatto Rai 1.
Brutta sorpresa, la serata conclusiva delle quattro sui Medici, truce, troppo. Come se non ci fosse abbastanza suspense vera nella storia di Firenze in quegli anni.
Christian Duguay, I Medici

mercoledì 11 dicembre 2019

Piazza Fontana al Ministero

Così piazza Fontana è evocata in “La gioia del giorno”, il romanzo di Astolfo:
“Ho visto il golpe una seconda volta, dopo quello in caserma, testimone delle bombe il 12 dicembre. Non delle bombe, chi le ha messe, come, con che scopi. Ma della presentazione che ne è stata fatta, che è poi la vera bomba, quella il cui botto ha scosso la storia. Il pomeriggio era umido e grigio, e il salone buio ancora di giorno. Ma forse era buio anche fuori, era il giorno più breve dell’anno, che viene prima del solstizio d’inverno – per un numerologo del resto il 12 è il 21 rigirato. Il pomeriggio del vernissage al Babuino, con quadri di eccellenti pittori, a buonissimo prezzo, da cedere in favore di Lotta Continua.
“È in un salone dell’Interno che in anteprima si è appreso della bomba. Anzi delle bombe: dapprima si è saputo della bomba a Roma, alla Banca Nazionale del Lavoro, con una ventina di feriti, e subito dopo, questione di uno-due minuti, della banca di Milano, con molti morti, forse di due banche, e di Roma all’Altare della Patria. O l’ordine è inverso. Ero presente a un Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico al ministero presso l’egregio Insalaco per caso, senza sapere di che si trattasse, per dovere di rappresentanza, Arcangelo, che ne fa parte di malanimo, avendo chiesto il favore di una supplenza. Queste presenze sono reputate inutili, in materia di nessun interesse, ma l’assenza è dannosa, i politici sono vendicativi. Si è concretata in un paio d’ore di chiacchiere, testimone muto, non introdotto, dei giurisperiti che nel Comitato rappresentano i partiti al potere col vanitoso segretario, nel dibattito di rito sugli arcani: i colonnelli greci espulsi dal Consiglio d’Europa, il Vietnam, la Cia, il Kgb, i gruppuscoli. A un certo punto il ministro è entrato a presiedere.
“Un esperto americano, autore di un Manuale del colpo di Stato, espose in lucido italiano il Piano Caos, adottato negli Usa contro la sovversione. O altri lo espose per conto suo. L’interesse si ravvivò all’arrivo del ministro, che spostò l’agenda sugli organici delle forze dell’ordine, la prevenzione attraverso il riordino dei servizi segreti, la delega alle forze dell’ordine dei poteri d’arresto temporaneo, i nuovi mezzi antisommossa. Ma presto dal lungo tavolo rettangolare crebbe di nuovo un rumore di fondo, non sopito dal ministro, che sembrò assentarsi dopo aver parlato, seppure vigilando, lo sguardo mirato su suoi fili interiori, mentre il segretario faceva un’uscita da cavaliere della tavola rotonda su bisbiglio di un commesso. Poi Insalaco tornò sbrigativo e uscì col ministro.
“Il clangore di lemmi e commi non per questo scemò. Le bombe non allarmarono quel pur specifico consesso, essendo esse ormai numero incalcolabile. Finché, dopo un quarto d’ora, il ministro rientrò e disse:
- Sono gli anarchici. – La data segna l’arrivo a Ginevra di Nečaev ventenne con l’esplosivo Catechismo rivoluzionario, è il centenario.
“L’annuncio sarà variamente interpretato. Il 17 gennaio 1978, al processo per gli attentati del 12 dicembre 1969, il questore di Roma dell’epoca, Giuseppe Parlato, affermerà: “Escludo in modo categorico che il ministro dell’Interno avesse disposto di orientare le indagini verso gli anarchici”. Lo stesso giorno, al processo per il tentato golpe del principe Valerio Borghese il 7 dicembre 1970 con l’occupazione dell’Interno, l’ufficiale del controspionaggio Antonio Genovesi affermerà che il ministro gli disse di non parlarne con nessuno. Roma dunque non indagò. Ma il ministro non era la solita testa di legno che si pone a capo di un dicastero complesso e delicato, che va avanti per prassi inerziale burocratica. Franco Restivo, costituzionalista, siciliano, cattolico, ne fu titolare dal 24 giugno 1968 al 17 febbraio 1972. Dopodiché resse per quattro mesi la Difesa, fino alle elezioni vinte dalla destra, e al governo Andreotti”.
Il segretario Insalaco invece avrà morte violenta a Palermo, si disse per mano di mafia, il 12 gennaio 1988. Era stato sindaco della città quattro anni prima, per un breve periodo nella primavera del 1984, presto defenestrato da Ciancimino, che lo aveva eletto (allora i sindaci non erano eletti direttamente ma dal consiglio comunale).   

La persecuzione dei mussulmani

Contro il Nobel a Handke protesta il governo dell’Albania, dopo quello del Kossovo – retto da mafiosi accertati – e quello bosniaco: i mussulmani si sentono perseguitati.
È l’unica persecuzione che si commette da decenni sui media. La maggior parte dei mussulmani si uccidono tra di loro, e proprio per questioni di fede, ma ciò non interessa. Anche dei cristiani uccisi nei paesi mussulmani si sa poco – forse perché non si lamentano, e i vescovi non li proteggono, ma non sono pochi: vengono uccisi uno per uno, solitamente, ma anche con bombe e stragi, in Egitto, in Irak. I Rohingya in Birmania, gli Uiguri in Cina si vogliono invece vittime di genocidio.
La denuncia è normale, ed è anche giusta. Il curioso è che la persecuzione si lamenta più sui giornali occidentali che nelle capitali mussulmane. Nella stessa Tirana per dire, dove i mussulmani, che sono la grande maggioranza, stanno zitti, o nel Kossovo, per non distrarsi dal contrabbando.
Se ne lamenta il mondo mussulmano da fuori, con la curiosa eco dei media occidentali. All’unisono?

La dietetica dei romani, che novità

Il pranzo inglese, alle sei di sera, è romano, antico romano. Perbacco! Ma come e perché è un’avventura che trascina il lettore per una cinquantina di pagine. Tra storia, filologia, dietetica, organizzazione della società, ritmi diurni – di svago, di (non) lavoro (“il il romano era il più pigro degli uomini”). E ansia del reale. Proprio così: “Ogni giorno ha la sua dose personale, la sua dose di ansietà” – la giornata crea dipendenza, il collasso si evita con una buona cena.     
Il principe dei divaganti al suo meglio. Molto addentro alle fonti, alle Scritture come al “Talmud”, e come al solito documentato, ma sorprendente, sapido. Meglio nella “Casistica dei pasti romani”, il secondo diffuso vagabondaggio di questa breve compilazione. Che il frammento “Presenza di spirito” completa. I romani andavano a letto presto, per risparmiare le candele, e perché non sapevano che fare al buio – “a Roma la stragrande maggioranza delle persone non accendeva mai una candela, se non al primo albeggiare”, e lo stesso ad Atene, in Egitto, in Asia minore, ovunque gli antichi adavano a letto, come braia ragazzi, dalle sette alle nove di sera”, fino ai turchi. Ma si alzavano presto, perché avevano molto da fare, essendo abituati alla guerra erano per lo più svegli. E mangiavano poco, si mantenevano leggeri: una non-colazione la mattina, forse un pezzo di pane duro, un pranzo (prandium) a mezzogiorno di cui nessuno sa nulla, che si praticava raramente, e comunque in piedi.
La colazione al mattino, si sa, è invenzione inglese. Ma i romani eccedevano in senso contrario. Ce ne è rimasto il “boccone”, attraverso il greco βάκκισμος, “una parola derivata (come molte altre nei secoli successivi ad Augusto) da una parola latina, cioè buccea, boccone”. Eccetera. Fino alla sorpresa che saltare il pasto di mezzogiorno è la più civile delle abitudini – tanto più sorprendente per chi, come noi, fino a pochi anni fa si abbuffava soprattutto a mezzogiorno. E questo è De Quincey, che non si riassume, bisogna leggerlo, uno sfarfallio di curiosità. Tutte, pare, corrette, per quanto sorprendenti. Sulla sindone, la toga, la tunica (tunica è in latino inversione del chiton greco), il pallio, il peplo.
De Quincey esercita scrivendo l’arte della conversazione. In cui i suoi visitatori concordi lo trovavano sempre eccellente: gradevole, in palla, esauriente. “Presenza di spirito” è sulla non-presenza di spirito. Degli antichi romani e – di nuovo, come per il pranzo di mezzogiorno – degli inglesi: un mondo di forza e di non metafisica. La “formula” romana era “Hoc age”, concéntrati, stai attento. “Il romano non era adatto alla filosofia; e er lui  era vero solo ciò che era pratico, non aveva metafisica”. Le cose che si sanno. Ma poi viene Cesare, a esprimere “con rara perfezione quella particolare grandezza propria dei figli di Romolo”, e le sorprese di srotolano.
“L’abbigliamento della dama ebrea” è un excursus sugli usi femminili dell’antichità, ebrei ma anche romani, egiziani, e di ogni dove. Così intitolato perché è la recensione critica di due studi ebraici di orientalisti tedeschi, Theodor Böttiger e Anton Theodor Hartmann. Veniamo a sapere tutto, senza noia, sui serpenti prediletti nei gioielli, sugli anelli, gli orecchini, i bracciali, le collane, e sul piacere del tintinnio, gli anelli al naso, le cavigliere, i pendagli. Nonché sulle vesti, solitamente un invito alla nudità – una sollecitazione dello spirito se non dell’occhio: coprenti ma non aderenti, in mancanza di biancheria intima. Non esenti da curiosità. L’anello (o più anelli) al naso è derivato dall’uso di anelli al naso dei cammelli e dei buoi, presso le tribù carovaniere, per attaccarci la corda con cui guidavano l’animale - un pendente molto apprezzato: al tempo di Salomone di dieci centimetri di diametro.
Thomas De Quincey, L’abbigliamento della dama ebrea, Ibis, remainders, pp. Pp. 105 € 4

martedì 10 dicembre 2019

Una strage milanese

Il vero “mostro” di piazza Fontana è il complesso giudiziario-mediatico che si inaugura con la strage, cinico, a Milano: ogni giorno una falsa notizia – un “depistaggio”. 
La verità della strage è delle indagini che (non) furono fatte dagli inquirenti, togati e in divisa. Con l’uso servile dei media come cassa di risonanza a vuoto, anche per la passività dei media stessi Della ricezione acritica delle voci, boatos usava dire, del giorno - se si eccettua Camilla Cederna, che oggi nessuno ricorda, e la (poca) controinformazione dell’epoca, che nessuno cita.
Si sfogliano con sgomento le varie ricostruzioni di piazza Fontana, a cinquant’anni dalla strage, che si è voluta insoluta. Per questo, e anche perché, a distanza di cinquant’anni, non c’è alcun intento di dire le cose come avvennero. Questo sito ci ha provato
ma non fa testo.
Ribadire alcuni punti è solo doveroso.
La “pista anarchica” non nacque nell’ufficio romano degli Affari Riservati del ministero dell’Interno, nacque nell’Ufficio Politico della Questura di Milano. A un’ora dalla strage, anche meno.
Sul piano giudiziario, le indagini non furono avocate da Roma, il “porto delle nebbie” per antonomasia. Furono impiantate e svolte a Milano, da Milano – anche se il solito protagonismo giudiziario non mancò di esercitarsi sui tempi delle esplosioni a piazza Fontana e alla Bnl romana. 
Il processo a mezzo stampa fu, e sarà, milanese, via “Corriere della sera”.

L’uomo forte e il Pd

L’“uomo forte” del Censis e la crisi del Pd erano in Gransci ottant’anni fa, nei “Quaderni del carcere” – 13 (XXX) § (23):
“Quando la crisi non trova soluzione organica, ma quella del capo carismatico, significa che esiste un equilibrio statico (i cui fattori possono essere disparati, ma in cui prevale l’immaturità delle forze progressive) che nessun gruppo, né quello conservativo né quello progressivo, ha la forza necessaria alla vittoria e che anche il gruppo conservativo ha bisogno di un padrone (cfr. Karl Marx, “Il 18 Brumaio di Luigi Napoleone”):
“Questo ordine di fenomeni è connesso a una delle quistioni più importanti che riguardano il partito politico, e cioè alla capacità del partito di reagire contro lo spirito di consuetudine, contro le tendenze a mummificarsi e a diventare anacronistico. I partiti nascono e si costituiscono in organizzazione per dirigere la situazione in momenti storicamente vitali per le loro classi; ma non sempre essi sanno adattarsi ai nuovi compiti e alle nuove epoche, non sempre sanno svilupparsi secondo che si sviluppano i rapporti complessivi di forza”.

Cronache dell’altro mondo (48) – pagliettismo

L’Fbi ha commesso diciassette “infrazioni” contro Trump nel 2016, ma non ha complottato. È la sentenza di Michael Horowitz, il capo Ispettore del ministero americano della Giustizia, un avvocato. In effetti, Trump e sempre vivo. L’Fbi, dice ancora l’avvocato, commise anche “errori gravi” contro Trump, ma non è colpevole, né i capi che li ordinarono né i subordinati che commisero gli “errori”.
Ci ha messo molto l’avvocato Horowitz a condurre la sua ispezione, oltre due anni. Ma alla fine, ora che Trump è sotto impeachment, ha concluso. Intende lasciare l’amministrazione pubblica e dedicarsi alla professione. O alla politica.
Quasi tutte le denunce #metoo sono per danni, e si concludono con accordi economici.
General Motors denuncia oggi come corruttivi gli accordi sindacali di Fiat-Chrysler dal 2009 al 2015. Di cui si è giovata. Li denuncia dopo quattro anni, perché Fca vuole accordarsi con Peugeot, e quindi introdurrebbe un concorrente nel mercato americano.
Si dicono gli Usa il paese della competizione – è il mantra dell’American Dream. Mentre sono il paese dalla forza – della concorrenza imperfetta. Di interessi in forme che altrove si dicono e sono mafiosi: soprusi, persecuzioni, “avvertimenti”, anche a mezzo stampa, taglieggiamenti. Anche di giudici – il giudice americano è in affari, e fa politica. E di avvocati a percentuale: si promuove qualsiasi lite, purché ci siano soldi da dividere: contro le assicurazioni, contro le aziende, contro i ricchi e potenti. Ora anche nel letto, matrimoniale e non.
Non è infrequente l’avvocato che si accorda personalmente con chi ha denunciato. La gara è a chi paga di più.
Umberto Eco, 23 dicembre 2014, diceva a Scalfari: “Un tempo, se un presidente non piaceva – fosse Lincoln o Kennedy –succedeva che gli sparavano. Già con Nixon e poi con Clinton si è visto che si può distruggere  un presidente tirando fuori le intercettazioni oppere  parlando di cosa ha fatto la sera, con chi è andato a letto. Tutta la nostra politica è ormai su questo piano. Il comandamento è: bisogna distruggere, delegittimare, sputtanare”.

Dante non conosceva i greci – e ha reinventato Ulisse

Che Dante non conoscesse il greco e i greci, se non come precursori della filosofia scolastica medievale, un mondo soprattutto morale, in parte anche estetico, si sapeva. Questa raccolta, di dantisti e bizantinologi, perlustra soprattutto i collegamenti con la grecità attraverso Bisanzio, gli studi bizantini.
Su questo convergono i primi tre saggi. Reka Forray, “Change and continuity: Italian Culture and Greek Learning in the Age of Dante”, fa un quadro delle opportunità che Dante ha avuto di collegarsi alla classicità greca – con una svista: fa Leonzio Pilato il primo maestro di greco di Petrarca nel 1342, mentre si trattava di Barlaam da Seminara. Illuminante è il contributo di Vera von Falkenhausen, “Greeks in Italy at the Time of Dante (1265-1321)”, una rassegna dei punti di contatto tra le due culture, la “greca” e la latina, nel Sud Italia, a Genova e a Venezia. Ma senza mutare il quadro complessivo: malgrado i contatti frequenti e la presenza costante di “greci” colti in Italia, non ci fu nessun interesse, o allora marginale, per il greco e la cultura greca. Lo stesso nella prospettiva che Elizabeth A. Fisher rovescia, in “Homo Byzantinus and Homo Italicus in late Thirteenth-Century Constantinople”: la presenza di occidentali a Bisanzio e le conoscenze che a Bisanzio si avevano della cultura latina, occidentale.
I tre saggi centrali, di Michele Trizio, Filippo Naitana e Tedolinda Barolini trattano naturalmente dell’aristotelismo, sia come canone e misura retorica sia come fisica e metafisica. Con un excursus sullo Pseudo-Dionigi in Dante di Diego Sbacchi.
Due studi esaminano la “cartografia” di Dante: come Dante vedeva lo spazio e la storia del Mediterraneo.
Nella presentazione Ziolkowski riporta la considerazione che apre il classico di Curtius, “La letteratura europea e il Medio Evo latino”, 1948. Omero era sconosciuto nel Medio Evo, ma “il nome bisognava farlo” , nella “bella scola” del Limbo: “Senza Omero non ci sarebbe stata l’“Eneide”; senza la discesa di Odisseo nell’Ade niente viaggio di Virgilio nell’altro mondo; senza quest’ultimo, niente “Divina Commedia””. Boitani, “Ulysses and the three Tradition”, in conclusione alla raccolta, prova a rovesciare l’assunto: perché Dante non avrebbe saputo, seppure all’ingrosso, dell’“Odissea”? Anzi, la conosceva al punto da farne una nuova. Una “versione notevolissima” della storia, combinando tre modi di interpretare la figura del migrante Ulisse: come un trickster cantastorie, come esempio di virtù e saggezza, e come prefigurazione di Cristo – Boitani qualche anno dopo confiderà a Gnoli (“la Repubblica”, 1 ottobre 2017): “Da quando ho cominciato a scrivere di Ulisse è come se un demone si fosse impossessto di me. Ho entito una vibrazioe emotiva fortissima”.  
Un libro da biblioteca, di ricerca. Che però avrebbe meritato la traduzione, in vista delle celebrazioni tra un anno centenarie, e anche senza. Ziolkowski è professore a Harvard di Latino medievale, e direttore a Washington della biblioteca e della collezione di Dumarton Oaks, a Georgetown – il luogo famoso dove si stabilizzarono le monete e gli assetti economici mondiali nel 1944 ora ospita l’istituzione di ricerca di Harvard per gli studi bizantini e pre-colombiani. Studioso di Virgilio. è stato borsista residente all’Accademia Americana a Roma nel 1980-81.
Jan M. Ziolkowski (a cura di), Dante and the Greeks, Dumbarton Oaks Medieval Humanities.   Washington, DC:  Dumbarton Oaks Research Library and Collection, pp. 286, ril. $44.95

lunedì 9 dicembre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (411)

Giuseppe Leuzzi


Assunzione di netturbini per bando pubblico a Trani. Si presentano 113 per 13 assunzioni. I primi nove sono laureati, gli altri quattro diplomati. Sono tutti fra i 29 e i 39 anni: non riuscivano a trovare un’occupazione.

L’oliva bianca, l’antica leukolea di Caso, l’isola del Dodecaneso, si produce da sempre a Rossano in Calabria. Ma diventa una curiosità di mercato, una rarità a caro prezzo, ora che viene anche nel viterbese. Eppure Rossano non è un luogo remoto o abbandonato.

“Fui accolto come un meridionale”, Scalfari ricorda del suo ingresso al liceo Cassini di Sanremo nel 1938, dove sarà compagno di classe di Italo Calvino fino alla maturità nel 1943, “come un calabrese che era nato a Civitavecchia e arrivava da Roma. In questa confusione geografica qualcuno mi affibbiò il nomignolo «Napoli» che, in quella provincia del mondo, riassumeva tutto il Sud. Altrove mi avrebbero dato del terrone. E all’inizio tentarono pure di bullizzarmi. Come si dice oggi”.

È sempre corsa la voce che i servizi segreti tramino al Sud con le mafie, da ultimo nel processo in corso mafia-Stato. In un’intervista famosa col “Corriere della sera” in omaggio a Andreotti per i suoi novan’tanni, il 9 gennaio 2009, alla domanda “I rapporti della sua corrente con la mafia?”, Cossiga risponde, da esperto, quale si gloriava, dei servizi stessi; “Tutti i partiti in Sicilia hanno avuto rapporti con la mafia, anche i comunisti. E non sempre a fin di male: fu la mafia a consegnare allo Stato il bandito Giuliano. Una stagione che si chiude solo quando la mafia decide la linea stragista”.
È anche vero che i servizi vorrebbe che tutto il mondo sia “segreto” – non c’è più vantone delle spie.

A Roma il parroco, bresciano, celebra l’Immacolata, la Madonna della parrocchia, con la processione - con banda. E con i fuochi d’artificio – molti, molto rumorosi e colorati. L’ha instaurata, la processione non usava, e in pochi anni l’ha eletta a tradizione. In controtendenza con i vescovi del Sud, che in vece le processioni vorrebbero proibire, e spesso lo fanno.
Si dirà che il parroco di Roma non ha problemi di mafia. Chissà. Sicuramente non considera le processioni un rito pagano. Solo il Sud si rinnega.

Il silenzio del Sud
Il Sud è come inanimato. Non c’è il Sud. Se non per le mafie, che ci sono ma in larga parte sovrimposte. Comunque non totalizzati: non è vero e non è possibile. Altro il Sud non esprime, di altro non si occupa. Luogo obbligato di approdo dell’immigrazione di massa, gente che ambisce ale A lpi, al Reno, alla Senna, al Baltico, da un trentennio vive tragedie inconcepibili, di naufragi, e di difficili accoglienze. Ma non se ne occupa: i suoi scrittori non ne scrivono, i suoi registi non le rappresentano. Solo Gianni Amelio con “Lamerica”, ma sono già venticinque anni fa, e comunque con una storia non di morti, ma di fuga dalla povertà e il terrore.
Lo stesso di suo, delle cose sue. Ha produzioni di eccellenza, ma non sa o non suole parlarne. Fa studi e ricerche anche non male, con non poche ottime start-up, progetti remunerativi di idee più che di capitali, ma lo sanno in pochi, e comunque non fanno “Sud”. Il Sud non ha un’opinione, Non di se stesso e non di altri. Se non come accettazione passiva, o contestazione polemica – oltre la polemica non sa esprimersi.
È come afasico. Accetta ogni intervento, ogni modo d’essere, ogni opinione, anche falsa, si adegua, si adagia, massa amorfa di consumo di idee e merci, depilazioni e tatuaggi, barbe e teste rasate, spritz e apericene. Anche turismo culturale, perché no. Ciò che si dice fatalismo, o passività. Con contorno di araberie, islamismi eccetera, che sono cose di cui il Sud non ha idea. La sua è solo debolezza. Costituzionale, i pediatri dicevano una volta. È disappetente, e i tutori, anche non legali, purtroppo lo nutrono solo di storie di mafia, che non sono nutrienti, e a volta infette.

Nostos, o della stanzialità (di ritorno)
Le tasse di Monti, col depauperamento delle case di famiglia, le processioni dei Carabinieri e dei vescovi, lo sbancamento dei servizi locali da parte dello Stato cannibale, non cancellano i legami con le origini. L’alternativa casa o esilio, fisico o mentale, è la stessa che signore o suddito, padrone o schiavo: ha una sola risposta. Succede fisicamente, con lo spostamento della persona. Succede mentalmente, col cambiamento per esempio oggi vertiginoso degli strumenti del fare, generazionale e intragenerazionale, che crea, apre, si può dire a ogni passo nuovi territori di ansia, pericolo, paura, sfida, e insoddisfazione, con l’alluvionale progressione della società della conoscenza, che rapidamente ha portato allo stadio in cui uno si chiede: ma che ci sto a fare, questa non è casa mia, non mi serve, mi distrugge.
Il fenomeno è probabilmente accentuato nei periodi di incertezza o di crisi. Negli scorsi giorni, in singolare simultaneità, due testimonianze sono uscite di “ritorno” malgrado tutto. Di Eugenio Scalfari, che nel memoir intitolato “Grand Hotel Scalfari” si dichiara inconsultamente calabrese. E di Fulvio Lucisano, il produttore cinematografico, che ha voluto “Aspromonte. La terra degli ultimi”, il film di Mimmo Calopresti, una straziante rappresentazione dello sradicamento, e vi ha voluto impersonare l’ultima scena, del bambino ora vecchio di successo in qualche Canada o Australia, che ritorna al paese abbandonato in elicottero e ci ritrova la poesia. O è un fenomeno legato all’età, Scalfari essendo di 95 anni e Lucisano di 91.

Ricorda Scalfari, alla pagina 120: “La Calabria è una parte di me alla quale ho dato spazio, e alla quale ripenso adesso da vecchio, nella stagione della poesia, dell’«ora blu»”. Era il posto del padre, figura che ora Scalfari, in vecchiaia, rivaluta, doverlo rimosso.
Il forte senso delle origini, per la Calabria di Alvaro e ora di Scalfari, che mai ci furono, o quasi mai, e ci si trovarono male, è un complesso, un colpa. Come se l’aver seguito il proprio impulso, legittimo e costruttivo, non polemico o ostile, fosse una colpa. Non una mancanza, un abbandono colpevole.
 “Esistono alcuni scrittori o, meglio, alcuni uomini che non hanno mai viaggiato, ma ai quali il paesaggio della città natia, pur nella sua esiguità, ha dato il senso di ogni lontananza, viaggio e distacco”, Mario Soldati, “Viaggi di letterati” (in “Un viaggio a Lourdes”). C’è anche questa componente, di un arricchimento che tangenzialmente tocca il luogo natio, il nome o la fantasia del luogo.
Lo stesso per chi ha viaggiato e ritorna. Il ritorno è pur sempre un viaggio, un viaggio di ritorno – fisico o mentale. Ed è anch’esso una divagazione, un’odissea. Anzi, il viaggio s’intesse nel ritorno: il viaggio s’intesse con la nostalgia, e la riscoperta – la scoperta del già noto, in forma più o meno uguale, purché non stravolta.
Il ritorno è come il viaggio in uscita – “è lo stesso entusiasmo con cui abbraccio una bella donna”, dice Soldati: “È il piacere dell’evasione, della contraddizione. Il piacere profondo e vitale di cambiare, di espandersi oltre una famiglia, una classe, un paese, una razza”. Che c’è se c’è attaccamento: “Se uno non è attaccato ad una famiglia, classe, paese, razza, neanche godrà ad uscirne”.

Il ritorno rientra anche nella scoperta negli Stati Uniti delle “Radici”, vecchia ormai di mezzo secolo, a partire dal successo editoriale del romanzo così titolato di Haley, afroamericano, che le origini risaliva fino al villaggio tribale in Gambia da dove il “primo schiavo” della famiglia era partito. Un fenomeno consolidato, al punto da costituire un richiamo turistico di massa, e un mercato. Il terminale di Ellis Island è diventato un centro di documentazione visitatissimo, e la meta di vari eventi di pubblico a fondo culturale. Vari centri negli Stati Uniti si sono organizzati per attrarre il turismo genealogico, con centinaia di migliaia di visitatori, a pagamenti l’uno ogni anno. In questa direzione si sono indirizzate due docenti dell’università della Calabria a Cosenza, Sonia Ferrari e Tiziana Nicotera, prospettando iniziative di richiamo e raccolte dati che ricostituiscano una qualche forma di collegamento degli emigrati con la terra d’origine.
Diverso è il nostos, il ritorno fisico o mentale, comunque una immedesimazione, anche nella diaspora continua, con le origini. Una pratica, anche da remoto, vitale: una sorta di cordone ombelicale che non si taglia e non si intende tagliare.

Il nostos è un pendolo. La storia non è fissa, non si ferma, ma per ciò stesso l’ancoraggio diventa indispensabile. Ogni creatura si orienta a casa, il luogo di nascita, il punto di origine su cui ogni specie fa risalire il suo essere – la mentalità, il linguaggio, le abitudini, i gusti. È il senso dalla saudade dei portoghesi, navigatori compulsivi, i trasmigratori per eccellenza. O delle tribù viarie, ittiche, che instancabili rifanno al cambio di stagione i lunghi viaggi da una “casa” all’altra. Ognuno ha un suo posto. Senza un proprio “posto”, “casa”, non c’è modo di esplorare terreni sconosciuti: senza i posti di riferimento siamo perduti. Lo ricordano indelebile gli uccelli, le specie più dotate di mobilità, nelle loro lunghissime, costanti, stagionali, peregrinazioni. Lo fanno le lente tartarughe di mare, che per deporre le uova ritrovano il posto dove sono nate. È un moto naturale, una sorta di pendolo: ogni forma di espulsione, sia pure voluta, e anche entusiasta, mette in moto il movimento opposto, il ritorno a casa, la ricerca di un’origine, dell’origine. Per quanto angusto, povero, abbandonato, è il posto in cui le speranze si sono schiuse.
Avviando un trattato in cui apparentemente si parla d’altro, “L’età del capitalismo di sorveglianza” - sul monopolismo dell’informazione che, dopo le prime promesse libertarie, ora ci opprime, dei due o tre soggetti che presidiano la rete internet - la sociologa di Harvard Shoshana Zuboff fa questa improvvisa dichiarazione, a proposito della falsa familiarità dei social: “ È casa dove conosciamo e siamo conosciuti, amiamo e siamo amati. Casa è padronanza, voce, relazione, e santuario: in parte libertà, parte fioritura, parte rifugio, parte prospettiva”.


leuzzi@antiit.eu

Il morbo della sinistra

Un secolo dopo l’Italia è la stessa, con gli stessi temi-problemi del primo dopoguerra. La raccolta è stata fatta senza difficoltà, dai “Quaderni del carcere” di Gramsci, il suo personale blog quotidiani nei lunghi anni di detenzione.
Siamo a una crisi di civiltà, la “civiltà dell’Illuminismo” – “la crisi dell’«Occidente»? Sì, ma non è un problema di soldi. Le crisi non sono soltanto “economiche”, maturano in un contesto depressivo, di sfiducia e incertezza, e lo alimentano. I “fenomeni morbosi” del titolo ne sono l’effetto e subito poi la causa: la nessuna autorevolezza della classe dirigente (gli “intellettuali”), lo scollamento con le esigenze delle masse, il disorientamento dei giovani, la sfiducia e l’incostanza generalizzate, o  fluttuazione – oggi 6 Stelle domani Sardine, dopodomani Salvini? Non manca il “problema islamico”, nelle due specie: la modernizzazione forzata (“il Cristianesimo ha impiegato nove secoli a evolversi e ad adattarsi, lo ha fatto a piccole tappe, etc.”), e del rispetto della tradizione – il richiamo è inevitabile “alla purezza dei primi testi religiosi contrapposta alla corruzione della gerarchia” (con citazione dei Wahabiti, nel cui seno si svilupperà il fondamentalismo odierno).
La borghesia sbanda. Ma sempre sbanda nel capitalismo – è avventuristica: “Lo sviluppo del capitalismo è stato una continua «crisi»”. Diverso è il caso presente – lungo a questo punto un secolo – che è quello della “crisi di autorità”. Non del potere economico ma degli “intellettuali”. Nome sotto cui Gramsci raccoglie la vecchia Funzione Pubblica: delle autorità costituzionali e istituzionali, e di chi comunque influenza l’opinione pubblica: letterati, artisti, comunicatori, religiosi, scienziati, pensatori.
E adesso? “Adesso”, secondo Donald Sassoon che così conclude la prefazione a questa piccola antologia, “il pensiero di Gramsci è più rilevante che mai visto che la sinistra è stata sconfitta in tutta Europa (c.vo d.r.)”. Si farebbe bene a “ritornare a Gramsci”, che significa “andare oltre Gramsci”: “Sviluppare nuove analisi e nuove politiche”, “smettere di rimpiangere il passato”, “cercare di inventare un futuro”. Elementare, direbbe un altro detective del futuro. 

Antonio Gramsci, Fenomeni morbosi, Garzanti, pp. 91 € 4,90


domenica 8 dicembre 2019

L’asse Israele-Arabia Saudita e il nuovo atlante mediorientale americano

Con Trump, ma già con Obama, Washington punta dritto su Israele nel Medio oriente, trascurando le altre variabili. Per primi i palestinesi, se non come questione di polizia interna, a Israele e ai regimi arabi confinanti. Puntando, con Israele, su un asse arabo anti-sovversione, e quindi antipalestinese: Egitto, Emirati (Abu Dhabi, Dubai), Arabia Saudita – con una coda sunnita, allungata alla Turchia.
Si trova il riscontro di questo riallineamento in Libia. Dove gli Usa non difendono il governo Serraj, il governo eletto e da loro patrocinato, contro Egitto, Arabia Saudita, e Turchia, che armano e sostengono il generale ribelle Haftar. Anche a costo di mettere in gioco, al confine italiano, la Russia, che ai tre paesi islamici e a Haftar fornisce gli operativi, sotto forma di consulenti militari - la stessa Russia che gli Stati Uniti impongono agli europei di sanzionare economicamente.
Si può liquidare il riallineamento come trumpiano, quindi soggetto agli umori, e alla durata, del presidente americano in carica. Ma è una strategia in atto da tempo. Con Trump il dipartimento di Stato ha rafforzato l’asse, già delineato con Obama, col governo  israeliano di Netanyahu – Obama è il primo presidente Usa che non ha proposto un piano di pace. Quasi un regime, il governo d Netanyahu, essendo durato per dieci anni, e ancora condizionante. Centrato sull’opzione, dominante in Israele anche fuori del governo, di cancellare la risoluzione dell’Onu del 1967, con Gerusalemme doppia capitale e il ritorno della Cisgiordania agli arabi.
Trump non è giunto a tanto, ma solo formalmente. Di fatto ha assegnato Gerusalemme a Israele, capitale esclusiva. E potrebbe ora accettare, sempre unilateralmente, l’annessione della Cisgiordania a Israele, come Netanyahu chiede.
Tra i due assi privilegiati, con Israele, e con la coalizione araba conservatrice, Washington è riuscita a creare anche un collegamento. Fino a ieri impensabile – impensabile che l’Arabia Saudita, depositaria dei luoghi santi islamici, accettasse Gerusalemme capitale di Israele, accettasse Israele, e cooperi oggi con Israele contro Assad. Questo collegamento il ministro degli Esteri israeliano  Katz esplicito ha spiegato a Roma, al MedForum, contro il regime siriano di Assad, sempre inviso ai principati arabi per motivi confessionali, e a Israele per la protezione che accorda ai palestinesi.
Quanto il riallineamento possa durare è incerto. I regimi della penisola arabica si presentano molto stabili, ma c’è incertezza su questo. E un cambio di regime non consente proiezioni, nemmeno ipotetiche. Ma più pesa l’evoluzione dell’Iran, il paese e il regime dominanti nell’area, con cui Washington ha tentato in un primo tempo di ristabilire il rapporto perduto con la caduta dello Scià. Più forte militarmente e più stabile socialmente che non le monarchie petrolifere.
Il riallineamento in atto però non trova riserve in America. Sono atti di forza unilaterali che il dipartimento di Stato ha promosso, profittando della “diplomazia brutale” di Trump. Ma senza mai una opposizione, in nessun ambito. Non di fatto e nemmeno formale.
  

Ma Tosca non combatte per la libertà

Una “Tosca” originale per l’apertura alla Scala, di Chailly e Livermore. Che è piaciuta al pubblico, forse per la sorpresa, ma con più di una forzatura. Meglio la ripresa della partitura originaria dell’opera, che poi Puccini rivide (ridusse) per molti aspetti, il numero dei personaggi e i passaggi, salvando solo le arie che la renderanno celebre. Il soggetto guadagna dal riacquisto, in particolare il piano astuto di Floria Tosca e la sua vendetta contro il tormentatore Scarpia, che uccide con pugnalate ripetute e anche con le mani, strangolandolo dopo morto. Tanta novità ha probabilmente spinto Livermore a strafare. Il dramma sentimentale verista – sessuale – avvolgendo in una scenografa monumentale, e in un sentito risorgimentale, di libertà. Che col dramma di amore infelice collimano poco e disturbano la ricezione, specie le arie celebri.
Gli interpreti assecondano bene Livernmore. Soprattutto Luca Salsi, il baritono che è un incredibile Scarpia, sempre nel tono giusto, nella dizione e nel canto, e Francesco Meli, il tenore Cavaradossi. Meno Netrebko, che non ha più il timbro scintillante di qualche anno fa, e si presenta gonfia, una “primadonna” vecchio stampo a cui il fisico veniva perdonato in virtù della voce, mentre oggi l’immagine è anch’essa preminente – e poi Tosca, come ha spiegato Raina Kabaiwanska a margine della serata, la Tosca per eccellenza, con oltre 400 impersonificazioni, è doppiamente primadonna, essendo una cantante di suo, che si presenta all’amato perseguitato Cavaradossi e al pubblico come una cantante capricciosa di successo.
La monumentalità del primo atto, che Livermore ha voluto nelle scene, nella recitazione, nei movimenti corali, si scontra con la semplicità del tema: mettere in salvo un amico che al tempo dell’occupazione napoleonica è passato col nemico, con Napoleone, seppure nel nome della Repubblica e la libertà. Con scene da giudizio finale mentre c’è solo una fuga dal carcere da proteggere. L’opera verista si vuole semplice, solo così colpisce. Nel secondo atto il motivo libertario viene sottolineato, che non c’è nell’originale: siamo nei giorni di Marengo, in cui Napoleone sconfigge gli imperiali, e quindi anche i Napoletani, e si riprenderà Roma, ma non si fa festa a Roma per questo. L’occupazione napoletana, di cui Scarpia è funzionario, non è stata maledetta a Roma, mentre quella napoleonica sì, essendo consistita in saccheggi e abusi, di Stato e della truppa, com’era d’uso per le armate rivoluzionarie francesi. 
I librettisti Illica e Giacosa, e lo stesso Puccini, si limitato ad accennare alla questione – siamo nel 1900, in clima ufficialmente ancora risorgimentale e anticlericale, ma senza illusioni.  Floria Tosca è una cantante innamorata, non un’eroina.
Giacomo Puccini, Tosca, Teatro alla Scala

sabato 7 dicembre 2019

Il mondo com'è (388)

astolfo


Barba – È segno di libertà, secondo la “Storia della barba”, alla voce “Barba”. Che la vuole anche in correlazione con la conoscenza: più barba più saggezza. Fu decorazione consueta tra gli ecclesiastici, papi compresi, ai tempi dell’esilio avignonese per la perduta libertà. Successivamente proscritta da Adriano V, in obbedienza al diritto canonico, barbis rasis per i preti, fu ripresa in segno di lutto nel secolo che seguì al sacco di Roma. In Oriente è sempre stata il segno della distinzione maschile e della saggezza.
II rigido papa Fieschi sarà contraddetto a fine Cinquecento dal cardinale Cesare Baronio, cresciuto dal 1557 all’ombra di Filippo Neri, che aveva adottato anche lui la barba in segno di lutto,  nell’Oratorio. Richiesto di una consulenza da Carlo Borromeo, Baronio stabilisce nel “De Clericorum Barbis”, sull’autorità di Ezechiele (“Sacerdotes caput suum non radunt”) c di una lunga serie di Padri, ai quali l’onore del mento conferiva un aspetto venerabile, che la barba è un segno di virilità, che distingue l’uomo dalla donna, e che “la barba è segno di buona salute”. Infatti, spiega il cardinale, “come l'albero senza fronde, la faccia abrasa appare deforme”.
Più vicino a Baronio e a Filippo Neri viene l’imperatore Giulia­no, autore di un “Misopogone, o il nemico della barba”, da intendere come barbosità, poi­ché l’apostata, glabro in carriera in obbedienza alla tradizione (l’uso romano non voleva la barba), si rifece pelosissimo appena incoronato — un rapporto rafforzato dal comune spirito ecumenico e dall’insofferenza per l’immagine pubblica e per la porpora.

La barba è vecchia materia di discordia. A un certo punto la barba ritornò rivoluzionaria anche fuori delle chiese. Per Marx il suo avvento segna la fine della borghesia: “La rivolta degli uomini moderni con la barba sta minando le basi su cui la borghesia focalizza la sua attenzione. La sua caduta e la vittoria della barba sono ugualmente inevitabili”.
Poi la borghesia ha vinto, ma imbarbarendosi. Mentre Marx il 28 aprile 1882 ad Algeri, dov’era in vacanza per risollevarsi dalla morte della moglie, è andato dal barbiere e si è fatto tagliare la barba. I ruoli della barba si sono invertiti?.

Bérillon – Coevo, tra Otto e Novecento, del criminologo quasi omologo, se non per una consonante, fu uno psichiatra francese, famoso per praticare l’ipnosi. E per avere individuato nella Grande Guerra la bromidrosi fetida, e la polichesia della “razza tedesca”. La polichesia è la quantità di cacca che si produce. Quella dei tedeschi Bérillon attestava abnorme: “I francesi si rendono conto di essere in territorio tedesco dalla dimensione degli stronzi”.
Aveva dei precedenti, sul vino puro, bevuto in moderate quantità: “L’uso moderato del vino naturale nuoce alla salute, se uno è artritico, degenerato, o sedentario. L’uso del vino puro esercita un’azione particolarmente dannosa sul carattere delle donne. Le rende irritabili e bisbetiche. È qui il punto di partenza di buon numero dei problemi nei matrimoni. C’è di certo una relazione tra l’uso del vino puro e molti dei dissensi coniugali che portano al divorzio”. Sfuggì forse in quanto astemio alla deportazione durante l’occupazione tedesca nella seconda guerra, e morirà a novant’anni nel 1848.

Bertillon – Ricorre nel film di Polanski sul caso Dreyfus, “L’ufficiale e la spia”, come l’esperto grafologo che avalla come autentiche, di mano di Dreyfus, le false scritture che vengono sottoposte alla sua perizia. E quando le scritture risultano di un altro ufficiale, non si rassegna: “Si vede che gli ebrei hanno imparato a copiare la grafia” dell’ufficiale spia.
La sua fu la “prova”, artatamente falsificata, del processo. Polanski ne fa una macchietta. Di fatto era un personaggio importante della criminologia all’epoca. Con una lunga esperienza alla questura di Parigi. E da una ventina d’anni prima del caso, dai primi anni 1870, creatore del primo laboratorio di analisi criminale, inventore delle foto segnaletiche, da allora utilizzate per la catalogazione dei criminali condannati, e dell’antropometro, un sistema di riconoscimento biometrico fondato su 14 misurazioni. Si sbagliò sul Dreyfus per professo e mai disconosciuto antisemitismo.
Alphonse Bertillon era figlio di uno statistico famoso e fratello minore di un demografo altrettanto famoso, Jacques, il precursore dello standard di classificazione delle malattie Icd (International Classification of Disease”), con un sistema, pubblicato nel 1893, denominato “Classificazione delle cause di morte Bertillon”. Al padre Louis-Alphonse, antropologo amico di Michelet, e poi demografo, risaliva una prima nomenclatura delle cause del tasso di mortalità.
Nonno materno di Alphonse e Jacques, i due fratelli, padre della madre Zoé, era Achille Guillard, al quale si fa ascendere la parola demografia e la relativa disciplina, o ambito di studi.  

Biki – La stilista di cui si celebrano i vent’anni della morte è nome d’arte di Elvira Bouyeure (sposata B.) Leonardi, figlia cioè di una sorella dei Crespi del “Corriere della sera”, industriali tessili. Quindi cugina di Giulia Maria Crespi, che negli anni Sessanta già gestiva il giornale. In qualità di vedova del conte Marco Paravicini, una bella figura di socialista, ex giovane della Resistenza, sposato nel 1953, morto in un incidente d’auto nel 1957, apprezzato al giornale per le sue qualità umane, più che da azionista. Nel 1961 Giulia Maria aveva bocciato la candidatura di Spadolini, direttore del “Resto del Carlino”, designato da Missiroli a succedergli alla direzione del “Corriere della sera” (Missiroli aveva voluto Spadolini praticante giornalista al “Messaggero” nel 1947, e ne 1953 lo aveva chiamato al “Corriere della sera” come editorialista). Nel 1968 invece chiamò Spadolini, per la mediazione del bel Giovanni Sartori, amico di famiglia del marito defunto.
Nel 1972 Biki entra nella storia del “Corriere della sera” vendendo la sua quota a Angelo Moratti, che si portava compratore per conto dell’Eni - del presidente dell’Eni Girotti, che voleva far contare la quota dell’Eni stesso in Montedison.
Nel 1961 Biki si era fatta nominare commendatore della Repubblica. Fu alla sua festa per la commenda che Missiroli apprese che Giulia Maria lo aveva liquidato.

Scisma d’Oriente – La divisione della chiesa dopo la separazione di Bisanzio fu più volte per essere superata, ma sempre fu impedita da questo o quell’interesse particolare. L’occasione migliore  per superarla fu la possibilità che un orientale diventasse papa, molto concreta nel Quattrocento con Bessarione. Glielo impedì la barba, secondo una tradizione aneddotica: i cardinali in conclave non la gradivano. Ma più concretamente la Francia, che non voleva dismettere il peso preponderante che aveva, anche dopo Avignone, sulla chiesa di Roma,  e giunse con ogni verosimiglianza ad avvelenare il possibile papa orientale.

Nel conclave di Callisto III, nel 1455, l’elezione di Bessarione fu bloccata da Alain de Coëtivy, cardinale d’Avignone. Nel 1472, narra Benedetto Orsini, vescovo di Alessio in Albania, nella “Verità essaminata”, “permise Iddio che il detto cardinale finisse in breve tempo la sua vita, con grandissimi dolori colici, e tutti l’altri suoi seguaci finirono con poca loro riputazione l’un dopo l’altro”: reduce da un’ambasceria al re di Francia Luigi XI, “s’ammalò in Torino, “con sospetto di veleno”, e a Ravenna morì. Lo stesso giorno e degli stessi sintomi del podestà veneziano di cui era l’ospite, Antonio Dandolo – che era sbarbato.  

astolfo@antiit.com