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domenica 16 giugno 2019

Di che parliamo quando parliamo di Europa

“Migranti, il trucco tedesco. Sedati e spediti in Italia” è l’apertura a tutta pagina oggi di “la Repubblica”. Che ne fa uno scandalo grave: duemila, tremila, diecimila, non si sa quanti sono stati rispediti con questo trucco in Italia dall’angelica Merkel.
“La Repubblica” curva la sua scoperta contro Salvini, in linea con la sua propria linea. Non sa privarsi della scoperta del “trucco tedesco”. Ma poi dice che è tutta colpa della politica restrittiva di Salvini: che i rimpatri costano, che i rimpatri non si possono fare (ci vogliono molti aerei, gli pseudo-rifugiati fanno causa), che gli altri paesi europei non si prendono i rifugiati, e quando proprio devono poi li cacciano. E quindi niente, bisogna solo prendersi tutti gli africani che sbarcano?
Forse “la Repubblica” vuole solo alzare una palla a Salvini – non sarebbe una novità nella storia di questo giornale, lo scandalismo non è fine a se stesso. Una palla molto utile nel momento in cui la tedesca Sea Watch si ripresenta a Lampedusa a sfidare il capo della Lega, che già due italiani su cinque votano. Ma non è una bella faccia dell’Europa che si presenta. Nel momento in cui più se ne avrebbe bisogno. Non da veri europeisti, invece che da amici del giaguaro – speculatori, catastrofisti.

È morto Zeffirelli, l’ipocrisia no


Condoglianze di massa per la morte di Zeffirelli, che pure non era ingombrante ed è morto come sempre discreto, a 96 anni. Molti non sapevano nemmeno che ancora vivesse, ma molte lacrime si son o esibite e perfino “speciali”, sui giornali e in tv. Sulla vita e le opere. Cioè le sue messe in scena. Di santi e di Shakespeare. E una vita castigata, che non faceva pesare la sua omosessualità – di grande discrezione insomma, oltre che di ingegno. Con un solo neo: il cruccio di “non essere amato dalla critica”, “l’incomprensione della critica”, “il rimprovero di essere fuori del proprio tempo”. Mentre non è questa la verità, poiché i suoi spettacoli funzionavano, avevano pubblico - a qualcuno non piacevano, è pure ovvio, a molti sì.
La verità è che Zeffirelli non era e non si fingeva Pci, come era d’obbligo – a differenza per esempio del suo pigmalione Visconti. Anzi si dichiarava piuttosto anti. E questo è ancora imperdonabile. Mezza letteratura, mezzo mondo del cinema e dell’arte ha vissuto la Repubblica sotto questo stigma, il mancato allineamento, la piccola Gleichshaltung togliattiana, e l’anatema ancora dura.

Fermi tutti, c'è la Correzione


Nell’ultimo Montalbano, “Il cuoco dell’Alcyon”, Camilleri ha ua stupenda ragazza americana, una “buttana” ma non importa, che si presenta in commissariato, bloccando il traffico, per denunciare uno scippo. Ma non lo scippo, dei documenti, i valori, la borsa sottratti, vuple denunciare lo scippatore perché le ha sfiorato il sedere: la bellissima prostituta d’alto bordo a Vigata si vuole solo vittima di molestie. Camilleri lo racconta per ridere, ma non si ride.
Il maestro Dudamel alla fine del terzo e ultimo Beethoven ieri a Santa Cecilia a Roma, tornando sul podio per ringraziare dell’applauso, a ogni rientro invitava l’orchestra a condividere l’omaggio, in piedi, sollevando una bella viola bionda sul suo passaggio. Una, due, tre volte, forse quattro - il successo era travolgente, l’orchestra ha suonato il quarto tempo della Settima in trance, il pubblico è rimasto in piedi attonito, plaudendo poi per impulso meccanico, affascinato, che non capita mai a Roma, la gente alla fine scappa. La cosa è stata messa sullo scherzo dalla stessa orchestra, mentre la viola sollevata a questo punto arrossiva. Un’altra viola, altrettanto bella, mora, ha rimproverato il maestro per essere stata trascurata nelle entrate. Dudamel ha allora rimediato abbracciando insieme una viola donna, in età, e una maschio insieme. Ne avremmo sentite in America, dove Dudamel è direttore stabile della Los Angeles Philarmonic, con corteo di avvocati, a percentuale.
A Parigi due mesi fa una rappresentazione didascalica delle “Supplici” di Eschilo è stata impedita alla Sorbona da tre leghe antirazziste, la Ligue de défense noire africaine (LDNA), la Brigade anti-négrophobie (Ban), e il Conseil représentatif des associations noires (Cran). Tre organizzazioni anche in competizione tra di loro, che poi si sono disputate il successo della censura: l’ultima organizzazione si è accreditato il successo dicendo il dramma di Euripide “propaganda afrofoba, colonialista e razzista”. L’ellenista che organizzava la rappresentazione, delle “Supplici” come di altre tragedie greche, Philipe Brunet, si è giustificato con un lungo comunicato, che così terminava: “Ho fatto rappresentare i Persiani a Niamey da nigeriani (è nell’ultimo film di Jean Rouch). La mia ultima regina persiana era nera di pelle e portava una maschera bianca”.
“Le supplici” è reputato uno dei drammi più “repubblicani” e democratici di Euripide, oltre che molto femminista. Le organizzazioni antirazziste africane di Parigi, non altrimenti note, protestavano perché le Danaidi, in fuga dall’Egitto per cercare la libertà in Grecia, si caratterizzavano in scena per le maschere nere, per distinguersi dai greci, in maschera bianca.  
L’altra settimana il governo Macron ha voluto “Le supplici” alla Sorbona a titolo di risarcimento per la censura subita. Una rappresentazione controllata da un forte schieramento di polizia, a inviti, altrettanto controllati. Brunet ha cambiato il colore delle maschere, in oro e argento. Senza trucco sottostante, se non un colore mattone ai piedi e le mani. 
Avevamo lInquisizione, avremo la Correzione?

L’Europa ubriaca

L’Europa è una da tempo, e quindi è inutile che stiamo qui ad almanaccare. Ce lo ha spiegato Victor Hugo un secolo e mezzo fa. Ce lo ha rispiegato Churchill appena settant’anni fa, altro che Brexit, e quindi è inutile discutere se e quando e come. Col suo brio – le conversazioni sono reali, non figurate, quelle tenute in inverno a Milano, al teatro Carcano – Daverio spiega che l’Europa è la “penisola occidentale del continente asiatico fondata sul vino”. Parola e cosa che trova con sorpresa tal quale in tutte le lingue europee: latine, germaniche e slave.
Ha provato col sanscrito? Non è la sola perplessità. Anche il vino viene dall’Asia, pare dalla Persia. Ma, soprattutto, il vino non divide l’Europa? Quella superiore, britannica dapprima poi tedesca, si è voluta superiore in nome della birra.
Ora, anche la birra è asiatica. Bisognerebbe allora fare una correzione: l’Europa che non trova radici ne avrebbe due consolidate, per mentalità e linguaggi, l’area del vino e quella della birra.
Questo si vede, sia consentita una parentesi, girando per la Germania, il cuore dell’Europa. Treviri, al cuore della Mosella, e quindi del vino, la seconda Roma, è roccia solida. Anche a Zell, che coltivava il lattucario, che ha l’effetto dell’oppio, la vite ha prevalso - il vino che accende la lettura: “lasciva est nobis pagina, vita proba”, canta Ausonio, il poeta di Bordeaux che poetò la Mosella. La Mosella è la Germania più romanizzata, col Sud Tirolo ora italiano: ci facevano il vino.
Che dirne: si fa poesia col vino, si filosofa con la birra? Vandelberto, abate di Prün, sempre area del vino, versificò il calendario, come Francis Jammes. Valfredo Strabone, abate di Fulda, in anni calamitosi si dilettò all’elogio della cucurbita scrivendone a Grimaldo, abate di San Gallo. Si passavano un tempo le frontiere ignari: prima degli Stati la vite univa Francia e Germania.
Però, che sia la coda dell’Asia, questo all’Europa non lo può togliere nessuno.
Philippe Daverio, Quattro conversazioni sull’Europa, Mondadori Electa, pp. 155, ill. € 18, 90

sabato 15 giugno 2019

Mini


Nel cassonetto trovò un paio di occhiali da lettura.
Il cibo restò sempre poco, ma divenne più grande.

Montalbano più scorretto che mai

Il racconto di due strabellezze americane in Sicilia – due “buttane” in verità, cioè escort, ma questo non incide. Soggetto una diecina di anni fa di un film in coproduzone tra Italia e Stati Uniti, che poi non si è fatto. Una bionda, solida, del Texas, e una  bruna latina – forse spagnola. Con un agente dell’Fbi.
Un Montabano un po’ slegato. E più inzeppato che mai, di incubi, frasi fatte, Catarella, il questore, Ragonese, Ingrid, e i litigi con Livia – Salvatore Silvano Nigro deve superarsi per farne un racconto straordinario nel risvolto. Più camilleriano, o meridionale, del solito quanto a sfiducia nelle forze dell’ordine: i Carabinieri servili e incapaci, il Signore-e-Questore burocrate, è scorretta anche la Guardia di Finanza. Tutti al guinzaglio dell’Fbi.
Il racconto è questo, della “scorrettezza” di Camilleri, nel mentre che si pronuncia per l’acqua pubblica, gli sbarchi, e ogni altro tema corretto. Prende in giro anche il #metoo: in una pausa dell’esercizio, la “buttana” bionda vuole fare denuncia in commissariato contro uno scippatore non per lo scippo ma perché, scippandola, le ha toccato il sedere.
Niente altro. Il film non si è fatto è quindi, chissà, un buon regista avrebbe avuto una buona idea. Alla lettura è solo fatica. Una storiaccia, pure Montalbano la rinnega.
Andrea Camilleri, Il cuoco dell’Alcyon, Sellerio, pp. 251 € 14

venerdì 14 giugno 2019

Secondi pensieri - 387

zeulig


Crisi – È permanente, passeggere sono le soluzioni. Indica, segnala, rileva una instabilità, che però è stabile. Il modo di essere della stessa stabilità.
La stabilità non è immota – sarebbe altrimenti lo stato di morte. Si produce attraverso la crisi, come sedimentazione.

Contesto – Qualifica la storia (testimonianze, documenti, atti, memorie). Ma esso stesso indefinibile, in sé proteico: solo la finalità lo definisce (delimita, significa). Il contesto stesso si definisce in rapporto a un atto o evento.

Impegno – L’impegno del filosofo in politica, che si fa ascendere a Platone, all’ambizione da lui (?) dichiarata nella Lettera VII di governare Siracusa, attraverso il suo “tiranno”, ha una lunga tradizione nel mondo greco, tra gli uomini di pensiero e di lettere, prima di Platone. Si ricordino la legislazione di Solone, il logos tripolitikòs dei Persiani di Erodoto, nel terzo libro delle “Storie”, l’“Orestea” di Eschilo, l’“Antigone” di Sofocle, le “Supplici” di Euripide, pro democrazia – ma un po’ tutto Euripide - e le stesse commedie di Aristofane. O Tucidide, specie nel ritratto di Pericle, e nel “Discorso dei Melii e degli Ateniesi”. Nonché la democrazia come dittatura dello Pseudo Senofonte, “Contro la democrazia”..
Non la filosofia politica, o la filosofia come disegno politico, che da Machiavelli a Hobbes, Montesquieu è un ramo della stessa filosofia. Ma l’impegno pratico, nell’organizzazione politica, nell’agire, nella scelta. Quale è stata di Gentile, con Mussolini, fino all’ultimo. Di Heidegger con Hitler per un periodo. Di Sartre con vari credi mao-marx-leninisti.

Incredulità – “Sospendere l’incredulità” è il consiglio di Coleridge.  Forse produttivo: lo scrittore-pensatore deve-vuole mettere punti fermi, per quanto labili. Ma lo manovra l’incredulità – la sorpresa: il motore è la ricerca.

Profondismo – Vituperato in letteratura, da Savinio - ma già da Pope, Swift e altri Scriblerians, nel “Perì Bathous” che Pope ha redatto, o “L’arte di toccare il fondo in poesia”,  contro il canone e le convenzioni barocco-erudite  - è piuttosto il vizio del pensiero: l’arrotolarsi su se stesso. Per una “maggiore” verità, un di più, un gradiente, una sfumatura, la famosa virgola.
Il “sublime” delle vecchie polemiche sarebbe oggi il”politicamente corretto”, il linguaggio cioè egualitario e omogene(r)izzato. Lo Scriblerus Club fu circolo di politici e intellettuali Tory, conservatori. Di fatto proscritto, benché informale, da ogni attività politica a partire dal 1714, quando i progressisti, i Whig, presero il potere.
Una terza curiosità è che Pope poté proseguire la sua attività perché indipendente economicamente, senza cioè necessità di protezioni e aiuti - grazie alle traduzioni da Omero.

Riso – Origina dalla paura? Dalla fine della paura, una sorta di catarsi. È l’opinione di Baudelaire, “Sull’essenza del riso”, e poi anche di Freud, “Il motto di spirito” e altrove. Stranamente inerti sono le letture più classiche, quelle che ne hanno fatto Bergson (un fenomeno sociale, un “gesto” sociale) e Pirandello (non si sa bene che)

“Il riso è un buon avvio per la dialettica” è di Walter Benjamin. In senso positivo o restrittivo - nessun pensiero origina dal riso?

Il comico assoluto è l’assurdo, surreale, di Beckett, di Ionesco. Tragico cioè. 
È l’“analgesico dello spirito”. L’accostamento è di un poeta, Palazzeschi, nel suo manifesto per il controdolore – per propagandare il controdolore. Ma ne dice bene la funzione terapeutica, più che conoscitiva – dopo una sonora risata c’è da riprendere i cocci. Il riso distrugge, anche meritoriamente: ciò che è falso, avventato, oltraggioso, insomma cattivo, ma non costruisce. Apre orizzonti? Non ci sono risate nel pensiero, non liberatorie.

Società aperta – Bersaglio di Popper, “La  società aperta”,  è Marx e non Platone - Platone in veste di Marx. Il vero Platone politico, pur concedendo l’autenticità della Lettera VII che gli si ascrive, si può argomentare, come è stato argomentato, diverso, e in qualche modo aperto. Quello che Popper ha di mira, anche se non presente, è il Marx messianico, o del marxismo-leninismo, del Diamat, il materialismo dialettico moscovita – quel Marx, si può aggiungere, che l’ultimo Derrida voleva rilanciato, senza le scorie marxiste-leniniste, del messianismo cioè “puro”, puro e duro.
Popper si giustifica – giustifica l’attacco a Platone - nella secondo a edizione della “Società aperta”, siamo già nel 1953, con il proposito di metterla a punto emerso nel marzo del 1938, dopo l’Anschluss, l’invasione-adesione dell’Austria al Terzo Reich di Hitler. Ma ciò che aveva “oggettivamente” in mente, dopo la guerra sicuramente, è la “Undicesima tesi su Feuerbach” di Marx. La tesi “pratica”, o rivoluzionaria: “I filosofi hanno finora interpretato il mondo in modi diversi, si tratta ora di trasformarlo”. Che annienta ogni distinzione tra pensiero e azione, filosofia e politica, e la verità impone sul dubbio o ricerca - la verità politica, teoricamente contingente e contestuale, finalizzata.

Storia – Si scrive e si riscrive, è aperta a tutte le soluzioni. O è ciò che resta dopo avere ipotizzato il tutto? Sulla base dei fondamenti. Che si danno in partenza, prima  della ricerca.

zeulig@antiit.eu

Quant’è serio il comico

“Il riso, il gioco, le avanguardie nella letteratura del Novecento” è il sottotitolo, una sintesi precisa degli interessi e dell’opera di Pedullà, di cui Carlo Serafini ha raccolto molti testi sparsi, in convegni, giornali, riviste, e qualche inedito.
“Quadrare il cerchio”, il titolo lo spiega lo stesso Pedullà nella Nota redazionale. “In principio fu Savinio, che oppose l’ordine quadro al cerchio”, una conoscenza plurale a una unica e assoluta  - “il cerchio è ripetitivo, il quadrato è innovativo”. Il mestiere del critico è per natura circolare, conclusivo, ma Pedullà prova a quadrarlo e ad aprirlo. A fare di fatto della stessa funzione critica una narrazione – narrazione di narrazioni. Non una novità, si pensi a Debenedetti, il maestro di Pedullà, ma già a De Sanctis, e non un’eccezione, ma in questo caso singolarmente viva - parliamo di testi che hanno trenta, quarant’anni di vita. Quando si farà la storia letteraria del Novecento non si potrà non tenerne conto. Baudelaire e Carlo Dossi presagivano un Novecento all’insegna del riso – lo humour, il gioco, la follia – e Walter Pedullà è sulla loro lunghezza d’onda. Scrive divertito e divertente, come gli autori che ama, anche quando la sintesi o il senso sono ardui o legnosi. Che cos’è il riso non è un tema, è la materia.
Ma c’è in sostanza nella raccolta, come in tutto Pedullà, per un trentennio critico “militante”, cioè quotidiano, oltre che contemporaneista alla Sapienza in corsi affollati, tutto il Novecento. Meno alcune esclusioni illustri: Pasolini, Moravia, Morante le principali, ma anche Primo Levi, Soldati, Buzzati. Con gli amatissimi Svevo, Palazzeschi, Gadda, Savinio, Bontempelli, Pizzuto – manca, nella categoria, D’Arrigo. Col fratello maggiore  Gesumino, “filologo e partigiano”, e alcuni “amici e compagni di strada”: Pagliarani, Roncaglia, Bilenchi, Bertolucci, Pontiggia, Ripellino, Zavattini – l’assenza, nella categoria, è di Malerba, mentrte ci sono i poco praticati Flaiano e Frassineti.
Attorno a Gesumino, a cui viene dedicata la scuola media di Siderno, il paese natale, un forte racconto familiare è costruito. Sul padre, sarto di paese, uomo di equilibrio e saggezza, nonché di grande capacità nel mestiere, che, benché smoccolasse proverbi più dei “Malavoglia “ di Verga, assurge al rispetto della cittadina, da “mastro” passando nell’opinione a “don”. Della madre maestra, sposa a sedici anni, madre di sette figli, di cui cura soprattutto l’apprendimento, la costanza nello studio, alle superiori e all’università, benché negli anni 1940-1950 le strutture in Calabria fossero poche e diperse. Del fratello maggiore Gesumino, il vice-padre come lo vuole l’habitus mentale locale, uomo di tutti i saperi, filologici e matematici, confinato per antifascismo dal liceo di Locri a quello di Alatri nel frusinate – dove però non demorde, gli sarà intitolata a fine guerra la sezione locale del Pci. Una miniera di aneddoti, edificanti o anche solo comici. Con gli inglesi liberatori del maresciallo Montgomery, che si presentano a Alatri col gonnellino dei reggimenti scozzesi, e sono di colorito scuro, finiranno per intendersi in sanscrito. Gesumino muore mentre torna a casa, per il tifo contratto fra gli stenti e il gelo in montagna, fiduciario del Cln per i monti rnici.
La storia familiare è l’inedito maggiore della raccolta. Che meriterebe un destino distinto – con minime revisioni: spontanea, si vede commossa, e poco corretta, anche ripetitiva. Ma un forte racconto, alla maniera ormai classica di Gay Talese , “Onora il padre”, in cui l’umile realtà quotidiana, del mestiere, delle abitudini paesane, degli assetti sociali immobili, unico sfogo l’emigrazione, assume rilievo epico e tragico – per una volta non umoristico (cioè no, anche lo humour è serio?).
Walter Pedullà, Quadrare il cerchio, Donzelli, pp. 476 € 19,90.

giovedì 13 giugno 2019

Sorvegliare è punire

Non ci sono più fuori della scuola i genitori che hanno accompagnato i figli questa settimana in cui si conclude la scuola media: le pagelle, di promozione o di ammissione all’esame, le leggono nella email. I genitori sanno, hanno saputo tutto l’anno, anche quando i figli entrano a scuola, che voto prendono, se hanno una nota, tutto in contemporanea. Ci sono genitori che attivano il gps sui cellulari dei figli, così sanno in ogni momento dove si trovano.
È una buona cosa o una cattiva? All’apparenza è solo buona, anzi un’applicazione eccellente della tecnologia: i ragazzi non possono più marinare la scuola, addurre buoni voti se non li hanno avuti, mentire sulle compagnie. Però suscitano compassione. Per una ragione che assurdamente si trascura – forse perché troppo evidente? I genitori coartano i figli nell’età dello sviluppo di se stessi, della ricerca e della formazione di se stessi. Che non è un processo semplice o semplificabile. Ed è anche la finalità della scuola: aprire spazi non familiari, esercitare, bene e male, una certa autonomia, formarsi a pensarsi, a collocarsi.
Si può senza eccedere parafrasare Foucault, che ha analizzato i controlli sociali: tanta cura è punitiva. Nel migliore dei casi, quando cioè non si genera un rifiuto, magari muto ma totale, è la via maestra ai “bamboccioni”, alla dipendenza a vita.
Si vedono solo ragazzi tristi a scuola. Forse per questo anche irruenti, teppisti, inconsulti.

Il lato buono di Anne Frank

Anne Frank era “nata scrittrice”. A tredici anni lo proclamava, a quindici “scriveva”, con piena  coscienza e padronanza della scrittura. Il “Diario” di oggi aveva un titolo romanzesco, quello che ebbe alla prima edizione, nel 1947, “Het Achterhuis”, il retrocasa. E non era che un inizio:  “Quando scrivo”, diceva,”mi libero di ogni preoccupazione e la tristezza scompare, gli spiriti tornano vivi”.
A sedici Anne moriva a Bergen-Belsen, deportata con tutta la famiglia dai nazisti. Moriva di tifo,  un mese prima della Liberazione. Era finita a Bergen-Belsen, un lager per modo di dire, insieme con la sorella Margot e tremilaseicento altri deportati da Auschwitz – Auschwitz era meglio di Bergen-Belsen, un campo di fango e di tende, che la pioggia e il vento avevano strappate.
Nell’ultima nota del diario, l’1 agosto 1944, prima della deportazione, Anne scrive alla fittizia amica Kitty di sentirsi doppia. Una, quella nota, saccente e dispersiva: “La prima alberga la mia allegria sfrenata, le mie continue prese in giro, la gioia di vivere  e soprattutto il fatto di vedere il lato positivo di tutte le cose”, pronto a “un flirt, un bacio, un abbraccio, una battuta spinta”. L’altra, “il lato buono”, che “molto più bello, puro e profondo”, purtroppo non la conosce nessuno. È la sindrome dello scrittore inedito. Anche se viveva da due anni in cattività, temendo la deportazione. Reclusa con altre undici persone, di cui tre amici olandesi che proteggevano i reclusi, andando e venendo, e otto reclusi, tra i quali Anna, la sorella e i genitori.
“Anne Frank” è un marchio e un simbolo, di tutto quello che si vorrebbe non fosse avvenuto nel secolo scorso. Ma il diario mantiene la vivacità per cui è diventato famoso, subito alla prima pubblicazione, prima anche che un monumento all’Olocausto, e questo bisogna ricordarlo. Ha un passo variato, nella ripetitività di un giorno uguale all’altro, pieno di humour, con le illusioni e le delusioni dell’adolescenza, delle adolescenti, i primi stimoli sessuali, momenti di euforia o di depressione, una cognizione sempre allerta e esatta delle vicende belliche, misurata sulle informazioni dei tre angeli custodi esterni ma anche sulle informazioni in codice della Bbc e della radio olandese in esilio (“Oranje”), e sui bombardamenti, gli allarmi, la loro intensità, la loro frequenza.
Questo va detto perché è da qualche tempo di moda sottolineare nella vicenda Frank aspetti problematici e perfino sordidi. Di creazione e sfruttamento di un mito. Nonché di censura, nella prima e a lungo unica edizione, di ogni minimo accenno di turbamento sessuale e ogni riferimento non benevolo alla madre, e alla madre col padre. Anne aveva problemi con la madre come tutte le adolescenti, e leggendo ora i riferimenti allora espunti si vede bene. Veniva anche da una famiglia alto-borghese, sia da parte del padre che della madre, e anche questo può  spiegare le difficoltà ad adattarsi al rifugio minimo e anonimo, in clausura. Mentre “nel 1947”, può spiegare piana la curatrice Mirjam Pressler, “quando il volume uscì nei Paesi Bassi, non era costume parlare apertamente di sesso, soprattutto nei libri per ragazzi”.
Non è la storia di Anne Frank, poiché manca il peggio, l’arresto, la deportazione, il lager. E tuttavia è stato un potente catalizzatore di passioni, forse il veicolo più potente per un sentimento reale di cosa l’antisemitismo legale è stato, già prima del concentramento, molto prima – quante piccole Anne Frank in Italia per le leggi razziali, anche se non sono finite allo sterminio, ma cacciate da scuola sì, all’inizio dell’anno scolastico 1938-39. In questo indirettamente lo è, un documento anche dell’Olocausto.
Questa “edizione definitiva”, come recita la copertina, “a cura di Mirjam Pressler, approvata dall’Anne Frank Fonds”, con un’immagine diversa e serena in copertina, era forse mirata a recuperare i diritti, ormai in libero uso. Un’edizione aumentata rispetto a quella “edita” già nota, che Eraldo Affinati presenta, col saggio di Natalia Ginzburg che introduceva la prima traduzione nel 1954, e con una ricostruzione degli ultimi mesi di vita di Anne e della sorella maggiore Margot, sulla base di testimonianze di sopravvissuti a Westerbork, il campo di smistamento olandese, Auschwitz e Bergen-Belsen.
La foto nuova in copertina dà stranamente un’altra idea di Anne Frank e del suo diario. Dice una ragazza di tredici-quindici anni che voleva scrivere, e aveva cominciato. Precisa e svagata. Puntigliosa e appassionata. Giusta e ingiusta. Un diario che è un romanzo. A un certo punto della presentazione, Affinati ha uno scarto, una sorta di parentesi illuminante, un personaggio delineando, mitico e mutevole (polimorfico in realtà): “Anche se rifiutassimo il mito di Anne Frank, dovremmo comunque sapere che la sua testimonianza, essendo entrata a far parte dell’immaginario contemporaneo, può orientare certe emozioni collettive, plasmare il pensiero di innumerevoli persone, proprio come una di quelle divinità mitologiche greco-romane cui lei, che odiava la matematica, era tanto affezionata”. E: “Questa adolescente, capace di slanci generosi e pungenti invettive, continua a cambiare, come se i suoi tanti lettori avessero la capacità di rigenerarla…”
Questa è l’edizione olandese del 1991, un diario “compilato da Mirjam Pressler” sugli originali legati dal padre Otto Frank al Reale Istituto dei Paesi Bassi per la documentazione bellica – oggi Niod, Nederlandisch Institut vor Oorlogs, Holocaust –en Genocidestudies. Subito tradotta da Einaudi, nel 1993, per la cura di Frediano Sessi – che è anche il compilatore dell’appendice sugli ultimi mesi di vita di Anne Frank, nella cattività. Promossa dal gruppo Mondadori per i novant’anni della nascita a prezzo speciale, “a panino” con un altro bestseller, nelle sue librerie.
Anne Frank, Diario, Einaudi, pp. 401 € 9,90

mercoledì 12 giugno 2019

La Cina è vicina, al collasso

Una legge giusta, controllare il contrabbando e la delinquenza a Hong Kong, mette a nudo la debolezza intrinseca del colosso Cina: la struttura politica e istituzionale. Si dà per scontato che il partito Comunista, con l’Esercito e la Polizia ad esso legate, nella struttura “costituzionale” del vecchio sovietismo, sia lì per l’eternità, mentre il contrario è vero. Non solo la storia e il pensiero costituzionale dicono che così non può durare – non esiste una “dittatura democratica”. Anche la sociologia del benessere vuole i diritti a mano a mano col reddito.
La Cina non è al collasso. La protesta di Hong Kong non è “giusta”, anche se si basa sugli statuti speciali transitori, e la previsione è che rientrerà. Anche perché il potere a Pechino è ora persuasivo e non utimativo, come al tempo di Deng e Tienanmen trent’anni fa. Ma Hong Kong espone quello che è e sarà il problema della Cina: adeguare la struttura politica al mercato, alla moltiplicazione e al consolidamento delle ricchezze. E non c’è partito Comunista riformabile – non ce n’è mai stato uno, e non si vede come: i partiti Comunisti sono strutture di potere, monocratiche.    
Il boom cinese, che ha alimentato la globalizzazione, dura ormai da un terzo di secolo, e non si può pensare interminabile, per questo è per altri motivi, economici. Le economie mondiali prosperano su un vulcano, la stabilità instabile di un regime comunista.

Il giallo si dimentica


Nostalgie della vecchia Inghilterra al tempo della Brexit astiosa? Cattiverie vittoriane. Di autori popolarissimi poi dimenticati. Scelte e riproposte da Graham Greene e dal fratello Hugh. E di nuovo dimenticate. Non malvagie, anzi di grande lettura. Ma il destino del giallo è di non fare testo, di passare in fretta, autore e opera insieme, come si dice, genere di consumo. E la nostalgia si attenua – il tempo dei Greene era un altro, concludeva e non apriva una storia inglese.
Collezionisti di vecchie storie poliziesche, anzi cacciatori di edizioni dimenticate, meglio nelle polverose cartolibrerie di paese, “per quattro o cinque decadi”, entrambi inizialmente giornalisti, Graham poi romanziere famoso, Hugh direttore generale della Bbc, di quattro di queste storie dimenticate si sgravarono nel 1984. Ripescarono Hawley Smart, “The Great Tontine”,  la grande tontina, l’investimento collettivo in cui i sottoscrittori beneficiano di un interesse o dividendo annuale, che si accresce pro quota a mano a mano che uno di essi muore. Qui i beneficiari sopravvissuti di una sottoscrizione per la costruzione e la gestione di un ricco teatro d’opera, che paga buoni dividendi, sono tre. Fanno un bel malloppo, trecento grandi pagine a corpo 8, la metà di tutta la compilazione, ma si fanno leggere.
“The Rome Express”, di Arthur Griffiths, è una presa in giro dei metodi, confusionari, della polizia francese. “In the fog”, di Richard Harding Davis, è l’ennesima vicenda di misteri e sorprese nella famosa nebbia di Londra. “The Beetle”, di Richard Marsh, lo scarabeo, è l’horror astrologico scaramantico legato alla credenze dell’antico Egitto: quattro persone raccontano una storia di vendetta attorno all’iniziazione a un antico culto egizio.
La nebbia a Londra ora non c’è più, nemmeno nel ricordo. E dell’Egitto, un tempo patria a tutti, solo si sanno storie di rigorismo islamico. Ma pensare che c’era un “Rome Express”, si partiva da Londra diretti a Roma.
Griffiths e Hawley Smart erano ex ufficiali che arrotondavano scrivendo. Esordienti entrambi, sul campo, nella guerra di Crimea. In carriere separate, ma con molti punti di contatto, nell’Ammutinamento Indiano dopo Sebastopoli, e in Canada nel 1861, nella crisi con i federali durante la Guerra civile Americana. Le note di Hugh Greene dicono Hawley Smith dopo il congedo scommettitore accanito alle corse: “perse tanti soldi e pensò di rifarsi con i romanzi”. Ne scrisse due-tre all’anno, tra il 1869 e il 1893, di cui acuni gialli, sul mondo delle corse prevalentemente e delle scommesse. È lo scrittore più apprezzato dai fratelli Greene – “è sempre uno autore leggibilissimo”. Il soggetto di “The great Tontine” sarà ripreso da Stevenson sette anni dopo in “La cassa sbagliata”.
Griffiths dopo il congedo fece una carriera nella direzione delle carceri. Cominciò a scrivere tardi, soprattutto di carceri e carcerati. Il narratore di Londra nella nebbia, Richard Harding Davis, era americano, ma anche lui legato alla guerra: era corrispondente di guerra, e se le fece tutte: greco-turca, ispano-americama, boera, russo-giapponese, e la Grande Guerra, fino alla morte nel 1916.
La guerra sembra avere attratto molti scrittori di gialli negli anni vittoriani. Anche Conan Doyle si arruolò, nella Guerra Boera, e andò perfino al fronte, come medico in un ospedale da campo. “Inventò pure”, nota Hugh Greene, “una carabina intesa a uccidere i nemici sotto copertura lasciando cadere i proiettili, ma il ministero della Guerra non era interessato”.
Graham e High Greene, a cura di, Victorian Villainies

Ombre - 466

Grave scandalo per un giudice che si accorda con l’accusa su come fare per condannare una certa persona – un nemico politico. Ma in Brasile, dove il giudice dell’ex presidente spiegava alla pubblica accusa come fare per farlo condannare. Si riferisce dell’accordo brasiliano con scandalo, come è giusto, ma evitando di dire che in Italia questa pratica è “normale”. Che è anzi la prassi normale per fare carriera, sia come giudici giudicanti sia come giudici dell’accusa – i procuratori della Repubblica.    

Crolla del 17 per cento l’industria automotive in Italia per effetto del decreto del governo che premia le auto elettriche e penalizza la combustione, soprattutto a gasolio. Premia cioè auto che in Italia non si producono, e poco in Europa, che l’automotive italiano serve. Una legge troppo stupida per essere un errore. Nell’ambiente purtroppo girano troppi soldi - che gli utenti pagano salato in bolletta sotto forma di incentivi alle fonti alternative. E il tutto elettrico è la nuova stella del sottogoverno - della corruzione.

“Prendete casa a Bruxelles, partecipate a tutte le riunioni consiliari, scambiate in continuazione pareri e argomenti con i colleghi”, è la raccomandazione ai neo parlamentari europei, su “7”, di Roberto Gualtieri, parlamentare europeo veterano del Pd. Che è anche titolare di Storia contemporanea alla Sapienza. Che insegna durante le vacanze parlamentari?

Straordinaria pubblicità all’eutanasia di una giovane olandese, che a 17 anni l’aveva celebrata in un bestseller, e poi se ne è voluta fare testimonial, Amorosamente assistita dalla famiglia. Altri casi, nello stesso ambito calvinista, in Svizzera e in Olanda, si sono prodotti e si producono nel silenzio. Questo no. Dopodiché i genitori rivolgono un appello ai media: “Proteggete il nostro dolore”. Per guadagnare un’altra pagina? Per vendere un’altra copia del best-seller.
 
Si moltiplicano e si intensificano le “lezioni” italiane agli inglesi. In tema di Brexit, di politiche dell’immigrazione, di etichetta, di tutto. A quella che è la più antica e robusta democrazia del mondo. Da parte di un paese che è sempre sull’orlo dell’etresmismo di non sa bene che cosa. Se c’è saggezza politica, quella non deve essere britannica?

Finisce nel nulla la fusione Fca-Renault, che il “Corriere della sera” il giorno del fallimento dava per fatta. Il giorno dopo lo stesso giornale si fa spiegare il fallimento da Le Maire, un ministro francese. Esterofilia? Antiagnellismo? Fratellanza?

In realtà il governo francese è preoccupato per la Nissan, per il Giappone. Paese, se possibile, molto più sciovinista della Francia. Che dopo il salvataggio della Nissan a opera e a spese della francese Renault, la vorrebbe ora interamente nazionalizzata. Non c’è altra spiegazione del linciaggio cui hanno sottoposto e sottopongono il general manager di Renault-Nissan, il francese Carlos Ghosn.

Ghosn è stato estromesso con una indagine interna promossa dal suo vice, Hiroto Saikawa. Che ne ha preso il posto da amministratore delegato. Pur avendo condiviso con Ghosn, da presidente, tutte le malefatte  che ora gli contesta. Una storia molto colorita, che però si tace. In omaggio al mercato, che si vuole sempre trionfante? Per superficialità (ignoranza) - i giornali non muoiono per caso? 

Si fa l’A 18 Messina-Catania, a pagamento, su fondo autostradale sbriciolato, perfino con buche. Si seguita da Catania per Siracusa e Rosolini, sulla E 45, dell’Anas, gratis, su fondo stradale compatto e liscio. Privato è bello, per chi?
Grave scandalo, con messe di rivelazioni, a Perugia su quattro giudici che complottavano per la nomina del Procuratore Capo a Roma. Come se fosse una novità e un’eccezione, come se le cariche dei giudici non fossero guerreggiate fra correnti e sottocorrenti – gruppi di potere.

I quattro accusati da Perugia in realtà non sono accusati. Non sono nemmeno indagati. Perugia diffonde indiscrezioni e pettegolezzi su incontri, conversazioni, telefonate dei quattro, e un paio di politici, solo per fare scandalo. La giustizia politica è la più grave offesa alle istituzioni democratiche.
Assordante il silenzio di Mattarella sulla vicenda, che pure è il presidente del Csm, il Consiglio Superiore della Magistratura.

I maggiori cronisti giudiziari dei maggiori giornali evitano di dire che i quattro non sono indagati. E che le intercettazioni diffuse da Perugia non sono pubbliche ma fornite a loro, direttamente, in esclusiva.

 Nessun mezzo di comunicazione, nemmeno per caso, dice che “Perugia” è in realtà il gruppo o corrente di Davigo, il gentiluomo che voleva rivoltare come un calzino il mondo della politica italiano nel concertino di Mani “Pulite”. Per colpire il gruppo di maggioranza relativa Magistratura Indipendente, appropriarsi dei seggi di MI in Csm, e da lì dirigere le carriere dei giudici.
Parlare della giustizia certo è sempre deprimente. Ma dare spazio agli intrighi dei giudici, e sostenerli, è colpevole.

La subalternità di fronte a Davigo si spinge fino a non dire che il suo sindacato,  Autonomia e indipendenza, è di destra, dichiaratamente. Davigo è il fornitore delle indiscrezioni? Davigo fa paura?

Deficit record, 600 milioni, e insolvenza per l’Asp di Reggio Calabria. Che da tempo non produceva nemmeno uno straccio di bilancio. Uno scandalo di cui il sindaco della città, Falcomatà, e il presidente della regione Calabria, Oliverio, menano scandalo, con alti lai. Che però sono dello stesso partito,il Pd, che nominava gli amministratori e i commissari insolventi della Asp. 

Quant’era profondo Savinio


Va ad esaurimento il terzo rifacimento di questa fortunata raccolta di saggi di Walter Pedullà su Savinio. Inizialmente una raccolta di lezioni alla Sapienza, pubblicata nel 1979 con Lerici. Poi in una nuova edizione con Bompiani. E nel 2011 questa, con alcuni contributi di Ruggero Savinio. Tra essi una fotobiografia affascinante – raccontata con arte - del padre, con la sua propria madre (la nonna di Ruggero), il fratello De Chirico, la moglie e i figli, la casa di vacanza al Poveromo di Marina di Massa, Giacomo Debenedetti, Bontempelli. E la passione per la musica, che lo metteva in forte agitazione – “cambiava carattere, diventava irriconscibile”, agitato, “intrattabile”. L’amicizia con Debenedetti era consolidata anche dall’“affetto che nutrivano entrambi per Noventa”. Un  piccolo romanzo s’imbastisce attorno alla casa di vacanza al Poveromo, parte di un progetto dell’architetto Enrico Galassi, che poi dovette abbandonarlo per le leggi razziali.
Pedullà rilegge con lievità e acume la “camaleontica” produzione letteraria di Savinio (“I titoli di Savinio”  è una delle lezioni, estesa per almeno quaranta titoli). Ne valuta l’adesione, sotto l’avversione dichiarata, alle avanguardie di inizio Novecento, per primo il futurismo. Ne rileva la “profondità” – “le” profondità – sotto l’avversione ripetuta, costante, per la parola e per il concetto. Il “profondismo” deridevano Pope, Swift e gli altri “Scriberiani” – nel mentre che, sulle ali del Werther di Goethe, si preparava il romanticismo, il più “profondista” di tutti. Ma “ipocrita” è Savinio in senso letterale, etimologico, come colui che di proposito guarda da sotto - dilettante per cochetteria. La morte esponendone come tema ricorrente:“In «Casa “La Vita”» non si parla che di morte”. Amante, in forme dirette e indirette, del teatro, della rappresentazione non risolutiva della vita, delle vite. 
Pedullà scrive di Savinio mimandone, senza volerlo, per personale disposizione, l’innovativa capacità di scrittura, creativa e significante insieme - “più” significante per non essere scontata, di routine. Il contemporaneista Pedullà scrive degli scrittori che ama, Svevo, Gadda, e ne riproduce le peculiarità di scrittura (senza scendere nel pastiche, ovvero in una sorta di elegante pastiche). 
Con una classica mezza pagina su Sciascia, il grande lettore e ammiratore di Savinio: concise, di passata, ma definitiva. Ammiratore e amante dei rondisti, Sciascia “sulla loro prosa aveva imparato a scrivere in un italiano terso e puntuale come quello di un classico”. Gli piaceva Savarese, gli piaceva Cecchi. “Perciò si trovò sul versante opposto a quello di D’Arrigo” – che Pedullà ha sempre sponsorizzato, anche con foga – “narratore analitico che scrive in una lingua popolare che non è parlata da nessun popolo”. Di suo “Sciascia non potrebbe essere più sintetico, un avaro che regala parole che valgono oro anche quando non luccicano”. Certo che “la verità è più vicina all’essenziale che al molteplice”.
Walter  Pedullà, Alberto Savinio, scrittore ipocrita e privo di scopo, Anordest, remainders, pp. 239, ill. € 6,30

lunedì 10 giugno 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (395)

Giuseppe Leuzzi


Al Sud il sommerso è un terzo del pil, 112 miliardi. Era il 34 per cento del pil dieci anni fa, nel 2009, ora è pur sempre il 30 per cento. Ma stimato per difetto.

“Soni tutti scemi? Non credo”. La lega di Salvini è il primo partito al Sud, un partito che fino a ieri si chiamava della Lega Nord. E così qualche interrogativo se lo pone anche il leader della Lega, seppure escludendo il peggio.
Questo sito diceva la Lega di Salvini la nuova Dc, e forse la ragione è questa. Che non è buona – la Dc essendo intesa al Sud come il partito dei favori.

Nel suo addio in versi alla vita, “L’ora del blu”, Scalfari ha un’immagine anche del Sud, dove ha vissuto a fine guerra: “Il sole ti cade addosso\ e non proietta ombra”. Ma il Sud non si direbbe il mondo dell’ombra, ricercata, protetta, protettiva?

Materno non matrilineare
Diffusione enorme dei culti di Demetra e Kore nella Magna Grecia propriamente detta, dal Salento alla Calabria jonica e alla Sicilia orientale. I Musei di Reggio e Siracusa custodiscono miriadi di Demetre a Kore (Persefone) – con qualche, rara, Artemide (Diana), in segno di dileggio-paura. Ex voto, ricordini, soprammobili. Nessuna raffigurazione, letteralmente nessuna, di Apollo o Ermes o Marte, qualcuna, rara, di Dioniso, allora di Dioniso Taurobolos, con le corna di toro, simbolo della fertilità. Il Sud è - è stato – materno.
Materno non matrilineare. I due aspetti vanno disgiunti, la fertilità (e la cura) dal diritto (dalla forza). Avviene lo stesso nell’Africa a Sud del Sahara. È un aspetto che Bachofen non ha valutato.

Derrida viene dal Sud
“Contrariamente a ciò che alcuni di voi potrebbero pensare, non vengo dal Nord. Non vengo da Parigi, ma dal sud della Sicilia. Vengo da Algeri dove sono nato e che non avevo ancora lasciato  (lo feci solo sei anni dopo) quando sentii parlare di Siracusa per la prima volta in vita mia”: è l’approccio di Derrida a Siracusa, che il 18 gennaio 2001 gli conferiva la cittadinanza onoraria, in ricordo di Platone – del tentativo che Platone avrebbe fatto di instaurarvi la sua Repubblica.
“La molteplicità dei retaggi mediterranei (quello fenicio, bizantino, italiano, greco, arabo, spagnolo, normanno, pagano, ebreo, cristiano, musulmano) è questa produzione cosmopolita della memoria che respiravo già in Algeria e che sono così felice di riconoscere qui, come a casa mia, grazia e voi. Le affinità della natura e del paesaggio servono pure questa grazia di parentele simboliche. Come se tra la Sicilia e l’Algeria ci fosse, come tra la Sicilia e l’Italia, solo uno stretto”.
Derrida non menziona tra gli antenati i romani, che pure sono quelli che hanno “creato” il Mediterraneo – buono e cattivo. Per una svista?

L’Italia si invade dal Nord
Si legge nel catalogo della mostra “Dodonaios”, appena chiusa al Museo Archeologico di Reggio Calabria, di Alessandro il Molosso e Pirro, i due re epiroti partiti alla conquisa dell’Italia (e falliti nell’impresa, morto il primo, sconfitto il secondo), come di quelli che “hanno percorso le terre dell’Italia meridionale e consolidato le relazioni tra le due regioni vicine del Mediterraneo”. Fu proprio cosi?
Il Molosso e Pirro hanno fallito, l’invasione dell’Italia è sempre venuta dal Nord. I re epiroti come il cartaginese Annibale, e poi i vari emiri e sultani arabi e turchi, sempre via Sicilia, o Salento, o Calabria, hanno tutti fallito. Ma la storia si può riscrivere, è aperta a tutte le soluzioni.

Mafia onnipotente
Un  vecchio numero dei “Meridiani” che celebra quindici anni fa le “meraviglie” della Sicilia – “Inafferrabile, anzi onirica” i titoli, “Bellezze e dolcezze”, “Storie di uomini e di dei”, si apra con questa vignetta di Giannelli: “Dicono che il Ponte sullo Stretto sconfiggerà la mafia, prendiamoci gli appalti”.

“D’Agata consegnò Santapaola alla polizia e lo salvò dai corleonesi”. L’ultima verità è che il capo della mafia a Catania, Nitto Santapaola, quello che avrebbe organizzato l’eccidio del generale Dalla Chiesa a Palermo per fare un favore ai confratelli corleonesi, fu consegnato alla Polizia da un affiliato premuroso per la sua buona salite. La rivelazione la fa uno dei tanti pentititi, che ogni tanto ne fanno una, dovendo rinnovare la protezione. Ma la csa sembra fare piacere alla Polizia e ai giudici, che ne danno informazione ai giornali attraverso giornalisti fidati. Riscontrando il plauso peraltro degli altri cronisti giudiziari, quelli che non hanno accesso alle indiscrezioni. E magari è anche vero.
Che pensarne? Che solo la mafia ci salva dalla mafia?

Il miracolo di Siracusa
Derrida fa di Siracusa il luogo della pace  (discorso di accettazione della cittadinanza onoraria, da parte della “città di Platone”, il 18 gennaio 2001). Ricordando quando per la prima volta ne sentì il nome, da ragazzo a Algeri: “Era un momento storico, un evento già o ancora storico, perché è nei pressi di Siracusa che la pace si annunciò nel settembre del 1943, quando proprio qui venne firmato il primo armistizio che preparava la fine della seconda guerra mondiale. Non posso più, da quella data, separare il nome di Siracusa da ciò che somiglierà sempre a una promessa di pace. Siracusa è finalmente la pace! Siracusa, la terra promessa della pace!”
È vero che l’armistizio di Cassibile segnò l’inizio della fine della guerra. Ma ci voleva un filosofo lontano, anche per il modo di pensare, per ricordarlo. La storia se ne dimentica e rimuove, quella italiana e anche quella locale.

A lungo famosa giusto per la Madonna in lacrime, alla quale ha dedicato un tempio altissimo, Siracusa è oggi il sito forse più visitato di tutta la Magna Grecia, forse più anche di Pompei. Sicuramente il meglio intrattenuto. Il più gradevole. ll meglio servito. Non capita di incontrare in Italia una città pulita, senza cassonetti o altri ingombri, senza plastiche per terra né cartacce, sulle strade e sui marciapiedi, nemmeno cicche, al di fuori dell’Alto Adige e del Friuli – del Veneto un tempo. Succede a Siracusa, città pur ingombra di turisti, di vagabondi, in ogni stagione.

Platone a Siracusa è la compromissione della filosofia con la politica. Il caso preclaro è quello di Gentile, siciliano, con Mussolini. Ma di solito ci si riferisce a Heidegger, alla sbornia hitleriana, ancorché passeggera. Gadamer racconta, in un articolo per “Le Nouvel Observateur” del 22-28 gennaio 1988, a commento del libro-rivelazione di V. Farias, “Heidegger e il nazismo”, che “uno dei suoi amici di Friburgo, incontrando Heidegger sul tram dopo la sua dimissione dal rettorato, gli chiese: «Di ritorno da Siracusa?»”.

È bastato poco a Siracusa per farsi modello di accoglienza, come di vuole dire oggi. Era una città addormentata trent’anni fa, perfino abbandonata nel suo nucleo centrale, l’isola di Ortigia. Rifiorita per restauri accurati, anche da parte di piccoli e piccolissimi proprietari. Convertiti alla bellezza-che-paga da Sandro Musco, il professore di Medievistica a Palermo che aveva il pallino della politica. Sandro, mezzo parente di Fanfani e altrettanto fattivo, fu un grande realizzatore quale consulente, non ufficiale, della giunta regionale Nicolosi negli anni 1980. Facendo tesoro della nuova legge per il Sud che eliminava la Cassa per il mezzogiorno e passava i fondi attraverso la programmazione regionale. Il piano acque fu la sua invenzione principale. Ma anche il rilancio del turismo – si girava allora per la Sicilia in solitudine - con un fondo culturale, dai monumenti all’alimentazione. Molto puntando, probabilmente per legami personali, sul rilancio di Siracusa, “la bella addormentata”. Democristiano mezzo socialista, insegnò che la bellezza paga, e oggi è una miniera. Siracusa si segnala anche per l’atmosfera distesa, nella circolazione, nei servizi.

La città è sommersa da settimane da uno scandalo grave: una istituzione, “Sicilia Musei”, che aveva allestito una mostra curiosa ma di grande richiamo, “Ciclopica”, con cento sculture “da Rodin a Giacometti”, sul “concetto di fare scultura”, è inquisita ai Carabinieri e dalla Procura perché due Giacometti potrebbero essere falsi. La mostra è stata chiusa d’autorità, Sicilia Musei deve risponderne in giudizio. L’accusa non dice che i Giacometti – forniti dalla Fondazione Giacometti – siano falsi, ma che potrebbero essere falsi. La notizia di reato è arrivata ai Carabinieri anonima, ma si sa – si dice - che iene da associazione concorrente sfortunata di Sicilia Musei per una mostra di scultura. La giustizia al Sud è molto curiosa – solo al Sud?

Una città ordinata, pulita, regolamentata, Siracusa, ha un festival del teatro antico (greco) di grande attrazione. Lungo ben tre mesi, da maggio a luglio ogni anno. Nel teatro greco di città. Alcune serate lasciando a prezzo ridotto con tutta la cavea disponibile come loggione, senza prenotazione. Capita di dover assistere alla rappresentazione di “Elena”, il dramma-commedia di Euripide, in una di queste serate. Che cominciano presto, bisognare fare la coda ai cancelli molto prima che si aprano, per prendere un posto decente. Non in coda, magari dietro delle transenne: ammassati davanti al cancello. Che all’ora prestabilita è ancora chiuso, si aprirà due o tre minuti dopo. All’ora si sono aperti altri due cancelli, a monte e a valle, da dove amici, parenti, conoscenti e raccomandati passano velocemente. Al Sud ci si può aspettare di tutto, l’ospitalità beninteso, la largesse, la disinvoltura, ma l’ordine mai: quello è fuori dalla mentalità

leuzzi@antiit.eu

I processi alla filosofia

Una vicenda che caratterizza l’avvio della Controriforma, e poi tutto il Seicento, secolo pure di grande libertà intellettuale, proficua nelle scienze. Il primo processo Campanella lo subisce nel 1592, a 23 anni, frate domenicano sconosciuto, di formazione e esperienza provinciali, in remoti paesi della Calabria, ma già autore di una celebrazione di Telesio, “Philosophia sensibus demonstrata”. Non essendoci nulla da eccepire nel libro, fu processato perché “uno scioccherello giunse ad accusarlo di possedere un demonietto personale allogato nell’unghia del dito mignolo, che gli suggeriva le risposte a qualunque quesito ed era la sola fonte della sua sterminata dottrina”.
La dottrina era il suo vero inciampo, e su qeusto verté l’interrogatorio: “Come sa di lettere costui, se non le ha studiate?”. Campanella si difese con un detto di san Girolamo, sui suoi studi anche di notte: “Io ho consumato più d’olio che voi di vino”.
Fu assolto questa prima volta, senza tortura. Ma molti altri processi subirà fino al 1605,  di cui Firpo fa gustosi e terribili resoconti nel primo contributo di questa raccolta di saggi campanelliani, quello che dà il titolo al libro, un centinaio di pagine. Giudicato da ultimo per la presunta congiura antispagnola e la creazione di una repubblica-città del sole in Calabria. Non condannato, ma lasciato a languire per trent’anni nelle segrete napoletane – un trattamento che incuriosirà pure Marguerite Yourcenar, che ne scrive in “L’opera al nero” e altrove.
Per la congiura subì la tortura. Dapprima blanda, una sospensione per le ascelle di mezz’ora, infine la “veglia”: 40 ore da passare appeso alla fune con le braccia slogate. Dopodiché, se il torturato sopravviveva, era considerato inattaccabile: non poteva essere eretico. Campanella fece di più: sopravvisse, e poi si finse pazzo, perché i pazzi non etrano “giustiziabili”. Ma si fece trent’anni di carcere.
La nuova raccolta di testi di Firpo su Campanella, che Eugenio Canone ha curato in memoria dello studioso torinese (morto nel ), testimonia, oltre che vicende storiche di estremo interesse,  anche un impegno intellettuale ora raro. Con ricerche di archivio instancabili. Anche dopo faticose richieste di permessi speciali, perché pare che sia difficile accedere alle carte dell’Inquisizione su Campanella, e deve proninciarsi lo stesso papa.
Un Campanela a tutto tondo, fuori dall’aneddotica – il suo motto più famoso è, dopo la “veglia”, rivolto al carceriere che gli ha ridotto le slogature, “una frase triviale e proterva: «Si pensavano che io era coglione, che voleva parlare?»”. Campanella è autore, spiega Firpo, di “più di cento lavori, qualcosa come trentamila pagine”. Di cui però lo stesso Frpo riesce a individuare un’ispirazione e una resa unitarie malgrado la molteplicità degli interessi e delle riflessioni, tra poesia, storia, utopia, scienza, politica., esegesi. E nella biografia che poi non ha scritto – ma percorre la sua cospicua bibliografia campanelliana – gli trova “una coerenza di fondo”: “Al di là del suo pensiero e dell’opera tanto ricca e varia, egli resta per l’Italia un raro esempio di tempra morale, un ruvido carattere inflessibile”, scriveva su “La Stampa” il 5 settembre 1968, per i 400 anni anni della nascita dello stilese.
Liuigi Firpo, I processi di Tommaso Campanella, Salerno, pp.348, ril. € 24

domenica 9 giugno 2019

Applausi

Si applaude volentieri in chiesa. Ai matrimoni ma anche ai funerali. Spesso dopo la predica, o il ricordo che qualcuno vuole portare. Per la morte di Lisa R., che ha scelto di tornare Roma da …, nella chiesa anglicana del Babuino a Rima, a un certo pun to è stato intonato il “Toreador”, quello della Carmen, di cui evidentemente il pastore aveva il disco. Seguito da un applauso, lungo.
Si applaude a volte anche al cinema. Quando finisce la proiezione: molti spettatori restano immoti per tutti i titoli di coda, come per assaporare l’emozione, magari dopo un accenno di applauso. Si applaude invece poco a teatro, all’opera e ai concerti, i luoghi dove il consenso si manifesta con l’applauso - a una fatica e un impegno che si svolgono realmente, sulla scena. Anche quando il successo si dice eccezionale, e si legge di applausi record, otto minuti, dieci, dodici.
Si ricordano invece applausi dei giornalisti al Quirinale per Cottarelli che dice il suo incarico terminato. Sembrava in effetti una commedia, un presidente del consiglio incaricato per poche ore.  Ma è anche vero che i giornalisti in Italia fanno il tifo. Succedeva alle assemblee Fiat, dopo che aveva parlato l’Avvocato

Le rondini dopo la guerra

Una tragedia di donne, troiane, e quindi triple vittime: senza più figli né mariti, e ora schiave. Una perorazione contro la guerra. Muriel Mayette-Holtz la semplifica così. Aiutandosi con la presenza e la forza espressiva di Maddalena Crippa, Ecuba, che tiene la scena dall’inizio alla fine. E con un fondale semplice e memorabile di Stefano Boeri: il Bosco Morto, tronchi sopravvissuti al vento che ha devastato la Carnia a ottobre. Il coro e i comprimari vagano rivestiti di grigio, una presenza cinerea, funerea, come dopo un 11 settembre, dice la regista. Eccetto Elena, che una bionda capigliatura traboccante avvolge come un mantello. E Cassandra, che con Elena compartisce la recitazione fuori registro.
L’argomento di Euripide era più vasto, “Le troiane” essendo parte di un trittico, con un “Alessandro” e un “Palamede”. Alessandro era Paride, esposto da Ecuba alla nascita per scongiurare un oracolo che lo voleva causa di guerra, salvato e cresciuto da un pastore: un dramma sulla crudeltà degli dei. “Palamede” era, sempre a giudicare dai frammenti residui, la storia del giovane condannato a morte per tradimento dal cattivissimo Odisseo e il cialtronesco Agamennne sulla base di un falso documento, colpevole in realtà solo di avere smascherato la falsa follia di Odisseo, che si fingeva pazzo per non andare in guerra: l’ennesima denuncia della storia nazionale. Ma anche così, come dramma unico, “Le troiane” non è quello che sembra.
La guerra è crudele, crudelissima. Ci sono scene terribili contro la guerra. La divisione delle donne superstiti tra i vincitori come schiave – perfino Ecuba, vecchia e sola. Astianatte, il bimbo di Andromaca e Ettore, viene ucciso dagli Achei per evitare che possa un giorno vendicare il padre – il corpicino viene restituito a Ecuba per il rito funebre. Troia viene data alla fiamme. Ma non ci sono innocenti. Ecuba sarà implacabile contro Elena, di cui vuole insistente la morte – uno degli acme della tragedia: ricordi amorevoli e lodi esagerate del figliolo Paride, vendetta contro Elena.
Euripide è questo. Ma questa lettura siracusana si vuole femminile – femminista – e antibellica, e il dramma svanisce. In una perorazione. Ora anche politicamente corretta, e un po’ lagnosa: sveltita dalla traduzione di Alessandro Grilli, ma monotona. Taltibio, che in Euripide ha un ruolo denso, tra la pietà e l’indignazione, parla e agisce in Paolo Rossi come un semplice commesso degli Achei: deve solo portare via le donne schiave, e incendiare la città. Il coro, che in Euripide  ha molte parti di contrappeso, è un intermezzo. Elena una bizzarria, troppo colorata nel grigiore, troppo combattiva nella rassegnazione.
Una rappresentazione al teatro Greco è comunque suggestiva. Non ultimo per il volo delle rondini, che a ondate, agli scoppi finali che simulano l’incendio della città, abbandonano i nidi, si presume in fuga, ma sorvolano la cavea serene in formazione – ci sono ancora rondini in Italia.

La tragedia è (Savinio) “rappresentazione di uomini moralmente superiori”. Forse Euripide non è un tragico, è un drammaturgo moderno, “borghese” – incredulo.
Euripide, Le Troiane, Teatro Greco, Siracusa