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mercoledì 16 ottobre 2019

Problemi di base finali - 513

spock


“Perché gli uomini si aspettano in generale una fine del mondo” Kant?

“E, quand’anche si conceda loro questo, perché proprio una fine accompagnata (per la gran parte del genere umano) dal terrore”, Kant?”

Se la fine non ci fosse, sarebbe un dramma (teatro) senza senso, Kant?

Il terrore che accompagna questa certezza viene dall’opinione che la storia sia essa stessa senza senso, Kant?

È la storia senza senso?

Ma dove altro è il senso, se non glielo diamo noi?

La fine è sempre terribile, Kant?

Sperare è difficile, Kant?


spock@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo (41)

Una serie di mostre si tiene a New York sul complottismo, quanto piace in America.
GoFundMe, il più grande sito di sottoscrizioni volontarie online, ha raccolto nel 2017, l’ultimo anno di cui dà i numeri, oltre 5 miliardi di dollari.  Attraverso sottoscrizioni molteplici, per ogni bisogno o evento, che in media non raccolgono duemila dollari ognuna. La richiesta di aiuto incontra mediamente la sottoscrizione di un paio di dozzine di donatori.
La maggiore raccolta singola di fondi su internet è stata per il muro al confine col Messico: 25 milioni a fine 2017.
 Licking è il nuovo hashtag social. Farsi leccare in viso dal cane - come da sua ambizione, ambizione di tutti i cani - è stata la (pre)occupazione estiva del celebrato “New Yorker”, il settimanale degli americani intelligenti. Che l’ha risolta rovesciandola: se e perché non leccare il cane - dato che farsi leccare dal cane è considerato pericoloso per la salute - con i relativi benefici, e il nessun costo, non affettivo.
Trump che abbandona l’alleato curdo, d’accordo con la Turchia, per facilitarne l’aggressione, è il minor titolo di obbrobrio nei media americani, pure tanto determinati contro il presidente in carica.
I media americani all’unisono criticano e tampinano Trump dove i servizi segreti vogliono, sulla Russia e ora sull’Ucraina. Non su altre possibili colpe, o torti, pure più facili da indagare: affari, tasse, stalking.

Gadda colto e beffardo

A Roma “oggi, senza la macchina è difficile vivere, ed io vivo difficilmente”. È il tenore di queste prose “disperse” fra i giornali, qualcuna ancora nei cassetti: recensioni di libri per lo più, e articoli, appunti. Sapide, lepide. Senza macchina sarà un pretesto per farsi imbarcare dagli amici – Parise ci ha scritto sopra pagine lepidissime, sapidissime – gratis, sempre con le note apprensioni per la velocità. Ma, certo, la macchina è un disturbo ai nervi, specie le serrande dei “garages” e “boxes”, nonché dei regolari, che partono invariabilmente alle cinque di mattina, Gadda dice alle tre, sbattendo lo sportello e dando rumorosamente gas – all’epoca non c’era l’accensione elettronica. 
Un Gadda com’era, colto e goliardico. Pettegolo il giusto - senza compiacimenti: dei trasporti della regina Anna, lultima Stuart, p
l'amica di Sarah Jennings poi duchessa di Marlborouh, e, a un giro del cuore, di Abigail Hill, poi lady Masham: due donne  politiche, sapeva prima della Favorita, il film di successo questo inverno di Yorgos Lanthimos. Di cultura robusta e approfondito uso di mondo, o esperienza, ma – per questo – leggero e giovanile, non il cumenda sulfureo, un po’ bolso, dei tardi agiografi. Un quarantenne che inizia una nuova vita, lontano dalla carriera di ingegnere e dalle cure familiari. Nel bisogno: lo pensa, lo reitera (collaborerà per questo nel dopoguerra, cinquantenne, anche col “Popolo”, il giornale della Dc, Leone Piccioni non potendogli proporre altro di “alimentare”). Con un’esperienza però, di mondi, di mondo, unitamente a quella della guerra al fronte e della prigionia, incomparabile con la domesticità dei nuovi compagni di merende ai caffè letterari. Per non dire della formazione, filosofica e letteraria prima che tecnica e scientifica, nei suoi piani di gioventù, anch’essa al di sopra della media, molto.
Ben cosciente di sé, del capitale accumulato: “Il convoluto Eraclito di via San Simpliciano”, il domicilio milanese, si fa dire da Pasquali. E della propria debolezza: recensendo nel 1946 i “Pensieri” di Devoto s’illumina al § 6 del cap. “Antefatto”, “Capri espiatori”,  “di cui particolarmente ringrazio l’Autore”, che “lumeggia la psicosi dell’addebitamento di colpa, il meccanismo di formazione dei miti (erroneamente) punitivi in seno alla collettività stanca, delirante, malata”.  
L’apologia manzoniana che apre la raccolta un po’ allontana: cerebrale, impositiva. Ma presto si riprende, già con le semplici recensioni giornalistiche, di Morand (“1900”), Arland (“Essais critiques”), il cugino Piero, Pierre Abraham, uno statistico di Balzac, pretesti al gaddismo puro – “Il modo dei modi è un mistero dei misteri, non meno che la causa delle cause”. Ironico e anzi beffardo volentieri, per la forza della logica – della cosa denudata, del dire senza già detto. Un volume perfino un po’ troppo denso.
Pieno di cose, naturalmente. Che riverberano sul fenomeno Gadda. C’è già nel 1932 la Brianza triste della “Cognizione del dolore”, nella recensione al cugino, eletto antifrastiscamente,  cioè ridotto, a cultore della Brianza (p.62): “Come specialista in fatto di Brianza intendo ed apprezzo quel pacato e malinconico lirismo gaddiano, che di là dai dolci pioppi d’Eupili avvolge il grigiore del Resegone”, con “la trombetta degli usseri nei chiari mattini” della caserma, “fragorosamente contrappuntato dalle campanone simplicianone”che interrompevano il sonno – “disciogliendosi ne’ loro sproloquî i bei sogni filosofici di mia primavera, fiorita di calcolo differenziale”.  Con una passione filologica dichiarata. Su Carlo Porta. Su Goethe e il “Faust”: Goethe è uno Shakespeare infelice nel “Faust”, enfatico, di testa, e Gadda lo mostra leggendo in parallelo l’“Amleto”. Sulla lirica e metrica di Catullo, di pregno o coltivatissimo sedimento filologico: nell’ambientazione politica, del poeta come anticesariano preveggente, nello studio ritmico, e “per la religiosa catarsi del carme 34 (che inspira il Carmen saeculare di Orazio)”.  Sulle traduzioni in genere, su quelle del “Faust" e su quella di Manacorda. Su simbolo e allegoria. Sul senso religioso.
Con giudizi anche affilati. Non umorali, Gadda è professionale anche nelle recensioni: avvedute e spiegate. Di Quasimodo traduttore di Catullo in versi liberi, operazione che in privato dice “uno spasso!”, (p. 503), si limita a concludere: “Siamo grati al poeta del poetico esperimento”. Su Montale ritorna un paio di volte, superelogiativo (ma Montale era riservato nei suoi confronti, nota Liliana Orlandi, che ha curato la raccolta), come su Manzoni e su Bacchelli, incuriosito e forse irretito dal romanzo storico. Amichevole e lucido. Per “l’Aldo” soprattutto, Palazzeschi. Per Angioletti, suo nume tutelare in una lunga serie di occasioni, fino all’impiego provvidenziale, risolutivo, in Rai. E per Pasquali: amico e estimatore, l’autorevole filologo classico, che ama e apprezza la conversazione di Gadda come Gadda la sua, e lo conosce anche bene, se gli scrive, nel 1933: “Se una volta nella sua vita riuscisse a conseguire serenità e gioia, a esser meno malcontento almeno di sé”…”.  Saldo cristiano, con Rensi e il suo “umanesimo cristiano”, secondo dopoguerra. Anche ottimo reporter, minuzioso, inventivo: la visita di palazzo Braschi, nella lunga epifania dell’“Aldo”, è una sorpresa dietro l’altra. O la visita ai “Quartieri suburbani”, 1955, per la “Civiltà delle macchien”. Anche serioso: gli è capitato di fare il relatore a un premio di poesia, Le Grazie, nel 1949, assegnato a Parronchi – ne approfitta per l’ennesima filippica contro Foscolo, in cui incarna il trombonismo dell’Ottocento, ma non si evita, qua e là, di apprezzarlo, per esempio come traduttore. Qualcosa ha da dire anche su Berto, Ungaretti in Spagna, Machiavelli comico, alcuni pittori (De Chirico, De Pisis, Crivelli - "Il cetriolo del Crivelli", sì, col doppio senso). Perfino sulla questione Nord-Sud, da lombardista pre-leghista - senza la volgarità.
Liliana Orlando, che con Isella e Clelia Martignoni aveva raccolto trentanni fa per Garzanti in due volumi Saggi, giornali e favole” di Gadda già sistemati e pubblicati dallautore, facilita la lettura - e un po’ anche la rianima – con saporite note di contestualizzazione, lavorando sulla corrispondenza, le testimonianze, gli appunti, per lo più inediti.     
Carlo Emilio Gadda, Divagazioni e garbuglio, Adelphi, pp. 554 € 26

martedì 15 ottobre 2019

De Benedetti, il ritorno

De Benedetti che fa un’opa sull’azienda dei figli, l’editrice del gruppo La Repubblica-L’Espresso, merita la rilettura di un breve ritratto abbozzato su questo sito il 17 giugno 2011 - in parallelo con Berlusconi quando i due duellavano, due ex immobiliaristi. Anche per valutare i possibili sviluppi.

venerdì 17 giugno 2011

I due duellanti – De Benedetti vs. Berlusconi

E' attesa ad horas – è in ritardo già di un paio di mesi – la decisione della Corte d’appello di Milano sul processo Cir-Fininvest per la Mondadori. Si sa già che la sentenza non sarà decisiva, e che la partita sarà decisa in Cassazione, quindi fuori di Milano. Come si sa che la Corte d’Appello non darà ragione alla Fininvest, pur riducendo la penale rispetto al primo grado, quando il giudice monocratico le comminò un’ammenda di 750 milioni di euro – alla corte d’Appello è stato “autorevolmente” suggerito (la giustizia a Milano e in Italia si fa così) di ridurre la penale di 250 milioni. Non sarà dunque l’ultimo atto, e probabilmente nemmeno il penultimo, di un “mano a mano” come si diceva nelle corride, di una sfida di bravura fra Berlusconi (Fininvest) e De Benedetti (Cir). Che si rispettano personalmente, ma se le danno senza esclusione di colpi da cinquant’anni, non appena possono. Con De Benedetti, bisogna dire, che rincorre Berlusconi, finora più bravo e più fortunato – più ricco non si sa, essendo De Benedetti da tempo residente fiscalmente in Svizzera.
Sembrano diversi, ma molto hanno in comune. La ripubblicazione recente di Mandeville, “La favola delle api”, il teorico dei “vizi privati pubbliche virtù”, con prefazione di Carlo De Benedetti, meglio sarebbe attagliata, si è detto, a Silvio Berlusconi. Coetanei, De Benedetti del 1934, Berlusconi del 1936, figli di famiglie di media fortuna, l’hanno tentata in proprio comprando e vendendo immobili, la tappa tradizionale per chi ha talento ma non capitali, negli anni del boom. Con pari successo. Poi però Berlusconi le ha indovinate tutte o quasi, De Benedetti le ha fallite tutte o quasi.

Berlusconi s’è fatto imprenditore, prima nell’edilizia, poi nella pubblicità, infine nell’editoria, tre settori dove ha sempre guadagnato – non ha mai licenziato nessuno (il che, nelle logiche milanesi, è un caso unico e forse un miracolo). Carlo De Benedetti pure è partito con l’immobiliare – comprare la mattina a dieci e rivendere nel pomeriggio a cento. Nel 1972 col fratello Franco rilevò l’immobiliare Gilardini, che fu trasformata in holding, di attività soprattutto automotive. Fu un successo, che portò Carlo alla guida degli industriali piemontesi nel 1975 e nel 1976 in Fiat, con una quota in cambio del gruppo Gilardini, e l’incarico di amministratore delegato – i rapporti erano buoni con gli Agnelli, di cui i De Benedetti erano stati inquilini a lungo, e per l’amicizia di Carlo col coetaneo Umberto, compagni di scuola al ginnasio. Poi passò alla finanza, con esiti alterni. Ha fallito la scalata a Société Générale, alla Sme e a Mondadori, nonché alla Fiat, l’episodio forse più increscioso, dove già in novanta giorni era riuscito a operare contro gli Agnelli che l’avevano nominato amministratore delegato – e per questo era stato licenziato bruscamente. Dove è riuscito c’è l’ombra dell’usura: nel Banco Ambrosiano di Calvi, e nell’acquisto del gruppo L’Espresso-Repubblica, con evizione di Scalfari. O della speculazione: l’acquisto-vendita di Buitoni, e l’acquisto-vendita di Omnitel-Vodafone - qui a ottimo prezzo, con un guadagno netto in pochi mesi di tredicimila miliardi di lire del 1996, ma la licenza Omnitel aveva avuto con una serie d’incontri, anche conviviali, con Berlusconi e i suoi collaboratori a palazzo Chigi sul finire del 1994, qualche giorno prima di “segarlo” con i suoi giornali. Dappertutto De Benedetti ha seminato licenziamenti, e quando ha tentato l’imprenditoria, alla Olivetti, è finito addirittura in un fallimento.
La sfida continua nei media. Anche in politica, per la verità. Con identico schema, se ci si rifà alla cosiddetta Prima Repubblica, quando gli schieramenti avevano senso. Dc con appoggio socialista Berlusconi, Dc con appoggio comunista De Benedetti. Berlusconi tra Andreotti (tenne fermo il governo contro la dimissione di cinque o sei ministri demitiani contro Berlusconi…) e Forlani, De Benedetti con De Mita - che impose a Scalfari e Caracciolo, quanto di più penitenziale per i due high tories - e Prodi.
In politica in astratto non c’è gara, De Benedetti non corre. Non personalmente. Persegue però con determinazione, da almeno trent’anni, il disegno di fare un centro-sinistra a guida centrista, che, bisogna concedergli, non è facile. È stato aiutato da Prodi in affari, nelle dismissioni Iri, e ha aiutato Prodi nelle vittorie elettorali – con un contributo che lui ritiene determinante, e probabilmente lo è stato. Ma essendo fortemente prevenuto contro gli ex Pci, D’Alema soprattutto e alla fine anche Veltroni, si trova sempre a metà strada. Una rivincita è ora dietro l’angolo, con la candidatura di Prodi alla presidenza della Repubblica fra due anni, alla quale De Benedetti è attivamente impegnato e che lo sparigliamento di Fini e Casini rende possibile – ma gli resta da convincere Bossi e, sotto sotto, anche Di Pietro.
La sfida vera tra duellanti resta però nei media. Non tanto sulla questione della proprietà. La controversia Cir-Fininvest è stata riaperta dal giudice, De Benedetti ne è rimasto sorpreso quanto Berlusconi. Col lodo Mondadori, per il quale la giustizia lombarda ora gli fa regalare 745 milioni da Berlusconi, e la successiva quotazione di Repubblica-L’Espresso in Borsa, contro il parere di Scalfari, De Benedetti s’intascò 252 milioni che invece avrebbe dovuto dare al fisco. Che ora glieli contesta e ha ottenuto di riaverli indietro. In materia di affari i due non si fanno fregare. La gara è sull’idea: su chi è migliore notabile - editore, padrone occhiuto di giornali e giornalisti, innovatore, padre della patria.
Berlusconi si conferma nelle ultime due consultazioni elettorali, per i Comuni e i referendum, irrimediabilmente antimedia: non capisce nemmeno i segnali evidenti. Pur facendosi forte dei suoi sondaggi. Conferma cioè che è un fenomeno politico antimediatico, e questo potrebbe addurre a suo vantaggio: che è al di fuori dell’opinione pubblica, o populismo che dir si voglia. È padrone dei media, di una parte consistente di essi, ma non li usa o non li sa usare. Per fare soldi sì ma non per fare opinione. E quando l’opinione è netta non la cavalca: si potrebbe dirlo un uomo di principi invece che un opportunista.
Particolarmente significativa è l’insensibilità che Berlusconi esibisce sulla sconfitta di Milano, che è a tutti gli effetti una catastrofe. Anche perché il sindaco e la giunta sono stati i migliori degli ultimi vent’anni. Anche Napoli è una sconfitta, che era una città già conquistata e senza difese. Berlusconi ha capitalizzato sulla voglia di cambiare, di rompere con la morsa del compromesso, e degli interessi costituiti che il compromesso difende. Ma non ha saputo cambiare, e forse non poteva perché il paese non glielo consente – che ora se ne fa beffe. Il paese che è da vent’anni nient’altro che Milano, la sua città, l’establishment di Milano, la parte “migliore”, l’arcivescovado e le banche, che ora rincorrono scopertamente l’ipotesi neoguelfa, della nuova Dc. Il re dei media è il più grande Antipatico e Antipatizzante che sia stato dato vedere in tv – non fosse per l’aspetto burla che la sua maschera sottintende ma non è vero.
È pur vero che Berlusconi re dei media lo è: lui lo pensa, lo vuole. La verità è dunque doppia. E ha un doppio fondo nascosto. Uno è che Berlusconi non fa l’opinione, ma si lascia fare dall’opinione – non fa l’agenda ma la recepisce. L’altro è che si lascia fare da un’opinione contraria – apparentemente contraria? È l’opposizione, non il supposto re dei media, che fa l’agenda in Italia. Quasi ogni giorno con rinnovata verve, e sempre ultimativa: il Grande Centro di Fini e Casini, quello di Montezemolo e Della Valle, quello di Tabacci e Montezemolo, la sfiducia, Zappadu, le minorenni, le escort, il lodo Mondadori, la Carfagna, la Mussolini, e i tanti ministri che gli fanno le scarpe, Alfano, Tremonti, Gianni Letta. Quasi mai un tema è imposto da Berlusconi. Che al contrario non se ne fa scappare nessuno dell’opposizione.
Volendo razionalizzare, questa opinione gli è contraria solo in apparenza: gli consente cioè di governare non governando. Che ne suo caso vuol dire impedire la funzione di governo: catturarlo, farselo prigioniero, per impedirne il funzionamento. Ci sono delle cose che vanno, che sono sempre andate nei suoi due governi – il primo gli fu impedito da Scalfaro. L’adeguamento dei conti pubblici ai parametri dell’euro, per esempio, della stabilità monetaria. La lotta alla mafia, condotta con freddezza, come un dover essere, come deve uno Stato. Il contrasto dell’immigrazione clandestina, che è un malaffare prima che un’opera di carità come dicono i monsignori. Qualcuno (per esempio D’Alema, Napolitano) potrebbe aggiungervi le guerre, la risposta pronta agli appelli degli Stati uniti. Anche la legge Biagi, ma già suo malgrado, e forse senza nemmeno sapere di che si trattava (di stabilizzare il lavoro precario). Ma tutte le cose di cui l’Italia aveva e ha bisogno, che sempre promette, non le ha mai avviate: la giustizia, una delle massime diseconomie dell’Italia; un fisco almeno semplificato, dato che non si può ridurlo; una legge sulla concorrenza che apra un po’ il mercato, alla legalità e gli investimenti esteri; le opere pubbliche (la Milano-Lione, l’Alta Velocità con la Svizzera, il Ponte sullo Stretto, la variante di valico); le leggi sulla bioetica.
Ma sui media come business, la televisione, i giornali, i libri, Berlusconi non ha sbagliato mai un colpo. Mentre è sui media che De Benedetti più soffre di stare indietro a Berlusconi. Senza gelosia: ha offerto a Berlusconi di fare parte dell’ambizioso progetto CdbWebTech, e Berlusconi si lasciò sedurre dall’idea d fare soldi con la rete – salvo defilarsi saggiamente al momento di metterci i soldi veri (fece al rivale un elegante portage pubblicitario). Berlusconi è riuscito in tutto, sa fare perfino i periodici, che per De Benedetti e gli altri editori sono zavorra. Ma soprattutto ha avuto la sua idea: la pubblicità. Un mercato che ha “creato” (trent’anni fa lo portò in pochi mesi da mille a diecimila miliardi l’anno), facendolo fruttare sugli “spazi” gratuiti delle frequenze e dell’Auditel.
De Benedetti, che poteva aver trovato la sua idea nella telefonia mobile, viste le applicazioni che essa oggi consente, anche nel mercato pubblicitario, non ha resistito alla tentazione del superguadagno immediato. Poi, sono ormai una dozzina d’anni, ha puntato sul web. S’informa, anticipa, investe (poco), dapprima con Kataweb, di cui voleva fare una delle famose start-up dot.com, ma non ci riuscì, poi con CdbWebtech, anch’essa virtualmente fallita, ora con “Repubblica” online. Con i tanti progetti di far pagare la lettura, ma coi soli (magri) introiti della pubblicità. E una serie di stati di crisi che hanno minacciato l’integrità patrimoniale dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti.



Il complotto

Succede di scrivere un blog in cui si parla di ebrei e di massoni. Blogger si rifiuta di pubblicarlo. Dopo vari tentativi si scopre che non c’è più la linea. E non è possibile ristabilire il contatto.Non fuzniona neppure il cellulare, dando segnali bizzarri - sei offline, ma anche non registrato sulla rete. 
Il sito è stato appena visitato da Israele con duemila contatti in un giorno, più di tutti i contatti di questo sito povero. L’incursione è periodica di origine israeliana, e la cosa quindi si fa inquietante. 
Non funziona neanche il telefono fisso, se non i numeri locali: non si può chiamare fuori dalla piccola comunità nella quale si risiede. Questo dentro casa. Il cellulare fuori casa prende, anche sul terrazzo. Quindi non è il campo. C’è tutto per un complotto – il complotto “giudaico-massonico”?
Ma uscendo si scopre che la piccola comunità non è nuova a improvvise interruzioni del collegamento internet. 

Ombre - 483

De Benedetti dopo Caprotti, Luciano Benetton, Del Vecchio: i (vecchi) padri si riprendono le  aziende che avevano legato ai figli.Tropi casi per essere “casi”: l’Italia è un paese bloccato, anche generazionalmente. Non per colpa dei vecchi, dato che al ritorno sono meglio dei giovani.
È un mutamento culturale, di specie?

Putin che interviene in Siria, “al posto degli americani”, per salvare i Curdi da Erdogan dice tutto su America First e sulla Nato.  Che si tiene salda con la Turchia e quindi con una dittatura. Anche in questa guerra di aggressione, pura, senza alcuna giustificazione.

L’Occidente fa ancora gruppo con le sanzioni, a carico di Putin, di questo e di quello, ma in nome di che?

S’impone all’emozione popolare un atleta kenyano che ha corso la maratona sotto le due ore. Una corsa spettacolo, nulla di sportivo, con squadre di “lepri” alternate, disposte ad ali davanti al maratoneta, per tagliargli l’aria, con pause e accelerazioni cronometrate in anticipo. Organizzata da una ditta mediatica, a fini promozionali – abbondantemente pagata dalla pubblicità.

Si fanno festival, meeting, met-up e sit-in come assise politiche, di partito. Del dibattito come comizio, imbonitore. È la modernità del mercato, del commercio – della politica come qualcosa d a vendere. Ma senza dichiarazioni di conformità, valori nutrizionali, indicazioni di provenienza, con fatturazioni e Iva pagata: un commercio fraudolento.

A difesa di Bibbiano, del “sistema” degli affidi forzosi, Michele Sera porta “la notizia che il Tribunale dei minori di Bologna, dopo un’indagine interna, ha accertato di avere respinto in 85 casi su 100 la richiesta di affido avanzata dagli assistenti sociali della Val d’Esa”. Cioè, ha confermato che il sistema esisteva.

Erdogan usa in Siria, contro i curdi siriani, i ribelli a Assad. La democrazia è difficile in Medio Oriente.

Il sunnita Erdogan mobilita in Siria i “ribelli” sunniti contro il regime alauita-sciita. Il Medio Oriente è anche semplice, basta non parlare di democrazia. Le guerre vi sono tribali. Come dice Trump.

In un paese candidato alla Unione Europa, la Trchia, il regime del popolo dà la caccia al curdo, carcera i giornalisti, impone il velo alle donne, che non lo usavano da tre generazioni. Sarà pure un governo democratico, cioè eletto. Ma di una concezione democratica aliena.

“Materassi in chiesa per 250 migranti, L’accoglienza secondo don Biancalani”, il parroco di Pistoia. Per il quale il problema dell’accoglienza sono i materassi.
La chiesa, che sa tutto dell’Africa e dei migranti, nonché del business dell’accoglienza, non potrebbe contribuire a un po’ di verità?

Coi letti a castello in chiesa, “molti parrocchiani”, dice don Biancalani, “se ne sono andati”. Forse era stanco di confessare. Sempre le solite turpitudini – avrà voluto cambiare campana.

Saldo il governo giallorosso appena varato a Roma, che si autocelebra. Eccetto che nel Lazio, dove c’è Roma, e i 5 Stell

e vorrebbero sfiduciare Zingaretti, il segretario del Pd che è anche presidente della Regione e non ha maggioranza.

Una Marystella Polanco, che dopo aver prosperato sul babbeo Berlusconi prospera con la Procura di Milano, a corto di argomenti spiega che anche Putin era parte delle “cene eleganti” di Arcore. La Procura di Milano come la signora Polanco, questa sì è giustizia.

Non si può celebrare Leonardo a Parigi: i giudici del Veneto stabiliscono che non si può prestare al Louvre un disegno di Leonardo, in cambio l’anno venturo del prestito di un Raffaello. Sono giudici autarchici.
Che c’entrano i giudici con Leonardo?

Si è “scoperto” infine, grazie alle Iene, quello che a Roma tutti sanno da un paio d’anni, che gli appaltatori della raccolta dell’immondizia non raccolgono l’immondizia. I media romani, che ci tengono informati su ogni nuovo carretto dei Tredicine, nn se n’erano accorti.

Appaltatori dell’Ama, l’azienda municipale dei rifiuti a Roma, sono le quattro ditte che, avendo perso l’appalto nel 2013 a favore di Buzzi e le cooperative della 29 giugno, lo avevano denunciato per corruzione. Trovando corrivo il capo della Procura di Roma, il siciliano Pignatone, che non vedeva l’ora di far sbarcare la mafia nella capitale. 

Si annunciano a Malta accordi sugli immigrati che si sa che, a Berlino e Vienna, non saranno onorati. Tutto pur di non andare a fondo sull’immigrazione forzata dell’Africa. Che pire non è lontana. La politica si accontenta di rituali, I media pure, questo governo è il loro. Ma pure i vescovi: per il vecchio vezzo dell’ipocrisia?

I sentimenti lasciati alle scene

Racconto autunnale, sommesso, dell’autunno della vita, di una Grande Attrice. Che per la pubblicazione delle sue memorie vuole rivedere la figlia che non ha mai accudito. Mentre gira un film in cui recita la parte della nonna – sempre estranea – in una vicenda di tre generazioni.
Un film anche sulla solitudine – egotismo – dell’attore. La Grande Attrice è una che, quando si lascia andare ai ricordi con la figlia, si impedisce di “sprecare un’emozione”, le emozioni vanno tenute in serbo per la recitazione. Ma niente di speciale, nemmeno in questo.
La stessa scenografia è contenuta: un set cinematografico minuscolo, e due o tre ambienti domestici. Ma è il modo di raccontare di Kore-eta, “il Cechov” del cinema. Accattivante.
Il regista giapponese, invitato costante al festival di Cannes, ha voluto reciprocare con un film girato a Parigi, e un tributo a Catherine Deneuve e Juliette Binoche. Ma le parti femminili più vivaci sono delle cointerpreti, le “figlie” del film-dentro-il-film, Clémentine Grenier e Manon Clavel.
In originale è “La verité”, lo stesso titolo del celeberrimo film di Clouzot con Brigitte Bardot nel 1960. Ma è tutt’altro genere: sceneggiato dallo stesso Kore-eta come una commedia borghese da teatro boulevardier. Molto parlato, con molti caratteristi.
Hirokazu Kore-eta, Le verità

lunedì 14 ottobre 2019

Il mondo com'è (385)

astolfo

Classe media – Va alla sparizione, si va assottigliando, è la conclusione apparentemente evidente, ovvia, delle analisi della società post-industriale. Ma vale ancora l’analisi che Orwell ne faceva nel 1940-41, in “Il leone e l’unicorno: socialismo e il genio inglese”, a proposito dell’Inghilterra in guerra: molti tratti sì riscontrano oggi, benché in altro contesto tecnico e nazionale (globale). Gli argomenti sono essenzialmente uno: la classe media cresce col miglioramento tecnico, anche se a reddito in calo. “Per quanto ingiustamente una società si organizzi, di certi miglioramenti non può che beneficiare l’intera comunità, perché molti beni sono necessariamente tenuti in comune” – a quel tempo le strade, l’elettricità, l’acqua potabile, la polizia. Come oggi potrebbero essere il wi-fi, e gli stessi social.

Etiopia – Il Nobel per la pace ad Abiy ha fatto fiorire numerose apologie dell’Etiopia, una sorta di paradiso in erra. Proiettato a un futuro immediato di grande potenza. Con i soldi della Cina, eccetera. Mentre è uno dei paesi più problematici della problematica Africa. Con una popolazione cresciuta di colpo da 35 milioni, ancora nel 1985, a 110. Non molto unita - ora non più che ai tempi in cui l’Italia vi si era introdotta - con novanta lingue diverse. Con comunicazioni disagevoli. Al centro dell’area più povera e disastrata dell’Africa: Somalia, Eritrea, Gibuti, Sudan, Sud Sudan – con l’esclusione del Kenya, paese con cui ha però pochi o nulli contatti. L’alfabetizzazione, malgrado fosse al centro del governo militare-comunista del Derg, 1975-1990, è ferma al 40 per cento. Il pil pro capite, a 800 dollari, la pone dietro perfino all’impoverita Eritrea del dittatore Afewerki.
Abiy, ch viene dai servii segreti, propone anche l’immagine di un’Etiopia verde, nella quale personalmente ha piantato milioni di alberi. M l’Etiopia, dove peraltro per fattori climatici la vegetazione stenta, è da tempo minacciata dalla deforestazione: si brucia per coltivare, e si taglia per le esigenze domestiche.

Globalizzazione – Ha rivoluzionato il mondo, moltiplicando il reddito, e linquinamento. In breve tempo, nei trent’anni da Tienamnen, 1987. Dall’apertura Usa alle esportazioni cinesi, malgrado l’ordinamento comunista e totalitario della Repubblica popolare. Per accordi automaticamente estesi all’India e a ogni altra zona produttrice del globo. 
Dal 1990 al 2018 l’Onu certifica una riduzione della “povertà assoluta” dal 40 al 10 per cento della popolazione mondiale. Con una crescita del 20 percento dell’età media – per effetto del crollo della mortalità infantile. È parallelamente esploso anche l’inquinamento, malgrado il contenimento dei rifiuti e delle emissioni di CO2 negli Stati Uniti e in Europa, che erano i maggiori responsabili delleffetto serra. Nei trent’anni l’economia americana è raddoppiata di valore, ma le emissioni nocive si sono ridotte del 10 per cento. L’Europa le ha ridotte del 20 per cento. La Cina le ha moltiplicate per cinque, ed è oggi il maggiore inquinatore del mondo, di gran lunga, più di Europa e Stati Uniti messi assieme. La più grossa concentrazione di plastiche in mare è nel Pacifico. E il maggiore sversamento è di reti di pescatori: la Cina ne scarica per 3,5 milioni di tonnellate, l’Indonesia 1,3, e a seguire le Filippine e il Vietnam. Lungo le coste americane questi sversamenti hanno ammontato a 0,7 milioni di tonnellate. Nel Mediterraneo il maggior sversatore di reti da pesca è l’Egitto, con 0.4 milioni di tonnellate. Dei dieci fiumi maggiori inquinatori, di plastiche e rifiuti solidi, e di sostanze liquide, otto sono asiatici. Più il Nilo e il Niger.

Miracolo nazista – Fascismo e nazismo, due casi riusciti di programmazione dell’economia li dice Orwell, in “Il leone e l’unicorno”, il saggio del 1941 in cui celebra la resistenza inglese e prospetta il socialismo come carta vincente nella stessa guerra. Vincente, a suo parere, se prende dall’Italia e dalla Germania la sostanziale nazionalizzazione dell’economia. In cui la proprietà resta privata ma l’istituzione pubblica è prevalente, e anzi risolutiva. Il nazifascismo è “irreconciliabilmente diverso” dal socialismo: questo “da per scontata l’uguaglianza dei diritti umani”, all’opposto del nazifascismo, “la forza dirigente dietro il movimento nazista è la convinzione dell’ineguaglianza umana”. Ma la sua “è una forma di capitalismo che prende a prestito dal socialismo le caratteristiche che lo rendono efficiente”. E non dispersivo. “La proprietà non è mai stata abolita, ci sono padroni e lavoratori”, ma “lo Stato è in controllo di tutto: controlla investimenti, materie prime, tassi d’interesse, orari lavorativi, salari. A capo delle fabbriche c’è sempre il padrone, ma agli effetti pratici è ridotto allo status di manager”.
In particolare in Germania, nella Germania allora di Hitler, e in un’economia di guerra, “ognuno è in effetti un dipendente pubblico, anche se i salari variano molto. L’efficienza di un tale sistema, l’eliminazione degli sprechi e dei colli di bottiglia, è ovvia. In sette anni ha messo su la più potente macchina da guerra che il mondo abbia conosciuto”.

Patto Hitler-Stalin – Ebbe parte rilevante nella vittoria della Germania nei primi due anni della seconda guerra mondiale. Fino a che Hitler non decise di attaccare l’Unione Sovietica, con l’Operazione Barbarossa il 22 giugno del 1941.
Non influì nella cosiddetta Battaglia d’Inghilterra, luglio-novembre 1941, nella quale Hitler ebbe dalla sua solo l’opinione conservatrice inglese, una parte di essa, che però si tenne salda nella posizione nazionale, di difesa sotto l’attacco. Ma non le classi lavoratrici, per l’inesistenza in Gran Bretagna di un partito Comunista. Questo fu il caso invece nel continente, in Belgio, in Olanda, e soprattutto in Francia: la guerra fu sentita come un conflitto di classe più che nazionale, in un primo momento, prima del’occupazione. In Francia la condiscendenza perdurò a lungo dopo l’occupazione – che in un primo tempo fu blanda.
In Francia il partito Comunista aveva attuato un sabotaggio passivo dello sforzo di guerra, che fu perduta in poco tempo. A giugno 1940 la Francia aveva già capitolato, costringendo le truppe inglese a una difficilissima ritira tata da Dunkerque. Dopo una drôle de guerre , una guerra per finta. E subì il primo anno di occupazione senza opporre resistenza. Il patto Ribbentrop-Molotov “L’Umanité”, il giornale del partito Comunista francese, aveva salutato in rosso a tutta pagina: “Hitler et Staline sauvent la paix”.
Si ragionava anche in Europa tra 1940 e 1941, a partire da Parigi, sulle debolezze della democrazia, anche in confronto al totalitarismo. Sul presupposto che la società nazista non fosse peggiore di quella capitalistica. E che la vittoria contro Hitler, ammesso che la Gran Bretagna riuscisse in questa impresa impossibile, sarebbe stata la vittoria dei ricchi e potenti - l’impero britannico, i Lord, la City. 

Ucraina – La lotta civile in corso da ormai cinque anni è di opposte corruzioni più che di fazioni: nessun governo, anche quelli voluti dalle varie rivoluzioni, “arancione”, di Mejdan, eccetera, dopo la liberazione dall’Urss è andato esente da corruzione in grande stile.
L’Ucraina è miseria e alcolismo in molte narrazioni storiche. E di politica intesa come corruzione, in grande stile, da una parte (ucraina propriamente detta) e dall’altra (russa). Miseria e alcolismo trovavano i soldati italiani che combattevano sotto la bandiera austro-ungarica nel 1914. Lo stesso ci ha trovato Paolo Rumiz un secolo dopo (“Come cavalli che dormono in piedi”), attratto dalla rivolta di piazza Mejdan a Kiev nel 2014: solo le donne lavorano, gli uomini bevono, fanno politica e rubano, “che è per loro la stessa cosa”.


astolfo@antiit.eu

La verità ferma sta

La verità in tutte le sue accezioni – la verità politica. Dall’onestà e la moralità personali alla libertà di parola, compresa la propaganda politica. Non riflessioni astratte, ma pensieri politici. Orwell non delinea e inquadra la verità, ma ne ricostruisce i contorni.
Sono testi di anni remoti, e difficili, in una situazione particolare, di divisione dell’Europa, e tuttavia ancora attuali. Probabilmente per il tocco di onestà, con o senza profondità (approfondimento filosofico), che è il tratto distintivo di Orwell. E ne fa un sorta di testimone del tempo, di ogni tempo. Leggendolo lo si vede inattivo, come oggi sarebbe, impossibilitato, marginalizzato, anche disprezzato, che tuttavia fermo sta: l’opinione pubblica può pazziare, ma non scardinare i fondamenti – i propri fondamenti.
È un silloge di passi dai romanzi e racconti di Orwell, dalle lettere, dal diario di guerra, con una serie di saggi. Tra questi i famosi “Perché scrivo” e “La politica e la lingua inglese”, un ripensamento dela guerra di Spagna, e annotazioni acute, benché trascurate dalla storiografia, su fascismo e nazionalismo.   
George Orwell, Verità/menzogna, Oscar, pp. 154 € 13

domenica 13 ottobre 2019

Appalti, fisco, abusi (159)

La semplificazione degli appalti pubblici dovuta da quarant’anni, che la passata legislatura era riuscita a varare, raddoppiando subito gli appalti stessi e dimezzando i ricorsi pretestuosi dei perdenti, è stata cancellata dal decreto Sblocca-Cantieri. Lo rende noto l’Autorità Anti-Corruzione, specificando anche i numeri degli appalti pre- e post-decreto, e della (finta) litigiosita.

Una beffa dell’amministrazione ai ministri giallo-verdi? È possibile. Per goliardia o per corruzione? 

Si studia di aumentare del 14 per cento l’Imu-Tasi – mentre si parla di riduzione del fisco. L’Imu è una tassa che tutti pagano, la Tasi quasi tutti.

Il gettito Imu-Tasi è di 22 miliardi. L’aumento sarà quindi di 3,1 miliardi. Per la riduzione degli oneri fiscali su redditi da lavoro (“cuneo”) sono previsti 2,5 miliardi. A vantaggio di una parte dei lavoratori - circa la metà dei lavoratori dipendenti.

Si denuncia Alitalia come fallita perché perde un milione al giorno, almeno. Perde da tempo. Dopo ristrutturazioni a catena e ridimensionamenti – come a dire: è insanabile. Ma non si dice che l’Italia è l’unico paese che ha aperto alle low-cost gli aeroporti maggiori, Malpensa-Linate e Fiumicino-Ciampino.

Altrove in Europa la concorrenza non può essere fatta dalle low-cost sugli scali maggiori. Non in Inghilterra, che le low-cost ha inventato, non in Francia, non in Germania – si fanno ore di treno per e  dagli aeroporti.

L’auto diventa cinese

Si celebra, e si finanzia, il passaggio all’auto elettrica a batterie di litio, pur sapendo che pone problemi di approvvigionamento (la rete elettrica, la produzione di elettricità) e di smaltimento delle batterie. E che il futuro pulito è l’idrogeno, l’alimentazione a fuel cell, celle di combustibile: leggere – pesano un dodicesimo delle batterie a litio – e a rifornimento rapido – come per il motore a scoppio, mentre l’elettrico richiede mezze ore.
Si passa alle batterie a ioni di litio perché la Cina ne è la grande produttrice. E vi ha puntato, imponendo quote crescenti, ogni anno, di vendite di auto elettriche. Il regime dittatoriale cinese può permettersi questo tipo di programmazione, e le maggiori case automobilistiche che operano in Cina, Toyota, Volkswagen, General  Motors, vi si sono adeguate.
Nel solo mercato cinese, il passaggio sarà (molto) redditizio. Ma la Cina è già il primo fabbricante di auto al mondo: produce e assorbe un terzo dei 100 milioni di autoveicoli che vanno al mercato nel mondo annualmente. La produzione continua in forte crescita, e dal 2020 dovrebbe cominciare a esportarsi.

La violenza fa male al Poeta

Il tema è la violenza. Rivoluzonaria, bene. Repressiva, male. Ma la violenza non è male? La vogliono buona Engels e Marx, “Anti-Dühring”, e Lenin, e Curcio. Ma la violenza è sempre repressiva. E  ben controrivoluzionaria, dalla ghigliottina ai gulag, o come si chiamano in Cina – campi di rieducazione?
La tecnica pure non sembra più gran che. È un collage di parole altrui. Titoli, sommari, brani di articoli, di manuali, saggi, romanzi, ritagliati e assemblati. Non una novità: Cortàzar lo aveva già fatto in “Rayuela”. Con l’ausilio grafico, che alla “Violenza” di Balestrini è mancato, la riproduzione dei ritagli in originale. E per un racconto, di fantasia, non per un racconto-saggio politico, della violenza che è endemica, e che ci volete fare
L’effetto che si sarebbe portati a estrarne, legittimamente, della “verità” vagante nell’opinione pubblica, o nei mezzi di comunicazione di massa, non c’è: Balestrini non è un massmediologo. È un agitatore, che la violenza fa buona, anche quella dei media. Come contro-violenza e non solo: è esteticamente buona, come un tempo lo era la guerra, per D’Annunzio. Balestrini si vuole sovversivo, ma ben fuori dalle lettere, sul piano pratico e politico.
Resta il document di un’epoca. Non lusinghiero. Balestrini, di suo poeta quasi lirico, si accredita come di avanguardia. Ma allora è l’avanguardia di una retroguardia. Di un’arretratezza oggi impensabile ma evidentemente corrente negli anni 1960 – quando  Arbasino divenne famoso per perorare la “gita a Chiasso”.
Nanni Balestrini, La nuova violenza illustrata, Bollati Boringhieri, pp. 280 € 18

sabato 12 ottobre 2019

Democrazia debole, Nato morta

L’atlantismo era finito da un pezzo. Trump che presenta il conto agli europei è l’ultimo tratto di un cammino avviato con la fine della guerra fredda, negli anni 1980. In Italia, che più di tutti, dopo gli Stati Uniti, contribuisce in uomini e fondi alla alleanza, la cosa è tabù, ma è un fatto. La Turchia in Siria che, invece che aiuto dai paesi Nato, come da statuti dell’alleanza, ne riceve ammonizioni e sanzioni, è la dissoluzione anche del referente pratico dell’atlantismo: l’alleanza militare, la Nato.
La Turchia in Siria non è il primo caso di scoordinamento. Nella stessa Siria la Francia ha agito in accordo col Qatar, e non con gli Stati Uniti. Che sono intervenuti autonomamente, ma in collegamento con l’Arabia Saudita, che ha alimentato, finanziato e armato al rivolta. In Libia Francia e Inghilterra, col sostegno di Obama, hanno agito contro gli interessi dell’Italia – e della stessa Libia, cui hanno tolto la pace e il benessere. In nessun modo la Nato, dopo la faccia feroce, ha difeso l’Ucraina, o la Georgia.    
L’avventurismo incontrollato di Erdogan, che è peraltro per ogni aspetto un dittatore, sia pure plebiscitato, che passa disinvolto dall’Europa all’impero ottomano, poi a capofila dei sunniti nel mondo islamico, e a cliente della Russia per i missili, fuori dai sistemi d’arma alleati, sottolinea l’aspetto probabilmente fondamentale della Nato: la libertà e la democrazia. Una precondizione mai fatta valere, nemmeno con la stessa Turchia quando era governata dai militari, e tuttavia al fondo attiva: non si accettavano regimi dichiaratamente monocratici, la Spagna e, fino alla rivolta dei colonnelli, il Portogallo, e si tolleravano i militari in Turchia in funzione anticomunista, antidittatura.
Ma non si arriva allespulsione, non è prevista, sarebbe ridicola - una alleanza è pur sempre tra eguali. Se non che così la Nato, pur continuando a celebrarsi, va all’estinzione. Per automatismo. Nel presupposto che, qualora una minaccia esterna si manifestasse, gli Stati Uniti avranno tutto l’interesse a salvare l’Europa – e l’Europa eventualmente ad aiutare o salvare gli Usa, anche se non si vede con che mezzi. Ma il “presupposto” non ha bisogno dell’alleanza. Che poi sono le basi americane in Italia, in Germania, in Grecia e altrove.
In questo senso ha ragione Trump. Cioè, nel suo isolazionismo, individua e denuncia il completo disinteresse europeo all’atlantismo. Il cerchio si è rigirato: allentata, se non abbandonata, dagli Usa, da Reagan e poi da Clinton, la pregiudiziale atlantica, nella difesa come negli affari, è stata dopo la crisi del 2007, coincidente col cancellierato Merkel, attenta ai rapporti con la Cina e con la Russia, abbandonata dall’Europa. Che ora si ritrova sola e inetta. E senza una politica di difesa, o militare.
Non indifesa, perché vale “nel caso” il “presupposto” atlantico. Ma una che non sa che fare. Ed è come se non ci fosse, anche se tutto attorno, in Turchia come nellEgeo o in Libia, la danneggiano.
Resta da vedere se il fondamento della Nato, la democrazia, in questa eclisse dell’alleanza non  allenterà la sua presa anche sull’Europa. Oggi non si vede come, ma nessun futuro è già stato deciso, a partire dalle elezioni in Polonia domani. Dalla crisi del gabinetto von der Leyen, così trionfalmente nominato, prima ancora del suo insediamento. Dall’incertezza economica e politica in Germania.

Più evidente è la crisi da quel che resta della Nato, che si propone unicamente al contenimento della Russia di Putin,  che è inutile e anche dannoso. La Russia di Putin era meglio cooptarla nel sistema occidentale di sicurezza, come si era provato a fare con ottimi risultati fin a qualche anno fa nel G 8. Ha prevalso la politica revanscista, o della sfida, in Polonia, in Georgia, in Ucraina, con gli embarghi, e con la riapertura del riarmo missilistico, con esito finora perdente.

Niente difesa, la Germania non ama i militari

Merkel non ha mai risposto a Trump che presentava il conto della Nato, con gli arretrati. Si è mossa contro la minaccia dei dazi, anche se per ora solo con cenni da ammuìna, senza proposte precise. Ma mai un cenno allo scarso impegno finanziario della Germania per la difesa comune.
Non potrebbe. È un tema di cui non si parla, e forse tabù – un dei tanti che l’infomazione si autoinfligge. Ma la Germania è molto lontana, a sinistra e anche a destra, e nel suo intimo contraria, alle spese militari. Per timore più che per avarizia. A settanta e più anni dalla guerra persa, con vergogna, il ceto militare è sempre disprezzato in Germania, si riempiono i ranghi con difficoltà specie dei graduati, e le spese per la difesa sono contenute al minimo indispensabile.
I tre paesi dell’Asse hanno reagito in modo estremamente difforme alla sconfitta. Non se ne parla, ma è un fatto. L’Italia con l’armistizio e la Resistenza. In Giappone il premier Abe non ha ottenuto a fine luglio i due terzi dei deputati necessari per cambiare la Costituzione, sul punto in cui proibisce l’uso della forza militare fuori dell’arcipelago, ma di misura. E comunque con una larga maggioranza in un eventuale referendum sullo stesso punto, suppletivo al voto parlamentare. La Germania considera l’impegno militare, anche soltanto in funzione di difesa, inutile e dannoso – da mantenere giusto per gli impegni Nato.
I cancellieri del dopo riunificazione hanno cercato per la Germania più visibilità internazionale. Più per la Germania, e non per l’Europa. Un posto al Consiglio di sicurezza dell’Onu.  L’interfaccia della Russia postsovietica, in Ucraina e nella questione energetica. Una “rappresentanza europea” in automatico, in Turchia per i migranti, a Pechino per le tecnologie, e ora con Washington per i dazi. Ma evitando di proposito il tema militare, della forza.    
Un pacifismo, quello tedesco, doppiato dal calcolo:  si vive meglio senza spendere troppo per le armi. Già nella Repubblica di Bonn, nella guerra fredda, con i russi a Berlino, era forte la tendenza neutralista.
È questo il motivo per cui i progetti europei di difesa comune non hanno mai demarrato. È un dato di fatto, compatto, di cui non si manifestano incrinature. Con un rischio: che il militarismo non risorga in funzione sovversiva,  nazionalista.

Cronache dell’altro mondo (40)

La Pacific and Gas, che fornisce l’elettricità al Nord California, Los Angeles e San Francisco comprese, ha interrotto l’erogazione di elettricità diurna per evitare gli incendi che le sue linee ad alta tensione, obsolete, possono provocare con le scintille. Lasciando senza elettricità due milioni e mezzo di persone. Ma questo non ha prevenuto gli incendi devastanti. Che si ripetono ormai da alcuni anni, alla fine dell’estate, quando la stagione è più secca e riprendono gli alisei. Senza investire nel rinnovo delle linee di trasmissione.
Si procede all’impeachment di Trump, il presidente eletto, pur sapendo che non si potrà fare, perché devono votarlo i due terzi del Senato – dove il partito del presidente è invece maggioranza. Si fa per scandalismo, per indebolire la presidenza eletta, e impedirle possibilmente di governare. A beneficio dei media, che così si prospettano più audience. Con l’aiuto delle polizie segrete, la Cia e l’Fbi le più note.
Il governo americano indaga per conto proprio sui comportamenti di Cia e Fbi. Che lavorano contro la presidenza: nella campagna elettorale del 2016 contro Hillary Clinton e poi contro il presidente eletto Trump.
Trump vinse le primarie repubblicane col voto di molti giovani democratici, che si iscrissero nelle liste repubblicane per farlo vincere. Pensando: che candidato migliore per il partito Democratico? Questo è un fatto. Ora la vicenda di ripete con l’incriminazione di Trump a opera della Cia, di un agente segreto della Cia? È possibile.

La dittatura era dei media

Si rilegge come il romanzo della dittatura dei mass-media. Senza dubbio, benché risalga a settant’anni fa. Di un potere dittatoriale che si basa sull’opinione pubblica. Un’opinione imposta ma non col manganello, se non come retropensiero di ognuno, interiorizzato. Per un dominio più compiutamente dittatoriale: senza senza piegche, anfratti, buchi, rammendi o rattoppi, senza spazi nemmeno per respirare. Tradibile, forse, solo col pensiero, inespresso.
Si presenta – fu presentato nel 1949 – come un sequel alla “Fattoria degli animali”, il pamphlet antisovietico. Un romanzo di Resistenza a poteri occulti. Ma è la cronaca di una Mano Nera dichiarata e opprimente. Vasta come l’aria che si respira: le parole che si dicono, che si intendono, il senso delle cose, il senso politico e alla fine anche psicologico. Non libero, come oggi i social, ma ugualmente invasivo. Uguale anche l’esito: disseccante.
George Orwell, 1984

venerdì 11 ottobre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (405)

Giuseppe Leuzzi


La Corte Europea dei diritti umani dice che l’ergastolo ai mafiosi non è umano. È un problema di lettura dei diritti umani, che pure dovrebbero essere indivisibili. Di una civiltà giuridica europea scesa a livelli da basso popolo, social. Dice bene al contrario Rosaria Schifani, la vedova di una delle vittime delle stragi di mafia: “Ci hanno condannato all’ergastolo del dolore”.
I giuristi europei non sono equanimi: gente con cento omicidi esce dal carcere dopo venti e quindici anni, senza pentirsi. Dice: è redenta. Da che cosa? I giudici non hanno senso del reale.

Il “papello” di Riina, che i giudici tanto denunciano, non prevedeva esattamente quello che la Corte Europea dei diritti umani impone, l’abolizione dell’ergastolo? Sì. Ma celebreremo mai un processo alla Corte Europea per mafia? No, giudice non morde giudice.

Catanzaro ha il record della raccolta differenziata, col 67 per cento. Bari ha fatto meglio in uno dei quartieri, con l’80 per ceto. Cosenza è passata in sei ani dal 22 al 66 per cento. In paese, si può testimoniare, la differenziata è stata al 100 per cento appena promossa, senza nemmeno tante spiegazioni, dal Comune. Il Sud è legalitario Sarebbe, se i Carabinieri gliene dessero lo spazio. Debellando la mafia, per esempio, invece di coltivarla ingigantendola.  

Ma il Sud ha un solo impianto per il trattamento dei rifiuti, quello di Acerra in Campania. Voluto e realizzato peraltro dal governo screditato di Berlusconi. Purtroppo il Sud è materia di chiacchiere, nella chiacchiera generale che è la politica italiana.
Il Sud dovrebbe emanciparsi dall’Italia: tutti i discorsi sull’unità sono terribili, e inutili, perché confluiscono sul vincolo territoriale. No, il Sud deve liberarsi dalle chiacchiere italiane, tornare fattivo.

Il Cavazzoni mafioso
“C’è stata un’epoca in cui vincevo continuamente dei premi (letterari) specie nel sud d’Italia, ho vinto a Palmi in Calabria, a Cosenza, a Catania, a Roma, a Barletta, in Lucania, a Bari, e in altri posti minori che non ricordo”: Ermanno Cavazzoni, “Quando vincevo i premi letterari”, “Sole 24 Ore” di domenica. A  parte Roma confinata al Sud, il beffardo Cavazzoni non è contento di essere confinato al Sud nella critica letteraria e non ha torto: al Sud non si vendono libri, e se se ne vende qualcuno non lo si paga al distributore. Ma conferma che il cazzeggio ha corso al Sud, l’ironia dissolvente, e un po’ amara.
Lo scrittore emiliano approfitta delle congiuntura, nel racconto che pubblica nella raccolta “Storie vere e verissime”, per satireggiare l’illustrazione della mafia, l’esercizio prediletto dell’Italia. “Mi sono convinto a posteriori che mi appoggiava la ‘ndrangheta: frequentavo a quel tempo dei calabresi…”. Dev’essere così: “La mafia spazia, ragiona in grande, usa a loro insaputa le grandi personalità della storia”. E organizza premi letterari. 
I premi letterari mafiosi non è male.
I penultimi che avevano “capito” il Sud e le mafie sono Fruttero e Lucentini, che sono morti da tempo.

Gesuiti e cappuccini
Due ordini di Cappuccini si sono formati attorno al 1552, uno in Calabria e uno nelle Marche - Silvestro Morabito, “Cappuccini calabresi nel mondo”. Il primo “movimento di riforma” fu calabrese, 1518, a opera di due francescani di Reggio, Ludovico Comi e Bernardino Morlizzi, cui furono confidati i conventi di Terranova, Cinquefrondi e Tropea per esercitarvi con altri confratelli la “genuina” regola francescana. Matteo da Bascio, in Ancona, seguiva. Ma nel 1525 richiese e ottenne da papa Clemente VII il placet per ritirarsi a vita eremitica. Una iniziativa che altri due frati, i fratelli Ludovico e Raffaele da Fossombrone, trasformarono in movimento di riforma. Ottenendo dallo stsso Clemente VII il 3 luglio 1528 il breve “Religionis zelus” per il riconoscimento di una nuova congregazione francescana, i Frati minori della vita eremitica.
Anche i frati calabresi, spiega padre Morabito, avevano ottenuto nel 1525, in occasione del pellegrinaggio a Roma per l’Anno Santo, un breve papale di riconoscimento, che consentiva loro, insieme con altri dodici fratelli, di ritirarsi nell’eremo di Valletuccio. Ma questo breve è andato perduto: nel 1544 arrivò in visita a Mileto, dove il documento si conservava, il Generale del nuovo ordine, un marchigiano, padre Eusebio di Ancona, che se lo prese per portarlo alla sede centrale a Roma, dove non si è più trovato.
Padre Silvestro Morabito, nome arabo, professione cappuccino, tratta nella sua storia dei Cappuccini missionari. Con orgoglio. Ma c’erano missionari e missionari.
I cappuccini, i barbadinhos, erano la causa del ritardo dell’Angola, secondo José Eduardo dos Santos, scherzoso ma non del tutto, un ingegnere di Mosca, incontrato ad Algeri, compagno di Agostinho Neto nella guerra contro il Portogallo per l’indipendenza dell’allora colonia – di cui poi sarà il “presidente” ininterrotto per quarant’anni, fino all’anno scorso. Ma, poi, senza loro colpa.
Il fatto è narrato nel romanzo di Astolfo, “La gioia del giorno”:
“È scettico José Eduardo dos Santos, un ingegnere, coetaneo:
“- Tutta l’Africa è indipendente, eccetto le colonie portoghesi: per quale peccato? – E si risponde: - C’è chi ha avuto i francesi, chi gli inglesi, chi i gesuiti. Noi abbiamo avuto i portoghesi e i cappuccini, i poveri di Europa, che dopo due settimane montavano come conigli, insabbiati nella brousse. Siamo la loro carne.
“I cappuccini accatastano teschi in chiesa, a Palermo, a via Veneto, al Kreuzberg, ma fuori, si vede, se la godono. Sono bizzarri i destini della storia. L’Africa subì i cappuccini, ma i guaranì e gli altri nativi americani, che i gesuiti protessero dalla stupidità coloniale, non ne furono salvati. Né si può dire negativo l’ardore dei cappuccini. Il progressista marchese di Pombal, che perseguitò i gesuiti, impose agli angolani l’emigrazione in Brasile. Ne nacquero il samba e tanti brasiliani. Il marchese, riponendo la prosperità nella demografia, fece del Brasile un fottisterio: “L’estrema voluttà dei portoghesi li portava a integrarsi senza difficoltà ai tropici”, così Freyre spiega il lusotropicalismo, prima della squalifica del negro, e delle negre.”

I Versace carbonai
Se è vero quanto racconta Donatella Versace a “Io Donna”il 14 settembre, i Versace vengono da una famiglia importante di Reggio Calabria. Santo, il fratello maggiore, laureato (con 110 e lode) in giurisprudenza a Messina. Donatella con studi universitari a Firenze. La madre stilista, e non una sartina. Il padre un ricco proprietario terriero: “Mia madre era una donna molto forte e autonoma. Veniva da una famiglia povera, si era fatta da sola: aveva sposato un uomo ricco, perché i Versace possedevano miniere di carbone, ma lei non gli ha ma chiesto un soldo. Aveva una grande sartoria, lavorava tantissimo e io la vedevo davvero poco. Siamo cresciuti con una specie di zia che stava con noi”
 “Miniere di carbone” è inesatto, non ce ne sono mai state, né in Calabria né in Italia. Si produceva carbone di legna, che allora era richiesto, nelle carbonaie, in primavera, nei grandi boschi dell’Aspromonte. E attorno a Carmelia, in territorio del comune di Delianuova, di cui i Versace erano proprietari per larghe superfici – la parte del Demanio che con l’Unità era sta ceduta ai patrioti e agli amici degli amici.
Ercole Versace, che per la famiglia curava gli interessi in montagna, fu il primo dei sequestrati dell’Aspromonte, il 3 luglio del 1963.

Delocalizzazioni
Si commissaria l’Asp di Reggio Calabra, con grave scandalo: ha accumulato 240 milioni di deficit. E lo scandalo continua dopo tre mesi. A Massa, per una popolazione che è un terzo della provincia calabrese, l’Asp ha fatto un crac di 400 milioni. Non ora, dieci anni fa. E nulla: la Regione Toscana l’ha commissariata e risanata senza storie. Con la pretesa di avere la migliore sanità d’Italia. Anche se ha il record di morti quest’anno per il virus New Delhi, dopo avere avuto per alcuni anni quello dei morti per meningite.
Avviene di passare un mese in Toscana e un mese in Calabria, oltre a vari soggiorni alternati nelle due regioni. Tra il più augusto compiacimento, cioè, e la celebrazione costante, e il continuo disprezzo, una geremiade costante.
D’estate il mare di Massa è molto celebrato, Riviera Apuana e Versilia. Molto caro. Con molte bandiere blu - Legambiente è sempre legata alla Toscana, benché la Toscana non sia più “rossa”. Anche se dopo ogni temporale, anche di pochi minuti, la sporcizia galleggia sulle acque e l’Arpat deve dichiararle non balneabili, per almeno 5-7 giorni - i torrenti che vanno a mare dalle Apuane sono neri di sporcizia. Come dire che si può passare la stagione senza mare. Nella Costa Viola, tra Palmi e Scilla, il mare è trasparente in proporzione inversa, nove giorni su dieci. Ma senza bandiere blu. E con titoli che campeggiano sui giornali allarmistici per più giorni se una macchia qua o là appare.
Anche i servizi lasciano a desiderare, a Massa e dintorni. Specie quelli essenziali, alla “navigazione”. Il segnale è scarso in tutta la riviera, nelle residenze – bisogna andare sulla spiaggia, dove i bagni si sono organizzati un wi-fi. Ed è assente in molti paesi, anche popolosi, delle Alpi retrostanti - che pure sono tutti vista mare, quindi sarebbero facili da servire, non fosse l’incuria. Si telefona dovunque negli anfratti dell’“area metropolitana” di Reggio Calabria.
C’è una evidente percezione diversa degli stessi fatti, in dipendenza dalla localizzazione. È positiva e convinta a Nord, pessimista e perfino disfattista a Sud - anche a Roma (a Roma si vede ogni giorno leggendo la cronaca di Milano sul “Corriere della sera” e la cronaca di Roma sullo stesso giornale: semplice e osannante quella, corrucciata e disperante questa).
Ma è pur vero che la storia dice, nella fattispecie, che i Romani, per punitre gli Apuani e i Sanniti, irriducibili, li delocalizzarono: gli Apiuanid deportarono nel Sannio e i Sanniti nelle Apuane.


leuzzi@antiit.eu