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sabato 24 luglio 2021

Problemi di base paraleghisti - 650

spock
Perché non ammettere una evoluzione  delle cose: che un’arma si armi da sola, punti, e spari?
 
Ci sono molti lombardi a Roma, anche fuori del Parlamento, non ci sono praticamente romani in Lombardia, c’è un motivo?
 
Che ha fatto Salvini di buono, a parte espellersi dal governo, dire viete giaculatorie, andare a Mosca in udienza da Putin, che non lo ha ricevuto, ed espellere la  destra dalle amministrazioni comunali e da ogni governo?
 
Salvini senatore della Calabria – che Lega è, non c’è più religione?
 
E vaccinato, contro che cosa?
 
Si è capi della Lega per grazia infusa, come la Madonna?
spock@antiit.eu

L’unità lasciata ai prefetti, da ridere

Camilleri storico, come gli piaceva, ma aristofanesco, da risate sguaiate. Un racconto non suo, non di sua invenzione, poiché “si basa in gran parte su fatti realmente accaduti”. Anzi, raccontati dallo stesso malcapitato protagonista, Enrico Falconcini, “Cinque mesi di prefettura  in Sicilia”. Un signore di Pescia in Toscana nominato prefetto a Montelusa-Agrigento. Ignorante e incapace, come si addiceva ai funzionari del neonato Regno d’Italia, che accumula disastri su disastri e non se ne rende nemmeno conto – dopo cinque mesi il governo deve sostituirlo.
Camilleri sceglie la vena comica per narrarne le gesta. Ma pone ancora di più la necessità di una vera storia dell’unificazione italiana, fuori dalle polemiche giornalistiche.
Si ride dall’inizio alla fine. Con una nota in ultimo di come le cose potevano andare meglio. È il 1862, Garibaldi prova dalla Sicilia a risalire la penisola per il suo “Roma o morte”. Lo stivale di Garibaldi è quello che il suo aiutante  Ricci-Gramitto, un siciliano alto e energico, gli ha levato quando fu ferito sull’Aspromonte. Ricci-Gramitto se lo porta a casa, e ci organizza sopra manifestazioni patriottiche. Alle feste partecipa anche la sua figliola, che s’invaghisce del figlio di un industriale dello zolfo, Pirandello, se lo sposerà, e sarà la madre di Luigi Pirandello.       
Andrea Camilleri,
Lo stivale di Garibaldi, “la Repubblica”, pp. 45, gratuito col quotidiano

venerdì 23 luglio 2021

Problemi di base - 649

spock

Meglio i “sapori senza tempo” o quelli attempati?
 
“I re sono scomparsi ma i cortigiani sono rimasti”, Coco Chanel (P.  Morand)?
 
Se mi vaccino sono più libero, o meno libero, onorevole Fico?
 
Mi si nota di più se vengo vaccinato, oppure se non mi vaccino – magari vengo e sto in disparte, Nanni Moretti (fake)?
 
Black block a Napoli contro il clima: quello vecchio o quello nuovo?
 
Ci sono molti lombardi a Roma, anche fuori del Parlamento, non ci sono praticamente romani in Lombardia, c’è un motivo?
 
Vogliamo il gas russo senza Putin?
 
Era meglio il gas di Breznev?

spock@antiit.eu

Le idee nella spazzatura

“Avviene con le nostre pattumiere come con le nostre idee. Come conoscere i loro vero destino una volta che le abbiamo lasciate andare nel mondo? Mme Dodin”, la portiera che lamenta ogni mattina di dover raccogliere i rifiuti, “è la realtà del mondo”. La mattina presto, fino alle 6,30, quando il ribaltabile della nettezza urbana irrompe nella rue Sainte-Eulalie, Mme Dodin s’intrattiene col suo amico lo spazzino Gaston, dopo l’immane sforzo di trasportare la pattumiera condominiale sull’uscio,  e con Mlle Mimì, una vergine matura, affittacamere, che abita di fronte, sui destini del palazzo e del mondo. A beneficio anche dei condomini, le sere d’estate quando si dorme con le finestre aperte.
Un lungo racconto sulla portiera del condominio ossessionata dai rifiuti – benché ancora non in regime di differenziata (siamo nel 1954, anche se il racconto poi confluirà nella tarda raccolta “Des Journées entières dans les arbres”, 1982). Un esercizio di abilità - tutto è materia di racconto – e un divertimento, per la scrittrice, che a ogni ripresa si vede intenta a cercare per questo niente un nuovo tornante, e anche per il lettore. La surrealtà della realtà più banale – “avviene con le nostre pattumiere come con le nostre idee. Come  conoscere il loro vero destino una volte che le abbiamo lasciate andare nel mondo? Madame Dodin è la realtà del mondo”..
Madame Dodin è una che “si rifiuta a qualsiasi compromesso con l’umanità”. Ha lasciato i due mariti, perché bevevano. E i due figli, dai quali si tiene lontana. Gaston, il suo giovane interlocutore, quarant’anni, “uno spazzino che canta in latino”, seppure di messa, lo tiene anche lui a distanza, del resto non ci potrebbe andare a letto, essendo sui sessanta. Si fann gavettoni e altri scherzi maneschi, perché, dice lui a lei, “non ti stanchi mai di trovare trucchi per rompere i coglioni”. 
Marguerite Duras,
Madame Dodin, Folio, pp. 77 € 2

giovedì 22 luglio 2021

Gobetti uomo del Sud

Gobetti, “un giovane alto e sottile” nel ricordo di Carlo Levi, fu nei suoi pochi anni, morì di 25 anni, editore, giornalista, politico, filosofo politico, slavista (“Il fiore del verso russo”), e uno degli oppositori più temuti da Mussolini, benché ancora agli inizi della sua “lunga marcia”, con la chiusura d’autorità delle sue attività editoriali, l’attacco fisico impunito dei fascisti per strada, l’esilio, benché volontario – morì a Parigi poche settimane dopo l’attacco torinese.
Ci sono molti aspetti di Gobetti che meritano una ripresa, una riflessione. Per primo l’ “operaismo liberale”, che ipotizzò su “La rivoluzione liberale”, la più pregnante delle sue creazioni giornalistiche, sulla traccia di Gramsci e il suo “Ordine nuovo”, dove aveva cominciato a scrivere, seppure solo di teatro - come già Gramsci sul quotidiano del partito Socialista. Spadolini ne ripercorre molti, in vari interventi su pubblicazioni diverse, soprattutto su “Il Mondo” e su “La Stampa”, da storico e da politico. In Gobetti individuando il personaggio e il pensiero che più lo hanno sostenuto nella sua avventura politica, da ministro di vari governi in varie funzioni, da ultimo come presidente del Senato, e nel mezzo da presidente del consiglio. Un anno e mezzo soltanto a palazzo Chigi ma denso: la guerra in Libano, la strage di Palermo contro Dalla Chiesa, la P 2, il sequestro e la liberazione del generale Dozier, lo schieramento in Italia, a Comiso, dei missili a testata nucleare Curise, l’inflazione al 22 per cento, la visita di Arafat in Italia, la malevolenza degli alleati di governo, i democristiani soprattutto – Spadolini si reggeva sull’autorità del presidente della Repubblica, Pertini.
Cosimo Ceccuti, il presidente della Fondazione Spadolini Nuova Antologia che fu collaboratore di lungo corso di Spadolini, custode della sua sterminata biblioteca personale, ha raccolto i tanti saggi sparsi che lo storico del giolittismo, e politico di fede repubblicana, ha dedicato a Gobetti. Uno in particolare incuriosisce, “Gobetti uomo del Sud. All’attacco del parassitismo”, su “La Stampa”, 18 maggio 1993, un anno prima della morte.
Il 2 dicembre 1924 “La rivoluzione liberale” pubblicava l’“Appello ai meridionali”, steso da Guido Dorso e firmato da molti intellettuali. È il testo che propone una rilettura del Risorgimento, e la questione meridionale come “la questione italiana”. Gobetti è d’accordo. A maggio era stato a Palermo, osservatore acuto, come testimoniano le sue “Lettere dalla Sicilia”, pubblicate via via su “La rivoluzione liberale”. L’anno prima, a gennaio, si era recato a Napoli per incontrare Benedetto Croce – per presentare a Croce la moglie, una forma di tributo. Pubblicava Nitti, dopo che perfino la casa editrice Bemporad , nota Spadolini, “con quell’insegna ebraica”, gli aveva chiuso “le porte in faccia”. Sturzo collaborava con “La rivoluzione liberale”, Zanotti Bianco, Giuseppe Lombardo-Raidce. E Giustino Fortunato.
L’“Appello ai meridionali” era seguito dall’impegno a pubblicare in ogni numero del settimanale una pagina dedicata alla “Vita meridionale”. Gobetti conveniva con Einaudi, nota Spadolini, e indirettamente con Salvemini, nella denuncia del protezionismo e dell’interventismo pubblico in favore dell’industria, quindi del Nord. Nella denuncia del giolittismo: “La nuova economia italiana del Nord”, scrisse, “sorgeva come industria protetta, rinnegando ogni senso di dignità”. Mentre “l’iniziativa del Sud, subito dopo il’61 connessa col brigantaggio e con l’eredità del vecchio regime, aveva reso impossibile il formarsi di condizioni obiettive” di produzione, finendo per adagiarsi in “parassitismo e beneficenza”.  Era il giudizio di Giustino Fortunato, il fallimento del “liberalismo dei conservatori”.  Mentre “un’industria nata liberisticamente non sarebbe stata l’antitesi della vita agricola, ma l’avanguardia”.
Negli ultimi momenti convulsi, l’aggressione fascista, la chiusura delle sue attività voluta da Mussolini, la nascita del figlio Paolo, la decisione di andarsene a Parigi, per fare solo l’editore, non l’agitatore politico, è a Giustino Fortunato che confida per lettera le sue decisioni.Un mese dopo, a Parigi, sarà morto. Con Fortunato Gobetti purtroppo dooveva condividere l’amara constatazione che il fascismo avrebbe trovato inerte il Meridione. Spadolini conclude con Fortunato: “Il Meridione non disturberà il fascismo. Servirà plebeamente Mussolini. Come ha sempre servito tutti, salvo a darne la colpa agli spagnoli e ai Borboni, quintessenza del nostro sangue e della nostra carne”. Non soltanto il fascismo, si può aggiungere: il Meridione non disturberà nessuno, servemdo via via i Lauro locali o la Dc, poi Berlusconi, e ora Salvini e Di Maio. Il Sud è, diciamo politicamente, servo
.
Giovanni Spadolini. Gobetti, un’idea dell’Italia, Luni, pp. 455 € 25

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (461)

Giuseppe Leuzzi

Ragionando con un amico delle Grandi Madri del Mediterrameo, Paolo Rumiz si trova a evocare (“Madre nostra che sei nel mare Mediterraneo”, “Robinson” 17 luglio) “quella fila di Madonne nere, sibille, parche, menadi, prefiche,  erinni che affollano la sacralità del nostro Meridione”. Altro che “la donna del Sud”: il Sud sarebbe femmina, in regime patriarcale?
 
“Sul confine scomparso di quella che fu la Cassa del Mezzogiorno – nato grazie a quella”, scrive Federico Fubini sul “Corriere dela sera” martedì, “l’impianto da un miliardo di dosi”, di vaccini anti-covid. Ad Anagni. Non si fa un bilancio della Cassa del Mezzogiorno – basta il nome, il Mezzogiorno, il Sud. Ma Pomezia, Frosinone, l’Abruzzo tutto, i residui centri industriali in Campania, e altrove, molto la  Cassa ha creato bene.
 
Sudismi/sadismi
“Racconta l’estate”, il quotidiano “la Repubblica”, con Paolo Di Paolo, “sulle orme di Pasolini”. In quattro tappe, partendo da Salerno. Per i sessant’anni dal “celebre viaggio” di Pasolini – in 24 ore mille km., o erano duemila km. in 48 ore. Un viaggio che il quotidiano così sintetizza: “Sessant’anni fa lo scrittore cercava un mondo che non esisteva più. Nel Meridione, scriveva, la notte è ancora quella di molti secoli fa”. Mentre “oggi qui la gente dice: «Il coprifuoco non era bello, per carità, però si vedono scene mai viste, scene da pazzi»”. Cosa che, per la verità, a Di Paolo dice “un bagnante di mezza età” – uno che “ci affida un’intemerata sugli eccessi del «cattolicamente corretto»”. Ma poi si lamenta della mancanza di pudore.
Quando si arriva al Sud non c’è rimedio – “falla come vuoi, sempre è cucuzza”, dice il calabrese.

La mafia cattiva imprenditrice
Un colpo alla dottrina della mafia imprenditrice. Isaia Sales anticipa (“la Repubblica”, 17 luglio), uno studio di tre ricercatori della Bocconi, Antonio Marra, Donato Masciandaro e Nicola Pecchiari, sulle imprese mafiose, create o comprate dalle mafie, da cui risulta che “le aziende a partecipazione criminale e mafiosa, contrariamente a quello che abitualmente si pensa, corrono più rischi di fallire rispetto alle altre presenti sul mercato perché presentano in genere una redditività più bassa, un debito più alto e una minore liquidità”.
Il linguaggio è cauteloso, ma il dato è evidente. “Abitualmente” è parola anche imprecisa, andrebbe detto “contrariamente a quanto siamo indotti a pensare” – chi conosce anche un solo mafioso sa che non è affidabile, non saprebbe esserlo, nemmeno sciacquandosi la bocca a Cambridge.
Lo studio si basa su 1.840 imprese lombarde “collegate con diverse modalità al crimine organizzato, utilizzando i dati dell’Agenza Informazione e Sicurezza Interna (Aisi)”. La conclusione sarebbe che “le mafie incidono in maniera notevole sull’economia della parte più avanzata del Paese (dove si produce il 25 per cento del Pil nazionale), ma ciò non determina un miglioramento della produttività delle imprese  coinvolte”. Conclusione anch’essa cautelosa, ma insomma: la mafia non è manageriale, può spendere ma non sa gestire. 
Un colpo al tutto mafia, all’epica mafiosa. Che i mafiosi non sono buoni investitori  si sapeva: il clan calabrese degli Alvaro ci ha rimesso qualche milione, a via Veneto, tra il Café de Paris e il grande bistrot California. Lo stesso il (presunto) clan Mattiani di Palmi, sempre a Roma: dove aveva rilevato l’Antica Pasticceria Bella Napoli alle Sette Chiese, e col Vaticano, che aveva procurato le necessare licenze edilizie, e un mutuo veloce di favore, aveva riconvertito in pochi mesi, in tempo per il Giubileo 2000, un vecchio convento monacale ormai disabitato, il Luz Casanova, nel Grand Hotel Gianicolo, con roof garden vista san Pietro. Espropriati entrambi, gli Alvaro e Giuseppe Mattiani.
P.S.- Questi due casi però necessitano un poscritto. Sia gli Alvaro che Mattiani hanno poi avuto indietro i beni dalla Cassazione – Mattiani da subito, già in Appello: il suo delitto era stato di candidarsi a sindaco, per questo fu prontamente fatto inguaiare da uno dei Gallico, mafiosi invece professi e condannati. La mafia è poco imprendoriale, ma che dire della giustizia?
 
Legge speciale per il Sud
Il diritto penale le esclude, il diritto democratico, costituzionale: le leggi “speciali” non ci possono essere, discriminatorie. Ma per il Sud sì. Non contro il Sud, contro le mafie. Che, come è noto, sono al Sud.
Un inedito, solitario, riesame del decreto legge 164, 1991, che compie trent’anni, di Paolo Riva per “Buone notizie”, il settimanale del Terzo Settore del “Corriere della sera”, lo spiega con pochi dati (il dl 164 è stato abrogato nel 2000, ma lo scioglimento amministrativo delle amministrazioni locali è rimasto nel Testo unico sull’ordinamento degli enti locali, Tuel, n. 267 del 2000,artt. 143-146): il Prefetto può mandare a casa un consiglio comunale, col sindaco, a suo giudizio. Come usava fino a qualche decennio fa con il “confino di polizia”.  Confidando i Comuni, di qualsiasi dimensione, di mille o di centomila abitanti (a Roma si è arrivati, almeno un paio di volte, dopo la giunta Carraro e il sidnaco Marino, ai

X due o tre milioni, quanti ne conta la capitale), a tre funzionari di prefettura, per un anno e mezzo, con auto e autista, pagati in sovrappiù, per “non fare”.
Un “confino” di cui la Corte Costituzionale nel 1993 ha confermato la validità. In questi termini: lo scioglimento dei consigli comunali va considerato l’extrema ratio dell’ordinamento per salvaguardare la funzionalità della pubblica amministrazione. Funzionamento che invece viene del tutto bloccato perdurando il commissariamento. Che poi lascia tracce sempre negative, in termini di efficienza amministrativa, e perfino di presenza fisica. A Roma queste tracce sono ancora visibili dopo l’ultimo commissariamento: l’assentesimo è aumentato e gli uffici sono ingovernabili. Il precedente commissariamento, nel 1993, s’era affrettato a cancellare l’appalto della rilevazione del patrimonio immobiliare del Comune: il Campidoglio possiede cieca 40 mila unità immobiliare, si ritiene, non si sa, molte di pregio, si ritiene, non si sa, da cui percepisce quanto non basta a pagare gli uffici del patrimonio.   
La legge del 1991 è stata applicata 356 volte. Per “quasi il 90 per cento al Sud, Calabria, Campania e Sicilia”. La quota meridionale è ingrossata perché alcuni comuni sono stati sciolti più volte. Riva cita Marano, nel napoletano, ma Platì si può aggiungere, in Calabria, e San Luca – paesi dove le elezioni comunali vanno deserte, tutti hanno qualche parente più o meno oberato da carichi pendenti.
Per lo scioglimento la legge prevede che ci siano “concreti, univoci e rilevanti elementi sui collegamenti degli amministratori con la criminalità organizzata”. Ma a volte basta una semplice cuginanza con un portatore di carichi pendenti – anche non intervenuta dopo il voto, antecedente alla compilazione delle liste elettorali ma allora non rilevata. Sui “collegamenti” vigilano i Carabinieri, con i carichi pendenti, in un quadro giudiziario cioè, e anche con la “note di servizio”, informali, di caserma.
Decidono i prefetti: la legge riporta all’Italia dei prefetti spadoliniana, cioè giolittiana.
  
Mafie
Lorenzo Tondo racconta dei tanti delitti di mafia impuniti – lo fa sul “Guardian”, che è un giornale ingleose, in Italia l’argomento non appassiona. A Carini, in provincia di Palermo, Vincenzo Agostino ha visto a giugno, dopo trentadue anni, una condanna per l’assassinio del figlio poliziotto, Antonino, e di sua moglie Ida, incinta di cinque mesi, mentre passeggiavano sul lungomare.  Antonino collaborava con i servizi di intelligence, alla caccia dei altitanti.
A Soriano Calabro Filippo Ceravolo, 19 anni, ucciso nove anni fa per sbaglio, per avere accettato un passaggio in macchina da un amico che invece era nel mirino della ‘ndrangheta locale, attende ancora giustizia. Nonostante i killer, quattro, siano stati individuati. I genitori di Filippo e la sorella vivono tra depressioni e tentati suicidi.
A Foggia Francesco Marcone è stato assassinato nel 1995 nella tromba delle scale del suo condominio: era il direttore dell’ufficio del registro e aveva denunciato “la corruzione del suo stesso ufficio e l’evasione fiscale di diverse aziende”. Ucciso non si sa ancora da chi.
Tondo racconta vari casi di giustizia negata di “quattro regioni dell’Italia meridionale con una tradizione di crimine organizzato”, avverte il giornale. E viene da chiedersi: da chi? Ma non sfugge nemmeno lui, Tondo, di Sciacca,  alla sociologia da caserma: la giustizia non funziona per l’omertà. Cioè: i morti non parlano, nemmeno i loro parenti. Perché, si sa, della mafia tutti sanno tutto.
Ma questo, in parte, è vero: i Carabinieri hanno sempre molte confidenze – a parte le lettere anonime.
 
Il clan come esca
Domenico Forgione, mite scrittore di storia locale di Sant’Eufemia d’Aspromonte, si è fatto sette mesi di carcere un anno e mezzo fa perché “intercettato” in storie di mafia. Scarcerato a inizio anno trova ora la forza di spiegare il suo caso: incredibile. Ha subito detto all’interrogatorio di convalida dell’arresto che lui non era lui, che lui non aveva mai parlato con i criminali. Ma né il gip né il riesame gli hanno creduto – semplice, non lo hanno ascoltato.
La Direzione antimafia di Reggio Calabria agitava contro Forgione un “coacervo” di indizi. Senza però mai produrli. Finché, minacciata, non ha accettato una perizia fonica, che il Ris di Messina ha certificato: Forgione non era Forgione.
Lo stesso hanno accertato, dopo lunga contesa procedurale, le perizie  foniche per il vice-sindaco di Sant’Eufemia, Idà, e per il presidente del consiglio comunale, Alati, arrestati insieme con Forgione.
Eyphemia, l’inchiesta di Sant’Eufemia, ha portato a 65 arresti, in mezza Italia: Milano, Bergamo, Lodi, Pavia, Novara, Perugia, Ancona, Pesaro-Urbino, oltre che localmente. Tutti ruotanti attono al famoso clan Alvaro di Sinopoli. Che però è su piazza da almeno sessant’anni ormai, sessantatré per l’esattezza, e sempre a piede libero.
Il clan serve come esca? Gli arresti per collusione con gli Alvaro saranno ormai migliaia – era già a Roma una trentina d’anni fa, avendo rilevato il Café de Paris a via Veneto, e il California, un bistrot su tre piani, nell’adiacente via Bissolati. Saranno questi Alvaro, nell’intimo, collaboratori di giustizia? Farebbero un buon giallo: vendicarsi dei propri nemici, o anche solo di quelli dei Procuratori della Repubblica, semplicemente accostandoli.
Il Café de Paris, benché confiscato, è tornato di recente nella disponibilità degli Alvaro. Un avviamento ora azzerato, però che soddisfazione.
 
Puglia
Al Bano canta in chiesa a Andria al matrimonio di conoscenti e il vescovo s’infuria. Ma forse non è mai andato a vedere come si fa un matrimonio oggi, in chiesa. Un business: Bari vanta 31 location per matrimoni, ville, castelli, palazzi, monasteri, saloni.
 
Anche Carla Bruni canta al matrimonio, questo non in chiesa, all’hotel Crillon, del calciatore Verratti a Parigi. Ma gli ospiti hanno travolto la première Dame intonando insieme, in coro, “Felicità”, di Al Bano. Se Parigi avesse lu mere, sarebbe una piccola Bere.
 
Rumiz la mette al Nord. Qualche anno fa, 1999, scrivendo delle sue peregrinazioni estive, “Capolinea Bisanzio” (ora in “È Oriente”), Rumiz faceva il vecchio gioco dei quiz al concorso militare per ufficiale di complemento – è più a Est Trieste o Napoli, etc.? Il Sud volendo un Oriente: “Prova a guardare dal Gargano la retta infinita che divide il verde dell’Adriatico dal giallo andaluso del Tavoliere”.

Ma di fatto Rumiz ricalcava la meridionalità del Sud, con qualche annessione al Nord: “Lo Stivale s’inclina, la Puglia non è affatto Sud ma guarda a settentrione. L’Adriatico è il mare del Nord. I latini lo chiamavano superum, mentre il Tirreno era inferum, meridionale”.
Con le migliori intenzioni, ma senza fiato. Insistente: “Se dal Gargano tiri una linea verso ovest, incontri la Catalogna, profondo Nord della dirimpettaia Spagna”. 
 
“A Manduria, dove vivevo con la mia famiglia, non c’erano librerie. Zero”, lamenta con Antonello Guerrera, sul “Venerdì di Repubblica”, lo scrittore Franeesco Dimitri, che torna in libreria con un fantasy scritto in inglese – si scrive come si fanno i film? Era ventisei anni fa, Dimitri aveva tredici anni, e non riusciva a leggere “Il Signore degli anelli”. Si penserebbe perché, un po’, illeggibile. No: “Era il Sud feroce”, conclude. Sarà per questo che se ne è andato a Londra.
 
Di Manduria quando Dimitri era bambino si hano ottimi ricordi – fu nel 1946 o 1947 la città più ricca d’Italia, quella che oggi è Varese o Bologna secondo “Il Sole 24 Ore”, avendo olio e vino. Del resto, lo stesso Dimitri poi lo dice: “Quando ero ancora in quinta elementare”, quindi a dieci anni, “mio fratello Arcangelo aveva comprato per sé ‘Lo Hobbit’, edizione Adelphi. Lo lessi anch’io, tutto d’un fiato”.
 
Conversando con la commessa di pasticceria a Patrasso, nell’attesa della traghetto, una ragazza che parla l’italiano, ha viaggiato in Europa, sbarcando a Bari, chiediamo l’impressione che fa a una giovane greca l’arrivo in Italia. “Tutto è grande è la risposta”, dopo una pausa. E specifica: gli uliveti, gli agrumeti, i campi, allora, di grano. Sottinteso: in raffronto alla Grecia, dove tutto è minuscolo. Grande è l’epiteto della Magna Grecia.
 
Mantiene la primazia in tutto il Sud, in fatto di politica e di istituzioni. Rispetto a Napoli per esempio, o alla Sicilia, aree più popolose e a vocazione più scopertamente – dialetticamente – politica: Salandra,  Di Vittorio, Moro, Conte (Boccia, Bellanova), eccetera, i fratelli Salvi, Cesare e Giovanni, che hanno gestito per qualche decennio mezza giustizia. O economica di Stato: Menichella (Banca d’Italia), Di Cagno (Enel), Sette (Eni).
 
O forse non ha più “gente famosa” delle altre regioni. Ma non fa pesare una pugliesità – come la napoletanità, la sicilitudine. Lo stesso i suoi tanti artisti, specie i musicisti, Muti, Modugno, Arbore, eccetera. Il Sud si obera di una finta tradizione, fine a se stessa, che finisce per fare zavorra, la Puglia va invece veloce.

leuzzi@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo (129)

Il Senato del Texas ha applicato la cancel culture a Martin Luther King. Né “I have a dream” né la “Lettera da una prigione di Birmingham” si possono insegnare a scuola. Il Senato del Texas è evidentemente repubblicano, ma non senza titolo per decidere, ai termini della cancel culture.
Afroamericani in battaglia sui social contro la ginnasta italiana Vanessa Ferrari e in difesa del loro idolo Simone Biles, per un commento razzista che però non c’è mai stato. Un commento contro Biles era stato postato da un’altra ginnasta italiana, Carlotta Ferlito, che alla finale alla trave ai mondiali di Anversa, 2013, era stata declassata di un posto, fuori medaglia, per un ricorso vinto da Biles. Il commento di Ferlito era: “La prossima volta io e Vanessa (Ferrari, n.d.c.) ci dipingeremo il volto di nero per vincere”.
Biles è alta 1,43, per 47 kg.. Ferrari 1.46, per 47 kg.. Ferlito 1,60, per 55 kg. È diverso il peso specifico – o anche questo è razzismo? Agli americani non piace perdere, come alle italiane, e gli afroamericani evidentemente sono americani. Biles è già stata dichiarata in America, prima dell’Olimpiade di Tokyo, “la più grande atleta del mondo”
Dopo oltre cento anni la squadra di baseball di Cleveand cambia nome: non più “Indians”, nome ora irrispettoso dei nativi americani, ma “Guardians”. Lo stesso aveva fatto un anno fa esatto la squadra di football americano di Washington, i “Redskins”, che si erano ribattezzati anonimamente , dopo il 1937, Washington Football Team.
Ha fatto campagna contro Trump, prima e dopo la sua elezione a presidente nel 2016, autore anche di un best-seller anti-Trump, “Elegia americana”, commentatore per quattro anni anti-Trump di “The Atlantic” e opinionista del “New York Times”, ma ora è un trumpiano convinto. Al punto da concorrere per il Senato in Ohio, dove la vittoria per un repubblicano è improbabile, agitando i temi di Trump, per primo la vittoria rubata da Biden. È James David Vance, barbuto quarantenne. È anche affermato venture capitalist – per questo si suppone che attaccasse Trump – e come tale si presenta.




La legge dei Procuratori – bis

“Ci sono 57 mila pendenze, con già oggi altrettante prescrizioni, solo nel distretto di Napoli, e non per effetto della riforma approvata dal consiglio dei ministri ma per una situazione di gravità estrema, una violazione ai diritti delle vittime e degli imputati”. Un ministro della Giustizia finalmente non di categoria, Maria Cartabia, non ha problemi a dire la verità ai giudici napoletani che sollevavano la solita ammuìna contro ogni (eventuale) obbligo di lavorare. “I processi non rischiano per colpa della riforma”, così “il Messaggero” titola “la lezione di Cartabia ai giudici di Napoli”.
Napoli è un caso a parte, e lo sa bene la mezza Italia che per qualche secolo l’ha sofferta. La Napoli non dell’ingegno e del fare applicato, inventivo, faticatore, ma la Napoli che si vorrebbe nobilissima, dei “professionisti”. Del non fare – giudici figli di giudici nipoti di giudici, primari figli di primari nipoti di primari, tutta l’insolenza che farebbe inorridire una democrazia, con l’insensibilità ‘ncoppa alla presunzione. Vent’anni fa il Procuratore Capo di Napoli Cordova litigò con i suoi sostituti, specialisti, a suo dire, del “non andare” meglio del “non fare”. Con montagne di procedimenti mai aperti, oltre alla montagne di quelli finiti nella sabbia. Finì che Cordova fu rimosso, dal Csm, su filippica di Giovanni Salvi, il giudice di tutti i processi “delicati”, Ustica, Pecorelli , Calvi, fratello di Cesare Salvi, senatore e ministro ex Pci.
Ora i giudici non hanno più altri giudici con cui interloquire, ma la Unione Europea, che non vuole affidare i suoi miliardi agli esperti del “non andare”. 
È curioso che, oggi come vent’anni fa, i giudici recalcitranti siano automaticamente annessi dalla sinistra politica. Questa è un’altra storia, ma è parte importamte dell’insieme. Sono annessi dalla sinistra per modo di dire (loro personalmente spesso sono fascistissimi): da “la Repubblica”, col suo filo diretto con i giudici sempre e comunque, allora con D’Avanzo (fascista professo e non pentito) ora con una selva di “cronisti giudiziari” – e quindi dal “Corriere della sera” (c’è altra sinistra all’infuori delle due tribune, di comodo – per chi?).

mercoledì 21 luglio 2021

La legge dei Procuratori

“L’impianto da un miliardo di dosi”, di vaccini anti-covid, ad Anagni, la Catalent, da “un sabato notte del marzo scorso”, col nuovo corso allora inaugurato dai nuclei Antisofistcazione dei Carabinieri, “ha avuto continue visite e ispezioni da parte dell’Agenzia delle Dogane e della Guardia di Finanza”. Manca la Polizia, ma il resto c’è stato tutto e abbondante. Per quattro mesi le polizie d’Italia hanno cercato i “vaccini «nascosti»”, scrive sarcastico Fubini sul “Corriere della sera”. Si voleva trovare un caso di mercato nero dei vaccini. Lo hanno cercato dov non potevano trovarlo, in una multinazionale? Dove erano sicuri di non trovarlo?.
Non è inefficienza, è l’azione penale passata in mano alle Procure della Repubblica. Dalle indagini alle conclusioni. Cosa sia avvenuto a Frosinone Fubini non lo dice. Ma ciò che dice raffigura il Procuratore della Repubblica camilleriano, o montalbaniano, a tutto interessato meno che al crimine.
Ma c’è di peggio. A metà anni 1995 il più grosso scandalo della Repubblica, l’ammanco di 1.300 miliardi di lire alla Rizzoli-Corriere della sera, esito di ruberie diffuse e continuate. non fu né denunciato né perseguito. Lo denunciò, come abbiamo spiegato in “Mediobanca Editore”, Deloitte, il revisore dei conti. E non fu perseguito: i profittatori se la cavarono con vantaggiosi patteggiamenti, un paio, i più senza un solo avviso di reato. Mentre contemporaneamente, per la stessa tipologia di  delitti, la Procura di Milano mandava Carabinieri, Finanza e Dogane alla Mediaset di Berlusconi, due e tre volte al giorno, da 500 a mille ispezioni in un anno. Senza esito, se non su un punto: la negoziazione estero su estero dei diritti delle opere acquisite.
Era questo uno dei canali di aufofinanziamento dei dirigenti della Rcs, spiegava “Mediobanca Editore”, 1997, in casi acclarati, ma non fu mai perseguito. Lavorandoci sopra, invece, la Procura di Milano ha ottenuto infine, dopo vent’anni, la famosa condanna di Berlusconi.
L’azione penale in mano ai Procuratori della Repubblica è inefficace: lenta, e per lo più sbagliata. Si vede contro le mafie: a fronte di pochi, anche per questo eroici, perché isolati, l’incuria o inefficienza dei più. O nella diffusissima corruzione – si è perfino dovuto creare un’apposita Autorità anti.corruzione.
L’azione penale dei Procuratori è “efficiente”  - anche se spesso, a fine ciclo gudiziario, inefficace o nulla - contro i nemici personali dei Procuratori stessi. O di partito. E a fini (immediati) di carriera – se servono cento, duecento incarcerazioni per diventare Procuratore Capo. L’azione penale è obbligatoria up to a point, a discrezione.

Tycoon in volo per vendere internet spaziale

Sembra una cosa goliardica e quasi fantascientifica, il viaggio suborbitale dei neo ricconi, Branson, Bezos e Musk, una decina di minuti sparati da un razzo. È invece una promozione di internet spaziale, una banda larga celeste, al costo fra i 30 e i 100 euro al mese. Branson con Virgin Media, Bezos con Blue Origin, Musk con Space X.
Musk è partito per primo. La sua Starlink in due anni ha già posizionato 1.600 satelliti a bassa orbita, fra i 1.100 e i 1.325 km. dalla Terra, mobili. E avrebbe già raccolto mezzo milione di abbonamenti, a 100 euro al mese, per connessione tra i 50 e i 150 megabit al secondo – punta al milione entro l’anno. Bezos ha in progetto Amazon Kuiper, un investimento da dieci miliardi di dollari, per una costellazione di 3.200 satelliti su orbite dimezzate rispetto alla Starlink di Musk.
Ma prima di tutti è arrivata l’europea Eutelsat, che ha una quota del 24 per cento di OneWeb, il gruppo di telecomunicazioni spaziali cerato dal governo britannico col gruppo indiano Bharti Global. Eutelsat propone in una decina d apesi – in Italia attraverso Tim – abbonamenti alla banda larga satellitare a partire da 30 euro al mese. Tim promoziona la novità con tremila abbonamenti a 19,90 euro in più dell’abbonamento telefonico, con antenna e modem in comodato d’uso.
Uno studio Eurconsult prevede a fine decade 110 milioni di utenti della banda larga satellitare. Per un mercato da quasi 13 miliardi di dollari – 12,7.

Roma nel 1940 sembra oggi, malinconica

Brevi ritratti di “personaggi” e situazioni romane, del 1940-42, attorno a via Veneto e a Cinecittà, oppure no, che sembrano degli anni 1950-1960, e ancora oggi si ritrovano. Forse non con frequenza, ma ugualmente caratterizzati: il “bel ragazzo”, la “serata d’arte nella taverna in finto stile antico”, le amiche che l’autista scarica all’osteria popolare, per i “fagioli con le cotiche”, la “signora ironica”, “le acque”, la “domenica al mare”, col trenino, da Piramide, i “cinematografari”, i “forti industriali dello schermo”, le signore dei Parioli che si preparano a prendere il mezzo pubblico. Nel negozio di barbiere, con manicure, entra anche “il figlio del re di Spagna,”, Juan Carlos, “bel ragazzo”.
Sarà l’attrattiva di questo scrittore, catanese trapiantato a Roma, un tempo molto amato anche dai critici, Cecchi, Montale, Bo, Gigli, poi del tutto dimenticato, che ora si ripropone (l’editrice La Nave di Teseo ne ha ristampato “Tutte le opere”). Di una città che non cambia, in quasi un secolo ormai – “poche cose sono più malinconiche”, si può concordare con lo scrittore. Senza contare che nel 1940 la città si poteva presumere addormentata, narcotizzata da Mussolini, mentre oggi rema – naviga, rema poco - nel Duemila.
Ercole Patti,
Quartieri alti

martedì 20 luglio 2021

Ecobusiness

Ammonta a oltre due tonnellate, ovvero l’equivalente del peso di un Suv di grandi dimensioni, il cibo sprecato ogni anno pro capite nei paesi del G 20. Poiché io non lo spreco, e voi nemmeno,  quanto sprecheranno gli altri, due e tre camionate – come si fanno le statistiche?
Vokswagen (con Audi e Porsche), Bmw e Daimler-Mercedes sono stati multati dall’Antitrust europeo per essesi accordati a ritardare lo sviluppo delle tecnologie  che limitano le emissioni inquinanti. In segreto? Sono stati multati in segreto? Poiché non se ne è saputo niente. La multa è di di poco meno di 900 milioni.
Entra in vigore la direttiva europea contro gli oggetti di pastica monouso, dalle cannucce al cotton fioc. Con che esito? Quello di favorire industrie alternative, di plastiche non monouso. L’effetto antinquinamento è nullo, spiega Nathalie Gontard, autrice di “C’è vita senza la plastica. Perché farne a meno, prima di morire soffocati”, ricercatrice e imprenditrice di materiali alternativi. Si poteva consentire l’utilizzo di materiali biodegradabili per questi prodotti monouso. Che sono la soluzione, molto meglio che produrre plastiche multiuso.
La plastica è “materiale straordinario!”, spiega Gontard, ma contaminante e indistruttibile. Quindi anche micidiale: “Bisognerebbe fermarne subito il consumo”. Questo non è possibile, “alcune plastiche sono necessarie, ma dobbiamo limitarci a questa ristretta categoria”.

Landolfi impossibile

Un Landolfi giocoso. Apre “La passeggiata”, tre pagine di nulla, parole senza più senso estratte dallo Zingarelli – allora il vocabolario più diffuso. Un giallo elucubrato su una notazione di Gaboriau, una parodia. Allevatori di polli in batteria finiti dentro una rete più grande, gestita da polli giganti. Un esercizio sarcastico di filologia inventiva su S.P.Q.R. Qualcuno nel cosmo ha letto di un pianeta Terra, padre e figlio si chiedono cosa possa essere. 

Chiudono la raccolta due brevi testi molto landolfiani. Uno, da ultimo, sui modi del raccontare. Il penultimo è la confidenza di un compagno di viaggio, che la inventa e la modula per compiacere il suo occasionale interlocutore, che presume scrittore - una esemplificazione del romanzesco.

Un Landolfi scherzoso come lo è sempre stato, benché divagante, fantastico, metafisico, loico, segreto. Ma sempre da remoto, intellettualistico. Una lezione in classe sulla morte prende cinquanta pagine: un racconto filosofico, ma non alla maniera di Voltaire, no, di filosofia vera, argomentata, un dialogo platonico, più frammentato. Freddo di programma, il lettore di racconti si smarrisce.

Un Landolfi risentito. La raccolta è assortita in appendice di due testi testi polemici, “Conferenza personalfilologicodrammatica con implicazioni” e “Fatti personali”, l’ultimo testo, questo, proposto al “Corriere della sera”, cui Landolfi collaborava, che però non lo pubblicò. Contro Leone Piccioni, che pure si era speso molto per Landolfi, nei premi leterari, nelle critiche, in televisione, e contro Paolo Milano e, a lungo, Montale (Fatti personali”), rei di essersi occupati, con benevolenza, dei “Racconti impossibili”. Perfino contro Geno Pampaloni, che alla periclitante Vallecchi aveva passato la pubblicazione della raccolta nel 1966, malgrado le limitazioni imposte dall’autore: niente scheda, niente risvolto, niente presentazioni, niente promozioni, interviste, conferenze. 

Un risentimento di cui Giovanni Maccari, che cura il volume, non si dà ragione. Trovandola in ultimo in una sorta di complesso di superiorità, per quanto irriflesso. Essendo Landolfi “l’autore di limpide speculazioni linguistiche come il ‘Dialogo dei massimi sistemi’ (1937) e ‘La Dea cieca o veggente’ (1962)”, e “uno scrittore poliglotta, ipercolto e, si è detto, insieme a D’Annunzio, il più addentro alla lingua italiana del Novecento”. Ma è la narratività che lo isola. Un paio di racconti brevi, centrati sul romanesco, lingua e caratteri, nella forma ironica di Gadda, ne mostra la distanza dalla narratività dell’Ingegnere – Landolfi non esce dal bozzetto
Tommaso Landolfi, Racconti impossibili, Adelphi, pp. 195 € 14

lunedì 19 luglio 2021

Ecobusiness

Il ministro dell’Ambiente Cingolani non si smentisce: la transizione ecologica? “Confermo, potrebbe essere un bagno di sangue”. Se non sarà graduale, e mirata sui bisogni generali e non su interessi di parte - di mercato industriale, di mercato politico: “Per cambiare il sistema e ridurre il suo impatto ambientale bisogna fare cambiamenti radicali, che hanno un prezzo. Dovremo far pagare molto la CO2, con conseguenze, ad esempio, sulla bolletta elettrica”.
Più radicale ancora l’ex ministro dell’Industria, l’economista Alberto Clò, specialista delle questioni energetiche, ammonisce su “La Nazione-Il Resto del Carlino” contro una transizione affrettata, quale quella del piano Ue: “Fa danni sociali e riduce le emissioni globali solo dell’1 per cento”. L’Europa conta poco, riflette mesto l’ex ministro: ha già fatto molto e può fare ancora poco, il problema delle fonti di energia fossili è la Cina.
Il problema paventato da Cingolani è stato sollevato col governo tedesco, che ha ispirato il piano di Bruxelles, dal presidente francese Macron: l’industria automobilistica francese, ora franco-italiana, dovrebbe chiudere. E lo stesso il nucleare, che in Francia copre ancora il 70 per cento della produzione di elettricità, ed è considerato “pulito”.

Profumo di Chanel, pepato

“La piccola figura tormentata da indiana jivaro” si racconta. Con fedeltà, chissà, ma molto alla Morand.
Ritorna nella vasta produzione di Paul Morand questo autoritratto di Gabrielle “Coco” Chanel, nel revival Chanel in corso, per i cinquant’anni dalla morte. Nel quadro di una riaffermazione del marchio di fabbrica “France” nei piani del presidente Macron. Con le trionfali celebrazioni in costume alle sfilate di Parigi, sulla scalinata del Palais Galliera, e con la mostra “Gabrielle Chanel, Manifeste de Mode”, nello stesso palais, un edificio dell’800 restaurato per ospitare mostre. Il percorso stilistico e di vita di Mademoiselle, dalla prima marinière, 1916, allo Chanel N° 5, 1921, al tailleur, di più generazioni, al little black dress e al prêt-à-porter. Di una stilista sempre avanti agli altri, e sempre nel gusto dei più. Con pezzi provenienti da varie collezioni e musei importanti, il Victoria & Albert, il Momu di Anversa, il De Young di San Fancisco.
È notevole il personaggio. Tutto fatto da sé. Solitaria ma non zitella. Anche se con pochi amori,  non più di due grandi amori nella lunga vita, e non di comodo. In gioventù col “bell’inglese” Boy Capel”, “essere di una vasta cultura, di un carattere originale”, “inglese beneducato”, fornitore di guerra, molto amato da Clemenceau, che la “installa in un hotel a Parigi”, presto morto in un incidente d’auto. E dieci anni più tardi, nel 1924, a 41 anni, già stilista famosa, col bellissimo e ricchissimo duca di Westminster, altro britannico, l’uomo più ricco del mondo, per dieci anni (secondo questa “memoria”, per cinque secondo wikipedia) – una relazione probabilmente promozionale, come sarà quella di Onassis con Jacqueline Kennedy: il duca aveva una moglie, la seconda o terza, e non viveva a Parigi. Dopo un intermezzo con Paul Iribe, “l’uomo più complicato che abbia conosciuto”.
Con molta Italia. Il Lido entra nella narrazione come il faubourg Saint-Honoré, un posto di casa, il Lido di Venezia. I viaggi sono molteplici nella penisola, col Veronese, il parmigiano, Roma, Leonardo, e altri riferimenti domestici – tra le due guerre l’Europa era nazionalista ma ancora cosmopolita, meno identitaria di oggi.  
Un carattere forte, che qui si esemplifica in tante storie, piccole (con le dipendenti) e grandi, con gli amici, i titolati, i potenti. Un mestiere studiato. Un mestiere: l’invenzione con le mani, la prova, l’aggiustamento, l’innovazione provata e riprovata, mai l’eccesso - la moda “concettuale”, o l’illusione per i fresconi, per quanto ricchi. Con molte notazioni, via via, su personaggi piccoli e grandi: Diaghilev, grasso, pieno d’anelli, instancabile, maestro d’innovazione e di cultura ai francesi, Picasso, la contessa Adhéaume de Chévigné, née Sade, personaggio proustiano, Stravisnsky, un flirt che rischiò di diventare amore, e in breve, con vista acuta, Colette e Cocteau. E i “trucchi”, o criteri, del “taglio”, del mestiere. Molto sua, di Chanel, è la rivendicazione centrale: aver preso la donna inutile, superflua, adorna, per lo più di stravaganze, anteguerra e averla vestita come persona attiva - una che “si sente”, si conosce e cammina, non naviga.
L’autobiografia è però di fatto un testo morandiano. Anche perché è scorretto: Morand si approfitta per saldare alcuni suoi conti aperti. L’avrebbe scritto nell’inverno del 1946, così vuole il sito del marchio, basandosi su una serie di conversazioni avute con Chanel in un albergo di St. Moritz, su invito di lei. Lo stile è della confessione-confidenza, ma è un testo di Morand, scritto dopo la morte della stilista e pubblicato nel 1976.
La griffe di Morand - benché già accademico di Francia, dopo il lungo ostracismo del generale De Gaulle, per essersi schierato in guerra, da diplomatico in servizio, col regime di Vichy - è nella reiterazione di alcune sue fisime, oggi politicamente scorrette ma non censurate in questa riedizione: sugli ebrei (Morand non si priva nella sua lunga opera, prima e dopo la guerra, di sottolineare il forte legame etnico fra ebrei), e sugli “invertiti”. Ma anche contro l’intellettualizzazione della moda, dai sarti a Roland Barthes: la “poesia sartoriale” è un bel pezzo satirico. Nella prima idiosincrasia rientra la reiterata, perfino estenuante, vendetta contro Misia Sert, il “personaggio” più influente della scena parigina tra le due guerre, nata Godebska, “pianista e modella russa”: “asiatica”, modella a 15 anni per le prostitute di Toulouse-Lautrec, Renoir, Vuillard e Bonnard, “cinquant’anni tra i grandi artisti e nessuna cultura”, “una inferma di cuore, strabica in amicizia, zoppa in amore”, “anima ebrea”, che solo si cura degli ebrei.     

Con la - inevitabile? anche nel 2021? anche nelle celebrazioni? - rimozione del collaborazionismo, antisemita, che accomuna i due, Chanel e Morand. E, curiosamente, della passione di Coco per la caccia  che fu la parte grossa della relazione col duca di Westminster - certificata anche da Churchill, stranito da tanto vigore.
Paul Morand,
L’allure de Chanel, Folio, pp. 248 € 7,50

domenica 18 luglio 2021

Ombre - 570

Con l’alluvione in Germania e nelle pianure di Nord-Ovest, in Belgio e Olanda, la fine del mondo si vuole vicina. Ma era stata altrettanto micidiale l’acqua in Germania vent’anni fa, allora con allagamenti sul suo fianco di Sud-Est, Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Russia. Le alluvioni sono i terremoti della Germania, che ha grandi fiumi.
Le alluvioni in Europa sono state, nei numeri dell’Oms, circa 400 dal 1975 in poi. Con oltre tremila morti.
 
5 Stelle e Lega sono contro i vincoli alla libera circolazione, per evitare – ridurre - i contagi. Ma non lo dicono – alla quarta ondata poi si vota, a ottobre. Lo fanno dire dai loro rappresentanti nell’autorità per la Privacy, Guido Scorza e Ginevra Cerrina Ferroni.
 
Quest’ultima, professoressa fiorentina di diritto costituzionale figlia di un comunista, moglie di un barone, salviniana dichiarata (ma ha saputo evitare di venirne immolata a Nardella al voto per il sindaco due anni fa), sembra inappellabile: “Gravissimi gli effetti sui diritti e sulle libertà dei cittadini”. Ma la Costituzione non ha l’art. 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”? E la Corte costituzionale, in più sentenze? E il buonsenso: posso andare in moto senza casco, in auto senza cintura? Dio li fa, e poi li perde.  
 
L’ex presidente del consiglio Conte, che pure è uomo di legge, non vuole la riforma Cartabia della Giustizia. Non per un motivo, così: la riforma della Giustizia è stata la sua, anche se lui non l’ha fatta.
 
“la Repubblica”, che sostiene la riforma Cartabia, e il Pd, annuncia: “Il Pd difende il testo Cartabia, ma se si ridiscute il testo è pronto a proporre il lodo Orlando”. Cioè a non fare nessuna riforma della Giustizia. Sinistra sinistra – a meno che non sappia quello che dice (nei giornali succede).
 
Salvini col Pd contro Meloni era da vedere - Salvini a sinistra...
Salvini deve difendersi contro i sondaggi pro Meloni - Salvini a sinistra non è pensabile. Ma non è venuto in mente al Pd di sgambettarlo, al Copasir come al consiglio Rai? O ritiene Salvini meglio di Meloni? O non ritiene niente, giusto porta a casa qualche posto in consiglio d’amministrazione?
 
Il Tar del Lazio annulla la multa dell’Antitrust alle compagnie telefoniche che si erano inventate il mese di 28 giorni. Dunque, si scopre che il mese di 28 giorni, cioè un abbonamento mensile in più sull’anno, non è materia penale, anche se è una grossa sopraffazione – per molto meno si va in prigione (qui la truffa è di molti milioni, al mese). Ma di sanzione amministrativa. Che per di più si annulla: la giustizia amministrativa, cioè lo Stato, dice le ladrone telefoniche vergini e martiri.
 
Siena, Calabria, Roma, il Pd ha difficoltà a trovare candidati –mentre a destra i candidati sono troppi. Nessuno vuole esporsi? È cosi - a partire da Zingaretti nel 2016. Il partito non attira, ma non si chiede perché.
 
Lunedì si festeggia a Roma in pompa e in piazza la vittoria all’Europeo di calcio. Il “Corriere della sera” commosso cavalca l’entusiasmo con uno speciale martedì: “Cuore azzurro”. Con foto-ricordo, ritratti, commenti, evocazioni epiche. Lo stesso giorno il prefetto di Roma Piantedosi convoca Fiorenza Sarzanini, la detective del quotidiano, e denuncia l’evento: “Mai autorizzato”. Possibile? No, il Prefetto mette “le mani avanti”.
 
Ma, poi, un prefetto è un prefetto – un burocrate. Piantedosi si segnala, per dine una, per non avere mai affrontato in due anni il problema della discarica di Roma - si vede che non esce mai in città. O, per dirne un’altra, per il record di zero permessi di soggiorno in un anno, a fronte di 16 mila richieste, in base alla legge che regolarizza gli immigrati con contratto.
Il prefetto non conta, è il giornale che cavalca tutto, anche lo scandalismo: il giornale della borghesia che copia i popolari inglesi, quelli che pompano la merda.
 
Fino al 19 luglio la Gran Bretagna è in semi-lockdown: restrizioni agli assembramenti, mascherine, distanziamento. Ma lo stadio di Wembley è sempre strapieno, di tifosi liberamente ammassati, bercianti.
Lo è stato anche quando non giocava l’Inghilterra.
 
La cattolicissima ex ministra della Difesa Pinotti difende il ddl Zan tal quale. Anche contro i suoi vescovi. Mentre la presidente di Arcilesbica vuole assolutamente cambiarlo – “non difende la donne”. Non c’è più religione.
 
Aequa Roma è, malgrado il nome, l’esattore del Comune di Roma. Averci messo a capo uno che non ha i titoli non è un  svista. Ma c’è una nomina giusta della sindaca di Roma Raggi, a cominciare dagli assessori, in cinque lunghi anni?
È anche vero che il personale 5 Stelle è fatto così, di arraffatori di posti, altro che il Sud. Il titolo – il posto - contraddice, certo, l’uno vale uno. Ma questa uguaglianza ha un solo senso, non democratico.  

Il piccolo chimico Sacks - e Levi che non c'è

“Sono cresciuto nella zona nord-occidentale di Londra, prima della seconda guerra mondiale, in un’enorme casa edoardiana”. Da genitori entrambi medici. Che in ambulatorio, in casa, e in altri ambienti tenevano disordinati flaconi di medicine, ”la bilancia per pesare le polveri, i portaprovette e la vetreria, la lampada a spirito” e “farmaci, lozioni, elisir – sembrava una vecchia farmacia”, eccetera, il microscopio, i reagenti. Insomma, Oliver Sacks ha avuto un’infanzia “chimica”. E in questo primo volume delle memorie la ricostruisce.
Dettagliato, non appassionante. Sacks sa raccontare i casi degli altri meglio dei suoi: è sempre scrittore gradevole, “veloce”, ma alla fine di queste memore non resta molto. Se non lo stupore per l’assenza, in questo racconto del 2001, di una “infanzia chimica”, del minimo riferimento a Primo Levi. Che per primo aveva saputo far parlare gli elementi, nel “Il sistema periodico” - il “Carbonio” meglio del tungsteno, ben più curioso. In una raccolta piaciuta anche in America, dove l’inglese Sacks ha vissuto e lavorato una vita. Stupisce anche per essere Levi, ebreo come Sacks, forte nella memoria ebraica.
In effetti, questa prima biografia è molto, solo, autocentrata. E celebrativa. Lo psichiatra Sacks dirà solo in punto di morte nel 2015, nell’ultimo volume di memorie, di essere omosessuale. Una “confessione” peraltro da succès de scandale, per rinsaldare la fama, da ottimo scrittore di bestseller – questo, il minore dei suoi successi, ha in italiano già otto edizioni o ristampe.
L’autobiografia dello scienziato è insidiosa. O forse solo rivelatrice: questa del professor Sacks come di miglior scrittore che ricercatore.
Oliver Sacks, Zio tungsteno, Adelphi, pp. 317 € 15