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sabato 19 gennaio 2013

Perché finanziare la mafia del calcio?

Non fa morti e quindi se ne può ridere. Ma la giustizia del calcio è comunque una cosa seria, anzi tragica. Addomesticata e mafiosa.
Non se ne può dire altro, dopo le decisioni opposte, in materia di “responsabilità oggettiva”, nel caso della Juventus e nel caso del Napoli, a pochi mesi di distanza, da parte della stessa Corte di giustizia del calcio, composta dagli stessi uomini. Quattro mesi fa, meno, Sandulli, Mastrandrea & co. condannavano l’allenatore della Juventus Conte a dieci mesi, gli stessi che ora dicono assolutamente non colpevoli il Napoli e i suoi calciatori, la “responsabilità oggettiva” e “l’omessa denuncia” asserendo non ascrivibili. Con abbondanti riferimenti alla Costituzione, per accrescere la beffa.
Si potrebbe farne una questione di elevato profilo giuridico. Della “responsabilità oggettiva”, certamente incostituzionale, sono campioni Borrelli, Capotosti, e forse pure Mirabelli, i santoni che presiedono alla Commissione di garanzia della giustizia sportiva – i giudici dei giudici… Ma è gente che sta lì per occupare il posto, e per il non disprezzabile cachet. La giustizia i gentiluomini semplicemente la fanno, tra amici, della dottrina si servono quanto basta.
È la giustizia mafiosa. Di una mafia che non ha un Riina collerico, ma la vera mafia è silenziosa – e sempre si appropria della giustizia. Di essa i tifosi sono vittime ogni volta che vanno allo stadio, con arbitri che palesemente fanno la partita, seppure tradendosi con la smorfia, il sorrisetto, il gesto inconsulto, tutto quello che non si vede negli altri stadi europei. Ma qui il danno è lieve, il tifoso paga di tasca sua – potrebbe sottrarsi alla partita. Diverso è il caso della Corte federale del calcio. Una mafia che si fa pagare dallo Stato, cioè da noi, sarebbe incredibile se non fosse vera. Ma così è: la Figc è finanziata dal Coni, che è lo Stato.
Conniventi
Nelle segrete cose, il doppio standard della giustizia calcistica segue alla riconferma di Abete e Beretta al vertice delle istituzioni del settore, Figc e Lega Calcio. Mallevadore Lotito. Due vecchi democristiani. Due vecchi arnesi del vecchio sistema di potere che tanto vecchio però non è. Nel senso che affosserà pure il calcio, ma è forte. Anche nella Corte di giustizia e nella Commissione di garanzia: solo amici degli amici. De Laurentiis è stato importante per la riconferma di entrambi, e il Napoli è stato premiato.
Ma è anche da dire che Abete, Beretta e la loro giustizie non hanno una vera opposizione. La Juventus, benché ampiamente bastonata, non reagisce. È connivente? Nei fatti sì. Si spiega così che nessuno contesti il delitto di associazione mafiosa. Neanche un concorso esterno, che altrove si elargisce con dovizia. È la forza della vecchia politica, che non è mai tramontata, con tutti questi decenni di antipolitica e rinnovamento. De Laurentiis, appena assolto, ha invocato la riforma della giustizia sportiva, che Agnelli-Juventus chiede da tempo. Un gattopardismo da manuale. 

Il ticket sarà Monti-Renzi

Se ne parla apertamente. Anche se solo in ipotesi e per bocciare l’ipotesi stessa. In attesa del voto. Che si fiuta non favorevole a Monti. Anche per l’handicap che il professore ha in Casini e Fini, i cui elettori non seguiranno i leader nel centro-sinistra. Ma se Monti sarà ancora protagonista politico a fine febbraio, una parte del Pd passerebbe con lui: Renzi e i renziani.
Renzi, che finora aveva rifiutato l’ipotesi perché ha bisogno del Pd come sindaco di Firenze, non l’avrebbe da ultimo esclusa, stanco delle vessazioni degli ex Pci in giunta e nel consiglio comunale. Nonché, da parte del presidente della Regione Rossi, e ora pure da parte del presidente della provincia, Barducci, due ex Pci che non gli lasciano passare senza critiche neppure una virgola. Le ultime contestazioni si sono avute sula crisi al Maggio Musicale, per il centinaio di licenziamenti che erano stati già concordati un anno fa dalla Cgil

Vero o falso? - 3

Si vende in Italia, in tutti supermercati e nei mercatini rionali, l’aglio della Cina. Vero o falso? Vero.

Lo vende una ditta tedesca di Verona. Vero o falso? Vero.

Marchionne dice che l’auto elettrica inquina più di quella a gasolio. È vero anche questo, ma a certe condizioni- in questo sito a

Gli imprenditori, che Monti ha stroncato col credit crunch e le tasse, fanno campagna per lui. Vero.

Gli imprenditori si tassano per finanziare la campagna di Monti. Questo è falso.

“Il Pci era più aperto”, dice Bassolino – più aperto del Pd. Vero o falso?

I giornali tutti, la Rai, La 7 e Sky fanno campagna per Monti? Vero.

L’amore è felino

Il tema è sempre quello, le malinconie dell’amore. Con la regressione inevitabile allo “stato naturale” dell’autrice bambina, s’intende la natura come innocenza. Di cui è parte l’amore degli animali. Qui senza più la trasposizione nell’amore delle attese di vita: i due protagonisti, ventenni, si conoscono da una vita, e si sposano per subito lasciarsi, ognuno alle sue abitudini.
Una storia derivata da un aneddoto non semplice ma non suscettibile di sviluppi, raccontato da Colette in “Nudité”, un breve scritto del 1943, dieci anni dopo “La gatta”: un giovane sposo le ha confidato a Saint-Tropez la sua delusione, dopo la prima notte di matrimonio, passata a rassicurare la sposina sulle “virtù naturali” della nudità, di vederla l’indomani aggirarsi disinvoltamente nuda.
Colette era al suo ultimo, e non più impegnativo, matrimonio, con Maurice Goudeket, un compagno più che un amante, dopo quelli tempestosi con Willy e con l’ambasciatore a Roma e storico de Jouvenel. Lei stessa innamorata della sua gatta. Ma qui più che altrove fa della gatta un personaggio e anche un modo di essere: soggetto attivo della trama, tra amore, sdegno, gelosia e consolazione, e modo di essere dell’autrice, nella scrittura e nella vita, felino seppure addomesticato, curiosa e distaccata. Con l’indolenza accattivante che la distingue, nella iperattività.  
Colette, La gatta 

venerdì 18 gennaio 2013

L’economia sia un po’ stupida

Una “teoria delle organizzazioni” basata sulla stupidità? Se non è una stupidaggine, si direbbe uno scherzo. Roba da premio Ignobel? E invece no, è l’esito di un lavoro articolato, i cui esiti sono pubblicati nel numero di novembre di una rivista che fa testo negli studi di management, il “Journal of Management Studies”, a opera di due studiosi veri, Mats Alvesson, dell’università di Lund, in Svezia, André Spicer, della Cass Business School, ottimo indirizzo londinese, con tanto di diagrammi, e una bibliografia di quattro fittissime pagine.
L’argomentazione è specialistica. Gli autori mettono in dubbio la teoria prevalente – ovvia – della “mobilitazione delle capacità cognitive” come ottimizzazione delle risorse umane, proponendo
quella che appunto definiscono “stupidità funzionale”. La mobilitazione, in sostanza, di quella parte della “vita organizzativa” che viene esclusa o sottovalutata: l’irruenza (l’assenza di riflessività), la tigna (“il rifiuto di usare le capacità intellettuali in modi diversi che non quelli miopici”), l’assertività (il non giustificarsi). Che è prevalente nei contesti dominati dall’“economia della persuasione che si basa sul’immagine e la manipolazione simbolica”. La pubblicità evidentemente, ma anche il marketing, e le stesse scelte produttive indirizzate al consumo.
Ma qui viene il bello. La mobilitazione a senso unico delle capacità cognitive “porta a forme di management stupido, che reprime o marginalizza il dubbio e blocca la comunicazione”. Attraverso un processo di raffinazione, si può dire, per cui ognuno poi finisce per dire quello che si deve dire. Un circolo vizioso della stupidità, innescato dalla gestione troppo virtuosa della stupidità stessa, la Tutti si sentiranno a quel punto molto sicuri, ma al costo di dispersioni, di complessi, di perdita del senso di gruppo. È quello che Mats e Spicer chiamano la “self-reinforcing stupidity”, invece della “functional stupidity”.
Non è così straordinario come sembra. Henry Ford, si ricorderà, fece l’automobile di massa dando lavoro anche agli scemi: perché, giustamente, faceva l’utilitaria per venderla, e poteva venderla se c’era un numero consistente di redditi in grado di comprarsela, magari con le sue retribuzioni. Una concezione dell’economia di cui i professori inorridiscono, anche quelli al governo: troppo stupido?
Mats Alvesson, André Spicer, A Stupidity-Based Theory of Organizations, in “Journal of Management Studies”, novembre 2012, pp 1195-1220, free onlinejoms

Fisco, appalti, abusi - 23

Si fa scandalo del nuovo redditometro di Befera. Che è semplicemente inapplicabile (contestabile). E forse non è nemmeno una furbata.

Per risparmiare lo Stato non dà gli insegnanti di sostegno e non dà i bidelli – non nel numero prescritto di uno ogni 100 allievi. I consigli d’istituto fanno ricorso al Tar, che dopo tre mesi condanna lo Stato, alle nomine e al pagamento delle spese. Il ricorso è standard, l’esito pure: più spese e più disservizi.
Lo Stato vuole dare una mano agli avvocati amministrativisti?

Un impegno del “patto con gli italiani” del 2001 Berlusconi ha sicuramente disatteso: le tre “i” a scuola.  Letizia Moratti introdusse l’inglese alle primarie con insegnanti d’inglese, come è l’uso in Europa. Gelmini poco dopo lo abolì – si fa un’oretta con la maestra che fa tutto. Chi vuole l’inglese se lo paghi, la scuola ha poco da insegnare.

Il sistema dei semafori installato vent’anni fa a Roma dal sindaco Rutelli dà luce verde ai pedoni per 8 secondi e per 22 luce gialla. L’inverso fa per le automobili. I pedoni passano lo stesso, regolandosi sulle automobili. Ma, “in caso”, sarebbero in torto, per loro vige il giallo.

S’illustra il congedo parentale anche per i padri. Che però hanno diritto a un solo giorno l’anno di assenza per occuparsi dei figli. Gli altri giorni non sono retribuiti: il congedo parentale solo esenta dai provvedimenti disciplinari per assenze non motivate.

Si fa grande scandalo delle spese eccessive dei consiglieri regionali. Che rientrano in un quadro legale, di plafond di spesa, e difficilmente porteranno a condanne. Non si fa invece menzione degli appalti, che sono la stella del sottogoverno e il volano della grande corruzione - quella che aggrava la spesa di miliardi e non di milioni. Delle Circoscrizioni (scuole, licenze), dei Comuni (strade, illuminazione), delle Province (per questo hanno avuto in gestione le strade), delle Regioni (sanità).

giovedì 17 gennaio 2013

L’endorsement di Draghi a Monti, a spese dell’Italia

Superficialità? No. Impudenza? Forse. Sicuramente è una dichiarazione di voto, quello della Bce, in favore di Monti. Senza veli.
Una cosa che non è piaciuta, non a destra e nemmeno a sinistra. Dove si fa rilevare che in altro contesto, la Francia o la Germania, un banchiere centrale europeo si sarebbe astenuto da ogni commento, “tanto più contro la tendenza dei mercati”.
Il “Bollettino” della Bce parla di allontanamento dei grandi investitori internazionali dai buoni del Tesoro italiani proprio quando il Tesoro annuncia il loro ritorno in forze. All’asta di ieri dei Btp a 15 anni, quelli che richiedono maggiore fiducia, la domanda è stata doppia dell’offerta, e il 60 per cento dei titoli in vendita è stato sottoscritto da investitori internazionali (il 26 per cento da banche).
La Bce fa valere che il “Bollettino” è redatto con anticipo e solo per ragioni di calendario è stato pubblicato oggi. Ed è redatto dall’Ufficio Studi e non dalla presidenza. Ma la scusa non ha convinto nessuno. Il “Bollettino” ha comunque la capacità d’influenzare i mercati, e quindi le riserve sull’Italia sono un’imprudenza.
La redazione delle riserve è fatta ascendere a Draghi, là dove dice: “L'accresciuta incertezza politica” è stata “all’origine di alcuni flussi di capitali, con l’obiettivo di ricercare investimenti più sicuri, verso i titoli emessi dai paesi con rating AAA”. Il fatto è tecnicamente ininfluente – l’investimento è privilegiato comunque nei paesi con la tripla A. Il dosaggio delle parole no: l’incertezza politica “accresciuta” e gli “alcuni” deflussi di capitale. Che ci saranno anch’essi, e sono ininfluenti, ma non se a dirlo è la Bce.

La stupidità è intellettuale e ottimista

“Alcuni scrivono per dimostrare che sono donne, al più ermafroditi, e mettere in evidenza col loro canto (si sa che le donne amano i versi) che non sono gli uccelli più belli quelli che cantano meglio. Altri per evacuare con la scrittura l'immondizia della loro anima, al fine di sapere dagli analisti degli escrementi spirituali lo stato della loro malattia”. Umorista, come lo vuole una tradizione bicentenaria, il non ancora ventenne Johann Paul Friedrich Richter, detto Paul, di questo “Elogio della stupidità” non sembra proprio, ma piuttosto uno arrabbiato e, data la giovane età, forse un disadattato. spregiatore del mondo o misantropo, come ancora nel tardo Settecento si diceva. Invece è solo uno che sa già quello che Hofmannstahl stabilirà: “La stupidità più pericolosa è un’acuta intelligenza”. E vivrà e scriverà negandosi, col nome di Jean Paul - un omaggio, il Jean, a Jean-Jacques Rousseau.
C’è una tradizione spessa degli elogi, un piccolo genere: dai sofisti “maestri di virtù”, ossia della retorica, agli operosi elogi ottocenteschi dell’ozio, di Cesare Beccaria o Paul Lafargue, il marito di Laura Marx, alle collane di elogi che ancora usavano in Francia tra le due guerre, e ora si rifanno, della pigrizia, dell'ignoranza, della bruttezza, della curiosità, della frivolezza. Talvolta il genere è esortativo: vedi gli elogi, ricorrenti fra i padri e i predicatori, della modestia, delle temperanza, della continenza, della povertà. Oppure è semplicemente elogiativo: è il caso del testo di Leopardi sugli uccelli. Ma prevale il gioco delle inversioni, naturalmente ironico, caro alla poesia burlesca e affinato da Erasmo.
Jean Paul fa parlare la stupidità. E la fa parlare dei suoi rapporti con gli intellettuali, gli uomini, le donne, capi e sudditi, governanti e scienziati. Questo “Elogio” è così uno specchio, svagato ma fedele, e ancora vivo, del moderno modo d’essere di quelli che si chiameranno gli intellettuali, anteriore ma anche successivo a quelli di Baudelaire e di Flaubert, dei ticchi nei quali si risolve spesso il nostro pensiero profondo. È un catalogo e non un libello, poiché i bersagli non sono persone e situazioni del tempo. E non è una critica di costume: Jean Paul non è Goldoni, né Baretti o Parini. La critica va all’ipocrisia, la superficialità, lo snobismo, il carrierismo, l’arroganza, la sciatteria. L’opposto di chi cerca saggezza e verità. E per questo non è datato: è una mappa di budella intorcinate, quelle della stupidità, e non innocua, della cultura che si sarebbe detta occidentale. In un senso, se l’ottimismo è stupido, Jean Paul è il primo degli stupidi.
Jean Paul, Elogio della stupidità. Shakespeare and Company, pp. 151 ril. pp.vv., 

Ombre - 162

La Fiat fa la cassa integrazione a Melfi, come da programma e in accordo con i sindacati. Il Pd, Vendola e Di Pietro accusano la Fiat dei padroni” - perfino Monti.... Sono lo schieramento che  “La Stampa”, il giornale della Fiat, sostiene. Un esempio di libertà di stampa.
Ma non sono le vecchie procedure di produzione, che ora si smantellano, la causa della caduta di competitività delle produzioni italiane? La libertà come fede, dunque, invece che come verità.

Che fine ha fatto Nadia Macrì, è un po’ che non va a letto con qualcuno – o i giudici dormono?”,
questo sito lamentava undici mesi, ormai, fa. Ma rieccola! Da Napoli riemerge a Palermo, e poi a Parma, e fa fare le retate. Sempre in attesa, dice, d’incontrare Berlusconi. Era scomparsa perché non c’erano elezioni.
Viene anche su “Repubblica”, onorata. Ma meglio non sarebbe venuta in video sul sito, come si mostra in giro per l’Italia, a luci rosse?

Tanto tuonò, l’Agnelli presidente della Juventus,  che rivotò Abete alla presidenza della Federazione Calcio. Come se nulla fosse. Lo sport è della Dc imperitura – anche lo sport.

C’è Ingroia a “Ballarò” il giorno che la Consulta ne sconfessa le intercettazioni di Napolitano. Ma l’argomento è il redditometro. E il giudice delle intercettazioni è chiamato da Floris a rispondere del redditometro. Agenda staliniana?

Il giudice Ingroia, invitato a “Ballarò” a discutere di tasse e redditometro, nulla ne sa, palesemente. Si limita a dire: “La classe politica è screditata”. Senza autocritica, da vero giudice.

Il giudice Ingroia candida Zappadu, il paparazzo della villa di Berlucconi. Ma Zappadu sta ai Caraibi, coi soldi di De Benedetti, e rifiuta l’invito. Chi si somiglia si piglia?

Si dice che Zappadu sta in Colombia, con sottintesi guerrigliereschi, ma sta ai Caraibi.

Il gallurese Zappadu Ingroia vuole candidare in Piemonte. È fermo al Regno di Sardegna?

Si prenda un giorno qualsiasi, martedì. L’industria perde un terzo della produzione. Migliaia di aziende chiedono all’Eni e all’Enel di rateizzare le bollette del gas e della luce. Il mercato immobiliare si dimezza. E la Banca d’Italia che fa: continua la battaglia contro l’uso del bancomat ai Musei Vaticani. Roba che nemmeno la massoneria.

Bisogna difendere la patria e criticare la Bundesbank. Ma che abisso tra Bundesbank e Banca d’Italia, che costa di più. O tra Jens Weidmann e il duo Visco-Saccomanni. Di cui Bersani vuole fare i ministri dell’Economia.

Una storia della Banca d’Italia recente può essere solo quella della sua sottomissione al potere bancario. Draghi lo sapeva mascherare, Visco no, ma la Banca d’Italia non conta nulla – forse nemmeno più come ufficio studi. Disintegrata dagli speculatori del partito della crisi, i banchieri, Bazoli in testa, e gli editori affaristi, De Benedetti in testa.

Il Belgio, unico vero Stato patrimoniale, nel senso di Max Weber, dove ognuno ha diritto al pizzo, ognuno dei ricchi-e-potenti, accusa la regina Fabiola di evasione fiscale. Perché è l’unica fuori dal coro?

Massimo Boldi, il comico, sente da Santoro tra i giovani del pubblico battute feroci contro Berlusconi. Poi vede gli stessi giovani negli intervalli pubblicitari affollarsi per una foto  con Berlusconi. Sono pagati per le battute feroci o per le foto ricordo? C’è la disoccupazione giovanile, certo.

Spread ai minimi” – a 260?, “Il Tesoro si finanzia a tassi reali negativi” all’improvviso, i grandi giornali titolano pro Monti. Senza riguardo per la realtà, o per i lettori.

Nessun dubbio che la proposta Marchionne per una riduzione concordata della produzione di auto in Europa era utile e anche necessaria. Bruxelles l’ha respinta perché così ha voluto la Volkswagen. Ma perché tanta disattenzione, venata d’irrisione, nei giornali italiani, “Il Sole 24 Ore” compreso (“La Stampa”, Fiat, si è astenuta)?

Depardieu si esilia in Belgio (ora a Mosca?) per evitare il fisco. È un classico: i francesi sempre se ne vanno a Bruxelles per evitare sbirri e creditori, Dumas, Baudelaire, Victor Hugo. Il mancato pagamento dei debiti aveva una tradizione illustre.

La guerra del Pd fiorentino a Renzi

Non c’è atto del sindaco di Firenze Renzi che non gli venga contestato dal Pd. Dal suo Pd, fiorentino, toscano. Eccetto la conferma degli appalti decisi dal sindaco Domenici, cioè dal Pd ex Pci. Nella cui sede cittadina, provinciale e regionale gli appalti vengono peraltro decisi, più che a palazzo Vecchio. Compreso il malaugurato Nuovo Comunale, inagibile dopo l’inaugurazione. Con una gestione che andrebbe commissariata, tanto è disinvolta. Fatti che in altra città meno “sovietica” avrebbero valso un bel po’ di avvisi di garanzia.
Lo screzio in corso sulla ristrutturazione del Maggio Musicale (leggi licenziamenti), che era stata peraltro già concordata con la Cgil un anno fa, non è un fatto isolato. O la voce subito propalata dagli ex Pci in consiglio comunale che Renzi non farà campagna elettorale per il Pd. Ogni delibera di Renzi viene censurata in consiglio comunale, e contestata sui giornali dai Democratici del vecchio Pci. O trova sicura opposizione da parte della Provincia e della Regione, gestite da politici ortodossi. Dall’aeroporto che non si riesce mai a rilanciare, ai Secondi Uffizi, ai mercatini rionali. Renzi ha da’altra parte bocciato il vecchio-nuovo stadio concordato con la giunta Domenici coi Della Valle: l’urbanizzazione con edificabilità dell’area di Castello - un giro di una diecina di miliardi….

mercoledì 16 gennaio 2013

Date 100 a Milano

Una questione angustia periodicamente il “Corriere della sera” – e, si suppone, Milano. Che le scuole calabresi abbiano l’1,4 per cento di diplomati alla maturità col 100 e lode e le scuole lombarde lo 0,4. E ancora, che la Calabria abbia un 10 per cento di diplomati con 100 centesimi e la Lombardia il 3,9.
Il fatto ha una spiegazione duplice e semplice: 1) la scuola ha un ruolo più rilevante al Sud per gli adolescenti rispetto ad altre occasioni di autoaffermazione; 2) il numero dei volenterosi e applicati è più o meno stabile in ogni società, cambia il rapporto demografico. Cambia cioè il coefficiente demografico in senso proprio, la popolazione, e cambia il numero degli iscritti alle secondarie. La popolazione è in rapporto di due a dieci: la Calabria ha due milioni di abitanti, la Lombardia quasi dieci.
Il “Corriere della sera” invece vuole che i ragazzi lombardi siano “molto più preparati” dei calabresi. E che questi siano favoriti dalle commissioni d’esame: “I ragazzi di Milano e dintorni brillano ai test Invalsi e nelle rilevazioni Ocse Pisa, prove standard, uguali per tutti”, mentre quando ci sono di mezzo scrutini e maturità “la partita la stravincono i colleghi del Sud a partire dai calabresi”. I quali “però”, aggiunge il giornale, “restano indietro nei test nazionali”. E anche questo non è vero. Le “rilevazioni” Ocse Pisa sulla capacità extrascolastica dei diplomati non fanno testo, sono valutazioni, i test Invalsi sì, e in quelli non c’è discrepanza con gli scrutini e le maturità.
Il giornale si fa forte delle opinioni del provveditore agli studi, Francesco De Sanctis, e dell’assessore regionale Valentina Aprea – una che da sottosegretario di Letizia Moratti al ministero dell’Istruzione non ha meritato 100. Due nomi meridionali.

Gramsci tradito, dalla lingua di legno

Le zampate del filologo acuto e ottimo scrittore non mancano. Si apre il libro con la stupefacente “accettazione-assuefazione al fascismo” di Luigi Einaudi e Piero Calamandrei. Ci sono tante spie dove non uno non se le aspetterebbe. E ci sono i tradimenti tra le fazioni, tra i fascisti come tra i comunisti. C’è a Pisa, all’università, un convegno, nell’estate del 2012, in cui “alcuni giovani ricercatori” attribuiscono l’isolamento e la delazione contro Gramsci in carcere a “ossessioni o ubbie” dello stesso Gramsci” – giovani ricercatori universitari, a un seminario in un’università pubblica, nel 2012, vogliono Gramsci pazzo: il Partito non si tocca. E Tania Schucht, la cognata di Gramsci, sua compagna per quasi quindici anni, che “domina la lingua italiana quasi meglio di coloro che oggi traducono le sue lettere dal russo”?

Canfora fa anche un passo avanti sul “personaggio” Sraffa, finora idolo inconsulto del patriottismo comunista. Dice infine che Sraffa era in contatto col Kgb, nelle sue diverse denominazioni, cosa di cui nessuno di buon senso poteva dubitare, ma anche con l’M15, il servizio segreto britannico. Lo dice però in due righe in nota, una delle centinaia – Sraffa era anche, si trova risfogliando le “Lettere dal carcere” 1965, ben introdotto nel fascismo, nipote del senatore Mariano D’Amelio, primo presidente della Cassazione nel 1927, alla nascita della Cassazione stessa. Gli danno fastidio pure le tante belle e giovani russe (ucraine, lituane) che accudivano i capi del PCd’I, come mogli o segretarie, Alma Lex, Lila Ochočinskaja, Fanny Jezierska, Nina Bočenina. Ma, sembra, solo per misoginia, non s’interroga sul loro ruolo – e quello delle sorelle Schucht?
Poca roba. Il librone è uno stucchevole riciclaggio della solfa sul Gramsci “tradito” dal Pci. In particolare da Ruggiero Greco, alto papavero del Partito, di cui per un tempo fu pure segretario, senatore nel dopoguerra e memorialista. Una storia pubblica dal 1965, quando la lettera di Gramsci a Tania del 15 dicembre 1932, in cui denunciava Grieco, emerse nella nuova edizione delle “Lettere dal carcere”, quella di Sergio Caprioglio e Elsa Fubini. Un tradimento esteso, in questa trattazione, dal carcere alla carcerazione: al mancato espatrio di Gramsci, cioè, e invece al suo arresto. E all’ipotesi che Grieco stesso fosse un venduto, più che un settario o uno superficiale.
Un lavoro sterminato di ricerca, con la filologia pignolissima di virgole e accenti, dove più che altro uno è portato a smarrirsi, ammesso che non si rivolti. Il quarto o quinto lavoro inutile di Canfora sulla questione del Gramsci abbandonato,  dopo “Su Gramsci”, “Storia falsa”, “Gramsci in carcere e il fascismo”. Nel senso che Canfora scopre una cosa che tutti sanno, tutti quelli che vogliono sapere: che Grieco scrisse delle lettere ad alcuni compagni in carcere, Gramsci, Terracini e Scoccimarro, che ne aggravarono la posizione processuale. Come se la giustizia fascista fosse legale, per dirla alla Canfora, uno che da qualche tempo appoggia molto.
Con una novità, però, a questo punto. Desolante è, in tutta la documentazione di Canfora, il linguaggio. Ma compreso quello dell’autore sherlock holmes. Imbrillantamenti compresi, il “piropo gongoriano” (?), il “sedulo” ma poco critico studioso – un cretino. La desolazione della politica è tangibile nella scrittura, non c’è bisogno di prove. Canfora è un comunista atipico, quello che una volta si diceva troskista, non conformista cioè – e inaffidabile, il tipo che può dire tutto e il contrario di tutto. Qui non si smentisce. A un certo punto deride “lo schieramento politico craxiano (dall’«Avanti!» a Sciascia)”. Sciascia craxiano, non sembra possibile. Ma c’è di peggio: lo “schieramento politico craxiano” sosteneva nel 1989 che le lettere di Grieco erano autentiche, Canfora che erano un falso, della polizia fascista. Oggi, dopo essere passato con quattro libri a sostenere la posizione allora dello “schieramento craxiano”, insiste nella derisione, per l’intera pagina 91. Qualche rotella forse non funziona. Ma il bagno nella langue de bois  si vede che è indelebile: comunista una volta comunista per sempre, biforcuto una volta biforcuto per sempre. Poi uno si ricorda il Togliatti di Canfora quindici anni fa, un liberale, e il suo Gramsci quattro o cinque anni fa, uno stalinista.

“La filologia è la più eversiva delle discipline”, così la voleva Luciano Canfora filologo – coraggio!
Luciano Canfora, Spie, URSS, antifascismo. Gramsci 1926-1937, Salerno, pp. 349 € 15


Verso un risultato siciliano

Grande fioritura di sondaggi, ogni partito se ne fa uno ogni giorno. Senza calcolare le astensioni. Che saranno il fenomeno del prossimo voto. Non escludendo un risultato siciliano – in Sicilia a fine ottobre votò meno della metà degli elettori. Solo leggermente migliore: l’Italia non è la Sicilia, non ha emigrati con la vecchia residenza, e quindi qualche percento di votanti in più si registrerà. Ma non di molto: il malumore è esteso, in più modi motivato (disoccupazione, pensioni, tasse, scandali, mazzette), e la campagna elettorale è ingessata – ha solo recuperato qualcuno dei suoi Berlusconi.
La Sicilia resta un modello anche perché non c’è una maggioranza post-elezioni. Il fatto è occultato dalla legge elettorale, che ha prodotto comunque un presidente eletto dal popolo, anche se con meno del 25 per cento dei suffragi. Ma il presidente Crocetta non può governare se non evitando, come ha fatto in queste dieci settimane, un voto, e quelli necessari ogni volta barattandoli.

Berlusconi ritorna malgrado se stesso

Le tasse di Monti hanno messo fuori mercato un terzo dell’economia, e un terzo delle famiglie hanno portato allimpoverimento. Non c’è solo l’Imu, c’è l’Irpef maggiorata sul reddito medio basso, e ci sono le tante tasse alla produzione. Il credit crunch conseguente, la sterilizzazione del credito, crea problemi anche al resto dell’economia e alle famiglie a reddito medio alto. Il motivo della campagna elettorale è semplice. Ma Berlusconi la sa condurre in una sola maniera, la stessa da ormai vent’anni: sbruffone e ridanciano. Un handicap fortissimo in tv. Che è, altro handicap forte, l’unico mezzo che Berlusconi usa. Però, come al solito, malgrado se stesso, Berlusconi risale nei sondaggi.
Ricapitoliamo. Berlusconi va solo in tv, dove non rende – non “buca lo schermo”. Con la faccia sempre tirata e quasi mai naturale. E dove ci sarebbe solo da bastonare, con l’espressione seriosa, una campagna semplicissima, gioca di fioretto, con le battutine, gli scherzetti. Lo stesso interrogativo di sempre ponendo: Berlusconi non sarà l’effetto della sua posizione, di antagonista della sinistra? Di questa sinistra: scandalismo, affaristi, negli appalti, in banca e nei giornali, giudici loffi (che incredibile “campagna” elettorale!), altri corpi separati, e nessuna idea di governo – Vendola con Fini?
C’è certamente una destra in Italia, equivalente per numeri alla sinistra, se non lievemente maggiore - il centro è una destra che non si vuole dire. La destra si era stancata di Berlusconi. A novembre del 2011 Berlusconi cedette palazzo Chigi perché era sceso sotto il 10 per cento del gradimento, come partito e come persona. Ora veleggia verso il 30 per cento – pur sbruffoneggiando in un momento di lutti gravi per i molti. 

martedì 15 gennaio 2013

Letture - 124

letterautore

Dante – “Suscita venerazione, ma non simpatia”. Borges, citando in una delle sue conversazioni alla radio di Buenos Aires nel 1984 il saggio di Attilio Momigliano sull’“Orlando Furioso”, là dove afferma che “l’Ariosto suscita simpatia ma non venerazione”. E rilancia: “Senza dubbio, quando ha scritto quelle parole, stava pensando a Dante; perché Dante suscita venerazione e non simpatia”.

“È un piccolo bambino, continuamente stupito di quello che avviene a un uomo grandissimo”: tale lo vede Saba in una della “Scorciatoie”. La grande poesia, argomenta, nasce dove l’uomo e il bambino coesistono. La “Commedia” per questo è “una festa, una luminaria”.

Femminile – Saba ritorna spesso, nelle sue amate e coltivatissime “Scorciatoie”, sulla femminilità, anzi la maternità, di Penna e di Proust. Proust lo mette tra le “donne che scrivono”, e la “Ricerca” tra i pettegolezzi. La “Ricerca” dice “un libro di memorie”. Ma femminili: “Il più bel libro scritto da una dona. Intrattiene il lettore di un lungo incantevole pettegolezzo. Un pettegolezzo diventato grande poesia”.
Analogamente, Penna dice “materno”. “L’amabile castità di questo poeta viene dal fatto che egli ci ha dato…  tanto attesi canti della maternità: «Trovato ho il mio angioletto,\ tra una losca platea,\ fumva un sigaretto,\ e gli occhi lustri avea»”. È la madre che ritrovasse il figlio fuggito da casa, “turbato dalla pubertà”. O “è Venere che parla del fanciullo amore”. .
Parla Saba anche di se stesso, della sua “umile” cifra?

Flashback – Diventa con internet la forma espressiva (rammemorativa, costruttiva) principale. Blog e posta elettronica hanno rovesciato la cronologia: abbiamo imparato a leggere, e a pensare, “dall’inizio alla fine”, il flashback era un diversivo, ora leggiamo al contrario, e pensiamo in flashback. Si scrive come in un imbuto, come si costruisce un pozzo: l’ultima riga fa sprofondare le altre. Si legge a ritroso, con qualche difficoltà.
Chi segue o abbia seguito un evento - la campagna elettorale, la guerra di Libia - non avrà più bisogno di coerenza e contesto, come con la lettura che si svolgeva “dall’inizio alla fine”, si baserà sull’ultima impressione, e questa farà testo. È plausibile che la campagna elettorale di Obama abbia vinto due volte con i messaggini twitter, cioè con una “presa immediata”, quale che fosse la consistenza reale del messaggio. Lo stesso chi tenga una corrispondenza: sarà condizionato dalle ultime mail molto più che da una storia vera, nei suoi fondamenti, sia un affare o un fatto personale, le connotazioni originarie, i contesti.
Si può dare agli indici della posta o dei blog un assetto rovesciato, portando in prima pagina i più vecchi, ma non è pratico, ed è artificioso. Ci si trova comunque di fronte a un imbuto in cui procedere scacciando i passi precedenti, ogni anello ingombra totalmente. Invece di un blocco da sfogliare, coi segna pagine. Chiunque debba rivedere un testo dovrà stamparlo, e meno di non impararlo a mente, per evitare le ripetizione e sovrapposizioni – il cerca parole sarà di poco aiuto, estremamente faticoso. 

Gattopardo - L’animale essendo inesistente, la fortuna si può dire della parola. C’è il ghepardo, ma non ha lo stesso senso del gattopardo. Per i quattro quindi del mondo è peraltro il leopardo. Cioè un’altra bestia.
Secondo Wikipedia il gattopardo sarebbe il serrval che si può vedere nel parco tanzaniano di Serengeti, di una bellezza fulminante. In boero il “gatto-tigre della foresta, molto simile al gatto dorato africano, e al caracal o lince del deserto. Ma il serval, una delle attrazioni dei turisti in Tanzania, è quello giusto: bello cioè, slanciato (ha le gambe più alte di qualsiasi felino: quando sta seduto sulle gambe posteriori è la personificazione dell’eleganza), altero, un vero aristocratico quale dovrebbe essere.
Stiamo parando di felini africani, dell’Africa a Sud del Sahara, con sporadiche presenze nel Nord Africa. I Salina, che lo recavano nello stemma, potrebbero averne avuto qualche esemplare a Lampedusa.

Kipling – Borges lo dice scrittore epico – “grande scrittore epico, una rarità per la nostra epoca”. Aggiungendo: “L’epica fu l’origine della poesia ed è ciò che attualmente le manca”.

Siccome ha scritto libri per ragazzi, “Il libro della giungla”, “Solo storie” (Just so stories”), automaticamente viene identificato quale autore di libri per ragazzi - anche “Kim” viene ridotto a libro per ragazzi. Borges dice che questa identificazione non aiuta la critica. E invece sì. Kipling non  ha scritto. Punto. E poi ha speso il suo nome nel mercato della letteratura per i ragazzi.- come un Moravia. Ma ha scritto notoriamente per ragazzi e adulti, come Cummings, o Elsa Morante – Lewis Carroll, ceto, non è scrittore per bambini, ma poi lo è.

Luogo comune – Quello del discorso amoroso è inattaccabile, dice Barthes. È il più trito, ma è anche un’urgenza, un desiderio, una carne. “La stupidità è l’essere superiori. L’innamorato lo è continuamente”, e se ne fa una ragione: “È stupido – dice -  e tuttavia è vero”.

Romanticismo - La noia spossa i romantici, da Foscolo a Leopardi, Byron e Puškin inclusi. Per l’aspirazione alla rovina, detta eroismo, o a un buon gelato. Ma con molta cura di sé. I romantici non sono gli appassionati tragici dell’oleografia, né filosofici, ma disinvolti: il romantico si curava, scarpe gialle, di vitello morbido, pantaloni crema, gilet cobalto, giacca blu di Prussia, cappello rosso cupo a larghe falde, con piume, plastron fucsia o cardinale, bastone esornativo con puntale e pomo a sbalzo in argento. I falpali il secolo ha poi abbandonato per la noncuranza interiore - il romantico snob, che coltiva la misantropia, Ma ancora Baudelaire, benché povero, si ordinerà i frac a dozzine.

Scrivere - È per Borges “un modo di sognare”, su cui è bene che l’autore non interferisca, con proprie opinioni e architetture. Anche se “sa che tutto è falso”, sa che sta sognando, ma cerca di sognare sinceramente. Up to a pont! Si scrive non per sé ma per gli altri. Pochi o molti non importa. Che non si conoscono e l’autore non  conosce. Che forse ci sono, o forse ci saranno. Scrivere è sì atto creativo ma non onanistico. È un’espressione mistica, una comunione: essendo soli, solissimi, gelosamente anzi soli,e insieme un gruppo, e una moltitudine.

Soliloquio - Sarebbe il genere di maggiore ascolto in televisione, Celentano, Saviano, Travaglio, lo stesso Santoro. Il vero soliloquio, senza la teatralità istrionica (Benigni, Fiorello). Determinato e insistente: univoco, tutto uguale dall’inizio alla fine, senza fessure o aperture. E soprattutto lungo. Senza tagli memorabili, di cui ci si possa ricordare. Un mattone che convince in quanto mattone. È il genere dell’amor proprio all’epoca dell’individualismo o piccolo borghese. Della pienezza di sé, compreso il lamento della crisi, delle certezze che si (auto)confermano. È anche il genere un tempo da manicomio, col “lui” invece dell’“io”.

Teca – Si moltiplica ma non per un uso del greco: c’è la birroteca, dopo la paninoteca, la ludoteca e l’invasiva enoteca - quando di più lontano dalla cosa. Viene da discoteca, la cosa ora più invasiva, benché vecchia di mezzo secolo, a Londra, forse negli Usa. Che però risponde al nome: funeraria – la teca era lo scrigno dove si conservavano le reliquie.

letterautore@antiit.eu

Voglia di parole sensate

Ressa di pubblico, pagante seppure poco, per una lettura. Di un romanzo non piacevole, né avventuroso, né thrilling. Il “Wiser blood”, il sangue più saggio, è di un predicatore nipote di predicatore che, contro fornicazione e blasfemia, si fa apostolo di una “Chiesa della Verità senza Gesù Cristo Crocefisso”, nel Sud bianco – “Gesù è un trucco per i negri”. Un po’ assurdo, un po’ gotico anche, e ironico – del Sud sul “Sud”. Si capisce che Galatea Ranzi si sia divertita a leggerlo, per un’attrice è una sorta di pianoforte, uno strumento a più chiavi. E per il pubblico? Un omaggio alla lettrice, forse. Ma anche un bisogno di teatro, della parola recitata, per sottrarsi per qualche ora alla comunicazione alluvionale, della tv, dei media.
Flannery O’Connor, La saggezza nel sangue, lettura di Galatea Ranzi, Parco della Musica

La banalità del male è l’amore della Germania, totale

Oggi sembra perfino ovvio, rispetto a cinquant’anni fa, quando suscitò scandalo. Nella circostanza, e nel senso generale che proiettava all’indietro, sullo stesso Olocausto. La circostanza era il falso processo a Eichmann, la piccola Norimberga a carico di un impiegato del catasto. Che Eichmann, ipocritamente sciocco, duplicava. La filosofa disse banalità per non dire stupidità. Non fosse che il libro è più di quello che dice.
La crudeltà è l’assenza di passioni. Vuol’essere fredda, e non per proposito ma per indifferenza. È l’abulia di Eichmann, più che l’isteria che si accredita a Hitler.  La volontà costante, premeditata, irriducibile in ogni situazione, di fare il male non può essere alimentata da un fuoco, si distruggerebbe. Eraclito per questo può dire: “È nella natura delle cose nascondersi”, e non per un complotto. O: “La struttura latente è padrona di quella palese”. E la stessa teologia, a partire da san Paolo ai Corinzi: “Vediamo come per mezzo di uno specchio, in immagine”, e intende “vagamente”. Spesso siamo ciò che non sappiamo. 
Ma c’è di più, che non si dice, molto di più. Per l’autrice, e per le questioni ancora irrisolte che la Colpa pone. Noto è che la banalità di Eichmann offese gli ebrei - la “banalità del male” è concetto che la filosofa mediava dal cattolico Bernanos - ma non è questo il punto. La nazione ebraica fece di Hannah Arendt un’apostata, traditrice nella disgrazia. O, in Israele, il piffero degli ebrei d’America, potente nazione da cui prendere le distanze. La quale potente nazione ebraica americana la bollava “la Rosa Luxemburg del nulla”. Per essere incappata nello stile “New Yorker”, il brillante sbrigativo. Una polemica come un’altra. Hannah Arendt era colpevole, forse, per la bontà.
È per bontà che i tedeschi che bruciavano gli ebrei Hannah Arendt rappresenta senza passione. Facendo loro torto. È vero che il male è banale, alla portata degli scemi. Anche il filosofo e scrittore nazista Hielscher, animatore dell’Ahnenerbe, la ricostituzione della purezza razziale, caduto in disgrazia per aver promosso un sistema “tribale frazionato” medievale contro la modernizzazione di Hitler, rilasciato dopo la tortura, trovò i suoi aguzzini seduti alla scrivania dietro le scartoffie. Ma i tedeschi non sono scemi.
Hannah fa sua la banalità del male di Bernanos in uno strano modo, anche di essere ebrea. In Bernanos angoscia: che il male sia comune fa paura. In lei è quasi una difesa, tra la chiamata di correo che allevia la colpa e la banalizzazione del reato. Ciò nasce dal fatto che Eichmann è niente, un contabile – e che molti capi delle Comunità ebraiche, che la Arendt chiama in causa, lo erano (Eugenio Zolli, per dire, il rabbino di Roma che si battezzò, ne dà attestato straziante, di vanità e superficialità). Per il fascino del numero, che anch’esso fa tedeschi gli ebrei. Mentre l’Olocausto è storia di mille storie, di milioni di storie, di bambini strappati alla famiglia, di uomini e donne strappati alle case, uno per volta, con schieramento di carri, moto, mitra, cani, con frastuono di urla, latrati, invocazioni, lacrime, mancamenti, alle luci dell’alba o nelle tenebre della notte, assalti ripetuti migliaia, milioni di volte, per settimane, mesi, anni, rinnovati a ogni campo di smistamento, a ogni stazione ferroviaria, a ogni campo di sterminio, a ogni appello nel campo, la mattina, la sera, la notte. È questo l’orrore, che tutta questa sofferenza si lascia cancellare da numeri, regolamenti, organizzazioni, percentuali.
Non è però possibile che la scienziata politica Arendt non vedesse la differenza tra le due diverse banalità. E dunque che ha voluto dire? La compassione, se non l’amore, per la Germania. O il disprezzo. O tutt’e due, un atto d’amore disperato, con rabbia. Hannah visse gli ultimi giorni della guerra, e la verità dei campi, sgomenta per la distruzione della patria tedesca, contro l’esaltazione dei vincitori e il morgenthavismo, la riduzione della Germania a campo sterile. È su questo sentimento che codificò il totalitarismo, la nuova categoria politica dopo la classificazione di Platone. Che è anzitutto un atto di fede. Il nazismo è antieuropeo: “L’umanesimo, la cultura europea, lungi dall’essere alle origini del nazismo, vi era così poco preparata, così come a ogni altra forma di totalitarismo, che per capirlo e tentare di venirne a capo, né il suo vocabolario concettuale né le sue metafore tradizionali possono servire”. È voglia di credere: il male radicale può non essere banale. Ma è vero che l’ideologia conta poco nel totalitarismo. Conta in democrazia, dove provoca danni. Nei regimi distruttivi la distruzione conta più delle idee: avesse Hitler eliminato tutti gli ebrei, non per questo la sua politica di annientamento si sarebbe fermata.
È dunque, questa corrispondenza giornalistica della filosofa, in certo modo un tradimento. Una fessura nell’ebraicità unica. Non isolata, faceva anzi la grandezza della diaspora vigile, socialista. Per essere la condanna d’ogni nazionalismo esclusivo, o primato – per ultimo d’Israele, anch’essa a suo modo antisemita: il popolo paria che si teneva saldo nella diversità e l’intima intesa, ora che ha un Parlamento e l’esercito se ne serve per imporre lo Stato confessionale e lo sviluppo separato, altrove detto apartheid.
È anche, in particolare, la ribadita difficoltà a riconoscere nell’amato Heidegger il nazista. Non quello del cinema, sbraitante, ma il tipo del renitente sottile, testardo, al giudizio comune. Analizzando l’assolutizzazione della tecnica, e il rifiuto dell’azione, collocata nel “si”, fra l’impersonale e il mediocre, Hannah aveva dichiarato nei Sechs Essays, con l’accordo quindi del curatore Jaspers, Heidegger “non politico”. Collocandolo così un gradino sotto Aristotele e Kant, ma mettendolo al riparo dal nazismo. È possibile che i filosofi non sappiano pensare la politica, come Hannah Arendt sostenne pretendendosene scienziata, da Platone a Heidegger. Compreso, chi l’avrebbe detto, Aristotele, per via di Alessandro Magno, il miglior allievo. Dunque la filosofia politica non esiste. Da Cicerone e sant’Agostino a san Tommaso, Hobbes, Kant, gli illuministi e Hegel, e nelle questioni di antichi e moderni, sembra che essa sia possibile, ma è politica, non filosofia. La filosofia c’è tutta, in questo ragionamento, ma soprattutto è vero che non si comanda all’amore.
Ben prima di Eichmann Hannah era stata colpita dall’ordinarietà delle passioni. Già di Rahel Varnhagen, il soggetto della sua ricerca di dottorato, diceva: “Lei è un esempio dell’amore nella sua forma più banale”. Ma lei stessa più di Rahel aveva sormontato appassionata tutti i fossi e le miserabili barriere, degli appuntamenti disattesi, della viltà del suo uomo e maestro Heidegger, della sua propria riduzione inequivoca a oggetto – o sarà stata la sola walchiria di tutta la storia del nazismo, il Leandro della trama d’amore della nuova umanità, di uomini deboli. Infelice incolpevole.
L’impossibilità di essere tedesca e illuminista, qual era nell’intimo, ha impedito a Hannah Arendt di essere quello che Rahel ha potuto, benché ebrea. Avendo tradito per onestà intellettuale, ma più con l’amore infelice - grottesco: una ragazza può andare a diciott’anni con uno di trentasei, ma non a sessanta con uno d’ottanta, e in presenza della moglie.
Hannah Arendt, La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, pp. 320 € 9

lunedì 14 gennaio 2013

Quell’Hitler era uno di centro

Provato e riprovato da Rocco Militano, che per primo ha popolarizzato Dante in teatro (rima di Sermonti e Benigni: tuttora lo fa per le scuole), è irrappresentabile. È il testo teatrale più “rappresentabile” di Mishima, e tuttavia non lo è: il nodo drammatico, l’uomo di Stato che in un colpo solo, “in un solo giorno” dice Mishima, si libera dei suoi rivoluzionari incompatibili, la destra e la sinistra (Röhm e le SA da un lato, dall’altro Gregor Strasser, l’ala sindacale), non dice nulla.
La rilettura svela però il fascino di questa operina da camera all’uscita a ottobre del 1968 - dopo vari interventi dell’autore, alla Pasolini, contro gli studenti in rivolta: è antirivoluzionaria e totalitaria. Mishima si espresse allora e dopo, in successive presentazione del dramma, contro Hitler, “un mostro del XX secolo”. Ma ne fa un dittatore intelligente, anche contro i superuomini alla Krupp che s’immaginano di controllarlo: “Sì, è necessario che la politica segua la via di centro”. È l’ultima parola di Hitler: spietato e moderato?
Yukio Mishima, Il mio amico Hitler



Problemi di base - 130

spock

Sfidare il papa con le tette, non è sleale?

Ovunque l’Occidente fa guerre di civiltà: quella delle armi?

Monti parla come Andreotti: pensa pure come lui?

Dopo aver dato a Monti tanti soldi, anche a costo di indebitarci, perché dobbiamo dargli anche il voto?

Ma se Ingroia è eletto, ci tolgono lo show Stato-Mafia?

Si prendono solo latitanti di camorra e ‘ndrangheta: non ci sono più mafiosi?

Si confiscano solo patrimoni di camorra e ‘ndrangheta: la mafia si è impoverita?

spock@antiit.eu

L’iperreale Berlusconi

Ma Berlusconi è reale o immaginario? E se è immaginario, non sarà nietzscheano, “creato” dal “tutto è opinione” di Nietzsche. Poiché è di questo che si parla. Non si crederebbe.
Non si crederebbe, ma si tratta di un monumento a Berlusconi, l’ennesimo, in forma naturalmente di critica, dissolutoria. Dice: che c’entra la filosofia con Berlusconi? Appunto: che c’entra? Con l’accusa a tutti gli altri filosofi di essere “populisti”. E cioè berlusconiani.
Tra parentesi: chissà come rosica Vattimo, di cui Ferraris è allievo, ora eretico, a sentirsi dare del populista. Cioè berlusconiano. O le colpe degli allievi ricadono sui maestri?  
I curatori, “realisti”, si gloriano di aver fatto posto in questa raccolta anche a saggi dissenzienti. Dissenzienti è una brutta parola, ma è la meno ridicola. In realtà Ferraris sembra Warhol. Con Berlusconi al posto del succo della Campbell’s – iperrealismo pubblicitario.
M.De Caro-M.Ferraris, a cura di, Bentornata realtà. Il nuovo realismo in discussione, Einaudi, pp. 230 € 17

Secondi pensieri - 130

zeulig

Accumulo - “Le feste si chiamano l’un l’altra”, dice Canetti in “Masse e potere”, p. 64. Come le disgrazie. È un’altra casualità, non disgiunta peraltro da razionalità: l’accumulo. Ma molto “napoletano” - lo scongiuro vi ha una notevole parte: la vigilanza contro le “cose cattive”, o destino (il “napoletano” non è fatalista, al contrario).
È un modi di disporsi della realtà. Ma più della volontà. Denaro chiama denaro, cappello chiama cappello, è il motore della volontà, non sono movimenti meccanici, l’attrazione (moltiplicazione) è determinata anche dalla costanza.

Dio – Non si dice nelle religioni monoteistiche. L’islam vieta di pronunciarne il nome, se non a fini rituali. Nell’Antico Testamento ha almeno tre nomignoli. Agita invece il cristianesimo, nelle varie formulazioni dello “spirito” e come forza trascendentale.
C’è un Dio semita e uno “ariano”?

“Non può operare perché è onnipotente e eterno, non può pensare perché è onnisciente, non può muoversi perché è ubiquo e già si trova dappertutto” - H.G.Wells. Forse per questo fa il male.

Dio era già un po’ ebreo via Marx, per cui non possiamo non dirci marxisti. La Storia, come ogni reale, è simbolo dell’occulto Nome Divino, non c’è un prima e un poi nella legge ebraica del mondo. I libri storici erano per Maimonide una perdita di tempo, la quotidiana frequentazione dell’eterno non richiede né ammette spiegazione storica. In un senso è vero: il mito non è storia arcaica, è intemporale. Ma in eterno uguali a sé, come si fa? Gli ebrei con Dio si divertono, la storia è il succo della vita.

Lingua – Borges vuole in una sua poesia che le lingue non si equivalgono, che “ciascuna è un diverso modo di percepire il mondo”. Non è vero, se non marginalmente.  Però è vero che una lingua delinea un perimetro e conferma la tradizione, quindi in parte l’idea che la lingua si fa di se stessa.

Realtà – Il principio chimico di Lavoisier si combina con Krishna quando dice a Arjuna: “L’irreale non è. Il reale non cesserà mai di essere”.
Ma nulla a che vedere col realismo filosofico che vuole tornare in voga.

Sesso – Latita anch’esso ultimamente – gli stessi scandali sessuali stancano più che indignare. Vittima di Freud, del pansessualismo: la fobia ecclesiastica lo proteggeva, la liberazione di Freud l’ha disseccato. È un fatto già discusso e non vale tornarci. Ma Borges lo esclude dall’etica (“Borges al cinema”, p. 60): “Io affermerei che l’etica non abbraccia i fatti sessuali, se non li contaminano il tradimento, l’avidità o la vanità”. È un fatto animale, di odori, colori, istinti.

Sogno – Non è un fatto o evento, è un ricordo: i sogni sono ricordi di sogni. Che all’istante, al momento del risveglio – i sogni vengono nello stato di dormiveglia che accompagna il risveglio, seppure sottintendano durata interminabile quando non ossessiva  - possono essere circostanziati, e poco dopo si ricordano, se si ricordano, per “punte” (pointes) selettive, immagini o detti, che hanno colpito da sveglio. Sono ricostruzioni, e per questo interpretabili. Non per simbologie artefatte ma come convergenze-insorgenze di ansie, paure, attese, speranze.
Thomas Browne vuole che la memoria impoverisca i sogni. Altri ritengono che il ricordo li migliori, li arricchisca, specie di significati. Borges, il maggiore specialista, li dice “opera di finzione”. Per cui “è possibile che, dopo il risveglio, continuiamo a costruire trame fantastiche, nello stesso modo in cui, successivamente, le raccontiamo”.
Che siamo fatti della materia dei sogni (Walter von Vogelweide, Shakespeare, Calderón) è un’altra cosa. È intesa come una arricchimento, non solo poetico, e lo è. E chissà che non siano stati i sogni all’origine delle cose – delle parole, del linguaggio. Perché molte cose sono quello che sono, l’albero, la foglia, la pietra, il gatto, gli altri uomini, ma molte vanno pensate – viste, decostruite,  ricostruite – o inventate: gli affetti, gli umori, le paure, le speranze. Le passioni in genere e il senso morale.

Verità – Ha molti nemici tra i suoi sostenitori accesi. Gli inquisitori, per esempio, quelli dell’ “io so”, le vestali del “sospetto”, preti in genere e giudici.
Ha a paladini più preti-giudici (politici), quelli del sospetto, che preti-preti, quelli di Dio, come si penserebbe.

Verosimiglianza – Il vero non può prescinderne, non può essere inverosimile. Il film “The Reader” racconta una storia “vera” degli anni 1950, di una donna generosa e semplice che inizia un ragazzo all’amore, anche per la mancanza in quegli anni di uomini, e si rivelerà essere una SS di Auschwitz. Doppiamente vera, in quanto il ragazzo sa che la donna non può essere colpevole del delitto di cui è accusata - e lei stessa poi si accuserà - che le vale l’ergastolo (non può aver commesso il delitto perché è analfabeta). Diventa inverosimile, cioè inventato, un romanzo come un altro, perché le immagini grafiche sono in inglese, l’ “Odissea” e tutti gli altri poemi e racconti che il ragazzo legge ala donna, si suppone in tedesco,  hanno frontespizi o si aprono su pagine in inglese. In carcere la donna imparerà a scrivere compitando libri inglese, e scriverà all’ex ragazzo frasi inglesi. Allo stesso modo non è credibile il presidente del consiglio Monti eccellente economista, pedagogo e gentiluomo mentre tutti ne esperimentano gli errori e le non sottili nequizie: non è più verosimile, non può essere vero. 

zeulig@antiit.eu 

domenica 13 gennaio 2013

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (158)

Giuseppe Leuzzi

Mafia
“Son pentito, e non  ascolto”, dice un personaggio mozartiano, “che i latrati del mio cor”.

Tutto è mafia per il mafioso.
Non è una novità, sa di sentito dire. Ma non si tiene mai a mente.

Si leggono le cronache locali al Sud, che sempre indulgono ai delitti, respirando e quasi gioendo quando i delitti non sono di mafia: truffe, furti, liti, perfino i delitti passionali. La normalità si respira col delitto “normale”, perché la virtù è resa impossibile dall’antimafia, irrespirabile. Non c’è altra normalità, non ci concedono nulla. Non la partita di calcio, non il gelato, non la struncatura, non i bagni di mare, e nemmeno i funghi in montagna: tutto è mafia. Anche il ballo è mafia, la tarantella: ci sono giornalisti che hanno fatto carriera spiegando la tarantella come il ballo della mafia. Per non dire della Madonna: in Calabria, per esempio, o a Trapani, è mafiosa anche lei – a Palermo no, lo è santa Rosalia.

I meridionali sono tutti mafiosi come i milanesi sono tutti ladri? Anche se, poveretti, i milanesi sono vittime delle proprie lodi: “In nessun altro posto si fanno i soldi come a Milano”. A spese di chi?

Il “Corriere della sera” fotografa venerdì il “documento” che ha avviato l’inchiesta Stato-mafia. È una lettera anonima. Presentata come l’opera di una mafia trattativista. Scritta da un avvocato o giudice. Ma il redattore Bianconi non sembra saperlo: “L’elaborato”, scrive, “pare concepito da qualcuno che faceva parte dell’ala anti-stragista di Cosa Nostra”. L’ala? Anti-stragista? Che avvilimento!

Sullo stesso “Corriere della sera” lo stesso Bianconi dedica oggi una pagina al povero Riina. Nella sua triste carcerazione a Opera. A Riina! Prodromo di un altro bel libro alla Biagi, che eroicizzi Riina, una belva?

La fiction di Bova può debuttare in tv con accuse urlate infamanti di un ex capitano dei CC, ora colonnello, alla Pubblica Accusa e al Tribunale che lo giudicano come mafioso di complemento. E far vedere un generale dei CC che sacrifica il colonnello per tenersi buoni i giudici. Senza reazione, non dei giudici né dei Carabinieri – nemmeno una perquisizione a Berlusconi (la serie va su Canale 5). Troppe code di paglia?

Raoul Bova può dire del cap. “Ultimo” che impersona in tv: “Un simbolo che non sono riusciti a infangare”. Loro, i giudici di Palermo. Può dirlo un attore, che deve stare attento a non indisporre il pubblico, nemmeno parzialmente, e non un militante. Perché è vero, per lui e per tutti?
Torna a maturare la frattura tra sbirri e giudici degli anni di piombo, i giudici che favorivano i terroristi – che poi si rivelò vera?

Per trovare la cocaina e la morfina nelle pieghe delle mafie bisogna risalire al 2004. A un saggio di Letizia Paoli, l’autrice di “Fratelli di sangue”, sulla rivista del Max Planck Institute for Foreign and International Criminal Law, di Friburgo in Germania, presso il quale la studiosa all’epoca lavorava. Le forniture internazionali, la distribuzione in Italia, i canali.
In Italia sono vent’anni che si persegue solo il caffè dei mafiosi, o loro prossimi, con i politici locali, o i loro prossimi. Non il caffè bevuto insieme ma la presenza nello stesso caffè- roba per cui i confidenti diventano meritori senza rischiare niente.  

La mafia virtuosa
A trent’anni dalla mafia imprenditrice, l’illuminante nuova categoria di Pino Arlacchi e del Procuratore di Palmi Cordova, una nuova figura fa emergere Enzo Ciconte, forse non volendo, della mafia virtuosa. Sul “Corriere della sera” di venerdì 4. In cui cioè personaggi sospettati di mafia si segnalano non  per azioni mafiose, intimidazioni, violenze, ma per capacità organizzativa e politica. Ciconte segnala due casi. Uno al processo in Lombardia contro la ‘ndrangheta, uno dei tanti processi avviati da Reggio Calabria dal Procuratore del suo partito, in cui i responsabili del colosso olandese della logistica Tnt hanno testimoniato in Tribunale che con le imprese ora accusate di mafia l’azienda era migliorata da tutti i punti di vista. L’altro caso riguarda Leinì, dove l’ex sindaco, imputato di associazione con la ‘ndrangheta, è difeso dal parroco e dalla popolazione senza eccezioni.
Ciconte inorridisce ai due episodi. Lo studioso mantiene come molti la pregiudiziale del vecchio Pci, nella società e nella politica, del “noi e loro”, aristocratica e quindi allettante. Che al Sud soffre però di una doppia debolezza. Il “noi e loro” presuppone una difesa robusta del “noi” da parte dell’apparato repressivo, militare e giudiziario, e non l’indifferenza, come è stato ed è, e anzi un favoreggiamento surrettizio, per l’inazione e per l’uso disinvolto dei confidenti. Sul piano politico presuppone inoltre un fronte unico degli onesti, e non l’antagonizzazione di tutti gli altri, virulenta in passato ma ancora praticata dagli ex Pci, e sottostante alla riflessione di Ciconte. A danno di democristiani, liberali, berlusconiani, commercianti, appaltatori, piccoli proprietari (si legge ancora nella sociologia di partito del latifondo…).
 
Il Sud è la campagna che si rifiuta
Il “Sud” è da qualche decennio per alcuni inviati e per molti coniugi di matrimoni misti la scoperta che la campagna puzza. Che il contadino è sporco. Che si emigra. Che i genitori sono violenti. Che la famiglia può diseducare. C’è nella retorica dell’ecocompatibilità la lode della campagna, ma al dunque solo i pochi ricchissimi con ville\vigne superservite, moderni castellani, se ne compiacciono, per gli altri è fatica e sudore, senza termine.  
Il matrimonio misto mette in contatto la parte estranea con la campagna al Sud. Il matrimonio misto è urbano: con un lui che è uno statale oppure un ingegnere o rappresentante industriale, con una lei che è o una esponente-figlia bene della città meridionale dove lui è distaccato, oppure una signorina, non necessariamente bene, della città del Nord dove lui è stato portato dal lavoro. Sempre però, tramite il consorte meridionale, l’altro coniuge viene in contato con la campagna. Ne scopre le bruttezze – la campagna è difficile da apprezzare, la sua bellezza è nascosta. La sporcizia, cioè, anche nella pulizia costante, il disordine, la lentezza, la diffidenza, o l’eccessiva familiarità. Anche il dialetto. La furberia. Tutto questo è possibile trovare nella campagna, dove essa residua, anche al Nord: il dialetto, la furberia, e anche la sporcizia. Ma concorre a fissare l’immagine del Sud:
- Non è del Sud? – dirà il\la consorte non meridionale ogni qualvolta nella gita domenica fuori porta, o magari nella sua propria città, sentirà arrossati contadini argomentare con gorgogli e arruffii.

leuzzi@antiit.eu