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sabato 6 gennaio 2018

Ombre - 398

“L’Italia fuori dai Mondiali giova o nuoce all’amore?” è il tema d’apertura che “Io Donna” propone alle sue lettrici. Poverette. Del tema discutono due  uomini.
5,6 milioni di abbonati Rai in più col canone in bolletta elettrica, un balzo di un terzo, da 16,5 a 22 milioni di abbonati, uno su tre non pagava. Il grosso dell’evasione è “normale”, piccola, quotidiana, dei servizi, del lavoro.  
Tale Bill Emmott, giornalista inglese di non speciale fama, fa la prima sul “Corriere della sera” per aver twittato: “Berlusconi può salvare l’Italia”. Controcorrente, spiega il giornale, con quanto lo stesso fece sull’“Economist” nel fatale 2011 della speculazione contro il debito italiano: “Berlsuconi è inadeguato a guidare l’Italia”. Il “Times” di Londra o lo stesso “Economist” avrebbe fatto anche un semplice breve,  anche in centesima pagina, su un commento del “Corriere della sera” contro – o pro - May?
Emmott all’“Economist” espresse il 26 aprile 2011 il sentiment della City? Non sarebbe un fatto grave? La copertina anti-Berlusconi come munizionamento per la speculazione al ribasso contro il debito italiano.
Emmott fu presentato nel 2011, e dopo, come il direttore dell’“Economist”, incarico che invece non ricopriva più da cinque anni. Era consulente d’affari per la banca privata Fleming Family and Partners, gestore di grandi patrimoni.
Anche Severgnini, che subito dopo il “Berlusconi unfit” ci fece un’intervistona sul “Corriere della sera”, presentò Emmott – “somiglia a Lenin” - come “direttore di The Economist dal 1993”. Pur essendo, dice Severgnini di sé, “corrispondente dall’Italia di The Economist da cinque anni”. Si diventa corrispondenti di “The Economist” per meriti speciali, non assunti da un direttore?
Si fa gran caso, i giornali fanno grande caso, del sacchetto da asporto da pagare. Cui chi fa la spesa, sia pure solo in libreria, è abituato da anni. I giornalisti non fanno la spesa? Nemmeno in libreria?
Il ministero dell’Istruzione e della Ricerca scientifica vuole i progetti che concorrono ai Prin redatti in inglese – in italiano solo per cavarsi la voglia: “A scelta del proponente può essere fornita anche un’ulteriore versione n lingua italiana”. Prin sta per Progetto di ricerca di rilevante interesse nazionale, il ministero non sa tradurlo?

Il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha già distrutto l’Università, e buona metà della ricerca. Ora vuole distruggere l’italiano, per non doverlo insegnare nelle scuole? Ma non è una cattiva idea, così ci liberiamo del ministero.

“La velocità media del traffico nelle ore di punta a Manhattan è scesa a sei miglia l’ora, per le app sui passaggi e le condivisioni” – “The New York Times”. Cioè si è moltiplicato l’inquinamento: dal motore a scoppio non c’è salvezza.

Si fa una pagina sul “Corriere della sera” per chiedersi come mai una biografia di Richard Avedon, il fotografo, esca solo a quindici anni dalla morte. E come mai non contenga nulla. “Che problema c’è nel rivelare la presunta omosessualità di un personaggio pubblico ormai scomparso?” si chiede Matteo Persivale, che pure è ottimo conoscitore delle trame editoriali americane. “Rivelare” una “presunta”?
“Un centro commerciale su quattro si prevede che chiuderà entro i prossimi cinque anni” (“The Atlantic”). Si moltiplicano in Italia per la rendita fondiaria – la valorizzazione dei terreni diacenti?
“Il governo Usa non ha mai fatto un’inchiesta adeguata sulle frodi compiute” nel crac del 2007 “per incriminare i colpevoli” – Maria Teresa Cometto, “Corriere della sera”. C’era già Trump?

“la Repubblica” ha una maestra di terza elementare a Pordenone che nei canti di Natale dei bambini ha messo “Perù” al posto di “Gesù”. Non per anticlericalismo, per rispetto ai bambini non cristiani della classe. È un caso di culto sbagliato della diversità. E una curiosità, più che altro. Ma la funzione pedagogica è estremamente delicata: abbandonare i bambini alla scuola, come è ora l’uso, per otto e anche dieci ore al giorno, è pericoloso, oltre che dannoso alla salute. La scuola può essere cattiva.

Sulla stesso giornale Ilaria Venturi documenta come il bonus di 500 euro l’anno introdotto due anni fa per l’aggiornamento culturale dei docenti, 381 milioni l’anno, sia speso “soprattutto per acquistare pc, Ipad e tablet. Anche per figli e nipoti, come regalo di Natale”.
Coi soldi regalati (incentivi) non si produce nulla, meglio le detrazioni per l’acquisto di libri e ingressi ai musei, l’iscrizione a corsi di aggiornamento. Ma l’incentivo “a pioggia” è irresistibile per i politici.  

Fa uno strano effetto rivedere un film dei Weinstein, da loro prodotti o distribuiti e portati al successo, con molti Oscar, specie quelli della Miramax. Comprensivi dei film di Michael Moore e di Benigni. Con molti attori (attrici) promossi per l’occasione.

Fanno uno strano effetto le foto e lo streaming di Bersani, vincitore-perdente del voto del 2013, che tratta il governo con i grillini. Con le terze file dei grillini, mandati da Grillo per fare scena comica. Possibile che sia successo?

Non c’è solo la sceneggiata di Bersani alla scrivanietta con i grillini per la formazione del governo, nella ricostruzione che “L’Espresso” fa della legislatura. Bersani a casa di Letta vuole anche Boldrini e Grasso alle presidenze delle Camere, invece di Franceschini e Finocchiaro: “Così cattureremo il voto grillino per il governo”. Un genio?

Dopo il padre, muore la madre – col figlio

Non sono passate due generazioni dalla fine del padre, insieme col maschio, che siamo già alla fine della madre. La notizia non è nuova, i generi non esistono più da tempo. Ma sono cessati, con la grammatica e l’ideologia nuove, anche la storia e il ruolo, la storia e l’avvenire del ruolo: la donna era famosa per generare, ora non più.
A differenza del padre, cancellato come maschio, la madre resiste come femmina, ma come fattrice, non più come donna. L’utero in affitto è opzione irresistibile. Ma oltre che del fascino dell’esclusiva materna, fa perdere alla donna la stessa funzione. È ancora fattrice, ma al livello basso dell’animalità. Viene da dire al livello della gatta o della mucca, ma ancora più basso – gli animali fanno dei “figli”, li accudiscono, non li partoriscono per i macelli o le gioie domestiche. La maternità surrogata, la ricetta del futuro, è un’animalità limitata, per quanto remunerata.
È finita la madre perché è finito il concetto di figlio. Si parla adesso di astratta genitorialità, nota la storica. E di un “diritto al figlio” come a un qualsiasi oggetto. Come obiettare a una “civiltà dei diritti”? Scompare la madre, dopo il padre, per una deriva inarrestabile della ragione. O della ragione presa al suo laccio – la ragione democratica, che va a due cavalli, anche se a quattro cilindri.
Lucetta Scaraffia, La fine della madre, Guanda, pp. 154 € 12,50

venerdì 5 gennaio 2018

I bonus auto li paga la bolletta

“Sacchetti bio: l’Italia è l’unica ad applicare la direttiva Ue”. Come per le targhe. Per le siepi autostradali, da sostituire col ferrocemento. E per i regolamenti alimentari, specie per l’impacchettamento nei supermercati, due e tre buste di plastica per un formaggino. Dove c’è business, in Italia, c’è la Ue. Ma è colpa di Bruxelles o dell’Italia? La corruzione è in Italia talmente forte che si vuole regolamentare.
L’economia dei servizi è anzi una fortezza legale della sopraffazione. Non senza corruzione,  talmente è impunita. Si fanno aumenti a cascata di tutte le tariffe, del telefono (raddoppiato!), della luce, del gas, a costi fermi e anzi in calo, per ragioni del tutto implausibili e anche senza ragioni. Affondando l’utente sotto sistemi tariffari complicatissimi, di cui nessuno può venire a capo.
Aumenti perfino subdoli, come il periodo di fatturazione là dove si paga un canone periodico.
Corruzione per legge
Una giungla di abusi, ma legale. Autorizzata dalle Autorità di settore, che ufficialmente sono state creata per proteggere gli utenti dagli abusi nel mercato libero. L’unico loro effetto è di gravare con i loro enormi costi sui contribuenti.
I peggiori abusi si praticano nel nome dell’ambiente e grazie delle normative a protezione dell’ambiente. Paghiamo sulla luce e il gas le iper-rendite dei produttori di fonti di energia non fossili. E i fabbricanti di macchine energy-saving: paghiamo sulla luce e il gas anche i bonus di 5 o 7 o 10 mila euro che i fabbricanti di auto ibride vantano in tv – finanziamo le case automobilistiche.

Hannah si vede Rahel, e non si piace

È la storia di un’ebrea che si negava. Cioè non si negava, voleva vivere come gli altri. Prorompente di vitalità. Senza danni per nessuno. Che per questo la giovane Hannah Arendt ammirava. Non bella né specialmente colta, ma capace di stimolare gli intellettuali, che ne frequentarono per decenni la casa, proficuamente. I nomi migliori in circolazione a Berlino. E in particolare un focolaio del prorompente romanticismo. Un personaggio che, senza l’ebraismo, una sorta di vincolo o capestro, specie dopo la fine dell’ebraismo in Germania, sua patria prediletta, sarebbe un vanto di tutte le storie delle letterature, e di tutte le storie. Il lascito Varnhagen, che era andato smarrito quando Hannan Arendt ha lavorato alla sua storia, e ora è ritrovato, è pieno di nomi importanti. Si può anzi dire un archivio del romanticismo. Con i lasciti dei Brentano, fratello e sorella, e molte lettere degli Schlegel , gli Humboldt, i Mendelssohn-Bartholdy, Leopold von Ranke, Hegel, Tieck. Casa Varnhagen fu il lugo della beatificazione di Goethe a Berlino, in vita, anzi relativamente giovane, con busto in sala.
Più propriamente, però, la storia è di un’incomprensione. Nella redazione per la pubblicazione, negli anni 1950, la storia diventa una violenta trasposizione della vicenda dell’autore nel suo soggetto. Di Rahel Levin e August Varnhagen, persone per più aspetti stimabili, Hannah Arendt fa dei parvenu, lei perfino sciocca per essere ebrea, e quindi stretta tra assimilazione e rifiuto. Hannah Arendt non aveva avuto, e non avrà, problemi di rigetto della società cristiana e “occidentale” in cui ha vissuto, riconosciuta. Ma vive in questa biografia, che invece è un esame di coscienza, la stupidità (“banalità”?) della sua relazione con Heidegger. Il cui ripudio ha ogni ragione - nel momento in cui scrive - di imputare al suo essere ebrea (un anno o due dopo, o due mesi dopo, capirà invece che l’amore della sua vita, che ora dipende da lei per la riabilitazione, non è la Volpe che si credeva).
Le date conducono quasi univoche a questa direzione: Hannah Arendt cominciò a lavorare su Rahel Varnhagen nel 1930, dopo la tesi di dottorato sull’amore in sant’Agostino, condotta con Jaspers e non col maesto-amante Heidegger, che l’aveva ripudiata. Una ricerca all’infuori dei suoi interessi di filosofa cattedratica. E in antitesi col suo stesso essere-non essere ebrea – di non aver visutto fino ad allora il suo storione familiare se non come quello di una famiglia - padre e madre uniti nell’orientamento -  tedesca liberale. Non conclude il lavoro, per gli eventi sopravvenienti, l’esilio praticamente forzato per motivi razziali e la sua prima adesione al sionismo. E quando lo riprende e lo pubblica - la prima edizione è del 1958 - è come un esecizio autobiografico. Una “biografia come autobiografia” la dirà Elisabeth Youg-Bruel, sua biografa ex allieva.
È un rapporto, tra autrice e soggetto, tra diciannovenni. Rahel ha diciannove anni quando comincia a fare della sua mansarda berlinese il ritrovo preferito di amici intellettuali, e poi, negli anni delle guerre napoloniche e dell’incipiente romanticismo, di cui diventa in Germanla la fucina privilegiata, della migliore società politica e letteraria. Hannah ha diciannove anni quando arriva a Marburgo a studiarvi la teologia, un ache fumava in strada, sapeva di Platone, e ballava il boogie-woogie.
Quello di Rahel è un salotto, ma anche un modo di essere. Lo diventa quando Hannah Arendt decide di rivedere il testo e stamparlo. Sotto l’ombra, inevitabile, dell’Olocausto, e quindi del rifiuto del rifiuto, di un ebraismo irrinunciabile se non di un sionismo (ri)conquistatore. È così che la biografia diventa, una sorta di specchio, non grato. Al “veneratissimo maestro” Jaspers, che la rimproverava nel 1952 di non avere amato il suo personaggio, risponde che è vero. Per una ragione precisa: aveva continuato a discutere con Rahel come aveva fatto con se stessa “in tutti questi anni”.
Come biografia è monca anche perché Hannah Arendt dovette lasciare la Germania quando ancora non aveva completato l’esame delle fonti. E quando riprese il lavoro, negli anni 1950, l’archivio Varnhagen, dapprima conservuto alla Biblioteca di Stato di Berlino, era dato per disperso – sarà ritrovato nel 1976 in Polonia, a Cracovia, dove si trova nella biblioteca Jagellonica.
Nella prefazione alla prima edizione, 1958, spiega di non aver voluto attribuire al suo sogetto “poeticamente, con pretenziose riflessioni, un adestino diverso da quelo che lei stessa coscientemente ha vissuto”. Onesta premessa. Ma da intendere così: “Rahel non era né bella né attraente, e tutti gli uomini con cui ha avuto un rapporto d’amore erano più giovani di lei; la sua straordinaria intelligenza e la sua originalità appassionata non avevano doti a disposizione per riuscire a oggettivare le esperienze vissute; infine la sua è stata un’esistenza tipicamente ‘romantica’, e il problema femminile, il divario cioè fra quanto gli uomini ‘in genere’  si aspettano dalle donne e quanto possono dare e a loro volta attendano era già prefigurato nelle condizioni dell’epoca e quasi insolubile”.
Una mediocre? No. Anche se nella diatriba ebraica sull’ebraismo molti soggetti finiscono per sembrarlo, sotto le spoglie della identità. Che volentieri sconfina nel paralogismo.
Si ripubblica l’edizione 1988 di Lea Ritter Santini, con la postfazione di Federica Sossi alla riedizione nel 2004. La lunga prefazione di Lea Ritter Santini mette in quadro la persona e la vicenda – con l’aiuto spesso della corrispondenza Arendt-Jaspers. Perché Arendt non l’ha fatto. A ragione quindi Federica Sossi insiste sulla “storia ebraica”. Ma non dice che è una ragione ex post, degli anni della guerra e dopo. La “questione ebraica” in Germania è della seconda metà dell’Ottocento, non di prima.
“L'ebraismo di lingua tedesca e la sua storia” Hanah Arendt vuole nella prefazione 1958 “un fenomeno del tutto particolare”. Intendendo eccezionale - come tutto che è Tedesco. È Arendt l’assimilata malgrado tutto, Rahel Varnhagen era accettata e benvoluta. Questa sua “Storia di una donna ebrea” è la sua propria despedida, il canto dell’addio, nel momento in cui decide di pubblicarla (poco dopo ritroverà la “sua” Germania). Non amabile.
Hannah Arendt, Rahel Varnhagen. Storia di un’ebrea, Il Saggiatore, pp. 429 € 22

giovedì 4 gennaio 2018

Meglio lo scandalismo dello scandalo

Bannon disoccupato pubblica un libro di memoria. Che, non interessando a nessuno, farcisce con una mezza pagina su Trump. Non sul presidente, sul figlio. Giusto per un po’ di pubblicità gartuita.
Una corrente storiografica fiorente una cinquantina d’anni fa, giostrata magistralmente da Giovanni Spadolini, portava all’uso dei giornali d’epoca – l’epoca studiata da Spadolini era quela di Giolitti -  come fonti. Se ne ricostituivano agevolmente le camarille a monte: influenze, trame e tranelli, corruzione (usava pagare i giornali, lo facevano le potenze, e anche interessi privati).  Lo storico del 2068 dirà di quela odirna che era l’epoca dello scandalismo anti-scandalo: si copre lo scandalo – che Trump sia arrivato alla presidenza – con lo scandalismo.
Non interssa che un uomo con le mani in pasta in molti afafri, e digiuno di politica, sia presidente degli Stati Uniti. Dove magari non è peggio di chi lo ha preceduto, evidentemente, se ha vinto le eelzioni, ma si mostra incapace di capire il senso delle istituzioni, la necessità di una linea o strategia sui tanti fronti da governare, il ruolo e le responsabilità mondiali degli Usa. È un dealer, come ama dire, un affarista, e si limita a denunciare tutti gli accordi internazionali di cui gli Usa sono parte, tanto hano solo da guadagnare nella rinegoziazione e nulla da perdere. Il conto del dare e avere limitando al solo fatto contabile, senza il reddito politico - ma è una rendita, che alla fine del gioco gli Usa potrebbero ritrovare svanita: l’Europa non ha più bisogno degli Usa, e la Cina neppure (non ha più bisogno di giocare come la grande fabbrica degi Usa, e ha spazi e risorse per fare in proprio).
Si fa con Trump come con Berlsuconi. Tartassato dai giudici di Milano con un migliaio di perquisizioni. E dai giornali per le squillo. Condanato anche, per non aver commesso il fatto – l’acuisto di diritti cinematografici estero su estero per evitare il fisco (pratica lecita-illecita che altri praticavano in abbondanza, per esempio la Rcs Film & Tv (caso documentato vent’anni fa in “Mediobanca editore”). Ma non, mai, per lo scandalo dei suoi 14 o 15 conflitti di interesse.. 

Letture - 330

letterautore

Amleto – È un altro nella lettura di Alda Merini (“La vita facile”, 66 segg.) ma non incongruo. Uno che incanta le platee ma “non ha una logica, un’assonanza, una felicità interiore”. Un intellettuale, “un pavido come tutti i poeti”, che “vuol far credere di essere incerto”, e così “disorienta i nemici, li sorprende”. Un neghittoso. Uno. Due: “Che cos’è la follia di Amleto se non un enorme complesso edipico che lo spinge a ignorare se stesso?” Non il “succube di un destino avverso”: “Non è sua madre che combatte, non è il patrigno… da cui ha avuto una grande prova di correttezza”. È u o he “lotta contro i suoi demoni”, le sue figure e vendette “non sono rivolte agli altri ma a ciò che lo turba”. Tutto ciò può fare teatro, spazzando via “l’ingegno degli altri”. Ma, per quanto genio, non può “spazzare via da solo le vendette delle azioni”, perciò sceglie di uccidere, “perché non ha altra soluzione”.

Amore – È tema romanzesco per eccellenza, più della guerra, dai tempi di Omero. L’antichità pullulava di romanzi dì’amore, a preferenza di ogni altro genere, di avventura, di misteri, di esotismo.
È esso stesso avventura, nei romanzi, fino a Orlando, l’“Innamorato”, il “Furioso” e quello di Virginia Woolf.

Berenice – La prima a introdurre, come regina, e a praticare, con Mesopotamia, il matrimonio lgbt. Fra le tante Berenice che si sacrificano per i mariti Tolomei, ce n’è una, che ascenderà al trono dei faraoni e sposerà Mesopotamia, con un vero e proprio matrimonio. È una delle parti perdute del romanzo “Babilonica” di Giamblico, di cui è residuato solo il sunto di Fozio nella sua “Biblioteca”. Questa Berenica e la sua sposa Mesopotamia sono due personaggi eponimi, e non storici, ma non per questo meno reali.
La possibile Berenice reale – l’unica individuabile fra quelle storiche – è tipo poco tranquillizzante. L’identificazione storica più prossima, per date, contesti e carattere, è infatti con Cleopatra Berenice Epifania, detta Berenice IV. Una che in paio d’anni, tra il 58 e il 55 a .C. riuscì a detronizzare il padre Tolomeo XII Aulete, a nominarsi reggente, in coabitazione con la madre per un anno, fino alla morte di lei, mentre impegnava a sposarla un cugino, Seleuco VII, che poi assassinava, a sposare in seconde nozze un gran sacerdote di Bellona in Cappadocia, Archelao, per poi essere giustiziata dal padre, che si era preso la rivincita.

Femminicidio – Si può dire un esito dell’impotenza, psicologica se non sessuale. Un vecchio detto greco ha: “Uno Scita uccide quando beve, un eunuco quando ama”.

Paternità – Su di essa A.Merini esemplifica la voce “Distanze”, nella raccolta di riflessioni “La vita facile”: “Noi bambini davamo del voi a nostro padre, stabilendo così la distanza che ci vuole tra il genitore e il figlio nella gerarchia di anime.  Quel voi non era banale disciplina, stava a significare che lui non ci aveva generati con il sesso ma con la sua mente, con la sua audacia. Egli con la mente conduceva la nostra volontà, era l’educatore. L’uomo buono e giusto per eccellenza”.

Questione della lingua – Nella “questione della lingua” da cellula Pci (“sì, ma”), impostata da Pasolini con una conferenza nel 1964 in giro per l’Italia nel circuito Aci, “Rinascita” promosse un dibattito col suo mensile culturale “Il Contemporaneo” a fine gennaio 1965. Parteciparono molti scrittori. Pasolini replicò, “vivacemente e diffusamente”, dice Calvino (“Una pietra sopra”, p.143) il 6 marzo con un “Diario linguistico”. Calvino non fa mancare il suo “ma sì”: “Le mie conclusioni sono in disaccordo con quelle di Pasolini. Ma devo dire che nel suo scritto ho trovato molto di stimolante e di vero, nella impostazione generale, in alcune delle rapide analisi stilistiche (non dove parla di me, purtroppo) e in parecchie osservazioni marginali”.
Cosa diceva Pasolini? Non poco: “Il rapporto di Calvino con l’italiano medio sta tra quello di Soldati, di Delfini e di Moravia”. Cioè sta nell’indistinto, nella non lingua – “il rapporto di Soldati con l’italiano medio è di accettazione fondamentale di esso in quanto lingua dell’Ottocento”, quello di Delfini idem (e chi è Delfini?), “l’italiano di Moravia è una «finzione»  di italiano medio”. Ma, poi, Pasolini “sistema” in due pagine, di cui una solo per Moravia e Morante, una buona metà del Novecento

La questione della lingua l'Italia l'ha avuta per prima, con Dante, e molto bene argomentata . Poi non l’ha aggiornata. L'ha replicata per mero spirito retorico con Bembo, Giordani, Manzoni e Pasolini. Il veneziano Bembo, “Prose della volgar lingua”, è quello che ha intronizzato il toscano trecentesco. Ne nascerà la Crusca, che fino a non molti anni fa si è voluta conservatrice.
L’illuminismo lombardo attorno alla rivista “Il caffè”, di Beccaria e i fratelli Verri, e quello di Baretti, hanno tentato di svecchiare, con aperture alle novità, compresi i “forestierismi”.
Un’apertura subito chiusa. Da Manzoni, nientemeno, nelle vesti di restauratore, subito dopo l’unità d’Italia. La “Relazione” che scrisse per il ministro dell’Istruzione Broglio fu un invito a restare nel toscano, se non nel trecento. Qualcuno si oppose, in particolare Graziadio Isaia Ascoli, ma con poche armi di fronte al mostro sacro lombardo.
Ma già con Pietro Giordani, subito dopo l’inforestieramento napoleonico, e con la rivista “La Biblioteca italiana”, Milano aveva respinto l’invito di Mme de Stäel, “Sulla maniera e l’utilità delle traduzione”, a sprovincializzare la lingua. Niente da fare, rispose Giordani, gli scrittori italiani non hanno che da rifarsi ai classici, quelli italiani dopo quelli latini e greci, “opere perfette”, pena la decadenza – questo nel 1816, nel 1817 Giordani avrà occasione di leggere Shakespeare, e ne sarà turbato  (mentre il suo monito sarà ripreso alla lettera un secolo dopo da Gadda, ma in senso maccheronico, ironico).  :   

Quasimodo – “Ed è subito sera” (“Ognuno sta solo sul cuore della terra\ trafitto da un raggio di sole:\ ed è subito sera”) fa eco al Giamblico del romanzo di Merežkovskij su Giuliano l’Apostata. Al quale il filosofo, maestro occasionale, in una scena memorabile del romanzo consiglia: “Ascolta il silenzio della sera: esso parla meglio di qualsiasi parola”. Reminiscenza di una lettura dell’adolescenza – il romanzo e Merežkovskij erano lettissimi fino agli anni 1930?

Romanzo – È nato greco. La classicità pullula di romanzi, quasi tutti (le eccezioni più note sono solo due, “L’asino d’oro” di Apuleio, e il “Satyricon” di Petronio) in greco. A opera di greci: Caritone, Senofonte Efesio, Longo Sofista, Antonio Diogene. Scrivevano in greco anche romanzieri di altre nazionalità: Eliano, romano, Eliodoro, fenicio, Achille Tazio, alessandrino, Giamblico, siriano, Luciano naturalmente, siriano, e anche Apuleio, di Madaura in Algeria, che spesso scriveva in greco, anche lui.

letture@antiit.eu 

La sensualità era donna

Rodin amava le donne. E a un certo punto, quando Camile Claudel, l’amore di una vita, lo abbandonava, le done lo salvarono Sotto forma di disegni. Una lunga serie di disegni, 121, classificati come gabinetto segreto, e pubblicati solo ora. Anche se non più licenziosi di altre sue opere note, a matita, a china, modellati.
Quello che la collezione “segreta” ha di diverso è la “naturalità” del disegno, la fluidità, la cattura del particolare e dell’attimo, più intenso e pieno di quanto poteva permettersi la fotografia, di cui lo scultore lamentava la concorrenza sleale. E la crisi fu superata: dei cinquant’anni, dell’abbandono, del fallimento artistico.
L’abbandono di Camille coincideva con le perlessità dei commirtenti, la Società dei letterati francesi, del Monumento a Balzac, a cui aveva lavorato sei anni – quatro anni dopo, nel 1898, la Società rifiuterà definitivamente il manufato dello scultore. Un monumento, in questo momento, a un rapporto fra uomo e donna dimenticato o condannato.

Auguste Rodin, I disegni proibiti, Rizzoli, pp. 274, ill., ril. € 39

mercoledì 3 gennaio 2018

Problemi di base stellari - 386

spock

Processo “immediato”, cioè dopo le elezioni: ma allora Virginia è una furba?

Se Raggi è una sfuggita di mano, gli altri che saranno?

Grillo non ne può più dei 5 Stelle: come dargli torto?

I 5 Stelle, scelti per non avere studi né arte, sanno tutto: è una nuova forma di conoscenza?

O non avranno la grazia infusa, anche loro?

Cinque anni di Di Maio, è possibile?

Di Maio dopo Raggi: dove li trova Grillo?

Grillo è garante dei 5 Stelle: del sapere di non sapere?

Grillo, il comico che non ha il senso del ridicolo?

spock@antiit.eu

Il paese degli stranieri in patria

Una storia senza una pausa. Un capolavoro di legal-trhiller. Per una volta non sulle procedure penali Usa: questo è sui conflitti interarabi, violenti, interminabili, inutili. Per differenze di nazionalità, religione, etnia, o semplicemente di carattere. Una pietra miliare storico-politica.
Un libanese un palestinese, profugo a Beirut, litigano. Senza voerlo, e senza nemmeno chiedersi la ragione. Che del retso si scambiano vicendevolemente: le parti si rovesciano fino a far diventare il nazionalista libanese anti-israeliano un “sionista”. Ma non è un gioco delle parti, è un conflitto vero, con danni. Compresa l’insorgenza di un passato, per entrambi i contendenti, che volevano e non possono più cancellare. Di un paese piccolo che la sua ricchezza ha reso indifeso.
Venezia ha premiato Kamel El Basha, il palestinese della contesa, per correttezza politica. Il film si regge su Adel Karam, he lo tiene sulla corda dall’inizio alla fine, in un’interpretazione di forza del libanese-straniero-in-patria - anche per una storia più complessa del suo personaggio: vittima bambino della rappresaglia dei palestinesi del campo di Tell-el-Zaatar su Damur, a sud di Beirut, un eccidio di molte centinaia di persone inermi. Ma lo stesso suo avvocato, che lega tutta la vicenda, il nazionalista che porterà i giudici ad assolvere il palestinese suo accusato, è un’interpretazione affascinante. Estremamente caratterizzate, seppure in ruoli di contorno, le mogli dei contedenti, e l’avvocatessa del palestinese.
Un lavoro curato, immagine per immagine, parola per parola, e un esito imponente.
Ziad Doueiri, L’insulto

martedì 2 gennaio 2018

Problemi di base per il nuovo anno - 385

spock

Quante tonnellate di anidride carbonica abbiamo prodotto con le pirotecnie di fine anno?

Siamo tutti per la vita, ma quale?

I firmatari dell’accordo sul clima si sono prodigati per giganteggiare nei fuochi d’artificio, da Pechino a Parigi, Trump, che l’accordo ha ripudiato, no: c’è un rapporto?

Macron ha detto mezzora prima quello che Mattarella ha detto mezzora dopo: lavoro, giovani, ambiente: qualcuno ha copiato?

Mattarella ripete Macron, o viceversa: siamo già nell’epoca dei cloni? c’è una parola d’ordine?

Grillo inaugura l’anno annunciando la divisione da Casaleggio: c’è il ripudio?

O Grillo-Casaleggio era un’unione morganatica?

spock@antiit.eu 

Il romanzo di Aldo Moro

“Roma, 9 maggio ‘78. Al Viminale”, recita la sinossi del libro, “il ministro degli Interni Cossiga attende la notizia della liberazione di Aldo Moro. Quando squilla il telefono, gli si annuncia invece il ritrovamento del cadavere del presidente democristiano, in una Renault rossa lasciata in via Caetani. Il dolore si mescola a profonda delusione: qualcuno ha tradito i patti, capovolgendo l'esito di una segretissima trattativa dove a condurre il gioco era stato chiamato un abilissimo mediatore”, Igor Markevic, “il Maestro di origine russa che ha diretto le maggiori orchestre del mondo”.
Si riedita perfino ampliata una storia che sembra inventata – e lo è. Attorno a un personaggio che in qualche modo la merita, la scelta non è sbagliata. Ma fare del maestro Markevic il Grande Vecchio delle Brigate Rosse o il Capo dei Capi è troppo – nel caso specifico dell’assassinio di Moro anzi disturbante, nessun elemento collegando il musicista ai terroristi.
La sinossi di cui sopra non è di quest’ultima fatica di Fasanella e Rocca, ma della precedente sullo stesso personaggio, nel 2003, con Einaudi, intitolata “Il misterioso intermediario. Igor Markevic e il caso Moro”. Questo volume, il doppio del precedente, è “una risposta alle critiche” del primo. Ma di fatto un’escursione libera sui legami “tra mondo dell’arte, intelligence e esoterismo” – fertile, questo, nella famiglia Caetani: un campo sterminato, :l’evocazione del mondo brillante delle arti e della cafè society europea del dopoguerra. Se non che la storia è sempre quella del misterioso capo delle Brigate Rosse.  Con uno strano effetto di vasta disinformazione, come tante altre storie concresciute attorno al delitto Moro. Qui senza molti appigli.
Giovanni Pellegrino, “il senatore-detective che per sette anni ha presieduto la Commissione parlamentare sulle stragi e sul terrorismo”, si è fatta l’idea che l’uccisione di Moro, mentre se ne attendeva la liberazione, è dovuta in qualche modo al maestro Markevic. Unico indizio a carico del musicista: l’aver sposato in seconde nozze la duchessa Topazia Caetani, e quindi essere in qualche modo coinquilino della R 4 nella quale fu stipato il corpo di Moro. Anche se i Caetani non abitano palazzo Caetani da qualche secolo.  
E chi è Pellegrino? Un onesto senatore. Tanto onesto che per sette anni nella sua Commissione si è potuto raccontare di tutto e di più sul rapimento e l’assassinio di Moro, non bastando la verità, o forse per mascherarla. E Cossiga, che trattava con misteriosi intermediari, è notissimo presidente affabulatore di tante fiabe cospirative. Parti entrambi in tragedia, ma nel post-tragedia, In una cultura che privilegia il “testimone” invece dei fatti. Magari solo per divertimento  non per cattive intenzioni: la verità del testimone si presta di più e con meno fatica – è racconto pronto, basta un minuto al microonde, e anche, perché no, più accattivante. Markevic si presta meglio di altri perché ha lavorato con Cocteau, ha incontrato Nabokov, Berenson,, Chaplin e tanti altri, e allora molto Nabokov, Berenson, Chaplin e altri, e poi era amico di Roman Vlad – di cui però è difficile presumere male, il figlio Alessio vigila.
Di Markevic si poté fare il Capo dei Capi del terrorismo rosso perché l’uomo era in età, e isolato. E non sprezzava la notorietà, purchessia. Anzi. Era un personaggio da passerella, già in gioventù.  Savinio, “Scatola sonora”, lo ricorda così nell’aprile del 1941, “Igor Markevic, nato a Kiev nel 1912”, all’esecuzione all’Adriano, in piazza Cavour a Roma, allora sala da concerti, della prima italiana di una sua sinfonia concertante per soprano e orchestra, “Lorenzo il Magnifico”, da lui stesso diretta: “Nelle fotografie di solisti e direttori che opportunamente illustrano i programmi…. riconoscemmo i lunghi occhi da capra del giovane compositore russo, la sua bocca carnosa, le sue orecchie faunesche, la sua faccia sfilata; e a questa vista la nostra mente tornò indietro di una dozzina d’anni”. A quando Markevic, a Parigi, era nella scuderia dell’impresario Djaghilev, geniale talent scout, promotore, produttore di teatro, danza e musica – “un mondano delle arti e dell’intelligenza, dotato del necessario fiuto per scoprire gli uomini le cose e i capitali”. Ricorda Savinio nel 1941: “Igor Markevic era in quel tempo il prodigio giovinetto  che Sergej Djaghilev portava entusiasticamente in giro”, per i centri della mondanità, Parigi, Londra, Montecarlo. “Giovinetto di belle speranze”, che, “scortato a destra da sua madre e a sinistra dall’autorevole protettore, diabetico e opalescente, passava, sereno e polito, tra ali di curiosità e sussurri di simpatia”. Djaghilev era stato “particolarmente fortunato nella scoperta di alcuni ballerini”, tra essi Nižinskij, di cui la giovane promessa sposerà in prime nozze la figlia. Poi Djaghilev era morto, e il Markevic compositore era finito. Avrà un’ottima carriera come maestro d’orchestra, e si farà italiano sposando in secondo nozze, un matrimonio da cui ebbe quattro figli. E questa è la vera storia.  
Fasanella, già cronista dell’“Unità” a Torino negli anni di piombo, è uomo di cinema, sceneggiatore, soggettista. Come Rocca. Si divertono nel genere “romanzo-verità”.
Giovanni Fasanella-Giuseppe Rocca, La storia di Igor Markevic. Un direttore d'orchestra nel caso Moro, Chiarelettere, pp. 464 € 16,90

lunedì 1 gennaio 2018

Appalti, fisco, abusi (113)

Aumentao le bollette energetcihe. Di tre e quattro volte l’inflazion. Senza che ci sia un aumento dei costi: né delle materie prime (fonti di energia), né monetari (l’euro è semmai rinforzato), né dei costi di produzione. Paghiamo le fonti di energia “alternative” o “rinnovabili”, non fossili.
Paghiamo cioè il nulla, un’ideologia. Cioè no, un modo di dire “corretto” per una gigantesca rendita. Senza produttività. Senza concorrenza. Senza un beneficio misurabile per l’ambiente – tutti i risparmi pretesi di CO2 non arrivano alla CO2 prodotta la notte dei fuochi di San Silvestro.

Il postino – ma è una postina – non ama consegnare le raccomandate - fanno perdere tempo per il secondo o terzo lavoro? Preferisce lasciare in buca un rotolino e una lettera delle Poste che invitano al ritiro presso un ufficio postale. Dove rintracciare e consegnare una raccomandata richiede da un minimo di cinque fino a quindici e anche venti minuti – tempi cronometrati.  
Si può capire che le Poste, vecchia burocrazia, facciano di tutto per trattassero i destinatari – peggio se di una multa, per la colpa connessa: le Poste sono sempre di parrocchia. Ma quanto costa alle Poste di Borsa consegnare una raccomandata, tra rotolini, lettera di avviso, tracciamento e riconsegna della raccomndata, previa triplice o quadruplice firma, in apositi registri, e tenuta degli stessi?

Ups, United Parcel Service, ha per i reclami un sito a riconoscimento vocale, per il quale bisogna articolare se-pa-ra-ta-men-te quindici tra numeri e lettere. Operazione al termine della quale la meccanica voce vi dirà di ricominciare daccapo – inevitabile.
L’economia dei servizi americani è sempre stata abusivista. Trapiantata tal quale, malgrado le tante autorità di sorveglianza – un costo in più.

Enel invia le bollette da sei mesi col perentorio invito a passare all’addebito online, via rid o carta di credito. Contro il quale promette un sacco di benefici. Ma il sito a cui rinvia per l’accredito si dice da sei mesi “in manutenzione”. La chat del sito rinvia al numero verde. Il numero verde si dice non abilitato.
L’utente ne è frastornato – grato del miracolo che la luce e il gas comunque arrivino. Ma all’Enel quanto costano tutti questi invii e rinvii, in termini di minutaggio lavorato, a fini improduttivi?.

Acea fattura all’improvviso elettricità e gas cui nessono l’ha abilitata. Vantando un contratto telefonico che non c’è mai stato. Nemmeno sotto forma di contatto. Basandosi evidentemente su codici storici.
Acea non spiega come sia potuto succedere, e non si scusa – l’intromissione di Acea ha obbligato a un nuovo contratto con il fornitore, con andirivieni di depositi cauzionali da rimborsare e poi da riversare, e contratti telefonici e cartacei. Né c’è una forma di protetsa all’Autorità per l’Energia.
Il mercato come Far-West. Ma perché pagare un’Autorità per l’Energia?

Problemi di base - crotoniati (384)

spock

Ci vuole il binocolo per vedere la parata di braccio di Mertens a Crotone?

Il Var non si utilizza quando tutti abbiamo scommesso sul Napoli campione d’inverno?

E se il Crotone retrocede per un punto, quello che l’arbitro gli ha scippato col Napoli – senza contare l’espulsione di Mertens?

Una volta gli arbitri erano venduti, ora giocano in proprio?

Cosa è meglio, essere venduto oppure corrotto?

Para più e meglio Buffon oppure Cordax?

spock@antiit.eu

L’amore è un romanzo

Uno dei primi romanzi d’amore, tra Sinonide e Rodane. Opera di un retore del II secolo, contemporaneo di Marco Aurelio, non del filosofo neopitagorico di un secolo dopo – ma siriano come il filosofo. Nella sintesi che ne ha tramandato Fozio, l’erudito e filosofo bizantino, IX secolo, che fu patriarca della cheisa ortodossa, per due volte, e vi è venerato come santo, nella sua “Bibliotheca”. Più brevi frammenti originali residui, raccolti nel lessico Suda”. Con una introduzione e un ampio commento di Roberta Sevieri, grecista a Trento, che ha curato l’edizione e la traduzione – Fozio e i frammenti sono dati in originale e in traduzione.
L’antichità greca era fertile di romanzi d’amore. Molto inventivi. L’ingrediente più innovativo di Giamblico è l’amore-morte: “La morte non è sgradevole per gli innamorati, anzi, è addirittura dolce”. L’amore è in realtà una cornice per avventure in serie: ricchezza, nobiltà, miseria estrema, api assassine, ospite cannibale, scambi di identità, e agnizioni, molte apparenti, a non finire. fantasmi, gelosie terrificanti, attentati interminabili alla virtù e alla vita dei promessi, sventati con astuzie sorprendenti, e il lieto fine. Il macabro è ingrediente essenziale: morti viventi, vendette truci  tra fratelli, femminicidio, con suicidio, un padre suicida per aver creduto la figlia morta, assassinii a ogni pagina, anche per veleno ma preferibilmente con molto sangue, per pugnali, spade, asce, con decapitazioni, squartamenti, e crocefissioni. Un repertorio che resterà – incongruamente ? - nel teatro dei pupi. 
I frammenti sono di una narrazione precisa e veloce, ben più memorizzabili che il riassunto di Fozio. Alla storia era d’uso interpolare digressioni dotte, qui perse. Quella sulla magia fa della “magia dei topi” la prima per importanza, dice Fozio, “da cui prendono il nome anche i misteri” – una paretimologia, nota caustica la curatrice, sfuggita al patriarca, mystéria derivando dal verbo muo, “mantenere chiuso”, e non da mues, topi.

Il commento della curatrice al riassunto di Fozio, spiegato paragrafo per paragrafo, con l’ausilio dei frammenti r esidui del “Suda”, è una godibilissima storia del romanzo classico, greco. Spesso, come qui, più teatrale, rappresentato (oggi sarebbe cinematografico, da blockbuster d’azione), che raccontato.
Giamblico, Storie babilonesi, La vita felice, pp. 119 € 9,50

domenica 31 dicembre 2017

Il mondo com'è (329)

astolfo

Diversity – La dottrina della “diversità” farà quarant’anni l’anno che viene. Ma arriva alla maturità come materia di discussione, senza più il sostegno unanimistico, più o meno convinto, con cui ha prosperato. Tema di discussione della sinistra americana, che lo ha promosso e difeso, attorno al partito Democratico e fuori: se la “diversity” ha fatto il suo tempo e perché. È la domanda che si pone “The New Yorker” a fine 2017, la “diversity fatigue”, stress da diversità, e insieme sovraesposizione. 
La “dittatura delle minoranze” è tema antico della democrazia americana, già Tocqueville ne parlava. Ma la discussione in corso non è rituale, e non solo teorica: si innesta su fatti precisi, e va in crescendo. Neanche il rigurgito di sessismo emerso col caso Weinstein sembra ridare vena alla “diversità”. La regista Ava Du Vernay, la prima afroamericana che ha beneficiato di una nomination ai Globe, si è distinta, dopo la polemica seguita agli Oscar 2017, che premierebbero i bianchi, con un attacco alla “diversità”:  “Odio tanto questa parola, proprio tanto”, ha dichiarato. Argomentando che ha un suo suono “medico” e freddo, mentre “appartenenza” e “inclusione” sarebbe quello che le gente da sempre marginalizzata vorrebbe sentirsi proporre.  
La pietra d’inciampo è Trump, ma non solo Il riconoscimento delle minoranze delle minoranze, e fino ai bisogni personali purché collegabili a un elemento di etnia o di genere (la “diversità” è di fatto un sistema di garanzie per il lavoro e la carriera delle donne e della gente di colore) , ha generato il fenomeno Trump, o Trump ne sta generando la fine, comunque l’indebolimento? “The New York Times” si è giustificato con irritata ironia, dopo le tante proteste dei lettori, per avere ospitato nella pagina delle opinioni un commentatore conservatore, protestando a sua volta il principio della “diversità di vedute”.  Mark Zuckerberg, costretto anch’esso a scusarsi, qualche mese prima dl “New York Times”, per avere tra i suoi collaboratori Peter Thiel, che è anche consulente di Trump, ha messo in campo il rispetto e il bisogno di una “diversità ideologica”.
La diversità era già venuta sotto accusa una ventina di anni fa, da parte di manager aziendali, direttori di giornali, direttori di dipartimenti universitari e centri di ricerca. Per l’aggravio di dover  reclutare, formare, favorire comunque quote di minoranza, a rescindere dalle qualità personali, e per  l’insufficienza spesso degli esiti produttivi. Nel 2006 fu la volta di alcuni scrittori, che lamentarono la difficoltà (“come camminare sulle uova”) di tenere sempre in conto le diverse suscettibilità, anche dei singoli, inibitorie fino al silenzio. Po Bronson e Ashley Merryman, in particolare, due scrittori liberal, posero il problema di un “eccesso di tolleranza”: “Le persone vogliono essere tolleranti, ma dopo un certo punto si sentono obbligati a ingoiare la zuppa”.
Trump sarebbe il detonatore di un’insodisfazione ampia. Si fa colpa alla “diversity”, scrive il  “New Yorker”, dell’atletismo in declino, compresa la mancata qualificazione della nazionale di calcio ai mondiali di Russia (la prima volta dopo molti anni: anche negli Usa è un piccolo dramma, come in Italia). Della popolarità in declino delle nuova ”Star Wars”. E anche di quella dei Supereroi: “Un’indagine MarketWatch sulla diffusione del catalogo Marvel si chiede se gli appassionati «tradizionali» non siano stati allontanati dai loro beniamini dalla crescente diversificazione dei Supereroi – che include «uno Spider-Man afro-latino, una Ms.Marvel mussulmana, un Thor femmin a, un Iceman gay, un Hulk coreano, un ruolo femminile afro-americano in Iron Man, e una Chavez lesbica latino-americana»”. Gli ambulatori sanitari per il controllo e la prevenzione (Centers for Disease Control and Prevention) includono “diversity” in una lista di parole-concetto che scoraggiano di usare al loro personale.
La “diversità” è stata imposta per legge dalla Corte Suprema federale negli Usa il 28 giugno 19798. Ma dopo un dibattito di nove mesi. E con una decisione “divisa”, 4-4. Che prevalse solo per il parere volatile del Lewis Powell, che una volta votava per un gruppo, e un’altra per l’altro gruppo. . Il suo parere comunque non fu condiviso da altri cinque giudici, che diedero una lettura diversa della sentenza. Le sei opinioni si dividono grosso modo 5-1: le cinque arguiscono il bisogno di un “azione affermativa” per riparare ai guasti storici della discriminazione e dell’ineguaglianza. Il giudice Powell argomentava invece l’opportunità di una ‘”azione  affermativa” per cogliere nuovi umori e nuove forze, soprattutto nell’istruzione superiore e nelle univevrsità. Un criterio che oggi, mutate le condizioni politiche, se l’elezione di Trump ha un senso, potrebbe giocare contro gli automatismi della “diversità”.

Perdono – È attraverso il perdono che il cristianesimo diventa religione accettata, e presto religione di Stato. Il perdono delle efferatezze dei potenti. Lo snodo è ben sintetizzato dal romanziere russo Merežkobskij in “La morte degli dei”, la storia di Giuliano l’Apostata. Quando l’imperatore Costantino a una certa età fu sopraffatto dalla violenze commesse, tra esse l’assassinio del figlio primogenito Crispo, della seconda moglie Fausta, e del nipote Licinio, figlio della sorella Costantina. “Straziato dai rimorsi, l’imperatore aveva supplicato gli ierofanti della religione pagana di purificarlo, ma quelli si erano rifiutati. Allora il vescovo lo aveva persuaso che soltanto la religione di Cristo possedeva sacramenti in grado di mondarlo da simili delitti”. 

Tribù Un atlante delle tribù sarebbe oggi un ghirigoro infantile di colori indefinibile. Sono innumerevoli i conflitti che a vario titolo, etnici, religiosi, di frontiera, politici, sono in atto in Africa, a Sud e a Nord del Sahara, in Medio Oriente, in tutta l’Asia, e in Europa. Caldi o dormienti. nell’Africa ne-ra. E una serie di schede sinistre sui conflitti interni euroafricani: l’inestri-cabile tripartizione marocchina, arabo-berbera-spagnola, i berberi contro gli arabi in Algeria, i copti in Egitto, l’inestricabile tripartizione jugoslava fra croati, serbi e, in Bosnia, i musulmani, con gli albanesi dentro la Serbia e la Macedonia, e i greci dentro l’Albania, i Russi dentro l’Ucraina, e dentro le frazionate comunità caucasiche, poi gli inglesi dentro l’Irlanda, gli scozzesi dentro l’Inghilterra, i baschi e i catalani in Spagna, gli ungheresi in Romania, i rumeni in Moldavia, i fiamminghi e i valloni, gli armeni, i curdi e diecine di altre nazionalità dimenticate.
Un fattore di nazionalismo, quindi bellicoso. Ma antirazzista. Cinquant’anni fa Ronald Segal, il fondatore della Penguin African Library, argomentava in un denso volumone in favore della razza come “fattore primario”, o “strutturale” – era d’obbligo allora “rifare Marx”. Ma il contrario è più vero: la tribù nei fatti smantella la razza. È il fatto tribale religioso che tormenta l’Irlanda, non quello etnico. Ottantacinque musicisti in quindici generazioni di Bach non è un fatto di razza teutonica, non c’è un Dna nazionale della musica, ma di ascendenze familiari. O i Melani di Pistoia, sette musicisti su nove fratelli, dal maggiore Jacopo, autore della “Tancia”, la prima opera buffa, al minore Alessandro, che musicò il primo don Giovanni, l’”Empio pentito”. O i sette Scarlatti, sorelle, fratelli, figli e nipoti di Alessandro. Storicamente si può sostenere che il razzismo nasce quando si conculca il tribalismo. Nasce nel 1492 in Spagna, dopo la conversione imposta agli ebrei: non contando più la professione religiosa, per distinguere gli ebrei si compilano Libri Verdi sulla limpieza de sangre.
Un problema è semmai a che tribù legarsi, fra i tanti incroci. Ai kikuyu operosi, coi quali aveva mercato quotidiano, Karen Blixen preferiva i masai, che vivono a sbafo, e i somali, che impongono ai giovani di ammazzare qualcuno se vogliono una moglie – così pensa lei golosa. È vero che il cuoco kikuyu ha gambe curve, viso piatto, naso schiacciato, ed è un nano di fronte ai somali e masai, i quali, non lavorando, sono alti e ritti. In swahili tribù si dice cabila, ma potrebbe essere cabala.

astolfo@antiit.eu

Il partito dei giudici e i partiti

Si discute e si contesta la riforma del regime delle intercettazioni – increbilmente ipocrita venerdì il commento del “Corriere della sera”,
 Mentre è una riformetta. Da poco. Per il minimo della decenza – in altri ordinamenti, per esempio quello americano, gli intercettatori italiani sarebbe tutti in carcere. Timida, anzi paurosa. E questa è la verità del provvedimento: la politica ha paura dei giudici.
Il regolamento elettorale dei 5 Stelle ne dà lo stesso giorno della legge di rifoma la conferma: contro ogni calcolo di opportunità, anche lo statuto dei 5 Stelle fa largo alla candidatura degli indagati. Indagati presumendo anche i condannati, prima della Cassazione. È contro ogni logica: non c’è motivo per cui la politica si debba fare forte di persone poco meno che limpide. È contro soprattutto la logica del movimento grillino, che si vuole dei pur-e-duri. E contro anche un facile motivo propagandistico, che evidentemente non si può più spendere. Ma i giudici non cosentono alternative. I 5 Stelle in poco tempo l’hanno già sperimentato: i soprusi dei giudici contro i politici sono irrefrenabili.

La Russia è dietro l’angolo, con Dio

Ritorna il romanzo di Giuliano l’Apostata, quello che combatté tutti gli dei per il desiderio che lo divorava del divino. Romanzo storico filosofico: accurato nella ricostruzione, ma impregnato di filosofia – d’incertezza. Niente avventure. O meglio: l’avventura umana. Tra obbedienza e ribellione. Tra fede e rifiuto. Tra potere e intelligenza.
Un romanzone, con tutti gli attributi. Compreso un pizzico di horror – c’è anche la cucina da chef. Nel momento migliore per la drammaturgia, della convivenza tra paganesimo e cristianesimo, che consente situazioni originali – il cristianesimo visto con disincanto dal pagano.
Un esercizio di bravura su un personaggio però gracile, non un eroe. Incerto e al fine indifferente: monaco e beghino dapprima, poi persecutore dei correligionari. “Unisci, se puoi, la verità del Titano e quella del galileo” è l’esortazione-sfida, maiuscola e minuscola incluse, dello ierofante Massimo di Efeso al neo Cesare in una cerimonia di iniziazione ai misteri: una sfida invece di una certezza. Il potere si vuole certezza, e quando un confidente lo rimprovera: “Perché inganni quel povero ragazzo?”, il teurgo ribatte: “È lui che vuole essere ingannato”.
È lo snodo del romanzo, il capitolo X, o dell’incertezza. Massimo è un mago. Un imbroglione.  Che non si nega: “Giuliano ha visto quello che vuole vedere”. E in generale: “L’uomo ha bisogno dell’entusiasmo”. Tutto è vero “per colui che crede”. Perché: “Dov’è la verità? Dov’è la menzogna? Tu credi, e sei”. 
L’interesse principale della lettura oggi è l’autore. E il fatto che si riedita senza fortuna, dopo i 70 anni di silenzio imposto dal suo antiboscevismo: il Muro non è caduto. Un autore e un romanzo che hanno avuto una fortuna immensa a fine Ottocento, non immeritata – ventitré edizioni censisce Luigi Vittorio Nadai, che cura la ristampa, in Francia nei dieci anni tra il 1895 e il 1905, diciassette nel solo 1901. E una storia che farà da modello a M. Yourcenar per l’“Adriano” che l’ha consacrata. Su una base filosfica che ha impregnato almeno due generazioni di scrittori, il più illustre dei quali è Borges.
Un romanzo a parte è la postfazione di Nadai. Che spiega il tratto essenziale della complessa figura di Merežkovskij, già protagonista delle lettere russe, nei venti anni prima della rivoluzione d’Ottobre, poi proscritto, con Zinada Gippius, sua moglie, e fiero antibolscevico a Parigi fino alla morte nel 1941. Dopo aver provato a farsi forte con Mussolini, che però non lo ricevette una  seconda volta, e perfino con Hitler, che pure detestava. Questi comprensibili cedimenti del lungo esilio ne hanno pregiudicato la memoria, ma il personaggio è di tutto rilievo. Nella soria letteraria russa, e in proprio. Creatore e animatore del simbolismo, fucina delle avanguardie russe. Quindi teorico di una nuova sintesi tra Stato e Chiesa, religione e potere. Autore prolifico e fortunatissimo finchè non dovette abbandonare la Russia: con l’esilio perse la vena e la voglia. “La specificità della storia russa”, spiega Nadai, riportando “a una problematica generale della storia dell’Occidente”. La Russia non è lontana.
Dmitrij S. Merežkovskij, La morte degli dei-Giuliano l’Apostata, Castelvecchi, remainders, pp. 377 € 9.75