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sabato 5 novembre 2022

Ombre - 640

Chiuso l’ennesimo aumento di capitale Mps, con le sottoscrizioni capestro imposte dal Tesoro alle Fondazioni ex bancarie, le banche garanti dell’operazione si sono liberata a 1,7 euro, all’unisono, di un titolo che il giorno prima vendevano a 2 euro. O almeno sei delle otto banche garanti, Mediobanca e Algebris avrebbero esibito un po’ di fiducia nel loro misfatto. Si sono gratificate con la commissione ricavata dall’operazione,125 milioni di euro per garantire i 900 milioni da collocare sul mercato – il testo, 1,6 miliardi, lo ha pagato a monte il Tesoro, cioè l’Italia. Questo Mps sarà stato il trionfo delle banche d’affari, la grande conquista del mercato italiano contro l’allora monopolista Cuccia. Almeno, Cuccia aveva un po’ di pudore.

In un giorno Monte dei Paschi brucia un quinto dell’ultimo aumento di capitale, chiuso appena il giorno prima, poco meno di mezzo miliardo sui 2 miliardi e mezzo appena avuti dal mercato, col titolo venduto a 2 euro che sprofondava a poco più di 1,60. È il sesto o settimo aumento di capitale in 14 anni: 26 miliardi, poco meno, bruciati - eccetto il miliardo pagato in commissioni. Sembra inverosimile ma è successo.

Mps era stata quotata in Borsa nel 1999 con una richiesta dieci volte l’offerta. I risparmiatori allora fortunati hanno perso tutto, ma si può dare loro torto? La voragine si è aperta sotto una montagna solida: mettendo assieme il tesoro di rima e i buchi successivi al 2008  sono stati bruciati quanti miliardi, trenta-quaranta?

È rimasta impregiudicata la confidenza fatta tre anni fa da Alessandro Profumo, già presidente di Mps, a De Bortoli, che ne parlò alla Scuola di Politiche di Enrico Letta: che buona parte dei disastri della gestione derivava dalle influenze delle logge massoniche locali, cui i manager rispondevano. Un’accusa? Una scusa?

“Milano ai massimi da giugno”. Piazza Affari cioè, la Borsa. La guerra e l’inflazione fanno bene al denaro, alle banche soprattutto, Intesa, Unicredit, Bpm. Dopo Unicredit, anche Intesa annuncia utili in crescita nei primi nove mesi rispetto alle aspettative, e ai primi nove mesi del 2021 – pur registrando “rettifiche”, cioè perdite, per 1,3 miliardi in Russia e Ucraina.  

“«In Italia brutti film con  cast uguali». La crisi del cinema secondo Moretti”, titola il giornale. In realtà Moretti lamenta la disattenzione dei media: “Il clima intorno al cinema e in particolare intorno al cinema in sala non c’è. Tutti sono abbacchiati, lo spazio per le recensioni sempre più piccolo fino a scomparire”. E fa un esempio: “Il festival di Sanremo per decenni non se l’è filato nessuno”, poi i giornali hanno cominciato a occuparsene, “sprizzando gioia”, ed è diventato un fenomeno. Come non detto?

Fa un po’ pena Cottarelli che si candida a tutto, finendo senatore ripescato dai resti Pd. È stato perfino candidato presidente del consiglio, non si ricorda più se su indicazione dei 5 Stelle, o d’autorità di Mattarella. Poi voleva fare il mattatore Pd, poi il senatore in un mano a mano in Santanché, che l’ha battuto, e ora si candida alla Regione Lombardia. Ma nessuno lo candida. Un economista che sbaglia i suoi conti?

la Repubblica” anticipa un estratto dell’annuale libro di Vespa, in cui Enrico Letta in mezza pfina, anzi meno, le sbaglia tutte, e lo ammette. Perfidia? Quita colonna? C’è qualcosa d’inspiegato in certo oltranzismo che si vuole di sinistra, mentre propaganda cuochi, anzi chef, d 2 e 300 euro, a testa, per l’assaggio, gourmet naturalmente.

Filippo Ceccarelli si provincializza, anche lui, come è orami d’uso nei media italiani, e ricorda “la fatica di Thatcher a capire De Mita, il belga che si rifiuta di salutare Tatarella”. O non la difficoltà di De Mita a capire Thatcher, o il belga dell’ex missino Tatarella che era sì un socialista ma anche un italo-belga che si rifiutava di riconoscere la paternità. Sopra le Alpi, e sotto Lampedusa, non c’è altro che il patriottismo, picchiano pure gli svizzeri, e i libici – i libici? 

Dunque, il petrolio russo via Priolo, la raffineria siculo-russa, si vende in quantità negli Stati Uniti: da marzo esportati 5 milioni di barili di prodotti petroliferi negli Stati Uniti. Cinque milioni di barili non sono molto (si gioca sull’equivoco barili\giorno, che è alta misura), 600 mila tonnellate, uno o due tanker. Che in sei mesi però sono parecchio – valgono anche molto. La guerra non è una cosa seria, solo l’Europa ci crede?

“«A voi l’Ucraina, a me la Casa Bianca»”. Il patto segreto fra Trump e Mosca”. Dopo il Russiagate, commissionato e pagato da Hillary Clinton a un spia (ex?) britannica, un nuovo dossier (di matrice britannica?) si pubblica in America: a metà del 2016, prima del voto, anzi prima della vittoria di Hillary Clinton alle primarie Democratiche per le presidenziali, contro l’onesto Bernie Sanders, qualcuno chiedeva a Mosca, o Mosca proponeva, l’hackeraggio della campagna Clinton contro il via libera all’occupazione della Crimea. L’America ci crede, poiché il dossier è fatto proprio dal “New York Times”. Ma l’Europa?

L’America si diceva una volta matriarcale. E ancora non si è ripresa dalla sconfitta di Hillary Clinton, la prima donna candidata alla presidenza (non è vero, ma la prima vera sfidante), la politica navigata e navigatissima contro l’improbabile Trump. Ma: Hillary è stata allora sconfitta dalla Russia? Non è peggio?

E non si guarda alle scorrettezze della campagna Clinton, soprattutto dei finanziamenti: Clinton ha perso per via dei bifolchi, che hanno scelto Trump invece della statista. L’America è democratica solo perché non ha la Camera dei Lord?

Si sottostima in Europa la Brexit. Come se l’Inghilterra, uscendo dall’Unione, fosse una briciola residua. Si tratta anzi con indulgenza. Radio Rai, radio 1, non passa giorno che non racconti aneddoti simpatici sulla corona britannica e lo humour inglese, dopo la scorpacciate in morte di Elisabetta II. Ma forse l’Europa sottovaluta Londra: la Brexit è velenosa.

Grande spazio a D’Alema, che invoca: “Il Pd segua Conte, leader progressista”. Ma il tafazzismo è una vocazione, oppure rende? Cui prodest, da troppo tempo non ci se lo chiede più.

Succedono tante cose, anche brutte, in Italia e nel mondo, ma radio Rai 1 chiede per le 13, ora di maggiore ascolto, un servizio disteso, il più lungo di tutti, sul giardiniere di re Carlo – il re cerca un giardiniere. In effetti ha ragione l’“Economist” a prendersela con chi vorrebbe appaiare l’Inghilterra all’Italia.

Il prete sudicio e la professoressa scimmia contro l’ebreo

È l’anno scolastico 1937-38, al liceo di Camilleri l’insegnante di religione e quella di scienze  insolentiscono Samuele Di Porto, che individuano come ebreo. Il quale, dapprima incredulo, non sapendo di essere “ebreo”, si prende poi raffinate vendette. Finché l’anno dopo le leggi di Mussolini non lo escludono da scuola, il papà capostazione perde l’impiego e la famiglia scompare, forse in Calabria, di cui il padre era originario.

Un racconto a lieto fien, con poca verve, se non bozzettistica, ma con scenografie plausibili e caratterizzazioni scolpite. Il prete “era sì un parrino, ma pariva un armuàr, tanto era àvuto e grosso”, la “testa enormi con dù occhi a palla pricisi ‘ntifichi a fanali d’automobili”, e la tonaca “tutta macchiata di lordìe varie, dal suco di pasta al giallo d’ovo”, fiutatore di tabacco, che usa starnutire annaffiando di “sputazza e moccaro a mitraglia” i primi banchi – come se ne ritrovavano ancora dopo la guerra (Camilleri manca di dire che era un ex cappellano militare, sicuramente lo era). La professoressa di scienze è “la signorina Zarcuto”, che si presenta dopo una congedo per malattia: “Ávuta sì e no un metro e quarantacinque, aviva i baffi, le gammi storte e un paro d’occhiali a funno di buttiglie”.

Un apologo senza pretese – Camilleri non si risparmiava nessun tema del politicamente corretto, pur col rischio di riuscire scontato. Che serve all’autore anche per scagionare l’amato padre, “fascista e marcia su Roma” ma per bene. La rivista lo correda di alcune foto, tra cui una dello scrittore trenta-quarantenne con la bellissima madre, che molto spiega la sua endurance – Camilleri è uscito dall’anonimato vero i settant’anni.   

Un’anticipazione del volume postumo “La guerra privata di Samuele e altre storie di Vigata”, che riunisce sei racconti di Camilleri, quattro pubblicati ma non in raccolta, e due inediti, tra cui questo.

Andrea Camilleri, La guerra di Leli mio compagno di banco, “Robinson” € 1

venerdì 4 novembre 2022

Problemi di base pratici - 720

spock

L’Europa paga ogni anno un miliardo a Erdogan per (non) bloccare la tratta dei migranti. Perché non pagherebbe un altro miliardo a Lampedusa per la tratta che la Libia non blocca, e a Roccella per quella di Erdogan - anche mezzo miliardo, anche solo cento milioni, dieci?

Ci sono più germi nei cibi trattati con le mani o in quelli trattati coi i guanti?

Lo stracchino, nella sua confezione di carta plasticata, si vende al banco in una scatola di plastica trasparente, che si fornisce in una busta di plastica: è infettivo? è radioattivo?

Come faranno i russi, che hanno il genere anche nel cognome, a chiamarsi senza genere?

 “Essere condannati non vuol dire essere colpevoli”, Rudy Guede, dopo 15 anni di carcere: come è possibile?

Perché la banca è così inefficiente?

 Perché internet è la patria dei truffatori?


spock@antiit.eu

Buonannulla esistenziale

Lo straniero si racconta. Straniero alla vita, uno che si fa fare, dagli eventi. Preciso, annotatore, ma passivo – una sorta di scrittore che non scrive, non “racconta”, non mette in quadro, se le racconta per se stesso: è questo il suo “quadro”, un orizzonte basso. Dialogante spesso, con amanti anche occasionali, con colleghi in ufficio, poiché ogni giorno va in ufficio, e a uncerto punto è anche rmosso, da Algeri a Parigi, con commesali occasionali all’osteria, con vicini di casa, chi ha perso il cane, chi ha cacciato la compagna araba. Ma in silenzio, in un teatrino personale, passivamente tutto accettando. Fino alla cancellazione finale.

Mersault è stanco. È nato stanco – quello che si dice(va) così. La mamma si annoiava con lui – la mamma del famoso incipit: “La mamma è morta”, all’ospizio. Mersautlt è sbadato. È indolente, abulico. Accetta al suo tavolo al ristorante chiunque si proponga. Fa entrare chiunque a casa. Un vecchio col cane. Il vicino di pianerottolo, in lite con la convivente araba. Fa l’amore con chi capita. Non ama. Ma si sposerebbe, perché no, il matrimonio gli è indifferente. Per la mamma morta prende due gironi di permesso all’ufficio, ma solo per dovere. Con meraviglia registra il cordoglio del personale che è stato vicino alla mamma, il direttore, il portiere, l’amica, l’amico, l’infermiera, e niente, non sa che fare. Ha occhi per il paesaggio, questo sì, l’ospizio è in campagna, e la campagna è nella. Finale della cerimonia è “la mia gioia quando l’autobus è entrato nel nido di luci di Algeri e ho pensato che sarei andato a letto e avrei dormito dodici ore”.

Il giorno dopo è sabato, e quindi, con i due giorni di permesso per la mamma, Mersault ha rimediato quattro giorni di ferie. Va al mare a nuotare. Vi incontra Marie Cardona, una giovane dattilografa già al suo ufficio, con la quale erano soliti guardarsi con intenzione. Prendono il sole insieme, vanno a vedere un film di Fernandel, fanno un po’ di petting e la ragazza va a casa sua. L’indomani mattina  Marie è già uscita, doveva andare da una zia. La eccezionalità accoppiata alla domesticità. Mersault passa la domenica al balcone, della casa di mamma. Poi ricorda di aver detto al suo avvocato, a difesa: “Tutte le persone normali, gli ho detto, hanno una volta o l’altro desiderato la morte di coloro che amano”.

Lunedì riprende il lavoro. Compatito da tutti, e non capisce perché. Seguono frequentazioni strane, e molto mare. In una di queste giornate di mare, caldissime, sudate, quando Mersault ha sparato a un arabo nemico del suo nuovo amico Raymond, il vicino di pianerottolo, con la pistola di Raymond, si dice: “Mi sono scrollato via il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio di una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura”.

In prigione non sa che dire all’avvocato, che vorrebbe sapere. Viene visitato da Marie, molto emozionata, il che lo lascia perplesso. Del processo in Assise racconta i dettagli, come se non lo riguardassero. Ma il racconto è al meglio del legal thriller, scorre rapido, in una serie di innuendo e “sarà”. Dell’arringa finale dice: “Mi ricordo soltanto che dalla strada, attraverso tutte le sale e le aule, mentre il mio avvocato continuava a parlare, ha risuonato fino a me la trombetta di un venditore di panna. Mi hanno assalito i ricordi di una vita che non mi apparteneva più, ma in cui avevo trovato le gioie più povere e più tenaci: odori d’estate, il quartiere che amavo, un certo cielo di sera, il riso e gli abiti di Maria. Allora tutta l’inutilità di ciò che facevo in quel luogo mi è rimontata alla gola e ho avuto una fretta soltanto, di farla finita presto e di ritrovare la mia cella e il sonno”. Condannato, non si scompone. Solo riflette, al momento di chiedere la grazia, se chiederla: “Ma tutti sanno che la vita non vale la pena di essere vissuta”.

Il racconto di un Buonannulla, senza preziosismi, malgrado la concettosità – circoscritta. Che si rilegge come nuovo. In filigrana - il racconto è del 1946 - un saggio contro la pena di morte: se c’è qualcuno che la meritava è proprio Mersault, senza attenuanti, e dunque, se il caso limite è irresponsabile….

La vigilia Mersault tratta male il prete. Ricorda la madre felice nel suo nuovo amore in ospizio. E si consola: “Come se quella grande ira”, contro il prete e il Crocefisso, “mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora. Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio”.

Gran finale, di un personaggio formidabile, memorabile. Un racconto molto letto ovunque nel mondo - Visconti ne ha tratto anche un film, non memorabile, con Mastroianni. Di cui non si capisce però che sia diventato una pietra d’inciampo filosofica, tra Camus e Simone de Beauvoir, che scrisse un libro contro, lungo il doppio, e altri scrittori e pensatori del dopoguerra a Parigi. L’esistenzialismo sarà stato buona scrittura – e nient’altro?

Albert Camus, Lo straniero, Bompiani, pp. 157 € 13

giovedì 3 novembre 2022

La brutta umanità dell’accoglienza

Nell’ultima nave “umanitaria”, naturalmente tedesca, i tedeschi sono molto umanitari, se gli altri pagano, la nave si chiama infatti Humanity 1, forse perché vecchia di sessant’anni, ci sono 104 “minori non accompagnati” su 158. Un’abnormità. Oppure no: non lo dicono, perché non sanno l’italiano, e neppure il tedesco, ma è evidente che sono tre e quattro bambini con la madre, o altro congiunto, imbarcati per il “ricongiungimento familiare”.

Perché l’Europa non regola i ricongiungimenti familiari, cioè non li ammette, perché la Germania non vuole, se – poiché – il padre ha un’attività e un’abitazione, e ne avrebbe diritto, umanitario e positivo? Perché invece prenderli “umanamente”, dopo che hanno rischiato la morte, nel Sahara, nel Pamir, nell’Hindukush, nell’Elburz, o nell’Egeo e nel Mediterraneo centrale, pagando migliaia di dollari ai mercanti di carne umana? Per rinnovare i fasti della comandante Carola, certo, i tedeschi sino anche avventurosi, se non rischiano.

Ma c’è un mercato peloso anche dell’accoglienza, dell’umanitarismo. Impossibile nel caso della Humanity 1 che non ci sia stato accordo con i trafficanti in Libia. Non s’imbarcano 104 minori su 154, gli adulti non ci stanno, se non c’è la sicurezza che a quattro miglia dalla costa, o a dodici, a quanto la Libia statuisce le sue acque territoriali, non ci sarà il trasbordo umanitario.

Perché Humanity 1  non spende i soldi che raccoglie, e l’influenza politica, per convincere il suo governo a regolare i ricongiungimenti familiari? Si vuole avere la carne umana, il lavoratore singolo, senza dover sostenere le spese scolastiche e sanitarie per i familiari improduttivi? Ma si potrebbero mettere in conto natalità: educare e assistere bambini e ragazzi come se fossero nati in Germania – avendo risparmiato, si sa che i tedeschi sono parsimoniosi, sull’assistenza ai primi anni.

Ma, poi, le verità è micragnosa. Si è creato questo carico indegno con un cronoprogramma preciso: portarlo davanti a Lampedusa, o dove è ancorato, alla vigilia dell’insediamento del nuovo governo. Politichicchia. Cinica; per implementare con lo scandalo la raccolta fondi, che Humanity non riesce a chiudere secondo i piani, ferma a 300 mila euro di donazioni sul mezzo milione preventivato, per la carretta del mare e per l’organizzazione. A spese di 104 minori non accompagnati. 

Lo squadrismo come reazione alla violenza

Merita attenzione questo secondo volume della storia illustrata del fascismo, raccontata da Gentile distesamente, perché spiega lo squadrismo, la forza d’urto di Mussolini, come una reazione, al “biennio rosso”, alla violenza politica diffusa. Non tanto reazionaria quanto identitaria, si direbbe oggi, o nazionalista ma non nel senso dell’agressione all’esterno quanto della difesa del Paese, quale che questo “paese” fosse. In una certa forma, che poi sarà “fascista”, cioè assolutista, totalitaria, e imperialista. Ma non in questa fase. 

L’esito sarà quello che si sa. “La prima spedizione squadrista in Toscana fu fatta a Montespertoli dai fascisti fiorentini per imporre ai comunisti , che avevano conquistato il comune, di «inalberare anziché il cencio rosso, la gloriosa bandiera tricolore»”. Sei fascisti andarono a Montespertoli, la sera “nel caffè principale” litigarono con alcuni avventori, e di notte sostituirono il tricolore sulla torre del comune alla bandiera rossa. “«Credo – narrò uno dei protagonisti dell’impresa – che in quell’ascesa vi fosse il germe della redenzione, di poi  avvenuta, di Montespertoli»”. Oggi cresciuta demograficamente, e ancora di più economicamente, che però ancora negli anni 1970, forse anche 1980, si presentava come un borgo abbandonato, soprattutto le molte chiese, con le galline che razzolavano tra le mura dirute.

Quanto alle bandiere, invece, nota lo storico, “l’uso simbolico della politica fu un aspetto importante della guerra squadrista” – guerra è la parola giusta: “I fascisti erano consapevoli dell’importanza dei simboli nella politica di massa, che avevano appreso dalla propaganda della Gande Guerra e dallo stile politico di D’Annunzio”. Anche i socialisti, va aggiunto, ne erano consapevoli e ne facevano uso, ma in senso escludente, da fortezza assediata, e non espansivo.

La mobilitazione, la demonizzazione del nemico, era anche più facile per gli squadristi? “Il nemico interno”, spiega Gentile, “senza patria, senza ideali, senza umanità, era posseduto da una diabolica volontà di distruzione” – “lo stesso inno dei socialisti Internazionale suonava come una dimostrazione che le masse socialiste erano senza patria e senza umanità: «Ma quanto è triste questo canto, questa martellante monotonia sembra evocare pianure sconfinate, deserti, popoli lontani…»”, poteva commentare M. Piazzesi, “Diario di uno squadrista toscano” (Mario Piazzesi, allora diciottenne, della squadra d’azione La Disperata di Firenze, insieme con altri ventenni, poi federale dell’Apuania – Massa e Carrara – e quindi emigrato e morto in Messico).

La violenza invece era già in atto. Gentile cita Gobetti, “Uomini e idee”, in “La Rivoluzione Liberale”2, 28 maggio 1922”, a cose già quasi fatte: “Non si può rimproverare ai fascisti l’uso della violenza se non si vuole ricadere nelle aberrazioni di idillio e di astrattismo degli utopisti e dei democratici. Ma dopo Marx, Sorel, Treitschke e Pareto quale può dirsi in sede ideale la novità di questa che si proclama essenza della teoria fascista?” E commenta: “Nucleo della cultura di guerra degli squadristi fu il culto della violenza, che aveva radici nella cultura politica italiana prima della guerra stessa… Nessun novità vi era nella teoria fascista della violenza: infatti, quando esplose la guerra squadrista, la violenza era già penetrata da tempo nella cultura politica italiana, esaltata nella teoria e nella pratica”.

Imputare il fascismo al socialismo non si può, e di questo non si tratta. Ma imputare al partito Socialista – divenuto massimalista col contributo determinante di Mussolini, pima della guerra… - la sconfitta politica, questo è vero, e va ricordato. In piccolo, si spiega anche così il deciso spostamento a destra dell’elettorato negli ultimi quarant’anni, prima verso Berlusconi poi verso Grillo (il Grillo vero, non il grillismo tattico di Conte), e ora verso Meloni, dopo il terrorismo, armato e giudiziario, la “gioiosa macchina da guerra” del partito della sconfitta epocale, la ferocia dei media opportunisti, e la pratica inutile e prevaricante di “occupazioni” e “manifestazioni” in continuo, la vecchia goliardia giovanile elevata a pratica di capetti in carriera.

Emilio Gentile, Storia del fascismo – 2.La milizia della nazione. “la Repubblica”, pp. 160, ill. € 14,90

mercoledì 2 novembre 2022

Appalti, fisco, abusi (224)

Non c’è correntista cui la banca non abbia caricato un fondo comune d’investimento. Non c’è fondo, Arca, Anima, Imi, etc. che abbia mai ripagato alcunché, e anzi tutti perdono, oggi tra il venti e il trenta, perfino quaranta, per cento. Perché i fondi sono consigliati e quasi imposti? Perché lo scandalo dei fondi (delle banche attraverso i loro fondi) non si denuncia?

Non si accreditano stipendi e pensioni al giorno prescritto quando è festa – o anche sabato: si accreditano al primo giorno feriale successivo. Non dovrebbe essere l’opposto, che si accreditano l’ultimo girono lavorativo precedente la scadenza? Le scadenze dei debiti, dei termini legali, non fanno eccezione se a sessanta o novanta giorni cade un sabato o un festivo, non si pospongono. 

Nell’accavallarsi di allarmi catastrofici sulle bollette si sono moltiplicate le telefonate (il cellulare segnala e cestina una mezza dozzina di sospetti spam al giorno, e sono i più ripetuti, per giorni, gli elenchi girano in automatico) di chi propone un cambiamento di gestore. Con le motivazioni più improbabili: lei lo sa che il suo contratto è in promozione, che scade questo mese, e la tariffa sarà moltiplicata, del cento, del duecento per cento…. È lecito?

Il governo promuove, attraverso la faccia simpatica di Pannofino, due numeri a cui registrarsi per evitare queste telefonate. Ma si provi a registrarsi, le telefonate continuano.

Perché le utilities, le società dei servizi, sprecano denaro in queste caccie inutili, invece di impiegarlo per ridurre di qualche centesimo le bollette? Le società dei telefoni, della luce, del gas sono così male amministrate?

Si rifà l’asfalto in una strada di Roma. Due ditte ci lavorano contemporaneamente, da un capo e dall’altro della strada. Una rapida, fa il lavoro in tre giorni, applica un consistente strato di asfalto nuovo, sull’asfalto nuovo applica lucente e resistente la segnaletica in bianco, strisce pedonali, fascioni laterali, parcheggi in parallelo e a lisca. L’altra lavora stancamente una settimana, bloccando la circolazione, applica l’asfalto non uniformemente, di colore grigio invece che nero, a più alta percentuale di sabbia, e non rifà la segnaletica. Non ci sono controlli? Il Comune si limita a dare gli appalti, e poi si affida al buon cuore?

È meglio che i ricordi muoiano presto

“La tragedia della vita è non che le cose belle muoiono presto, ma che diventano vecchie e immiserite”. Dopo un romanzo di bevute, e di passione – oltre ai morti, è pure un giallo.

Il più lungo, alla vista perfino prolisso, presentandosi in 53 capitoli, dei grandi racconti di Chandler e forse il più appassionante. Non il giallo svelto, da risolvere, ma un dramma di caratteri. Partendo dall’alcol, che negli anni del romanzo, i 1950, bruciava molta letteratura in America, dramma, poesia, narrativa, anche delle donne. E anche autobiografico, nell’amore che invecchia,   nel personaggio dello scrittore Roger Wade, forte bevitore, in crisi creativa.

L’intreccio si muove tra mille accadimenti, anche morti naturalmente, che Marlowe deve decifrare. Nel dolore per un amore, o ideale di bellezza, che c’è e non c’è. Lungo, complicato, e tuttavia scorrevole. Di un autore di cui Adelphi fa la riedizione, dopo la prima scoperta, di Oreste Del Buono e Attilio Veraldi cinquantanni  fa, e la ripresa di Laura Grimaldi venticinque anni fa – nel mezzo alcuni tentatitvi di Roberto Pirani. Di cui è stato detto : “Chandler scriveva come se il dolore si sentisse davvero e come se la vita avesse davvero un senso”. Uno scrittore, non un giallista. Che il genere giallo ha portato al livello mainstream, letterario - più e meglio di Hammett, altro forte bevitore. in parte sopravvalutato per la biografia: agente Pinkerton dapprima, antisindacalista, poi comunista, perseguitato dal governo, anche col carcere, “portato”, in vita e postumo, dalla moglie Lilian Hellman, la commediografa. Qui pratica sornione, al cap. 328, lo stream of consciousness, rimproverandoselo: “Tre aggettivi, schiappa di scrittore. Non sai nemmeno il flusso di coscienza schiappa di scrittore senza limitarlo a tre aggettivi, perdio?” Detto allo scrittore pseudonimo.

Chandler, molto “inglese”, molto “polite”, nella forma verbale e in quella sentimentale, è però nero al fondo, e sa essere rapido. Al cap. 28 usa tutte le parole della pornografia per descrivere una scena pulitissima, e tuttavia “sessualizzata”, voyeuristicamente. “La legge non è la giustizia”, spiega l’avvocato a Marlowe in carcere: “È un meccanismo, molto imperfetto Se premi esattamente i bottoni giusti e sei anche fortunato, la giustizia può fare capolino nella risposta”. Il signor Spencer, il cliente di Marlowe, ride spesso, e per questo risulta simpatico: “Il suo riso e la sua voce erano entrambi piacevoli. Parlava al modo che i newyorchesi usavano prima che imparassero a parlare Flatbush” – dal vecchio quartiere di Brooklyn. O l’indolenza dei ricchi, derivata dall’inappetenza:” C’è sempre qualcosa da fare se non devi lavorare o stare attento ai conti. Non è un grande divertimento ma i ricchi non lo sanno. Non ne hanno mai avuto uno. Non vogliono niente assolutamente, se non forse la moglie altrui, e quello è un desiderio molto pallido in confronto a come la moglie dell’idraulico vuole tende nuove per il salotto”. Col fascino già del telefono, della chiamata che non arriva, dell’apparizione da remoto - certo, non l’adorazione di oggi, ma l’attesa c’era già.  

Raymond Chandler, Il lungo addio, Adelphi, pp. 437 € 24

martedì 1 novembre 2022

Un gigante si aggira sull’Europa

Nessuna trasgressione è possibile in Turchia, nemmeno veniale, per esempio fermarsi in campagna lungo la strada per dare un’occhiata a un’osteria o a un albergo: immediato fischia un poliziotto. Un turista, qualsiasi turista, in Turchia ne fa in ogni occasione l’esperienza: il controllo è esteso e immediato. Ma da Smirne, il principale porto del paese, guardatissimo, specie in questi tempi di guerra, ma anche prima, le carrette con i migranti afghani, iraniani, curdi, iracheni, siriani, pachistani, bengalesi, possono partire liberamente col loro carico di morte, facendosi pagare a caro prezzo. Su questo non c’è controllo, anche se il governo vi è impegnato da un accordo con l’Unione Europea voluto da Angla Merkel, che per questo paga il disturbo, un miliardo l’anno. sei miliardi grazie a Merkel dal 2015, e sei miliardi grazie anche a Draghi dal 2022.

Il traffico di esseri umani resta in Turchia, paese controllatissimo, incontrollato. Attraverso le mafie. Che imbarcano i migranti su natanti allo sfascio. Che per lo più navigano alla deriva, seguendo le correnti, verso le isole greche, o verso le coste calabresi, da Crotone a Roccella.

Si celebra il centenario della nuova Tirchia, laica e democratica, voluta da Ataturk. Ma di fatto la Turchia è ritornata un sultanato, A tutti gli effetti – senza più l’harem, troppo caro, ma col velo ben stretto. Un impero che un gigante ha restaurato, Recep Erdogan. Comprimario di ogni evento, in Siria come in Ucraina e a Cipro, provceditore di gas, grano, droni, e ogni altro bene – basta menzionarlo.

Erdogan è bene un gigante, è sempre più alto  di tutti i suoi interlocutori, compreso Putin, compreso il presidente cinese Xi, alto 1,70. Erdogan è alto 1,82 – ma sembra più grande, l’immagine legandosi alle sue prime apparizioni vent’anni fa, patrocinato dal suo “grande amico” Berlusconi, che è altro 1,62.

Dostoevskji fa ridere

Importare più panno inglese, per fare migliori vestiti, e più resistenti, nell’eventualità che si finisca dentro un coccodrillo. E proteggere comunque il coccodrillo, anche se ha inghiottito un uomo: gli animali sono buoni. Senza trascurare i giornali: tanto più bizzarra la situazione proposta, tanto più presteranno attenzione.

In un racconto, breve, Dostoevskij accumula un crescendo di ridicole fantasie, sotto forma di principi politici, di politica economica. Ridicolizzando il liberismo, quello che oggi diremmo il mercato, o la globalizzazione, l’animalismo, che oggi diremmo postumano, e insieme l’opinione pubblica, i media di oggi.

Un impiegatuccio bene ammanicato – ha in tasca un biglietto per una vacanza in Europa – si reca a mo’ d’addio con la moglie e un amico a visitare, nel lussuoro Passage alla parigina che adorna il.centro di Pietroburgo, gli animali curiosi presentati in un antro puzzolente da due girovaghi tedeschi, una madre arcigna col figlio: una scimmia, un coccodrillo. Che sembra inerte, ma poi spalanca le fauci, e a varia riprese inghiotte l’impiegato col biglietto. Un disastro? Sì e no: il malcapitato in attesa di digestione nella pancia del coccodrillo attira una folla enorme di curiosi, gli affari marciano benissimo per i tedeschi, e l’impiegatuccio si ritrova protagonista, un teorico, professorale: dal ventre della  bestia si mette a esaltare i fasti del liberismo, proponendosi come un nuovo Fourier, l’utopista. Mentre gli animalisti minacciano rivolte contro chi vorrebbe “fustigare” l’animale, come è stato richeisto dall’amico nella prima concitazione – che però, a quanto pare, in russo può significare anche “sbudellare”. E la mglie, belloccia, è più libera di consolarsi.

Il secondo di due raconti, che ridicolizzano la svendita della Russia - come Dostoevskij fa contemporaneamente negli scritti giornalistici degli stessi anni: “Una brutta storia”, 1862, e questo “Il coccodrillo”, 1665. Coevi di “Umiliati e offesi”, 1861, e “Memorie del sottosuolo”, 1864.

Finita la brillante lettura viene da chiedersi: è una critica “di destra” al liberismo, come l’avrebbe fatta un secolo dopo Solženicyn? Il “principio economico” che l’inghiottito predica è il capitale libero. Poiché la Russia non ha i capitali, bisogna portarli dall’estero, invogliando i capitalisti stranieri. Come? Vendendo loro quello che vogliono. E la rivoluzione dentro “un carcere”, la pancia del coccodrillo? “Gli uomini selvaggi amano l’indipendenza, gli uomini saggi amano l’ordine”.

Ma la critica è ambivalente, e più radicale: è un liberismo che sconfina nel nichilismo – il liberalismo più conseguente è anarchico.

Serena Vitale rifà la traduzione, peraltro brillante, di Cristina Moroni per l’edizione Oscar dei “Racconti” di Dostoevskji, curata da Giovanna Spendel.

Fëdor Dostoevskij, Il coccodrillo, Adelphi, pp. 97 € 12

lunedì 31 ottobre 2022

Cronache dell’altro mondo – demografiche (230)

Negli Stati Uniti, caso unico tra le nazioni sviluppate, l’aspettativa di vita si è ridotta negli ultimi anni. Di 2,7 anni negli ultimi due - di 1,8 anni nel 2020, di 0,9 nel 2021. A 79,1 anni per le donne, a 73,2 per gli uomini. Il dato è certificato dal Centro per il controllo delle malattie (Cdc).

Effetto del covid? Non è stato così negli altri paesi, che hanno recuperato statisticamente nel 2021 le morti in eccesso nella prima ondata della pandemia.

Il Cdc calcola che metà del calo è dovuto all’eccesso di morti in pandemia – le “morti in eccesso” sul trend statistico sono stimate in un milione. Un eccesso dovuto alla povera assistenza medica primaria. All’obesità diffusa, di cui soffre un terzo della popolazione, e al diabete, di cui soffre un americano su dieci, che rendono più vulnerabili al covid. E alla cattiva gestione dei vaccini: meno di un terzo degli americani ha ricevuto la dose di richiamo.

Il milione in più di morti per covid si somma a una serie di morti in eccesso sulle medie e le tendenze per altre cause: overdose da droghe, alcolismo, malattie cardiometaboliche (diabete, obesità, ipertensione), e suicidi, cresciuti in misura abnorme.

Le morti per overdose, in forte aumento dal 2010, sarebbero state provocate dagli abusi di antidolorifici a base di oppioidi, prescritti negli anni 1990 e 2000. Dal 2010 l’accesso agli oppioidi è stato ristretto rigidamente. Ma si è diffuso, anche illegalmente, il ricorso a un composto ancora più rischioso, il fentanyl, in libero commercio.

Senza pudore, trucco borghese

Annie Ernaux svuota gli armadi figurativamente dell’infanzia e la prima giovinezza, fino al primo amore, ai primi rapporti sessuali. Partendo dalla fine, dall’evento feticcio della sua narrativa, l’aborto a vent’anni.

Si comincia con l’aborto, a cura di una “mammana” a Parigi, quando la pratica era tabù, anzi fuorilegge. Un ferro infilato nella vulva, da portare per una decina di giorni. Nei quali rivanga il passato. La vergogna, di figlia di bottegai, tutto il giorno nella drogheria-cantina. Le scuole classiste. La confessione dal prete, solo interessato a sapere se si tocca. La comunione. La lettura, appassionante, divorante. Il ragazzetto denudato con le compagne, da palpeggiare lì sotto, per vedere come è fatto e si fa. Le mestruazioni. E sempre il peso dei genitori, quotidianamente alle prese con gente “da poco”, per lo più povera, sporca, pettegola, ubriacona, ignorante. Genitori che, nella loro ignoranza e grettezza, pure tutto vogliono e fanno per la figlia.

Un percorso sempre in salita, “le umiliazioni cambiano di forma”. Con le mestruazioni il decollo: la “caccia ai ragazzi” etc. – “ho cominciato la caccia ai ragazzi senza nessun pudore. Chi mi avrebbe insegnato questo trucco di borghesi, il pudore”. È questa l’unica pointe, preannuncio della narratrice libera del sesso, in un breve-lungo, dettagliato, ripetitivo racconto di un’infanzia e un’adolescenza ricostruite come penitenziali, da esclusa, rancorosa.

L’apprendistato del “Gli anni”, dell’autofiction personale intrecciata agli eventi dell’epoca, che porterà Ernaux al Nobel: la prima opera narrativa, 1973. Di successo in Francia, ma debutto poco felice in Italia, nel 1996, dopo il botto de “Gli anni” in Francia, che porterà Rizzoli ad abbandonare altri progetti di traduzione – saranno ripresi dopo un decennio da una nuova casa editrice, si potrebbe dire l’editrice di Ernaux in Italia, la romana L’Orma, titolare e traduttore Lorenzo Flabbi.

Annie Ernaux, Gli armadi vuoti, Rizzoli, pp. 240 n.d.

domenica 30 ottobre 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (507)

Giuseppe Leuzzi

Si balla tra uomini, tra ragazzi, in uno stanzone spoglio nel Friuli di Pasolini dopo la guerra, nel romanzo “Atti impuri”. Ma il fatto si documenta solo in Sicilia, con la solita foto del ballo tra uomini alla Casa del Popolo, ripresa anche da Paolo Taviani in “Leonora addio”, il suo film sulla sepoltura di Pirandello. Il folklore – il “colore” - è assassino, seriale.

Un gruppo di spagnoli in vacanza, 57 persone, atterra a Malpensa, e comincia il suo tour con un pranzo a Somma Lombardo in Valcamonica. Tutti intossicati dale lasagne, quattro in ospedale, una donna morte. Un piccolo incidente, cronaca locale, niente scandalo. Fosse successo a Catanzaro? O ad Agrigento?

Appena cinque ministri del Sud, Abruzzo compreso, venti milioni e qualcosa di abitanti, compreso il ministro per il Sud, su venticinque nel nuovo governo, due pugliesi, uno napoletano, il “tecnico” (giornalista) Sasso, uno siciliano, addetto a non far niente, e una sarda. E non per l’abbandono della politica, cui il Sud si è ormai rassegnato: gli altri venti ministri non brillano per capacità politica conclamata, solo per essere milanesi o romani.

L’Italia non è un paese di gangster. Il numero dei delitti denunciati dalle forze dell’ordine all’autorità giudiziaria è diminuito di un milione, da 2,9 a 1,9 milioni, dal 2007 al 2020. Con una regressione più o meno costante negli anni. Poco meno pronunciata ma ugualmente consistente la regressione al Sud, da 808 a 584 mila (più consistente senza le isole, cioè principalmente la Sicilia: da 552 mila a 450). Ma il sud è comunque criminale.

È Malta il paese europeo con minor numero di vittime per incidente stradale, 17,4 per milione di abitanti. Ma si celebra la Svezia, che viene dopo, con qualche morto in più: “In Svezia le strade più sicure d’Europa”. La narratologia privilegia il Nord, è un riflesso condizionato, pavloviano. Il Nord eccita di più la fantasia? 

La speranza e i Carabinieri

“Contro le cosche i soldi non bastano perché loro ne hanno tanti, troppi”, spiega Gerhard Bantel a Roccella Jonica a Giuseppe Chiellino sul “Sole 24 Ore”: “Non si può competere. Per scardinare questo sistema abbiamo bisogno di un’altra leva, la Speranza. Le cose possono cambiare. Se c’è la volontà di cambiare la strada si trova. La Calabria non ha bisogno di eroi, ha bisogno di persone che lavorano insieme per cambiare le cose”. E fa il caso delle “feste della ripartenza”, che, spiega, “qualche anno fa ci siamo inventati per rispondere con la solidarietà agli attentati che colpivano i nostri soci, e ricomprando un trattore incendiato o ricostruendo il capannone distrutto. Hanno smesso di colpirci”.

“Ci stiamo chiedendo”, continua Bartels, “quale strategia ci sia dietro questa scelta, ma intanto è un fatto che non abbiamo più avuto attentati”.

Bantel è una persona speciale. Cittadino svizzero, avviato alla banca e alla finanza, tra Zurigo e New York, ma buon cristiano della chiesa Evangelica della Ricostruzione, da oltre trent’anni si è stabilito a Roccella Jonica, con la moglie Annalisa, e gestisce il centro Emmaus per ragazzi con problemi e minori (immigrati) non accompagnati. A Roccella è un’istituzione. Il centro ha anche una parte destinate alle vacanze estive di gruppi o famiglie.

Negli anni 1990 l’attività di Bantel si è incrociata con quella del vescovo di Locri, monsignor Bregantini. Con quelle “cose” che Bantel spiega utili a bloccare la criminalità. È Bregantini, un prete operaio trentino molto attivo nel confronto pratico con le mafie, ad avviarle, con giovani e non più giovani, in cooperative. Le instrada in settori di attività che non interessano alle mafie, all’agricoltura delle piccole cose, piccole produzioni di frutti di bosco, in serra, ma è lo stesso oggetto di minacce e attentati.

Non deflette, e nel 2003 rilancia, fondando, Bantel è della partita, il gruppo Goel – dalla Bibbia, dove è go’el chi difende i deboli, color oche non godono di nessuna protezione, gli schiavi. E allargando la cooperazione agli agrumi, agli ulivi, alla vigna. Goel è oggi, in meno di dieci anni, un gruppo da 10 milioni di fatturato, molto per il luogo. Avendo diversificato nella moda etica (“Cangiari”), nel turismo responsabile, e come incubatore di imprese etiche. Attingendo ai fondi public per il terzo settore con canale probabilmente privilegiato, ma comunque con effetti pratici di rilievo.

Perché “non abbiamo più avuto attentati?”, si chiede Bantel. I Carabinieri avrebbero potuto dargli la facile risposta – in un momento di pausa dalla compilazione di dossier storico-sociologici-criminali sulle “famiglie” di ‘ndrangheta e sulle “cupole”. Cioè quando fungono da polizia, che a ogni azione criminosa oppone una risposta. Minacce più o meno anonime, con “avvertimenti” in forma di attentati (mai alla persona), sono pratica costante della criminalità locale. Da prima della mafia e dell’antimafia. Nei casi (rari, del maresciallo Delfino tra le due guerre, del maresciallo Sanginiti negli anni 1950) in cui i Carabinieri intervengono subito, scoprendo giovani che ci provano, o vecchi arnesi, la minaccia è finite lì. E altri non ci provano. Altrimenti si comincia con piccolo soprusi a vent’anni e si finisce a trenta o quaranta capicosca, cioè capibanda. Con i “mezzi” che Bantel giustamente dice imbattibili, armamenti e impunità oltre che soldi.

P.S. Le minacce contro Bregantini è capitato di sentirle anche apertis verbis a Giornate della Legalità in Aspromonte. Da parte di qualche leguleio o ex funzionario pubblico di probabile aderenza massonica, che tuonava contro il “prete capitalista”, “protetto dalle banche”, “arruffone”. In questi termini. Alla presenza di qualche prefetto o vice-prefetto, e di uno o più ufficiali dei carabinieri.

Bregantini fu poi allontanato dal Vaticano, su pressione dei Carabinieri e della Procura di Reggio Calabria, per “evitare lo scandalo”. Dopo la strage di Duisburg si era prodigato in prima persona, insieme col suo collaboratore allora parroco di San Luca e rettore di Polsi, don Pino Strangio, a bloccare la faida. Si prodigò alla pace attraverso le donne dei due clan in feroce lotta. Con contatti inevitabili, ancorché indiretti, con i capicosca, e con i loro alleati o padrini di altre piazza. Che commentarono sorpresi il coraggio del “prete”. Ascoltati dai Carabinieri.

Questo succedeva a luglio de 2007. A settembre Bregantini era “promosso” a Benevento, senza spiegazioni.

Proprietà e diritto o il Sud fuori dal tempo

Jünger in vacanza in Sardegna nel 1954, a passeggio per la campagna dietro Villasimius con “il signor Stefano, fratello della signora Bonaria”, l’ostessa presso la quale ha preso alloggio, fa due riflessioni cospicue, sullo spirito di “conservazione”, e sulla “proprietà”. Come segni storici, caratteriali e insieme culturali, giuridici e insieme anarchici (“Terra sarda”, pp. 107\9: “Di nuovo mi colpì la stabile direzione, il consueto binario sul quale si muove la conversazione con un interlocutore neolatino. Assai più di rado di quanto non avvenga in un colloquio con gli altri due grandi tipi umani di questa nostra parte del mondo, i Germani e gli Slavi, essa tocca un argomento non collaudato. Ogni frase è moneta contante, ha un suo peso determinato e misurato. Negli argomenti più elevati esso è reso evidente dall’inamovibilità dei concetti; essa costituisce il fondamento del linguaggio giuridico di livello superior e, in genere, di ogni definizione dei fatti. Perciò è da supporre che in questi paesi, malgrado tutte le rivoluzioni possibili, lo stile di vita si modifichi in misura minima. Di rivoluzioni ce ne sono state, qui, e da millenni, e spesso di grande ferocia. Esse hanno mutato la natura dei proprietari, per esempio da coltivatori diretti a latifondisti e all’inverso da latifondisti a piccoli contadini, oppure c’è stata semplicemente una nuova colonizzazione. Ma la proprietà resta, poiché è radicata nella struttura del pensiero. Perciò la vita in queste plaghe suscita un’impressione di atemporalità. Ne deriva anche il fatto che queste terre sono straordinariamente adatte alla formazione culturale di grandi spiriti conservatori; qui regnano, nell’orientamento del pensiero, il limite e il senso del limite”.

Per “il signor Stefano”, continua Jünger, “esistono propriamente soltanto due realtà, la famiglia e la proprietà. Al loro confronto diventa problematico tutto il resto, per esempio lo Stato. Di fronte a un simile ordine mentale le idee danno poco frutto. Ciò a sua volta fa sì che lo Stato, sin dall’inizio, appaia nelle sue vesti più grossolane, come sono quelle dell’esazione fiscale e della chiamata alle armi. La proprietà per definizione è quella fondiaria”.

Calabria

“Son Calabro, nomade, e men vanto”, cantava il presbitero (prete) Bartolomeo Nappini, in arte don Calabro Polipodio, autore dei “Sonetti pedanteschi”. Pur essendo in realtà di Roma, dove visse tutta la vita – a Petrizzi nacque, e vi passò i primi tre anni. Un’avocazione al rovescio, allora era di prestigio.

Baretti (“Aristarco Scannabue”) pubblicò dei “Sonetti pedanteschi” una scelta a Londra come “di celebre autore calabrese”.  

È San Luca il paese dove si è votato meno il 25 settembre, appena il 21, 46 per cento degli iscritti. Il paese delle ultime ‘ndranghete e delle faide, che pure nel 2019 aveva eletto un sindaco. Dopo cinque convocazioni a vuoto dei comizi elettorali, per mancanza di candidate, dal 2013 al 2018.

Innamorato di un ragazzo calabrese, Ninetto Davoli, per il quale scrisse cento e più sonetti, salvo infine adagiarsi nel ruolo di padre adottivo, Pasolini non è mai tenero con la Calabria. Nel famoso viaggio di corsa in automobile lungo le coste, che gli procurò in Calabria qualche querela. E in numerosi altri luoghi. Nel poemetto figurativo (a forma di croce) “Profezia” ne fa, profeticamente, l’approdo delle “barche varate nei Regni della Fame”. Ma anche il luogo di case porcili – quelle  della riforma agraria, sembra di capire: “Era nel mondo un figlio\ e un girono andò in Calabria:\ era estate ed erano\ vuote le casupole,\ nuove, a pandizucchero,\ da fiabe di fate color\ della fame. Vuote,\ Come porcili senza porci, nel centro di orti senza insalata, di campi\ senza terra, di greti senz’acqua. Coltivate dalla luna le campagne.\ Le spighe cresciute per bocche di scheletri. Il vento dallo Jonio\ scuoteva paglia nera come nei sogni profetici:\ e la luna color della fame\ coltivava terreni\ che mai l’estate amò”.

Un ammasso poco lusinghiero, di porcili, scheletri, fame, paglia nera, aridità.

“Se fosse un film, la Calabria sarebbe un noir; se fosse un mito sarebbe un labirinto, se fosse una donna sarebbe una fanciulla da sverginare, se fosse Dante sarebbe una selva oscura”: così Annarosa Macrì immaginativamente sul “Quotidiano del Sud” il 9 settembre, giorno mariano. Ma il fatto è che, se è una donna, non è una fanciulla.

C’è in Calabria il vezzo, o vizio, di “offrire”, un caffè, una bottiglia, anche un pranzo, magari a persona sconosciuta ma per qualche motivo ammirata. Annarosa Macrì, che ci s’è trovata in mezzo, del gentiluomo che ha offerto al suo gruppo una cena e non ha voluto essere ringraziato, si chiede: “Fu generosità o ostentazione di potere? Fu timidezza o comportamento ‘ndranghetista?” Ndranghetista? Ma è una fissazione comune, nella “società civile”, anche in Calabria – il resto è ‘ndrangheta.    

Si naviga, per abitudine e per necessità, in viaggi tra le cronache locali. Per lo più ininteressanti. Ma specialmente indigenti in Calabria: “Iniziata la novena per la festa patronale”, “L’onorevole Micio inaugura la sede” del suo partito, una “persona” arrestata “mentre era intenta a coltivare numerose piante adatte alla produzione di marijuana” - “l’uomo tentava in modo invano” di scappare.

È stato un Gaudio, Gaetano, detto a Hollywood “Tony”, il primo italiano a vincere un Oscar, nel 1937, come direttore della fotogarfia di “Avorio nero” di Mervyn LeRoi. Emigrato nel 1906 da Cosenza, col fratello Eugenio – di cui l’ex rettore della Sapienza porta il nome. A ventitré anni, già esperto di fotografia nell’azienda di famiglia, “Foto Gaudio”. A Hollywood fu pioniere e innovatore delle tecniche di illuminazione e di ripresa.

Maurizio Fiorino scopre Crotone, dove è nato e cresciuto, al Metropolitan Museum di New York, “tra le statue greche”: “La gigantesca mappa all’ingresso segnava Kroton come il centro della Magna Grecia”. Non è il solo – la Calabria in Calabria in genere si rifiuta (molta emigrazione, per esempio, non è di bisogno).

Gli europarlamentari si risvegliano adesso, dopo che la Regione Calabria ha contrattualizzato dei medici cubani per sopperire alle deficienze di Pronto Soccorso e di Medicina. Non quando gli stessi medici cubani venivano utilizzati in Lombardia e in Veneto nei reparti anti-covid. Assunti alla buona, con accordi personali e informali, invece dei contratti regolari sottoscritti dalla Regione Calabria all’ambasciata di Cuba a Roma.

Dice: i contrati con l’ambasciata schiavizzano i medici cubani, tra l’altro trattenendo una quota importante della retribuzione. Non è vero: trattengono la quota fiscale della retribuzione. Ma i medici cubani non-contrattati in Lombardia e Veneto erano più garantiti, più liberati? Ma è vero che l’ipocrisia è una grossa arma. 

leuzzi@antiit.eu

Mussolini finanziato da Londra

Il sottotitolo dice tutto: “Da Caporetto alla marcia su Roma: come l’intelligence militare britannica creò il fascista Mussolini”. Il libro racconta e documenta questi finanziamenti. Non direttamente per la costituzione di un regime fascista, c’era ben una monarchia in Italia, “cugina” degli inglesi, ma sì a Mussolini come uomo d’ordine, antisocialista e, da poco, anticomunista. Un rapporto, denominato “The Project”, partito all’indomani di Caporetto, per evitare che l’Italia demoralizzata uscisse anch'essa, dopo la Russia, dalla guerra agli imperi centrali. Cereghino e Fasanella ricostruiscono la vicenda, post Caporetto e successiva, nel 1919-1920, dalle carte del funzionario britannico che gestì l’operazione, il colonnello sir Samuel Hoare, carte desecretate vent’anni fa.  

Questi finanziamenti di Mussolini sono un fatto rilevante, ma curiosamente sono taciuti o quasi dagli storici più accreditati del fascismo e dello stesso Mussolini. Non sono un fatto accidentale, né episodico. Questi finanziamenti fecero seguito a quelli, ben più cospicui, del 1914, inglesi e anche francesi, in aggiunta ai finanziamenti di grandi gruppi economici italiani, a Mussolini personalmente, perché spingesse i socialisti “massimalisti”, di cui era il capo, all’intervento in guerra. Ne finanziarono anche il giornale personale, “Il popolo d’Italia”, quando fu estromesso dall’“Avanti!”, l’organo socialista, di cui pure aveva quadruplicato la circolazione. Ma Gentile, per dirne una, lo storico oggi più autorevole in materia, nella “Storia del fascismo” in più volumi che ha avviato per “la Repubblica”, un migliaio o due di pagine, liquida il tutto in poche parole, e solo a proposito dell’interventismo 1914: “Aveva potuto realizzare il suo disegno in poco tempo grazie ai finanziamenti di un gruppo di industriali; e successivamente ebbe anche un aiuto finanziario dai socialisti francesi e belgi e dai governi francese e inglese”.

Fasanella, giornalista d’inchiesta, è aiutato da Cereghino, “esperto di archivi anglosassoni”, da quelli americani sul “Che” Guevara a quelli inglesi in Italia. “Il golpe inglese “, sempre a quattro mani, documentava dieci anni fa le intromissioni britanniche nella politica italiana postbellica, specie per gli approvvigionamenti di petrolio.

Giovanni Fasanella-Mario José Cereghino, Nero di Londra, Chiarelettere, pp. 256, ill. € 18