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sabato 9 giugno 2018

Ombre - 419

Il papa è preoccupato: “I poveri soffrono le devastazioni del riscaldamento globale”. E la religione no? Le vocazioni per esempio, l’amore di Dio, la credibilità. Il pensiero unico papale si deve aggiornare.

Fubini ipotizza su”Corriere della sera” che l’exploit del fondo londinese Alan Howard, più 37 per cento nel solo mese di maggio, dopo molti mesi di navigazione sott’acqua (“Alan Howard ha perso il fiuto”), è legato all’indiscrezione sul presunto “contratto di governo”, che “qualcuno fa trovare in busta anonima” allo “Huffington Post Italia”, il giornale online del gruppo De Benedetti: “Se c’è un momento in cui tutto è iniziato”, l’improvviso balzo del fondo ribassista sui titoli del debito italiano, “è il giorno e l’ora della lettere allo «Huffington Post Italia»”.
È probabile, poiché così vanno le cose. Come al tempo del terrorismo, i giornali cassetta delle lettere non sono innocenti.
Si capisce che gli italiani votino Di Maio e Salvini: non sono una soluzione, ma che fare?

A un certo punto, Trump si ferma e dice: “Ma questa Russia, lì in qualche parte dell’Europa, non faceva parte del G 7?” Sorpresa, oh, di Juncker, Merkel, Macron e Conte. È l’America che scopre la Russia, dopo che l’aveva cancellata. L’Europa scuote il capo da un lato e dall’altro: non sa che dire, e non sa più nemmeno da che parte guardare.

“Sui mercati timori per i Bot: i rendimenti sono più alti dei titoli della Grecia”. In che mani siamo! Non a  Roma, sui mercati. Un affarismo spregiudicato si è impossessato di un’ideologia, e con questa ci domina, servi riconoscenti. Mentre è da forca.

Si celebra il governo socialista spagnolo, di quasi tutte donne. Senza dire che è una parata: è un governo solo all’apparenza funzionante. Essendo nato da una mozione di sfiducia costruttiva al precedente governo Rajoy che è anche un’investitura.  Ma è molto minoritario, e rappresenta un partito dimezzato e ancora in calo di consensi, come il governo deposto dei popolari. Un governo che ha giurato ma non ha la fiducia del parlamento, e non l’avrà.

“Brexit fa crescere il rischio di unione tra le due Irlande”, “Sole 24 Ore”. Il “rischio”? L’irredentismo era un valore, si è rovesciato? Meglio l’imperialismo?

“Moana, il porno che sapeva di castità”. Tutto si può dire, e Trevi forse per questo non si fa mancare la chicca sul “Corriere della sera”. Ma che ne avrebbe detto Moana, “cortigiana onesta”?

Il “New Yorker”, in uno dei tre-quattro titoli quotidiani contro Trump, lo apparenta all’ultimo imperatore tedesco, il kaiser Guglielmo II. Un monumento?

La scena più spettacolare della parata del 2 giugno ai Fori Imperiali è del paracadutista Giuseppe Tresoldi di Monselice, Padova, 54 anni, che scende da duemila metri su un materasso di un metro per due, malgrado i venti, anche perché fa srotolare scendendo una bandiera di 400 mq., 36 kg.. Ma ne sapremo solo il giorno dopo, e solo su Canale 5, dopo che i social hanno riperso e si sono scambiati la fantastica discesa. L’informazione è censurabile, senza difficoltà.

Gaggi fa una pagina sul “Corriere della sera” sulle cameriere di Las Vegas in sciopero con un robot barista installato nei suoi caffè da Rino Armeni, e sulla pasionaria dello sciopero. Armeni? Farà il caffè per Gaggi. A Las Vegas?

Il Pirandello inamato di Sciascia

Pirandello fu fascista. È l’unica acquisizione di questa raccolta di scritture su Pirandello e la Sicilia, e sulla Sicilia. Legnosa anche, e poco o nulla narrativa – sciasciana. Forse perché di uno Sciascia immaturo? È la riproduzione di una raccolta pubblicata nel 1961 - con l’aggiunta della commemorazione per i 50 anni della morte, nel 1986.
Tema arduo, Pirandello è la Sicilia, in parole, opere e omissioni. Che non si possono qui rivangare: il qualunquismo (contro il “sistema”, la corruzione, ma per Mussolini), la roba (il suocero costretto a reintegrare la dote che il padre di Pirandello ha dilapidato), la loicità (la non passionalità, o allora collera violenta), l’amore incondizionato per la terra d’origine, tenendosene lontano.
Sciascia non amava Pirandello. Al suo fascismo ascrive anche l’apprezzamento d Henry Ford, il discusso imprenditore americano (era antisemita mentre era socialmente impegnato per i suoi lavoratori, per l’occupazione di tutti e per le condizioni di vita delle famiglie). Ne scrisse molto, in quanto Grande Siciliano, ma senza un vero interesse, nemmeno pietas. Ne scrive in questa raccolta del 1961 come a un tiro di freccette su un bersaglio che arrotola e srotola, con dispetto, perfino sadico.
L’unica non cattiva di tutto il libro è che “il carattere origjnale che muove e spiega tutto Pirandello, è una qualità elementare, molto rara, la più rara: il candore”. Ma è di Bontempelli, in una dimenticata commemorazione di Pirandello il 27  gennaio 1937 all’Accademia d’Italia. Che Sciascia s’ingegna a demolire, acculando Pirandello al realismo – come se il realismo (verismo) non fosse, non potesse essere, candido (ma allora, direbbe Sciascia, si è ma visto un siciliano candido?)
Molto è sul rapporto tra Pirandello e Tilgher. Molto intorno al tema Spagna-Sicilia, fin dalla prima pagina. Compreso “il personaggio che parla di sé in quanto personaggio” (Américo Castro), ricondotto originariamente al “Don Chisciotte” – mentre è non isolata strategia teatrale dagli inizi, dalla tragedia greca.
Esemplare invece il saggetto su Verga, più nelle corde, ”Verga e il Risorgimento”. Di Verga che porta alla “scoperta” della Sicilia. Per primo a se stesso: “Verga inconsapevolmente portava questo popolo nel flusso della storia; ponendolo, nella luce della poesia, come «problema storico» nella coscienza della nazione e dell’umanità. (Sappiamo bene che c’era già una «questione meridionale»: ma sarebbe rimasta come una vaga «leggenda nera» dello Stato italiano, senza l’apporto degli scrittori meridionali)”. E Verga autore di romanzi storici nella vena di Manozni, e poi di Thomas Mann , di un “passato che si fa presente”. Nel solco tracciato da De Sanctis – un caso unico , “di un critico come De Sanctis che anticipi la definizione di uno scrittore come Verga”.
Un raccolta in realtà di saggi sparsi, tutti quelli che aveva fino ad allora scritto sulla Sicilia, su Pirandello e Verga, e su Navarro della Miraglia, la mafia, Domenico Tempio, i fatti di Bronte, e “Il Gattopardo”. Anche Tomasi di Lampedusa irrita SciAscia, semrpe per la pregiudiziale  politica, ma non sa non riconoscerne la qualità letteraria. Bronte racconta in breve con una vivezza e accuratezza che non si ritroveranno nei più ampii studi di Lucy Riall.
Sulla mafia ha già, 1957, la definizione che manterrà, la più articolata: “Una associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento, per i propri associati, e che si pone come elemento di mediazione tra la proprietà e il lavoro; mediazione parassitaria e imposta con mezzi di violenza”. Ma indulge ancora alla mafia vecchia, buona, e ha perfino una “mafia di sinistra”.
Il libro è in realtà “Sciascia e la Sicilia”, il primo di tanti. I saggi su Pirandello aveva elaborato, spiega nella nota alla prima edizione, per una sorta di antologia per altro editore, mirata sul rapporto tra Pirandello e la Sicilia, non sull’opera pirandelliana. Pubblica i materiali approntati “insieme con pochi altri su scrittori e cose della Sicilia”. Su Pirandello mettendo le mani avanti: “Non sono un critico di professione: e questo libro vuole essere una «notizia» della Sicilia attraverso particolari letture ed esperienze”. Allora era ancora forse peggio di oggi, bisognava dare “notizia” della Sicilia, per farla esistere.
Con Pirandello si riconcilia alla fine, nella commemorazione del 10 dicembre 1986 a Palermo. Quando lo accomuna a Kafka e Borges come la triade che ha modellato il Novecento  - Proust relegando, con Savinio, al Grande Minore, il poeta della decadenza, di una specifica, angusta, decadenza. Riconoscendo di averne trattato “scontrosamente, e anche con un certo rancore, prima”. Ma, dopo, “cordialmente e serenamente” – sbollita, va aggiunto,  la perentoria certezza politica. È che, si giustificava, “sui libri di Pirandello io ho passato molte ore della mia vita; e moltissime a ripensarli, e riviverli”. Radicandolo nella Sicila, e nella “religiosità”, che Pirandello rivendicava, per sé e per la sua opera. Nonché in Montaigne e, antagonisticamente, in Pascal – che invece sono riferimenti del tardo Sciascia.
Leonardo Sciascia, Pirandello e la Sicilia, Adelphi, pp. 253 € 14


venerdì 8 giugno 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (365)

Giuseppe Leuzzi


Mafia, parola di cui poi dirà che non si conosce in realtà l’origine e il senso originario, in un vecchio saggio degli anni 1950, “Girgenti, Sicilia” (ora in “Pirandello e la Sicilia”), Sciascia deriva dall’arabo nel senso di “luogo nascosto e riunione in luogo nascosto”.


Barbara Lezzi, la bionda ministro del Sud, ha sconfitto D’Alema a Gallipoli. D’Alema ha rifatto Gallipoli, Lecce, la città e l’università, e tutto il Salento. Prospero. Pulito. Moderno, modernissimo. Ricco. Barbara Lezzi non ha fatto nulla, eccetto che postarsi su instagram. La gratitudine non conta in politica. Neanche lintelligenza.

Il Narratore-ragazzo delle pagine di Proust riunite sotto il titolo “Jean Santeuil”, dal nome del  ragazzo, si crede a p. 63 della riedizione “di volta in volta Nerone e san Vincenzo da Paola”. Che sarebbe il miracoloso san Francesco, infranciosato per guarire il re di Francia, dove tuttora è venerato – a lui è dedicata la chiesa dell’Accademia di Franca a Trinità dei Monti, in cima alla scalinata.

Razzismo a Rosarno
Un immigrato maliano,  Soumaila Sacko, è stato ucciso sabato 2 giugno dentro una fabbrica di laterizi abbandonata, e sotto sequestro giudiziario, dove con due compagni cercava materiali da utilizzare nella baraccopoli di San Ferdinando. I tre sono stati bersaglio di alcuni colpi di fucile. Gli amici sopravvissuti hanno testimoniato, e l’assassino è stato probabilmente identificato.
L’assassino ha sparato da distanza, settanta metri, forse cento. Non si nascondeva. Era sul luogo con una sua macchina. I due sopravvissuti, dopo il riconoscimento fotografico, diranno di averlo già conosciuto, nell’alloggio di loro amici africani, anche loro braccianti, con i quali aveva familiarità.
Un brutto delitto. La morte di un giovane di 26 anni, padre di famiglia al suo paese, ben integrato -  contrattualizzato, volontario in parrocchia benché islamico – e sindacalista attivo, per i diritti minimi degli stagionali regolari. Con i quali viveva nella tendopoli del ministero dell’Interno a San Ferdinando.
San Ferdinando è un altro mondo rispetto a San Calogero, anche se ne dista una ventina di km. in linea d’aria. Soumaila è come se fosse stato un intruso, prima che un ladro, in un mondo estraneo. Per finire vittima di un assassinio assurdo, come tanti in Calabria. Dove si spara per l’ira più che per calcolo – per fortuna poco, la Calabria non ha molti assassinii. Un delitto che avrà tra le vittime anche il probabile assassino, un uomo onesto, comunque incensurato. Tre giovani con un lavoro che devono rubare mattoni e lamiere per fabbricarsi una casupola. Tre africani sindacalizzati nella campagna di san Calogero, brulla e semiabbandonata.
Molti sono gli elementi di un dramma, che avrebbero potuto alimentare il racconto degli inviati. Ma la caccia si è aperta al razzismo: la Rai e i grandi giornali, “Corriere della sera”, “la Repubblica”, La 7, e perfino Pagliaro a “Otto e mezzo”, tra un Travaglio e l’altro, ci hanno “montato su un caso”. “Non c’è integrazione”, ha tuonato la Cgil. Una manifestazione dei capoccioni della tendopoli, nigeriani e senegalesi, che ne gestiscono i piccoli affari, freddi, frasi fatte, ripetitivi, occhio fisso sull’obiettivo di ogni reporter, benché poco seguita, ha riempito tg e giornali. “Ci trattano come animali”. Con la favola di un euro l’ora. E la mafia.
Solo Alessia Candito ricorda all’ultimo, tramite la Coldiretti, che gli agrumi di San Ferdinando-Rosarno si vendono alla produzione a “pochi centesimi” il kg.. Solo interessa buttare robaccia in un bidone della spazzatura chiamato Calabria. Buccini evoca “i moti di Rosarno”. Bonini e Tonacci fanno quadrato il cerchio, mettendo insieme Soumaila, la mafia, gli ex fascisti, e Salvini l’anti-immigrato
Molti non sanno nemmeno dove la Calabria è, ma non è una attenuante. Altri, per esempio i corrispondenti locali dei grandi giornali, si possono pensare coartati dalle redazioni, implacabili per l’effettaccio. L’esito è una operazione razzista. Su Rosarno e San Ferdinando. Sulla Calabria. Colossale. Prevenuta. Razzista e basta. Salvini è vero che è senatore della Calabria, il capo della Lega, ma questo non è stato detto il 4 marzo, quando si è avuta la sorpresa, si scopre adesso – e ancora resta da scoprire che Salvini ha avuto in Calabria i voti di Forza Italia e di Fratelli d’Italia, furbo lo è (farsi eleggere coi voti degli alleati, e riservare i voti leghisti, lombardi e veneti, ai suoi propri candidati).
Il razzismo c’è. Ed è brutto. Ma non c’è a Rosarno. Che ha avuto prevalentemente un’amministrazione di sinistra, aperta alla solidarietà, dapprima socialcomunista, ora Pd. Non c’è a San Ferdinando. A San Ferdinando, borgo creato nel Settecento coi galeotti di S.M. borbonica per bonificare la piana di Gioa Tauro (Ferdinando non è un santo, è il nome del re), paesino di mare che si voleva turistico quarant’anni fa, ed è rimasto un agglomerato polveroso, schiacciato tra il porto di Gioia e la tendopoli per gli stagionali, c’è gente rassegnata, ma mai un atto d’intolleranza. Quattromila abitanti sperduti (perfino wikipedia ne parla in modo incomprensibile, col traduttore automatico probabilmente di qualche testo inserito in Australia o in Canada, senza nessun controllo in questo caso della pignola redazione) accanto a una repubblica autonoma di due-tremila africani, e mai un gesto d’insofferenza.
Anche questo è una tela di fondo per un vero dramma. I residenti della tendopoli sono ufficialmente 500, quelli con le carte, e con i contratti di lavoro. Ma di fatto sono duemila e anche tremila. Una repubblica indipendente, con propri spacci, donne, droghe. Sviluppata per mettere a frutto i guadagni dei lavoratori certificati, la mafia non c’entra, non quella calabrese. Succede nella polverosa San Ferdinando come nella ricca California nella corsa all’oro. “A Ciambra” ne ha tratto profitto con immagini spettacolari, uno spaccato peraltro veristico, ma è opera di un giovane americano, Jonas Carpignano, ai cronisti italiani è chiedere troppo.
Il campo di San Ferdinando è tra i meglio organizzati dell’ottantina di tendopoli in cui l’Interno ammassa gli stagionali. Al Sud ma anche in Piemonte, in Lombardia, in Emilia-Romagna, nel Veneto, nel Trentino. Con l’aggiunta, in queste regioni, del caporalato, come documenta il centro “Placido Rizzotto” della Cgil nel “Primo Rapporto Agromafie e Caporalato”, che a San Ferdinando invece non c’è.
La mancata “integrazione” che la Cgil lamenta di questo campo esiste altrove? E qualcuno la cerca, fra gli immigrati africani? Per quel poco che esiste, è a Rosarno-San Ferdinando più aperta. I “residenti” sono contrattualizzati. Nel 2011 fecero sensazione le proteste degli africani per le strade di Rosarno, per il ferimento casuale di uno di loro con un fucile da ragazzini. Ma perché a Rosarno si poteva protestare – anche se in testa s’erano quelli che poi sono diventati i capoccioni del campo.
A San Ferdinando gli immigrati non stanno bene. Ma stanno meglio, e anche molto meglio, che in altri luoghi dove sono ammassati. L’unico posto dove gli immigrati hanno un sindacato, almeno uno. L’unico posto dove possono protestare, anche con atti selvaggi. Il “Ci trattano come animali” del dealmaker nigeriano del campo, o senegalese, improvvisato demagogo, è un modo di dire locale – “mancu li cani”, nemmeno i cani. Che l’affarista nigeriano, o senegalese, ripete con la stessa burbanza. Si divide il poco. Con dignità. E invece una storia di razzismo quale raramente si vede ci è stata montata sopra. Proclamato: stupido, livoroso,  convinto, violento. Di razzismo contro i locali, gente mite.
Bisognerà introdurre Gioia Tauro, o Palmi, o Siderno nella Locride, fra le gite scolastiche obbligatorie, invece che Taormina o Pompei. Bisognerà proiettare nelle piazze “A ciambra”. E magari una volta andare a comprare le arance a San Ferdinando, dagli agrumeti a mare, costano poco e in autostrada non è faticoso - la Salerno-Reggio meriterebbe comunque una gita, giusto per il piacere.

Sudismi sadismi
“Le criticità e le condizioni più sfavorevoli rispetto alle probabilità dei bambini di subire maltrattamenti si riscontrano in Campana, seguita da Calabria, Sicilia, Puglia, Basilicata e Molise. Male anche l’Abruzzo e il Lazio”: Daniela Bernacchi, Ceo e General Manager Cesvi. Cooperazione e S viluppo, onlus di Bergamo. Criticità? Probabilità?
Manca la Sardegna: Bernacchi non sa dov’è? O lì ci va al mare?Però, è vero: da Bergamo l’Italia si vede fino a Rimini, più o meno, Cesenatico – e alle Alpi, beninteso, e a Venezia: dall’Appennino in giù è nebbia.

Napoli fra le “top ten”, in un repertorio di 257 città, per disagio economico-sociale (Eurostat). Nessuno a Eurostat ci crede, però la classifica si fa lo stesso, che costa?

Fermata a Fiumicino per il malfunzionamento della sua carta d’identità elettronica, la signora Nicoletta Soddu lamenta stupita: “L’ho richiesta nel comune dove risiedo, Randazzo in provincia di Enna. Lavoro in una multinazionale americana e mi sposto spesso per lavoro”. Ma non sa che Randazzo è provincia di Catania, e si vuole anzi catanesisssima – Enna è anche lontana, a due ore. Il Sud è sempre un posto remoto, anche se una multinazionale americana vi si stabilisce.

Il primato
Prima di declinare il sicilianismo invadente, in qualche modo celebrandolo, Sciascia ha in uno dei suoi primi saggi, “Girgenti, Sicilia”, una nota sorprendente: “La Sicilia era una regione ignota, prima che Giovanni Verga la scoprisse”. “Ignota dell’amor proprio” dice Sciascia per l’esattezza. Colpito da una massima di Rochefoucauld: “Per quante scoperte si facciano nelle terre dell’amor proprio, ancora ci sono molte regioni sconosciute”.
Dall’ignoto, però, era balzata di colpo al primato. Che Vittorio Emanuele Orlando stabiliva nel 1928,  nella prefazione a “Le più belle pagine di Michele Amari”. C’era un primato siciliano, fra i tanti dell’era dei primati nazionali, che si chiuderà con la seconda guerra mondiale, dopo aver imperversato per un secolo e mezzo. La storia è universale, argomentava Orlando, ma sempre “di essa il centro vitale si racchiude in un punto determinato” - Mesopotamia, Delta del Nilo, Atene, Gerusalemme, Roma, la tolda  di navicella nell’oceano: “Se così è, come disconoscere che la Palermo di Edrisi e di Federigo lo svevo sia stata la Atene dei secoli XII e XII, e il regno di Ruggero il Grande il più possente e fiorente e civile Stato del mondo di quei tempi?”. E ancora: “In quei cinque secoli non fu forse la Sicilia un nodo centrale in cui s’incontrarono , si urtarono, si elisero e si ricomposero le forze dominatrici del tempo: il papato e l’impero, la civiltà cristiana e la islamitica, lo spirito latino e lo spirito germanico, l’ideale di Comune e l’ideale di Stato?”.
Obiezioni sono possibili. Era un’Italia borghese, che non guardava di sotto. Era anche un’epoca in cui i paesoni siciliani non vomitavano interminabilmente masse di viddrani – allupati, allucinati, terribilmente insicuri e quindi violenti, i Montelepre, i Corleone, i Castelvetrano, le fecce di Palermo, di Bagheria, di Alcamo, sull’onda possente della democrazia, giusta cioè e non indigabile. Ma ora si va nel senso opposto, il primato si vuole della decadenza e del crimine. Della corruzione della democrazia, o della democrazia corrotta?

leuzzi@antiit.eu

Pirandello a due dimensioni


Uomo semplice, generoso, buon padre di famiglia, sempre fedele alla moglie, anche se lungamente inferma, impolitico (fascista) ma per la buona ragione, il buongoverno. Un ritratto senza ombre dello scrittore dei lampi e delle ombre. Di un uomo intero e integro nell’autore dell’uomo multiplo e disgiunto.
La “Vita segreta” è stata scritta a caldo, nel 1932-34, con Pirandello in attività, non ancora premio Nobel, quindi non immortalato, ma è come se lo fosse già. Un sospetto suscitando. Poiché Nardelli era in contato quotidiano col suo personaggio, da lui venerato, e ne raccglieva man mano le confidenze, che questo insomma sia un autoritratto - quella che l’America chiama “biografia autorizzata”, dall’autore vivente. L’immagine che Pirandello dà di sé è del tutto piatta. Si direbbe a due dimensioni. Convenzionale. C’è del conformismo nell’ironia?
Federico Vittore Nardelli, Vita segreta di Pirandello

giovedì 7 giugno 2018

Stupidario classifiche

10.964 ricercatori hanno lasciato l’Italia in quindici anni, tra il 2002 e il 2016 – Ocse. Cioè laureati (ricercatore è giù un mestiere, un'occupazione)? Vuole dire che sapevano l’inglese. 
Mille l’anno: sono molti o sono pochi?

“Le condizioni più sfavorevoli rispetto alle probabilità dei bambini di subire maltrattamenti si riscontrano in Campania, seguita da Calabria, Sicilia, Puglia, Basilicata e Molise. Ma anche l’Abruzzo e il Lazio” – Cesvi, onlus di Bergamo. E la Sardegna?

“I professori italiani hanno l’età media (52 anni) più alta in Europa. Il 57 per cento supera i 50 anni (rispetto al 36 per cento in Ue) e il 18 per cento i 60 anni (8 per cento in Ue”, Alessandro D’Avenia, “Corriere della sera”. Ma in Europa si fanno le pensioni baby? O ci sono più abbandoni, la scuola è più disagiata?

Napoli nella “top ten”, in un repertorio di 257 città, per disagio economico-sociale (Eurostat).

Borse di studio universitarie, l’Italia cenerentola dell’Europa: solo 29ma su 42 paesi – “la Repubblica”.

Trova lavoro in Italia solo un laureato su due in tre anni: Italia al penultimo posto tra i 28 paesi Ue,  fa peggio solo la Grecia - Eurostat (ci crede?).

L’Italietta di pessimo gusto

Gozzano era un giovane vivace come tutti, e viveva il suo tempo. Quando scriveva in prosa, libero dalla poetica “gozzaniana”. Seppe raccontare anche l’India. Con arte, e anche con giustezza: i racconti del suo viaggio nel 1914, su “La Stampa” e poi in volume, “Verso la cuna del mondo”, sono una delle poche memorie italiane di viaggio buone, resistenti. E prese per la coda la lunga stagione della prosa verista, che va con la prima Italia, l’Italietta “bizantina” o “giolittiana” – di cui Tozzi faceva la summa con più vigore negli stessi anni di Gozzano. Un mondo di interessi per lo più, sordido, di doti, eredità, fallimenti, litigi. Che Gadda prolungherà ancora nel secondo dopoguerra. “l’Adalgisa”, “Accoppiamenti giudiziosi”.
Visse poco e cominciò a segnalarsi da ragazzo con racconti che mandava a varie riviste, di più a “La Lettura” e a “Riviera Ligure”. Prose sparse di cui Gozzano non si curava, raccolte postume in due volumi, “Laltare del passato” e “L’ultima traccia”, più quella dei racconti in forma di lettere dallIndia. È quindi arduo dire “tutti i racconti”, in assenza di un’edizione critica dell’opus gozzaniano. La raccolta premia la tenacia del curatore, Flaminio Di Biagi, che ha accolto il raccoglibile. Da raccolte già pubblicate (di Gozzano in genere si pubblicano insieme poesie e prose), più tre inediti in volume. Prose gradevoli: Gozzano, che lavorò per il cinema e voleva fare anche teatro, ha senso del ritmo.
Guido Gozzano, Tutti i racconti, Avagliano, pp. 444 € 17

mercoledì 6 giugno 2018

Secondi pensieri - 348

zeulig


Corpo nudo - Il corpo è Cristo, Cristo è anzitutto un corpo. Nudo per lo più. Non c’è più nudo che nelle immagini sacre cristiane - per i pittori il corpo racconta meglio l’anima.
Anche per gli scultori. Ci pensò molto Michelangelo dopo avere ideato il Cristo nudo. Si discuteva all’epoca, da un paio di secoli, se mostrare nelle arti il Dio-uomo nell’interezza del corpo, e la Vergine nelle fattezze di Eva. Ma in gioco era l’autorità della chiesa. Paolo IV la esercitò imponendo le mutande ai nudi di Michelangelo nella Sistina. Michelangelo lavorò una dozzina d’anni al Cristo morto, senza finirlo, e se lo tenne in casa. L’aveva scolpito dai piedi al grembo, ma poi ne grattò, o non ne polì, le pudenda, che così si segnalano. Anche il braccio destro, che ha funzione di quinta per mostrare il grembo del Cristo, è scolpito e levigato. La cosa al centro del blocco è ora messa in ombra dalla patina che Manzù vi ha soprammesso, quando Milano lo incaricò di sistemare la Pietà al Castello: un’emulsione cerosa per dare al marmo levigatezza analoga alla Pietà di San Pietro, un nitore ingrigito che si assimila al sacro. Ma non estingue il senso vivo del blocco, la scena della morte.
Quella privata di Michelangelo è una deposizione tonica, di chi va alla resurrezione, e un reperto unico, diceva bene Wittgens, ma per il lato oscuro della cosa. Che Gesèben Sirah, il Siracide, nel canone greco delle Scritture antevede: “Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà”. C’è chi è per l’eterna Pasqua, la festa di resurrezione dei corpi, non è peccato.

Al cimitero si esercita il culto dei corpi: le anime dei morti non ci sono, solo il corpo. Si coltiva quello che resta, ma non si sente l’anima, non si vede, senza corpo.

Si finge che sia la Madonna a reggere il corpo nel blocco di Michelangelo aSan Pietro, mentre si sa che fu Maria Maddalena ad andare per prima incontro al Risorto. Incontro democratico, tra Dio e la puttana. Ma anche ritorno di Dio alla carne, al corpo.

Incredulità – È un’altra forma di fede - credulità. Si pubblica una foto di Salvini e Di Maio dopo il giuramento del governo al Quirinale con la didascalia: “Il sorriso di Di Maio e la faccia di Salvini. Il giuramento dell’incredulità”. Cioè della credulità, se non della credenza o vera fede.
Quest’epoca di crisi - che non crede a nulla – è perfino credulona. Nella macrobiotica, la dieta liquida, l’antibiotico, l’industria verde. O, nel caso di Scalfari col papa argentino, di mera curiosità – oltre per ricavarne un libro con cui scalare le classifiche e gli annali. Lo scetticismo, il metodo dell’indagine, è esercizio vago (difficile) di equilibrio e non di accetta, non di passione  (è passione della non passione), mai conclusivo. 
Gli studi incontestati di L.Febvre sul Cinquecento, il secolo delle Riforme - da quello su Rabelais (“Il problema dell’incredulità nel secolo XVI. La religione di Rabelais”) al saggio sul “Cymbalum” di “Des Périers” (“Origène et Des Periers”), libello ateista modellato su Celso, sul “Discorso vero”, e alla raccolta postuma di saggi “Au coeur réligieux du XVIe siècle” - ne fanno un secolo religiosissimo. Rilevando l’anacronismo, l’applicazione al Cinquecento delle categoria positiviste o materialiste dell’Otto-Novecento. Si combatteva per più fede.

La sospensione dell’incredulità è di Coleridge, applicata alla letteratura, alla poesia. Si può dunque dire così: l’incredulità è lo “stato normale”, che si sospende per ogni lineamento o baluginio di verità - di fede o anche di fantasia.  

Lamentazione – È ciclica? I migranti, un tempo pieni di silenzio, raccontano in dettaglio infiniti malanni. Pure le giovani, e i giovani, hanno nozioni patologiche estese, e quanti non sono i dolorini alla schiena.
Va con la crisi. Che ora è coltivata – la crisi artificiale andrà con l’intelligenza artificiale? È l’ansia del ricco per l’erosione delle rendite – la crisi è occidentale: pesa più degli infarti, i tumori, i terremoti, gli incidenti stradali, le epidemie.
Non si parlava mai della morte, non in letteratura, neppure nelle trincee, o nei lager, e sembrava buona norma, ora si fa con diletto. Non per carità, al contrario, è buttare il mondo infetto addosso all’interlocutore, una cosa da untori.
Il destino è anche sociale, e delle epoche storiche: sembra che, cessando il bisogno, si sia perduto il giudizio, e ogni stimolo al lavoro ben fatto. Le formazioni sociali sono vuote, e non per mancanza di volontà, è come cantare col naso. Di tale banalizzazione sono specchio la letteratura e la filosofia, gonfie di falsità: melasse, concettismi, oltraggi, tutto coltivato e insulso, ma tutto tremendamente dolorifico.

Linguistic Turn – È stato, è, uno strumento di potere accademico negli Stati Uniti, i dipartimenti di inglese portando al centro delle scienze umane, dei dipartimenti umanistici. Ne fa un preciso quadro Laurent Binet, il romanziere, in “La settima funzione del linguaggio” (chi ha ucciso Roland Barthes?): “Per i dipartimenti d’inglese la French Theory è stata lo strumento di un putsch che ha permesso loro di passare dalla quinta ruota della carrozza delle scienze umane alla disciplina che ingloba tutte le altre, perché se la French Theory parte dal postulato che il linguaggio è alla base di tutto, allora lo studio della lingua significa studiare filosofia, sociologia, psicologia… È tutto qui il famoso linguistic turn”.  È tesi non peregrina, illustrata nel capitolo americano dell’“indagine” sulla morte di Barthes, “Ithaca”, che la fortuna del “pensiero continentale” negli Stati Uniti , da Jakobson a Foucault, Barthes, Eco e Derrida, malgrado l’avversione di accademici illustri e potenti del ramo, da Chomsky a Searle, sia dovuta a un riequilibrio dei poteri accademici. L’argomentazione  Binet affida a un personaggio fittizio, Morris Zapp, “il” cattedratico tuttofare (tutto-potere) di  David Lodge, “Scambi”, 1975.

Natura – È totalitaria. Tale che nessuna difesa è possibile - ci si può difendere da Dio, dalla natura no. Nulla di russoviano.

Passato – Privarsene è illiberale, per quanti pesi e equivoci possa addurre. È la morale di S. de Beauvoir, “Per una morale dell’ambiguità”. Il Medio Evo in effetti, che ha dimenticato o trascurato l’antichità, l’Alto Medio Evo, si considera epoca oscura e quasi barbarica.
Ma illiberale con se stessi? Nella prospettiva individuale ombre proietta più che luci, tra condizionamenti per imprinting e rimozioni. Un Tarzan non vivrebbe più felice?

Pedagogia – È ineliminabile. “L’educazione può tutto, perfino insegnare agli orsi a ballare”, la nota tagliola ironica di Leibniz è naturalmente vera, e pericolosa, come lui la intendeva. Ma il contrario è anche vero. In peggio? L’esito della riforma Malfatti, 1975, ch ha introdotto le famiglie nella gestione della scuola, ha finito per portare alla contestazione permanente della scuola, in ogni sua forma, che sia permissiva o restrittiva, innovativa o tradizionale, produttivista o lassista, cioè alla dissoluzione della scuola, oltre che della funzione pedagogica. Esito sicuramente non f elice per nessuno, non per il giovane né per la società e la stessa famiglia, oltre che per gli insegnanti – professione in crisi di vocazioni. Il senso del potere insito nella funzione pedagogica trapassato nelle famiglie non è meglio gestito – con misura e accortezza, al miglior fine.

Politica – È totalitaria. Ormai da mezzo secolo. In Occidente - Usa e Europa. Da quando è stata rigettata o sfidata. L’Autonomia si voleva post-politica – la politica della post-politica. Poi è venuta l’antipolitica, dei corpi separati dello Stato – una forma di golpismo. Ora il populismo, il governo degli anonimi. Sempre contro la politica come critica e dottrina-filosofia (ideologia, “sistema”). È la politica del rigetto o della sfida. Comunque avvolgente, assorbente: totalizzante.

Probabilità È la pompa del vizio, secondo Proust (“Jean Santeuil”, V,II, “Lo scandalo Marie”): “Fra due probabilità, la più gradevole è la più probabile”. Si scommette con fiducia nel caso.

Solitudine – È iperattiva, frenetica. O allora oblomoviana – inerte, assente. Il primo caso è più frequente, anche per ragioni di sopravvivenza. La solitudine si vorrebbe assimilata al sorriso del gatto del Cheshire: far perdere le tracce, esserci senza essere reperibile. E invece nella solitudine non vale l’essere ma il fare. Robinson ne esce così, e chi non è nato robinsoniano, essendo europeo? O nato piuttosto negro di Robinson, ci si trova facilmente bene dentro il tuttofare.

Storia - Landau, il fisico, diceva che il tempo può andare indietro, e che se ciò non fosse andrebbe contro natura. Celan lo conferma: “Io sono,\ sono il già stato”. Ciò che difetta al presente è la coscienza storica, della continuità nella rivolta. La storia è labile. Senza radici si procede psicolabili.

zeulig@antiit.eu

Sui conti del Pci, ancora uno sforzo

Un’impresa, doppia. Riprendere il discorso dove lo aveva lasciato il Procuratore russo Stepankov degli anni di Eltsin, dell’apertura degli archivi del  Pcus, il partito comunista sovietico, sui finanziamenti di Mosca al Pci e ai suoi eredi, con il coinvolgimento di Falcone, da Stepankov invitato a Mosca (ne ha scritto tre anni fa con Francesco Bigazzi, “Il viaggio di Falcone a Mosca”). Sul presupposto – seconda impresa – che i finanziamenti venissero riciclati in Italia attraverso la mafia. Impresa, quest’ultima, disperata, come suole dirsi.
“Le verità nascoste nelle agende elettroniche del giudice” è il sottotitolo. Ma Montolli, giornalista investigativo, fa di più: non  tanto trascrive le agende, che dicono poco, ma ne contestualizza i riferimenti. E su questo si muove bene, il racconto è affascinante, la disposizione sceneggiata degli interventi che hanno provato a chiarire questo lato oscuro dell’attacco alla politica. Sia di quelli pubblici, per esempio di Craxi, che si trascurano, sia dei tanti successivi, portati ai vari processi o rivelati da wikileaks, di Cossiga, Martelli, degli ambasciatori americani, delle spie inglesi.
Non si è fatta ancora la storia del crollo della “prima” Repubblica”, del 1992. Ed è opportuno che se ne parli. Mettendoci dentro, come Motolli fa, l’America, che sicuramente c’entra. E la Russia, che invece non c’entra. Oppure sì, in modo indiretto, ma non per la mafia: per I finanziamenti al Pci, proseguiti fino all’ultimol respire del Pcus.
Sui finanziamenti sovietici al partito Comunista molto però si è già scritto. Da Valero Riva con Bigazzi nel voluminoso “L’oro di Mosca” vent’anni fa. Preceduti da Gianni Cervetti, ex amministratore del Pci, con analogo titolo, con testimonianeze personali. E dagli storici Zaslavsky e Aga Rossi, con prove inoppugnabili.
Il punto è che i finanziamenti diretti del Pcus al Pci cessarono negli anni 1970. Quando fu aperto un conto svizzero con gli “sfioramenti” sulle vendite e gli acquisti in Italia, di gas e di tubi d’acciaio, che Mosca lasciava in Svizzera. Un conto anonimo, ma con fiduciari italiani. Procuratori del Pci del tipo Greganti, se non Greganti stesso. Una titolarità che la banca svizzera che gestiva il conto, il conto era unico per tutti gli sfioramenti, non ha contestato. Se due fratelli eccellenti della nomenklatura ex Pci, i fratelli di Occhetto e di Veltroni, hanno potuto prosciugarlo, se condo la lettura più accreditata. A beneficio dei creditori privilegiati del partito, per prima l’universo delle cooperative, e poi la stampa, con numerose editrici create a catena in quegli anni, i 1990.
Insomma, il da fare non  manca. La mafia che ricicla i diari di Mosca è una divagazione, e quasi un falso scopo: il Pci era ben saldo al centro del potere finanziario.  
Edoardo Montolli, I diari di Falcone, Chiarelettere, pp. 256 € 16

martedì 5 giugno 2018

Il contagio italiano

Il governo Conte dovrà andare di corsa, a fine maggio 2019 ha l’esame di maturità con le elezioni europee, e non sarà facile. Tanto più che, dietro i complimenti d’obbligo dell’Europa, suscita problemi e timori a Berlino e Parigi.
È questo il riflesso europeo più importante, che la Farnesina sottolinea, del nuovo governo, ben più decisivo che il “Savona sì Savona no”. Nelle due grandi capitali europee la riuscita del governo Conte è temuta per i possibili riflessi interni. Per la possibilità che sdoganino nell’opinione i movimenti analoghi ai gialloverdi italiani, il Front National in Francia e l’Afd in Germania.
Nei due paesi guida della Ue i movimenti identitari sono stati tenuti al di fuori del gioco politico, per una sorta di “patto repubblicano” (così in Francia, ma di fatto anche in Germania), se non costituzionale, tra i partiti storici. Il successo di Conte è temuto come una minaccia di rottura della diga.   

La Bce compra tedesco

Si fa polemica spicciola sui mancati acquisti di Btp da parte della Bce una settimana fa, quando molti operatori se ne liberavano – con conseguente salita dello spread, il differenziale di costo per lo Stato italiano. Ma la Bce non è stata, e non è, la salvatrice dell’Italia. Questo è quello che di dice  – echeggiando i media tedeschi. Ma non è vero.
Draghi ha comprato e compra titoli di Stato pro quota delle quote che gli stessi Stati hanno nella Bce. Dal’inizio dell’acquisto (quantitative easing) ha ritirato 478,7 miliardi di Bund tedeschi, 392,5 di titoli francesi, e 341,1 miliardi di Btp italiani.
L’obiettivo della manovra è di tenere bassi o ridurre i tassi d’interesse. Con beneficio anche di quei paesi, tra essi l’Italia, che pagano interessi più alti. Ma la Germania ha voluto mantenere il vantaggio comparativo che il suo debito ha nei confronti di quelli degli altri paesi euro, di quello italiano in particolare. E ha obbligato la Bce ad ancorare l’acquisto dei titoli pubblici non all’ammontare del debito di ogni paese, ma al pil e alla popolazione – cioè, di fatto, alle quote nazionali della stessa Bce.
Volendo, si può anche pensare peggio, il pettegolezzo politico non è infondato. A maggio la Bce ha comprato quasi il doppio di titoli tedeschi rispetto a quelli italiani: 6,893 miliardi contro  3,609. Giustificando il notevole divario con l’esigenza di ricostituire lo stock di titoli tedeschi, assottigliato dalle scadenze. Il sostegno ai titoli italiani non è nel programma. Anche se con i titoli tedeschi la Bce non ci guadagna e anzi ci perde. Le polemiche tedesche sugli acquisti Bce, che accentuano le negatività dei tassi, vagono sono per media italiani.

Se il governo si vede da Roma

Una giornata qualsiasi a Roma registra non poche stranezze – oltre alle strade dissestate, certificate dal giro d’Italia. L’Atac licenzia 1.300 autisti e operai: ne aveva tanti in soprannumero? e con chi manda i mezzi? La stessa Atac è al fallimento, nel senso del codice civile, davanti al giudice. I giardini prospicienti il Quirinale sono chiusi dal 30 ottobre 2016, quando si avvertì fino a Roma il terremoto di Norcia. Pezzi di mura Aureliane sono essi pure recintati dal terremoto. Senza un minimo intervento di recupero – non si sa nemmeno se lo deve fare il Comune o lo Stato. Molte aiuole e molti alberi nei parchi sono recintati dal 26 febbraio, per la (lieve) nevicata: quasi tutti avrebbero bisogno di interventi lievi di potatura. Parchi e giardini hanno l’erba alta e già mezzo secca. Le pinete di Castelfusano e Castelporziano, che si costeggiano per  andare al mare,sono delle discariche, senza esagerazione. 
Virginia Raggi è sindaca da due anni ma la sua amministrazione è come se non ci fosse. I 5 Stelle, che pure sono chiacchieroni, non solo non fanno nulla: non dicono nulla. Se non amenità. Mandare le pecore e le vacche a pascolare nei parchi, per ridurre il rischio d’incendi nei parchi. Combattere le zanzare con le rondini – con l’idea di rondini, giacché non se ne vedono. Un’assessora che è stata in gita a Malaga ha portato questa soluzione per le buche stradali: stenderci sopra il velo catramato che usa per dare scorrevolezza all’asfalto autostradale – non ha mai fatto il raccordo anulare?
Con la stessa spensieratezza si aspettano due  miliardi dal vicepresidente del consiglio Di Maio con una legge speciale per Roma Capitale. Due o tre, un miliardo in più o in meno non conta. Spensieratezza e quasi allegria, come la impersona la sindaca Raggi. Ma da paura.

Il Doge torna a Venezia, nel vuoto

Nel 1967, a 82 anni, Palazzeschi celebra in anticipo il suo ’68. Del resto, il ’68 era cominciato nel ’67, l’estate hippie. O nel ‘66, la rivolta di Berkeley, o nel ‘65, i provo, la minigonna e i capelloni - anche il ’63 non fu male: “Sexual intercourse began in nineteen sixty-three”, diceva Larkin, il poeta, quando si iniziò a scopare. Per la vena comica, surreale, che gli era propria – che in Italia non ha diritto di cittadinanza.
Il doge si affaccia per celebrare le nozze di Venezia col mare. In realtà si celebra “la vita vedova del suo doge”: Palazzeschi sceneggia il tema veneziano di Byron, “Childe Harold’s Pilgrimage” – di Byron prima del suo periodo veneziano, che molti vogliono un infognamento. Il Doge non può più sposare il mare, la cerimonia è una castrazione, il Leone non fa più paura, non nel Mediterraneo e neppure nell’Adriatico.
Venezia è già piena di turisti e di valige, i cavalli di san Marco s’involano tra le nuvole, il popolo formicola e ciacola. “Tutto nel mondo è burla”, Palazzeschi torna alla conclusione dei suoi primi anni: “Rivoluzione voleva dire uno scangeo come mai s’era visto l’uguale e dove tutto è lecito di fare”. Con grazia e festosità, con divertito distacco: “Il vuoto s’era realizzato per una forza fino allora del tutto sconosciuta”..
Aldo Palazzeschi, Il doge

lunedì 4 giugno 2018

Merkel dimezza gli immigrati

Siamo rimasti alla Germania del 2016, quando secondo Angela Merkel poteva accogliere un milione di immigrati. Ma le cose sono cambiate: già l’anno scorso, prima ancora del voto a settembre che ha punito Merkel e i suoi partiti democristiani, l’“accoglienza” tedesca si era dimezzata. Nel 2016 ben 745 mila richieste di asilo erano state presentate in Germania, nel 2017 solo 223 mila. Mentre in Italia la cifra è rimasta inalterata e anzi è aumentata: 123 mila richieste nel 2016, 129 mila nel 2017.
Il “restringimento” è avvenuto in Germania, va aggiunto, come nel resto dell’Europa. Nel 2017 le richieste di asilo nella Ue sono passate da 1.260.910 del 2016 a meno di 700 mila (il dato preciso non è ancora disponibile). Lo stesso l’accoglienza: si è passati da un’accettazione delle domande di asilo del 61 per cento nel 2016 al 45,5 nel 2017.
Anche qui, il calo è stato determinato dalla Germania. Che ha ridotto l’accettazione dal 69 al 40 per cento, da sette su dieci a quattro. In Italia la percentuale è stabile, attorno ai quattro su dieci - 39,4 per cento nel 2016 e 40,6 nel 2017.

L’immigrazione è gestita

Le statistiche dell’immigrazione sono variate negli ultimi anni molto capricciosamente. Nel 2014 si segnalava al secondo posto per le richieste di asilo la Svezia, con 81 mila domande. L’anno successivo veniva l’Ungheria, con ben 177 mila richieste – da qui la politica restrittiva, con muri , idranti, gas. Nel 2016 era la volta dell’Austria – dove la reazione è stata anche qui forte, di polizia e politica.
Le domande di asilo hanno oscillato mediamente in Europa negli ultimi anni tra l’1,2 e il 2,6 per mille abitanti. Ma con punte bizzarre. In Svezia la pressione è salita nel 2014 al 16,7 per mille. In Ungheria l’anno dopo al 18 per mille. In Austria nel 2016 al 10,3.
La mutevole geografia dell’immigrazione conferma che i flussi vengono gestiti, da mediatori informati, a seconda delle opzioni politiche prevalenti nei paesi di accoglienza. Con poche eccezioni: l’eccezionale flusso di siriani nel 2016-2017, quando la guerra civile era al culmine, dall’Eritrea in passato per la dittatura, dal Pakistan e dal Bangladesh i cristiani perseguitati.
La gestione anonima dei flussi arriva fino alla informazione. Attraverso le ong di settore. In forma di disinformazione: la natura dei migranti (che di fatto sono mogli e figli in prevalenza), il costo dei trasbordi (cifre che in Africa non sono nella disponibilità di nessuno, solo parametrati al grado di meraviglia in Europa: una volta la soglia era 5 mila dollari, ora 10 mila), condizione sociopolitica. 

È immigrazione economica

Chi sono gli immigrati in Italia? In effetti non vengono da paesi in guerra. Se si eccettua l’Eritrea - che comunque non è propriamente in guerra, nemmeno civile. I dati, fermi al 2016, mostrano questa graduatoria dei richiedenti asilo: nigeriani, pakistani, gambiani, senegalesi, ivoriani ed eritrei. In numeri assoluti. In percentuale dei richiedenti asilo, la graduatoria viene esattamente rovesciata, con gli eritrei fra i più accolti, quasi al 100 per cento.
L’accettazione è in Italia mediamente più di manica larga rispetto al resto d’Europa. I tribunali italiani ne accettano mediamente il 3-4 per cento in più rispetto alla media dell’Unione: la media italiana delle accettazioni è attorno al 40 per cento, due su cinque.  
L’accettazione è stata più alta per gli eritrei (83,5 per cento) i tunisini, i marocchini, più bassa per gli africani: gambiani 32,4 per cento, ivoriani 30,9, senegalesi 26, nigeriani 25.

Appalti, fisco, abusi (121)

“Ritenuto che, conformemente a consolidata giurisprudenza (ex plurimis: Consiglo di Stato, sez. VI, sent. N. 1114 del 21\10\78; Consiglio di Stato, sez. VI, sent. N. 195 del 28\3\1991), il rinvio ad altro atto, ai fini della decisione del ricorso, non inficia la legittimità del provvedimento purché siano conoscibili le ragioni sulle quali la medesima decisione si fonda e che, più in generale, l’obbligo di motivazione degli atti amministrativi può ritenersi sufficientemente assolto se sia dato ricavare, anche per rinvio ad altri atti, la ricostruzione dell’iter logico seguito dall’autorità emanante (Consiglio di S tato, sez. III, par. n. 1755 del 26\11\2002; Consiglio di Stato, sez. VI, sent. N. 1023 del 7\12\1992)….”.
E se le ragioni non sono “conoscibili” – come in questo “atto”? E come si fa a “ricostruire l’iter logico dell’emanante”? Dopodiché si “ordina”, “ingiunge” e “sanziona” – stiamo parlando di una multa stradale, forse non dovuta.
Questa la prosa inflessibile del prefetto di Roma dott.ssa Paola Basilone – o del suo vice, dott. Gerardo Caroli. Che quindi devono essere laureati, insomma sono andati al liceo, ma evidentemente non hanno letto Manzoni. Hanno seguito programmi speciali, di sostegno o altro?

L’ordinanza-ingiunzione prefettizia di Basilone-Caroli, spedita a maggio 2018, viene retrodatata 2 dicembre 2017. Per evitare la scadenza del ricorso al prefetto. Lo Stato può essere tranquillamente truffaldino. O gli ci vogliono cinque mesi per spedire una lettera? 

Tutto per impedire il ricorso al giudice. Restringerne i tempi. Rendere obbligatorio il ricorso a un legale.

Per sapere come e perché uno deve pagare la multa dei dott. Basilone e Caroli, ed eventualmente appellarsi, si viene rimandati al sito SANA del ministero dell’Interno. Ma il sito è consultabile solo in orario di lavoro – “IL PORTALE NON E’ OPERATIVO LA DOMENICA E NELLA FASCIA ORARIA COMPRESA DALLE 20 DI SERA ALLE 8 DEL GIORNO DOPO”. Una incitazione al crimine aziendale?
Nello Stato, certo, si può liberamente vagare per internet in orario di lavoro, ma fuori?

Al portale SANA dell’Interno si accede con un identificativo di lettere e numeri di 21 caratteri, senza nessuna serialità. E col trucco: fra tre 1 si infila una I.

L’accesso al SANA, nella pausa pranzo, dà una schermata in cui bisognerebbe aprire tredici file per avere cognizione del fatto – sempre la multa stradale. Tredici. E manca l’iscrizione a ruolo dell’ordinanza ingiuntiva. Quanto sarà costato digitalizzare tredici file all’infaticabile dottor Caroli? Si fanno le multe per pagare la burocrazia?

Le radici giocose di Primo Levi

C’è Roger Vercel, all’anagrafe Roger Cretin, di cui Levi comincia a leggere un romanzo il giorno in cui i tedeschi abbandonarono Auschwitz, una prospettiva lasciando di fame e gelo, di morte. E questo in qualche modo va con Primo Levi – anche se, o forse perché, Vercel era un antisemita. Ma le sue letture di formazione, da Rabelais a Stefano D’Arrigo, sono un altro Levi. Sorprendenti, cioè. Lui stesso lo dice in premessa a Rabelais: gli “sono fedele da quarant’anni senza assomigliargli minimamente e senza sapere con precisione il perché”. Per un motivo però che sapeva: “La ricerca delle proprie radici è opera notturna, viscerale e in gran parte inconscia”.
È un libro curioso, l’antologia personale di Primo Levi, trenta letture di autori su cui si è format, da piccolo e d a grande (Celan, T.S.Eliot, B.Russell). Un’idea editoriale per le scuole che Bollati aveva proposto, allora per Einaudi, ad alcuni scrittori. Solo Primo Levi onorò l’impegno, e allora Einaudi decise che era opera di narrativa, che meritava comunque gli “Struzzi”, tra i romanzi e i racconti. Ma non ci sono molte curiosità, a parte il rilievo della vena giocosa, l’uso allegro della scrittura – disinvolto, inventivo: con Rabelais (ma anche l’“eccessivo” D’Arrigo va in questo senso) ci sono Swift, Belli, Porta e Aleichem, e di Marco Polo c’è “Il mercante curioso”. Un aspetto trascurato di Primo Levi, ma importante fin dagli esordi, con “La Tregua” se non già in “Se questo è un uomo”. Qui rintracciabile fin dalla premessa, antifrastica: “Quanto delle nostre radici viene dai libri che abbiamo letti? Tutto, molto, poco e niente: a seconda dell'ambiente in cui siamo nati, della temperatura del nostro sangue, del labirinto che la sorte ci ha assegnato”.
Con la presentazione di Calvino e una nota di Marco Belpoliti.
Primo Levi, La ricerca delle radici, Einaudi, pp. XXXII-242 € 11,50