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sabato 18 marzo 2017

Secondi pensieri - 299

zeulig

Anti-politica – Quando non è una politica (ciò che oggi viene detto “populismo”: il risentimento è già una politica), è ebetudine. Incapacità d’immedesimarsi. Di suscitare identità da una parte, nutrire sentimenti d’appartenenza dall’altra. È l’incapacità (inutilità) intellettuale – la sterilità: del saperne di più, della perfezione, dell’albagia virtuistica. I capi sono maestri, ancorché cattivi.

Civiltà – Nel senso di cultura o tradizione, è effetto dell’inbreeding più accentuato, anche esclusivo. Si adatta all’assimilazione – l’assimilazione può essere una delle sue forme di acquisizione – ma con difficoltà (per questo anche l’assimilazione viene respinta).
Le interculturazioni e altri sinonimi sono irte perché fatti politici. Forse obbligati – scuola, sanità,  residenzialità, diritto civile e di famiglia - ma contrari alla lentezza, e alla “naturalezza”, dell’inbreeding.

Europa - Heidegger e Freud non sono materialismo critico, o critica superiore (intelligente) della realtà, sono il desiderio di finirla - sono l’Europa. Che si auto compassiona, l’Europa e il desiderio di finirla.

Felicità – È il tema prevalente, nei discorsi e nelle rappresentazioni. Sembra anzi il sigillo della contemporaneità: la cucina, il sesso, lo sport, lo spettacolo, il tempo libero. Ma finisce per essere un pestare nel mortaio senza che niente ne rimanga. Un sorta di surrogato, povero. La vecchia “salute dell’anima” non si realizza nel “piacere dei sensi” – ammesso che ci siano, la salute, o l’anima. Non sembra: ogni godimento è necessariamente inferiore alle attese. Più che altro, sembra un’evocazione: perché, o felicità, non ci sei, non ti mostri, latiti? Che sa di scongiuro: speriamo che sia la volta buona.

Gelosia – Nella generale inappetenza – affettiva e anche sessuale – che caratterizza la contemporaneità, è difficile argomentare la gelosia come passione. Se ne moltiplicano gli studi, e i libri di divulgazione, ma come di un reperto, anche se a effetto: di una psicopatologia (sentimento, ossessione, delirio) che invece è forse scomparsa. Nelle separazioni, sempre più fredde e centrate sugli aspetti economici. E pure nei femminicidi, opera quasi sempre di alcolisti, drogati, violenti. E anche qui quasi sempre per il possesso, dei figli, i beni, le memoria, raramente la gelosia. Che si può dire scomparsa con l’adulterio.
La libertà sessuale è uno degli acquisti più pacifici. Di un pacifismo, si può argomentare, che è una diminuzione o perdita, di una mobilitazione affettiva e\o nervosa. Una perdita che va anche con l’ideologia dei generi, femminile e di ogni altro tipo, e con la loro indistinzione.

Labirinto – L’immagine che suscita è del moto (cammino) impervio e interminabile. Un’immagine del tipo ossessivo. Ma è anche qualcosa che si costruisce: si costruisce un labirinto per curiosità, per vezzo, per sfida. Di cui non è prigionieri in realtà, ma in cui anzi si vaga a piacere.

Meraviglia - L’Arnheim di Musil, i bibliotecari deliranti di Borges: la meraviglia è indotta dalla materia più esanime. Si genera nell’eccezionale, ma allora anche in forma di necrofilia – della polvere, dell’inutile.
In che cosa è diversa dalla curiosità, che è invece un fattore attivo, creativo? È un riflesso passivo, fine a se stesso. Istintuale, ma allora di natura anche culturale – o forse tutta culturale, considerati i tempi lunghi e le stratificazioni dell’inbreeding: ci si meraviglia di ciò che ci è sconosciuto o non considerato.

Metanarrativa – In uso nel senso di dessous della narrativa. Quindi di un’aneddotica come un’altra. Ma utile nel senso di Lyotard, della storia come verità: tutto di una certa cosa, su basi razionali. A uso del potere, ma anche della giustizia, della conoscenza, della saggezza.

Movimento – Si preferisce a rivoluzione, eversione, anche protesta:  la sedizione come spontaneità, la novità come frutto maturo.
Un’eredità del Sessantotto, in cui lo spontaneismo però c’era. È francese, sa di Heidegger. Ma il movimento è stato storicamente totalitario, fascista, nazista, franchista – non comunista, meno che mai sovietico. Va con le masse: i gruppi si vogliono masse.

Opinione pubblica – È vittima del pensiero unico, del liberismo? Una delle tante, ma la più corriva. Per questo passiva – deviante se non inutile: sorpresa dal fenomeno Trump che è più propriamente un fenomeno elettorale, cioè di opinione pubblica in senso lato e più corretto, non mediatico. È per questo aggressiva tanto quanto è superficiale. E soprattutto conformista. Alle fonti. Che non sono il pubblico, i suoi orientamenti e i suoi interessi, quello che si chiama interesse pubblico, ma le banche. E i diligenti referenti istituzionali delle banche: la Federal Reserve, la Banca Centrale Europea, la Commissione di Bruxelles. Di un liberismo distruttivo di risorse invece che creativo.

Passione – È più spesso un modo d’essere che un atto, più o meno volontario.
Condizionato dalla fisica: organismo, ereditarietà, morfologia (normotipo, brachitipo….), meteorologia, stagionalità, latitudine, magari l’ora legale? Dalla cultura: scuola, letture, feste, scongiuri?  
Più occasionale e complesso che condizionato – una passione è un sistema a n incognite, irrisolubile.

Scienza – È più variabile o più costante? Na scienza ha bisogno di determinare costanti, è la sua ragione d’essere. Ma non è scienza, o scoperta, senza variabili. Si può dire la costante delle variabili….

Viaggio – Ha forma diversa in rapporto al mezzo – la trasvolata non è un trekking. E alla distanza. Al passaggio lungo i meridiani o lungo i paralleli – lungo i meridiani s’incontrano mondi diversi, estremamente, lungo i paralleli simili, benché intervallati dalle ore. Alla durata: un viaggio intercontinentale di un giorno o due non è un viaggio turistico, anche in gruppo, o una villeggiatura. Alla velocità, del mezzo e del tempo di durata. In ognuna di queste forme ha rilievo psichico e psicologico diverso. È una forma più di ogni altra eteroclita. O come ogni altra? L stessa variabilità, con altri termini, si potrebbe dire dell’antidromomania. È per questo che il vocabolario (filosofia) ha bisogno di un resoconto (narrativa).

Vita – Passa attraverso molteplici morti. Si dicono ferite ma più spesso sono morti. Che qualche volta, pare in tarda età, resuscitano, ma non hanno lasciato segno, non che si veda, come fanno le ferite – l’idea di ferita.
Col vecchio trucco della morte\resurrezione, o della vita oltre la morte. La quale s’intende sempre come “vita nova”, diversa cioè e buona.

zeulig@antiit.eu

Memorie perseguitate

Un piccolo capolavoro. Anche grafico, con numerosissime nitide foto d’epoca e miniillustrazioni. Giusti ritorna sugli incontri di una vita, nella casa estiva al Forte dei Marmi – già teatro nel 2002  di un’altra serie di figurazioni, “La casa del Forte deiMarmi” – e altrove, a Firenze, Milano, in giro per il mondo: Germana Marucelli, l’inventrice degli hot pants, Carla Fracci che mangia di gusto, Roberto Lerici, Carmelo Bene e Lydia Mancinelli, Luise Nevelson, Henry Moore, Nino Tirinnanzi, “uno dei più noti omosessuali della Toscana”, Paolo Scheggi, Don Gnocchi, che lo confessava, Mario Leoni, il prototipo del vecchio politico, tutto partito, Maria Luisa Spaziani, “una ragazza molto alta”, l’innominabile “Cigno nero”, che Giusti conobbe ragazzo e frequentò – a distanza. Con capacità affabulatoria. Con medaglioni gustosi. Di Montale al seggio elettorale. Di papa Woytiła in visita alla Solvay a Scarlino. Di persone e personaggi che furono importanti per il verso sbagliato, visti nella loro, seppure eccentrica, semplicità: Sogno e Attilio Monti.
La casa del Forte dei Marmi, che ospitava Montale nei tre mesi estivi, è della moglie di Giusti, Susi Peterich, che l’aveva ereditata da nonni. Casa Fasola, una delle dimore “quasi storiche” del Forte, accanto all’albergo Ritz. Susi Peterich, che ha incontrato il marito, industriale calzaturiero, in qualità di poliglotta traduttrice, è la figlia di Eckart Peterich, il giornalista tedesco, autore di guide dell’Italia e della Grecia, nel dopoguerra programmatore delle attività del Goethe Institut, da ultimo direttore delle biblioteche germaniche di Milano e di Roma, che era cresciuto fino ai 14 anni al Forte dei Marmi. Dove il suo babbo scutore si era stabilito.
Giusti, cessata l’attività industriale, si è concentrato sulla passione di una vita, la scrittura. Consigliato da Mario Tobino (che in questa raccolta non c’è – “con Montale, per usare un eufemismo, non era in sintonia”, confida altrove Giusti). In quattro anni, tra il 1998 e il 2002, ha anticipato il memoir con “La fabbrica dei soldi”, “I milanesi mancati” e “La casa del Forte dei Marmi”. A cui ha fatto seguire dieci anni fa i racconti di “La politica del coniglio”. Senza successo. Editoriale, non di lettori, che evidentemente ha - queste Memorie sono un piccolo best-seller. E non si capisce perché.
Questo ennesimo memoir Giusti pubblica ancora in proprio, benché ora rientri nel genere editoriale più in voga. E si presenti scandito in modo da ingolosire a naso qualsiasi redattore o consulente. Oppure si capisce,  se sono Sogno e Monti a fargli ostacolo. Persone che ci sono state imposte come golpiste e terroriste dalla sventurata storia complottistica. Che ancora dunque ci perseguita? Non solo in questo caso.

Antonio Giusti, Memorie scompagnate, Apice, pp. 145, ill. € 10

venerdì 17 marzo 2017

Ombre - 358


Angela Merkel seduta con Trump alla Casa Bianca sembra un vertice di due tedeschi. Fu per caso che l’America non fu tedesca, come si legge in chiave umoristica al § “L’America tedesca” di G. Leuzzi, “Gentile Germania”. E tuttora pullula di –man, –burg e –ich, il dottor Kissinger non vi è stato casuale, nemmeno lui.

Evocazione sempre più solitaria ogni anno dell’unità d’Italia a Roma. Al Gianicolo sotto il cavallo di Garibaldi il pubblico era stamani di tre classi. Di scuola. Svogliate, benché in camicia rossa. Una portata da una monaca, una da un prete. E qualcuno si doveva essere perso per strada: in tutto meno dei Metropolitani di Roma, la banda dei vigili urbani impegnata a suonare l’inno, 60 elementi.

Quanto sposta il referendum Cgil? Poco o niente. Ma basta per “spostare” il governo. È l’effetto del “No” al referendum istituzionale, un’anticipazione del prossimo futuro proporzionale: d’ora in poi il governo non potrà fare a meno dell’1 per cento, anzi dello zero virgola.. 

Uno legge: “Anzaldi-Richetti”, nuova comunicazione per Renzi”, e pensa a un’altra comunicazione giudiziaria. Invece no, è il nuovo ufficio stampa.
Né sarebbe un’ “altra” comunicazione giudiziaria, Renzi non ne ha. Ma chi lo sa?

La casa editrice della “New York Review of Books” fa una vendita promozionale “per le Idi di marzo”. Si potrebbe proporla in Italia?

Pietro Ichino si ribella alla condanna di Minzolini perché in Appello lo ha condannato un giudice, Giannicola Sinisi, che non è nessuno: parlamentare dell’Ulivo per tre legislature, sottosegretario all’Interno con Prodi e D’Alema, candidato alla presidenza della Regione Puglia nel 2000, sconfitto da Fitto, ex compagno di partito di Minzolini.
A quando una Corte d’Appello contro Ichino? Senza vergogna.

La terza Corte d’Appello di Roma che condannò Minzolini era del giudice Claudio Cavallo. Che non si è fatto naturalmente influenzare dal giudice Sinisi, uno della sua corte. È il giudice Cavallo che, autonomamente, ha condannato Minzolini a una pena maggiorata rispetto alla richiesta dell’accusa, e senza le attenuanti cui il giornalista incensurato Minzolini aveva diritto.
In Appello si procede pure senza dibattimento: il trionfo del giudice italiano.

Minzolini è staro processato su denuncia di Antonio Di Pietro. La condanna quindi era inevitabile: Di Pietro non ha mai perso una causa (oltre trecento).

Sinisi si autoproclama – usava autoproclamarsi prima di sbattere nel voto del 2000 - allievo e erede di Giovanni Falcone. Il quale, come si sa, governava Palermo, mentre l’allora giovane Sinisi veniva da Andria. Ma nessuno nei giornali glielo obiettava.

Andria, a 50 km. da Bari, è la famosa Procura in cerca di reati – ora fondale per telefilm. Sganciata dal capoluogo per provvedere alcune carriere, capo della Procura, capo della Procura Antimafia eccetera.

La Legge Severino dopo quella Fornero, e quella sull’accoglienza immigrati – ma prima o poi anche l’obbligo del conto corrente per le pensioni minime, una vessazione e un furto: non c’è legge del supertecnico Monti che non si dimostri insulsa. Dopo tanti danni.

Sono tre anni, poco meno, che la Vigilanza della Banca Centrale Europea disfa i piani di risanamento del Monte dei Paschi. Senza alternativa: prima chiede una cosa, poi chiede l’opposto. Poi dice che la gente è contro l’Europa.

Si parla molto di scudo fiscale negli Usa per rimpatriare i capitali. La Tremonteconomics dilaga. Ma assortita da una tassazione dimezzata per i capitali reinvestiti. Magari così il rimpatrio sarà dei capitali veri, non dei farmacisti e i dentisti. E funziona, anche se lo fa Trump.

Alla maratona di Ostia auto scassinate, vetri rotti, cellulari, borse, soldi svaniti. L’avvocatessa Tiburzi, della Podistica Luco dei Marsi, localizza il suo cellulare nel campo nomadi di Castel Romano. I Carabinieri, dove la Podistica si è recata per le denunce, si rifiutano di intervenire. La Podistica decide di fare da sé. Rivolgendosi alla “concorenza”, al 113, ma con un ultimatum: “O entrate voi o entriamo noi”. La Polizia è costretta a intervenire, borsoni e telefonini sono ritrovati.

Nessuno è denunciato del nomadi di Castel Romano. La notizia è solo, tra l’allegro e il famoso, che l’avvocatessa Tiburzi, con foto da runner, ha recuperato il cellulare. Poi dice che la gente è contro gli immigrati.

Un leader che porta alla “tramvata” la riforma che l’Italia attendeva da trent’anni, perde il governo, perde un terzo del suo partito, è sotto processo, indirettamente, e si ripresenta sempre irridente. Che roba è?

Dunque, Jeff Bezos, il padrone di Amazon, non è il cavaliere coraggioso che salva la testata gloriosa “Washington Post”. La testata è la sua bara fiscale, per non pagare la tasse che dovrebbe con Amazon.
Però, Bezos si potrebbe imitare: non ci sono altri benefattori? Ne va di mezzo la libertà di stampa..

Il buonsenso è minacciato dall’istruzione

Tre lezioni sull’insegnamento, in un arco di quasi mezzo secolo. Quella del titolo è un conferenza alla Sorbona, nel 1895. Un intervento all’Accademia nel 1923 è a favore dell’insegnamento del latino e greco: “Un declino, e a maggior ragione la cancellazione di questi studi, ci farebbe nel mondo un torto irreparabile”, lo farebbe alle culture figlie della classicità. Non solo la lingua, anche la letteratura e le arti s’innestano nella tradizione, e più in generale il modo d’essere e pensare, reagire, agire. Un assunto perfino ovvio, non si può sradicare una cultura, come nessun altro organismo vivente, eppure… Una conversazione alla radio nel 1934 enuclea il proprio della filosofia francese nell’accostamento con la scienza, e non nell’opposizione, da Descartes e Pascal, e a un nutrito parterre tra Sette e Ottocento.
Il buonsenso si lega alla concezione della cultura come modo di essere e di agire. La ricetta è semplice: “L’educazione al buonsenso” punta ugualmente a “liberare l’intelligenza dalle idee ricevute”, come “dalla idee semplicistiche”, ma anche “a bloccarla sulla china scivolosa delle deduzioni e delle generalizzazione” – dalla troppa, si direbbe, intelligenza. Dell’intelligenza Bergson ha un’idea precisa, come quella che conosce la materia e insieme vi interagisce - che meglio spiega in riflessione apposita, “La Pensée et le Mouvant”: “Che cos’è l’intelligenza? La maniera umana di pensare. Ci è stata data, come l’istinto all’ape, per dirigere la nostra condotta… Precisa o vaga, è l’attenzione che lo spirito presta alla materia”.
“Il buon senso” di Bergson “è nella vita pratica ciò che il genio è nelle scienze e nelle arti” – per genio intendendo l’invenzione, l’innovazione. Qui tratta il buonsenso in riferimento agli studi classici, “se gli studi disinteressati hanno efficacia pratica”.  La risposta è ovviamente positiva, poiché forgiano il carattere, e cioè la base dell’equilibrio della persona e dell’attività bene indirizzata. Ma con paletti. Il buonsenso è minacciato dall’istruzione: “Il più grande rischio che l’istruzione può far correre al buonsenso sarebbe d’incoraggiare la tendenza a giudicare uomini e cose da un punto di vista puramente intellettuale”. L’intelligenza serve, ma “la vita reale” è più complessa, “è rivolta verso l’azione”.
La perorazione per le ligue classiche Bergson condisce con la sua esperienza, all’epoca, di insegnante dei licei: “Una riforma pedagogica è nello stesso tempo una esperienza pedagogica”. Questo avveniva all’indomani della riforma del 1891, che aveva sdoppiato i licei, introducendo quello senza studi classici. Lo sdoppiamento apre un abisso: le lingue classiche “svilupano lo spirito di precisione”. Il filosofo conviene che non si può pretendere di fare di tutti i giovan dei classicisti, neppure degli studiosi, ma si chiede: perché la scuola dovrebbe rinunciare al meglio?

Henri Bergson, Le bon sens ou l’esprit français, Mille-et-une-nuits , pp. 77 € 3,50

giovedì 16 marzo 2017

Deglobalizzazione – con deregolamentazione

Trump porta alla crisi, da destra, la deregolamentazione che, da sinistra (Clinton e Obama, Tony Blair), è stata concessa alla finanza e imposta al lavoro. Estendendola, da destra, ai settori che la sinistra aveva invece regolamentato, l’ambiente e la salute. E arginerà, da destra, la globalizzazione che la sinistra aveva voluto.
Un rovesciamento reazionario? Non nei fatti: è da tempo che il liberismo distrugge risorse invece di crearle. Ha rarefatto il reddito, concentrandolo invece di diffonderlo. Non ha creato occupazione e domanda. Non ha creato né protetto il mercato – il consumatore-utente. Ha moltiplicato le incertezze: nel lavoro, nel commercio, nel bilancio pubblico – quella del commercio, trascurata, è probabilmente la più insidiosa: nessuno paga più nessuno. Aggressivo e rozzo più che suadente, come aveva saputo – e sa ancora quando lo vuole, non solo per i media, i soli sorpresi dal fenomeno Trump – essere. In più casi che non, distrugge reddito, produzione, produttività. E quindi salute e assistenza – la sicurezza, la fiducia. Nel nome di una competitività che non c’è, solo sacche alluvionali di rendita, improduttiva. Che l’innovazione non riesce a colmare e sopravanzare.
Massimo sostenitore del liberismo resta il partito Comunista cinese. Massimo antagonista il presidente degli Stati Uniti Trump, insieme con la Gran Bretagna, le due forze che il liberismo hanno imposto. Le parti sono rovesciate. Ma dove è la reazione a questo punto, in una bilancia universale, è inutile cercarlo: il progresso è cambiare, marcia, mezzi, scopi.

Appalti, abusi, fisco (100)

Sono anni, almeno due, che le compagnie telefoniche fanno pagare i canoni ogni 28 giorni invece che mensilmente, con un pagamento in più l’anno. Che cambiano arbitrariamente tariffa. Che fanno pagare, surrettiziamente, ciò che era normalmente gratuito. Ma l’Autorità garante delle Telecomunicazioni se ne accorge solo adesso. A nessun effetto peraltro.

Per la verità, una parte almeno dei rincari surrettizi (gli “slittamenti” contrattuali) l’Agcom aveva provveduto con decreto a regolarli. Ma il Tar del Lazio provvido aveva provveduto a sospendere il provvedimento. È un gioco dei furbi, questo Stato penelopesco?
Ma tutti questi, giudici e dirigenti delle Autorità di controllo del mercato, li paghiamo noi oppure le compagnie?

Si è diffusa da qualche tempo a Roma – effetto Raggi? - la multa stradale dei vigili urbani non corredata dell’ammontare dell’esazione e della modulistica per il pagamento immediato. Per far pagare le spese di notifica, salatissime, ad arbitrio del Comune, in appalto a ditta di Rimini.

Dopo l’inflazione, spazzata via arditamente quindici anni fa al momento dell’entrata in funzione dell’euro, quando tutti i prezzi semplicemente raddoppiarono, Eurostat elimina da qualche tempo anche la disoccupazione. La metodologia dell’ufficio statistico europeo, imposta agli uffici nazionali come l’Istat, considera occupato chi ha svolto solo un’ora di lavoro nella settimana della rilevazione - “almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività (con o senza contratto)”.

Ricordo infelice di una non passione

Un’esistenza mediocre in forma di ossessione per le forme steatopigie. L’esistenza di un giovane ricco, con automobile fuoriserie, e incarico d’insegnamento al liceo.  Che insegue i fianchi opimi dell’allieva indifferentemente, “Spadoni”, e della collega sposata.
Con due note, di Silvia Perrella e di Guido Davico Bonino. Mazzaglia è autore su cui molti, da Caproni a Walter Pedullà prima di Davico Bonino, giurano. E questo “Ricordo” sarebbe il suo capolavoro. Ma l’aneddoto non è granché. E la prosa è desueta, forse volutamente - dopo Pizzuto l’innovazione linguistica è d’obbligo in Sicilia. Ma è maldestra.
Il racconto è tutto qui, la fissa per la donna robusta. Per nulla osceno, come Mazzaglia solitamente è presentato dopo questa prova. C’è astio nell’ossessione del suo narratore, contro se stesso e contro l’oggetto della passione – quando è in foia ha “la nausea”. E ritenzione: non succede mai nulla, giusto involontari sfioramenti. Non è nemmeno la storia pruriginosa del professore con l’allieva: tuti sono d’accordo, insegnanti, allieve e genitori, che l’amore se c’è si concluda presto, con un bel matrimonio.
È un esercizio linguistico? La lingua è circonvoluta. Con poche, alla fine, innovazioni. Anzi con una sola, effettivamente di grande novità e abilità: i dialoghi. Dei quali Mazzaglia ha sicura padronanza “realistica”.  Il resto è andante, con strane sciatterie. “Allibito” ricorre a ogni pagina, spesso non si capisce in che senso. “Acre” pure. Per baciare dice “appiopparle il suggello in bocca”. A un’allieva che chiama per cognome, a cui dà del lei, che ride di lui – che ride, come tutte le ragazze.
Giuseppe Mazzaglia, Ricordo di Anna Paola Spadoni, Isbn, remainders, pp. 223 € 7

mercoledì 15 marzo 2017

Il mondo com'è (297)

astolfo

Femminismo – Quattro bambini su dieci nascono negli Usa da donne single. Erano due su dieci nel 1980.

Petroislam – L’Arabia Saudita ha investito tra il 5 e il 10 per cento dei suoi enormi introiti da royalties petrolifere dal 1973 a oggi nel proselitismo dell’islam wahabita, cui alcuni dei gruppi armati più radicali, dai salafiti a Al Qaeda si riconducono. In Africa soprattutto in Senegal e nella fascia sahelica, con enorme ritorno nel Nord della Nigeria - il Nord Nigeria è sempre stato islamico, ma dal 1973 ha rapidamente preso un tono radicale intollerante, di cui Boko Haram è una delle punte. In Asia specialmente in Malesia, dove ha investito almeno due miliardi di dollari, in moschee, università, collegi coranici per i meno abbienti, e scuole di arabo. Poco meno in Indonesia, il maggiore paese islamico al mondo.

Populismo – Trionfa nei due paesi guida del liberismo, Usa e Gran Bretagna, e gli economisti se ne preoccupano: si moltiplicano gli studi econometrici e sociopolitici del fenomeno in Europa. Alla luce della vittoria di Trump negli Usa, ma con particolare riguardo alle situazioni europee, specie dopo l’inattesa vittoria della Brexit, la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Tutti praticamente con un’ipotesi di partenza e una conclusione di questo tipo: i movimenti antagonisti e isolazionisti sono nati e si rafforzano per effetto della globalizzazione.
È la conclusione del convegno internazionale lunedì a Milano all’università Bocconi sul tema “La globalizzazione a un punto di svolta?”. Il dibattito si è impiantato sulla ricerca di Italo Cantone e Piero Stanig, “Tre trade origins of economic nationalism: import competition and voting behaviour in Western Europe”. Lo studio analizza dati del ventennio 1988-2007, fino quindi a prima del crac del 2007, ma già la correlazione era forte: nazionalismo e protezionismo sono cresciuti abnormemente nel ventennio, soprattutto nelle aree manifatturiere, le più soggette alla competizione globale. Negli anni successivi, il fenomeno è da ritenersi accentuato e soprattutto “nazionalizzato”, steso cioè anche a chi non è direttamente colpito dalla globalizzazione. Per il reddito in contrazione, in assoluto e in termini di costo della vita. E per le paure legate al’immigrazione di massa, e al terrorismo islamico.
Lo studioso inglese dell’immigrazione Christian Dustmann, relatore al convegno, aveva già collegato in uno studio del 2015, realizzato con Kristine Vasilijeva e Anna Piil Damme, “Refugee Migration and Electoral Outcomes”, l’arrivo dei “rifugiati” in Danimarca alla crescita dei partiti anti-immigrati ed anti-europei. Dove però, legando l’immigrazione di massa all’asilo politico, diminuiva (circoscriveva) il problema. Molti contestano – per esempio al convegno della Bocconi – la relazione univoca dei nazionalismi con la liberalizzazione degli scambi. Ma si sottostima l’ineguaglianza sociale e la crisi che la globalizzazione impone a ceti crescenti. Il vecchio ceto medio, la cui reazione è stata evidente e vincente nel referendum britannico sull’Europa, e poi nel voto per Trump. Nei due paesi-guida del liberismo e della liberalizzazione.
Alla stessa conclusione, con terminologia e argomentazioni di sinistra, arriva Carlo Formenti, “La variante populista”. Un quarto di secolo di paghe basse e di incertezze non sono più una transizione verso un assetto migliore, ma un assetto peggiorato: chiunque prometta di combatterlo, non importa come, è benvenuto. Negli Stati Uniti di Obama, si può aggiungere, la rilevazione è statistica che tra il 2007 e il 2016 il reddito disponibile si è ristretto, specie le paghe. E così pure la produttività, che registra incrementi annui dell’1 per cento o meno: la massima potenza  mondiale è minata da un’economia di servizi a scarso o nessun valore aggiunto. Mentre molta produzione qualificata, inclusa della Silicon Valley, emigra in Asia e in Europa.
Sempre a sinistra, in altri ambienti, è da tempo scontata la percezione, suffragata dal calcolo dei flussi elettorali, che il crescente astensionismo politico è “di classe”: l’astensione è massima nei quartieri abitati dai lavoratori. L’astensione non è qualunquismo, ma ha lo stesso effetto.
Lo studio recente di L.Guiso, H.Herrera, M.Morelli, T.Sonno, “Demand and supply of populism”,
ha un precedente nei lavorio del ricercatore olandese Stijn van Kessel, autore nel 2013 a Cambridge dello studio, “A Matter of Supply and Demand: The Electoral Performance of Populist Parties in Three European Countries”, Polonia, Olanda e Gran Bretagna. Preceduto due anni prima da uno studio sull’Olanda: “Explaining the Electoral Performance of Populist Parties: The Netherlands as a Case Study”. Col partito della Libertà di Pim Fortuyn e Geert Wilders in primo luogo, ma all’interno di una costellazione di formazioni populiste.

Uno studio inglese del 2010, che analizza 21 elezioni nazionali in 7 paesi dell’Europa Centro-Orientale nei dieci anni dopo il 2000, rileva la corruzione come fattore scatenante del populismo. Sulla corruzione però si innestavano la disoccupazione e più in generale l’incertezza economica, del reddito  Lo studio, firmato dallo studioso turco Mustafa Cagatay Aslan, dell’University College di Londra, individua una nuova categoria, i PRR, Populist Radical Right Parties, delle Destra Radicale Populista.

Sanità Usa – È privata. È il fondamento dell’ideologia americana del privato. È la più radicale discriminante sociale. È irriformabile. E rischia di contaminare ora, come tutto, i sistemi sanitari europei, che invece ancora sono improntati alla legislazione bismarckiana, dell’obbligo per gli Stati di garantire per tutti le opportunità sociali minime – il sistema della protezione sociale, diventato del welfare nel’esperienza laburista di governo britannico subito alla fine della guerra.
La sanità “pubblica” troppo costosa e troppo burocratizzata (un groviglio di procedure) è tra i fattori che hanno contribuito al successo altrimenti imprevedibile di Trump. Per la difficile e controversa applicazione dell’Obamacare, il sistema di assicurazioni per una sanità estesa – di cui è difficile e controversa ora anche la riforma da Trump promessa. C’è voluta, e ci vuole, una lunga catena di volontariato, per “spiegare” l’applicazione dell’Obamacare. Che è in fondo un’assicurazione obbligatoria. Per quattro quinti a carico del governo federale e degli Stati, ma di nuovo onerosa nel 2016, quando l’assicurazione è semplicemente raddoppiata. Ma la sanità pubblica è cara perché tuta la sanità è negli Usa carissima. I costi sono altissimi, la salute è più rigida discriminante sociale negli Stati Uniti.
La sanità, per quanto limitata agli abbienti, prende negli Usa il 17 per cento del pil. Quasi il doppio dell’Italia, che pur avendo un sistema non perfetto, garantisce le cure e i farmaci a tutti col 9 per cento del pil – l’11 per cento in Francia e in Germania. Si fa negli Usa il 300 per cento delle mammografie rispetto alla media dei Paesi Ocse, i paesi più sviluppati, il 250 per cento di risonanze magnetiche, il 33 per cento di parti cesarei in più. Con costi unitari che sono mediamente il doppio rispetto alla media dei paesi Ocse. Anche i prezzi dei farmaci sono il doppio. Le visite specialistiche sono ancora più care, mediamente il triplo.
Si fronteggiano questi costi con assicurazioni private, che per questo sono onerose. Da qui anche la difficoltà di garantire una qualche assistenza a 40 per cento della popolazione che non può permettersi un’assicurazione. Difficoltà aggravate dalla riforma del Welfare voluta da Clinton nel 1996. Che è consistita essenzialmente nella liberalizzazione dei fondi federali distribuiti agli Stati: non più trasferimenti di fondi da Washington agli Stati indirizzati specificamente al Medicare e Mediaid, nonché ad altre forme di assistenza ai meno abbienti, ma trasferimenti a fondo perduto agli Stati, liberi poi questi di utilizzarli secondo i loro propri programmi – secondo le maggioranze politiche che li governano.

Velo – La sentenza della Corte Europea contro il velo indossato da due impiegate in azienda in Francia e in Belgio – la sentenza dà ragione ai datori di lavoro delle due donne, che per questo le hanno licenziate – potrebbe avere riportato la questione sul suo terreno: non della religione, con la quale il velo cosiddetto islamico ha poco da vedere, eccetto il parere di qualche mullah, ma dell’opportunità politica. Che è quello su cui il ritorno al velo – per la gran parte delle immigrate è un ritorno e non una consuetudine, spesso anzi dopo un periodo di rifiuto polemico, nei confronti della famiglia e\o della tradizione. Il velo è un simbolo culturale, se si vuole, e una pratica, agitata però come una sfida. Il datore di lavoro può ritenere che una lavoratrice che ogni mattina si propone di sfidarlo non sia di fiducia.

astolfo@antiit.eu 

Come costruirsi un amore, con la gelosia

La storia dell’amore, felice e infelice, per Jacques Henric, marito dell’autrice, evidentemente fedele da un quarto di secolo, dopo esserne stato per un ventennio dal 197, colaboratore alla rivista “art press” di cui Catherine Millet è fondatrice e direttrice, levatrice e regina dell’arte conettuale. “Jour de souffrance” in originale, gelosia nelle traduzioni, che l’autrice ha voluto, è una  estenuazione della forma più ordinaria di pathos o sofferenza amorosa, e la più dolorosa anche, in astratto. Non nel caso, che l’autrice inframezza di scene ordinarie di sesso estremo, di qelle cui abbonda nel racconto che l’ha resa famosa, “La vita sessuale di Caterine M.” - qui arricchite dal voyeurismo: la gelosia, più che tormentarla, la trafsorma in guardona goduriosa. Lì si inscenava il sesso di gruppo, qui la masturbazione.
Questa gelosia è una sofferenza introversa, di cui non viene fatta colpa al compagno che l’ha originata, e per questo tanto più esulcerante. Ma non distruttiva, come ci si aspetterebbe: il suo  delirio Catherine ferma a buon punto. Dopo averlo inframezzato di rapporti rfeali e immaginari di ogni tipo, a distanza, a letto e in pedi, con lo stesso Jacques. Fin qui è un racconto noto, la gelosia non è nuova alle lettere. E in questo caso è anche pretestuosa, a nuove figurazioni di sesso. L’autrice onesta lo dice subito di sé: “Mi piaceva passare ad un uomo all’altro”. Spregiudicata. Della generazione del Sessantotto, che non cita, alla promisuita sessuale c’è abituata .
Ma non è tutto. Di suo c’è una scrittura piena di pietre d’inicampo e insieme semplice. Il tema è un caso clinico di cui il paziente facesse l’anamnesi. Ma quanto appassionante nella sua varietà: di impressioni, toni, sugestioni. Questo selfie parte dalla capacità di “sistematici ed elaborati sogni diversi”. Inacessibili agli urti: “Il sognatore fa tesoro solo di beni immateriali”. A suo agio “nelle ammucchiate del Settimo Arrondissement di Parigi” come al “pranzo di matrimonio in un paesino sperduto in Umbria”. Una sorta di corporea immaterialità. Sorretta dalla capacità di “vedere” l’invisibile, acuita dal lungo esercizio di esperta d’arte. Doti affidabili che però le si rivoltano contro. In una asorta di nemesi, di invidia degli dei, un effetto boomerang.
Tutte queste capacità congiurano a una narrazione di cui lei stessa è vittima. Senza possibilità di happy end, e anzi aggravamdo il quadro a mano he le esercita. Esperta d’arte, ha l’occhio clinico, lo dice all’inizio. Vede, come le ha insegnato Dalì, dove noi non vediamo, le cose le parlano.  Così le foto che suo marito tiene sparse sul suo tavolo, negligente. Se ne costruisce una gabbia da cui non riesce a uscire. È, metaforicamente per il suo alter ego, della Millet esperta d’arte, una rappresaglia sull’occhio di lince, sulla capacità  di intravedere. Di una potenza oscura o ignota. E sulla capacità d’inventarsi mondi nei sogni a occhi aperti. Se non che tutto poi confluisce in una storia d’amore costruita – un mondo inventato a occhi aperti.
Catherine Millet, Gelosia, Mondadori, remainders, pp. 219 € 9,25

martedì 14 marzo 2017

Milano ha sempre ragione

Un arbitro non dà un rigore alla Juventus in Milan-Juventus, la Juventus perde, la storia finisce lì. Lo stesso arbitro dà un rigore alla Juventus in Juventus-Milan, il Milan perde, Milano scatena il finimondo. Lo stesso Milan reduce da una vittoria sul Sassuolo di cui l’arbitro è stato il pluriartefice.
O si prenda l’Inter. L’arbitro non dà un rigore dubbio all’Inter contro la Juventus, proteste accesissime, sui giornali di Milano, alla Rai, sulle tv, per una settimana o due. L’arbitro non dà un rigore netto all’Atalanta all’inizio di Atalanta-Inter, silenzio.
Dice: ma il calcio non è una cosa seria. Non lo è come tutto in Italia. Ma tutto quello che vive attorno al calcio lo è, il “Corriere della sera” per esempio, “La Gazzetta dello Sport”, così come Rai Sport o le tv di Berlusconi.
Dice: è un problema di Berlusconi, delle sue tv e della sua squadra. Questo è vero, Berlusconi non riesce a vendere il Milan – se non a fantomatici cinesi, che al momento di scucire si defilano. Forse per questo la concorrente Sky, avara di highlight non a pagamento, per Juventus-Milan si è divertita a regalare gratis per un paio di giorni il tiro al bersaglio della Juventus – si era giocato a una porta sola prima del rigore. Ma la Rai, cosa c’entra?
È curioso che il piemontese Urbano Cairo schieri i suoi giornaloni, “Corriere della sera” e “Gazzetta dello Sport”, per la gazzarra milanista-milanese. Ma si può capire: Cairo è torinista, presidente del Torino calcio. È del resto da qualche decennio che Milano ha conquistato e svilito Torino, Fiat compresa – resiste solo la Juventus, e questo non può essere.

La mafia come noia

Il “New Yorker” lo apparenta a “The Crown”: la serie Netflix sulla saga di Elisabetta d’Inghilterra richiama al settimanale quella di Michael Corleone, il figlio che gli eventi mandano al potere. Ma allora in bianco e nero, senza cavalli né cani, e con personale in qualche modo, sinistro – grasso oppure ossuto, nano o gigantesco, finto gioviale oppure grifagno magro : non tutto il potere è uguale. Senza contare che Elisabetta è la regina più longeva della storia, mentre non ci sono mafiosi longevi, se non in carcere.
Una guerra di mafia poi non è allegra. Nemmeno la pace di mafia. E per cinquecento fitte pagine sono troppo, l’una e l’altra, per quanta fanatasia si dispieghi con gli assassinii e gli assassini. Monocorde, stancante. Si salvano la giovane wasp innamorata del giovane mafioso all’università, e l’unica scena non mafiosa, della stessa giovane Kay con i suoi genitori wasp. Con un bruttissimo Fontane-Sinatra, molle, “venduto”, anche brutto – una cattiva azione, questa del Sinatra ridotto a piccolo mafioso. Una stracca etnografia, soprattutto. Che purtroppo ha modellato la Sicilia, e anche Napoli, in maniera, sembra, indelebile. Piena tra l’altro, nell’originale, di urtanti errori: il mispelling di tutti i riferimenti siculo-napoletani, una Constanzia per Connie, invece di Concetta, l’innamoramento in Sicilia come “colpo di fulmine”, tutto molto ridicolo, e le donne tutte stupide in cucina, la futura “donna del Sud”.
Sarà la stessa di “The Crown” la noia, la ripetitività: le “famiglie” tendono a chiudersi, se il narratore non è un buon scassinatore. A rileggerlo, cancellando il Corleone-Marlon Brando di culto, questo atto di nascita del genere mafia che ci domina, noi lettori, noi del Sud, e tutto il mercato librario, è un lungo articolo di cronaca nera e un pessimo (superficiale, noioso) saggiodi mentalità, peggio perfino di Saviano. Una storia delle storie di criminalità organizzata, degli archivi di cronaca nera.  
Mario Puzo, Il Padrino, Corbaccio, pp. 450 € 17

lunedì 13 marzo 2017

Milano si beve Roma

Milano si fa fare la legge dell’immunità fiscale per attrarre manager, al posto di Londra dopo la Brexit. La cosa è da ridere, ma non del tutto. E comunque Milano non ha paura del ridicolo: si è preso già Roma con una campagna martellante dei suoi media. Con l’aiuto, bisogna dire, dei  volenterosi esecutori delle cronache romane, di Pignatone, e dei romani stessi che hanno votato una certa Raggi a sindaco.
Si è prese Sky e Mediaset. Presto si prenderà mezza Rai. E prepara la candidatura all’Olimpiade, perché no. Intanto si è presi i turisti – questo non è vero, ma l’intenzione conta. Non si può prendere il governo, ci vuole una legge, ma tira ogni giorno ad abbatterlo. Non si prende il Vaticano, e su questo bisogna riflettere: forse papa Francesco, che Milano osanna, il moralismo serve alla causa, attira poco il popolo fedele, insomma, non c’è business.

Una Cassa depositi e prestiti alla tedesca

Perché non privatizzare ulteriormente la Cassa Depositi e Prestiti? Non per fare cassa ma per alleggerire il debito pubblico dei debiti Cdp.
Non è un trucco. Cioè, se lo è non è sanzionabile. La corrispondete tedesca, la Kfw, Kreditanstalt für Wiederbau, la finanziaria per la ricostruzione del 1948, di diritto spa benché di proprietà quasi al cento per cento statale, ha debiti per 500 miliardi che però non sono in capo al debito pubblico. Mentre la Cdp ha debiti per 300 miliardi, tutti iscritti sul “gran libro del debito pubblico”.
Questo sito lo ha sottolineato più volte, da ultimo un anno fa,
Quello di Kfw non è il solo trucco legale, la Germania evidentemente ci sa fare con il debito – gettando pessima luce sulle agenzie di rating. I Länder hanno debiti per 600 miliardi, che anch’essi non si contabilizzano nel debito pubblico perché la Germania ha statuto federale. Debiti quasi tutti con Kfw, doppia dipendenza. Molto debito è in capo alle banche, regionali (più Commerzbank) e pubbliche per il 50 per cento - i crediti deteriorati ammontano a oltre 600 miliardi, più del doppio degli incagli delle banche italiane.

Il Raiume dell’ipocrisia

Lunedì pomeriggio, a quattro giorni dall’evento, si fa sport “A tutto campo”, radio Rai 1, con il rigore dato alla Juventus contro il Milan venerdì sera. Per trenta minuti. I conduttori intrepidi lanciano anche un sondaggio, di cui subito danno l’esito: l’80 per cento dà ragione al Milan. S’inventano anche uno sms di uno juventino: “Mi vergogno, ma…”. Inframezzando ogni tanto l’incitamento fazioso con l’ammonizione contro alaviolenza negli stadi e fuori, dei calciatori, dei tifosi, degli arbitri - e della Juventus. Il Milan ha vinto all’andata per un rigore non dato alla Juventus, ma non fa niente. Il Milan è reduce da una vittoria sul Sassuolo imposta dall’arbitro, con corredo di rigore, ma cos’è il Sassuolo.  
Il futuro paleontologo scoprirà che questa è stata l’età dell’ipocrisia, della comunicazione dei furbi. Dice: cos’è “A tutto campo”? Intanto è la Rai che è così. Inutile fare la casistica, l’ascoltatore medio ne viene ogni giorno a ogni ora affogato. Su radio Rai 1 e 3 in particolare. In coincidenza con una certa stagione politica, del compromesso, ma questo è succedaneo, conta che la Rai è l’Italia.
Oggi come oggi l’ipocrisia non lascia traccia. Tanto più se, come alla Rai, è pervasiva, in ogni poro, in ogni fibra. Ma un giorno i mezzi non mancheranno, una spettrografia dei sudori freddi, i linguaggi biforcuti, le furbizie. Sempre che ci siano ancora storici o comunque appassionati di sapere perché l’Italia si inabissò.


Trump è l’America, terra desolata

Non è “l’America”, voleva dire Friedman, quella degli emigranti, di fatto e intellettuali, di mezzo mondo. Ma è l’America di oggi, e probabilmente di ieri. Che non si nascondeva ma non contava, sotto la cappa della correttezza politica, delle “magnifiche sorti e progressive”, malgrado il crac del 2007, e mezzo secolo di guerre: “Per oltre cinque decenni l’America ha conosciuto livelli semrpe crescenti di violenza, in casa come fuori. La nazione è passata di shock in shock, e alla fine abbiamo avuto la sensazione di non poter più subire oltre”.
Non è un libro trumpiano, anzi. Si apre col solito catalogo di vituperazioni. Friedman non fa eccezione per “tutto quello che vorremmo sapere su Trump”: ci rinvia alla serie sterminata di rivelazioni e sdegni della correttezza politica.  Stucchevole, anche se cita una minima percentuale delle migliaia di articoli che ogni giorno si vomitano su Trump. Succede col neo presidente Usa come fu con Berlusconi, oggetto per anni di centinaia di libri e migliaia di articoli che ne facevano di tutto, anche importatore di droga, mafioso, stupratore, ma non quello che vinceva le elezioni – un problema della sinistra: la gente paga e si emoziona per sentirsi dire (suffragare) quello che le piacerebbe? Ma il giornalista ha fiuto. Quando dice Trump “uno del Queens”, riccone ma di periferia, snobbato dalla puzza al naso dell’Upper East Side di Manhattan. Né manca di rilevare, seppure in una riga, la squallida campagna elettorale di Hillary Clinton, specie contro Sanders.
Il suo pregio è di avere viaggiato per il paese durante la campagna elettorale. Che lo mette in grado di produrre un’istantanea degli Usa oggi, non soltanto la solita compilazione delle battute del neo presidente. Oltre ai capitoli, professionalmente molto curati, sull’America che ci possiamo aspettare con Trump: i banchieri di Goldman Sachs al comando, presentati uno per uno; il Big Oil, l’industria petrolifera al primo posto nei piani di Trump; una radicale deregolamentazione ambientale; il business delle armi per difesa personale; le incertezze della politica estera, sia militare che commerciale, anche nei rapporti con Putin. Su questo aspetto un capitolo forse ingeneroso è aggiunto, ma sicuramente da leggere, sull’“inesistenza” dell’Italia a Washington. Né manca, purtroppo, la liberazione della Sicilia nel 1943 a opera della mafia.
L’American Dream Friedman ha sempre considerato, dice, retorica. C’era forse, spiega, negli anni del boom, 1950-1960, poi non più, se non eri bianco o comunque ceto medio. Ma ora non trova più capacità di resistenza, né solidarietà. L’America profonda ha scoperto imbruttita, impaurita, astiosa, e la racconta in varie storie, di rifiuto, emarginazione, desolazione. Inframezzate da incontri con l’America che conta, incluso il futuro presidente eletto. E da dati finalmente significativi sulla reale condizione di vita delle masse in America. Sottopagate. Con una misera e comunque costosa assistenza sanitaria – l’assistente sociale volontaria non crede che in Europa i poveri siano curati gratis, allo stesso modo dei ricchi. Ottima – l’unica disponibile – è la presentazione che Friedman riesce a interpolare della sanità Usa, dai costi e dalla procedure che sarebbero incredibili se non fossero vere, compreso l’Obamacare, l’assicurazione media allargata che Obama ha voluto.  
Un’America da Terzo mondo
E all’improvviso un’altra America emerge, dietro la superpotenza mondiale, curiosamente affine al Terzo mondo, dove il lusso costeggia la miseria, Addis Abeba, Bangkok, Rio de Janeiro. Un’allucinazione, uno degli effetti perversi del fenomeno Trump? No, Friedman, tornando a casa, scopre solo macerie. Il Delta del Mississippi, 400 chlometri quadrati, poco meno, di squallore. Gli Appalachi del West Virginia, la desolazione. Un regime di lavoro arbitrario, paghe, orario, precarietà, primo Ottocento.
È indigente un americano su tre – e se occupato ha bisogno in troppi casi di tre lavori per campare: “43 milioni di americani, pari al 13,5 per cento della popolazione, vivono sotto la soglia di povertà, e un totale di oltre 100 milioni, corrispondenti al 32 per cento della popolazione, ricade nella categoria dei lavoratori indigenti”. Sopravvive con l’assistenza pubblica un bambino su cinque, il 20 per cento: 14,5 milioni di bambini vivono sotto la soglia dela povertà, 2 milioni in condizioni di estrema povertà.
Un sistema che si manga la coda. “I salari bassi costano ai contribuenti più di 150 milioni l’anno”, di spesa sociale, per buoni pasto, medicine etc.: esattamente “152,8 miliardi di dolari l’anno per finanziare le famiglie dei lavoratori che hanno beneficiato dei quattro programi di sostegno alla base del welfare: il Medicaid, l’assistenza temporanea alle famiglie in difficoltà, i food stamp e i crediti d’imposta”. Uno su due occupati nei fast food sopravvive con la carità pubblica, food stamps e Medicaid. “Il maggior datore di lavoro degli Stati Uniti, Walmart”, 400 mila dipendenti, “paga i suoi lavoratori, se includiamo anche quelli part-time, una media di 8,80 dollari l’ora…. Nel 1955, quando il maggior datore di lavoro era la General Motors, pagava i suoi lavoratori, in media, l’equivalente di quelli che sarebbero oggi 37 dollari l’ora” – il calcolo è di Robert Reich, professore all’università di California, che fu ministro del Lavoro di Clinton e ha fama di sinistra incondizionale, presidente di Common Cause, ma il suo best-seller s’intitola “Come salvare il capitalismo”. E negli Usa c’è il triste istituto del fallimento individuale, quando non si riesce a pagare più l’affitto, gli acquisti a credito, medici e medicine. 
Di Trump Friedman è stato profeta, sul “Corriere della sera del 18 febbraio 2016, quando il futuro presidente era solo un arricchito e un balordo outsider, evidentemente se ne intende. E ora consiglia di non prendere Trump sottogamba: l’America lo ha cambiato e lui cambierà l’America. Una rapporto biunivoco che a suo giudizio avrà brutte conseguenze, per gli americani e per gli altri. “Donald Trump (purtroppo) va preso sul serio. Mai visto tanto squallore nella politica Usa”. Non in Trump, nella sua retorica. Nella politica di base, sul territorio, nella situazione socio-politica. La crisi ha denudato il liberismo, l’indigenza è diffusa, il risentimento deborda.
Si spiega insomma la sorpresa Trump. Su cui però il giudizio alla fine Friedman riporta pessimista: Trump non risolverà nulla, non migliorerà nemmeno, e anzi peggiorerà. Se Trump farà “anche solo la metà delle cose che minaccia”, tra quattro anni gli Usa avranno cambiato volto, ma in peggio. Un vaticinio – per fortuna? – da tarare con la superficialità, diciamo con l’irruenza, Friedman non si sottrae alla psicosi Trump. Del tipo: Putin è un giocatore di scacchi, sopraffino, Trump “è un imprenditore rozzo e superficiale di New York arrivato alla Casa Bianca dopo essere stato la star di un reality Tv”. Dopo aver documentato una serie di errori e superficialità della campagna elettorale democratica, e delle amministrazioni dell’ultimo quarto di secolo, per due terzi democratiche. O fa colpa massima a Trump di avere detto: “Se i rifugiati continuano a riversarsi in diverse parti dell’Europa credo che sarà molto difficile tenere insieme l’Unione”. Che è l’evidenza.
“Surreale” è un aggettivo che Friedman usa spesso. Ma più surreale di tutto è il voto americano deciso o influenzato da Mosca. È il fatto perverso dell’informazione liberal su questa elezione, di darsi la zappa sui piedi, chiudendo orgogliosamente gli occhi.

Alan Friedman, Questa non è l’America, Newton Compton, pp. 348, ill. € 12,90

domenica 12 marzo 2017

Problemi di base - 317

spock

“Un falso, in quanto mistificazione di una mistificazione, equivale a una verità alla seconda potenza” (I.Calvino)?

Verità alla secondo potenza: duplice?


“«Realtà» è l’unica parola che senza virgolette non significa niente” (Nabokov)? 

“Magnanima menzogna, or quand’è il vero\ sì bello che si possa a te preporre?” – T.Tasso, “Gerusalemme liberata”, II, 22

“Davanti a degli assassini, che vi chiedessero se il vostro amico, che stanno inseguendo, si è rifugiato in casa vostra, la menzogna sarebbe un crimine” (B. Constant)?

Ma noi siamo per i mondi extraterrestri, oppure contro?

E nelle guerre di religione, come la mettiamo?

È possibile vincere soldi sugli errori degli altri, alla Rai: è anche morale?

spock@antiit.eu

La gelosia in ospedale

La gelosia è tema di molte scritture, storia, miti. Stefania Achella, che cura la pubblicazione essendo una sorta di cultrice della materia, ne fa ottima sintesi nell’introduzione. È possesso, in genere, o invidia. “Un sentimento violento”, lo dice anche, sulla scorta delle etimologie. Di più: “Chiamata a esprimere la cifra del disagio dell’uomo moderno, essa ne incarna ora il mal de vivre”. Ancora di più: il “delirio di gelosia” di cui al titolo dice “indizio acuto della rottura tra soggetto e mondo”, “cifra dell’impossibilità di dominare se stessi e gli altri: annuncio dell’inferno sartriano (segno e metafora della soggettività moderna”. Anzi: “Nella sua forma più radicale esso esprime il tragico collasso di ogni dialettica possibile tra pensiero ed essere, soggetto e oggetto, inaugurando così il Novecento, secolo della crisi”. Dunque, una novità – una rottura?
Il titolo è originale. È di uno dei primi saggi di Jaspers, 1910, assistente volontario alla clinica di Heidelberg. Preceduto di un anno dalla dissertazione “Nostalgia e crimini”. Con lo sviluppo della psicoterapia, la gelosia diventa materia di cura medica, così come le forme parossistiche di nostalgia. Jaspers, che la poca salute (bornchi deboli) tenevano lontano dal lavoro in corsia, ne tratta teoricamente. Ma su una casistica reale, di casi singoli. Che riporta variamente, raccontandoli o, più spesso, diagnosticandoli, con terminologia appropriata, poco suggestiva. Casi specifici quindi, non emblematici. Prospettati di ausilio a future terapie, ma filosoficamente guardinghi.
La psichiatria, spiega Achella, era  divisa “tra coloro che intendevano ricondurre i disturbi della psiche a lesioni cerebrali, i Somatiker, e coloro che invece intendevano collegarli a problemi di origine psicologica, gli Psychiker” – quelli che saranno la scuola freudiana. Tutti però le manifestazioni di disagio psichico riconducevano alla paranoia e\o alla dementia praecox, oggi schizofrenia. Successivamente a questo saggio, nel 1913, nell’introduzione alla sua “Psicopatologia generale”, Jaspers si distanzierà da entrambe le posizioni, definendole “frutto di pregiudizi filosofici”. Ma già in questo “Delirio di gelosia” si muove pragmatico. La sistematizza, ma in più forme: “gelosia psicologica”, “gelosia morbosa”, “gelosia delirante”, “delirio di gelosia”. Nelle prime due forme il soggetto resta presente a se stesso e al mondo. Nella “gelosia delirante” il soggetto si caratterizza per l’“impermeabilità”  a ogni senso critico. Peggio nel “delirio”, in cui l’impermeabilità è sistematica.  La gelosia Jaspers vede come una delle forme di accesso al “mondo” delirante, all’impossibilità di vivere il mondo.
Tra i Somatikeer e gli Psychiker Jaspers introdurrà il metodo di rilevazione e studio fenomenologico. Husserl, il padre della fenomenologia, l’aveva contrapposta alla psicologia, reclamandosi alla posizione filosofica. Jaspers la reclama invece alla psicologia, attraverso lo strumento del “vedere”. Non la rilevazione empirica, ma l’ascolto e l’emersione dei “sintomi soggettivi”. Per un rapporto ottimale medico-paziente. Il metodo che teorizzerà due anni dopo qui lo applica riportando di ogni caso due “vedute”: dall’esterno, anamnestico degli eventi, e dall’“interno”, come il paziente si vede. Un delirio di appropriazione che, dice Jaspers, “separa gli individui invece di unirli”.
Otto casi sono esaminati in dettaglio. Un orologiaio. Un insegnante, cattolico. Una “moglie di direttore di banca”. Un pastore luterano. Un pittore decoratore. Un agricoltore, anche lui cattolico, sposato da ventisette anni con sette figli. Un altro caso di uomo con sette figli, sposato da trent’anni. Un pasticciere trentacinquenne, protestante. Il pastore aveva contratto seconde nozze subito dopo il suicidio della prima moglie. La seconda si divorziò, con ragione in tribunale, e il pastore, a 51 anni, si risposò di nuovo, con una donna di ventiquattro. Da cui si divorziò a sessant’anni, “appena andato in pensione”, per infedeltà della sposa, che però non riuscì a provare. I casi sono esposti così, tra l’aneddotico  la lettura comportamentale.
La conclusione Jaspers pone in premessa: “Inutile sottolineare come l’origine del delirio di gelosia rimanga per noi un mistero”. Inutile anche addentrarsi tra le varie forme: da alcolismo per gli uomini, o impotenza  o insoddisfazione nel rapporto sessuale, da allattamento nella donna, eccetera. Di un “delirio” che è forse all’origine dell’eccesso attuale di uxoricidi, o forse è scomparso, lasciando il posto agli uxoricidi, sempre freddi benché adducano ad attenuante l’ira.    

Karl Jaspers, Delirio di gelosia, Raffaello Cortina, pp. XXXII- 21 € 12