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sabato 3 aprile 2021

Ecobusiness

L’auto elettrica dura otto anni, o 100 mila km. Le batterie sono garantite epr otto anni (quelle al nickel per cinque anni), entro il limite dei 100 mila km compressivi percorsi. Dopodiché andrebbero cambiare, cioè si cambia l’intera vettura.
Si cambia l’intera vettura anche ncaso di incidente che comprometta le batterie.
L’auto elettrica implica l’uso di più materiali, e quindi più materiali da scarto – il sistema di batterie non è riciclabile.
Quanto “costa” la macchina elettrica in termini anti-ecologici, di risorse umane sfruttate, lavoro minorile e salari di fame? Nessuno lo sa, ma il costo è elevato.
Si estraggono i metalli per le batterie al litio (litio, cobalto, nickel, rame) nell’ex Terzo mondo, con poco Canada e pochissima Australia: in Africa (Sudafrica, Congo, Zambia), America Latina (Cile, Argentina, Perù, Cuba, Messico) e Asia (Indonesia, Filippine e Cina). Nel solo Congo ex Zaire, che possiede due terzi delle miniere di cobalto del mondo, circa 40 mila bambini lavorano 10-12 ore al giorno per 1-2 dollari al giorno, e 100 mila minatori vanno a profondità di centinaia di metri senza sicurezza.
Una batteria da 70 kWh utilizza 12,70 kg. di litio, 13,91 di cobalto, 46,50 di nickel e 70 di rame.
La domanda dei metalli per le batterie auto si moltiplicherà per 20-30 volte nei dieci ani al 2030. Per il 2019 è stata registrata una domanda di 17 mila tnnelate di litio, 19 mila di cobalto, 65 mila di nickel. Per il 2030 la domanda attesa è di 370 mila tonnellate per il litio, 360 per il cobalto, 1.850 mila per il nickel.
Oggi il petrolio alimenta il 92 per cento della circolazione stradale. Con i motori elettrici si consumerà meno petrolio, ma il consumo minerale alternativo, di litio, cobalto, rame e nickel, non sarà meno dannoso per l’ambiente, nelle condizioni di produzione e alla fine del ciclo per lo smaltimento.
Il consumo di prodotti petroliferi rimarrà poco meno che stabile, dirottandosi dalla circolazione alla produzione di energia elettrica, che dovrà moltiplicarsi in parallelo con la vedita dei mezzi di locomozione elettrici. La produzione di elettricità da fonti di energia rinnovabili costa troppo ed è possibile solo con finanziamenti pubblici come gli “oneri di sistema” (cioè con tasse al consumo) intollerabili.
Si ripete con l’auto elettrica il circolo vizioso dell’energia nucleare: l’anergia pulita si produce con fonti di energia sporche, e genera rifiuti che non si sa come trattare?

Il racconto del lavoro appassionante

Il romanzo dell’Uomo Lavoratore quale si è vagheggiato inutilmente (da Volponi e gli altri scrittori della “fabbrica” Olivetti, o dai tanti neo realismi, fino alla “Storia” di Elsa Morante) nel lungo dopoguerra, a opera di uno non “in linea” e quindi a lungo incompreso e anzi isolato, nella sua stessa casa editrice  – benché reduce da Auschwitz eccetera. Un capolavoro, di narrativa. Forte del linguaggio, come lingua, molto dialettale, corposa, operaia, quale si idealizza, e come forma – ritmo, costrutti, sintassi asintattica.
Il “giuanin” di Primo Levi si chiama Faussone, è un montatore, un impiantista, ha girato il mondo, Russia, India, Alaska, Africa di sopra e Africa di sotto, ne ha viste di tutti i colori, come si dice, e le racconta a Levi. Gliele sa raccontare, niente di epico, apparentemente, tutto scorre nell’ordinario ma tutto interessa. L’eroismo del lavoro viene fuori senza dirlo, la duttilità, l’intelligenza, la passione. Con una punta del vecchio “lavoro italiano nel mondo”, l’orgoglio del lavoro ben fatto  che in bocca a Faussone suona solo piacevole.
C’è di tutto, la cronaca, il dramma, lo scherzo. La tecnica, la fantasia, il chiaroscuro. Un Primo Levi insolitamente entusiasta si lascia anche lui trascinare dal suo lavoratore universale. Coprotagonisti sono il derrick, il rame, l’alluminio, il pieghevole, l’inossidabile, gli elementi familiari al Faussone che li addomestica.   
Un racconto anche sull’arte del racconto. E dell’ascolto – sul ruolo del lettore-ascoltatore nel ricrearsi la narrazione.

Primo Levi, La chiave a stella, Einaudi, pp. 197 € 11

venerdì 2 aprile 2021

Il mondo com'è (425)

astolfo 

Cina – Viene rispettata dai virus dell’ultima specie, dai coronavirus, nella loro denominazione da parte dell’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Prima che il virus fosse di origine cinese – o prima della presidenza Xi Jinping, che a tutto presiede - i virus si denominavano in base alla loro provenienza geografica – al luogo dove si erano manifestati per la prima volta. Negli ultimi decenni: Ebola è il nome di un fiume, Marburg viene dalla città tedesca, Hera da un quartiere urbano australiano, Nipah da un villaggio della Malesia. La denominazione è cambiata con la Sars, che si manifestò a Canton alla fine del 2002. E il nuovo corso è stato mantenuto con Wuhan, denominando Covid-19 lo specifico virus.
 
Non si vuole orientale, una presenza-potenza locale. Il nome è, letteralmente, Regno di Mezzo, e tale la Cina si considera. Soprattutto con la presidenza “assertiva” (nazionalista) di Xi Jinping. Accetta la denominazione “Oriente” perché utile alla sua attuale collocazione nella scena mondiale, e perché effettivamente affacciata sull’oceano Pacifico, ma si ritiene sempre la Terra di Mezzo. Un paese continentale, più che una potenza marittima, al centro dell’Asia, fino al Pamir, il tetto del mondo, prospiciente l’Afghanistan. In un’ottica che vede l’Europa, topograficamente quale è, e politicamente, come una coda. E la Russia, con la sua vasta invasiva presenza in Asia, un intruso – a fasi alterne, anche al tempo del presidente Mao, come il primo nemico.
 
Corso forzoso
– Fu l’atto di debutto in economia dell’Italia unita, nel 1866, in preparazione alla guerra contro l’Austria. L’espressione è stata usata nella fase di trapasso dalla moneta con garanzia metallica alla carta moneta valida di per sé (“corso forzoso”), per il potere dell’autorità di emissione – nel caso per il potere delegato dal governo alla piemontese Banca Nazionale del Regno d’Italia - dopo qualche anno di pratica convenzionale dei cambi e delle valute. Alla vigilia della guerra con la Prussia contro l’Austria-Ungheria, e dopo due anni di crisi delle esportazioni, che avevano ridotto le riserve della stessa Banca Nazionale del Regno d’Italia, impegnata a ripagare in oro e argento i titoli di credito in mani straniere (ma anche anzionali), il governo autorizzò la stessa Banca a emettere carta valuta senza appunto la convertibilità in metallo – facendosi nel contempo anticipare un grosso prestito, a fini bellici, a tasso irrisorio, dell’uno e mezzo per cento.
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Friedmanismo
– Analogo e antitetico al keynesismo, è la dottrina di politica economica che domina le economie mondiali da almeno un quarantennio, dalla premiership Thatcher e dalla presidenza Reagan. Più a lungo e ben più incisivamente di quanto abbia dominato il keynesismo, l’intervento pubblico nell’economia, regolatore e di investimento. È voce meno diffusa, anche perché i suoi adepti non sono ideologizzati come quelli di Keynes. Ma di più vasta e più duratura presa.
Paul Krugman ne dava la sintesi in termini di storia ecclesiastica sulla “New York Review of Books” il 15 febbraio 2007, in morte dell’economista tre mesi prima: “La storia del pensiero economico nel ventesimo secolo è un po’ come la storia della cristianità nel sedicesimo secolo. Finché John Maynard Keynes non pubblicò “La teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta” nel 1936, l’economia – almeno nel mondo di lingua inglese – era dominata completamente dall’ortodossia del libero mercato.  Eresie emergevano occasionalmente, ma erano sempre soppresse. L’economia classica, scrisse Keynes nel 1936, aveva conquistato l’Inghilterra così completamente come l’Inquisizione aveva conquistato la Spagna”.
Questa economia non aveva però soluzioni per la Grande Depressione: “Keynes ebbe il ruolo di Martin Luther King, fornendo il rigore intellettuale necessario a rendere l’eresia rispettabile”. L’eresia diceva che il mercato non poteva risolvere il problema dell’occupazione, e che lo stato doveva intervenire in grande scala: “Il keynesismo fu la grande Riforma del pensiero economico. Seguita, inevitabilmente, da una Controriforma. Molti economisti ebbero ruoli importanti nei revival dell’economia classica tra il 1950 e il 2000, ma nessuno altrettanto influente di Milton Friedman. Se Keynes fu Lutero, Friedman è stato Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti. E come  i gesuiti, i seguaci di Friedman hanno agito come un’armata disciplinata di fedeli, dirigendo una larga ma incompleta, rotta dell’eresia keynesiana. A fine secolo, l’economia classica aveva riguadagnato  molto, anche se non tutto, il suo precedente campo, e a Friedman va moto del merito”.
 
Oriente
– Mantiene nella globalizzazione i vecchi caratteri - che dopo Edward Said, “Orientalism”, usa dire imperialisti e razzisti, inventati dall’Occidente, ma non per questo meno veri. David Quammen, “perché non eravamo pronti”, riferisce il ricordo di un ricercatore medico che in un ristorante di Ho Chi Min City, in Vietnam, assiste alla macellazione di un pangolino, da 700 dollari, per tre clienti: vivo, stordito con un mattarello, sgozzato, “il sangue venne raccolto e mescolato all’alcol per i clienti, e la carne fu cucinata”, il tutto in vista.
 
Socialismo – Ha mutato pelle nel Millennio dove è praticato, in Cina, Vietnam, Laos, e in minor misura a Cuba: dalla lotta alla povertà attraverso la protezione e la promozione delle masse, dei lavoratori, e della popolazione sfavorita in genere (donne, infanti, sofferenti) è passato all’arricchitevi. A una “lotta alla povertà” attraverso l’arricchimento. Cui si arriva anche senza riguardo per i diritti minimi delle masse, in termini di paga oraria, di orari di lavoro, di condizioni di lavoro.
 
Stalingrado – Via Stalingrado, omaggio al dittatore, resta solo in Italia. A Bologna, Prato, Savona, e in provincia di Perugia e Rimini. Sesto San Giovanni, che si voleva la Stalingrado d’Italia, d a tempo guarda a destra. Restano le vie Stalingrado camuffate come omaggio alla resistenza antinazista, ma in quel ruolo il nome sarebbe stato Leningrado: Stalingrado è stato assunto, in età togliattiana, in omaggio a Stalin. Anche dopo la sua denuncia al partito Comunista Sovietico da parte di Krusciov nel 1956. In Russia e negli ex apesi satelliti in Europa orientale le vie sono state derubricate come ogni altro riferimento a Stalin.
 
Uomo forte - L’uomo forte figura ricorrente dei regimi comunisti. Il presidente Xi è oggi in Cina l’equivalente della presidenza Breznev nell’Urss, copia appena mascherata di Stalin, con la “normalizzazione” di Praga e quella a distanza della Polonia, le cliniche psichiatriche, le emigrazioni-espulsioni, le “guerre stellari”.
Xi opera con finanziamenti e mercati, non con le armi e l’addestramento, ma anche lui in chiave di proiezione politica mondiale.
A parte Maduro e i tanti rais arabi e africani, uomini forti si incontrano solo nei regimi comunisti, in Vietnam, nel Laos, a Cuba a lungo con i Castro, e in Corea del Nord con la dinastia dei Kim, ora alla terza o quarta generazione.


astolfo@antiit.eu

Perché a Wuhan, o il virus dell’incompetenza

La diffusione nel 2003 della Sars, antenato del Covid-19, è una comica. In un ospedale di Canton “un corpulento commerciante all’ingrosso di prodotti ittici”, in crisi respiratoria, si reca in un ospedale, dove “tossì, ansimò, vomitò e sputacchiò durante l’intubazione infettando decine di operatori sanitari”. Uno dei medici dell’ospedale ebbe “sintomi para-infuenzali”, ma si “fece un viaggio di tre ore in autobus per recarsi al matrimonio del nipote a Hong Kong”. All’hotel Metropole di Hong Kong, dove pernottava, ebbe poi una crisi, propagandando la malattia lungo il corridoio del nono piano”. Il personale dell’albergo e gli ospiti ne furono infettati, alcuni provenienti da Singapore e Toronto. Dopo un mese l’epidemia era ovunque – “il Metropole, divenuto in quell’occasione tristemente noto, in seguito cambiò nome”.
David Quammen, lo scrittore divulgatore scientifico, è l’autore di “Spillover”, il “salto tar le specie”, che nel 2015 codificava la Saras come la tipologia di infezioni, trasmissibili dagli animali all’uomo, che ora si è realizzata nel Covid-19. Un anno fa, a pandemia già aperta ci è tornato sopra. Perché siamo arrivati impreparati al Covid-19?, chiede all’allora direttore dei Cdc americani, Centers for Disease Control and Prevention. Per difetto di informazioni? Di soldi? “Per mancanza d’immaginazione” è la risposta. I virus sono stati finora sottovalutati dai virologi – nel nostro piccolo, dell’Italia, si ricordano anche le riduzioni in tv del Covid 19 all’influenza, anzi al raffreddore.
La descrizione di come si è propagato il Covid-19 agli inizi, nelle tre Cine, e poi dalle tre Cine in una fiat nel mondo, è perfino esilarante: come un contagiato infetta decine, e quindi centinaia, e quindi migliaia e centinaia di migliaia, in pochi giorni, nell’ampio mondo. Da uno a tutti gli ospiti di un albergo. Da uno a tutto il pronto soccorso, personale medico e infortunati. E da questi a tutto l’ospedale e a decine di famiglie.
La plaquette  raccoglie i due articoli che Quammen ha pubblicato nel maggio 2020 sul settimanale “New Yorke”. Letto ora, a quasi un anno di distanza, “Perché non eravamo pronti”, il primo dei due articoli, pubblicato nel numero del “New Yorker” in data 11 maggio, in uno spirito ancora goliardico, sembra raccapricciante. Non eravamo e non siamo preparati, o poco – si vedono in giro masse tumultuanti di giovani e giovanissimi per esempio, e folle di coppie con cane ai giardinetti, del tutto spensierate. Mentre le terza ondata è perfino più cattiva della prima. Diamo alla terza ondata, né la prima né la seconda ci hanno resi più previdenti. E una quarta si preannuncia.
L’incredibile organizzazione di Singapore contro la Sars nel 2003, che Qammen descrive nel primo articolo, sgomenta se si confronta con le Asl, il concentrato del sottogoverno, non qualificato e inqualificabile. La creazione di un ospedale Covid, senza commistione con altre patologie. L’obbligo per il personale di questo ospedale di non operare altrove. Controlli continui della temperatura. Detergenti, mascherine, caschi, visiere e ogni altra forma di protezione. Tracciamento in 24 ore dei contatti di ogni paziente colpito dal virus, quarantene controllate a sorpresa con telecamera e telefono, assistenza ai quarantenati. In tre mesi la  Sars fu bloccata. O della Corea alla prima avvisaglia del Covid, con la mobilitazione dell’industria farmaceutica alla produzione dei dispositivi di protezione.
La Corea aveva imparato la lezione dalla Mers, il virus successivo alla Sars, nel 2015. Quando fece la prova generale del disastro italiano: come a Codogno e a Vo, i contagiati in attesa ai pronto soccorso e poi anche in reparto contagiano decine, centinaia di altri pazienti e gli operatori sanitari, con le rispettive famiglie, gli amici, i conoscenti, i visitatori di altri pazienti. Quando è scoppiato il Covid-19 c’erano gà esperienze pregresse su cui basarsi, per l’individuazione e per i rimedi.
Il resto è noto, anche se i sistemi politici faticano a registrarlo. E semplice: “Le infezioni animali possono diventare infezioni umane, perché gli esseri umani sono animali. Viviamo in un mondo di virus, e a malapena abbiamo iniziato a capirlo”.
Resta l’ipotesi che Wuhan, la Cina, sia stata l’epicentro del contagi non per il mercato di animali vivi. Anzi, il mercato è scagionato. Mentre resta l’ipotesi di un virus da laboratorio, di una ricerca sfuggita di mano. L’articolo di Quammen, il primo dei due, è quello che ha portato l’Oms ora a riaprire il dossier sull’origine del contagio – dopo averlo chiuso in fretta omaggiando la Cina. La dottoressa Shi, virologa formata in Francia, direttrice di laboratorio all’Istituto di Virologia di Wuhan, era molto avanti nell’individuazione di quello che sarà poi il Covid-19. Potrebbe averne provocato la diffusione con una simulazione?
Il secondo articolo è un omaggio al pangolino, l’animale più indiziato, più del pipistrello iniziale, e in alternativa all’esperimento sfuggito di mano, quale diffusore del contagio. È il racconto di un animaletto simpatico, visto dal Camerun, uno dei suoi habitat di riproduzione, da dove si esporta nel ricco mercato cinese. Ma soprattutto è un ritratto, più preoccupante che feroce, di questo mondo, di ricchi “comunisti” che spendono 700 dollari per pranzare a pangolino.
David Quammen, Perché non eravamo pront
i, Adelphi, pp. 100 € 5

giovedì 1 aprile 2021

La Cina al centro

La Cina è Oriente, come la vuole l’Occidente. Anche perché è un paese “a oceano unico”, che guarda a Oriente – sottinteso: a differenza degli Stati Uniti, potenza bioceanica. Ma guarda bene alla sua sinistra, continentale e marittima. La Cina era e si vuole nuovamente Impero di Mezzo.
Nominato di fatto a vita, il presidente Xi ha smesso anche la maschera della Cina accomodante in campo internazionale per rivestire quelli di grande potenza. Moltiplica i contatti con le capitali del mondo, visite, intese, contratti. Ha moltiplicato per dieci i finanziamenti e gli investimenti all’estero – gli investimenti pubblici: quelli privati, anche se con capitale pubblico, sono attivi da due decenni. E ha accresciuto le spese militari. Ritiene Hong Kong già assorbita alla Cina continentale malgrado gli accordi del 1997. E ha riaperto la questione Taiwan.
L’obiettivo dichiarato è di fare della Cina la maggiore potenza mondiale. Un “Oriente” che sta al centro del mondo. In questo quadro lo sviluppo economico e sociale delle aree interne, centro-asiatiche, è un primo passo. Per una maggiore riaffermazione della Cina verso l’Asia centro-occidentale.
La sfida è nell’insieme all’egemonia americana. Ma localmente, di fatto, alla Russia, malgrado gli scambi del presidente Xi con Putin: troppo ingombrante in Asia, e non dimenticato grande nemico della Cina al tempo del presidente Mao.

Bper balla da sola

All’improvviso si è fermata la corsa “prendo tutto” di Bper, la ex Banca Popolare dell’Emilia Romagna. Non della banca, che mantiene il suo passo fermo e modesto – ora sta digerendo i 500 e passa sportelli ex Ubi che Intesa le ha dovuto cedere. Si è fermato il “prendo tutto” del suo nuovo socio di maggioranza, Carlo Cimbri di Unipol, l’ex gruppo assicurativo-bancario della Lega Coop.
Conquistata Bper e mezza Ubi, l’esuberante Cimbri ha riempito il vuoto della pandemia promettendo dividendi super, e una buona dose di buy-back per rincuorare le quotazioni, vedendosi  già il terzo gruppo bancario, dietro a Unicredit e Intesa, se non alla pari. Dava per scontata l’acquisizione, mascherata da fusione, di Bpm, la banca milanese. E perché non di Mps, con i due miliardi di dote fiscale che dovrebbe portarsi dietro. Ma l’attivismo dell’ad di Unipol mostra di avere indispettito Milano, che già da qualche mese ha troncato i fili lungo la via Emilia.

Ombre - 556

Draghi forse è stato escluso, ma potrebbe anche essersi escluso dal vertice a sorpresa di Merkel e Macron con Putin - mentre a Roma faceva scoppiare lo scandalo dello spionaggio russo. La diplomazia italiana ha più carte - più capacità - di quanto si pensi. Il vaccino russo è già stato assicurato - commercialmente, produttivamente. Senza indisporre gli Usa, non con i teatri.

Nell’imputazione a carico del 33presidente della regione Lombardia per gli appalti in famiglia di Dpi, i dispositivi anti-covid, si legge che ha cinque o sei milioni in Svizzera, “scudati” nel 2015,  cioè rinazionalizzati, dopo essere stati parcheggiati alle Bahamas. Che sarebbero i risparmi della madre dentista, pensionata a ventimila euro, annui, o i suoi da avvocato. L’origine e la natura della sommetta sarà tutta da verificare, ma la sua esistenza, che non suscita scandalo, testimonia che l’evasione fiscale non è cosa da superricchi mangiatori del popolo ma dei (piccoli) dentisti e dei (piccoli) avvocati, leghisti.
Ed è ritenuta normale, nessuno se ne scandalizza.
 
AstraZeneca cambia nome e bugiardino. Il “bugiardino” è irresistibile. Anche perché lo è: sotto l’apparenza di essere veritiero - non manca mai, nemmeno all’aspirina, il caso sporadico di morte – dice tutto e niente. Come se non ci fosse – ma ci deve essere: l’autorità impone appunto una bugia, una serie di bugie.
 
Pasquale Bacco, medico di Salerno, esponente di CasaPound, nemico dei vaccini, “acqua di fogna”, pubblica un pamphlet “Strage di Stato. Le verità nascoste della Covid-19”,  a quattro mani col giudice Angelo Giorgianni, corte d’Appello di Messina, con prefazione di Nicola Gratteri, capo della Procura antimafia di Catanzaro. Scandalo, Gratteri si difende dicendo di essersi limitato a mettere in guardia dalle mafie nella gestione dei fondi anti-Covid. Ha scritto la prefazione per amicizia con Giorgianni, senza nemmeno sfogliare il libro? Certo, Gratteri va di fretta: è candidato ala Procura di Milano e cerca visibilità.
 
Sui vaccini, tanto per dire, il giudice Gratteri, si è poi difeso: “Io negazionista? Ma se per l’Ufficio sono state acquistate migliaia di mascherine e siamo tutti vaccinati!” Mentre non avrebbe diritto al vaccino prima di tutti, né per età né per funzione. Ma forse non sa nemmeno se si è vaccinato: ai giudici interessa solo la carriera.
 
Lamorgese, la ministra dal cuore tenero con i migranti, a differenza del predecessore trinariciuto Salvini, non si occupa degli immigrati “eroi”, quello che salvato tre persone in mare, quello che ha gestito da solo l’albero Bel Siti di Alassio in mezzo a pensionanti e personale tutti contagiati, et al.. Tutti cittadini d’onore del paese o la città dove si sono resi benemeriti ma non dell’Italia. La burocrazia è invincibile: per una pratica di cittadinanza ci vogliono quattro anni. .
 
Hanno sostituito il capo della Protezione Civile, come a dire “adesso sì”, e gli hanno affiancato un generale, degli Alpini, detto mago della logistica. I due in effetti parlano molto – “comunicano”. Ma sui vaccini niente - a metà aprile, “se tutto va bene”, a due mesi dalla nomina. Si vaccina chi si è organizzato (la regione Lazio), i commissari fanno bene solo a se stessi.
 
Condannati due vigili a Roma a venti mesi di carcere, per abuso d’ufficio, falso e calunnia. Lui ha avuto un diverbio con un motociclista, lei ha falsificato il verbale per farlo risultare aggredito. Un motociclista, a fine partita della Roma, ha chiesto al vigile un’informazione. Riposta: “Non sono l’ufficio informazioni. Il motociclista fa notare il tono sgarbato. Il vigile: “Dammi  documenti che ti porto in galera”.
 
Tre vigili testimoniano contro i due condannati. Ma la condanna, a sette anni dai fatti, è alleviata dalle “attenuanti generiche”, che consentono la condizionale, anche perché “è da ritenersi con tranquillizzante certezza che gli imputati non commetteranno altri reati”. Per non  smentire i tarallucci e vino. Ma di più perché i giudici come i vigili tutt’uno si vogliono, sbirri.
 
La cittadella giudiziaria di piazzale Clodio a Roma, “la più grande del mondo”, è prospiciente al parco di Monte Mario, che non si cura. Chi arriva alla cittadella da Nord-Est rasenta una lunga baraccopoli, di stracci, lamiere e cartoni, abitata. Non da ora, da anni.
 
“Non mi posso muovere dal mio Comune ma posso volare alle Canarie”: non esagera nella protesta il presidente degli albergatori Bocca - Draghi avrà da fare se vuole un governo serio. “Da un lato chiudiamo gli italiani in casa ma poi li facciamo andare in tutto il mondo”, può lamentare ancora Bocca. Non è così che è partita questa seconda feroce ondata, dallo spinello libero alle Baleari?  
 
La Spagna, con 3,2 milioni di contagi, su una popolazione di 47 milioni di abitati, contro i 3,8 dell’Italia, 60 milioni di abitanti, e una incidenza di 250 casi per 100 mila abitanti, come l’Italia, conta però 75 mila decessi, contro i 110 mila dell’Italia, un buon 15 per cento in meno, e soprattutto non ha le terapie intensive intasate, solo il 18 per cento, ben sotto il limite del 30 per cento, che l’Italia invece supera abbondantemente, 41 per cento – dal 16 per cento della Calabria al 60 della Lombardia. La Spagna ha un sistema sanitario pubblico evidentemente non smobilitato come in Italia – e non tanto in Calabria quanto in Lombardia. E quindi apre gli alberghi, senza limiti.
 
“Le terapie intensive sono salite dal 36 al 40 per cento, con punte del 60 in Lombardia. La soglia sarebbe del 30 per cento. Superarla significa, oltre ad aumentare la possibilità di decessi, anche penalizzare i malati no Covid, cioè rimandare cure indispensabili” – Nico Cartabellotta, Osservatorio Gimbe sul  S istema Sanitario Narzionale, Bologna, sul “Corriere della sera”. Non c’è un articolo del “Corriere della sera”, nelle otto pagine che domenica dedica al Covid, su questa anomalia lombarda.
 
Le  cronache romane scoprono la vigilessa sulla pedana a piazza Venezia – ruolo immortalato da Sordi – perché lo ha fatto il “Guardian”. L’inerzia è totale nei giornali, anche per il “colore”: non ci sono idee, al più si copia, si recupera, si ramazza.
 
Cristina Corbucci, la vigilessa, è laureata in Scienze Politiche ed era funzionaria alla Consip, la centrale statele degli acquisti, ma ha preferito fare il concorso per vigile urbano, lo ha vinto, e a 43 anni si dice soddisfatta.  Da vigile urbano. Potenza di Sordi?  
 
La Ministra spagnola delle Pari Opportunità, informa “il Venerdì di Repubblica”, vuole un cambiamento di sesso libero, senza percorso medico. La vice-presidente del governo e le associazione femministe sono contro, “infuriate”: se un uomo potesse registrarsi come donna senza controlli sarebbe valutato con criteri femminili nelle prove fisiche dei concorsi per poliziotti o pompieri. Ingiusto, il problema è il posto.

Ecobusiness

Il  World Resources Institute dà l’Italia a secco di acqua nel 2040.
È un dato italiano. Fermo, non una proiezione. E noto da tempo. Per un eccesso di consumi. E per le troppe edite negli acquedotti – poco meno del 50 per cento dell’acqua recuperata alle sorgenti e negli invasi si disperde” negli acquedotti. Si direbbe una situazione criminale, prima che suicida. Ma, rilevata già nei primi anni 1990, quando si cominciò a parlare dell’acqua come un business, niente è stato fatto per rimediare, né è in programma, nemmeno in agenda di discussione.
Non si investe negli acquedotti. Tanto meno dacché l’acqua è tornata bene pubblico inalienabile.
“I ladri d’acqua assetano l’Europa” è il tema del supplemento “Green & Blue” di ”la Repubblica”. Non sono banditi, sono le dighe. Che “rubano” l’acqua, e uccidono la biodiversità: “In Europa una barriera formata da un milione di dighe ha causato la perdita dell’80 per cento della biodiversità”. Non è vero, cioè è detto male: uccidono la biodiversità le tante dighe in aree protette, in essere o progettate. Ma l’energia rinnovabile di fonte idrica (dighe) è la fonte maggiore tra le energie rinnovabili: dei 129 terawattora di energia elettrica prodotta nel 2019 in Italia da fonti rinnovabili, il 40 per cento è idroelettrico, di gran lunga più di eolico, fotovoltaico, biomasse, geotermia.  
L’ecologia è un serpente che si morde la coda? Quella industriale sì – l’ecologia è oggi, pur con Greta e ogni integralismo, un settore industriale, il più ricco di soldi (pubblici, gratuiti).

Il terzo mestiere di Primo Levi

Si scrive per «comunicare», dunque «con ordine e chiarezza». La chimica aiuta: “Conduce ad un abito mentale di chiarezza”. Primo Levi crebbe linguista, tra curiosità e scherzi di parole. Poi si iscrisse a chimica, anche per uscire dal vuoto linguaggio del regime. E non  se ne è pentito: “Ricordo ancora la prima lezione del professor Ponzio, in cui avevo notizie chiare, precise, controllabili,  senza parole inutili, espresse in un linguaggio che mi piaceva straordinariamente, anche dal punto di vista letterario: un linguaggio definito, essenziale”. Anche Galileo si esprime così – che ebbe anche lui momenti brutti, ma non bruttissimi come Primo Levi: il linguaggio aiuta, può essere veicolo di resistenza.
Un “chimico” non semplice, però: Primo Levi è stato un ricercatore, di linguistica. Specie delle forme popolari e dirette – colloquiali, dialettali – che Beccaria mette in mostra, analizzando “L’altrui mestiere” e “Il sistema periodico”, e soffermandosi sulle reiterate enunciazioni dello scrittore su due temi in particolare, lo “scrivere chiaro” e le “due culture”. Partendo dall’enunciato, ricavabile da scritti vari e interviste, che la linguistica era la sua vocazione fin da ragazzo, e resta, sebbene da autodidatta, il suo “terzo mestiere”. Levi è stato anche, nei decenni in cui l’intellettualità si separava dalla scienza e dalla tecnica, uomo delle due culture, a suo agio in entrambe. E col mondo, dell’umo-uomo e dell’uomo-bestia non solo, ma degli animali, e delle cose. I suoi animali hanno una psicologia. Gli “elementi” hanno personalità – è autore di racconti straordinari sugli elementi “vivi”, senza scadere nel fantascientifico. Per una scrittura ordinata, si, ma piena di anomalie, ossimori, idiotismi, apposizioni asintattiche.
Una integrazione alla lettura di Primo Levi. Non nuova, è di Mengaldo in varie trattazioni, e di Ernesto Ferrero nel suo “Primo Levi” Einaudi – ma già di Calvino. Nonché dello stesso Beccaria  in un lungo saggio sui due mestieri di Levi, qui integrato e risistemato in quattro capitoli. La riscrittura è anch’essa semplice e accattivante, alla maniera dello scrittore che analizza.   
Gian Luigi Beccaria,
I «mestieri» di Primo Levi, Sellerio, pp.129 €12

I due mestieri, free online

mercoledì 31 marzo 2021

È Biden vs. Cina

È sempre più palese e globale la strategia internazionale della presidenza Biden: un confronto a tutto campo con la Cina. Avviato da Trump, ma ora sistematico. Un confronto politico (e militare), oltre che economico, commerciale e monetario. Tutti i segnali sono convergenti. Il rilancio del legame atlantico. La mobilitazione delle rotenze asiatiche, Giappone, Corea del Sud, India. Il blocco effettivo, seppure senza le coloristiche intemperanze di Trump, della presenza cinese in Occidente,  Europa compresa, nell’economia digitale e dell’intelligenza artificiale. Il passaggio perfino drammatico dal bening neglect sulla questione Taiwan, all’affermazione – poco ci manca – delle due Cine, anatema a Pechino. Il rinnovo della presenza in Medio Oriente, a partire dalla Libia – non in confronto con la Cina, che non vi ha interesse, ma della Russia, considerata sua proxy.
La Cina non ha particolare interesse dal Medio Oriente. Né ha le portaerei per frequentarlo. Ma Biden proverà a tenerla lontana anche dall’area prospiciente, l’Asia centro-occidentale, ex sovietica e ora aperte all vie della Seta. Secondo un vecchio progetto (2011) di Obama e Hillary Clinton, di fare soprattutto del Turkmenistan, col Kazakistan, un presidio di avanguardia integrato nell’economia occidentale, e fascia protettiva di Afghanistan, Pakistan e India. Qui si scontrerà con la Cina, che invece quelle aree si prospetta come Stati cuscinetto, economicamente dipendenti
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Ma Pechino si tiene alla larga dal Medio Oriente

Una settimana del ministro degli Esteri cinese Wang Yi in Medio Oriente e nessun risultato. Ma era soltanto un atto di presenza,  di cortesia: Pechino si tiene fuori dall’Arco della Crisi, dal Medio Oriente (Siria, Palestina, Afghanistan, Iraq, Iran, Libia). Secondo un’opzione elaborata già negli anni 1990, quando la Cina si affacciava sui mercati petroliferi come grande consumatore.
Fu allora elaborata la strategia che puntava a una presenza cinese in Africa orientale, anche con basi militari, ma non nel Medio Oriente. L’Est Africa era approdo conveniente in quanto vuoto di potenza. La Cina non era,  non puntava a essere, una potenza navale. Lasciava il Medio Oriente, la stabilità politica e produttiva della regione, “alle portaerei americane”. Ritagliandosi per i consumi di fonti di energia il ruolo commerciale di grande cliente.

Appalti, fisco, abusi (199)

Unicredit paga otto milioni l’anno, salvo bonus e benefici, un amministratore delegato di cui si dicono meraviglie – lui stesso fa dire meraviglie, si sa come vanno queste cose : ci sono tecniche collaudate di image-building, costose ma non poi molto – che non ha nessuna esperienza di gestione di una banca retail. Con molte migliaia di sportelli in una mezza dozzina di paesi, vicini e lontani. 
 
Unicredit si dà come ad Orcel, a caro prezzo, un banchiere d’affari, senza dialogo con gli azionisti, col consiglio d’amministrazione. Che ora minaccia di votargli contro. La sua nomina è opera di un comitato nomine, presieduto prima da Andreotti poi da Micossi, che però non rappresentava nessuno? Le banche italiane, anche grandi e (finora) ben gestite, sono un mistero.
 
Acea fattura a fine 2020 consumi per euro 10,47 del periodo 1\12\2017-2\1\2018. Già prescritti cioè. Con abbondanza di dati – sei fogli. Segue una corrispodenza del peso di quasi un etto del tutto inutile - una ventina di fogli complessivamente. A cui Acea avrà delegato uno o più impiegati – oltre agli addetti alla consegna della corrispondenza. È un’azienda comunale, e lo spreco quindi si capisce – la burocrazia è invincibile, fine a se stessa. Ma è anche quotata in Borsa: nessuno ne controlla l’inefficienza?
 
È anch vero che per non pagare € 10,47 si spende più della metà, € 5,45, per la raccomandata di contestazione. Più un paio d’ore perse. La contestazione, secondo la stessa fattura, è possibile al numero verde o per email. Ma il numero verde dopo la solita congrua attesa si dice inabilitato. La mail dà “access denied”. Acea si fa propaganda contro?
 
Sugli “oneri di sistema”, i finanziamenti esosisssimi all’industria dell’ecobusiness che ogni utente elettrico paga bimestralmente, anche se non consuma un kWh, interviene finalmente l’Autorità Antitrust – nell’inerzia dell’Arera, l’agenzia incaricata della sorveglianza del settore energia. L’Antitrust chiede al governo “una riforma del finanziamento delle energie rinnovabili che miri a eliminare il peso improprio degli oneri di sistema dalla bolletta elettrica e a introdurre invece forme di fiscalizzazione  coerenti con i principi ambientali”. In modo cioè che “tali oneri gravino, in modo selettivo, sul consumo di combustibili fossili nel riscaldamento e nei trasporti”.
 
Si spreca – si perde nelle condutture, da decenni deteriorate – la metà della portata degli acquedottii. Il 43 per cento per l’esattezza, secondo l’autorità di settore. Ma il dato è vecchio e la media nazionale è alleggerita dal Nord-Ovest, che ha acquedotti migliori, nel resto d’Italia le perdite superano il 50 per cento. Non è una novità, la cosa è nota da almeno un trentennio. Ma non si investe negli acquedotti; si aumentano le tariffe per far pagare l’acqua dispersa.
 
Un settore pubblico incapace o corrivo favorisce l’acqua privata. In bottiglia. Un terzo delle famiglie in città è costretta a servirsene. L’Italia è terza al mondo per consumo di acqua imbottigliata (in plastica!): 190 litri a testa per ogni italiano. Dietro due paesi dell’ex Terzo mondo, quindi senza reti idriche nazionali, ma abbastanza ricchi, Messico e Thailandia.

La favola del padre ritrovato

Tom Hanks sempre straordinario in un ruolo straordinario alla Forrest Gump. Stralunato e persuasivo. Qui nelle vesti di un intrattenitore tv per bambini che ama i vicini (il titolo originario è “A Beautiful Day in the Neighbourhood”), e anche i non vicini. Ne legge le frustrazioni e le passioni, ne allevia i tormenti immergendoli nella sua serenità. Acquisita. E non ancora pacificata.
Incluso in una serie di “eroi” dal mensile “Esquire”, con una foto e un didascalione, con altri 99 “eroi” americani della vita quotidiana, Hanks-Mr Rogers ne diventa lo storione di copertina. Del Grande Inviato della rivista, che per disciplina (punizione) è incaricato delle 400 parole che lo riguardano, 12 righe, individua e sa risolvere, pur nel breve contatto di lavoro, i grossi nodi di una vira di successo irrisolta.
Il film si presente nel genere biografico. Le note dicono che racconta Fred Rogers, l’animatore di una trasmissione per bambini di età prescolare, “Mister Rogers Neighbourhood”, andata in onda dal 1968 al 2001. Ma Tom Hanks fa scena a sé - riesce perfino a nascondere l’altezza, 1,85.
La regista, quarantenne, è come se avesse voluto far rivivere i suoi momenti di felicità bambina col presentatore bislacco. Già autrice di film lievi sui sentimenti, alterna il fiabesco al reale, al quotidiano. Con misura, con effetti concilianti.
La storia è anche eccezionale: la rivalutazione dell’amore paterno, della paternità. Un rapporto – una funzione, un bene – svanito nel secolo freudiano.
Marielle Heller, Un  amico straordinario, Sky Cinema

martedì 30 marzo 2021

Cronache dell’altro mondo pazze (105)

Gli psichiatri americani hanno una regola, la Goldwater Rule, che impone di non dare giudizi pubblici su un soggetto che non sia stato esaminato personalmente. Questa regola non è stata applicata negli anni di Trump. Ora che Trump non c’è, l’università di Yale ha subito allontanato una psichiatra, Bandy Lee, che ha dichiarato psicotico un avvocato che non conosce, Alan Dershowitz – legale, tra gli altri, di Trump.
Bandy Lee, che i lettori di questo sito conoscono, si era distinta nel 2017 per avere dichiarato pazzo Trump. In un libro che promosse, insieme con altri 26 psichiatri, “The Dangerous Case of Donald Trump: 27 Psychiatrists and Mental Health Experts Assess a President”. E che molto si industriò di promuovere. In particolare con una lettera-manifesto, sottoscritta dagli altri 26 psichiatri suoi coautori, che entusiasmò il “New York Times”.
Licenziando Bandy Lee, l’università di Yale, specializzata in diritto, ha specificato che la pschiatra era una libera docente, non in organico all’università, una “volontaria”. Ma la lettera della psichiatra al “New York Times” il 30 novembre 2021 recava la qualifica forensic psychiatrist at the Yale School of Medicine, psichiatra legale alla Scuola Yale di Medicina.
La regola si chiama Goldwater perché alle presidenziali del 1964 il senatore repubblicano Barry Goldwater si ritenne sconfitto a causa di un sondaggio della rivista “Fact”, che aveva chiesto ad alcuni psichiatri se non era mentalmente tarato per poter fare il presidente. Il senatore fece causa al trimestrale, e cinque anni dopo la vinse – con danni morali per 560 mila dollari ai valori odierni. L’associazione americana degli psichiatri adottò allora la Goldwater Rule.
Degli altri psichiatri che hanno collaborato nel 2017 al libro di Bandy Lee nessu
no è stato sanzionato dalla American Psychiatric Association.

Il silenzio di Ortese

“La capitale del lavoro italiano” è una “foresta di pietra”.  Disumana – “appare, malgrado il suo volto benigno, cordiale, grandezza e tenebra”. Ortese, dal 1953 esule da Napoli, per le reazioni violente ad alcuni dei suoi racconti, nel 1955 approda a Milano. Affermata quarantenne, già premio Viareggio nel 1953 con la raccolta di racconti “Il mare non bagna Napoli”, prova a stabilirsi nella capitale morale come giornalista, nonché scrittrice. Ma l’idillio finisce presto con un rifiuto, questo: sei articoli, che Ortese riunisce in volume nel 1958 con Laterza, lontano da Milano.
Il silenzio, si direbbe, era il suo, la difficoltà di empatizzare. Non sul piano personale: Anna Maria Ortese è scrittrice di forte carica sociale. Anche qui s’immedesima, e le sa raccontare, nelle situazioni estreme, d’indigenza, di bisogno. Ma non se ne conoscono altri trasporti – l’intelligenza dominante sembrerebbe impedirglieli.
Il “silenzio d’autore” è tipologia psicologica che meriterebbe attenzione. Riscontrabile negli autori più partecipi dell’attualità, come per esempio Malaparte, Hemingway.
La Milano di Ortese è “città industriale e medievale insieme, affarista e ascetica, spregiudicata e prudentissima, che dovunque sospetta un’infrazione alla regola, all’ordine stabilito; e consiglia continuamente il silenzio, predica incessantemente il silenzio”. Ma anche il disoccupato del § omonimo, “Antonio venuto su dal sud”, esprime “lo spavento e il misterioso silenzio del Sud”.
Ortese vincerà anche il premio Strega nel 1967, con “Poveri e semplici”, pubblicato a Firenze da Vallecchi. Tornata intanto a Napoli, la sua città del cuore. Prima del ritiro nel 1975 a Rapallo – insieme con la sorella Maria, con la quale ha sempre vissuto. La biografia più piana, e misteriosa – o meno misteriosa.
Anna Maria Ortese, Silenzio a Milano, La Tartaruga, remainders, pp. 140  € 5,25

 

lunedì 29 marzo 2021

Letture - 453

letterautore
 
Dante
– È riferimento naturale in Balzac - ne avesse o non conoscenza diretta, della “Commedia” e delle altre opere. Nella stessa nomenclatura della sua opera, sulla quale tanto lavorò: alla Fine fu “Commedia umana”, dopo un “La diabolica comedia”. Nel racconto “I proscritti” mette in scena, compagno di esilio con Dante a Parigi, di fronte a Notre Dame, il giovane Godefroid, in memoria di Godefroy Cavaignac, suo compagno di scuola al liceo-internato Lefèvre nell’anno scolastico 1813-1814. E a Godefroy fa raccontare da Dante un “episodio non scritto” della “Divina Commedia”, in cui un Honorino, all’“Inferno” tra i suicidi, gli racconta la sua storia d’amore infelice con una Teresa Donati.
Anche la “Honorine” del romanzo omonimo - la sola, insieme col falso Honorino di Dante, a portare il nome di Balzac fra i suoi 2.209 personaggi - si difende nei suoi tormenti d’amore con “i cerchi” di Dante: “A nessun uomo, foss’anche sant’Agostino, che per me è i più tenero dei padri della Chiesa, è dato entrare negli scrupoli della mia coscienza, che per sono i cerchi invalicabili dell’inferno di Dante”.  
 
Anche Dante “mussulmano” era in buona misura anticipato da Balzac. In un abbozzo del 1834, di un’opera pensata per la collezione di “Studi filosofici”, “La Vie e les Aventures d’une Idée”: “In Europa, le idee strillano, ridono, folleggiano, come tutto ciò che è terrestre; ma, in Oriente, sono voluttuose, celesti, elevate, simboliche. Solo Dante ha saldato queste due nature di idee. Il suo poema è un ponte ardito gettato tra l’Asia e l’Europa”. Una sorta di “presagio”, nota Vittorio Lugli nel 1951 in “Dante e Balzac”, 28, “tutto istintivo, della teoria di Miguel Asìn Palacios circa l’influenza mussulmana sulla Divina Commedia” – la notazione è riferita da Lugli a F. Baldensperger, “Orientations étrangèrese chez H.de B”, 1927.
 
La fortuna di Dante fuori d’Italia è immediata in Inghilterra: già nel Trecento Chaucer, “il padre della poesia inglese”, assicura Boitani (“Dante in Inghilterra”, riconosce a Dante “precisione assoluta e onnipotenza di parola”. Ma tarda in Francia e in Germania, a partire da fine Settecento - negli Stati Uniti dal primo Ottocento. In Spagna già da Quattrocento, ma limitata, in particolare opera del poeta genovese-sivigliano Francisco Imperial.
Ma l’editio princeps del “Fiore” è francese, di Ferdinand Castets, 1881. La prima edizione critica della “Commedia” è stata di Karl “Carlo” Witte, 1862.
 
Si scrivono molte “vite” di Dante, da ultimo di Santagata, Barbero, Cazzullo, Inglese, Pasquini, Dal Bello, Pisano, di uno cioè di cui non si sa nulla di coevo, carte, atti, registri, corrispondenze. Di uno, certo, molto proiettato sul “pubblco” – politica, arte, filosofia, teologia, storia, polemica contemporanea – e che scrisse molto, anzi moltissimo, ma di cui non si possiede nulla, nemmeno il più piccolo o casuale pizzino,  autografo.
 
La Germania, dove è arrivato a fine Settecento (è ignoto a Goethe per esempio, pure tanto italianizzante), è probabilmente il posto dove è più letto. L’ultimo repertorio della fortuna di Dante in Germania, compilato da Thomas Klinkert cinque anni fa, “Dante Deutsch”, ha contato almeno “centosettanta traduzioni”, parziali o complete, della “Commedia” in due secoli – “una settantina di traduzioni complete e un centinaio di traduzioni parziali”.
La scoperta si deve allo svizzero Johann Jakob Bodmer, 1763, seguito poi dai filosofi e poeti romantici, gli Schlegel, Schelling, Hegel. È tedesca, del filosofo e filologo Karl “Carlo” Witte, la prima edizione critica della “Commedia”, basata su quattro manoscritti differenti, 1862 – seguita tre anni dopo da una traduzione “epocale” del poema, dice Klinkert, e dalla creazione di una Deutsche Dante-Gesellschaft. Altra “traduzione epocale” nel repertorio di Klinkert è targata “Philalethes”, pseudonimo del re Giovanni di Sassonia, pubblicata tra il 1839 e il 1845. Nel Novecento Klinkert registra un interesse perdurante: “La Commedia è stata tradotta da alcuni dei più rinomati filologi: Karl Vossler (1942), Hermann Gmelin /1949\54), Walther von Awrtburg con sua moglie Ida (1963)”. Più quelle dei poeti Stefan George (1912) e Rudolf Borchardt (1923-30).
Klinkert trascura Emil Ruth, l’italianista “fiorentinizzato” di metà Ottocento che Dante voleva tedesco. Tedesco di origine: solo un tedesco poteva “ringiovanire” la poesia - a metà Ottocento si poteva dire, era l’epoca dei “primati” nazionali.
 
È teatrale: quasi due terzi dei versi della “Commedia” sono costituiti da dialoghi. 
 
Dialetto
– Persiste già nel mentre che veniva cancellato, da Dante, specie nella “Commedia”. Paola Manni, “L’invenzione della lingua”, registra, per dire “ora”, il lucchese “issa” e il lombardo “istra”; il bolognese “sipa” per “sia; e il sardo “donno” per Michele Zanche di Logodoro, e per Ugolino della Gherardesca, che è pisano ma aveva domini nel “giudicato” di Cagliari.
 
Foja
– In disuso, dopo essere stata per qualche secolo al centro di molti versi e anche di poemi, sta per la passione sessuale indomabile odierna, specie omosessuale, come certificato da Gide nel “Journal”, Genet, in “Nostra signora dei fiori”, da Pasolini in “Petrolio”, da Busi, “Sodomie in corpo 11”, e da Tony Duvert e Edmund White. Ma non più, non solitamente, non in Gide né in Pasolini, e nemmeno in Genet, con eccitazione: una foja spenta.
 
Marinetti
– Ricco, grasso e chiacchierone, così lo registra Gide nel “Diario” un martedì di maggio 1905: “Alle 2, visita di un Marinetti, direttore di una rivista di paccottiglia artistica che s’intitola Poesia. È uno sciocco, molto ricco e molto grasso, che non ha mai saputo stare in silenzio”.
Cinque anni dopo, in uno dei “foglietti” non datati del “Diario”, Gide è sempre cattivo, ma Marinetti è già personaggio: “Marinetti gode di un’assenza di talento che gli consente tutte le audacie”. E “fa, alla maniera di Scapino, da solo tutto il fracasso di un tumulto”. È “l’uomo più simpatico del mondo se si eccettua D’Annunzio; vivace alla maniera italiana, che prende spesso la verbosità per eloquenza, l’agitazione per il movimento, la febbrilità per il trasporto divino”. Nella vista precedente, ricorda Gide tuttavia, “dispiego complimenti così incredibili che mi obbligarono a partire subito per la campagna; se l’avessi rivisto, sarei stato preso al laccio: gli avrei trovato del genio”.   
 
Perugia
– Gide vi s’identifica – in un’annotazione del “Diario” datata “febbraio” (1896?): “E la mia sola presenza, ovunque, stabiliva tra tutto ciò che vedevo, ascoltavo e sentivo, una palpitante armonia nella quale finiva la mia resistenza. Io ci vivevo…”
 
Poesia francese
– “Come spiega, signor Gide, che non ci sia una poesia francese?” Gide, invitato a Cambridge, se lo sentì chiedere – racconta nella prefazione alla sua “Anthologie de la poésie française”, che inaugurò la Plèiade nel 1949 – dal poeta Alfred Edward Housman. Gide ne fu naturalmente stupito, ma poi se ne fece una ragione: il francese è nelle lettere per la prosa, non ha avuto il Grande Poeta nazionale, epico, tragico, e nemmeno una poesia consistente, da quella cortese potendo senza perdite saltare al secondo Ottocento, a Baudelaire e successivi.
 
Scrivere – Il “segreto della scrittura è la immensa varietà dei dettagli”: Balzac arriva a questa conclusione analizzando il successo perdurante di Walter Scott  – nella recensione di “Redgauntlet”, “Feuilleton littéraire”, 1 luglio 1824.

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La verità della terza ondata

Londra celebra oggi zero morti per Covid. Si sapeva - era prevedibile - perché la pandemia è stata affrontata con ben altra perspicacia e determinazione che in Italia. In Italia non è finita, al contrario, e non si sa come andrà a finire, per i malati di Covid e per gli altri.
“Le terapie intensive sono salite dal 36 al 40 per cento, con punte del 60 in Lombardia. La soglia sarebbe del 30 per cento. Superarla significa, oltre ad aumentare la possibilità di decessi, anche penalizzare i malati no Covid, cioè rimandare cure indispensabili” – spiegava ieri Nino Cartabellotta, Osservatorio Gimbe sul Sistema Sanitario Nazionale, Bologna, sul “Corriere della sera”.
Come questi malati siano penalizzati è intuitivo - forse per questo non si dice? Ma merita spiegarlo col cardiologo Pierpaolo Pellicori, ricercatore all’università di Glasgow su “Start Magazine”: “Oggi in Uk (16 marzo, n.d.r.) riaprono le scuole. I casi giornalieri di Covid sono stati 5.089 (su quasi un milione di tamponi), 64 i morti (125.580 da inizio pandemia). Oggi in Italia: zona rossa. Casi di Covid giornalieri 15.267 (su meno di 179 mila tamponi) e 354 morti (102.499 da inizio pandemia). Di questi 15 mila casi giornalieri, più di mille verranno ospedalizzati nelle prossime due settimane e svilupperanno varie complicanze a carico di cuore, arterie e vene: complicanze cardiovascolari molto comuni nei pazienti con Covid: 80 su mille un’aritmia, 70 su mille una trombosi, 70 su mille uno scompenso cardiaco, 10-20 su mille un infarto o ictus. Avere tutti questi pazienti in ospedale vuol dire che medici e infermieri non possono garantire diagnosi e cure necessarie a chi ha un problema diverso da Covid”.
“Fino al 28 febbraio”, proseguiva il dottor Pellicori il 14 marzo, a proposito dei bassi contagi nel Regno Unito, “sono state somministrate circa 10,7 milioni di dosi Pfizer e 9,7 milioni di dosi AstraZeneca”.   

Oggi, giorno in cui scriviamo, si può aggiungere che i ricoveri da covid, 29.163, hanno superato quelli del picco della prima ondata, 29.010.

La famiglia cura

Un rifacimento di Nanni Moretti, “Caro Diario”, il caso del tumore improvviso, minaccioso. Altrettanto drammatico, più che comico – il lieto fine è scontato, poiché il regista-vittima è qui a raccontarcelo. In una platea allargata, con moglie, figli, padre, presunzioni, agnizioni. Consolante infine, di buoni sentimenti. E quindi anticonformista: un film diverso.
Doppiamente anticonformista. Il tumore si può curare con un trapianto fra consanguinei, ed è una gara: il regista-vittima pieno dei preconcetti correnti sulla famiglia è sommerso dalla generosità.
Interpretazione super di Kim Rossi Stuart – è un’ondata ormai di attori maschi eccezionali, Favino, Germano, Marinelli, Giallini, Toni Servillo, e Fresi, Carpentieri, eccetera. 
Francesco Bruni,
Cosa sarà, Sky Cinema

domenica 28 marzo 2021

Cronache dell’altro mondo (104)

Alla SCOTUS, Supreme Court Of The United States, si discute, anche in questi giorni di stragi immotivate, al supermercato e contro gli asiatici, della libertà di portare le armi fuori casa. Su ricorso di associazioni e cittadini ammosexual. Non si è mai discussa la libertà di portare le armi.
Si dice ammosexual  l’amante delle armi. La passione per le armi è collegata alla sessualità. Non necessariamente maschile: all’impulso sessuale.
Ammosexual è anche il “partito” delle armi, maggioritario. L’appellativo non è derisorio, è anzi rivendicato, sinonimo di libertà.
Attualmente la normativa è diversa da stato a stato. In Texas si può portare qualsiasi arma in qualsiasi posto. Nello stato di New York non si può andare in giro con le pistole (handguns), ma con le armi a canna lunga sì.
Il diritto costituzionale alle armi nacque per consentire la caccia agli schiavi fuggitivi

“Lu Dante” siamo noi

“Parliamo la lingua di Dante. È un fatto”, statuisce Tullio De Mauro presentando il Grande Dizionario Italiano dell’Uso. Del “vocabolario fondamentale”, aggiunge Manni, “le circa duemila parole a più alta frequenza”, quelle “che esprimono le nozioni indispensabili”, di uso comune, “quasi milleottocento (il 90 per cento) si trovano nel poema dantesco”. Un volume agile ma pieno di cose.
“Perché Dante è il padre dell’italiano” è il sottotitolo. Non si saprebbe dire meglio del direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, l’altro ieri, in risposta a una stroncatura del giornalista tedesco Arno Widmann: “Widmann sostiene che l’importanza di Dante sulla lingua italiana non sia stata così grande, perché i bambini a scuola avrebbero difficoltà a comprendere i suoi testi. Ma non è affatto così. A parte qualche parola e qualche concetto teologico, la lingua di Dante è perfettamente intelligibile ancora oggi, diversamente da quanto accaduto con l’inglese o il tedesco del Trecento, che sono praticamente incomprensibili per gli inglesi e tedeschi odierni”.
Con Dante, col poema, il fiorentino è diventato la lingua italiana. Con alcuni neologismi di suo conio, rimasti inalterati: inurbarsi, fertile, mesto, molesto, quisquilia, denso, bolgia, scialbo, stare fresco, aguzzare la vista, pagare il fio, provando e riprovando. Altri neologismi invece sono caduti (ma “intuarsi”, entrare in te, oggi è recuperato nel quadro dell’empatia….). Con gallicismi in abbondanza, e latinismi. Una formidabile fabbrica linguistica.
Oppure si può dire con Philippe Daverio, “provocatore” che Manni evoca in avvio, che “l’italiano è diventato lingua con il conio del fiorino”. Il conio del fiorino d’oro, 1252, che sarebbe diventata la moneta corrente in Europa, precedette di soli tredici anni la nascita di Dante nel 1265. Fu così che, sempre col Daverio di Manni, “il fiorentino conquistò l’Europa in quanto garanzia bancaria ben prima che conquistasse l’Europa attraverso le sue eccellenze letterarie trecentesche”. Firenze, la città più alfabetizzata, con scuole di abaco promosse dai ceti mercantili, diventa la più ricca, e la più influente, espansiva.
Dante però - la sua lingua, gli stilemi, l’animus - influì non poco in questa conquista, in Italia. Manni censisce “oltre ottocento manoscritti fra quelli trecenteschi e quelli quattrocenteschi” del poema – “nessuno, prima dell’epoca della stampa, ha avuto una fortuna simile”. Il più antico è certificato del 1336, copiato a Genova. E subito popolare: “Già nel 1317”, Dante ancora vivente dunque, “alcune terzine dell’ Inferno vengono ricopiate dai notai bolognesi”. La “Commedia” viene riferita come “lu Dante” in Sicilia nel 1367, come “el Dante” a Firenze nel 1373 in una petizione popolare.
Lo stesso Dante, inoltre, col “De vulgari eloquentia”, “apre la strada alla moderna dialettologia”. E apre la sempiterna “questione della lingua” che caratterizzerà l’Italia. Il suo trattato è anche il primo ceppo della storiografia letteraria. Di più, viene da aggiungere: nella “Commedia” Dante ha un uso contemporaneo, odierno, di termini identificativi dialettali, interpolati qua e là. È padrone della linguia come fosse già di lungo corso, e dell’Italia, dei dialetti.
Manni è storica della lingua (“La lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio”), del fiorentino in specie, del Tre-Quattrocento.
Paola Manni,
L’invenzione della lingua, la Repubblica, pp. 143 € 9,90