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sabato 9 maggio 2015

Problemi di base - 227

spock

Ma questo Italicum stabilizza l’Italia, o la disintegra?

E Renzi, quanto dura?

Se Renzi a fine mese non vince in tutte le regioni ha perso?

La politica spettacolo quanti voti sposta – ovvero: se Crozza si candidasse?

E twitter?

Con Mattarella non c’è più lo Stato-mafia?

Era una cosa che riguardava Napolitano?

C’erano più fotografi a Milano, compresi quelli della Polizia, o black bloc?

spock@antiit.eu

Il mondo è multilaterale, senza l’Europa

La pace di Vestfalia, da cui qui si parte, è inevitabile, Kissinger è pur sempre un vecchio trattatista. Studioso della balance of power, nostalgico del Congresso di Vienna, il suo studio di dottorato, di cui non manca mai di fare menzione. Ma prima di Vienna, e non famigerato, viene l’equilibrio di potenza “vestfaliano”, il primo e più durevole tra gli Stati nazionali novellamente costituiti in Europa, col riconoscimento e la definizione del concetto di sovranità – senza contare che fu il capolavoro del cardinale Mazzarino, lo statista per eccellenza, come Kissinger lo concepisce. Nel mondo nuovo post-ideologico e globalizzato ci vorrebbe una Vestfalia della globalità, un ordine mondiale. Kissinger lo intravede, e sa anche come gli Usa possono gestirlo – il punto di vista è naturalmente americano. Nell’interesse proprio e di ogni altro, è ovvio, altrimenti nessuna “pace” tiene.
Di nuovo dunque cosa ci sarebbe? Che Kissinger a 92 anni è sempre lucido, miglior analista dei fatti internazionali - con la solita cecità per i fatti economici. E per le personalità, i Kissinger, come già Bismarck, o Cavour, o Napoleone? No, almeno due punti fanno questo libro diverso.
La novità è il posto che Kissinger assegna all’opinione pubblica. A quarant’anni dalla sconfitta in Vietnam, da molti addebitata al “fronte interno”, alla tensione antibellica che fotografi e televisioni montarono implacabili, in America, contro la guerra americana in Vietnam. Qui l’allarme è preventivo. Le opinioni pubbliche sono sempre eccessive, nella militanza come nella passività, ma oggi sono qualitativamente diverse, e non per il meglio. Sono praticamente senza giudizio: l’“interazione quasi costante con uno schermo durante tutto il giorno” che “televisione, computer e smartphone formano”, è inaffidabile. Per “la sua enfasi sul fattuale piuttosto che sul concettuale,  su valori plasmati dal consenso piuttosto che dall’introspezione”, dal giudizio. Fattuale per il realista politico è superficiale: il vizio della navigazione oggi rimette in gioco tutti i dati della partecipazione, o controllo democratico. Non solo sugli eventi internazionali, sempre complessi, ma su ogni decisione di politica nazionale, dalle elezioni presidenziali alle scelte locali. Si perdono “la conoscenza della storia e della geografia”, e il senso comune, “la mentalità necessaria per percorrere sentieri politici poco battuti”.
Con questo limite, se esso non dilagherà sugli sviluppi internazionali, un ordine mondiale tuttavia si prospetta. Con al centro sempre gli Stati Uniti - nella “pax americana” cioè, che Kissinger mai pronuncia, insieme lenta e vincolante. Come un condominio multilaterale, allargato alle potenze asiatiche, Cia, India, Giappone, e a una voce latino-americana. Se la balance of power, Vienna-Vestfalia, è il pilastro dottrinale del Kissinger studioso, il multilateralismo è l’opera sua di statista da cinquant’anni, da quando nel 1969 fu associato alla Nsa, la National Security Agency, e poi al dipartimento di Stato. Teorizzato nel 1975-76, subito dopo la crisi del petrolio, è rilanciato ora su scala mondiale. Senza l’Europa.
Oggi come allora, infatti, nel 1975-76, in entrambe le redazioni del suo multilateralismo, Kissinger non fa parola dell’Europa. L’Europa è, come sempre, assente dalla sua geopolitica. Forse in subordine al transatlantismo, che però è dato più per scontato che professato. E comunque non come soggetto autonomo. Se non si può dire dunque una novità, l’esclusione dell’Europa dal concerto mondiale delle potenze è il secondo punto non scontato di questo “ordine mondiale”. Mancante, magari ancora presente e ingombrante ma senza una sua propria funzione. 
Un multilateralismo, con assenza inclusa dell’Europa, che è lo stesso che si prospetta a Pechino, va aggiunto, all’altro estremo del manifesto globale – è un merito di Kissinger, un demerito? Anche a Pechino l’ordine americano è assunto nei fatti, non contestato. In un quadro multilaterale: Usa, Cina, India, America Latina (Brasie-Messico). Con un dubbio: se ci sarà una “potenza Europa”.
Una lettura che è una ventata di rinfrescante conservatorismo: Kissinger sarà stato l’ultimo maestro dell’arte diplomatica, ossia della politica intesa a tenere i popoli fuori della guerra. Lo studio e l’applicazione diplomatica sono in bassa stima, in questa epoca di wilsonismo a perdere, di moralismo e superficialità. Mentre le insidie sono dietro l’angolo.
L’esame di una questione specifica, l’armamento nucleare dell’Iran, basta da solo a far capire la posta in gioco. L’Iran è un grande paese, ricorda Kissinger, di lunga e densa  tradizione e cultura, con ambizioni di potenza regionale radicate e robuste, contro un mondo arabo che per più aspetti ha sempre considerato e considera avverso: religiosi, etnici, militari. I quarant’ani di militantismo khomeinista  hanno radicalizzato questo scontro: con l’Irak, col sunnismo in Libano e Siria, e ora nello Yemen, contro l’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo. L’armamento nucleare è inteso a sancire la rivincita. Ma allora la proliferazione sarebbe incontrollabile: gli arabi confinanti non vorranno restare indietro. Kissinger non ne fa tanto un problema di Israele, d’una reazione israeliana (Israele è, come l’Europa, la grande assente dai suoi scacchieri), ma di reazione del sunnismo, nel Golfo, nel Medio Oriente, Egitto compreso, in Pakistan. Una questione che per un lettore qualsiasi può sembrare marginale, e invece no.
Su questo tema Kissinger è tornato un mese fa sul “Wall Street Journal” con un’analisi spietata dell’accordo che avrebbe chiuso la vicenda, cofirmata dal segretario di Stato di Reagan George Shultz. Obama ha buone intenzioni. Ma l’Iran ha rovesciato la trattativa, “mescolando abilità diplomatica e sfida aperta alle risoluzioni Onu”: “Per vent’anni, tre presidenti di entrambi i maggiori partiti hanno sostenuto che l’armamento nucleare iraniano era contrario agli interessi americani e globali”, l’accordo dà all’Iran “questa possibilità, anche se non piena per dieci anni”. Senza peraltro controlli reali, praticamente impossibili in “un paese vasto e con grandi possibilità di camuffamento”. E senza possibili contromisure: le sanzioni che ora sono state levate saranno difficili da reimporre all’Onu, e potrebbero isolare gli Stati Uniti più che l’Iran. L’accordo riconosce all’Iran la capacità e il diritto all’arricchimento dell’uranio, che era ciò che si voleva prevenire: “L’Iran ha moltiplicato le centrifughe da 100 all’inizio del negoziato dodici anni fa a quasi 20 mila”.
Henry Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori, pp. 405, ril., € 28,

venerdì 8 maggio 2015

Il re del tweet

Se Renzi a fine mese non vince in tutte le regioni ha perso. Delle due regioni di destra prenderà sicuramente una, la Campania, ma non sarà un successo, sarebbe una sconfitta non prendere anche il Veneto.
È l’effetto perverso del vuoto che Renzi ha fatto attorno a sé. A causa della debolezza degli altri, Alfano, Berlusconi, Bersani, Civati, Cuperlo, Grillo in ordine alfabetico. Ma l’effetto è su di lui. Che si presenta nell’unica veste del vincitore senza prigionieri.
Una riproduzione, se si vuole, di Berlusconi e di Grillo. Che però non sono al governo. E Berlusconi, quando c’è stato, ha fallito al contrario, per i troppi compromessi. Mentre è vano attaccarsi al plebiscitarismo, o all’effetto immagine, che sarebbero il modo politico del tempo. Le battute e le comparsate si raffreddano presto, e hanno effetto boomerang sul voto, che è sempre riflessivo – le audiences servono la pubblicità, non segnano il voto. Di più i tweet sprezzanti.
Il partito Renzi ha già di plastica, prima ancora della cura Italicum antiormonale. Come quelli di Berlusconi e di Grillo, sì, ma con una differenza: Berlusconi ha calamitato il voto moderato, da sempre in attesa di patronaggio (riconoscimento), Grillo ha capitalizzato la crisi e la protesta, anche generazionale. Renzi vuole i “riformatori”, una categoria vuota.

Kant si diverte, con Petrarca

Una rarità è anche il libro. Oscar Meo è un fondista di Kant, suo unico oggetto di studio da molti anni, benché corra quasi in solitario. I tre saggi di questa raccolta si occupano del colore nell’estetica di Kant, del problema della verità, più impostato che risolto, e del comico. Il comico in Kant?
Si tratta in realtà dell’arguzia (Witz), di cui Kant tratta nella “Terza Critica”, in appendice, là dove abbozza una tassonomia delle arti. L’appendice ebbe durevole influsso, subito su Jean Paul, poi sull’ironia romantica, su Hegel e fino a Freud. Ma Kant, che ha scritto sul tragico, è insensibile alla commedia – non ne parla mai e quando ci inciampa, nell’“Antropologia”, la aggira - “Perché gli anziani preferiscono la commedia, fino alla farsa”, è più un esercizio sugli anziani che sulla commedia, e così via. Il Witz però lega al gioco, su cui spende qualche parola di più: il “gioco di fortuna”, il “gioco di pensieri”, grazie al quale “alla fine non si pensa nulla”, il “gioco musicale”. E soprattutto, inaudito, è lui stesso un freddurista.
In appendice è riprodotta la controrelazione che Kant dovette tenere, in quanto ordinario, all’assunzione all’ordinariato di Johann Gottlieb Kreutzfeld alla cattedra di Poetica. Una critica bonaria alla relazione del nuovo professore, più che altro una divagazione. Con una micidiale confutazione del matrimonio: “Nel matrimonio accade ciò che Lucrezio dice della morte: «Allora appunto la vera voce prorompe: cade la maschera, rimane la realtà»”. E un  sornione siluro all’innamoramento. Alla poesia dell’innamoramento.
Kreutzfeld ha trovato il culmine della poetica in Petrarca, nell’amore per Laura, “un enigma”, riassume Kant, “degno di Edipo”. Il controrelatore lo compiange: “L’infelice, mi sembra, si affatica inutilmente a spiegare sulla base dei propri principi la castità, l’ardore e la costanza del Petrarca”. Quando si sa che “l’amore fisico è il desiderio della persona amata, mentre del poeta Orazio dice: «Ama i versi, di questo solo si cura»”. Il filosofo disseccato di Königsberg era in realtà sanguigno.
Il seguito sono due pagine sull’amore che Petrarca, “avendo abbracciato una nube al posto di Giunone”, abbellisce “dell’eleganza e dell’ardore dei propri versi e della celebrità del proprio nome”. Due pagine da commedia.
Il finale è memorabile. Petrarca va dal papa, che vuole vederlo, vederlo sposato: “Avendogli questi detto che era addolorato per la sua sorte, e che si sarebbe adoperato perché egli potesse prendere la sua Laura in moglie, il poeta esitò. Poi, alle insistenze del pontefice, rifiutò apertamente. Adducendo di temere che, se avesse sposato Laura, i suoi versi avrebbero perduto di ardore ed eleganza”.
Oscar Meo, Kantiana minora vel rariora, il melangolo, outlet, pp. 137 € 6,46

Fisco, appalti, abusi (70)

Il 730 precompilato non è una semplificazione ma un artificio burocratico in più, a carico del contribuente. Il quale non ha scelta: non può, ma deve utilizzarlo. E deve farlo tramite uno specialista, caf o commercialista. È vero che molti all’Agenzia delle Entrate hanno il doppio lavoro, di pomeriggio fanno i commercialisti.

Il Comune di Roma spende ogni anno per l’assistenza a 240 famiglie rom, 900 unità, in sette “strutture di accoglienza”, 33 mila euro a famiglia, 9 mila a persona. Oltre all’affitto dei sette palazzi. Per un’assistenza indecente: bagni rotti, finestre senza infissi, porte sfondate, filo spinato attorno ai giardini, giardini come discariche.

Per l’assistenza ai rom nei “campi nomadi”, le tendopoli nelle periferie, il Comune di Roma spende ogni anno altri 24 milioni. Pro capite non si sa quanto, poiché i campi nomadi non sono residenze, e un censimento non si può fare. Mentre gli assegnatari o mediatori della spesa (associazioni, enti di beneficenza, onlus) non se ne occupano – se ne guardano. Ma i campi sono in condizioni igieniche a rischio.

L’assistenza agli immigrati è anch’essa un (piccolo) business. Poiché si fa senza controlli di qualità, Mai. Su trenta euro al giorno che il governo spende per ogni immigrato, l’operatore può lasciarsi un margine di cinque come di quindici e venti euro: con poco cibo e scadente, assistenza medica al Pronto Soccorso, niente igiene né ricambi di biancheria.

L’esperienza personale e la rubrica di Paolo Conti sul “Corriere della sera-Roma” (“Ci pensa il Corriere”) confermano che la pratica della sovraffatturazione in bolletta è “normale”, per centinaia di euro – il cui rimborso si farà attendere per anni. Anche per l’elettricità, i cui consumi pure sarebbero rilevabili attraverso il contatore elettronico. Con la complicità dell’Autorità per l’Energia, costosissimo ente pubblico che manteniamo a protezione degli abusi.

La speculazione degli innocenti

Si decuplicano le cubature, si coprono giardini, si sradicano alberi centenari liberamente a Roma nelle proprietà degli ordini religiosi e del vicariato: la crisi delle vocazioni si è trasformata in un business immobiliare grasso e grassissimo. In località cioè quasi sempre pregiate, senza vincoli, su licenze pronte e inattaccabili. A Monteverde Vecchio, in via Innocenzo X e in via Innocenzo Monti, due ex conventi hanno visto moltiplicate in pochi mesi per 5-6 volte le cubature – che ora vengono messe sul mercato ai prezzi massimi - nelle aree verdi spiantate. Mentre il giardino centenario del Gianicolo dietro il convento delle suore Dorotee è stato sradicato per fare posto a un grande albergo Melià – pronubo Navarro Valls, allora potente uomo imagine del Vaticano.
Comitati e proteste nei tre casi (ma più nei primi due, zone residenziali, il Gianicolo è “terra di nessuno”, quello del Melià non è il solo abuso) casi si sono urtati alla (quasi) perfezione burocratica: la speculazione è più che regolare. Garantita dalle autorità comunali di destra e di sinistra con uguale impegno. Anche se i sospetti di corruzione sono plurimi.
I costruttori rilevano le aree conventuali, ormai disabitate, dagli ordini religiosi proprietari come fossero non edificabili, così come dice il catasto. Ma con l’assicurazione da parte del vicariato che il Comune darà ogni autorizzazione alla costruzione intensiva. È un mercato forse gratuito, forse no: anche gli ordini religiosi potrebbe avere di che lamentarsi.
Al centro della “conversione” sono i costruttori: senza i costruttori, senza cioè il flusso di denaro dell’immobiliarista, non si trasformano i conventi. La confraternita francese di Sant’Ivo, sempre nel quartiere romano di Monteverde Vecchio, che non è passata attraverso la commistione pubblico-privato, si è visti bloccati inesorabilmente i lavori per trasformare il giardino in parcheggio. 

giovedì 7 maggio 2015

Ombre - 266

Una sentenza della Corte Costituzionale annulla l’abolizione della rivalutazione delle pensioni al costo della vita. Il governo fa sapere di essere “all’opera per evitarne gli effetti”. Non sembrerebbe possibile, che un governo sia all’opera per vanificare le sentenze della Corte Costituzionale, ma quello di Renzi sì.

Il sottosegretario Zanetti minaccia anzi un’azione contro la contingenza alle pensioni, che dice “immorale”. Un’azione che dice “francescana”. Uno che sta lì non si sa perché. Perché in quota a Monti? Questi professori non finiscono di fare danni. Zanetti, poi, non è neanche professore.

Quanto è francescano, morale, uno Zanetti sottosegretario? Un commercialista che s’industria di non applicare le sentenze della Corte Costituzionale.

Gabrielli, dacché l’hanno fatto prefetto di Roma, imperversa. L’ultima sua, o penultima, è una minaccia: “Requisirò i conventi”. Sottinteso: per i clandestini. Mentre da uomo di sacrestia quale è intende: utilizziamo i conventi vuoti, mettiamo a reddito queste enormi costruzioni dacché le vocazioni sono rare, veniamo incontro agli ordini religiosi e al vicariato.

Il prefetto Gabrielli tace la verità della cosa non per ipocrisia: questa è la realtà di oggi, del giusto e dell’ingiusto, dell’onestà e della corruzione. La legge è fatta dall’ “eterno” partito del potere: non ci sono più né contropoteri né informazione, il potente ha ragione, deve solo dirla.

Il calciatore De Sciglio è punito con un rigore e l’espulsione a 40 secondi di partita: record mondiale e dotti commenti sulla necessità di un simile provvedimento. Due giorni dopo l’arbitro inglese Atkinson non solo non espelle il madridista Carvajal, contro il quale ha fischiato un rigore per fallo da ultimo uomo a un metro dalla porta, ma non lo ammonisce nemmeno. Silenzio.

L’arbitro del record è Mazzoleni. Bisognerà ricordarsene quando si daranno le medaglie alla resistenza a Berlusconi – De Sciglio gioca per la squadra di Berlusconi.

Torme di sciacalli sulle spoglie dell’“Unità”. Non un briciolo di generosità. Nemmeno di intelligenza pratica, su come condurre in porto un fallimento commerciale, risolvere il contenzioso, limitare i danni. Nella disattenzione dei fedeli, ancora ieri osannanti.

La foto ritrae Benigni di spalle mentre celebra Dante al Senato, e di fronte un pannello di autorità su tre livelli, quindici facce. Distinte ma indistinguibili, del tipo sovietico – poco rassicuranti. Tanto più da apprezzare Benigni, che non si è fatto smontare.

Il papa indice il giubileo, il sindaco di Roma Marino chiede un miliardo. Nessuna misericordia – tema del giubileo?

Sono commoventi i partitini costole di Berlusconi, Azione Civica, Ncd, casiniani, che si sacrificano per Renzi. È un atto di generosità pura, perché Renzi non gli garantirà l’elezione: è come cancellarsi dal Parlamento.
O non sarà per un impiego più stabile? Bisogna tenerli d’occhio, alfaniani, montiani, casiniani.

Pagnoncelli dà i numeri: “Scuola, sì alla riforma. Ma il 75 per cento non la conosce”. Per non irritare Renzi?

Il lusso è il mercato del millennio. Capgemini lo calcola in 1.300 miliardi di euro nel 2014, alimentato da 400 milioni di consumatori.
Forse c’è un errore, ognuno di questi spenderebbe tremila euro o poco più. Però l’idea del lusso c’è.

Sono 14 milioni le persone nel mondo con un patrimonio netto, esclusa la residenza, di un milione di dollari. Due quinti di queste fortune sono state create tra il 2009 e il 2014, nella crisi.

Viene un Mr. Bee, affarista thailandese, interessato a gestire alcuni servizi per il Milan, e Milano subito lo battezza “magnate”. Il senso della parola è di grandezza, di munificenza anzi. Ma si può anche intendere un profittatore, è vero.

Sei fotografi, compreso quello che scatta la foto, attorniano due back bloc che bastonano un poliziotto a terra, alla manifestazione di Milano. È giusto lasciare che qualcuno uccida un altro, per poterlo fotografare? Un “problema morale” che Kant non si poteva porre, all’epoca non c’era la fotografia.


Il direttore del “Corriere della sera”, nientedimeno,  viene licenziato. Non ci dicono perché, e nessuno lo chiede.

Montalbano è stanco, e se ne vanta

Camilleri non perde un’uscita, anche se a ritmo ora trimestrale, da quindicinale che era (ha gli armadi pieni, assicura, a novant’anni). Per la gioia dei librai – con questa uscita Sellerio promuove i suoi libri a sconto. Dei lettori un po’ meno: Montalbano e i suoi riduce a macchiette e frasi fatte, la storia cuce con grosse toppe. Ma il commissario è ormai una droga: della stanchezza fa il suo filo conduttore. Ed è sempre scorretto – qui si fa dare una mano dalla mafia: antinconformista e anzi ribelle, nel cloroformio che ci ottunde.
Per l’uscita di quest’ultimo Montalbano il suo autore ha spiegato a “Lettura” domenica che il commissario inconsciamente ha modellato sul papà. Di cui solo sappiamo che fu fascista ante marcia, il tipo meridionale del “fascistone”. Non cattivo e anzi, se necessario, antimussoliniano (Flaiano: “ In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”), ma solido: in famiglia e fuori, con le donne, coi sottoposti e i superiori, col paese, a lui sempre incognito, dopo una vita, e realista. Un uno-tutto, pieno di sé.
Andrea Camilleri, La giostra degli scambi, Sellerio, pp.259 € 14

mercoledì 6 maggio 2015

Letture - 213

letterautore

Corrado Alvaro – Singolare scrittore, d’intelligenza e esperienza cosmopolite, abbandonato alla memoria del piccolo paese d’origine, San Luca nell’Aspromonte. A una fondazione a suo nome, molto volenterosa, ma naturalmente politica e poco studiosa. Moralista acuto e incisivo, del tutto trascurato. Autore anche di narrazioni felici, di grande apertura sulla contemporaneità, ricordato solo per la più provinciale di esse, i racconti di “Gente in Aspromonte”, di verismo ritardato, minuto, micro, al limite del patologico. Giusto perché rientrano nel dolorismo finto che si vuoda pancia piena con cui l’epoca si santifica.

Amore – È scomparso dal Novecento, eccetto che in “Harmony”. E naturamente nel “liquido” (informe) Duemila, che è già adolescente ma non ne ha le turbe. Si dice per la sessualizzazione del tutto, ma allora di un certo tipo. Al tempo di Boccaccio la donna angelicata scendeva dal piedistallo e si toglieva i veli, ma arricchendosi di umori e saperi. Ora si è persa la nozione dell’amore come amare – che è anch’essa del trecento, di Petrarca. Ma si è perso pure il corpo: la licenza è una schiacciasassi. Una macchina livellatrice e non un tempera matite, non acuisce, assottiglia, affina. E non porta a niente, altro che all’insoddisfazione. Si cerca invano, nell’editoria e nelle “culture” dei giornali, il romanzo del corpo, del sesso – il corpo senza anima non è niente.

Campanella – “Filosofo contestatore”, così lo presenta l’edizione Folio dell’“Opera al nero” di Margherite Yourcenar, di cui è uno dei personaggi. Un filosofo si direbbe in effetti per natura contestatore. Ma Campanella in modo speciale, che si fece trentun’anni di carcere, senza nessuna colpa specifica.
Yourcenar lo fa anche cabalista, “sotto la guida dell’ebreo Abraham”. Yourcenar negli anni italiani prima della guerra fu molto attratta da Campanella, che studiò approfonditamente. C’era allora una pubblicistica vasta sul filosofo, poeta e politico di Stilo. Poi lasciato, nel secondo Novecento, alle sole cure di Luigi Firpo, e infine trascurato.

Dolorismo – È il genere del Millennio: l’autofiction dolorista. Di piccole e minute cose, di preferenza – ma certo nel grande dolore del mondo. Non c’è più il sesso nei giochi dei bambini, perversi, ma code tagliate alle lucertole, baffi strappati al gatto, fili strappati al motorino, magari della sorella, e colpi di fionda traditori. Ma: che cos’è una fionda?

Dante – Non si evoca nell’evento recente che più, a suo modo, ha anticipato: l’Olocausto. Né dalla parte degli offesi né da parte degli studiosi – Benigni compreso, che pure lo conosce. Nessun accenno diretto nemmeno in Primo Levi, che pure ha costruito molte testimonianze su calchi danteschi. A cominciare dallo “Hier ist kein warum!”, la risposta della guardia quando il futuro salvato nel suo accidentato tedesco chiede che succede durate la “traduzione”: qui non ci sono perché  – “lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”. Ma poi ovunque: nella “traduzione” stessa, nel triage all’arrivo al campo, nei gironi del lager, nei mondi ultraumani dei sommersi e dei salvati.

Cinquecento – Si legge, bizzarramente, in senso inverso al secolo che fu: brillante, gaudioso, avventuroso. Pieno di guerre e di stermini, come ogni altro secolo, ma inventivo e resistente. Di intraprendenza e innovazione, nelle arti e nel pensiero. Di sfide e rivoluzioni del sentimento religioso e della stessa religione. Pieno di personalità e opere che segnano la storia.
Viene intristito non solo nelle conversazioni di Radio 3  – lì è tutto grigio, nei toni sempre del beghinaggio, sono parte costituente del politicamente corretto (il beghinaggio ha sostituito radio Tirana stentorea). In tutte le evocazioni. Il tono doloroso sembra d’obbligo e non si vede perché. Soprattutto nelle rappresentazioni mediatiche, per effetto dei suoni: la musica vi era ilare, di ballo, di battaglia, d’amore, con fanfare eccitanti e melodie eccitate, ma si fa risuonare afflitta e afflittiva.

Machiavelli – È grande, e dura, perché “cattolico”: Corrado Alvaro mette “Il principe” tra i pochi, una dozzina, libri dal salvare (“Libri di cento pagine”) per un motivo particolare, per il suo “residuo religioso”, il suo essendo “un pessimismo di natura religiosa”. Machiavelli, argomenta Alvaro, “non servì mai come guida” politica, né vivo né dopo morto. Fu ed è ammirato per lo “stile da narratore, da conterraneo di Boccaccio”. La sua cattiva fama è dovuta ai religiosi: “Egli fu odioso a tutta la riforma protestante, a tutto il protestantesimo religioso e laico, al puritanismo religioso e politico, alla stessa Controriforma”. Non senza ragione: “Egli era cosciente dell’inefficacia della religione come fatto universale, pur augurandosela come regola e morale nazionale”. Ma era “proprio italiano e ben intriso del cattolicismo nostrano, cioè della visione cattolica delle cose del mondo, col suo senso della natura umana, delle sue debolezze e della sue magagne, mentre il puritanismo fonda la sua mortale su un’immagine ideale della natura umana”.  Modelli a cui il cattolicesimo stesso diede dei contributi, Savonarola, Campanella, Bruno, seppure spesso in sospetto di eresia. Machiavelli ne rifuggì per quello che si dice il suo realismo, che è invece un umanesimo “romano”, cattolico.                                                                                                                                                   


Mahler – Honeck lo restituisce, con l’orchestra di Santa Cecilia, a Vienna. Melodico, ritmico, idillico, giocoso “umoresco”, ilare. E al secolo, di cui è la traccia dominante, ripreso perfino tematicamente dalle tante musiche da film. Apparentato a lungo a Schoenberg, semmai suo epigono, e quasi dodecafonico e atonale, a uso – e per la protervia – delle avanguardie.  Tradito, forse, anche da un malinteso trionfalismo etnico, dai riflessi condizionati popoviani. Mentre è tardoromantico, con le “musiche a programma”, sui temi e le canzoni del “Corno magico”, la bibbia del protoromanticismo.
La filologia musicale è poco rispettosa. Giusto di quel tanto per appropriarsi del già fatto, con trascrizioni, adattamenti, riscritture. 

Sherlock Holmes – Il suo procedimento è il paradosso. Eco e altri scienziati del linguaggio hanno molto riflettuto sul suo modo di pensiero, se è induttivo o deduttivo, mentre è semplicemente paradossale. Quanti indizi Shelock Holmes non accumula, per poi spazzarli via? Un doppio o uno specchio di Conan Doyle, il suo autore. Della forma mentis di Conan Doyle, uno che si voleva soprattutto scrittore d’avventure, ed era fermo spiritista.

Sofferenza – ll lettore attento, quello che come voleva Voltaire legge con la matita in mano, con la quale sottolineerà per ricordare e argomentare, ripetendo nel suo piccolo le glosse che fanno ricercati e famosi i libri letti dai grandi autori, si vuole sofferente. Spulciando i libri d’occasione, troppo spesso purtroppo inappetibili perché sottolineatissimi, i passi più marcati sono quelli in cui si dà atto che siamo in un valle di dolore. Rare le sottolineature di passi che si vogliono brillanti, o ingegnosi, o sentenziosi – del genere “Cavour fu un leone nelle sembianze della volpe”, “L’amore è una fenice”, “Ognuno è un’isola”.

letterautore@antiit.eu

L’Easy Rider del Cinquecento

Sembra un “Easy Rider” classicista, talmente è spontaneo, ma è il romanzo di Yourcenar giovane italianista ottant’anni fa, amica e corrispondente di Evola e altri sulfurei protagonisti della Roma prebellica. Rifacimento a più riprese, spiega nella dettagliata nota alla riedizione 1976, di una delle sue prime prove, “D’après Dürer”, una cinquantina di pagine, confluite nel 1934 con due prove analoghe, “D’après Greco” e D’après Rembrandt”, nel volume “La Mort conduit l’Attelage”. Residui “isolati di un enorme romanzo concepito e in parte febbrilmente composto tra il 1921 e il 1925, tra il mio diciottesimo e il mio ventiduesimo anno”. Il romanzo di due secoli, abbozzato in questa prima parte, l’unica poi compiuta, in dettaglio e nell’insieme. Con una sapienza, anche, vertiginosa: di uomini, cose, fedi, saperi, eventi, paraventi, su una tela di verità storiche bene individuate..  
Attraverso Zenone, alchimista e medico itinerante, com’era l’uso fra i giovani studiosi, Yourcenar rappresenta il Cinquecento. Il secolo multiforme e fertile a cui l’Europa deve la sua ora declinata fioritura. Lo fa partire da Bruges, suo proprio luogo di riferimento, delle memorie familiari, in assenza di una patria, fiammingo che emigra in Francia, sulla strada per Compostela, e gli fa attraversare i centri culturali e politici dell’epoca, condividendone i fermenti. Soprattutto italiani: molto Leonardo, molto Campanella, Bruno, Cardano, Della Porta, Pico della Mirandola, e altri – ha anche un parente canonico, bibliomane, che a Bruges si chiama Campanus. In una rappresentazione filologicamente accurata, mai arronzata. Compresa l’unitarietà cristiana, cattolica, del secolo, malgrado gli scismi.
Il vero Zenone fu filosofo a Elea, vicino ad Agropoli. Molto amato da Platone, che lo dice “alto e di bell’aspetto”, e “identificato in gioventù come l’amasio di Parmenide”, il caposcuola di Elea. Aristotele lo ricorda come l’inventore della dialettica. Plutarco come maestro di Pericle. Di suo, è negli annali per i paradossi sul moto: Achille e la tartaruga, la freccia, lo stadio. Nel romanzo è una spugna, ricettiva, riflessiva, del secolo spumeggiante. Ne sarà vittima, ma non è ribelle (vittimista): vive la sua libertà, è testimone del tempo.
Una lettura posata, riflessiva. Solo lievemente trasgressiva – e a patto di avere presente Sesto Empirico, gli “Schizzi pirroniani”, 170: Zenone il filosofo aveva in grande stima egiziani e persiani perché sposavano le sorelle e le madri. C’è un incesto nella sessualità indistinta e pervasiva di Yourcenar? Crebbe col padre dorato, la madre essendo morta partorendola. Zenone è personaggio inventato, avverte la nota 1976, un nome tratto da Montaigne. In Montaigne ricorre, 1168, in questi termini: “Si dice che Zenone ebbe a che fare con una donna una volta sola nella vita, e per urbanità, per non sembrare disdegnare troppo ostinatamente il sesso”.
Un’epoca recente che sembra remotissima. Quella di Yourcenar, non il Cinquecento: ancora vent’anni fa si gustava Yourcenar, oggi solo parlarne è una bizzarria – “leggi ancora Yourcenar?” Molto si è formata su Walter Pater, “Mario l’epicureo”, e i “Ritratti immaginari” – un’ascendenza che critici e biografi omettono: qui si vede. Su Maeterlinck ovviamente, la sensibilità umbratile, i personaggi allusi più che contornati. Ma soprattutto con D’Annunzio: tutto li lega, il gusto classico, la lingua, il modo di vita, il cosmopolitismo, la sensualità coltivata – solo temperata in Yourcenar dalla frugalità americana dell’età matura.
Marguerite Yourcenar, L’opera al nero

martedì 5 maggio 2015

La legge della fine

È stata varata come l’inizio di un’era. Ma l’era potrebbe debuttare con la fine di Renzi, il suo promotore. Che è a tutti gli effetti uomo solo al comando, avendo rotto i ponti con tutti – ai piedi gli restano i perdenti posto, alfaniani, montiani, casiniani. Una legge elettorale contro tutti, e contro il proprio partito, era ancora da vedere – con un altro presidente della Repubblica, e un’altra Corte Costituzionale, sarebbe stato perfino inconcepibile.
Visto da fuori, per esempio dal pizzo di una montagna dopo due giorni di trekking e senza campo, Renzi appare un treno deragliato. Dove pensa di andare senza alcun contatto col parlamento e i partiti? La pattuglia delle collaboratrici, per quanto belle a brave, è una sua estensione. Come fa un capo del governo a non parlare con gli altri politici? Crede veramente che la politica sia oggi plebiscitaria? Cioè, che un o va ad “Amici” e zàcchete, la audience cresce.
Dice: Berlusconi ha avuto successo così, con la strafottenza. No, Berlusconi ha avuto successo perché prometteva il contrario di così. Ed era il solo a farlo, per quanto inaffidabile.

I cavalli di razza 2

Ritorna il Fanfani-Moro? Il moroteismo non si vede, però è vivo, anzi – in queste Camere – vivissimo. Anche i vantaggi alla partenza sono distribuiti in modo diverso: Letta che pensa di affossare Renzi appaiandolo a Berlusconi è poco furbo, mentre Moro era furbissimo – tatticissimo (e non ha capito niente di Berlusconi, Letta, al contrario di Renzi).
Ma Renzi è senza equivoci il Fanfani del 1958 che va come un treno: l’uomo del fare, forte di quello che ha fatto e per questo sicuro che tutto gli riuscirà. E Letta è nella stessa posizione di Moro, che partendo da fermo riuscì ad appaiarsi al cavallo di razza e addirittura a sopraffarlo.
Altre analogie sono l’autocancellazione della sinistra Dc, a favore del moroteismo. Tutti i prodiani - per esempio Boccia. Rosy Bindi che è se stessa. D’Attorre che è (era) De Mita. E altri che non vale la pena stare a ricercare.
La sorpresa è la cancellazione dell’ex Pci. Netta. Non asfaltato dai cavalli di razza - che del resto sono stati messi in corsa con ottimi vantaggi da Napolitano al Quirinale. Ma autocancellato – se non sui media, ma lì giusto per fare chiacchiere. I nomi già dicono l’irrilevanza: D’Alema, Veltroni, Bersani, e gli epigoni, Cuperlo, Civati, Fassina (vice-ministro dell’Economia…). Al centro e in periferia: il credito di Civati e Cuperlo a Milano è zero.
Anche il credito di D’Attorre a Melfi, o in Calabria, è zero. O di Boccia a Bari. Ma come tutti gli (ex) Dc i due sono tenuti in corsa dai cavalli di razza. Sono lettiani, per dire, ma ci stanno ripensando – era un classico anche tra i morotei, mai oltranzisti.
L’unica vera perplessità è il record di Fanfani. Delle cose fatte, più che della durata politica. Una semplice lista dà la misura della sfida che per Renzi si pone: la riforma agraria, il piano casa, la liberazione delle campagne dalla mezzadria, i piani verdi per il rinnovamento del’agricoltura, ottimi, i rimboschimenti, le autostrade, la Rai, gli Enti economici (ora “campioni nazionali”), che ogni anno pagano al Tesoro una decina di miliardi di dividendi, l’edilizia popolare, con due milioni di vani, 350 mila case, in quindici anni, la scuola media unificata, superba istituzione, coi libri gratis, il doposcuola e gli edifici scolastici, di cui metà degli ottomila Comuni d’Italia non disponeva, si andava a scuola dove capitava, il centrosinistra, il centrodestra, il quoziente minimo d’intelligenza per i diplomatici, che ne erano privi, la moratoria nucleare, la nazionalizzazione dell’elettricità, seppure a caro prezzo, le regioni, idem, la direttissima Roma-Firenze, il referendum popolare, gli opposti estremismi, e i dossier, di cui montò il primo, lo scandalo Montesi, contro il venerabile Piccioni. Infine l’austerità, che dal 1974 ci governa, prontamente adottata da Berlinguer, e dal papa Paolo VI alla finestra. E il divorzio, da lui sancito contro la volontà, invece, del papa.  Anche lui stava sereno: “Affrontiamo l’austerità con animo sereno” disse nel 1974, nella prima grande crisi del dopoguerra.

Secondi pensieri - 216

zeulig

Atletismo – In una col giovanilismo o rottamazione, è il segno del tempo. Per la fitness dilagante e per la vita ordinaria. C’è sempre un canone a cui adeguarsi, e questo è naturalmente regolare, proporzionato. Non solo la forma (aspetto), anche il modo di relazionarsi dev’essere proporzionato: diretto, scattante, semplice. E senza residui. Non ha più titolo la riflessione, l’esperienza (saggezza), la lentezza.
Per questo la politica è in bassa fortuna? Aggrovigliata – filosofia che si diletta di parerga.

Cinema – È parte del linguaggio comunicativo invece che visivo – delle belle arti. È forma composita ma indubbiamente narrativa e argomentativa - prosastica e poetica - benché proceda per immagini e anzi effetti di luce. E temporale, scandita dal tempo. È l’articolazione linguistica della luce.

Corpo – Resta immerso, malgrado il freudismo e il pansessualismo, o a causa di esso, nella esecrazione pitagorica. Dell’ascesi come paradigma umano. È un danno? Sì, all’ingrosso e all’analisi.

La malattia ne certifica l’autonomia: un perturbante, che resta, malgrado i progressi, indomabile. Non è prevenibile. E comunque resta più forte, insidiosa. Anche quella psichica, che è comunque chimica.

Globalizzazione – Funziona e anzi fa tendenza nelle arti, è esile a trascurabile sulla pagina: zero in filosofia, poco più (meno?) di zero in romanzi e versi. L’indistinto, detto anche fusion, sembra privilegiato nel segno ideografico – modelli, forme, superfici, colori. O lo privilegia – è già distinta la corsa al non memorabile, le tendenze mutano con gli anni, e anzi con i mesi, il nome di ieri è già trascurabile. Il linguaggio articolato (parlato, scritto) sulla pagina, al teatro e al cinema, è invece refrattario – i suoi best-seller si dimenticano mentre si leggono. Anche perché lettura e scrittura fanno parte dello stesso impulso alla velocità che caratterizza la globalizzazione. Ma sia la lettura che la scrittura sono resilienti, e anzi possessive: se non si appropriano, di una qualche forma di interesse, attenzione, memoria, non si appagano.   

Misticismo – È il regno-segno della volontà assoluta, assorbente. Se la volontà progetta di annullarsi, e vigila ferrea. Una volontà devastante, il suo fine essendo l’annullamento di sé. Non un suicidio, che è la resa e l’abbandono, ma l’impresa. Per un fine certamente nobile, dimettersi da creatura per dissolversi in Dio, ma di ferma determinazione.

Paradosso – La mossa del cavallo del pensiero. La manovra diversiva dell’arte militare. Un pensiero ninja. Non proprio avulso e anzi sempre to the point, ma irregolare e imprevisto.

Queer – La teoria queer della sessualità e del corpo e – a breve giro di posta – la teoria contro-queer, della sessualità imposta o colpevole e non naturale, è tutta femminile. Judith Butler, con Teresa De Laurentiis, Monique Wittig e altre, contro Sheila Jeffrey e altre.
È tema (problema) femminile o femminista, di un genere o una politica? Sovversiva, ma di distruzione o costruzione?
Wittig, Preciado, Boursier promuovono la prostituzione, la pornografia e la macerazione fisica (il sadomaso, in antico il cilicio e altre pratiche analoghe) come pratiche di desublimazione del sesso, mentre ne sono la obliterazione. 

Segreto – È strumentale. Non è la menzogna, o una non-verità, ma un modo di porsi di una verità.

Koyré (“Riflessioni sulla menzogna politica”) distingue le società segrete dalle “società di segreti” – la “società” hitleriana degli anni 1920. È un primo passo verso la verità del segreto – la verità operativa, poiché il segreto è strumentale. La carboneria, le Br, Al Qaeda, l’Is sono strutture segrete ma dichiarate, perfino esibizioniste. Le massonerie sono un segreto ostentato, con sedi, simboli e cerimonie, ma a fini non dichiarati - quella di Hitler è stata a lungo tipicamente una.

Ma fare le parti è esercizio fine. Koyré spazientito attribuisce “l’impulso al segreto” (menzogna, criptico) su basi etniche e di mentalità:. “Citiamo a caso l’impulso alla menzogna del giovane spartano o del giovane indiano; la mentalità del marrano o del gesuita”. E non a “società (mentalità) di segreti”  ma a attitudini e gruppi piuttosto resistenziali, di lotta. Li cita a caso?

Sesso – La fobia del sesso, clericale, beghina, è analoga al macchinismo di La Mettrie: entrambi prescindono dalla volontà e l’intelligenza. La hantise del rapporto carnale è un riflesso condizionato più che culturale o indotto.

Suicidio – Quello pubblico, di Catone e della libertà  romana, o della elefantessa in cattività allo zoo di Roma, è poco artistico, rileva Corrado Alvaro (“Il mammismo”, in “Il nostro tempo e la speranza”): “Il dramma di Catone che si uccide per la libertà perduta è il  solo suicidio che percuota di reverenza l’antichità e i teologi  stessi e Dante. Ma suscitò sempre mediocri opere d’arte, mediocri tragedie, e  solo qualche buon elogio accademico. È la vita che suscita il dramma, è la sopravvivenza agli orrori, ai lutti e alle catastrofi. Anche al colmo della disperazione, il dramma antico non conosce il suicidio, come non lo conoscono, in genere, le belve”. 

Tempo - Si può dire fermo delle società primitive - o antiche, come è ora d’uso chiamarle. Stabile e ripetitivo. Mentre è svanito nel mondo della velocità: non moltiplicato ma cancellato – sogni e desideri, lo spettro lungo del processo volitivo-cognitivo, dell’impossessamento della realtà,  non hanno tempo di definirsi (realizzarsi, spegnersi, rigenererarsi). Gli subentra l’inquietudine: non passato né presente, un tempo in sofferenza.  

Transgender – È il no gender. L’esito è la cancellazione del genere, non la moltiplicazione. Sarà un esito di libertà, ma allora di libertà come privazione – come tagliarseli.

zeulig@antiit.eu

Derrida non ha tempo per la menzogna

“Sarà sempre impossibile provare, in senso stretto, che qualcuno ha mentito, anche se si può provare che non ha detto la verità”. Di che parliamo, dunque? Della filosofia soprammobile, un ricamo. Elaborata al solito, ma Pinocchio ne sapeva di più.
Una “storia” argomentata attorno a una curiosa storia: quella del silenzio della Francia, di De Gaulle, di Mendès-France e di Mitterrand ugualmente, sulla responsabilità nazionale nella persecuzione e lo sterminio degli ebrei francesi. Attorno a un articolo del francesista americano Tony Judt che lo disse. Meravigliandosi, nel suo specifico, del silenzio degli intellettuali, Derrida compreso, più che della politica. E di intellettuali adusi a impegnarsi con veemenza su ogni possibile buona causa. È una menzogna, dice Derrida, perché io con altri 200 ho firmato nel 1992 un appello a Mitterrand che riconoscesse la colpa della Francia. Mitterrand decise di no. Chirac, il suo successore di centro-destra, che aveva avuto col socialista Mitterrand una coabitazione infelice a capo del governo, per prima cosa riconobbe la responsabilità nazionale nello sterminio.
Che verità trarre da questa storia? Derrida non lo dice – è indignato contro Judt. Ma la storia della menzogna finisce per non farla, perché la materia è sfuggente: “La dimensione performativa fa la verità, come dice Agostino”. Ogni Stato e ogni entità che fa il suo diritto fa la verità. Si prenda proprio il delitto più esecrando, lo sterminio: “Ovunque fosse contestata la competenza del Tribunale di Norimberga,  tutta la struttura teorica che stiamo analizzando in questo momento ne sarebbe colpita, o addirittura distrutta. È inutile insistere sulla difficoltà e l’enormità della posta in gioco”. Con esempi non contestabili: “Dov’è oggi la «verità» sulle frontiere nell’ex Jugoslavia”, una volta dissolto lo Stato federale, “in tutte le sue enclaves, separate o inserite in altre enclaves, in Cecenia, in Israele, e in Zaire? Chi dice la verità e chi mente in questi territori?”.
Bene. Ma, non volendo divagare, è vero quello che Judt diceva. Non c’è stato in Francia, e non c’è dopo Chirac, niente di paragonabile a ciò che si è detto e fatto in Germania e Italia sulle responsabilità nello sterminio degli ebrei. Non mobilitazione politica, né ricerca documentaria e analisi storica. E solo due processi, di cui il secondo, a carico del prefetto Papon, il solo d’effetto sull’opinione pubblica, intentato per un intrigo politico. E dunque la verità? Scrittori e giornalisti filotedeschi erano stati giustiziati con giudizio sommario nel 1945, ma come vittime al silenzio.
Per il resto la storia è una demolizione di Hannah Arendt, “Verità e politica” – che è la cosa di lei più onesta, e dritta al punto (corredabile con “Lying in politics: reflections on the Pentagon Papers”). Quel tanto di buono in questo suo saggio, se c’è, è di Alexandre Koyré, delle sue riflessioni semiclandestine del 1943 (“Riflessioni sulla menzogna politica”, tradotto vent’anni fa da S.Nigro), conclude Derrida – insinuante: “Non se se le ha lette, o ne ha sentito parlare”, sapendo che H.Arendt non le cita. Come se Derrida volesse fare i suoi conti con Arendt e Judt. Con Arendt la partita è doppia, Derrida è geloso anche della “disobbedienza civile”. Quella sulla menzogna è lunga, ripetitiva e inconcludente - rabbiosa, astiosa.
Nello specifico, “performativo”, il temine risolutore, Derrida lascia nebuloso: “Voglio precisare anche molto rapidamente, non avendo qui il tempo di dire di più, che mi servo con una certa facilità della parola «performativo», lasciando da parte molti problemi che ho formulato altrove sull’opposizione performativo\constativo,  sui suoi paradossi e soprattutto sui limiti della sua pertinenza e della sua purezza”. Cioè? Altrove è in Derrida, “L’università senza condizioni”: un gioco dell’oca?
Jacques Derrida, Storia della menzogna, Castelvecchi, pp. 111 € 12

lunedì 4 maggio 2015

L’epica della guerra trucida

È un anno ormai di rievocazioni della guerra 1914-1918 e non si va oltre le celebrazioni di rito. Non uno studio nuovo, non una riflessione, non l’incredibile distruttività della guerra di trincea, in termini militari oltre che umani. Non l’impiego ininterrotto, per dieci, quindici, venti offensive in continuazione, delle stesse unità, senza mai un turno di riposo, con decimazioni dei ranghi fino alla metà degli effettivi – di cui fu vittima celebre la Brigata Catanzaro che infine si ammutinò.
Nemmeno un cenno alle esecuzioni sommarie per scarso rendimento, una barbarie. Di reclute peraltro quasi sempre male addestrate e spesso male equipaggiate. Sono la parte più viva, e raggelante, di “Addio alle armi” di Hemingway, un americano tosto. In Italia nessuno ne ha scritto, dei tanti cantori dell’epopea del carso. Solo Corrado Tumiati, in brevi racconti, che sono una rarità bibliografica.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (244)

Giuseppe Leuzzi

Si parta da Roma per Milano, 600 km.: “Buon viaggio”. Al più: “Quanto ci metti?”
Si parta da Roma per Reggio Calabria, 700 km.: “Ma è lontano”. “Una sfacchinata”. “È pericoloso”. È terra incognita.
È vero che da Roma a Milano si può andare in treno in tre ore – da Roma a Reggio invece in sette ore.
Ma da Roma a Reggio Calabria non c’è da fare la Firenze-Bologna. Anche la Roma-Firenze non è male

A metà Settecento, sui 2.700 centri rurali del Regno di Napoli, oltre 1.200 erano infeudati a Genovesi, banchieri e affaristi.

Inzaghi preferì fare la riserva nel Parma piuttosto che andare in prestito al Napoli titolare, rischiando la carriera – era agli inizi. Ora il Napoli lo condanna ad allenatore di seconda o terza fascia. C’è una giustizia nello sport.

La tragedia greca della mafia
Si legge con sgomento sul “Corriere della sera” l’esumazione che del “suicidio” di Maria Teresa Cacciola fanno i giudici di Palmi:
“Una tragedia greca” definisce quella morte il pubblico ministro Giovanni Musarò agli “increduli parlamentari della Commissione antimafia”.
La tragedia è che Maria Teresa Cacciola, pentita di ‘ndrangheta, è tornata al paese, a Rosarno, per vedere i suoi figli, e qui ha trovato la morte – per “suicidio”. Dov’è la tragedia?
Nello Stato che non ha preso i figli e glieli ha portati nella residenza protetta da collaboratrice di giustizia. Non ci ha pensato? Era difficile farlo? La patria potestà non era della mamma piuttosto che dei nonni? Elementare.
Nello Stato che ne ascoltava le conversazioni allarmate, con intercettazioni telefoniche e ambientali, sulle intenzioni della famiglia una volta che lei fosse tornata a casa e non è intervenuto. Non è intervenuto per impegno culturale, per lasciare che la tragedia si compisse? Ma la tragedia che si compie è altra da quella che si scrive.
Non si possono nemmeno pensare i giudici di Palmi occupati a farsi belli col clima tragico. Gli riuscirebbe meglio processando lo Stato che espone i suoi collaboratori.
La verità è che allo Stato, giudici compresi, non gliene fotte nulla delle vittime della mafia. Nemmeno della ‘ndrangheta – giusto a Milano, per indorare l’Expo.

Alvaro a Milano
“Mi accadde stranamente in una grande città del Nord, di domandare dove si trovasse una certa strada, e di sentirmi dire: “Non ho il tempo per rispondere””, ha lasciato scritto Corrado Alvaro nel 1952. Questo è stato detto anche anche di recente, se ne può dare testimonianza personale – la “grande città”, la “città industriosa” si sa qual è. E girandosi attorno, allora come di recente, “tutti avevano l’aria di reggere la grande città industriosa sulle spalle, e l’Italia, e la civiltà”. Ma l’avrebbero detto a un tedesco? Alvaro avrebbe opinato per il no.
Alvaro ha scritto molto, di molte città e paesi. Ma non di Milano, dove era editato, seppure senza glamour, e a lungo aveva scritto per il giornale locale. Non ricorda naturalmente nulla di così sgarbato in nessun posto dei tanti nel mondo dove è stato. Anzi, al primo ricordo un altro gli si accavalla: “Verso sera ebbi bisogno di rivolgere una domanda simile a un altro passante che mi pareva meno preoccupato di pensare…. E mi sentii rispondere: “Terrone, vattene al tuo paese””. Di questo non possiamo dare testimonianza, avendo altra apparenza, grazie anche a un accento acquisito che spesso a Milano propizia un ammirato “l’avevo scambiata per un tedesco”. Ma non c’è motivo di metterlo in dubbio, dopo tutto ciò che la Lega ha rivelato, a noi che sapevano tutto di Milano, anche i film al cinema Pasquirolo.

Il disprezzo è delle vittime
“Gli uomini credono di disprezzare il delitto: in realtà disprezzano la debolezza della sventura”, annota Simone Weil analizzando le “Forme dell’amore implicito di Dio”. Non i Riina ma gli Spatuzza e i Brusca, i killer volenterosi e stupidi – ma anche i Riina. I ladri poveri. I furbi incapaci.
E il viceversa è vero: non c’è mafia senza onore (ricchezza, potere politico, astuzia, brutalità). Senza un marchio di superiorità.
“Si deve eccettuare solo il caso di un delitto che per una qualsiasi ragione abbia prestigio”, continua infatti la filosofa, “(com’è il caso, spesso, dell’assassinio, poiché implica una momentanea potenza) o che sia avvertito, da chi ci giudica, come una colpa irrilevante”. È il caso delle stragi di Riina, contro gli altri mafiosi, contro i giudici, e contro gli italiani inermi. E per converso, nel senso della disattenzione o dell’irrilevanza, di tutto l’armamentario mafioso degli “avvertimenti”: minacce, bombe, soprusi, spari intimidatori, incendi mirati (anti-assicurazioni), incidenti simulati.
Un terzo ingrediente si ricava dalla stessa pagina delle “Forme del’amore implicito”: “Tutto è combinato fin nei più piccoli particolari, fine nelle inflessioni di voce, per renderlo una cosa spregevole, un rifiuto agli occhi di tutti e anche ai suoi. La brutalità, la superficialità, i termini sprezzanti, i sarcasmi, il modo di rivolgergli la parola, di ascoltarlo o di non ascoltarlo, tutto è ugualmente efficace”. Ma con uno slittamento semantico: oggetto della disattenzione e del disprezzo non è il (piccolo) delinquente ma la vittima di mafia.

Tutto è ‘ndrangheta
Non c’è più mafia (non c’è nemmeno camorra) anche perché c’è la ‘ndrangheta. Ovunque – non proprio ovunque, mancano la Cina e l’India, ma ne siamo sicuri? Carabinieri e Finanza – la Polizia si è defilata – e i Procuratori palermitani e napoletani (non ce ne sono di altra origine?) solo vedono ‘ndranghetisti. Ma sono i più o i meno pericolosi, nel senso del quieto vivere? Dopo lo Stato, certo. Certo è che la ‘ndrangheta ha fatto piazza pulita di ogni altra mafia, oltre ad avere occupato l’Italia dalle Alpi al Lilibeo, l’Europa da Cadice a Vladivostok, e l’America, del Nord e del Sud.
Un problema però resta, un’utile esercitazione vi si potrebbe svolgere. La ‘ndrangheta ha occupato, oltre che l’Italia tutta, degli ottomila Comuni, anche la Francia, la Germania, la Spagna, l’Inghilterra, il Belgio e l’Olanda, la Scandinavia, l’Est Europa, la Russia, gli Stati Uniti d’America e l’America Latina tutta, col Nord Africa, e questo non è possibile. Cioè: la ‘ndrangheta è familistica, no?, si fida solo dei legami di sangue. I calabresi sono due milioni. Dai quali, togliendo gli anziani, i bambini, le casalinghe, occupatissime a cucinare in continuazione, e gli scemi, diciamo che solo un terzo, al più, è abile alla leva. Di questo terzo, la metà almeno non sono attivi: hanno pensioni d’invalidità, e passeggiano per il paese. Dall’altra metà bisogna togliere i preti, le beghine, i giudici, gli avvocati, i molti giornalisti online, i pittori, i poeti, e gli operatori antimafia. Restano 300 mila persone abili e arruolate? Sono di meno, ma siano pure 300 mila: poiché ogni clan familiare è in guerra con almeno un altro, la forza di pronto intervento all’esterno si dimezza. Siamo quindi a 150 mila. Che sono un bell’organico, ma siamo sicuri che siano tutti in grado di viaggiare? Medellìn, Minsk non sono all’angolo di strada.

leuzzi@antiit.eu

La filosofia ignorante del corpo

Nessuna filosofia è riuscita a fare i conti col corpo, troppo ingombrante. Michela Marzano si accontenta di questa conclusione. Repertoria quanto si è detto, da Platone a Nietzsche, anzi a Husserl e a Merleau-Ponty. Con assenza vistose: la patristica, l’ascetismo, Foucault. Con poca malattia, anche. L’attenzione concentrando sulla contemporaneità: Gibson, Cronenberg e la vita elettronica, il loro predecessore barone d’Holbach, i lifting e i trapianti sullo stesso piano, della testa incluso, Orlan transmedia e femminista, le SS, Sade, Judith Butler e il transgender.
Il più resta da indagare. Marzano, che ha insegnato a Parigi prima di farsi deputata di Letta, ha una lunga bibliografia in materia, ma non si avventura. Da questa piccola summa dispensa perfino i sensi e la sensualità. Se non per rilevarne l’assenza: “Questo campo è stato lungamente trascurato dai filosofi”. E fermarsi a Freud, al sesso. A un certo tipo di sesso, perché “la sessualità è un luogo di paradossi” – bisognerà rivalutare il paradosso?
Michela Marzano, La filosofia del corpo, il Nuovo Melangolo, pp. 108 € 13 

domenica 3 maggio 2015

Stupidario politico

All’Italia il record dei governi brevi dal 1970 in poi: un governo e un quarto ogni anno.
Secondo nell’instabilità viene il Libano con un governo ogni due anni – anche la Russia ha un governo ogni due anni, ma lì li fa sempre Putin.

In disaccordo sulle legge elettorale del proprio partito, 32 deputati democratici, ma forse sono 22, vorrebbero fondare un nuovo partito.

Cento collegi elettorali, cento capilista bloccati – cioè nominati del partito. È la legge elettorale del Pd che si sta votando.

La legge elettorale Pd prevede la possibilità di candidarsi in dieci collegi elettorali diversi, e poi optare.

Due candidati di destra alle Regionali, in Veneto e in Puglia: per far perdere il proprio schieramento – nelle due regioni vince chi prende più voti, senza ballottaggio.

Il papa indice il giubileo, il Comune di Roma vuole un miliardo.

Il nostro tempo senza speranza

“Tutti cercano di farci paura, i giornali, i manifesti, i discorsi. Tutto ciò manca di dignità, di onestà, perché non si può avvilire l’uomo al punto di fargli perdere ogni fede in sé, negli altri, e in qualche cosa di più alto. E i giovani non potrebbero essere più umiliati”. Quando, ieri, oggi? Ieri e oggi. Sono riflessioni scandite dalla misura dell’elzeviro, cinque cartelle o tre, ma dense, da grande moralista, quale Alvaro, narratore mitico, viaggiatore attento, era nel fondo. Della qualità di Montaigne – un Montaigne cui manca il contesto: una grande civiltà. Meglio: tra Barthes (“Mitologie”) e Montaigne. Senza l’aisance del Grande Borghese (“la vita è breve, ma per lottare contro lo spettro del bisogno è piuttosto lunga”), ma non per questo arcigno, ugualmente di spirito aperto. Per quel fondo inesauribile che è la tradizione in cui Alvaro si è innestato per nascita, per quanto in ambiente impoverito, degradato. 
“La prima fatica che vediamo nella vita è quella delle donne”. Della madre prima, poi delle spose. “Le donne che portano pesi” è il titolo di questa riflessione - “le donne del popolo in genere, del popolo meridionale in specie”. Non si ristampa questa raccolta di riflessioni attualissima, cioè sempre interessante alla lettura: testi brevi e incisivi, che reggono a distanza di settant’anni, anche se l’Italia si direbbe del tutto diversa. Delle donne e degli uomini. Dei giovani e dei vecchi. Dei figli che dovranno accudire i padri, una novità della storia. Nella famiglia italiana, quando ancora si pensava “italiano” – è qui anche il piccolo classico inaugurale del “mammismo”. E di una serie di altri temi: il femminicidio, Pinocchio teologico, la dieta mediterranea, la moda, i trattati pedagogici, il patriottismo avverso al nazionalismo, le opere pubbliche, la classe media, la fotografia e il cinema (trattatelli precoci insuperati). Da esploratore sempre vigile, dalle antenne sensibili, Con una dotazione prensile di cultura e intelligenza. Il genere elveziro come vita vissuta, non ghirigoro a perdere. O di selfie  non mistificatori, un’autofiction onesta, in prospettiva, invece del photoshop in uso per dirsi come sono bello e bravo. 
“La vita che chiamiamo moderna è nata sotto il segno della volontà di potenza in politica, dell’individualismo nell’arte, cioè della prepotenza dell’artista che passa da testimone a protagonista, e infine del diritto dell’uomo a tutti i beni”. Il moralista è pessimista, ma questa lettura è rigenerante.
Corrado Alvaro, Il nostro tempo e la speranza