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sabato 28 agosto 2021

Appalti, fisco, abusi (208)

Si nasconde il dato - l’Arera, l’Agenzia per le fonti di energia dice il dato non comparabile - ma si sa che l’elettricità costa in Italia molto di più che in Europa, di almeno un quarto della media europea. Un po’ di più per le utenze domestiche, sul 30 per cento, un po’ di meno per quelle industriali e commerciali, il 20 per cento. E non da ora, da una quindicina d’anni, da quando la bolletta è gravata dagli “oneri di sistema” – dai contributi gratuiti agli operatori di energie alternative, non fossili. Che si sviluppano anche nel resto d’Europa, in qualcuno anche più velocemente che in Italia, ma evidentemente a un costo minore.
 
Un affarone, gli oneri di sistema, per l’Enel e per una miriade di operatori che si vogliono ecofriendly ma, i più, lo sono diventati perché i contributi pubblici sono praticamente a fondo perduto. Nessuno controlla che le pale eoliche o i campi fotovoltaici producano energia: basta l’impianto, anche di seconda mano, non c’è bisogno di organizzarsi per un esercizio effettivo. Non c’è uno studio sul rapporto tra “oneri di sistema” e Megawatt non fossili. L’impresa delle energie pulite o alternative è la più facile e la più redditizia.
 
Nella tecnologia bisogna aggiornarsi, spiega Massimo Sideri sul “Corriere della sera” a proposito della rete telefonica, in pessimo stato: “Rattoppare i buchi delle vecchie reti (telefoniche) costa di più di costruirne una nuova in fibra ottica”. In Italia “per difendere la vecchia infrastruttura per anni abbiamo fatto il contrario. Invece di collegare il vecchio telefono alla nuova rete abbiamo collegato i nuovi computer alla vecchia rete di rame”. Servizio pessimo. E carissimo.
 
L’“abbiamo” di Sideri è un plurale maiestatis che sottintende Telecom-Tim, la privatizzazione forzata e sbagliata (ahi, Ciampi, Draghi), che i soci privati, Agnelli, Colaninno, Tronchetti Provera,  hanno sfruttato per decenni senza investirci un centesimo. Società da tempo fallita che paghiamo caro per temere in piedi. Con un servizio miserrimo. In un settore vitale, per la convivenza e per la produzione.
Ma la cosa, ancora oggi, non si può dire: il “Corriere della sera” la confina alle “lettere”, cui fa rispondere da Sideri, che probabilmente non ha fatto carriera al giornalone per avere scritto un libro che spiegava l’intrigo.

Le ceneri di Pirandello, morto di malavoglia

Il vero regalo di “Repubblica” oggi non è il racconto di Camilleri, “Il palato assoluto”, ma quello che Roberto Alajmo fa, confinato a “la Repubblica-Palermo”, del funerale di Pirandello. Di cui lo stesso Pirandello, agitatissimo dal pensiero della morte, aveva disposto i dettagli: “Nudo in un lenzuolo… carro d’infima classe…. nessuno m’accompagni…bruciatemi, e il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere…”. In breve, un funerale complicatissimo, per queste estreme volontà. Alla fine del quale Pirandello restò, incenerito, a Roma, al Verano, in apposito monumento. Anche se aveva concesso, estrema ipotesi, che “l’urna cineraria” fosse portata in Sicilia, “ma allora murata in qualche rozza pietra di Girgenti, dove nacqui”.
Quando nel dopoguerra se ne decise la traslazione, di cui viene incaricato il professore Gaspare Ambrosini, “pirandelliano di stretta osservanza”, nota Alajmo, costituzionalista, costituente, e futuro primo presidente della Corte Costituzionale, su un aereo speciale della Air Force Usa, ne succedono di tutti i colori. Tanti che alla fine il professore restò solo - “pure i piloti si dileguarono”, i piloti americani, “e non ci fu modo di farli tornare indietro…”. Una fine ben pirandelliana, anche se in gergo, dialettale – sicula: Pirandello non aveva disposto di spargere le sue ceneri al vento?
Roberto Alajmo, Il viaggio scaramantico delle ceneri di Luigi Pirandello, “la Repubblica-Palermo”, 28 agosto, free online
https://palermo.repubblica.it/societa/2021/08/28/news/il_viaggio_scaramantico_delle_ceneri_di_luigi_pirandello-315614598/

venerdì 27 agosto 2021

Ecobusiness

Paolo Mariano vanta su vai elettrico.it le 20 auto elettriche che ha guidato. Di tutte entusiasta. Perfino della Audi A2, la vetturetta stretta e scomoda buona per il museo degli aborti: “Negli anni ha visto tre upgrade di batteria, raddoppiando la proprio autonomia iniziale” – cioè, non aveva autonomia. Senza contare che, “molto suscettibile al vento laterale”, in autostrada “può diventare ingovernabile”.
Più entusiasta con Vw E-Golf: 100 mila km. “con un’autonomia ancora molto interessante” – non sufficiente, interessante. Un solo problema: il rapidgate su autostrada in estate – “la batteria non è climatizzata e si scalda facilmente sui viaggi autostradali con temperature superiori ai 30 gradi”. Cioè: la batteria ricarica poco e male.
Problemi di vario tipo anche con le Tesla. Ma l’entusiasmo non deflette.
Il programma accelerato della Ue di passaggio alla mobilità elettrica deve prima superare un ostacolo: la Cina, che ha il monopolio della produzione di magneti permanenti, e controlla il mercato delle terre rare, non è più soggetto di mercato affidabile, lo dimostra il blocco delle forniture di microchip, che ha colpito molta industria meccanica. Il reshoring di queste attività (rilocalizzazione) è necessario e preliminare. Richiede forti investimenti. E si scontra con le posizioni dominanti che la Cina ha acquisito in Africa e in Asia nella prospezione e produzione di terre rare.

La Calafrika, dove non conoscono Kristóf

Crotone è “in fiamme”, a Vibo Marina “ieri c’erano quarantadue gradi”, “a Crotone quarantasette invece”. La storia si direbbe ferma, anche in fatto di calura, il caldo in estate è sempre troppo.
Sei racconti, o piuttosto scene, di vita: la tendopoli per africani di Rosarno, una fabbrica di veleni, invisibile, Crotone, città dove “si vive male”, la malasanità a danno di una ragazza, una manifestazione alla Sapienza, e Roma, o “i treni che dalla stazione Termini portano in Calabria”. Più altri esercizi in arrabbiatura di passaggio, sui fatti della vita che il giornale propone. Come il suicidio di Norman Zarcone, a 27 anni, a Palermo, il genio filosofico cui i baroni universitari hanno sbarrato il futuro – ma no, il futuro è ampio, ce n’è per tutti. Un esercizio di bravura su una struttura esile, di cronache e, per lo più, collere.
Un progetto ambizioso, di fine scrittura, ricercata, innovativa. Sul solco della scrittura beat anni 1950 – Kerouac, Ginsberg et al.. Per un adattamento, o viraggio al sociale, della “nuova oggettività” del linguaggio scritto – l’invenzione di Gertrude Stein e Hemingway: la frase breve, l’anticipo, il dialogo in fieri, ripetitivo (tutti nomi assenti, però, fra le tante letture formative che Bubba nomina). Ma come slegato di fatto dalla vita, passioni e dolori esibendo per cataloghi. Nella forma racconto-saggio che Saviano ha portato con “Gomorra” al successo di pubblico. Se non che “Gomorra” è opera di radicale revisione editoriale, e anche dopo rimane alla rilettura insieme sbiadita e appesantita. Un genere, insomma, difficile da maneggiare. Che finisce, benché elaborato, nell’invettiva. Prolungata, ma non più di un moto di stizza.
Resta una sorta di instant  book, benché voluminoso. Un racconto che riflette un momento di rabbia, o di demoralizzazione. Che però si prolunga, molto più che un momento, e senza argomenti, non consistenti - forse una condizione: la depressione, si sa, è muta ma cattiva, micidiale?
Un caso anche, marcato, di odio-di-sé, la categoria che un secolo fa Theodor Lessing elaborava per l’ebraismo – con ben altro fondamento: la delusione che porta all’imprecazione. Che male ho fatto a nascere in Calabria è il sottinteso. Questo in ogni forma, e quasi in ogni capoverso: la Calafrica, anzi la Calafrika, un lunghissimo “Roma”, sui calabresi a Roma, al Tiburtino, San Lorenzo, Monti Tiburtini (ma la maggior parte non sono altrove?), Rosarno naturalmente, intesa ghetto per africani, o in alternativa a Crotone il centro Sant’Anna, che gli africani tiene in parcheggio, in riserva - come se non ce ne fossero purtroppo anche altrove. Con riferimenti anche ricercati: Crotone come Dublino, e Tiro – le quattro età dei quindici racconti “Dublinesi” di Joyce bloccate dalla paralisi, la città di Didone pietrificata all’arrivo di Enea. In sintesi: “In Calabria l’ironia se n’è andata da un pezzo”.
Leggerlo dieci anni dopo l’uscita, un po’ toglie il fiato. Anche perché sembra, viaggiando in Calabria, modellato sulle gazzette locali, bollettini criminologici - di “fatti”, certo. Mentre Bubba era già scrittrice affermata, finalista allo Strega del 2010, esordiente pluripremiata a ventun anni. Scrittrice, calabrese senza dubbio, di molta energia. E finisce che a un certo punto la Calabria è l’Italia, luogo piatto, a due dimensioni, l’incudine e il martello. Mentre l’ironia è la (sola) cosa che della Calabria resta, la “zannella”.
Un linguaggio? Una forma mentis? La deprecazione. Ben calabrese, a voler restare in argomento. Ma senza lo scherzo finale: in Calabria tutti scherzano, dopo essersi sparlati addosso, invece di analizzare e armarsi – la situazione è grave ma non seria. Specchio di un fondo culturale diffuso nella regione di Bubba, del rifiuto-di-sé sotto la forma opposta del legame indissolubile, dell’amore vero, del destino indissolubile. 
A Crotone non vendono Ágotha Kristóf – e a Roma? Si penserebbe sia una battuta per ridere.
Angela Bubba,
Mali Nati, Bompiani, pp. 375 € 17

giovedì 26 agosto 2021

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (465)

Giuseppe Leuzzi

“Focu meu, focu meu!” è - era - l’interiezione comune in dialetto calabrese (in tutta la Calabria, una delle poche espressioni unitarie) iper dirsi in allarme, preoccupati, timorosi, ansiosi – doppiata da “focu randi, focu randi”, l’interiezione si voleva doppia, superlativa alla greca.
 
“Distrutti dai roghi” di agosto “oltre 158 mila ettari. Come la superficie di Milano, Roma e Napoli”. I cinque sesti, 136 mila ettari, sono andati distrutti in tre regioni, Sicilia (79 mila ettari), Calabria (36 mila 500), Sardegna (21 mila abbondanti). Due isole poco forestate, e in Calabria i Parchi Nazionali. Si è gridato agli untori, piromani (una forma di follia), pastori, mafiosi, operai forestali, vivaisti, ma niente di più delle grida. Questo per quanto riguarda l’origine dei fuochi. Ma gli incendi sono dilagati per l’impreparazione. Che chiama in causa la politica: regioni, comuni, Parchi Nazionali. Che è sorda e si capisce. Ma non si capisce perché nessuno gliene chieda conto. 
 
Succede di leggere i famosi viaggiatori, del Grand Tour, o etnofolklorici, o semplicemente curiosi, la maggior parte curiose, in cerca del pittoresco, ormai soltanto in riferimento al Sud – chi va a leggersi Stendhal su Crema o Goethe su Firenze (non gli piaceva)? E si trovano tante cose buone e cattive, azzeccate cioè e no, come in tutta la letteratura di viaggio. Ma i luoghi non ne hanno colpa.
 
Si tiene a Valentano, nel viterbese, dopo Marina di Pisa a luglio, un rave party, una festa selvaggia di una settimana, di musica tekno sfondatimpani, e di droga libera, con alcol, organizzata da imprenditori francesi e olandesi – imprenditori dello sballo. Con qualche morto e qualche crisi di dipendenza. Con la polizia tutt’intorno schierata a controllare, cioè a proteggere. Perché in Italia? Perché l’Italia è il paese delle Feste della Legalità. Potrebbe essere una risposta. In Calabria, in Sicilia  hanno sostituito i santi, le processioni.
 
Il meridionalismo è morto con la cultura laica
Il miglior meridionalismo, quando ancora ce n’era uno, nel secondo dopoguerra, è stato quello dei liberali e delle “terza via”, Rossi-Doria, Compagna: Goffredo Fofi è perentorio (prefazione a Mario la Cava, “I fatti di Casignana”, 2018): “Nell’Italia del secondo dopoguerra , gli interpreti accreditati della storia meridionale si dividevano in quelli che scrivevano su «Nord e Sud», liberali, e in quelli che scrivevano su «Cronache meridionali», comunisti; e fu tra i primi e nella «terza via» che trovammo il maggior rispetto per la storia”.
Fofi non prende in conto la Dc, con Saraceno e la Cassa per il Mezzogiorno, sua roccaforte – che in efetti fu innovazione laica, importata dall’America del New Deal, della politica economica del presidente Franklin D. Roosevelt, come concezione. La Dc non si può certo dire assente dal Meridione, tutt’altro – anche oggi che una Dc non esiste più: non c’è altro al Sud che il sottogoverno, e il sottogoverno, sia pure grillino come già berlusconiano, è ferreamente Dc. Ma, ha ragione Fofi, non nella “questione meridionale”: non ha dato nessuna visione d’insieme, o proposto una politica che non sia il favore personale.
La formazione personale di Fofi fu socialista: “Mi furono utili in particolare il «Mondo operaio» di Raniero Panzieri e gli studi di Gaetano Arfé (lo storico dimenticato che fu anche direttore dell’“Avanti!”, n.d.r.), o le polemiche e gli interventi che comparivano sulle terze pagine dell’ “Avanti!” quando le impostavano e curavano Luciano Della Mea e Franco Fortini”.  
Anche come date, il meridionalismo si è estinto col compromesso storico, secondi anni 1970 e successivi, quando il capo del partito Comunista Berlinguer sostenne la Dc di Andreotti e De Mita.
 
Sudismi\sadismi
Il “Corriere della sera” non trova di meglio per commentare gli incendi in Aspromonte del suo Grande Inviato Stella. Lo confina alla pagina delle lettere, ma per aprirla – che il lettore non la salti. L’illustre editorialista predice, dopo gli incendi, le alluvioni: “La Calabria che brucia d’estate e poi frana d’inverno”. Con “uno studio” della solita Cgia di Mestre, “le statistiche Ispra, implacabili”, Francesco Saverio Nitti, Vito Teti, Emanuela Guidoboni, Gianluca Valensise.
Stella aveva pronto il solito pezzo “pro” Calabria, di cui è lo specialista al “Corriere”, sulle alluvioni, buono tra un mese o due, quando ci saranno, e lo curva all’attualità, agli incendi? Si sa come vanno le cose.
 
La vigilia di Ferragosto insorge il nodo del personale scolastico no wax. “La Gazzetta del Sud” mette la Sicilia al primo posto tra gli obiettori, con la Calabria al secondo o terzo. “La Repubblica” invece documenta che l’incidenza dei no wax sul personale scolastico è maggiore in Toscana e Liguria. Non c’è altra cronaca se non nel “cupio dissolvi”.
 
L’inventore di Omero
Leonzio Pilato, traduttore dal greco al latino di Omero, “Iliade” e Odissea”, è ricordato dal “Sole 24 Ore Domenica”. Portato in punta di penna da Boccaccio e Petrarca, nei diari e con i corrispondenti, per la sua conoscenza del greco. Boccaccio specialmente era infatuato del greco, che titolò “Decameron” la sua raccolta di racconti – parola sconosciuta, se non a pochi.
La raccolta di saggi “Boccaccio”, a cura di Maurizio Fiorilla e Irene Iocca, documenta, attraverso la corrispondenza , gli autografi, i documenti d’archivio, che Boccaccio si prodigò – insieme con Petrarca - per promuovere le traduzioni di Pilato, decisive per la diffusione in Europa di Omero, dell’epos omerico. Boccaccio racconta di avere ospitato Pilato a Firenze, di averne ascoltato la traduzione in latino dell’“Iliade”, e di essersi prodigato per fargli tenere lezioni pubbliche, tra il 1360 e il 1362. Un codice di recente lettura, conservato alla Marciana di Venezia, documenta il legame: è un manoscritto dell’“Odissea” in greco, sul quale Pilato ha inserito la sua traduzione latina in interlinea, e sia Boccaccio che Petrarca lo hanno annotato ai margini.
Boccaccio fu migliore allievo – o fu più interessato alla lingua, mentre Petrarca si interessava di  filosofi e letterati, di cui collezionava codici, in greco (un paio, Omero e Platone) e latino, uno dei primi collezionisti. Nei manoscritti di Boccaccio si trovano in quantità citazioni del greco in greco. In un codice oggi a Toledo, in cui Boccaccio ha copiato di suo pugno la “Commedia” di Dante, all’ultima pagina pone un “ritratto” di Omero, scrivendoci sopra il verso di Dante “Homero poeta sovrano”, e sotto, con mano tenue (la scrittura emerge ai raggi ultravioletti), un Boccaccius latinizzato scritto in caratteri greci.
Leonzio Pilalto era di Seminara, che non lo ricorda, nemmeno con una viuzza  - come Barlaam, matematico, filosofo, teologo, che fu tanta parte nella chiesa bizantina e nel dialogo tra le due chiese.
 
L’effetto Maroni
Niente Papeete, Ferragosto in Calabria, Salvini ha fatto la sua tournée des popotes, un po’ accigliato, senza la fidanzata, di corsa, s’incrociava il suo piccolo corteo, una macchina più una della sicurezza che sgommavano con i lampeggianti, saltando da un posto all’altro, sempre disponibile per le foto ricordo, nei Comuni che la Lega amministra, a Taurianova, a Santo Stefano d’Aspromonte, e in qualche Comune amministrato da Dc-Pd renziani, sempre accompagnato dal leghista Spirlì, presidente facente funzioni della Regione. Per preparare il voto dei 3-4 ottobre. In molti  Comuni e nella stessa Regione. Con discreta partecipazione di pubblico, malgrado la velocità delle visite. A Palmi il Pd ha provato a contestarlo, ma dietro lo striscione non si contavano cinquanta persone.
Un leader politico, si direbbe, coscienzioso. D’altra arte, Salvini è ben senatore eletto in Calabria. Ora, un senatore della Lega per la Calabria – peggio: la Lega, probabilmente, primo partito in Calabria fra cinque settimane, anche se, alla Regione, al coperto di un candidato berlusconiano? 
Non si saprebbe spiegare l’arcano se non si ricorda un fatto semplice: la baronessa Cordopatri sconfigge la mafia di Castellace –sconfigge la mafia - grazie al ministro Maroni. Niente elicotteri, niente Cacciatori di Calabria elitrasportati, tute nere e facce nere,  né mitra spianati. Una sorta di vedova bianca, del fratello fatto assassinare qualche decennio prima, da un mandante notorio rimasto impunito, Saro Mammoliti, una donna in età, protesta in piazza quando al ministero dell’Interno arriva infine un non democristiano, il leghista Roberto Maroni. E la mafia si squaglia: è bastato cambiare partito all’Interno.

La Calabria è ovviamente sensibile a queste cose, e non dimentica. L’ordine, se si vuole mantenerlo, è anche semplice: basta arrestare e condannare i malfattori. Saro Mammoliti, messo alle strette, subito si pentì, e la mafia dei terreni, che aveva dominato il comprensorio di Oppido Mamertina-Castellace per mezzo secolo, si è dissolta. Certo, col tesoretto in “Svizzera” – e qualcuno, anzi molti, con la pensione di Stato in quanto “pentiti”. Ma si è propro dissolta.
 
Il giudice e il delinquente – 2
Proseguono a Reggio Calabria, con la stessa allure manageriale di Seby Becchio, il mafioso ispettore di Polizia e poi assessore al Comune, per la Cultura, nonché presidente del consiglio comunale, mafioso della famiglia Serraino, che riforniva di cocaina Milano, le deposizioni di altri, minori, mafiosi politici. assessori, uno anche sindaco. Ma c’è di peggio fuori dall’aula, nello stesso Tribunale: fa senso, in un certo senso, che l’ex sindaco (non con Vecchio) ed ex presidente della Provincia Raffa, sia assolto dopo cinque anni, e dopo venti da medico e trenta da politico, dalle accuse di mafiosità, avallate da un Gup e da un Riesame. Fa senso che dica: “Credo nella giustizia”. E non intende i suoi avvocati, intende proprio i giudici:  “Quotidianamente, portano avanti un impegno gravoso  per creare condizioni migliori di vita in una città difficile come la nostra”.
Che avrà voluto dire il mite ex presidente della Provincia? Che i giudici hanno fatto bene arrestando lui e premiando Vecchio, ora pentito? Che non lavorano ad agosto con l’aria condizionata? O non intende altro? Prosegue infatti: “Encomiabile è lo sforzo della Procura della Repubblica per indagare e trovare la verità su tante pagine oscure del nostro passato”. Capito il senso? “A cominciare”, prosegure il dottore Raffa, “da delitti eccellenti (cito solo il caso dell’omicidio del giudice Scopelliti) ancora insoluti e in attesa di risposte”.
Non c’è tribunale che tenga, la zannella per il calabrese è incomprimibile, l’ironia.

leuzzi@antiit.eu

Il vuoto dopo la Bomba

È lo speciale che la rivista dedicò al dopo-Bomba nel numero datato 31 agosto 1946, ma pubblicato una settimana prima, il 23 – la rivista lo ripropone per il 75mo anniversario della pubblicazione. Ritenuto storico perché rivelava infine al pubblico americano la verità della Bomba, i cui effetti devastanti il governo tentava di occultare.
“Un lampo senza rumore” è il sottotitolo. Hersey fa rivivere i momenti precedenti l’attacco, con la città e la contraerea già da qualche giorno inquieti perché “qualcosa doveva succedere”, e quelli successivi. Seguendo le vicende di sei sopravvissuti, che ancora si chiedono: “Perché continuiamo a vivere mentre così tanti altri sono morti”. Sconsolati, come il paesaggio che Hersey sa far “vedere” ai lettori, dello scheletro bruciato della città, fra i sette bracci di fiume che l’attraversano.
Hersey è ritenuto l’inventore del giornalismo d’inchiesta narativo: la tecnica di fare la cronaca di eventi passati usando parte del racconto. Di persone, situazioni, sensazioni. Prima del suo “Hiroshima” le cronache di guerra erano eroicizzanti, rumorose, belliche. Hersey usa una prosa minima, quasi diaristica, corriva al “silenzio” del dopobomba: la meraviglia, la paura, il vuoto.
È una corrispondenza che è un libro. Originariamente pensata per una pubblicazione su più numeri. Fino alla decisione, trattandosi di un gesto anche politico, di pubblicarla tutta insieme, in edizione speciale – che andò esaurita in poche ore, Einstein, che chiedeva mille copie, ebbe difficoltà ad averle.
Curioso che il dibattito storico su Hiroshima e l’uso dell’atomica non sia andato al di là, in America, di questa ricostruzione. Così come della liceità – dell’onore? – della guerra aerea, peggio ancora missilistica. Che l’America ha dilatato, sia pure in risposta alla Luftwaffe di Hitler e ai bombardieri giapponesi su Pearl Harbour, fino alle tempeste di fuoco del generale Curtis Le May, proprio in Asia, fino a Hiroshima compresa.
John Hersey, Hiroshima, “The New Yorker”, free online

mercoledì 25 agosto 2021

Torna la banca bianca

C’è aria di militanza politica, sottotraccia, nel riassetto bancario che si preannuncia tra le seconde file, Bpm. Sondrio, Bper. La finanza (ex) bianca, già forte attorno a Intesa, il gruppo costruito da Giovanni Bazoli, che sulle ceneri dell’Ambrosiano ha messo insieme il meglio della banca lombarda allora targata Dc, attorno alla cassaforte Cariplo, è di nuovo in movimento. Per l’attesa costituzione del “terzo polo”, del terzo gruppo bancario dopo Intesa e Unicredit. E per far fronte al non dichiarato ma palese raid  della finanza (ex) rossa, attorno a Coop-Unipol. Su Bper dapprima, poi attraverso Bper il tentativo su Bpm, e infine l’attacco a Sondrio, che pure è da tempo partner bancassicurativo (ex Sai), dichiarando un 10 per cento del capitale sotto controllo.
Gli approcci tra Bpm e Popolare di Sondrio – a breve anch’essa spa – superano i problemi di perimetri economici per una concordanza di vedute politiche. È su questo che – per ora – si accantonano le troppe sovrapposizioni – territoriali e di attivi – dei due gruppi.
Che qualcosa di simile alla vecchia contrapposizione tra finanza bianca e finanza laica si riproponga è confermato dalla lettura dei giornali: “Repubblica” e “Corriere della sera” sono schierati pro Cimbri-Unipol, “Il Sole” ondeggia. Poco si dice dei pesi e dei criteri delle fusioni prospettate, l’ormai defunta Bpm-Bper, la nuova ipotesi Bpm-Sondrio, la possibilità (le condizioni) che Bper si agganci. Se ne parla sempre in termini generici, politici.
     

Cronache dell’altro mondo – o dell'Afghanistan elettorale (137)

Il presidente Biden s’inginocchia mentre riceve le campionesse della Wnba, il torneo femminile di basket. Per onorare le vittime nere della polizia? Per mostrare che è agile – cammina anche saltellando?
La fuga dall’Afghanistan, lasciando nelle mani dei Talebani quanti hanno operato in questi venti anni per un paese democratico, sarebbe stata “organizzata”, secondo la stampa progressista, dalla presidenza per timore che i Repubblicani speculassero su una “nuova ondata” di immigrati.
La Casa Bianca starebbe ferma alla deadline del 31 agosto, malgrado i problemi di evacuazione da Kabul, per un calcolo temporale: calcola cioè che prima si chiude l’Afghanistan, a qualsiasi costo, più tempo ci sarà per l’opinione pubblica di rallegrarsi che non ci saranno altre vittime in quel Paese tra i militari americani. In tempo cioè per il voto di mid-term, il rinnovo parziale del Congresso e delle istituzioni statali ai primi di novembre 2022.
Un’elezione suppletiva al Senato del Connecticut ha visto il candidato repubblicano, Ryan Fazio, prevalere sul democratico per tre punti percentuali, in una circoscrizione (Greenwich, Stamford, New Canaan) dove alle presidenziali Biden sopravanzò Trump di 25 punti.
La Reuters pubblica il rapporto Fbi sui disordini al Congresso del 6 gennaio in cui si declassa l'assalto dei trumpiani a un “disordine” senza “un complotto organizzato”. E senza una responsabilità di Trump. Il 90-95 per cento degli indiziati di reato sono isolati – “one-off cases”. Era organizzato “in gruppi paramilitari”, di estrema destra, Proud Boys, Oath Keepers, un cinque per cento, forse, delle persone sotto accusa. Sono sotto accusi poco più di 170 manifestanti, per assalto o impedimento ad agenti di polizia. Escludendo i reati di “cospirazione sediziosa”  e di “associazione a delinquere”.

Un amico come me

Dell’amicizia. Delle vite degli altri. Dopo i “Diue amici” di Trevi (dopo le vite degli altri di Carrère: Philip K. Dick, Limonov, Jean-Claude Roman), che si premia come il miglior racconto dell’anno, Adelphi pubblica, alla morte dell’autore, bizzarra coincidenza, due ricordi. Non biografie, ricordi: il memoir oscilla fra il dato e il sentimento.
Di Bazlen, suggeritore editoriale, resta intatto il mistero. Calasso lo intensifica nel mentre che ne parla, come ogni altro prima di lui. Ma con una punta speciale, un sorta di identificazione: Bazlen come Calasso. Non con le stesse nevrosi, battute, ramificazioni identitarie (la Mitteleuropa), ma con la stessa presenza remota, l’arcano numinoso.
Roberto Calasso, Bobi, Adelphi, pp. 97 € 12

martedì 24 agosto 2021

Problemi di base afghani - 654

spock

L’America credeva davvero di negoziare con i Talebani a Doha?
 
Negoziare con i Talebani?
 
L’America non ha scoperto l’islam, che giudica buona cosa la menzogna?
 
O si impedisce di saperlo, per il politicamente corretto – che ne direbbero gli americani islamici?
 
L’America è rimasta a Roma, ai Campidogli, ai senatori, ai consoli?
 
Ma gli Afghani, stavano meglio con i Talebani oppure con gli Americani?
 
Dice che gli Afghani sono grandi combattenti:  sui campi di papavero?

spock@antiit.eu

Terzo polo bancario tra Bpm e Sondrio

Il terzo polo riparte in terra lombarda, in area finanza (ex) cattolica, tra Bpm e Popolare Sondrio. I colloqui preliminari sarebbero avanzati e forse c’è già un negoziato, seppure informale, amichevole. I due istituti si pestano un po’ i piedi, hanno forte presenza in Lombardia – e entrambi, curiosamente, a Roma.
L’iniziativa è partita da Bpm. All’indomani della scalata di Unipol alla Sondrio, che ha trovato soci e management della Popolare sorpresi. Il cammino fino allora della Popolare era stato in autonomia, preparandosi ad horas la trasformazione in Spa. Dopo la scalata di Cimbri, l’uomo azienda di UnipolSai, l’approccio di Bpm sarebbe stato benvenuto.
Un allargamento a Bper, l’ex Popolare Emilia Romagna, non è escluso a Milano. L’area Bper è la più indicata per una fusione, senza impedimenti Antitrust e senza chiusure di sportelli doppioni. Ma  i pourparlers che sono intercorsi per oltre un anno sono interrotti: Bpm ha un peso, in termini di attivi e di patrimonio, che non consente una fusione alla pari.
La soluzione praticamente definitiva di Mps, destinata dal Tesoro a Unicredit, ha riaperto i movimenti per un terzo polo, com’era inevitabile, e sembra affrettarli.

Favole nel Novecento

Apologhi. Lievi, di una visita, di un incontro casuale, di racconti tramandati, non veridici e tuttavia reali, luoghi, atmosfere, personaggi simpatetici della letteratura, Mörike, Weiblinger, Hölderlin. L’uomo dai molti libri un giorno scopre la vita: una ragazzina. Il figlio e fratello abbandonato è un uomo buono, e si guadagna poteri taumaturgici sulle persone. La cronaca di Mörike e Waiblinger che portano a passeggio H lderlin è la sola circostanziata, ed è anche interessante.
Una scelta del “Fabulierbuch” di Hesse, un tentativo di riproposta dei fabliaux medievali, da Hesse mediati attraverso il “Tesoretto”, interrotto dallo scrittore allo scoppio della guerra, della Grande Guerra, che ne annientava le fantasie di un mondo buono. La piccola raccolta si legge per la curiosità, per la persistenza di un pubblico di lettori di Hesse, della sua narrazione semplice, perfino banale, nel solforoso Novecento.
La vecchia prefazione di Giorgio Cusatelli inquadra il “Fabulierbuch” e ogni singolo racconto –con robusta acribia a distanza di trentacinque anni dalla prima edizione. 
Hermann Hesse,
L’uomo con molti libri, Studio Tesi, pp. 123 € 12,50

lunedì 23 agosto 2021

Secondi pensieri - 456

zeulig 


Bellezza – Goethe la vuole totalitaria, come unità degli elementi del cosmo e insieme come il loro messaggio a noi. Alla maniera, si direbbe, di Leonardo, che però era meno riflessivo, e come in  medias res, uno fra i tanti elementi del cosmo – come si voleva lo stesso Goethe, con un di più. però, suo malgrado?, di riflessione critica, e di principio ordinatore.  
 

Capitalismo – Non poteva Max Weber legare il capitalismo al protestantesimo. Che, come tale (vedi la polemica di Sismondi con il cattolicesimo italiano), è fede nella grazia divina e scelta di vita anti-moderna. Solo chi opera attivamente è capitalista (borghese, eccetera). Il suo protestantesimo è pietista, il più affine al cattolicesimo. Vi accenna già Thomas Mann, sul, finale dei “Buddenbrook”, a proposito si pietismo e di successo negli affari. Ci vuole, insomma, indulgenza. Soprattutto verso se stessi.

La morale protestante della rinuncia porta al thrift. Il capitalismo è stato teorizzato in Scozia, dove il calvinismo e il  effettivamente impetrano. Ma non hanno creato ricchezza – fino al petrolio: Il pensiero critico scozzese era in tema piuttosto un augurio e una speranza.

La parsimonia ha tutte le apparenze della virtù. Come risparmio e quindi di accumulo della ricchezza. Ma non per il consumo, anzi gli è contraria – che invece è il motore dell’operosità: è il paradosso di Mandeville, “La favola delle api”, e della teoria suntuaria, del capitalismo come spesa. 

 
Curiosità – È il meccanismo, si direbbe, il motore e insieme lo stimolo, il maggiore ingrediente, dell’intelligenza. L’attenzione, l’intenzione, l’impiego del tempo e delle occasioni, la voglia, di scoprire e capire cose diverse, nuove, sotto un aspetto nuovo. La ricerca, l’innovazione metodica, la scoperta a sorpresa, l’interrelazione con gli altri e il mondo (empatia), che fanno il proprio dell’animale uomo - dato che all’animalismo bisogna pagare tributo, è politicamente corretto.
 
Dialetto – È la radice, il radicamento, della lingua? Che quindi nasce, è, familiare, locale, tribale? È di Pirandello, del saggio “Introduzione al teatro italiano”, che nel 1936 apriva la “Storia del teatro italiano” di Silvio D’Amico, la distinzione tra idea e sentimento della parola: la lingua evidenzia il concetto della cosa che la parola esprime, il dialetto (la stessa parola in dialetto) il sentimento.
La lingua sfiorita di tanta poesia e prosa nascerebbe da una sorta di suo sradicamento?


Dio – “Se l’occhio non fosse solare\ non potrebbe mai percepire il sole;\ se non fosse in noi la forza propria si Dio,\ il divino come ci potrebbe estasiare?” – Goethe, “Xenie miti”.
 
Ecologia – S’intende la dottrina (il rispetto) dell’ambiente, ma ne è l’addomesticamento. L’ambiente, la natura è eccessiva: violenta, imprevedibile, estrema. L’ecologia vi inietta il rispetto di se stessa, umanità compresa.
È il francescanesimo. Altrettanto indifeso. E inevitabilmente destinato, come ora il francescanesimo, al rituale?
 
Globalizzazione - È antitetica (“in contraddizione”): il più formidabile motore di ricchezza mai concetto nella storia è anche un motore d’incertezza – una forza che è debolezza.  Non rafforza e libera, ma indebolisce e asservisce. Ci si aspetta dalla ricchezza individuale una promozione anche personale, di personalità e socialità, da posto nella storia. Mentre la globalizzazione agisce a questo campo all’opposto, come un bulldozer che spiana, non consolidando ma seminando incertezze e paure. La creazione del massimo profitto giocandosi col massimo d’incertezza individuale. Non soltanto nei grandi numeri – a certi livelli la creazione di ricchezza è un gioco, una scommessa continua – ma nella realtà piccole e minime.
Il profitto in realtà non è di tutti, ma di alcuni. Tutti ne beneficiano, ma a un costo. Che per alcuni pochi è ammortizzabile.  
 
Immaginazione – Resta fondamento e testimone della realtà anche quando le cose si manifestano in misura e modalità inafferrabili (ingovernabili, incomprimibili): il terremoto, il tifone, l’asteroide, il clima, le guerre (niente di più immaginario delle guerre, per quanto organizzate, nelle motivazioni, negli svolgimenti). Nulla esiste (resiste) della realtà che si vive senza immaginazione, sia pure storia, religione, poesia.
Ricchezza e povertà sono relative, in relazione all’immagine che se ne ha, anche mobile: il povero può essere tranquillo,il ricco inquieto, eccetera. Si estende anche agli eventi che l’uomo non governa, pur condizionandone la vita, la nascita e la morte: ci sono nascite assimilate, nell’immaginazione, alla morte, e morti che s’intendono come non avvenute, se non rinascite. Senza dover sbracare nel falso o nell’irragionevole: l’immaginazione cortocircuita i fenomeni più complessi, li sbroglia, imbroglia quelli semplici, moltiplica i fenomeni. E massimamente opera nel pensiero critico, nella filosofia. In linea con le definizione canoniche, da wikipedia: “Libera e astratta riproduzione o elaborazione di dati sperimentali o fantastici”, “Attività o situazione definita da una partecipazione più o meno intensa al mondo dell’astrazione o della fantasia”.
 
È la novità e la forza di Kant, che pure quando voleva essere pratico (l’antropologia, che insegnò tutta la vita, eccetera) diceva anche scemenze: la straordinaria insorgenza con lui del soggettivismo, dell’io autorevole e decisivo, dell’immaginazione irriducibile e inattaccabile al materiale (evento, cosa), senza però privarsi della relazione col mondo esterno, “oggettivo”, anzi di queta relazione facendo il suo campo di osservazione.

 
Stupidità – È l’incapacità (non interesse) a correlarsi, all’empatia. Si estrinseca nella mancanza di curiosità, in una forma blanda di autismo . Non cattiva, non necessariamente, né violenta, ma di limitato, moto ristretto interesse . Visivo, uditivo, cognitivo. Ripetitiva il più spesso. Ma, poi, violenta anche senza furori o eccessi: violenta nella negazione degli altri.
La stupidità più diffusa, di senso comune, si intende un esercizio errato dell’intelligenza. Ma questa non interferisce col modo di essere, di porsi. Che è invece il nucleo della stupidità per sé, irriducibile.

zeulig@antiit.eu

Goethe filosofo

“Mi sono sempre tenuto libero dalla filosofia”, assicurava Goethe – o anche: “Dividere e calcolare non è nella mia natura”. Ma Simmel sa che non è vero – non può esserlo – e la filosofia di Goethe, peraltro semplice, espone in dettaglio, navigando tra la poesia, le lettere, le interviste. Un saggio sulla filosofia di Goethe, che non ne aveva (voleva averne) una - Kant serve da specchio.
La filosofia di Kant è semplice, premette, e – apparentemente – inconfutabile. In breve: “L’intelletto, così egli si esprime con audacia inaudita, prescrive alla natura le sue leggi”. Le cose esistono in quanto nostre rappresentazioni. Il nostro problema conoscitivo non sono le cose ma il nostro sapere di esse. Una concezione del mondo scientifico-intellettualistica. Goethe, suo malgrado, ha anch’egli una visione unitaria del mondo, ma come sentimento o immedesimazione. “Con una metafora ardita”, spiega Simmel, “la filosofia di Goethe assomiglia ai suoni, che destano immediatamente sentimenti di piacere e di dolore, mentre la filosofia scientifica è più vicina alle parole”.
Si vive per grazia ricevuta è la pietra di fondazione della “filosofia” di Goethe: “Sì, questa è la via giusta,\ che non si sa cosa si pensa,\ quando si pensa: \ tutto è come donato”. È una delle “Xenie miti”. Che non è però il rifiuto del pensiero – ovvio. A Eckermann dirà: “La cosa più grave è che pensare al pensiero non serva a nulla; si deve invece dire il vero per natura, così che le buone idee possano presentarcisi liberamente, come figli di Dio,  gridarci: eccoci!”.  Più illuminazione e meno sistema: “Non ardisco parlare dell’assoluto in senso teoretico; posso però dichiarare che chi lo ha riconosciuto nei fenomeni e lo ha sempre negli ne avrà un gran guadagno”.
Nella sintesi di Simmel: “Goethe risolve l’equazione tra soggetto e oggetto dalla parte dell’oggetto, Kant invece dalla parte del soggetto”. Una sorta di panteismo: “Anche l’innaturale è natura”. Pur professando una radicale alterità, o incompetenza: “Il centro della natura non è\ nel cuore degli uomini” (“Gott und Welt. Ultimatum”). O, sempre a Eckermann: “Se non avessi portato in me fin dal principio il mondo, sarei rimasto cieco, con gli occhi bramosi di guardare, e ogni ricerca, ogni esperienza non sarebbero  state che un morto e inutile affanno”. Anche nell’accingersi al “Viaggio in Italia” – nella tarda scrittura del “Viaggio”: “Talvolta mi fa paura tutto ciò che mi invade senza che io possa difendermene – e che torna poi a svilupparsi da dentro”.
La riprova dell’unità del cosmo è la bellezza. “La semplice esistenza della bellezza”, può sintetizzare Simmel, “la nostra capacità di percepirla e addirittura di raffigurarla ci dimostra che sussiste realmente qell’unità degli elementi del cosmo di cui il pensiero del suo tempo è alla ricerca”.
Una filosofia, forse, del futuro, Completa di animalismo. La natura “è troppo grande per orientarsi verso una finalità, e neppure ne ha bisogno”.
Uno dei tanti saggi – il primo? 1906 – di Simmel su Kant e su Goethe. Tradotto e curato da  Alessandra Iadicicco. Sottotitolo “Per una storia della moderna concezione del mondo”.
Georg Simmel, Kant e Goethe, Ibis, pp. 91 € 8,50

domenica 22 agosto 2021

La vittoria è del tribalismo

La sconfitta dell’Occidente in Afghanistan è piuttosto una sconfitta intellettuale, la vittoria è di una sorta di arma non armata, il tribalismo. Stati Uniti ed Europa hanno perduto le guerre del Millennio, in Afghanistan, in Iraq e in Libia perché si sono ingolfati nei paesi a più forte e irredimibile, per esperienza orma lunga e travagliata, componente tribale. Dove quindi è difficile, anzi impossibile a meno di regimi forti, quelli di Gheddafi e di Saddam Hussein, non la democrazia ma una qualche forma di governo. La vittoria dei Talebani non vuole infatti dire che l’Afghanistan avrà un governo – unitario, solido: il tribalismo è anarchico.
È stata un errore del Novecento, secolo a suo modo razionalistico, categoriale, la cancellazione del tribalismo come organizzazione sociale e politica. Che invece è forte e ancora prospera, dominante, nell’Arco della Crisi, compresa la penisola arabica, i regni, gli sceiccati, come in Libia, in parte in Algeria, e in Marocco (il Marocco, p.es., si regge sula dinastia alawide), e naturalmente nell’Africa sub-sahariana.
Ma, poi, anche in Italia la Lega è stata un fenomeno variegato tenuto insieme dal tribalismo – lo è tuttora nel sentiment, se non nel programma politico.
Il fatto è noto e evidente, solo che è stato cancellato, per una sorta di dover essere dell’organizzazione sociale, Sul finire dell’Ottocento, nel 1897, Winston Churchill così fotografava la situazione, embedded come soldato-giornalista nel 1897 a 23 anni nella Malakand Field Force, il corpo di spedizione britannico contri i ribelli pathan – oggi detti pashtun  - della Frontiera kiplinghiana di Nord-Ovest, la frontiera col Pakistan. Ci rimase per poche settimane ma capì molto. Scrisse molte corrispondenze, che l’anno dopo riunì sotto il titolo “The Story of the Malakand Field Force”, il suo primo libro – dell’esperienza afghana parla anche nelll’autobiografia, “My early Life”: “Le tribù pathan sono sempre impegnate in guerre, private o pubbliche. Ogni uomo è un guerriero, un politico e un teologo. Ogni grande casa è una vera fortezza feudale. … Ogni villaggio ha il suo apparato difensivo. Ogni famiglia coltiva la propria vendetta, ogni clan la propria faida”. E anche: “Tribù contro tribù. La mano di ognuno è contro l’altro, e tutte sono contro lo straniero”. C’erano già i Talib, oggi Talebani, che Churchill descrive come opportunisti, studenti o questuanti che “vivono gratis a spese della gente”.
E in Afghanistan non ci sono solo i pashtun. Il paese è composto da almeno cinque etnie diverse e in varia misura ostili: pashtun, tagiki, hazara, uzbeki e turkmeni.Ognuna divisa in tribù. Solo tra i pashtun sono stati identificate-classificate sessanta tribù. A loro volta suddivise in sottotribù – ne sono classificate quattrocento. La struttura politica si limita, al più, al clan, un gruppo di famiglie in qualche modo imparentate.

Ombre - 575

Fa una pagina oggi il “Corriere della sera” sulle macerie create e lasciate dal free party  nel viterbese, 700 ettari di pascolo perduti per almeno un anno, 23 camion di rifiuti, puzza. Il supplemento del quotidiano “La Lettura” invece lo magnifica, all’insegna del “free”, gratuito, aperto – (dirlo rave  è diminutivo, to rave è blaterare). “La Lettura” magnifica anche i sound system, i “muri di riproduttori” per mandare a sballo la musica rave.
 
Conte talebano sembra Nanni Moretti quando s’interrogava: “Mi si nota di più se….?” Ma è stato capo del governo, di ben due governi. E ora dirige un partito, il partito che ha più parlamentari.
 
Il giornalista Michele Serra rivendica sul “Venerdì di Repubblica” appassionato una militanza di sinistra perché berlingueriano. Perché, Berlinguer ha fatto qualcosa di sinistra? Forse nei governicchi con Andreotti? O la sinistra non l’ha distrutta, aizzando i lavoratori a occupare (distruggere) la Fiat? Nel 1980. Con l’odio verso ogni altra sinistra, dei gruppuscoli, socialista, radicale – solo accettava i repubblico-comunisti (massoni). Poneva la questione morale e prendeva l’oro russo. O la sinistra è di macerie?
 
“Il nuovo corso talebano parte con la violenza”, “«Non ci sarà una democrazia»”, “Il volto violento dei talebani”. Perché, ne avevano un altro? Fa senso l’ignoranza degli italiani, dei media italiani, in politica estera, appena al di là di Chiasso. Non è nemmeno provincialismo, è proprio stupidità, il cui principale ingrediente è la mancanza di curiosità.
 
“L’esercito-truffa che esisteva solo per intascare le buste-paga”. Questa invece è un notizione. Ma le truppe di occupazione che questo fantomatico esercito per una decina d’anni hanno addestrato, che ci stavano a fare? A distribuire il regalo? Non si poteva mandare per posta? Con l’accredito iban?
 
Cosa sono le missioni militari di pace? Servono a distribuire un po’ di soldi. Anche ai militari, sottufficiali e ufficiali italiani. Con qualche prezzo, perfino, della vita. Non si potrebbero dimezzare i costi, ed evitare morti e feriti, spesso mutilati a vita a venti e trent’anni, aumentando le paghe ai militari?
 
Il vescovo sudamericano gay, che chatta in mutande con gli amanti, ma è un aneddoto di Sorrentino, di “The Pope”, o di “The new Pope”. Cioè: sono cose che si sanno, se si raccontano. Si dice tanto della chiesa che è un’organizzazione gerarchica, ma queste cose che sanno tutti giusto la chiesa non le sa?
 
Le cronache del rave party di Valentano, nel viterbese, sono catastrofiche: alcol, droga libera, musica tekno da imbelvire, covid free nel senso di disponibile, e la polizia che sorveglia a distanza nel senso di proteggere. Per un giorno, due, sei, sette. Poi si scopre che questi free party sono organizzazioni affaristiche, di imprenditori francesi e olandesi. Perché in Italia? Perché in Francia sono proibite - in Italia invece sono volute dalla Cassazione.
 
Parlano tutti di questi rave party, quasi tutti incattiviti. Tace il ministro che li autorizza, la prefettessa Lamorgese. Ha autorizzato per quale motivo, alcol e droga a volontà? E su 700 ettari, di proprietà privata? È un esproprio legale? Una riforma agraria (agropecuaria nel caso)?
L’Italia dei Prefetti, che viene a rimorchio dell’Italia dei tecnici, non si sa che dirne – è come se ce li imponessero recalcitranti.
 
L’elogio di Draghi si condisce nel libro di Napoletano, “Mario Draghi: Il ritorno del Cavaliere Bianco”, a proposito della crisi del debito nel 2011-12, “la più grande crisi del Dopoguerra”, di questo semplice inciso: la crisi “presentò a noi un conto più pesante di quello di una terza guerra mondiale persa”. Eccessivo? Probabile, ma perché non si studia la crisi del debito – se ne parla solo in una fiction bellissima, “Diavoli”, subito uscita dalla circolazione?

Vecchie e nuove colonie - Sicilia, Italia

La “colonia eterna” è la Sicilia. Recensendo tre libri ultimamente dedicati alla Sicilia sul mercato anglo-americano (Jamie McKay, lo scrittore anglo-fiorentino, “The Invention of Sicily”, John Julius Norwich, lo storico inglese da poco defunto, “An Island at the Crossroads of History”, e la storica Lucy Riall, “Under the Volcano: Revolution in a Sicilian Town”), lo scrittore anglo-veneto Tim Parks sempre brillante ne sintetizza le analisi in questi termini: “In Sicilia c’è stato un disallineamento funzionale per secoli tra le molti differenti comunità locali e le idee e i piani di chi governava l’isola da remoto”. E continua – continua a governare da remoto.
“Chi governa la Sicilia?”, esordisce Parks, “è importante. Con una popolazione di 5 milioni (simile alla Scozia, maggiore della Croazia), quest’isola di 10.000 miglia quadrate alla punta dello stivale Italia ha una speciale autonomia…. Allo stesso tempo, è moltissimo governata da Roma a sussidiata da Roma”.
Allo stesso modo, aggiunge Parks per dare un’idea, oggi dell’Italia, che è “in qualche misura governata e dipendente dall’Unione Europea”. Per esempio nelle forniture dei vaccini anti-covid. L’analisi dell’ovvio, a volte è necessaria.
Tim Parks, The Eternal Colony, The New York Review of Books, 16 agosto, € 1