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sabato 16 luglio 2022

La guerra non tocca la Russia 5

JPMorgan e Citygroup ridimensionano le previsioni di forte recessione, dal meno 9,6 per cento di aprile al 3,5.

Del default, che pure dovrebbe esserci stato, per le scadenze dei titoli russi in dollari, non si parla - le scadenze sono aggiornate?

Sono poche alla fine le imprese occidentali che hanno abbandonato la Russia.

Dopo gli Emirati per il greggio, l’Arabia Saudita comunica il raddoppio, alla vigilia della visita del presidente Biden, delle importazioni di olio combustibile russo per le centrali elettriche, da 300 mila a 600 mila tonnellate.

Si vedono in Versilia suv con targa ucraina che non si vedevano prima.

Sono cinque quest’anno, invece di uno, i superyacht a quattro e cinque ponti ancorati davanti al Forte dei Marmi. Posto che non sono arabi, di cui non c’è traccia a terra, saranno di oligarchi russi non sanzionati – o ucraini?

Ecobusiness

I pannelli solari, cardine della transizione ecologica, sono prodotti in Cina, nello Xingjang, bruciando carbone.

In un podcast l’International Monetary Fund illustra con lo storico dell’energia Daniel Yergin il passaggio dai combustibili fossili alle batterie elettriche come un passaggio dal big oil, localizzato, “a grandi badili”: pannelli solari e batterie consumano un gran numero di minerali, variamente diffusi, da scavare in grandi quantità. 

C’è l’allarme siccità, ogni anno ormai o quasi, e nessuna pratica intelligente dell’acqua per usi domestici che ne consentirebbe il risparmio di almeno la metà – per usi quotidiani ben comprimìbili, come lavarsi i denti o farsi la barba (il vecchio barbiere  tagliava barbe lunghe con un semplice catino d’acqua). O anche pulire la differenziata. L’azienda romana dell’acqua del resto fattura un minimo di 200 mc di acqua l’anno per nucleo familiare, anche se il consumo è inferiore, pur mandando tutti i giorni le lavatrici.

Senza contare naturalmente la dispersione nella distribuzione via acquedotto, che in Italia è accertata al 44 per cento dell’acqua presa dagli invasi e dalle sorgenti.  

Pavese era un altro

A “Hoffman”-(Leone) Ginzburg, “Masino”-Pavese fa dire una cosa che lo segna: “Tu non sei di quegli idioti che si cercano, ma colle tue ignoranze riesci a vivere e a comprendere”. E di sé ribatte una cosa altrettanto importante: “Ho un difetto soltanto. Che non capirò mai la politica”, spiegando ben in anticipo gli smarrimenti del “Diario segreto”. Sa anche il suo problema con le donne – la cosa si prolunga per una pagina, ma il succo è questo: “Un grand’orrore di  qualunque legame l’aveva fin’allora distinto”.

Le prime poesie di Pavese, dai quindici anni ai ventidue, 1923-1930, e la raccolta di divagazioni torinesi “Ciau Masino”, 1932, una raccolta di racconti in realtà, anzi un romanzo, primo tentativo di narrativa, inedito. Un omaggio ai lettori dell’“Unità” il 12 settembre 1990, per i quarant’anni della morte, mai più ristampato, che invece ribalta tutto Pavese, semplicemente: la persona, e anche l’opera. Nell’introduzione, anonima e breve, ma straordinariamente viva e vera – sebbene il linguaggio sia censurato dalla vecchia abitudine di omettere le parole scurrili (ma una è rimasta, di un’opera che gli “bandava “ dentro, francesismo, o piemontesismo). E nella semplice composizione del volume.

Le poche note del prefatore anonimo sul legame paterno col professor Augusto Monti al liceo, su Tina Pizzardo, “l’insegnante di matematica dal carattere duro e volitivo, politicamente più che impegnata, iscritta al partito comunista clandestino”, amore infelice di una vita (lei lo usa come cassetta delle lettere), e sul suicidio per amore al liceo del coetaneo Elio Baraldi, nonché sulle cotte in serie per le ballerine del varietà scolpiscono un altro Pavese. Quando Baraldi si spara una rivoltellata “Pavese medita di imitare l’amico, poi si limita a scaricare la rivoltella contro l’albero a ridosso del quale si è ammazzato Baraldi. E scrive una serie di endecasillabi sciolti che invia subito all’amico Sturani”. Una psicologia non senza ombre ma forte, e diretta, non piagnona, lagnosa.

Le poesiole, composite, sono anch’esse illuminanti. C’è naturalmente Leopardi, filtrato da Pascoli. Ma anche la Vispa Teresa, in ottonari svelti. E il Berni. Con un “Blues delle cicche” di cui Pavese andrà sempre orgoglioso, ripreso in “Ciau Masino”. Che si adorna anche di un altro paio di poemetti in prosa, “Il vino triste”, “La maestrina”, “Antenati”, e un secondo blues di cui Pavese fu orgoglioso, “Il Blues dei blues”: le parole di una canzone jazz affidata però a “’n Tripôlìn”, un musicista “Napoli”, tutto intriso di canto melodico, e quindi abortita – il primo tentativo di “canzone d’autore”. Il tutto condito dal mistilinguismo. Il dialetto (piemontese? torinese?) innerva “Ciau Masino”, ma anche, nella costruzione, le prime poesie. Il poemetto a Titano (“All’alta rupe sul mare\ ancora è inchiodato il Titano”), 1928, viene anche in inglese, fluido.

È strano come di questo personaggio così vispo si sia fatto una arcigno professore, scontento della vita. “L’amore darà sempre guai a Pavese”, come ben predice l’anonimo acuto prefatore – quando a quindici anni prende la pleurite aspettando sotto la pioggia alla fine dello spettacolo una ballerina del varietà che invece è già uscita da un’altra porta con “un corteggiatore più fortunato”. Senza un’educazione agli affetti, da quasi orfano, cresciuto fuori casa – torinese nato per caso a Santo Stefano Balbo e lì abbandonato. Iniziato anche in queste cose dal professor Monti al liceo, che agli allievi consigliava il bordello. Un po’ fissato, se si vuole, ma come allora usava, sui toni della goliardia.  

“Ciau Masino” è un romanzo, scritto tra l’ottobre del 1931 e il febbraio del 1932, su due linee narrative, la vita dura, ignorante, perdente dell’operaio, e quella saputa e svagata degli intellettuali figli di famiglia, dei giovani studenti. “Tommaso Ferrero, detto Masino”, un altro Pavese, è protagonista di sette racconti (prodromi de “La bella estate” e altra narrazioni più fortunate di Pavese), Masin Delmastro è protagonista degli alti sette (tornerà con altro nome in “Paesi tuoi”). Masino è un giovane meccanico che le sbaglia tutte, da collaudatore della Fiat volendo cercare fortuna con le scuole serali, poi da torinese finito a Santo Stefano Belbo, e così via, fino all’abbrutimento, l’omicidio, il carcere. Masin passeggia con gli amici, chiacchiera, va in barca, flirta. E ha un dibattito insolito sul “francescanesimo” e sul Cristo di san Paolo, che attribuisce a Hoffman, “l’ebreo”, il più dotato degli amici – un dibattito pre Francesco-Bergoglio (e pre Pasolini).

Un debutto bocciato, non si sa da chi (dall’editore Frassinelli? sicuramente dall’amico “paterno” Leone Ginzburg), che però non dissuase l’anglista già notorio Pavese dalla scrittura, come energicamente assicura all’amico di sempre Mario Sturani, in due lettere allegate alla compilazione. “Il vivaio delle ambizioni letterarie di Pavese”, lo dice a ragione il prefatore, “un testo d’inaspettata freschezza  e di sorprendente allegria”.

Da ultimo il sogno: l’America. Che comincia da Genova, a un Sailor’s Inn. Dove però Masino-Pavese comincia con una battuta che oggi gli impedirebbe il visto, di un compagno di bevute, “un negro”, rilevando “una mano nuda, da scimmia”.

Pavese giovane, Einaudi, pp. 170 s.i.p.


venerdì 15 luglio 2022

La guerra non tocca la Russia - 4

L’attivo della bilancia dei pagamenti russa è cresciuto nel secondo trimestre. Per ridotte importazioni ma più per l’aumento delle esportazioni, in valore, di petrolio e gas – le sanzioni europee hanno avuto l’effetto finora di aumentare le quotazioni internazionali.

Nei primi 100 giorni di guerra la Russia ha incassato 93 miliardi di euro dagli idrocarburi. Ne ha esportato di meno, ma a prezzi più alti. Nel secondo trimestre la bilancia dei pagamenti ha registrato un avanzo di 70 miliardi di euro, surplus record. Rispetto ai primi tre mesi il valore delle esportazioni è diminuito, da 166 a 153 miliardi di dollari, le importazioni però sono scese da 88,7 a 72,3 miliardi.

La notizia ha rivalutato il rublo di un 3 per cento sul dollaro, quotando a 58,4 rubli per dollaro.

“L’economia russa resiste meglio del previsto”, malgrado la guerra e le sanzioni, secondo la banca americana JP Morgan: “Va verso una recessione morbida, con pil in calo del 3,5 per cento”.

Tutte le aziende giapponesi, e molte europee, compresi una ventina di gruppi italiani (tra essi Unicredit e Intesa), continuano a operare in Russia.

Cronache dell’altro mondo – gerontocratiche (198)

Il presidente Biden va per gli ottant’anni.

Il suo rivale nelle primarie democratiche per le presidenziali, Bernie Sanders, ha 81 anni.

La speaker della House of Representative Nancy Pelosi, ne ha 82.

La senatrice della California Diane Feinstein 89.

E sono tutte persone arrivate alla politica negli anni pre-Nixon.

La gerontocrazia è specialmente Democratica.

L’ultimo sondaggio dei Democratici li dà scontenti dell’amministrazione Biden, due su tre.

Il più vecchio dei Repubblicani è il presidente del Senato, Chuck Schumer, 71 anni.

(Sasha Abramsky, “The Nation”) 

Il miracolo delle “terre selvagge”

Il Tolstoj dei poveri. Della terra, delle erbe e le stagioni, dei contadini cocciuti, che sofrrono e prosperano, invece delle vuote aristocrazie, e dei tormenti d’amore. Che non mancano, ma per quello che sono, l’infatuazione di un momento, il richiamo della carne – dell’aria, dei suoni, degli elementi. Un canto di gloria alla fatica, al confronto col coevo Gor’kij, poverista piuttosto di regime. E il Teocrito del Novecento, quale resterà nelle storie. Ma: nazista?

Ogni Hamsun si confronta col passato di hitleriano convinto dello scrittore, prima della guerra, durante l’occupazione tedesca della Norvegia, e perfino dopo. Nel 1933 Hamsun aveva già 74 anni, Nobel da tredici, ma non era decrepito, e anzi continuava a scrivere con la magia di sempre. E non si capisce. Questo romanzo Sara Culeddu, che l’ha ripescato, tradotto e introduce, pubblicato nel 1917, dice di “storia piena di controversie”, perché piacque ai lettori ma non alla critica, e poi subì “l’appropriazione nazista”. Al punto da restare emarginato, almeno fino alla ripresa della stessa Culeddu, nel 2020, per i cento anni del Nobel a Hamsun - che, perché non dirlo?, deve molto a questo romanzo, di energie primitive. Ma, l’appropriazione di che? “Malgrado l’ovvio anacronismo di considerare «nazista» un romanzo uscito nel 1917”, nota Culeddu, “è indubbio che le sue pagine veicolino messaggi reazionari, antiprogressisti, antimoderni, antifemministi e razzisti”. Dove? Non in questo romanzo.

Qui Hamsun non è antifemminista. E anzi ha quattro personaggi femminili a tutto tondo. Con i difetti anche, certo, ma non da un punto di vista maschilista. E non c’è razzismo, e non c’è antiprogressismo. Non nei termini attuali, dopo la sbornia del consumismo globale. La furbizia del Lappone vagabondo non è una colpa, per lo scrittore del vagabondaggio. Non si può applicare retrospettivamente la correttezza ipocrita di oggi – cancellare per esempio gli zingari o rom che una volta popolavano la narrativa e ora non devono più esistere. L’aiutante femmina del Robinson Crusoe delle marcite settentrionali, futura “principessa” delle stesse, arriva “robusta e rozza, con ottime mani pesanti”, “un po’ avanti negli anni”, parla confuso, e non è “dotata di particolare intelligenza”, ma è “una benedizione” (pp. 10-11), in tutti i sensi – sapremo dopo che ha il labbro leporino.

Una scrittura formidabile – almeno nella traduzione di Sara Culeddu. Per ingredienti minimi, la vita nei campi vergini del grande Nord, di fatiche, ripetute, ripetitive. Che però assumono il fascino dell’ignoto, la vita “limpida” della campagna – il “grande mondo” della città può brillare ma non attrae. Con le catastrofi, naturali, stagionali. E l’ignoranza. Fino all’infanticidio, materno. Due infanticidi: uno, in qualche modo giustificato, punito col carcere (ma il carcere sarà una liberazione), e uno gratuito assolto, con argomentazione femminista (un’orazione capolavoro, nessun social femminista oggi saprebbe eguagliarla). Un elogio della sedentarizzazione, dopo gli anni e la trilogia del vagabondaggio – qui si emigra per non lavorare.

Un racconto lungo, insistito, ripetitivo, della vita nei campi, nelle marcite del Nord selvaggio, che si legge come un libro di avventure. Tutto eccelle, le pietre, i tronchi, le stalle, i parti solitari. E la prosa: un racconto di vita minuta memorabile. E progressista, al fondo. Le miniere che i capitalisti si passano di mano disinvolti, il commercio, la ricchezza vengono e vanno, valgono “easattamete quel che la gente è disposta a pagarli, niente di più”; “i germogli della terra, invece,” sono “l’origine di tutto, l’unica fonte di vita” (p. 362).

Un racconto perfino di buoni propositi, nel primo Novecento solforoso. Cosa ci si guadagna, chiede alla fine il deus ex machina, l’ex prefetto Geissler, e si risponde: “Un’esperienza forte e giusta”, e un’esistenza libera, “perché avete autorità e calma, avvolti da grande benevolenza” (p. 411).

Knut Hamsun, Germogli della terra, Einaudi, pp. X + 421 € 22

giovedì 14 luglio 2022

Ombre - 624

Fuori i grillini, meglio un governo tecnico: ancora non si sa ma non c’è dubbio che Draghi la pensi così. Meglio che avere i grillini alle costole, dentro e fuori del partito di Conte e Grillo, che un giorno ti votano a favore un giorno contro, meglio un governo che va avanti come sa, e i grillini che vogliono (Di Maio) lo votano. Per un tecnico economista come Draghi la politica economica di Grillo e i suoi dev’essere stata da mal di testa: Ecobonus al 110, una tantum, tredicesime, reddito di cittadinanza. Sembra quasi incredibile, nel 2022, che si dica una politica l’elemosina. A che costo poi.

In Afghanistan, come già in Irlanda del Nord, le forze speciali britanniche hanno ucciso molti inermi, per paura. E non succede nulla. Sì, c’è l’opinione pubblica, la Bbc denuncia e documenta il fatto, ma non ci sono colpevoli. Poi si dice il realismo del dottor Kissinger. Qual è il realismo delle guerre a tutti i costi della Gran Bretagna da un quarto di secolo almeno? Sia pure contro la Russia. E non da ora, dal falso dossier Russiagate. E anche dalle spie che muoiono a Londra – come Calvi, il banchiere, come Maxwell, l’editore laburista, eccetera.

Il baronetto Mo Farah, quasi quarantino, imbattibile a suo tempo nel mezzofondo, nobilitato dalla regima Elisabetta per i tanti successi, rivela che non è Mo Farah. Spiega alla Bbc che da bambino in  Etiopia vide il padre decapitato, che orfano fu mandato a Gibuti da alcuni parenti, per salvarlo dalla guerra civile, e che i parenti lo vendettero schiavo a una famiglia somala che viveva a Londra – Mo Farah è il nome del figlio della padrona somala. Questo a fine 1990. A Londra. Con l’Africa c’è ancora molto da lavorare – l’imperialismo qualche ragione ce l’aveva.

Stupefacente, ma non molto, il pelo sullo stomaco di Monica Maggioni, una giornalista che sa l’inglese e ha fatto perciò qualche guerra, embedded al sicuro, è stata per questo presidente della Rai, e da presidente ha scelto di dirigere il Tg 1. Non senza precedenti, un’altra con le lingue, sapeva perfino il tedesco, e con molto pelo è stata Lilli Gruber. Ma da direttrice del Tg 1 scalza i vice, non vuole ombre. E può farlo, Maggioni è ben dorotea, del democristianesimo eterno – come Gruber. Ha cominciato da Giorgino perché è anche lui un doroteo, ma di destra. Che sia donna aggiunge o toglie?

“Niente tonaca bianca e via dal Vaticano”: non cessa di stupire il papa, pettegolo, infantile, il “parroco- papa”. Non può fare ameno di occupare i giornali, e per lo più con idiozie. Da qualche giorno con l’ipotesi, perché no, che si potrebbe dimettere, anche lui. Non ora, ma potrebbe, domani, chissà. Da ultimo con questa precisazione, che vuole essere una cattiveria contro il vecchio predecessore, Benedetto XVI, che invece si è dimesso con dignità, con sofferenza - è lui “la veste bianca” e “il Vaticano”,

La Lega di “Roma ladrona”, lo stesso Salvini in testa a suo tempo, è ora in piazza con i cartelli “Roma merita di più”. Più cinghiali?

Draghi apre la concione alla stampa estera con una barzelletta (arriva il cuore nuovo all’ultimo minuto per il trapianto, ne arrivano due, e fra quello del giovane bello e aitante e quello del vecchio banchiere centrale ottantenne il paziente sceglie quest’ultimo - “sicuramente non è mai stato usato”), e i giornalisti stranieri ridono - sanno di che si tratta: il garbo vuole che si apra una concione con toni distensivi - mentre gli italiani convitati sbarrano gli occhi: Draghi dice le barzellette, come Berlusconi, etc. Questi giornalisti italiani, e i loro direttori, non finiscono di meravigliare: si diceva che fossero provinciali, ma forse sono altro.

Gli “Uber Files” che il “Guardian” pubblica, sulle “pratiche promozionali” della società anti-taxi, possono non avere rilevanza penale ma documentano il modo di essere del cosiddetto mercato: tutto si compra.  Uber avevano libero accesso a Macron, allora ministro dell’Economia a Parigi, al vice di Obama Biden, e ci provava con Scholz, oggi cancelliere a Berlino, allora sindaco di Amburgo e contrario a Uber. A Bruxelles però, che ha adottato la direttiva pro Uber, la corruzione è accertata: con Neelie Kroos, olandese, commissario Ue per il Digitale, che finendo il mandato voleva un posto in Uber.

Superstipendi in aumento, paghe in calo. Non da ora, da trent'anni - da 35 per l’esattezza, Gabanelli e Domenico Affinito sono precisi lunedì sul “Corriere della sera”. Gli stipendi medi si sono contratti del 2,9 per cento, il divario tra lavoratori e manager si è moltiplicato da 45 a 649 volte di più. Non è migliorato 604 volte il loro rendimento, solo le posizioni di rendita – sono i manager che decidono quanto gli compete. La storia del mercato, quando si farà, sarà piena di ridicolaggini, ma distruttiva – il mercato doveva produrre più ricchezza, ma per chi?

Surreale “dibattito” sull’acqua che manca in Italia paese di acque. La capa dell'opposizione on.le Meloni deve scrivere una lettera al giornale. Le risponde un ministro “tecnico”, che non conta niente cioè, sempre con una lettera. Il giornale non può (non sa) spendere per un’inchiesta? In fondo, si tratta solo di dire che l’Italia è ferma agli anni 1960, all’ultimo Fanfani, uno che faceva le cose – cambiava anche i tubi.

Si celebra - si celebra da mesi, da anni ormai – il Mundial di Spagna, anche il giorno che la Nazionale ne becca altri 5. La Nazionale femminile dopo quella maschile: l’Italia ci dev’essere abbonata. È anche la sola che gioca col possesso palla, cioè con la palla al portiere, a cui tutti hanno imparato a toglierla dai piedi, giocando e correndo in verticale. È più stupidità o rassegnazione?

Le vittorie per molte reti sono normali nel calcio femminile – la stessa Francia ne detiene probabilmente il record, 14-0 alla Bulgaria, altrettante all’Algeria – dopo aver beccato un 7-0 dalla Germania. Sono due sport diversi, al maschile e al femminile – al femminile il calcio è verticale, con buona pace di Freud?

La Francia è robusta e veloce, inaffondabile e inafferrabile - la Nazionale femminile. Ma per tredici ventesimi è di francoafricane, toste e velocissime.

Una pagina dl “Corriere della sera” per la vice-ministra Castelli. Una vice-ministra dell’Economia, addirittura, in carica già da quattro anni e passa. Che propone ora 200 euro, poi la fiscalizzazione degli “oneri di sistema” sulla bolletta della luce, poi qualche altro spicciolo, contro l’inflazione. Sembra di sognare: contro l’inflazione, che divora salari e pensioni, la politica economica delle mance? La politica di un governo a guida economica, ex Banca d’Italia? Ma più incredibile è non un accenno di critica, nemmeno di dubbio, sui grandi media.

Il 2022 doveva essere l’anno del decollo in verticale di Unicredit dopo il Grande Freddo seguito alla sbornia Profumo. E invece “si è trovata in un mare in tempesta” – “l’Economia”. Per la Russia, ma di più per “problemi di management, che hanno portato a un rimpasto”. Quisquilie, pinzillacchere, il management?

Ma “sul titolo Equita Sim ha da poco confermato la raccomandazione  buy e il prezzo obiettivo a 13,1 euro” – oggi è a 8,43 (lunedì, giorno de “L’Economia”, era a 9,38). La Borsa come atto di fede?

Spiega Nuccio Ordine sul “Corriere della sera” che i concorsi a quiz sono pieni d’inesattezze, e di errori, anche grossolani. Ma dice anche che lo ha spiegato, con esempi, già dieci anni fa, sempre sul “Corriere della sera”, insieme con Canfora. Cita vari errori. Ma, dice, il sistema è indistruttibile, malgrado le contestazioni in tribunale e i danni, perché “servono a far guadagnare tantissimi soldi  a molti privati  che hanno organizzato corsi per preparare il candidato” - corsi per azzeccare la riposta giusta. E poi dividono, col ministero?

C’è (quasi) ogni giorno una nuova modella ucraina che imbraccia il fucile, con tuta mimetica e accessori. O è sempre la stessa, con una diversa acconciatura? Ma la guerra non è brutta?

Da ieri sono in campo anche, con belle foto e belle confessioni, molto ben redatte, gli “unicorni” (sta per gay?): “Il battaglione degli Unicorni. In prima linea, gay e finalmente fieri di dirlo”. Non ci lasciano un centimetro quadrato di attenzione libero.

Certo, sono belle queste trincee spensierate, in pose scelte e bene illuminate. Ma i copywriter lo fanno gratis?

L’assoluzione di Platini e Blatter non dice che il calcio è pulito, dice al contrario che è sporco. Non il solo calcio, più di tutti è sporca l’atletica, dove pure i soldi sono (sarebbero) di meno, con le squalifiche a comando. Per favorire chi paga di più, la Cina, gli arabi, chi vuole. Sembra perfino assurdo, quanta corruzione c’è nello sport.

Il racconto dell’uomo inurbato – proletarizzato, vulcanizzato

Ultimo racconto della “Storia dei Tredici”, la trilogia che comprende “Ferragus” e “La duchessa di Langeais”, la piccola serie giallo-gotica di Balzac, primi anni 1830, non ancora “Commedia umana”, ma l’agitarsi già frenetico di uno che si vuole un filosofo, e un autore di teatro. La storia c’è: una ragazza dagli occhi d’oro, una tigre, innamora un nobiluomo, e una serie di colpi di scena seguono. Per l’inevitabile allora incombere, più delle mafie nel giallume odierno, di una potente società segreta – potere e segreto vanno insieme: di “uomini abbastanza onesti da non tradirsi mai tra di loro, abbastanza diplomatici da dissimulare i legami sacri che li univano, abbastanza forti da mettersi al di sopra di tutte le leggi”.

Ma il racconto si legge più per le venti pagine iniziali, un attacco retorico molto costruito contro Parigi, paradigma dell’umanità inurbata che si agita senza senso. Si capisce che Bertolucci ne sia stato attratto (l’edizione Garzanti è tradotta da Attilio Bertolucci), anche per l’inventiva linguistica e sintattica: una sfida.

Singolare in questa lunga digressione iniziale la ricorrenza di termini e riferimenti che si sarebbero pensati entrati nel lessico qualche generazione dopo, con Marx: operaio, proletario, proletariato, borghese, borghesia, piccola borghesia, consumismo per imitazione (“dispotismo dell’io lo voglio aristocratico”). Con un residuo romantico, che anche questo si perpetuerà per l’Ottocento, e oltre: “Questi uomini, nati senza dubbio per essere belli, perché ogni creatura ha la sua bellezza relativa, si sono irreggimentati, dall’infanzia, sotto il comando della forza, sotto il regno del martello, delle cesoie, della filatura, e si sono prontamente vulcanizzati” – un vocabolo, questo, che non avrà fortuna, ma diceva bene, di “Vulcano, con la sua bruttezza e la sua forza”.

Honoré de Balzac, La ragazza dagli occhi d’oro, Garzanti, pp. LX + 128 € 9

Alia, Ibs remainders, pp. 175 € 4,83

mercoledì 13 luglio 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (497)

Giuseppe Leuzzi

Si discute il disegno di legge Gelmini, che ridà al Nord la spesa sociale (nazionale) finanziata con contributi fiscali del Nord in eccesso sulle prestazioni, quando essa, la spesa sociale, risulti inutilizzata. Che non è semplice da calcolare, ma non c’è dubbio che Gelmini voglia ridare al Nord i soldi che il Nord deve mettere per la “coesione sociale”: è una che non sembra, ma ha rivoltato l’università pubblica a favore delle private, sia pure ancora da inventare, magari online (i diplomifici). Anche perché la coesione sociale funziona poco. Pietro Francesco Maria De Sarlo, napoletano di Milano, presidente della Fondazione Intesa, si è accorto che la spesa sociale è a Milano il doppio che a Napoli – non propriamente il doppio: “Per il sociale si spendono 6.893 € pro capite in Lombardia e 4.899 in Campania: più a via Brera a Milano che a Scampia a Napoli”.
Certo, può anche essere che a Scampia siano ricchi e a via Brera nel bisogno.
 
“Tra il 1919 e il 1939, cioè ieri, “lasciano il Centro-Nord due milioni e mezzo di migranti e un milione e mezzo parte dal Mezzohiorno” – Alessandra Gissi, “Donne e migrazioni” (in “Storia delle donne nell’Italia contemporanea”, 245). Nel dopoguerra, con la Repubblica, si cambia: nel decennio 1946-1956, su 1,2 miliomi di emigranti, “le provenienze regionali vedono al primo posto la Calabria, poi Sicilia, Campania, Abruzzo e Molise, Lazio, Veneto”.
 
“L’Espresso” dei primi anni, gestito da Arrigo Benedetti, vede il cofondatore Eugenio Scalfari, calabrese, impegnato nella diatriba Milano-Roma (“Milano,la capitale morale d’Italia”), e nella “creazione del Sud” – di un Sud violento, barbaro, baro, corrotto, sprecone (butta via i contributi). L’Aspromonte terra di banditi. L’olio di oliva senza olio. “Il Regno di Napoli conquista Firenze” (“è in corso la meridionalizzazione di tutta l’Italia”). E “L’Africa in casa. Perché scappano verso Nord” – una “inchiesta” a più mani e più puntate “che disegna un Mezzogiorno «senza storia»”, nota la storica Gissi rileggendolo, “immoto e resistente ai processi di trasformazione”.
 
Si ripercorre nella “Storia delle donne nell’Italia contemporanea”, la raccolta di saggi a cura di Silvia Salvatici, l’assurdità del “delitto d’onore”, atto quanto altri mai penale. E dello stupro a lungo “provocato”, dall’abbigliamento, gli sguardi, il linguaggio, le abitudini. Nonché di quello risarcito (abbuonato) col matrimonio – detto alla Peynet “la fuitina”. Che però, più che un deficit antropologico, maschilista, “italiano” o “meridionale”, è l’effetto della miseria della giurisdizione italiana, di avvocati e giudici, di una giurisprudenza malata.
 
Un sindaco antimafia di vent’anni fa, a Roccabernarda nel crotonese, è stato ripetutamente oggetto di aggressioni, ai beni (la macchina incendiata etc.) e ora anche alla persona. Aggressioni azionate tramite minorenni. I mafiosi vanno col codice. E l’antimafia? Il sindaco aveva il torto di essere di destra? Ma è un ex maresciallo dei Carabinieri. Non si è fatto in tempo a indagare? Ma Francesco Coco parla e agisce da vent’anni, fu eletto nel 2002.
Non è solo: i mafiosi, padri, figli, nipoti, da tempo noti, denunciati, indagati, anche condannati, si ritrovano sempre a piede libero, ovunque in Calabria. L’antimafia serve a postare foto su instagram? Magari di Madonne che si inchinano a mafiosi, invisibili – come è giusto, saranno divinità. Ma a carico dello Stato, cioè delle vittime dei mafiosi? Carabinieri, ancora uno sforzo!
 
Il Sud non è terra d’immigrazione – di opportunità
In una disamina breve, ma fortemente intelligente, dell’immigrazione sull’ultimo “La Lettura”, lo statistico Roberto Volpi spiega in due righe il ritardo del Sud: in un’Italia ancora decentrata, come è della sua lunga storia, e di operosità legata alla persona più che al capitale – artigianato, piccola imprenditoria, senza capitali cioè, piccolo commercio – l’immigrato si trova a suo agio. Ma questo non avviene a Sud, giacché l’immigrazione vi è residua.
La struttura fortemente decentrata dell’urbanizzazione e della produzione favorisce in Italia una immigrazione “senza effetti banlieu”, di ghettizzazione, e una rapida integrazione nelle attività artigianali-imprenditoriali. Ma al Centro-Nord: “Solo 830 mila sono gli stranieri residenti nel Mezzogiorno, contro quasi 4,4 milioni che risiedono nel Centro-Nord. Nel Mezzogiorno rappresentano poco più del 4 per cento della popolazione, nel Centro–Nord poco più dell’11 per cento, quasi tre volte tanto”.
Resta da decidere: è la mancanza di iniziativa personale che indebolisce il Sud oppure di infrastrutture: vicinanza ai mercati, promozione, possibilità di fare reti? È in difetto l’uomo del Sud oppure l’organizzazione, politica, economica? È pure vero che la politica non è imposta, è l’espressione della società.  
 
La donna del Sud
Si dà su Rai Storia la serie “Donne di Calabria” presentata alla Festa del Cinema di Roma, ideata da Minoli. Sei donne come tante per la verità: due giornaliste, Adele Cambria e Clelia Romano Pellicano, una sindaca, Rita Pisano, la “contadina” Giuditta Levato, la prima parlamentare calabrese, Jole Giugni Lattari, e questa sì, la prima donna sindaca in Italia, Caterina Tufarelli Palumbo – di buona famiglia ma orfana, avvocato, già sposata a 21 anni, a 24, nel 1946, quando le donne poterono votare, si candidò e fu eletta, a San Sosti. Una  serie cioè che involontariamente perpetua il cliché, volendo motivare il contrario, che ci sono donne energiche anche in Calabria – ce ne sono anche di più energiche della serie.
Due esempi migliori li propone Daria Galateria sul “Venerdì di Repubblica” – tratti da due biografie recenti, “La tigre di Noto”, di Simona Lo Iacono, e “L’attrito della vita” di Lorenza Foschini, che ne tratta incidentalmente, scrivendo di Renato Caccioppoli. Anna Maria Ciccone, da Noto a Roma e alla Normale di Pisa, un secolo fa, matematica e fisica, mai professore, benché avesse vinto molti concorsi (non veniva “chiamata”), famosa perché, germanista per essere stata chiamata nel 1935 a Darmstadt, dal chimico futuro Nobel Gerhard Herzberg, nel 1944 contrattò energicamente con i comadanti tedeschi che volevano razziare i laboratori e la biblioteca di Fisica a Pisa e riuscì a salvare il tutto. E Maria Del Re, di Reggio Calabria, prima donna professore incaricato di una disciplina matematica, sempre un secolo fa.
 
Il problema del Sud è che non c’è il bisogno
“la Repubblca” dedica una pagina, per la penna di Francesca Alliata Bronner, alle “meraviglie del turismo in Calabria”. Che resta però la regione meno turistica dell’Italia - l’“alluce dello stivale”, scrive Alliata Bronner, “come gli americani chiamano la Calabria”. Meraviglie per “alcuni dei migliori prodotti gastronomici italiani”, come ha scritto il “New York Times”, per il “mare spettacolare”, scrive Alliata Bronner, che si affaccia sullo Jonio e sul Tirreno, e per “la cultura millenaria”. Molto green la trova la giornalista: una ciclovia lunga oltre 500 km, bird watching, trekking. Con l’orizzonte sempre aperto, si può aggiungere, sui due mari. Il mare di sabbia alternato al mare di scoglio. I boschi, colorati e sempre illuminati, pieni di luce. “Per finire a Reggio Calabria, il capoluogo e forse la città meno turistica del meridione benché piena di storia”. Che non ha mai saputo mettere a frutto la posizione nello Stretto, fantasmagorica, i Bronzi e il superbo museo archeologico, e il lungomare, certo – e fiori e frutti unici, gelsomino, bergamotto, annona. Il centro turistico che ha suscitato le meraviglie di Alliata Bronner si chiama Falkensteiner, del gruppo Falkensteiner, dei fratelli dallo stesso nome, tirolesi italiani della Val Pusteria, con sede a Vienna, e ramificazioni in tutto il Mediterraneo.
Ci vogliono soldi per un club Falkensteiner? Quelli non mancano. Incapacità di servire? Di organizzarsi? Di promuoversi? Poca intelligenza? Poco bisogno. La speculazione dei poveri a Scalea e a Falerna, lo sbocco a mare di Cosenza sull’A 3: piccoli immobiliaristi romani hanno distrutto una cittadina storica, di grande sapienza urbanistica, e una macchia mediterranea meravigliosa per costruire casermoni da vendere cheap a poco metraggio l’uno, abbandonati per dieci mesi l’anno, e per gli altri due infernali. Rocca Imperiale, nome giustamente importante per un borgo arrampicato sotto al castello, opera di Federico II, nonché marchio di uno dei limoni più pregiati, era in abbandono fino a quindici anni fa, quando un gruppo di amici padovani rilevò delle case abbandonate, le rimisero in sesto il poco che necessitava per poterci passare un paio di settimane in estate, le tennero per alcune estati e poi, cambiando destinazione alle vacanze, le rivendettero al doppio e al triplo - il paese intanto si era risvegliato. Nella provincia di Reggio, la più dissestata dell’intera penisola, Palmi ha due spiagge da paradiso terrestre, la Tonnara e la Marinella, ma sa solo riempirle il mese di agosto, per la troppa folla, troppa sporcizia e poco guadagno: un sindaco intelligente, Armando Veneto, che aveva portato a Palmi il premio Viareggio del palmese Répaci,  ha dotato la Tonnara di un porto turistico, e lì il porto è rimasto, vuoto, nessuno ci ha neanche provato a gestirlo – come nel Terzo Mondo: si spendono i soldi dello Stato, gli appalti sono golosi, e poi si lascia tutto in abbandono. Tra Palmi e Villa la costa è piena di spiaggette, scogli, grotte, ma nessuno offre un servizio di cabotaggio, in barca o in motoscafo. Era una costa piena di viti zibibbo, uva molto dolce per l’insolazione, la vigna a gradoni sul mare che ha fatto la fortuna delle Cinque Terre: tutto abbandonato, la costa è inselvaggita (si voleva tracciare un sentiero, per un trekking tra cielo e mare, e niente, nemmeno quello).
Della Calabria non si finirebbe mai di dire. Che non riesce a fare tesoro delle specie vegetali che la favoriscono: bergamotto, cedro, liquirizia, oltre all’ulivo, di cui ha forse la maggiore superficie alberata, e gli agrumi. Inventare prodotti, promuoverli. E avrebbe anche un numero strabiliante di vitigni autoctoni - non dirlo ai padovani né ad altri veneti – che non cura. Ci volevano donne venete, magari solo reduci da Casarsa quando c’era il militare obbligatorio, per aprire un primo rifugio sul Pollino, o ristoranti da fiaba, sotto Gambarie, con affaccio sullo Stretto - lo Stretto, un capitale vergine.
Non è un paradosso, sicuramente non un pregiudizio, è una constatazione, sconsolata: il Sud soffre di mancanza di bisogno – vero, reale: si accontenta.
 
Sudismi\sadismi
Dal “Corriere della sera” online: “È partito da poco un percorso rivolto a formare insegnanti che a loro volta faranno da formatori ad altri insegnanti attraveso dei corsi online che cominceranno in autunno e avranno per oggetto la didatttica della lingua italiana, della matematica e della lingua imglese. Destinatari di questi corsi sono i docenti in servizio nelle regioni Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna, regioni che nei test Invalsi ottengono risultati molto al di sotto della media italiana”, Marco Ricucci, professore di Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Milano.
In realtà la sperimentazione, avviata e gestita da Indire, Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa, è rivolta a introdurre nella scuola la “grammatica valenziale” o della verbodipendenza, una pedagogia innovativa, e comincia dal Sud.

leuzzi@antiit.eu

L’Italia crolla, Washington è indifferente

La fine è della “Prima Repubblica”, o dell’assetto democratico, seppure debole, dell’Italia per un colpo di mano di un gruppo di giudici, napoletani di Milano, e dei giornali, sempre milanesi: un golpe all’insegna, non dichiarata, del leghismo (poi finito naturalmente nei torbidi, il partito più ladro d’Italia). La fine dal punto di vista americano, dell’ambasciata americana a Roma – “La fine della prima repubblica negli archivi segreti americani” è il sottotitolo. Archivi per la verità non segreti, non per la serie di documenti che Spiri ha potuto consultare, che sono i rapporti dell’ambasciata al Dipartimento di Stato, quelli ufficiali - quelli veramente segreti, se ne esistono, lo sono ancora. Non grandi analisi, avverte lo storico, i rapporti sintetizzano la situazione quale emerge dall’opinione pubblica italiana, dai media. Più o meno confermata da qualche conoscenza personale dei diplomatici (che però, va detto, fanno e facevano poca vita sociale).

I dispacci sono tutti pro-Milano. I giudici sono stati ricevuti all’ambasciata, dove hanno spiegato che faranno piazza pulita di tuti i partiti - mentre cancelleranno tutti i partiti eccetto i loro, il Msi e il Pci. E più volte dal console americano a Milano, che li cerca con insistenza. La sorpresa di questi dispacci è indiretta: la fine annunciata della “Prima Repubblica” non 9turba l’ambasciata, anche se l’Italia è un alleato e una base sensibile nel Mediterraneo. Le cronache vengono sintetizzate in chiave simpatetica. Si parla di manifestazioni di popolo per i giudici, che sono invece quelle che sono mancate – le “manifestazioni di popolo” sono l’imboscata del Pci contro Craxi all’hotel Raphael.

Ancora più strano è il distacco diplomatico considerando che la crisi politica si doppiava con quella dell’ordine pubblico, con le stragi di Palermo – Riina leggeva i giornali, o chi per lui, e sapeva cosa accadeva a Milano. Ma il collegamento che l’ambasciata fa di queste due emergenze è importante: nessuno storico, per tacere dei cronisti, lo ha rilevato e lo rileva, benché sia una lettera aperta.

Falcone era conosciuto e apprezzato negli Stati Uniti, dal tempo del maxiprocesso. I rapporti tengono quindi conto di Palermo. Ma più per il lato politico che sembrava emergerne, di una qualche responsabilità di Andreotti.

Spiri sembra fare differenza tra l’ambasciata della presidenza repubblicana, di George Bush, fino al 1992, e quella democratica di Clinton, dal 1993. Ma l’ambasciata americana a Roma in epoca Democratica è stata ben più interventista di quella repubblicana: prima di Clinton, e dopo Kennedy-Johnson, ci fu quella di Carter, il cui ambasciatore a Roma, lo storico diplomatico Gardner, 1977-1981, si agitò molto e in fondo sconfisse l’alternativa di sinistra, un governo alternativo alla Dc, con la partecipazione del Pci – Clinton porterà l’Italia addirittura a dichiarare guerra, alla Serbia (non a dichiararla, a farla).

Latita sempre – sempre evitato – un riesame storico dell’atlantismo, che fa ormai quasi ottant’anni, un’epoca, e in esso del rapporto fra l’Italia e gli Usa. Curioso, in questa più ampia disattenzione, è il non detto di questa “Fine”, va ripetuto: non c’è paura o apprensione per un procedimento di degrado politico, a opera di giudici avventurosi e del leghismo milanese, politico e editoriale, e quindi dell’indebolimento dell’Italia. La quale invece aveva appena avuto un ruolo di primo piano nell’indebolimento e la caduta dell’impero sovietico. Con i finanziamenti Bnl, cioè del partito Socialista, a Solidarnosc. Col sostegno al cardinale Glemp in Polonia, nella sua ambigua coesistenza col generale Jaruzelski (l’analisi famosa di Sandro Viola, “Il cardinale e il generale”), e al papa Woytiła a Roma. E soprattutto con il si allo schieramento in Italia dei missili americani Cruise, gli euromissili, che fecero saltare l’ultimo bluff sovietico, imposto da Craxi a De Mita (ministro degli Esteri Andreotti), e a Andreotti recalcitrante che gli succedette, col sostegno di Cossiga dal Quirinale. Si dice di Craxi che era indigesto a Washington  per la vicenda dell’“Achille Lauro” e di Sigonella, la base aerea siciliana dove fece schierare i Carabinieri contro i Marines che volevano il terrorista Abu Abbas, che Craxi aveva promesso di liberare al mediatore Arafat. Ma nel 1992 non c’era Reagan alla Casa Bianca, il il presidente americano che meno conosceva il mondo, ma il diplomatico George Bush.

Andrea Spiri, The End 1992-1994, Baldini + Castoldi, pp. 236 € 18


martedì 12 luglio 2022

Secondi pensieri - 488

zeulig

Credere – “Se è falsa l’idea, chi mi mette l’idea?\ Se non c’è bontà né giustizia\ perché si angustia il cuore nella tenzone\ difendendo i suoi inutili miti?”: se lo chiede, e lo chiede al suo amato Leopardi, Pessoa nella “Ode a Leopardi”. Una serie di argomenti al rovescio: “Se è falso credere in un dio o in un destino\ che sappia quello che è il cuore umano,\ perché c’è il cuore umano e il senso\ che ha del bene, e del male?” Per concludere – ma l’ode è incompiuta: “Quale malvagità, quale …, quale ingiustizia,\ ci fece per credere, se non dobbiamo credere?”.

Dittatura – È delle “minoranze operanti” di Sorel, e poi di Lenin e Mussolini. Il cambiamento (rivoluzione) è sempre opera di una minoranza attiva – ne è la materia e lo scopo – e  a volte vince. Nei due canali, della medietas e della radicalizzazione. Di quando si fa maggioranza, seppure passiva, tiepida, non ideologizzata. Oppure si radicalizza, inevitabilmente avvitandosi su se stessa, a partire da Robespierre.

È il sentiment alla base della radicalizzazione americana di questi anni Duemila: un imporsi delle minoranze di ogni tipo, che destabilizza le maggioranze (di genere, di colore, di posizione sociale), anche le più tolleranti, in quanto tracimano dagli equilibri della tolleranza, per imporsi – quasi una nuova intolleranza: come opinione, trend, mercato, e perfino legge. Con un senso profondo, totalizzante, di essere nel giusto e avere diritto - come un pregiudizio. Si vede un po’ in tutte le rivendicazioni – anche in quelle più giuste (contro un assassinio perpetrato da un poliziotto, contro un detto o un atto di razzismo, contro una sopraffazione nel nome della maggioranza).

Ci sono anche eccessi. Come dire fascista la scrittrice inglese Rowling, perché ha detto che una donna non è solo una persona con le  mestruazioni. Non c’è fastidio, non ci può essere, in un afroamericano che legga oggi Mark Twain, “Huckleberry Finn”, racconto sontuoso e comunque antirazzista, perché incontra più volte detta, non da Twain, dai tanti personaggi, lo spregiativo nigger. Non ci può essere fastidio, non c’è. Ma ci può essere, e c’è, il tentativo di avvantaggiarsene, chiedendo censure e compensazioni. Cioè opportunismo. In una logica che fa dei diritti una tagliola, e un soperchieria.

Eteronimi – Ricorrono di Pessoa - solo di Pessoa - i tanti sosia, proiezioni di se stesso, che Pessoa avrebbe voluto, o temuto, di se stesso. Che non sono però il normale sviluppo di ogni vita, dal vero o immaginaria – desiderata, provata? L’entelechia è un work in progress, tra errori, omissioni, presunzioni, progetti.

Infanzia  È la stagione dorata della psicoanalisi, il suo campo di esercitazione o caccia (“Edipo”, rimozione, fase anale…). E quindi di moltissima letteratura, a partire da Proust. Che pure non manifesta conoscenze o curiosità speciali per la nuova scienza – mentre Svevo, che la praticava dagli albori, evita accuratamente l’infanzia. George Perec, che invece non la trovava, non se ne ricordava, dovette alla fine ricostruirsela (“W ou le souvenir d’Enfance”), affiancando al suo “romanzo d’avventure” infantile il ricordo, poverissimo di eroismo o anche solo di immagini, di briciole, di cose “possibili”: parentesi per lo più, assenze, buchi, dubbi, ipotesi, e una difficoltà insorgente di ricordare – di dare corpo ai lampi di scoperta, casuali, sognati, copiati.

Malinconia – Viene “seduta”, propriamente, sulla sedia, in un piccolo saggio in tema di Tabucchi all’interno della sua ennesima celebrazione di Pessoa (“L’automobile, la nostalgia e l’infinito”, p. 64). Alla base e’è Eugenio D’Ors, “Glosas”: “Per lavorare, e soprattutto per sognare più nobilmente, è necessario stare seduti”. Ma per lo stesso D’Ors la sedia si accompagna al tedio, spiega Tabucchi: “L’«Oceanografia del tedio» è un monumento alla sedia”.

Tabucchi segnala anche un saggio del critico brasiliano Joacquim-Francisco Coelho, “Sulla sedia di Álvaro de Campos”, uno degli eteronimi di Pessoa. E ricorda che la “Melencolia” Dürer ha raffigurato seduta.

O non è viceversa: la malinconia mette seduti? Che potrebbe certo essere la stessa cosa: stando seduti – immobili, inattivi – si diventa malinconici, se già non lo si è. L’uomo è faber. Forse è solo disforia,  uno stato patologico, dei nervi, della circolazione.

Ritorna ciclicamente. E oggi è di nuovo a Burton, il pastore anglicano del Seicento, che trova il “morbo malinconia”, oggi si direbbe depressione, una pandemia da cui nessuno è escluso, per una lunga serie di circostanze. La fine di un amore, o anche solo di una emozione. L’interrotta o impossibile frequentazione di una persona affezionata. L’isolamento, o comunque la mancanza di un gruppo, familiare, sociale. Mancanze varie, di ogni tipo, reali oppure no, ma che comunque insorgono e occupano la mente. E l’insoddisfazione insorge, verso se stessi, verso un’attività o un’opera. E naturalmente, in senso elevato, biblico (“Ecclesiaste”, 3,11), quando non si afferra, o non più, la ragione delle cose, dall’inizio alla fine - la “malattia dell’anima” di Aristotele. Il reverendo Burton si firmava Democritus jr.

Ci sono sempre sorprese a sfogliare questa enciclopedia della malinconia, che produce, dice Burton, follia e genio. La “mélaina cholé” di Ippocrate, in greco la bile nera, o bile dell’umore nero, causa di ansia e di tristezza. Uno stadio morboso, non la normale “malinconia” del vivere, la stanchezza. Un “bipolarismo” che si rappresenta nero nell’incisione “Melencolia” di Dürer e rosso nella coeva ”Melencholia” di Cranach. Con l’ambivalenza, cioè, dell’inquietudine del presente, di voler o comunque aspettarsi un presente promettente, dal futuro prossimo migliore. Baudelaire ne fa famosamente un segno di distinzione, la malinconia dicendo nei “Diari intimi” “la nobile compagna della bellezza, al punto che non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore”. Come farà il filosofo Romano Guardini, che nella malinconia trova l’inquietudine di chi avverte l’infinito che non sa o può cogliere, una forma di dolore illuminato dalla speranza. Già Marsilio Ficino, che Burton avrebbe fatto in tempo a inventoriare ma non lo fa, collegava alla malinconia il genio.

Leopardi la dirà il dolore che conclude alla gioia vera (“Zibaldone”, 1691). Mons. Nunzio Galantino, nella sua colonna settimanale sul “Sole 24 Ore Domenica”, ritrova l’infinito malinconico di Guardini nell’arte: “Come nella serie di tele e di xilografie realizzate da Munch a partire dal 1891, intitolate Melankoli”. Starobinski invece è drammatico, la malinconia eaminando come tristezza, disperazione, delirio, furore, suicidio.

Piacere – Può non piacere – senza che si sia masochisti. L’“amare amabam” di sant’Agostino è reso da Pessoa nell’“Ode marittima” in “gostava de gostar de gostar” – che Tabucchi traduce : “Mi piacerebbe che mi piacesse provare piacere”. Che però è una agudeza insensata: un doppio condizionale di un’azione positiva che non ha senso. O ce l’ha in negativo: il piacere non mi piace – che è una soluzione. 

Scienza e fede – “La scienza è per gli occidentali come la Chiesa cattolica per Cortès e Pizarro. Ma loro ancora avevano una qualche idea di cosa fossero i sacramenti”: Calasso, “L’innominabile attuale”, è portato a questa conclusione dalla lettura di Simone Weil su Planck – dai due articoli di Weil, “Compte rendu sur le livre de Planck” e “Á propos d’un livre de Planck” (tradotto come “Libero arbitrio”, il libro di Planck mette assieme una conferenza del 1923 a Berlino, “Legge di causalità e libero arbitrio”, e uno dl 1936 a Lipsia, “Sulla natura del libero arbitrio”). La teoria dei quanti è “straordinaria e sovversiva”, anche se forse è sbagliata in certe applicazioni, ma quando se ne allontana Planck è “banale”: dà per scontato che il mondo si fonderà su una scienza che non può capire, scoperta da un uomo che, al di fuori della scienza, non sa che dire.

zeulig@antiit.eu

 

La sete dell’imprevidenza

Non un libro di lettura, del segretario di bacino dell’Italia centrale, del bacino idrico, giornalista, divulgatore scientifico, ma una selva impressionante di dati, e d’imprevidenza – una specie di sommatoria, l’ennesima, dell’Italia allo sbando. L’Italia ha la più ricca idrologia, oggetto d’invidia nel mondo: 302 miliardi di mc di pioggia l’anno, 7.494 corsi d’acqua, con 1.242 fiumi a carattere torrentizio, 347 laghi naturali,538 dighe con laghi artificiali, oltre 20 mila piccoli specchi d’acqua, 1.053 falde montane di acqua purissima, e tanto mare, quasi quanto una grande isola. E non ha acqua. Non ce l’ha ora nella siccità, ma nemmeno quando pioveva. E piove molto: a Roma piovono 800 millimetri all’anno, a Londra 760.

Un Paese di un’imprevidenza perfino troppo sciocca. “Stocchiamo meno acqua rispetto agli anni Settanta.  Cinquant’anni fa riuscivamo a immagazzinarne nove miliardi di metri cubi in più”. Poi l’imprevidenza, in crescita esponenziale. “Il Tevere ha una portata media di mille metri cubi al secondo. Nella grande magra del 2017 scorreva a 270 metri cubi al secondo”. Immaginarsi ora, che sembra secco. E si sa anche perché: non si regolano i bacini idrici a monte, e si spreca l’acqua trasportata, l’acqua potabile: “Sui 600 mila km di reti idriche le perdite sono al 42 per cento”. Un fatto notorio, da tempo, senza che non gliene freghi nulla a nessuno: “La sottovalutazione è impressionante. L’acqua è un bene pubblico, ma non rientra nei finanziamenti pubblici da oltre trent’anni” – anni di battaglie, si può aggiungere, politiche e referendarie per mantenere l’acqua un bene pubblico…  Né le cose sono destinate a cambiare: D’Angelis scriveva prima della siccità, ma “sui 220 miliardi del Pnrr all’acqua è destinato poco più dell’1 per cento”.

Erasmo D’Angelis, Acque d’Italia, Giunti, pp. 432, ill. € 15

lunedì 11 luglio 2022

Quando Mattarella si dimise Andreotti non ne tenne conto

Quando De Mita fece dimettere cinque ministri contro Andreotti, Andreotti pressato da Craxi li sostituì e non chiese nemmeno la fiducia. Era il 1990 e De Mita, su suggerimento di Scalfari, cioè di De Benedetti, ritirò i suoi contro la legge Mammì che regolava la tv privata (Berlusconi), cioè la legalizzava. Giovedì, se Conte ritira i suoi ministri, Draghi li sostituirà con 5 Stelle fedeli a Di Maio? Sarà difficile.

I precedenti sono 2-1 a favore della continuità. Nel 1993 il governo Ciampi andò avanti benché si fossero dimessi i ministri Pds – con Craxi di nuovo nel mezzo. Gli ex Pci si dimisero per protesta contro il voto della Camera che negava alla Procura di Milano l’autorizzazione a procedere contro il leader socialista. Il governo aveva già giurato, ma non gli era stata ancora votata la fiducia. Ciampi sostituì i dimissionari e poi ottenne lo stesso la fiducia. È andata male invece a Letta, quando si sono dimessi i cinque ministri di Berlusconi.

Fra i cinque di De Mita contro Berlusconi c’era anche Sergio Mattarella, ministro della Pubblica Istruzione. Con altri due meridionali, il calabrese Misasi e il siciliano Mannino, e due esponenti della sinistra Dc, Martinazzoli e Fracanzani.      

La corruzione e l’informazione

“Più di 300 netturbini «guariti» dopo i controlli sui certificati medici”. A Roma. La giunta del sindaco Gualtieri, in carica da nove mesi, di singolare inettitudine, si vende da qualche mese questa notizia, e le cronache romane compiacenti la “montano”. Senza dire in realtà nulla di ignoto, non ai lettori di Roma, dove si sa che i “posti” pubblici si comprano. Pratica tanto notoria quanto trascurata dalle stesse cronache. Che anzi,  quando il sindaco Marino ha cominciato a denunciarla, partendo dai vigili urbani, lo hanno distrutto – volevano perfino mandarlo in carcere.

È un fatto cognito, direbbe Camilleri, a Roma che i “posti” pubblici si comprano: si pagano. I posti non qualificati, non a concorso, all’Ama (ambiente), all’Atac (trasporti), e anche ai Vigili Urbani (concorsi addomesticabili). Possono essere anche cari – normalmente lo stipendio del primo anno. Le famiglie (zie, nonni. fratelli etc.) si tassano, e il fortunato li ripaga a mano a mano che percepisce lo stipendio. Il “posto” più caro è, era qualche anno fa, quello di autista dell’Atac.

È su questo presupposto che si ritiene un diritto assentarsi. Non per un giorno o due. Le sintomatogie più comuni, sia all’Ama che all’Atac, sono fisiche: nervi, muscoli e schiena – quindi inattività.  

Queste sono cose che si sanno, la meraviglia è che solo ora vengano sanzionate – in parte. Anzi che solo ora se ne scriva.

Anche la storia del simpatico storico sindaco è – sarebbe – straordinaria. Uno degli ultimi Fgci, giovani comunisti, tesserato Pci quando cadeva il Muro, dapprima dalemiano, poi (rottamazione) orfiniano, europarlamentare, ministro del Tesoro. Nel mentre che si addottorava in Storia Contemporanea a San Marino - quanto gli è bastato per essere chiamato a insegnarla alla Sapienza (dove i posti non si pagano, la chiamata è libera).

La Toscana (non) passa a destra

Sette capoluoghi di provincia su undici, dopo le ultime amministrative, sono ora in Toscana amministrati dalla destra. Restano di sinistra Firenze, Prato, Livorno e, grazie agli ultimi socialisti, Carrara – Livorno e Carrara erano già passate ai 5 Stelle.

Resta di sinistra il presidente della Regione, Eugenio Giani, che viene dal Psi, e ha presieduto tutte le assemblee cittadine, il consiglio comunale e il consiglio regionale, uomo insomma di equilibrio. Ma ha vinto, due anni fa, solo grazie a Firenze, e a residui socialisti sparsi nella Regione - altrove aveva vinto la candidata della destra Ceccardi.

La Toscana è passata a destra? In realtà resta di sinistra in tutti i centri medio-grandi, con popolazione sopra i ventimila abitanti, centri per eccellenza manifatturieri – l’industria in Toscana resta diffusa, piccola e piccolissima. Di questi centri pochissimi sono amministrati dalla destra: Montecatini, Piombino, Pietrasanta. E solo a Pietrasanta per un’opinione stabilizzata moderata, altrove per una scelta punitiva: a Montecatini è stato eletto sindaco un giovane sconosciuto leghista al primo turno, a Piombino, la ex Stalingrado toscana, è stata ed è forte la delusione per la deindustrializzazione – più forte ora per la fabbrica-beffa del gas con cui si vuole occupare il porto, una fabbrica mobile, che porta fumi e scarichi molesti in acqua e nessun beneficio alla città.

Il malessere mentale, dazio del genio

“Tutto ciò che gli uomini fanno: i loro desideri e timori, nell’ira e nel piacere, gioie, fantasticherie, sono la materia della mia fatica”. Vasto programma, molto oltre la malinconia propriamente detta. Di un pastore anglicano che si firmava Democritus junior.

Non si finisce di spulciare con qualche interesse questo repertorio secentesco del “malessere” mentale. Giocato su molte chiavi: l’anatomopatologia, in chiave medica cioè, combinata con la “fisica” dell’astronomia e dell’astrologia, nonché con i primi rudimenti della psicologia (per i tormenti d’amore soprattutto), con riflessioni sovrammesse, o divagazioni filosofiche, una critica anche, sia politica che religiosa, sui fatti della vita, e con molta ironia, quando non è satira – una cornucopia. Sotto l’ambigua considerazione che il malessere che riduce l’uomo alla condizione animale è anche segno e veicolo della genialità – magari surrettizia, non riconosciuta, forse nemmeno avvertita.

Un’enciclopedia, non un trattato. Da consultazione. L’edizione Bompiani è in originale con traduzione – di Luca Manini. Con introduzioni, note e dotti apparati, di persone e opere, e utili indici, a opera dello stesso Manini, di Amneris Roselli e Yves Hersant.

L’edizione Feltrinelli è la traduzione dell’introduzione di Burton, una sorta di manifesto della sua ricerca. Con un saggio di Starobinski sul tema – Starobinski è ben l’autore del classico contemporaneo in materia, “L’inchiostro della malinconia”, molto drammatico, niente da spartire con la sorridente rassegna  di Burton.

L’edizione Feltrinelli è la vecchia edizione Marsilio, di venticinque anni fa.

Robert Burton, Anatomia della malinconia, Bompiani, pp. 3008, ril, € 65

Feltrinelli, pp. 192 € 9,50

 

domenica 10 luglio 2022

L’islam è femmina

La scrittrice Azar Nafisi, iraniana d’America, spiega a Viviana Mazza su “La Lettura” che “il miglior esempio della ribellione in Iran è il modo in cui per quatrant’anni le donne hanno opposto resistenza alla repubblica Islamica”. Mentre è vero il contrario, lo sanno e lo vedono tutti, ai venerdì e in ogni dove (tribunali politici, parlamento,  piazze), che la massa d’urto degli ayatollah sono le donne, intabarrate, incappucciate, vociferanti, cattive. Sotto lo scià – l’epoca Nafisi non la dice ma è quella, prima degli ayatollah c’era lo scià - “le donne erano ministre, pilote, ingegnere, poliziotte”. Ma forse non gli piaceva. Si piegavano anche alla stretta di mano, che per una donna in Iran è una violenza.

Bisogna ripensare il ruolo della donna nell’insorgenza islamica, per esempio in tutto il Nord Africa già laico, dopo l’Iran di Khomeini. Conservatore e perfino reazionario: i regimi islamici, dall’Algeria all’Egitto e forse pure in Afghanistan (o in Africa in paesi di grande storia come il Senegal, o di grande affarismo come la Nigeria), sono stati e sono possibili per la grande massa d’urto offerta dalle donne.

Pessoa in tutte le salse

Smilzo libretto sull’eterno Pessoa di Tabucchi, che come tutto di questo scrittore è denso di umori. Su Pessoa e i suoi suoi tre principali eteronimi, i tre moschettieri che lo tolgono alla vista, qui indagati e rappresentati come autori distinti. L’ennesima trattazione degli eteronimi arricchita da un saggio su Leopardi, da Leopardi e Dante alla sua fortuna in portoghese, compreso lo stesso Pessoa. Direttamente, in quanto lettore di Leopardi e autore di almeno un componimento a lui dedicato, “Canto a Leopardi”, e indirettamente, per la condivisione di un ampio apparato psicologico, e per la temperie culturale di fine Ottocento-primo Novecento.

Pessoa, si direbbe, è molti altri, tra essi anche Leopardi. Sicuro? Non è “il poeta un fingitore” – “Finge così completamente\ che arriva a fingere che è dolore\ il dolore che davvero sente”? Sì, li unisce l’incombere di infinito e di tedio, e il dissidio di natura e ragione.

Tabucchi mette in moto e aziona gli pseudonimi di Pessoa – o più caratteristicamente eteronimi, poiché ognuno ha interessi e sensibilità proprie. Ma in un quadro comparativo, con Pessoa in Europa, tra i letterati del tempo. In particolare Pessoa e Mallarmé, Pessoa e Leopardi.

Il poeta portoghese, che deve a Tabucchi una seconda vita, è qui introdotto in chiave europea, al centro dell’Europa letterata, in un serie di lezioni tenute a Parigi, alla École des Hautes Études en Sciences Sociales, nel novembre del 1994. L’ennesimo tributo di Tabucchi a Pessoa – “con Pessoa ho stabilito, già dagli anni Settanta, un rapporto che va al di là della semplice fedeltà di lettore”. Un eteronimo, si può dire, ulteriore di Pessoa, un altro-da-sé, oltre ai tre canonici, sotto il nome e nelle sembianze di Ricardo Reis, Álvaro de Campos, Bernardo Soares, in cui Pessoa si fantasticava e che Tabucchi rievoca e ri-rappresenta, inesausto, ognuno con la sua personalità. Con – altro tema ricorrente – la nostalgia, nei tre eteronimi, in Pessoa, in Tabucchi.

Con l’assunzione preliminare, naturalmente, di Pessoa al centro del Novecento, insieme col migliore Novecento: Joyce, Kafka e Gadda per il Novecento come “scrittura”; Rimbaud e Pirandello per il Novecento come “Altro”; l’eteronimia per il Mallarmé del colpo di dadi. Insomma tra Otto e Novecento. Anche per gli “anti-macchina!” (anti-automobile): Pessoa con Svevo, Pirandello e Kafka. Più la “conscience ironique” di Jankélevitch. Sullo sfondo, naturalmente, della nostalgia.

La malinconia è un piccolo saggio dentro il saggio. Quella di Pessoa viene seduta, cioè con la sedia, come è dello scrittore. Sulla scia di Eugenio d’Ors. Ma Pessoa non scriveva anche in piedi, sul comò in sala da pranzo  – il primo eteronimo non lo inventò così, dopo avere scritto difilato “cinquanta poesie”?.

Antonio Tabucchi, L’automobile, la nostalgia e l’infinito, Sellerio, pp. 109 € 12