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sabato 30 settembre 2017

Problemi di base secessionisti - 358

spock

Facendosi della Spagna due, riuscirà infine la Nazionale a batterla?

E la Catalogna, senza i giocatori spagnoli?

In che lingua si parlano Rajoy e Puigdemont?

Barcellona se ne vuole andare dalla Spagna, ma per dove?

O vuole tutti catalani, come Cristoforo Colombo?

Dopo l’indipendenza, sarà il fumo libero a Barcellona anche per gli spagnoli residui?

E se si fumasse liberamente anche a Madrid?

Cos’altro ci devono vendere i catalani che ancora non ci hanno venduto?

Perché il massimo artista spagnolo, pittore, scultore, architetto, si chiama El Greco?

E se la Grecia volesse annettersi Toledo, patria d’El Greco?

O non toccherebbe a Creta, secedere prima dalla Grecia e poi annettersi Toledo?

Etc. - e se tutti ce ne andassimo?

spock@antiit.eu

Genova per noi era di Mark Twain

Un anticipo della pax Americana a venire, generosa e insensibile? Per che altro si riediterebbe questo Twain?
Integrale in inglese. Alcune pagine, un quinto del totale, nell’edizioncina italiana. La Bur aveva tradotto un terzo del libro. La riedizione Robin raccoglie le impressioni su Milano, Venezia, Firenze, Roma e Napoli (Ascesa al Vesuvio”), impreziosendole con uno scritto di Mario Praz.
“Viaggio in Italia dei nuovi pellegrini” era il sottotitolo della Bur. Nuovi perché il viaggio cui lo scrittore partecipò era la prima crociera, in senso assoluto (ma c’è da dubitare), partita da New York l’8 giugno 1867. Organizzata da un ex capitano di mare che si voleva armatore, su un piroscafo nuovo, “Quaker City”, dotato di un centinaio di cabine per americani abbastanza affluenti da poterne pagare il prezzo, 1.250 dollari, cifra considerevole, la crociera si svolse, a tempo indeterminate (durerà un anno), nel Mediterraneo, occidentale e orientale, con una coda nel Mar Nero per visitare Odessa e, a Yalta, lo zar – e una diversion finale alle Bermuda. Pellegrini per antifrasi sui Pellegrini padri fondatori degli States. “The New Pilgrims’ Progress” è il sottotitolo originale di Twain, ma suona alla lettura oggi come antifrastico, rispetto agli originali, quelli sì curiosi e sensibili.
Questo Twain non si riesce a tradurre perché noioso. È la raccolta delle lettere scritte per il quotidiano “Daily Alta California” di San Francisco, e per la “Tribune” e lo “Herald” di New York, corrisponenze giornalistiche. Sulla crociera, più che altro, i luoghi sono a corredo.
Lo scrittore aveva allora 32 anni  e non aveva scritto i libri per cui sarà famoso. Ma era giornalista illustre, e anche un noto umorista. Il libro in cui nel 1869 raccolse le corrispondene di viaggio sarà anche il suo personale best-seller per tutta la vita. Ma niente, o quasi, ne resta. Non un personaggio, non una situazione. Se non, un po’, la Terra Santa, dove Twain esercita con entusiasmo le sue conoscenze bibliche, per lettori evidentemente corrivi. E gli imperatori che incontra. Napoleone III (“Luigi-Napoleone”) insieme col sultano ottomano, di cui non dice nemmeno il nome (era Abdul Aziz “lo Sfortunato”, intelligente e illuminato, letterato, musicista, ammiratore della scienza e la tecnica occidentali). E lo zar: altro innominato (è Alessandro II), lo zar riceve gli americani in borghese, in privato, cortese con tutti, nel piccolo giardino della sua piccola casa di vacanza a Yalta, con la zarina e una principessina tredicenne, senza guardie del corpo né dame di compagnia, giusto alcuni nobili cortigiani, e tutti sanno o si interessano degli Stati Uniti d’America, e parlano perfettamente l’inglese.
Il resto è noto: è l’americano sempre a disagio. Nessuno parla inglese. Non conoscono il ghiaccio e nemmeno il sapone – molte pagine. Sporcizia e mendicanti, aggressive, dappertutto. Le guide e gli albergatori sono furbi e ladri. I monumenti sono imponenti, se lo sono. Versailles meglio del Colosseo: Versailles “vale il pellegrinaggio. Tutto è gigantesco. Niente è piccolo”. Dei quadri non parliamo – gli Uffizi sono “una interminabile serie di quadri”. Il lago di Como non gli piace, il lago Tahoe “è molto più bello”. Anche l’apprezzamento per gli imperatori, uomini forti, rientra nel cliché.
In Terra Santa invece si appassiona. La visita termina con un panegirico: “La Palestina è desolata e senza fascino. E perché sarebbe diversamnte? La maledizione della divinità può abbellire una terra? La Palestina non è più di questo mondo prosaico. È votata alla poesia e alla tardizione; è il paese dei sogni”. C’è anche una prima “colonia”, a Jaffa, sfortunata. Ma è opera di un predicatore mormone  - un passeggero del “Quaker City”, Moses S. Beach, del “Sun” di New York, ne organizza e paga il rimpatrio, 1.500 dollari oro, senza dirlo (qualcun altro se ne prenderà il merito, i cliché si susseginoo come a una catena di montaggio).
Si ride, ma di Twain. Dell’Italia non media grandi impressioni. Perché è, dice di essere, un puritano, e quindi non ama i preti, tutti gesuiti e inquisitori – grande, lungo, elogio fa della legge che stava passando sulla manomorta, la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici con cui il nuovo Stato doveva darsi solidità finanziaria (non se la diede): il governo itaiano era “in bancarotta” già allora. San Pietro, comparato al Campidoglio di Washington, “non ha il ventesimo della sua bellezza”. Solo resta ammirato delle donne di Genova, prima di Paolo Conte, di cui fa in breve il panegirico, sempre tra pesi e misure: “Due terzi almeno delle donne sono belle. Si vestono con elegenza e gusto, e sono anche tanto graziose quanto si può a meno di essere angeli”. Su questa strada forse avrebbe potuto vedere di più. L’Italia tuttavia segnala, malgardo la sporcizia e i mendicanti, per le “bellissime strade”, i “treni perfetti”, le “stazioni principesche”.
Un saggio si potrebbe dire dell’America che verrà. Che è la nostra. Bonacciona ma diffidente. Un avant-goûtdel’impero Americano, di come l’America si pone col resto del mondo. Anche con l’Europa. Partendo dal tutto è strano. Tanto. Al punto che uno yrova strano che qualcuno – un umorista poi – possa trovare tutto strano. Ma così è, e i luoghi comuni di Mark Twain hanno ormai un secolo e mezzo. Si potrebbe riproporlo integrale per la ricorrenza come documento sociologico. C’è anche Oriana Fallaci in anticipo: “Non ho mai detestato un Cimnese yqnaot quanto questi Trchi e Arabi degenerati”.
Mark Twain, Vagabondo in Italia, Robin, pp. 98, il. € 12

The Innocents Abroad, Woodsworth Classics, pp. 464 € 2,90

venerdì 29 settembre 2017

Il mondo com'è (318)

astolfo

Affare Coverley – Il processo più lungo e celebre dell’Inghilterra può spiegare la vecchia-nuova Inghilterra del Brexit. La sua opinione pubblica, che i gialli eccitano senza limiti. Il processo - due processi in realtà - durò otto anni, dal 1866 al 1874. Durante i quali molti eventi scossero il mondo - la sconfitta dell’Austria, i prussiani a Parigi, l’impero tedesco, la Comune - ma non gli inglesi. Non quanto il processo che seguì l’affare Tichborne – “Affare Croverley” fu il titolo definitivo che fu dato a Parigi dal commediografo franco-napoletano Henri Crisafulli nel 1876 a una sua messa in scena dell’affare, “L’affare Tichborne” essendo stato bloccato dalla censura.
Tichborne, un gigante di 150 chili, era forse un assassino e un brigante, di sicuro un imbroglione. Che alla fine fu condannato. Ma era amato dall’opinione pubblica: all’appello finale del suo difensore, 150 mila persone scesero in pazza a Londra per professarne l’innocenza e reclamarne la libertà. Questa manifestazione impressionò tutta l’Inghilterra, Parigi, i giornali americani. Non era la prima manifestazione. Per tutto il corso dei due processi, e soprattutto tra i due, manifestazioni spontanee si accendevano qua e là in Inghilterra, sempre a favore di Tichborne, precedute da fanfare, con inni, bandiere e cartelli. Lo stesso presunto Tichborne, una specie di colosso, di 150 chili per un metro e novanta, veniva accompagnato ogni mattina al processo da manifestazioni di questo tipo.
Il caso appassionò l’Inghilterra per un decennio. Un tizio che poi sarà identificato variamente, Thomas Castro, Arthur Orton, e altri alias, che i giornali labellarono Il Pretendente, pretendeva essere l’erede dei baroni Tichborne. Dopo la morte presunta dell’ultimo barone, Roger Tichborne, in un naufragio nel 1854. La madre, convinta che il figlio sia sopravvissuto, pubblicò per anni annunci nei giornali dell’impero – era persuasa che fosse sbarcato in qualche modo in Australia – con l’offerta di sostanziose ricompense per informazioni utili. Dieci anni più tardi un macellaio impecunioso di Wagga Wagga, nel Nuovo Galles del Sud in Australia, conosciuto col nome di Thomas Castro, afferma di essere il barone scomparso. Portato a Londra, è riconosciuto dalla madre del barone, che intanto aveva perduto anche figlio cadetto. Il vecchio tutore e gli altri familiari insistono che Castro è un impostore, ma la baronessa non cede. Assegna al macellaio una rendita di mille sterline l’anno, fa pubblicare la notizia del ritrovamento dal “Times” e lo accompagna in Inghilterra come suo proprio figlio. D’accordo con lei l’avvocato di famiglia e il medico. Anche alcuni nobili, parlamentari, ufficiali e lo stesso attendente del barone scomparso sono persuasi che sia lui. La corpulenza, mentre l’originale pesava meno della metà, non è presa in considerazione. Né un difetto ai genitali, che i medici riscontrano nel Pretendente, e il barone non aveva. La famiglia però non segue la madre: non intende mettere i beni appena acquisiti in mano a un avventuriero, e in tribunale riesce a provarlo: quello non è il Tichborne scomparso. Le prove risultalo evidenti, e l’impostore viene condannato.

Brexit – La Gran Bretagna è un paese tenuto assieme dall’insularità, nell’analisi di Oswald Spengler subito dopo la Grande Guerra, “Socialismo e prussianesimo”. E un ventennio dopo di Ernst Jünger, “Terra e mare”. Aperto al commercio, che è il suo unico interesse, spiegava Spengler: in altro contesto territoriale si sarebbe dissolto. 

Catalogna –Non ha generato molte simpatie, non con l’indipendenza – la retorica del referendum è bizzarramente anticlimax. Nemmeno a fronte del maldestro intervento del governo centrale. Dimenticata perfino la solidarietà per la strage a Barcellona dell’Is, appena un mese fa. Barcellona stessa non è più in cima ai sogni giovanili, delle generazioni erasmus, malgrado la marijuana libera. Perfino la squadra di calcio non è più popolare, benché sia tornata vincente – Cristiano Ronaldo del Real Madrid si celebra a preferenza di Messi. Non in Europa. Ma neanche, stando ai media, nella stessa Catalogna.
La vicenda non è  passeggera: una incrinatura si è prodotta, permanente. Per i catalani, indipendentisti e non, non sarà una vita facile dentro la Spagna, non per un paio di generazioni. In Spagna l’incertezza, se non è sgomento, si può capire: si vuole un passo indietro di sei-sette secoli, che è un salto nel buio. Senza nessuna storia d’ingiustizie o prevaricazioni da vendicare, giusto per un capriccio. Fuori si teme il contagio: lo stesso iter disintegrerebbe l’Europa tutta - l’autonomia  non si protegge con l’indipendenza, ci sono paletti.     

Francia-Germania – Tre guerre, di cui due perse dalla Francia disastrosamente, 1870 e 1940, e una vinta dalla Francia, 1914-198. Ma non è un quasi pareggio, argomenta Michel Tournier , lo scrittore francese incondizionato germanofilo. Il “ma” non è avversativo, Tournier argomenta per salvare la Germania, la potenza imbattibile: “La vittoria della Francia nel 1918 costituisce un paradosso che esige una spiegazione”.La spiegazione è che il kaiser Guglielmo II aveva dirottato i fondi per la guerra dall’esercito alla marina, perché voleva una marina militare più grande di quella dei suoi cugini inglesi. Inoltre, puntando sulla marina, costrinse la Gran Bretagna, che non aveva nessun interesse alla guerra continentale, a schierarsi con la Francia. E poi, nel tempo, trascinerà nella guerra anche gli Usa.
La tesi non è nuova – la colpa è del vecchio kaiser rimbambito – ma nuovissima di conio francese.

Nazi-comunismo - In tedesco si dice nazibolscevico, o anarcoreazionario, figure della “rivoluzione conservatrice”. Che è di Dostoevskij prima che di Thomas Mann e Jünger. C’è ambivalenza. C’è un testo calzante di Simone Weil che si rimuove, “Dall’emiciclo alla rotonda”, sulla passione politica quando è totalitaria: “Quante volte, in Germania, nel 1932, un comunista e un nazista, parlando per la strada, devono essere stati colti da vertigini mentali constatando che erano d’accordo su ogni punto!”
Il movimento parallelo di destra e sinistra ci fu anche in Francia e in Italia, sebbene diverso che in Germania. Doriot, Déat, i fascisti francesi venivano dall’ultrasinistra. O Paul Louis, che fu comunista, si salvò a Vichy, e poi fu socialista. Bombacci, nomen omen, passò da Mosca a Salò. Ma non isolato, la Toscana, l’Emilia ne sono piene. Il caso preclaro è ovviamente Mussolini. Che nella settimana rossa del giu-gno 1914 mobilitò, più o meno da solo, tre milioni di lavoratori, in piazza, contro la guerra. Di cui poi fu sostenitore, anche prezzolato.
Arthur Moeller van den Bruck, autore di “La bellezza italiana”, editore di Dostoevskij in Germania, alla rivoluzione conservatrice dedicò l’opera maggiore, “Il terzo Reich”, che lo storico delle religioni Delio Cantimori devoto tradurrà, ma presto si uccise, nel ‘25, la repubblica col dollaro a miliardi di marchi non essendo né rivoluzionaria né conservatrice, mentre Hitler gli si rivelava di “proletario primitivismo”.

La storia di Cantimori è sorprendente. Claudio Baglietto, il giovane studioso di cui Cantimori prese il posto, era andato esule per non prestare giuramento al Duce alla leva. Cantimori invece, riformato, prese la tessera subito dopo l’assassinio di Matteotti e avrà un successo immediato al primo concorso a cattedra, con esilio breve a Messina e cattedra a Roma creata apposta da Gentile. L’anno della guerra di Spagna sposa Emma, maestra di tedesco e di studi germanici, comunista, lui fascista, figlio di futuro repubblichino, mentre declama saggi sulle Dottrine politiche del nazionalsocialismo” e traduce in “milite del lavoro” il semplice Arbeiter di Jünger. La stessa traduzione che Mussolini ne aveva fatto, retore bolso malgrado la propaganda futurista, nel famoso discorso “Agli operai di Milano” che traviò Pound. Sarà comunista nel ’43, ma finirà col bere per la vergogna. È vero che era il fascista più legato ai comunisti, secondo il futuro segretario del partito Comunista Italiano  Alessandro Natta, suo allievo alla Nor-male. Il più convinto nazionalcomunista, altra figura del nazifascismo.
Diffusamente Weimar sentì a destra l’attrattiva del “bonapartismo di sinistra”, il leninismo quale apparve al celebrato antichista Eduard Meyer. Arnolt Bronnen, nato Bronner, nome d’arte A.H.Schelle-Noetzel, scrittore, drammaturgo, amico austriaco di Brecht, diventò l’amico di Goebbels, per finire a guerra perduta sindaco comunista al paesello. I fratelli Gregor e Otto Strasser, che Hitler espulse dal partito Nazista perché volevano nazionalizzare l’industria, fondarono un Fronte Nero, l’Unione dei Socialisti Nazionali Rivoluzionari, prima di finire l’uno con tutte le SA e l’altro in esilio – uno dei pochi, i tedeschi antinazi non emigravano. Altri passarono con Stalin, a rischio tradimento.

Prussia – Conquistò la Germania a malincuore? È la tesi di Michel Tournier, che fu germanista oltre che narratore, “Le bonheur en Allemagne?”. Gugliemo I, il kaiser che nominò Bismarck cancelliere, dirà della sua proclamazione a imperatore della Germania a Versailles nel 1871: “Il giorno più triste della mia vita”. Per un motivo preciso: per Bismarck l’impero doveva assicurare l’egemonia della Prussia sugli altri Stati tedeschi. Per Guglielmo era, al contrario, “l’inizio della dissoluzione della Prussia in una comunità amorfa”. Dissoluzione che Tournier, con abile dialettica,  dice compiuta da Hilter, prodotto del Sud austro-bavarese cattolico”, che “non ha avuto requie a cancellare con la sua Gleichshaltung la personalità dei diversi Stati tedeschi a cominciare dalla Prussia” . L’attentato di Stauffenberg il 20 luglio 1944 fu l’estrema difesa della Prussia, insiste lo scrittore: “I junker prussiani l’hanno intesa (la Gleichshaltung, n.d.r.) così, e la loro risposta è stata l’attentato del 20 luglio 1944, che ebbe luogo in Prussia orientale e nel quale i più grandi nomi prussiani erano implicati”.

astolfo@antiit.eu

Crolli il mondo, non ve lo diciamo

Non sappiamo nulla della Catalogna, della Spagna, di chi è in campo e cose vuole. Di cosa può succedere dopodomani: forse niente forse una tragedia. Angela Merkel ha perso le elezioni, disastrosamente, e noi sappiamo che le ha vinte. Del partito che le ha vinte, Afd, si dice che è nazista, mentre non lo è. Il governo costringe Fincantieri a prendersi i cantieri francesi a mezzadria, dopo che li ha pagati per intero, con danno patrimoniale presente e futuro – non si gestisce un’azienda a mezzadria, col potere politico poi. E restiamo sempre in attesa di sapere chi è Trump – questo, per la verità, non lo sanno neanche i media americani, o non lo dicono: Trump è solo l’Odiato Nemico, come in Italia fu Berlusconi (ma anche lui per vent’anni?)
Inutile andare per versanti più sottili. La  partita a tre in Corea del Nord, tra Usa, Cina e Giappone. Anzi a quattro, c’è anche la Corea del Sud. O l’assestamento in Siria. O quello in Libia, che c’è già stato, ma i nostri giornali hanno scoperto il mestatore Haftar, un Capitan Fracassa, generale senza truppe, che è buono perché lo sostiene la Francia.
C’è un strana afasia nell’informazone sui fatti internazionali che più ci riguardano. Merkel ha perso il 20 per cento dei suoi elettori, per una politica di basse e bassissime retribuzioni che dopo dieci anni è diventata insopportabile. Ed è sotto accusa da entrambi i suoi partiti: la Cdu ha perso 73 seggi, la Csu (la Dc bavarese) 11. Per continuare a governare avrebbe ora bisogno di due partiti tra loro antitetici, i Verdi e i Liberali, destra dura. Ma di questo non si dice nulla.
Sui cantieri francesi, dopo aver minacciato fuoco e fiamme contro l’arroganza di Macron, e dopo aver comprato la maggioranza dei cantienti navali fracesi, peraltro a un’asta fallimentare, Fincantieri si accontenta del 50 per cento, obbligata dal governo. Gentiloni contento, Calenda contento, Padoan pure. I tre sono peraltro impegnati a vedese se e come la francese Vivendi controlla Tim. Dopo che ha nominato il consiglio d’amministrazione, ha cacciato l’amministratore delegato, e ne ha nominato uno nuovo. Che è nato “imparato”: ha deciso il futuro del gruppo prima ancora di entrarci dentro. Ma facciamo finta di no.
Sarebbe anche materia intrigante. Chi è Macron e chi sono questi ministri, che interessi hanno in comune? Sembrano personaggi dei pupi, ma nessuno ce lo dice.
È omertà? È superficialità? È ignoranza? La politica estera non è mai stato il forte dei nostri giornali. Ma c’era sempre qualcuno che se ne intendeva. Adesso se ne è perso anche l’aroma

L’amore è l’amore di Dio

Le incomprensioni dell’amore come le intermittenze di Dio, tra agnizioni e sparizioni. Del Dio buono e del Dio assente, quindi malvagio.
Una storia d’amore vecchio stile, di adulterio e gelosia - “un romanzo di odio” lo dice il protagonista-autore, hegeliano senza saperlo, o freudiano, ma dichiaratamente, da subito e in fine: sordido e conscio di esserlo. A Londra sotto i bombardamenti tedeschi: la storia comincia con le bombe ordinarie e fininice con i razzi, le V 1.
È anche il romanzo della vita di uno statale, che il protagonista-scrittore aveva in progetto. Nonché marito, e quindi cornuto, cosciente. Ma tanto più amabile, alla fine, nonché rispettabile, del suo autore. Farcito di sapienzialità, più che altri romanzi di Greene – del tipo: “Le menzogne mi avevano abbandonato”, hanno abbandonato il romanziere, “e mi sentiti solitario, come se fosse quelle i miei amici”. Molte sulla solitudine, moltissime su Dio e il sacro, in una sorta di teologia negative. L’amante è meschino, come Dio. Quello della Bibbia, geloso, egoista.
Un romanzo di impianto freudiano. In una con la scoperta del sacro nell’ordinario. Il romanzo infine dell’Autore Distruttore . Chiuso in se stesso mentre – perché – prega: egoista è parola insjufficiente per dirlo, egotista. Incapace di amare perché incapace di vedere: la creatività è un mondo conchiuso. Che nei momenti di infertilità vede l’automutilazione, ma non sa uscirne.
Una storiaccia. Ambiziosa, ma troppo. Di Dio che non c’è a letto – l’infatuzione qui è sessuale – solo dopo, nei momenti di stanca. Dell’amore impossibile per l’autore, troppo egoista. E delle fede come segno politico – la vittima della storia cerca la fede, ma cattolica.
Una storia già tradotta come “La fine dell’avventura”, in sintonia col titolo originale, “The End of the Affair”. Con un’allusione paradigmatica e esistenziale, piuttosto che a una storia qualsiasi. Il nuovo titolo dovrebbe ridimensionarla, a storia di amour fou. Ma riproposta, curiosamente, nella traduzione vernacolare del fiorentino Jahier, già invecchiata quando fu fatta, nel 1953.
Graham Greene, Fine di una storia, Oscar, pp. 255 € 9.50

giovedì 28 settembre 2017

Ombre - 384

A ruota libera D’Alema con Cazzullo, ben una pagina, riabilita Craxi: “Craxi, nonostante la forte carica anticomunista, è sempre stato uomo di sinistra”. Mentre per una vita lo ha insultato: “Berlusconi è lo sviluppo del craxismo. C’è quello stesso intreccio tra affari e politica…”, etc. Le stesse cose che dice ora di Renzi.

In effetti, ripensandoci, quanto hanno fatto Craxi e il suo partito di sinistra, come riforme interne e in politica estera, e quanto non hanno fatto D’Alema e il suo partito prima di lui? Ha ragione D’Alema a complimentarsi.

D’Alema dice bene di Craxi per dire male di Renzi. Poi dirà che Renzi è di sinistra? Tra altri venticinque anni? Venticinque anni ancora di D’Alema.
Una volta i comunisti (ex) arrivavano in ritardo di dieci anni. Nella diaspora hanno allentato i tempi?

“Dopo quarant’anni la Cassazione ha stabilito che fu un errore del commercialista”, spiega Sofia Loren a Elvira Serra. E che la carcerazione  per evasione  fiscale era stata un abuso. Dopo 40 anni.

La Var, assistenza video agli arbitri, sbaglia come gli arbitri. Perché dunque è stata introdotta nei campi di calcio? È un business: per chi produce le macchine e per gli arbitri – ne moltiplica l’occupazione. E per i giornalisti, che possono non parlare di altro.

Perché la destra della Dc tedesca ha votato Afd, l’8 per cento, cinque milioni di elettori? Perché “una squadra di 30 persone è stata reclutata dai russi per fare propaganda online pro Afd”, spiega il “Corriere della sera”. Con prove: lo ha rivelato “al sito Usa Buzzfeed l’hacker russo Alexander”. Buzzfeed? Alexander? Hacker?

Ah ah, è sempre il Cazzone Americano: un hacker, pseudonimo, che rivela, magari anche gratis, a un sito americano tra i tanti, la verità nascosta. Che ci potevamo inventare anche noi. Vero è che “Alexander” può anche non esistere.

Angela Merkel ha subito una sconfitta senza precedenti, ha perso cinque milioni di elettori, il venti per cento, uno su cinque, ma per la Rai, Sky e i grandi giornali ha vinto. Ha fatto il risultato peggiore della sua coalizione democristiana in tutta la storia federale, e ha fatto perdere alla stessa coalizione la tradizionale funzione di tenere sotto mano democratica i nostalgici e i reazionari – il più grande esito della Repubblica Federale.

Paga la sconfitta di Angela Merkel anche il suo alleato di governo la Spd, che ha fatto anch’essa il risultato peggiore. Per nessun altro motivo che avere sostenuto al cancelliere  – la sinistra (Like) ha tenuto.

Ci sarà meno stabilità politica in Germania. Meno Germania in Europa. Meno mercato nelle politiche sociali. Il voto tedesco cambia molte cose: dovrebbe essere una pacchia per i giornali. Sono cose anche molto evidenti. Ma non per i media italiani – con una sola eccezione, l’intervista oggi di Francesco Bechis su formiche.net:
formiche.net/2017/09/28/rothweiler-afd
Non è difficile, ma l’analfabetismo di ritorno ha contagiato la professione.

Raffaele Simone sbuffa sull’“Espresso” per l’ignoranza diffusa tra i politici. “Anche tra i laureati”, nota, e ne cerca la ragione nella scuola, svuotata ogni anno di funzione per darle standard americani che gli americani non conoscono. Ma nota pure che la maggior parte non ha studi. I 5 Stelle non solo, e la ministra dell’Istruzione Fedeli. Salvini si potrebbe aggiungere, o Meloni, tra i nomi noti. Il linguista cita la ministra Madia: “Eletta in Parlamento ventiseienne, non ancora laureata, dichiarò che la sola cosa che portava in dote era la sua «inesperienza»”.

Il ragioniere Milone dopo la pr Chaouqui e il monsignore Vallejo Baldas: tutte le nomine economiche di Parolin si sono rivelate infamanti. Tutte nomine improbabili, con un profumo di Argentina – comune al papa e al suo segretario di Stato. Cioè di massoneria.

Si sono fatte quasi 400 mila intercettazioni in Italia nel 2016 – “Il Sole  24 Ore” ne pubblica la tabella cronologica e settoriale domenica. Due terzi dei quali nei tribunali ordinari – l’altro terzo è ordinato dalle Procure antimafia, e poche migliaia dall’antiterrorismo. Si intercetta normalmente.

Nella riforma della Giustizia che il Parlamento discute, si avvicina il solito nodo intercettazioni. Una regolamentazione che “L’Espresso”, pur chiedendo in copertina la riforma radicale della giustizia,  preannuncia con un “Bavaglio, eterno ritorno”.  Negli Usa, che le hanno inventate, e hanno quattro volte la popolazione italiana, se ne fanno un decimo. Tutti imbavagliati, gli americani. Forse per questo ogni tanto buttano giù un presidente.
Pezzo forte del settimanale è Emiliano Fittipaldi, “Fabbrica di San Dossier”, che stigmatizza i veleni del Vaticano.

“Nel caso di Mps e delle banche venete si sono avuti due effetti”, commenta il presidente di Intesa Gros Pietro dopo il via libera del suo consiglio d’amministrazione all’acquisto delle due venete: “Non si è applicato il bail-in, che forse avrebbe comportato il tracollo dell’intera economia…”. Forse, il tracollo, così, di passata. Il tracollo dell’intera economia….

Per assottigliare l’epa, Renzi è andato a giocare a tennis. Al circolo Aniene, quello di Malagò. Dove però Renzi è stato indigesto: la maggioranza dei soci, si è scoperto nell’occasione, 30 mila euro l’anno di quota, è di area grillina e meloniana. Dunque, Malagò si è fatto scippare l’Olimpiade dai suoi soci.

Non si può dire che la politica non si rinnovi: una città che rinuncia all’Olimpiade era anche difficile immaginarsela. Col capo del Coni, poi.

L’eredità di Grillo, comico napoletano, va a due napoletani, Di Maio e Fico. Il Movimento è da ridere?

Da ridere no, poiché gli italiani lo votano, semmai da piangere, o scappare in Portogallo. E tutto perché Grillo vuole emulare Pulcinella.

Poi si dice che Mussolini fu popolare. Al confronto di Di Maio, aveva ben di che esserlo. Il popolo è bestia? Cioè lo è, ma non cambia nei secoli?

Proteste e fiaccolate sono state rituali per anni degli aquilani che protestavano per i ritardi nella ricostruzione dopo il terremoto. Col sindaco Massimo Cialente, ex deputato, in testa. Ora si scopre che il sindaco fra tute le opere aveva privilegiato la costruzione di un aeroporto. Che, inutile, giace in abbandono – se non per i vandali di infissi e tubature.

L’aeroporto era un vecchio aeroclub. Cui Berlusconi aveva dato dignità quale hub per il G 7 che si tenne nella capitale abruzzese. Da qui l’idea di Cialente di farne un aeroporto. Ma Cialente manifestava soprattutto contro Berlusconi. Voleva rubargli altre idee?


Maria madre di Rilke

È di Maria madre di Gesù che si tratta, o della mamma? Di tutte due. Sotto il velo mistico, d’obbligo.
Rilke mistico? Romano Guardini, qui citato da Mario Specchio, che ha curato e tradotto il poemetto, a fronte dell’originale, avanza dubbi: “Perché mai Rilke alla principessa von Thurn und Taxis scrive in un tono addirittura blasfemo di Cristo e il cristianesimo come di qualcosa di sorpassato non solo ma di spregevole, e si dichiara partigiano di un «quasi rabbioso anticristianesimo»; perché mai egli dichiara in una lettera a Witold Huléwicz «sì di allontganarsi in modo sempre più appassionato dal cristianesimo» quando invece nel suo linguaggio poetico attinge di continuo spunti da concetti e da persone cristiane?”.
La principessa Thurn und Taxis è la stessa che lo ospitava a Duino quando, mentre maturava le prime due elegie, di getto scrsse in pchi giorni questa “Vita di Maria”. Che non è la sola, un’altra ce n’è, un componimento di una dozzina d’anni anteriore che la raccolta propone, più varie poesie sparse, qui riporposte, sempre sulla madre del Cristo: la mariologia di Rilke, in linea forse col suo secondo nome, che nella varie modifiche ha semrpe mantenuto, è vasta, fin da giovanissimo e poi sempre. Già a Firenze nel 1898, quando aveva 23 anni, insieme col “Diario fiorentino” dedicato a Lou Salomé, la madre vicaria che lo aveva iniziato all’amore passionale, compone i “Canti dele fanciulle”, e poi le “Preghiere delle fanciulle a Maria” - Maria come una fanciulla in fiore. Seguirà l’anno dopo l’“Annunciazione”, che sarà incljusas nel “Libro delle immagini”.
Tredici anni e una vita dopo, dopo P arigi, Rodin, Cézanne, le “Poesia nuove” e il “Malte”, Kierkegaard e sant’Agostino, Venezia e i pittori veneziani, a Duino nel 1912, raccoglie, su iniziativa dell’amico illustratore Heinrich Vogele,r le vecchie composizioni di tema mariano, tre “fallimenti” del 1901, e le rimpolpa di questa “Vita di Maria”, in tredici movimenti, dalla nascita alla morte – che Specchio assortisce qui di una ulteriore composizione sull’“Ascesnione di Maria”.
Che dirne, fatta la tara dell’irreligiosità professata da Rilke? Maria è una figura mitica, “che ha perdurato anche quando il poeta ha tagliato i ponti con ogni forma di religione rivelata”, come dice Specchio? Può essere. Di certo è la figura materna, non abbastanza indagata, in Rilke. Della madre amante (sacrificale) e non divorante di Freud, e quindi amata. La madre è figura in Rilke centrale – inesplorata: da Lou Salomé alle nobildonne di cui si fa beniamino, e alla madre di Gesù. Specchio la propone come incarnazione della Besitzloseliebe, dell’amore senza possesso che Rilke meditava dal “Malte”. Ma c’era pure prima, e probabilmente è diverso – anche obliterando Lou dalla lista.
Maria è dappertutto in Rilke. La proposta di Vogeler lo lascia perplesso. Poi, in pochi giorni tra il 15 e il 20 gennaio 1912, scrive questa “Vita di Maria” Accanto alle prime due “Elegie”, “il,lavoro forse p iù grande e puro del mio cuore”, scriverà a Margot Sizzo, aveva girato anche “il piccolo mulino” della “Vita di Maria”. Una “creazione inconscia” la dirà in un’altra lettera, alla pianista Magda von Hattinberg.
È un ciclo che risente anche, figurativamente e coloristicamente, delle infatuazioni pittoriche croniche in Rilke. Di più della scoperta recente della pittura veneziana – Rilke è a Venezia ogni anno per una dozzina di anni, con tante poesie dedicate aklla città, sospesa “tra divenire e essere, divenire e trapassare”, i dogi, i canali, San Marco. La pittura segna tutto il ciclo mariano di Rilke.  A Toledo e poi a Ronda, dopo la scoperta di Goya, compone, insieme con le “Poesie alla notte” che completano le “Elegie Duinesi”, il poemetto “L’Ascensione di Maria”, che ne completa la “Vita”.
Una curiosità il lamento della Vergine come rimprovero al suo proprio figlio, un genere di canto popolare in uso nel teatro sacro nella Settimana Santa, l’“Affrontata”. Rilke lo riprende e lo fa seguire da una  “Pacificazione di Maria con il Risorto”. Una composizione, questa, che Rilke sempre amerà particolarmente, e non solo forse per la riuscita stilistica. Il resto è un quadro molto di testa, anche se nell’originale addolcito dale rimette: la materia si sente sorda, delle immagini, dei suoni, malgrado l’entusiasmo, la volontà della celebrazione.
Rainer Maria Rilke, Vita di Maria, Passigli, pp. 95 € 9,50

mercoledì 27 settembre 2017

Problemi di base elettorali - 357

spock

Di Maio come Macron, dunque, ma la moglie?

I politici non studiano più: non servono gli studi o non serve più la politica?

I politici si soddisfano delle comparsate ai talk-show, belle compagnie, belle immagini, uno spettacolo: hanno rinunciato al potere, o è quello il potere, le esibizioni alla Grande Fratello?

È la fine del potere aborrito, o è il potere diffuso, il potere per tutti?

Come si rinnova la politica: cambia pelle, ogni anno?

Che significa il voto di protesta, che chi ha votato Trump voleva mandarlo a quel Paese? E Grillo?

Votiamo e non sappiamo perché, per chi?

Che votiamo a fare?

 spock@antiit.eu

Francia e Germania una sono

“La Germania mi ha immensamente arricchito. Una parte dela mia vita e una parte di me stesso”.
Figlio di germanisti. Che si erano incohtrati studiando il tedesco. Ogni anno vacanze in Germania, da bambino, da adolescente e da adulto. Con una coda, ogni anno, nella Svizzera tedesca – “Zurigo è la mia cttà”. Vacanze nelle quali la sola lingua ammessa era il tedesco, e guai a sbagliare un genere o una concordanza.
Tournier ha visto anche “tutto Hiler”, dall’inizio. Ma non vede niente che non possa andare in un matrimonio felice tra Francia e Germania, anzi in un’immedesimazione – la promozione dell’“asse” renano a unità che promuove oggi Macron hanno evindetemente radici, almeno in Fracia. Le annotazioni di amore per la Germania che aveva raccolto nel 2006 le ha volute rivedere e accrescere, per una testimonianza di affetto che era diventata da ultimo ossessiva, testimoniano gli ultimo suoi visitatori, poco prima di morire un anno fa, a 92 anni.
Un amore naturalmente complicato. È noto da altre testimonianze che il padre dello scrittore, il germanista inflessibile, non disse più una parola di tedesco  dopo la guera. E nel 1940, ai tedeschi che avevano occupato la casa di famiglia, non rivolse mai la parola. Questo però non ha impedito al figlio di fare quattro anni di filosofia a Tubinga, dal 1947. Con Claude Lanzmann, e per qualche tempo Deleuze. A Tubinga si poteva anche incontrare Fabian von Schlabrendorff, uno dei congiurati del 20 liglio 1944 contro Hitler, salvato dalla forca da una bomba che distrusse il tribunale che lo stava condannando, lasciandolo unico sopravvissuto. Ma per Tournier è solo un portafortuna, una sorta di gobbetto.
La memoria è tutta su questo genere, tra il simpatico e il frivolo. Con l’elogio della ricostruzione. Le donne spazzine delle città in rovina, per fare spazio alle nuove costruzioni. I libri RoRoRo – libri-giornale era la sola maniera di avere la carta razionata. E un’altra storia, Un altro Bismarck, molto simpatico. Un’altra Prussia, nient’afatto militarista. E molta simpatia per la Germania Est, dove lo scrittore è stato annualmente ospite. Per Markus Wolff, il capo della Stasi, polizia politica e spionaggio. Per la atlete russe campionesse mondiali, di cui testimonia e vanta la femminilità, malgrado il doping di Stato.
E Francia e Germania? Nessun duello. È come è stato nel peridodo fondante della contemporaneità, 1770-1830: uomini d’azione in Francia, di cultura in Germania: “Il corpo e l’anima… La Francia agisce senza pensare, la Germania pensa senza agire”. Le tre guerre che la Germania ha fatto alla Francia sono equivoci. Bismarck non voleva umiliare la Francia. La guerra del 1914-18 si dovette al Kaiser Gugliemo II che voleva battere la marina inglese. Hitler fu “una breve crisi di follia” – “I tedeschi esagerano in tutto” ma non in cruddeltà.
Qualcosa di buono si è prodotto anche in Francia: “Il discredito dell’ideologia marxista è stato rafforzato in Francia dalla tradizione germanofobica”. Ma dentro un bel rovesciamento, la sorpresa è il tratto del volumetto. Contro Marx. Ma anche contro Voltaire – uno scemo. Contro Adenuer, che ha impedito la riunificazione tedesca, per ben due volte. Ma con Mitterrand, che era un antipatizzante ma lo invitava a pranzo.
Su questa storia Tournier riprende la distanza. Mitterrand invitava Tournier come confidente per la Germania Est. La divisione della Germania era per lui essenziale, anche dopo il crollo del Muro.
Aveva fatto proprio il motto di Mauriac - di cui Andreotti s’è impossessato: “Amo tanto la Germania che mi rallegro ce ne siano due”. E nel 1988, e ancora nel 1989,  a regime praticamente inesistente, onorava con visite di Stato i cancellieri di Berlino Est. Tournier, arrivato tardi alla scrittura, a 43 anni, ama raccontare. Il racconto dele visite incrociate, in pompa, Francia-Germania Est, a cavallo della fine, è feroce – sembra fantapolitica. Ma suo malgrado?
Michel Tournier, Le Bonheur en Allemagne?, Folio, pp. 99 € 5,90


martedì 26 settembre 2017

Secondi pensieri - 320

zeulig

Effimero - È un reagente? Una coltura? L’essere? È l’effimero che dà senso alla natura e agli uomini. È la nebbiolina che crea i miraggi, e non c’e altra veduta.
A lungo l’apparenza fu ritenuta in antico una proprietà profonda, da Plinio, Teofrasto, Dioscoride. Era segnatura, in quanto indicava l’analogia, se non l’identità, tra il creato, piante, animali, pietre, metalli, e il corpo umano, una filosofia del mondo. Ma è dell’effimero come dell’uomo cavo scoperto da T.S. Eliot, che è un troppo pieno. Di sé, della storia. Fino ad attuare il sogno di Carl Schmitt, del Don Capisco professore all’università.

Essere – È non-essere, certo, anche: se le antinomie non scalfiscono l’io - la coerenza (intelligenza) - aiutano a tenerlo su, e anzi a costruirlo. Come tutto, si definisce per il contrario, anche. È un essere-non essere, che altro?  
Definire è il problema, che non è propriamente essere, ma capire, classificare, comunicare. Se l’essere non è comunicare – essere cognito.

Esistenzialismo – “L’esistenzialismo tratta la vita al modo di un thriller”, Guido De Ruggiero, “L’esistenzialismo”, 1942. Non un complimento nelle sue intenzioni, e tuttavia. La filosofia viaggia al modo di un thriller, a meno che non si faccia a riprova si un assioma o assunto.

Eroe - Molti che si pensano eroi, produttori di miti oltre che di fatti, ne sono il prodotto. Talvolta non voluto.

Filosofia – Si può fare filosofia come Ninon de Lenclos, a letto. Morendo, Ninon lasciò la biblioteca a Voltaire, che allora aveva dieci anni. O come Maupertuis, Cabanis e lo stesso Condorcet, per stare in società. Helvétius unificò i due metodi, il bell’uomo che s’allenava la mattina prima di colazione con le serve per servire poi le dame del bel mondo, quando scoprì che la filosofia facilita il corteggiamento. O si può farla con metodo omeopatico, alla Schopenhauer, il collerico Buddha occidentale che ogni pensierino diluisce in cinquanta pagine. Lamentando l’impossibilità di filosofare per “l’inquietante oscurità fatta di periodi pesanti e interminabili” dei filosofi, “espressioni strane e ricercate, parole inventate, per stupire il lettore e fargli credere che, quanto meno riesce a pensare leggendo, tanto più avrà pensato l’autore”.

Per il filosofo – Schopenhauer, chi altri ? - “c’è più erba per i filosofi nelle valli della stupidità che sulle alture dell’intelligenza”. Sarà dunque la filosofia fiuto. Non riflessione ma l’ebrietà della mente, un profumo leggero, un sapore da disappetenti. Si può dire la filosofia anoressica, perfetta sul nulla. Che è la sua vocazione originaria, lo sa Condorcet in Chi ha tradito la filosofia?: “I saggi greci, che hanno preferito essere chiamati più umilmente filosofi, o amici della scienza e la saggezza, si sono smarriti. Hanno trascurato l’osservazione dei fatti per dare sfogo all’immaginazione. E, non potendo poggiare le opinioni su prove concrete, hanno tentato di difenderle con sottili argomentazioni”. Giocando con le parole “fino a esprimere, con uno stesso segno, idee differenti”. Talvolta è servita: Euclide di Megara approfittava del divieto imposto ai megaresi di recarsi in Atene per introdursi di notte a casa di Socrate in abiti femminili. Ma per fare che?

Filosofia tedesca - - Voleva essere buona. Si attribuisce alla filosofia tedesca il nichilismo che ci affligge. Ma da Kant a Novalis non voleva che l’unità delle nazioni cristiane, una chiesa veramente cattolica. Il realista Hegel solo introduce “serietà, sofferenza, pazienza”, e il recupero del negativo.

Gelosia – “La gelosia esiste soltanto quando esiste il desiderio”, si trincera dietro l’incontestabile lo scrittore Graham Greene in “La fine dell’avventura”, romanzo di adulterio e gelosia, nel quale è più prodigo di sapienzialità – aggiungendo: “Ma di un desiderio più vicino all’odio che all’amore”. Questa saggezza però accosta a un altro tipo d verità: “Gli scrittori dell’Antico Testamento erano fanatici dell’espressione «un Dio geloso», e forse era quello il loro rozzo modo indiretto di esprimere la fede nell’amore di Dio per l’Uomo”. Rozzo, indiretto? Ma il Dio geloso non va trascurato.

Giudizio – È il metro della storia, e il reagente. Ne è anche l’artefice? Col senno di poi non si fanno errori. Ma la storia non esisterebbe, non staremmo a raccontarcela.

Hegel – Fu filosofo per essere pio teologo, e consolatorio: ha riportato Cristo in terra, l’eternità nel tempo.

Male - Dopo l’incauto Benjamin, si collega il male all’elemento artistico, se non estetico. Sia il male privato che il politico, il totalitarismo: statue, inni, parate, mausolei. Oggi twitter e la messaggistica,, tutta fulminante. Come i nanetti nelle case delle democrazie. È possibile. I mormoni dell’Utah credono che la vita continua in cielo, e dunque non è da escludere che l’evoluzione faccia di ognuno Dio, in grado di crearsi un proprio mondo, con un’etica e un’estetica. Hitler potrebbe avere anticipato questa evoluzione.

Modernità - Individuum est ineffabile, questo caposaldo della letteratura romantica, che Goethe deve avere mediato da qualche precettore pretastico, è solo vero. Lo era già dall’Umanesimo. Tuttavia l’uomo moderno già in Goethe è uno che pensa male, lo diremmo un depresso cronico, perché “pensa male di sé”.  

Morte – Nessuno crede alla propria morte, ovvero che ognuno è convinto inconsciamente di essere immortale, sostiene Freud. Spiegando così le religioni, che nascono per consolare l’uomo della morte, inventandosi vite ulteriori, nonché anteriori, tra metempsicosi e reincarnazioni. Ma uno vive bene perché è precario, nasce cioè e muore: i veri piaceri della vita, veri nel senso di appaganti, infanzia, innamoramento, creazione, sono legati a questo ciclo. Con l’età e la morte va la malattia, d’ordinario, e questo non è bene, il dolore consuma, ma è un altro problema.
“La caducità è un valore di rarità”, altro tema di Freud, invece è ben detto: il limite imposto al godimento lo impreziosisce. Siamo abituati alla natura che si rinnova nelle stagioni, e alla durata o permanenza dell’arte, quella della pietra fino a oggi, domani dell’immagine e l’ombra, o della luce. Non si rinnova invece, e non dura uno sguardo, un gesto. Ma la sua immagine sì, il ricordo. O la speranza, il desiderio, il sogno a occhi aperti: sono la nostra natura e la radice dell’ente, con la morte si convive.
La vita non è la casa di Swift, così perfezionata nelle regole dell’equilibrio che se vi si posava un uccello sarebbe crollata.

Paradiso – È terrestre: veniamo da un giardino sempreverde, di suoni armoniosi. Il mito fondante dell’ebraismo, religione della colpa, e del cristianesimo, è un paradiso terrestre, nel quale pure Dio passeggia, senza offesa. Ma dopo? È il rivelatore, per contrasto, dell’ignoranza, risentita come colpa.

Tempo - Se è vero che il divorzio tra tempo e eternità è incolmabile alla filosofia, allora è la fine della filosofia.

Verità – Viene su molte bugie.


zeulig@antiit.ei

Ma che sport è il calcio

Non è una cosa seria, la condanna del presidente della Juventus per contatti “a sua insaputa” coi bagarini, uno dei quali figlio di un emigrato calabrese a Torino parente di un mafioso. Non lo è per l’impianto accusatorio del prefetto Pecoraro, e per la senteza di condanna, apertamente dileggiatrice dell’accusa.
C’è naturalmente il solito sostrato napoletano in questo processo farlocco. Di Pecoraro come dei giudici veri, Beatrice e Narducci, e di un ufficile anche allora dei Carabinieri, di nome Auricchio, come il provolone. Di astio cioè contro il club torinese, oltre che di spensieratezza. Pecoraro è ora lo stesso che evita di indagare il Napoli - non di giudicarlo, di indagarlo - per i biglietti ai camorristi.
Pecoraro è anche uno che come prefetto di Roma dialogava con gli ultras violenti, violenti in proprio, non parenti di mafiosi, invece di arrestarli. Come dire ancora una volta: liberateci dai prefetti. Ma c’è un calcio che sarà pure molte cose, anche intrighi, certo non uno sport.
Impossibile vedere Fiorentina-Atalanta e non vedere che l’arbitro Pairetto gioca a favore dell’Atalanta – ha scommesso sull’Atalanta? Si dice che gli errori si pareggiano nel campionato, ma tre rigori sbagliati, anche troppo sbagliati, non sono un errore.
A Parigi lo sceicco padrone del Paris Saint-Germain ha offerto un milione a Cavani se rinuncia a tirare i rigori, lasciandoli a Neymar. Forse non è vero, ma è per queste cose che il calcio fa notizia. Atletismo? Tecnica?
È il calcio infetto, o il mondo che ci gira attorno, media e tifosi?
‘Ncoppa all’ennesimo scandalo napoletano sulla Juventus, il titolo ha fatto un guadagno record in Borsa.


Gadda addolorato, arrabbiato, beffardo

Per i sessant’anni del “Pasticciaccio” si riedita criticamente “La cognizione del dolore”. Una coincidenza che porta a una rilettura un po’ diversa della “Cognizione”. Diversa dal dolorismo di cui si afligge l’Ingegnere, che è invece anche qui arguto – tra divertito e sgomento – social scientist: acuto, un osservatore della società. Anticipatore anche per il plurilinguismo, e per l’incompiutezza. Quello in senso maccheronico, tra la divagazione e il dileggio. Questa come ribellione del novelist, l’autore di romanzi: c’è il finito della scultura non finita, e c’è il romanzo finito anche senza il lieto-triste fine. “La cognizione del dolore” viene prima, 1938-1940. Il “Pasticciaccio”, prodotto della guerra, divagazione quindi al quadrato, affinando e moltiplicando la vena umoristico-sarcastica agisce retrospettivamente sulla “Cognizione”, del triennio precedente, sulla degustazione della “Cognizione”.
La riedizione non è propriamente critica. È la stessa edizione finora classica, quella Einaudi, Impreziosita dalla storia editoriale del romanzo – un altro romanzo – dei curatori Paola Italòia, Giorgio Pinotti e Claudio Vela. E da vari materiali d’autore, dai bauli delle carte. Un paio di redazioni di un’intervista (autointevista) per “Oggi”, poi non pubbicata. La poesia “Autunno”, di aria brianzola, l’unica pubblicata negli anni 1930, su “Solaria”. La genesi d’autore dell’opera, in un finto dialogo editore-autore sulla madre, con esagerati non convinti elogi. E tre finali per completare l’opera – un ultimo sberleffo. Ma con una una presentazione che ne ribadisce il lato dolorifico, sotto traccia, rispetto a quello arrabbiato-satirico con cui Gadda stende la partitura.
È il romanzo del rapporto infelice dell’Ingegnere, che è figura vigile del racconto, con la madre. Evoluto presto, dopo la guerra, la Grande Guerra, della morte del fratello Enrico, aviatore, dopo quella del padre, verso la conflittualità costante – già nel 1921 Gadda lascia la casa, con la sorella Maria, emigrando in Sud America. E simboleggiato nella “casa”, la villa in Brianza che è l’arma e la scena del delitto, con cui l’ostinata Adele Lehrr, la madre ungherese, professoressa di Lettere, preside, guasta la vita di tutti.
È il libro della “tenebrante angoscia” che l’Ingegnere proponeva? Non c’è una biografia di Gadda, che pure sarebbe di grande mercato, e quindi non si può dire. Ma se ne sa abbastanza: l’Ingegnere le sue nevrosi imputa alla madre. Era stato un giovane come tutti. Spensierato, seppure non al modo prodigale del fratello minore Enrico. E curato: molto curato, nella persona e nella démarche.
È il racconto che sancisce la gloria di Gadda in vita, col Nobel mediterraneo di quegli ani, il premio internazionale Formentor, o Prix International des Editeurs.
Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, Adelphi, pp. 382 € 24


lunedì 25 settembre 2017

Recessione - 66

C’è  la ripresa, ma nessuno se ne accorge – “Corriere della sera”.

Le retribuzioni lorde nel secondo trimestre sono scese dello 0,3 per cento rispetto a un anno prima (Inps).

Bisogna aumentare il reddito distribuito, salari troppo bassi (Mario Draghi).

Durante la crisi il reddito medio è diminuito di 2.800 euro, del 10 per cenrto (Istat).

I disoccupati sono sempre sopra i tre milioni.

Un nuovo assunto su quattro nel 2017 è precario (Inps).

I poveri assoluti sono raddoppiati, da 2,4 milioni nel 2007 a 4,7 milioni nel 2016 (Confcommercio).

Rispetto a fine 2007, a fine 2016 il pil era inferiore del 5 per cento, la produzione industriale del 20 per cento, gli investimenti del 27 per cento.

In Europa un giovame su cinque fra i 20 e i 24 anni non studia, non lavora e non fa formazione (Draghi).

In Italia uno su tre.



Etica e socialismo solo nello Stato prussiano

L’anima della nazione tedesca è lo Stato: il vecchio spirito prussiano, tradito nella costruzione imperiale di Bismarck, è il socialismo. È qui la vera differenza con lo “spirito inglese”, individualista e calcolatore -. non nella flotta, come voleva il kaiser decaduto Guglielmo II?
Non è un’invettiva contro la perfida  Albione, è un’analisi quasi logica, benché inverosimile. Dopo il crollo nel 1918 della Germania prussiana.
Non ci può essere socialismo che prussiano. Perché il socialismo è inseparabile dallo Stato, e lo Stato è prussiano, è esistito in Prussia, e si concepisce nel senso prussiano. La Prussia non è altro che lo Stato. Non è ua nazione, né etnica, né territoriale, né linguistica. Era un coacervo di gente dell’Est, polacchi, dell’Ovest, ugonotti, e del Sud, salisburghesi, su un humus contadino informe. La Prussia si è formata attorno alla corona, ma nel senso dello Stato, non come entità patrimoniale. E non tanto per lo spirito di caserma ma per quello burocratico, del Funzionario – il Funzionario di Hegel, che incarna la coscienza civica, della legge e dei doveri.
L’imperativo categorico inventato da Kant nel 1788, con la “Critica della ragione pratica”, non può intendersi se non all’ombra dello Stato prussiano: un’etica comunitaria al di sopra dell’interesse di ognuno. Di fronte al quesito se la volontà dell’indidividuo deve sottomettersi a quella della comunità, la risposta è positiva solo in quel contesto. Il francese considera il potere sempre cattivo, e si abilita a lottarlo. Ostile anch’essa al potere, l’Inghilterra si rifà col commercio e la libera concorrenza – tenuta assieme solo dall’insularità, in altro contesto territoriale si sarebbe da tempo decomposta (a suo modo, Spengler ha antevisto la Brexit).
Marx mette assieme queste tre realtà, ma con esito mostruoso. Prussiano d’origine, vive a Londra, fomentando l’egualitarismo francese. Mescola il moralismo tedesco (il proletario è buono, il borghese cattivo), il mercantilismo inglese (tutto è produzione e commercio), e il dottrinarismo francese. Una costruzione intellettuale incoerente e non funzionale, la sua, che trova consensi perché mette assieme tutto.
Questa di Spengler è coerente - ma davvero il mondo si ferma alla Prussia? Con forti ragioni, almeno nei confronti di Marx. Contro il quale la preclusione è radicale, ma si saprà al secondo volume del “Tramonto dell’Occidente”, a proposito della “dittatura del denaro”: “Ogni movimento proletario, anche quello dei comunisti, opera – senza che gli idealisti tra i suoi capi siano affatto consci di questo fatto – negli interessi del denaro, prendendo la direzione che il denaro vuole finché la vuole”. Qui non è prevenuto. In un vero socialismo il lavoro non è una merce, ma un dovere morale: ognuno ha un posto nella società corrispondente ai suoì mezzi e alla sua vocazione, libera, disinteressata. Il solo socialismo degno del nome è quello di August Bebel, che concepisce la comunità dei lavoratori, comprese le donne, come un tutto organico.
Una vindicatio, il giorno dopo la fine delle ambizioni imperiali della Germania. E una apertura, da parte di un pensatore che poi si sarebbe voluto conservatore e reazionario, a un assetto diverso della Germania: il socialismo possibile solo in Germania diventerà un luogo comune, forse perché irrealizzabile. 
Oswald Spengler, Prussianesimo e socialismo, AR, pp. 122, ill. € 14

domenica 24 settembre 2017

Un voto contro il dumping sociale

Con Afd in Parlamento entra in crisi il dumping sociale del sistema produttivo tedesco? È possibile,
è stato uno di temi elettorali della nuova formazione di destra. Che poco potrà incidere sull’altro suo tema maggioritario, l’immigrazione, mentre sul tema dei lavoratori poveri non potrà non avere il sostegno dei sindacati, per quanto in Germania legalitari. La sconfitta è perfino grossolana dei due partiti del terzo governo Merkel, e non è  questione di nazismo o di razzismo.
Afd è venuta alla ribalta per contenere anche gruppi neonazisti. Che però non sono più consistenti di quanto lo sono stati in questo lungo dopoguerra, benché finora fuori del Parlamento, e non condizioneranno la nuova formazione. Creata da liberali – che in Germania sono un partito di destra – e democristiani, il suo successo di gran lunga superiore ai sondaggi è sicuramente l’effetto del disagio sociale.
Il tema dei lavoratori poveri, circa otto milioni - v. su questo sito
http://www.antiit.com/2017/09/il-mondo-come-315_13.html

- è peraltro legato a quello dei redditi da lavoro bassi. Che sono all’origine della domanda interna debole - la forte crescita del pil è dovuta alla domanda esterna, all’export. Ultimamente denunciate anche da Draghi, come non funzionali ai fini di una ripresa stabile dell’economia, le paghe basse sono state all’origine anche del fenomeno Trump. Un modello di economia occidentale nella globalizzazione potrebbe essere entrato in crisi.