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sabato 14 novembre 2009

L'uno sia due - e Cristo maomettano?

Titolo suggestivo per due saggi, dai titoli anch’essi suggestivi, “Lo splendore della verità”, “Dio non è il nostro doppio”, contro il “pensiero unico” e per la tolleranza – il multiculturalismo? In parallelo con le note di analogo tenore, ma di natura giuridica, di Martha C.Nussbaum, “Libertà di coscienza e religione”. Due testi corredati di note, il primo con molti riferimenti al “Saggio sulla libertà” di J.S.Mill, il secondo alle riflessioni sparse di Kafka, ma con cifra lieve, allusiva, coinvolgente, da Jeanne Hersch, rivoltano le radici del fatto centrale oggi, la sfida ai fondamenti - di verità? – dell’Occidente. Alla ricerca delle “lucide ragioni dietro idee diverse” che Emone, il fidanzato di Antigone, rivendica dal padre Creonte. Con sottili critiche di certa visione democratica e antirelativistica. Ma con un fondo che s’intravvede tutto italiano alla questione del Centro o del pensiero unico, senza cenno purtroppo all’obbligo che ci opprime di pensare come prima dell’Ottantanove, del 1989.
Singolare riflessione della notista politica Spinelli, da esperta biblista. Tra le fila indeterminate dell’ermeneutica, e l’istante verità della fede. L’eroismo è di Giobbe, “credere per nulla”: la libertà non è un mercato. I valori vanno difesi da se stessi: “Non si può immaginare scempio più grande di quello capitato ai valori che in coincidenza con la guerra al terrore sono stati mobilitati, sbandierati, trafficati senza disciplina né costrutto… La dignità dell’uomo, l’emancipazione della donna, la dignità, la separazione tra Stato e Chiesa, la lotta alla teocrazia, sono valori che un uso improvviso ha corroso, alterato, sprecato”. Ma è questa una visione periodicamente occidentalista (corrisponde oggi alla demoralizzazione dell’Occidente), che neppure la globalizzazione e la scomparsa dell’Europa evidentemente scalfiscono – dopo che per oltre mezzo secolo l’Europa e l’Occidente hanno evitato di scoprire la complessità del mondo, quale si poteva vedere già a Tunisi. L’Europa, poi, è sempre stata una piccola coda dell’Asia, molto prima che un lavavetri al semaforo la mettesse in crisi. Che l’Occidente abbia ancora ieri infinocchiato il mondo, Occidente compreso, vendendogli la robaccia subprime, è sempre un miracolo, l’Occidente non è più del vecchio magliaro, avventuroso ma incontenibile pataccaro.
Nell’Entzweiung che Barbara magnifica, la scissione del nucleo, la scomposizione a catena, il problema è semmai se si parte dall’uno, se c’è già qualcosa, e non dallo zero, cioè dal niente: se la libertà non è una concrezione del niente, un’architettura anche complessa e in espansione ma senza fondamenta. E d’altra parte l’unità ha una sua dignità. Frances Yates ne ha recuperato non molti anni fa perspicui significati, anche in fase di democraticismo radicale, in “Astraea”. Tanto più oggi, in questo mondo di trasvalutazioni, o continue svalutazioni, che è stata finora la globalizzazione, un’asta al ribasso, o una perversa uguaglianza: chi è meglio dell’Occidente?
La “eguale libertà” di Martha Nussbaum meglio espone il paradosso di cui anche Barbara Spinelli è vittima: bisogna essere per la “vera differenza” e contro “l’omogeneità”. E perché? L’uguaglianza ha sempre creato problemi politici. I diritti umani sì, sono affare suo, ma la storia e la politica vivono meglio di adattamenti. C’è un paese, gli Stati Uniti, dove la libertà pesa più della tradizione, e c’è l’Europa, dove la storia pesa di più – si parla di pesi per l’unità del paese, della società. Si veda il diverso esito della “eguale libertà” negli Usa, paese crogiolo, dove il fatto unificante è la libertà, e in Gran Bretagna, dove il multiculturalismo ha presto inciampato nel rifiuto – o dovremmo chiamarla obiezione di coscienza? Non senza ragione: perché i pakistani dovrebbero essere inglesi? E il Cristo maomettano? Il dialogo religioso illimitato, estenuato, assillante, proprio in questa epoca, in cui non ci sono guerre di religione, è più che un atto di buona volontà, è il disegno-sogno di istituzionalizzazione della religione.
Barbara Spinelli, Una parola ha detto Dio, due ne ho udite, Laterza, pp.86, € 8

La Bellezza, celebrazione di un'assenza

Commemorando i cinquant’anni della morte di Clemente Rebora, una riflessione sulla bellezza è venuta più ovvia alle conterranee Edizioni Rosminiane di Stresa. Mentre il volumetto di Matassi, Pedullà e Pratesi riproduce i testi di un Giardino dell’Estetica, un festival di filosofia organizzato a Vibo Valentia da Raffaele Gaetano. Nord e Sud dunque per una volta uniti. O non sarà questo il millennio della bellezza? Il giro di boa col vecchio millennio ne è certamente marcato: Gadamer, Santayana, Zecchi, Rella, Bodei vi si sono esercitati. Ma forse è più vero così: il Novecento che la Bellezza aveva cancellata, dall’estetica e dall’etica, ne ha tentato il recupero alla fine.
Una ricerca affannosa, attorno a un bene che sembra non trovarsi. A meno di non attenersi, come fa Eco, al postmoderno consumo di quanto abbiamo potuto godere nei secoli. Eco s’industria di fermare la storia (la “Storia della Bruttezza” confluisce in realtà in quella della Bellezza: è d’autore, non apre scenari diversi), e con la magistrale bonomia ci riesce: i suoi libri sono belli, almanacchi preziosi. Evitano anche i lati grigi della cosa, le ansie, il tempo che non c’è, le devastazioni, le morti, perché la bellezza – con la bruttezza bella – non solo vola alto, ma copre e cancella il resto.
Guardando fuori dalla fruizione estetica se ne trova invece poca. Almeno attenendosi al canone noto, di misura, simmetria, regolarità, ordine. Difficilmente oggi si troverebbero la politica e la legge belle, come le trovavano Aristotele, rispettivamente, e Platone. Fulco Pratesi non ne trova per esempio nell’ambiente, nella storia della Repubblica – dopo che per secoli invece la stessa Italia non repubblicana l’aveva specialmente coltivata proprio nell’ambiente, i prospetti, le piazze, i giardini eccetera. Vittorio Emiliani ha creato un Comitato per la bellezza, ma per facilitarne il recupero, il restauro. Savinio diceva la bellezza morta, e con essa quindi anche la bruttezza. Ma non è così: non ci sarà stato secolo più brutto del Novecento, scomposto, irsuto, sudato, nell’arte come nella storia - dalle quali aspettiamo di estrarre la bellezza..
Hegel, ricorda Elio Matassi, esclude la natura dalla bellezza già nell’introduzione alle “Lezioni di estetica”: la bellezza è solo umana. E l’assenza quindi di bellezza.
Bellezza, filosofia, poesia, Edizioni Rosminiane Sodalitas, pp. 192, € 16
Matassi, Pedullà, Pratesi, La Bellezza, Rubbettino, pp. 47, € 8
Umberto Eco, a cura di, Storia della Bellezza, Bompiani, pp.438, € 30
Umberto Eco, a cura di, Storia della Bruttezza, Bompiani, pp. 455, € 40

venerdì 13 novembre 2009

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (47)

Giuseppe Leuzzi

L’Inter nel 2006 ha avuto un prestito di 120 milioni su pegno di una società valutata 40 milioni – non scorporabile peraltro, non vale nulla fuori dell’Inter. Al Sud, scrive il “Corriere Economia” lunedì 9 novembre 2009, “sono richieste garanzie reali fino a venticinque volte il prestito”.

Già nel Seicento il Sud fu “las Indias de por acà”. Il Sud come Indie deve molto ai gesuiti, che vi s’inventarono missionari: “Queste Indie di qui”, si scrivevano, “queste montagne della Sicilia sono Indie”, “India italiana”, “Indie d’Abruzzo”, “Indie di Calabria”, “in queste Indie”. Non avevano il coraggio d’imbarcarsi, ma non volevano restare indietro a Francesco Saverio e Matteo Ricci.
Pietro Tacchi Venturi, il gesuita siciliano ricordato in “Fuori l’Italia dal Sud” per la sua “Storia della Compagnia di Gesù in Italia”, nella quale registrava più di un rapporto di questo tenore, fu fascistissimo. Accoltellato nel 1928 per un’oscura lite patrimoniale tra gesuiti e paolini, fece valere l’incidente nella stampa di regime come un attentato della massoneria, per il suo fervido sostengo alla guerra antimassonica di Mussolini.

Feudalesimo? Il mondo della Grecia post-bizantina nel “Mani” di Patrick Leigh Fermor è ingovernabile. Per non essere stato governato da secoli, dai padroni assenti? È possibile, ma non c’è nulla di feudale nelle società meridionali, al contrario esse sono tribali e anarchiche. Al più sono vittime della “commenda”, ecclesiastica, cavalleresca, la signoria assente, che però è tarda. Il Sud al contrario si può dire vittima del feudalesimo mancato, senza cioè un’organizzazione strutturata del territorio, sia pure attorno a un padrone.

Soldati, “Fuga in Italia”, 81-3, ha una chiave che, ora che si può dire, non è disprezzabile: non il latifondo c’è, c’è stato, al Sud ma piccoli proprietari ricchi e avari. Che vivono nel lerciume, risparmiano sul cibo. Vittime, ma del vittimismo. Dell’ignavia, dell’ignoranza, degli spropositi in materia di feudalesimo. Quando si vede a occhio che non hanno nemmeno il vincolo della mezzadria, solo quello dell’avidità. Tutti piccoli proprietari, chiusi nell’abitazione e famiglia, senza idee e senza progetto, se non l’avarizia, l’accumulo. Non sanno nemmeno loro di che cosa. Un mondo verghiano, o pirandelliano, della roba sordida, era tutto scritto.
È il limite del democraticismo: le viscere putride della società vomitano senza fine masse voraci e violente, sono il “fuori dentro” che tormenta Canetti, per violenza diretta contro altre persone, oppure indiretta, sporcizia, disordine, prepotenza. Il che non essendo fisicamente possibile, avviene per un meccanismo autoriproduttivo: i brutti, sporchi e cattivi sono anch’essi in numero limitato, ma la barbarie produce barbarie.
Tutti sanno da molto tempo ormai leggere e scrivere, fanno la doccia, si nutrono bene, si curano. Perché dunque nessuno canta? Il problema delle società governate dalla mafia, non si può dire, ma è il problema delle società rivoluzionarie. La mafia non diventa classe dirigente perché sa solo generare mafia, come la revoluciòn ha bisogno di più poveri e più disordine.

Mafia
Dice bene Sciascia alla Camera il 6 marzo 1980: la mafia non insorge nel vuoto dello Stato, “insorge nel pieno dello Stato”.

Henner Hess, autore di “Mafia”, 1973, sociologo apprezzato da Sciascia, inventa il mafioso che non sa di essere mafioso. Mentre è il contrario: il mafioso pretende di essere mafioso, anche il più stupido si ritiene più intelligente, abile, furbo.

La mafia di Woody Allen spende poco per la cancelleria, ha una sola segretaria, che condivide l’ufficietto con una compagnia di danza, e non paga il telefono. (“Complete Prose”, pp.153-157).

“Johnny Stecchino” ridicolizza per la prima volta il tutto è mafia. Il falso invalido sta a Prato. A Palermo si tirano quantità sterminate di coca. Mentre il mafioso ha una doppia personalità, tra la Madonna e l’assassinio.

Il pentimento (i rimorsi) è proibito da Spinoza, Ethica, III, Prp. XVIII, Schol.II: dà dolore e non giova agli altri. Ai giudici evidentemente sì.
“L’Italia dei pentiti” è già Fruttero & Lucentini 1987, o 1988. O in Longanesi, dopo la guerra?

I cinesi la praticano da oltre un secolo, la ristorazione in serie. Prima San Francisco, poi a New York e Londra, e ora a Roma e in tutta Europa, dove la licenza è automatica, basta avere la residenza, hanno aperto a centinaia in ogni città quei ristoranti grandi e bene arredati dove nessuno entra. L’affare è pagare l’affitto, a una finanziaria di diritto lussemburghese, in grado di comprare locali molto vasti nei centri storici. E assortirli di mobilio, vasellame e posaterie, con commercio dell’emigrazione clandestina. L’affare è il riciclaggio. La mafia, con tutte le sue grandezzate, ha solo imparato, in ritardo. Ora, certo, è difficile che la pizza non sia indigesta, anche perché è dappertutto eguale, e pre-lievitata: se non è un franchising mafioso ne ha tutte le apparenze.

C’è una sociologia che cerca cattedre con il figlio maschio dei mafiosi: la mafia è anzitutto una demografia, di figli maschi, ogni figlio un fucile – oggi un mitra, un dinamitardo. Ma s’è sempre saputo, in tutto il Mediterraneo. Leigh Fermor, “Mani”, ne fa un gustoso capitolo del suo viaggio nella montagna del Taigeto.

Le mafie nel Mani sopravvivono per certe mitigazioni (codici). Altrimenti è lo sterminio continuo: si vince una faida in attesa che un’altra famiglia si alzi e lanci la sfida.

leuzzi@antiit.eu

La virtù best-seller del silenzio

Si ripubblica negli Usa dopo cinquant’anni, in edizione commerciale, tra l’altro con risposta lusinghiera di pubblico, un libro che il più sofisticato editore di nicchia in Italia avrebbe problemi a pubblicare: sulla virtù del silenzio, nella trappa, e sulle regole del canto gregoriano, disseminato di francese e latino, in esametri, e in dimetri giambici di prima dell’ottavo secolo. Leigh Fermor, che ha rilanciato negli anni 1960 il vecchio mestiere britannico di camminatore curioso, aveva passato lunghi periodi a più riprese dopo la guerra, per sfuggire alle ansie della smobilitazione, in conventi benedettini e cistercensi. Dalle lettere che ne scrisse alla futura moglie trasse poi un libro che pubblicò nel 1957.
Forte è il senso dell’abbandono, della ferocia laica contro ogni forma di monachesimo, e più contro quello colto, elevato. C’è anche un tentativo di spiegare la scelta dell’isolamento a vita, che “sfida la psichiatria”. Non ben condotto: Karen Armstrong, la storica delle religioni e di Dio ("Storia diDio"), che fu da ragazza monaca dle Bambin Gesù, nell’introduzione a questa riedizione obietta agevolmente all’assunto che la vita monastica sarebbe farsesca e intollerabile senza “il postulato della fede”: questo è un assunto illuministico, quindi settecentesco, che il sentimento religioso implichi certe credenze. Fino ad allora, e in convento anche dopo, la vita religiosa è più un modo d’essere, un behaviour, che un belief, in credo. Ma già qui Leigh Fermor è al suo meglio, per gli amanti del genere, nell’a parte: l’aneddoto storico, la curiosità, l’accostamento inedito.
Patrick Leigh Fermor, A Time to keep Silence, New York Review of Books, pp. XXII, 96, $ 12,95

giovedì 12 novembre 2009

Il tempo è musicale

“Una piccola durata che ho definito «miniatura d’eternità», perché non passa”. Il finale dà il tono dell’opera (libro, musica): Jeanne Hersch ha un suo particolare metodo per capire se un libro è da leggere o meno, guarda subito la conclusione invece dell’incipit, e questo finale rende bene “Tempo e musica”.
Attraverso la musica Jeanne Hersch arriva all’unità dell’anima e del corpo, che è la verità profonda del cristianesimo, dunque da duemila anni. E la intende liberatoria: “Essa è libera. Nutre la nostra libertà” – che è il senso dell’unità di anima e di corpo, la tortuosa (Dostoevskij: “insopportabile”) vicenda della libertà. Ma su questo punto innesta la creazione. Secondo i “fondamenti della musica” del maestro Ansermet: Bach ricrea le regole, mettendole all’opera. Su questo elabora anche le nozioni preziose di “piccola durata”, la durata del concerto (del fatto, dell’evento): “Viviamo al presente, in questa piccola durata nella quale, nonostante il tempo, l’essere ci accompagna, l’essere resta con noi nel cuore della fuga del tempo”. Rimedio non piccolo all’inafferrabilità del tempo e dell’esistenza. Una sorta di storicizzazione dell’eternità, che è della musica e di ogni emozione estetica, o presente storico: “Grazie alla musica noi viviamo, nel tempo, ciò che nel tempo non passa”.
Magisteriale, quasi “padronale”, Jeanne Hersch è tuttavia sensibile: il suo rigore da “figlia del deserto” (C. Miłosz) contempera con la scrittura semplice. “L’uomo ha bisogno di desiderare; ha bisogno della finitudine, della mancanza. Gli uomini non sono fatti per la felicità, nemmeno se le circostanze sono favorevoli, caso assai raro… (Ma sognano) soltanto di sfuggire l’assenza e di raggiungere la pienezza definitiva. Far coincidere il desiderio con la pienezza, in questo consiste il «trascendere»”. La “coincidenza di libertà e necessità” è “la sostanza stessa della musica”. Detto musicalmente, concertato, senza sbagliare i tempi o i toni. Non solo il tempo, anche la creazione si riallaccia così alla comprensione, cioè alla razionalità. Della quale, questo è il nucleo dell’insegnamento di Jeanne Hersch, è parte la libertà, del sentimento come del giudizio. È l’esperienza: lo stesso è dell’innamoramento, di ogni risveglio, della stessa quotidianità.
Jeanne Hersch, Tempo e musica, Baldini Castaldi Dalai, pp. 130, € 13

Il mondo com'e - 26

astolfo

Grecia - È un giustificativo. Alla Grecia “antica” (non a quella “classica”) si rifanno i confusionari, da Federico di Prussia che lha inventata a Hölderlin a Solženicyn, queli che non vogliono o non sanno ammettere la democrazia, e non sanno rifiutarla, quelli che (il povero Hölderlin insdegna) non possono accettare la Rivoluzione. Ma cos’è la Grecia “antica”, un mondo che non si curava della storia (Spengler)? È un salvacondotto.
C’è anche la possibilità che sia quello che dice Savinio (Asteriotes”, eccetera, in “Nuova Antologia”) a proposito del mondo di Omero, cortese, intelligente, urbano, e allora sarebbe un’incongruenza tristissima per tutti gli amanti della rusticità.
Bisognerebbe abolire la Grecia “antica”, e forse la stessa Grecia. Ola classicità? Se si vuole essere qualcosa di diverso da quello che ormai si è, europei e occidentali. Da quale canale sotterraneo nasce questa corrente antilibertaria? Ammesso sempre che Savinio abbia ragione a vedere nella Grecia presocratica l’essenza dell’Europa. Ma anche se così non fosse, considerato anche che poco si ha fatto sapere di sé (ancora Spengler), è sicuro che i suoi appellanti sono alla ricerca disperata di un titolo di nobiltà, che consenta loro di non dirsi europei senza cadere nella barbarie.

Italia - Se “ogni società è edificata su un poema” (Octavio Paz, Los hijos del limo, 91), su quale poema sconclusionato è fondata l’Italia? Questa domanda retorica d’obbligo è anche la risposta: certo che l’Italia è fondata su un poema, ma l’essenza di questo “poema” è di dirsi che l’Italia non è fondata su un poema, non è fondata, non è. Per non aver fatto mai la rivoluzione, rifatto le teste ai padroni. Per un residuo di Kulturkampf, per non aver fatto la Riforma e cacciato il papa. Per essere ancora troppo composita. Per non aver fatto l’esame di coscienza dopo la caduta del Muro. Sui motivi anche, che pure sono evidenti, la risposta d’obbligo si vuole sconclusionata.

Stupro - Se la donna subisce o acconsente, il falso problema è stato impostato da Freud con l’aneddoto di Sancio Panza governatore di Barattaria. Come si sa, ma non del tutto.
Freud tratta dello stupro, incidentalmente, in due casi. Entrambi al capitolo “Sbadataggini” del volume divulgativo “Psicopatologia della vita quotidiana”. Nel primo cita una sua distrazione con una paziente centenaria, cui giornalmente faceva un’iniezione di morfina al due per cento, soluzione blanda, prima di versarle in un occhio alcune gocce di collirio: un giorno, pescò con la polpetta del collirio alcune gocce di morfina e le versò nell’occhio. Nulla di grave, se non per la riflessione di Freud che la stessa parola sta in tedesco per sbagliare e violentare (vergreifen). E siccome la sera prima un giovane paziente in analisi gli aveva raccontato di avere violentato in sogno la madre, Freud ritiene di aver ripetuto macchinalmente con la centenaria la fantasia edipica del giovane.
Lo stupro è dunque una cosa da ridere, nell’appiattimento del reale in analisi.
Due pagine dopo, sempre al capitolo “Sbadataggini”, Freud parla della “tendenza all’autoannientamento”, che è estesa anche se raramente suicida: “Anche la cosciente intenzione al suicidio si sceglie il proprio tempo, i mezzi e l’occasione; con ciò concorda perfettamente il fatto che l’intenzione inconscia”, dice Freud, solo attende “il verificarsi di un’occasione che si possa addossare parte della causalità determinante e che, occupando le forse di difesa della persona, possa liberare l’intenzione stessa dalla loro pressione”. E qui Freud collega al suicidio lo stupro, con la nota su Sancio Panza governatore dell’isola di Barattaria: “Il caso allora in fondo non differisce dall’attentato sessuale contro una donna, ove l’aggressione del maschio non possa essere respinta con l’intera forza muscolare dell’aggredita perché una parte dei moti inconsci del suo animo favorisce l’aggressione stessa. Si dice infatti che una situazione simile paralizza le forze della donna; non rimane che aggiungere le cause di tale paralisi”. La sentenza di Sancio Panza è “psicologicamente ingiusta”, dice Freud, non di più. Opinando, o lasciando opinare, che “le cause della paralisi” stiano nell’intimo consenso dell’aggredita, se non nel piacere. La nota si limita a sintetizzare l’aneddoto del “Don Chisciotte”, parte II, cap. XlV: una donna che lamentava d’essere stata aggredita e stuprata riceve da Sancio la borsa dell’aggressore, e quando questi, invitato dallo stesso Sancio, fa per riprendersela, la donna con grande forza glielo impedisce. Ragione sufficiente per essere condannata dal salomonico scudiero.
Ben più attento Michelet cinquant’anni prima, che al capitolo “Il ragno e la farfalla” de “L’amore”, non osa nominare lo stupro, ma si spinge a considerare “mezza violenza” anche il caso dell’adultera circuita. Se infine essa decide di denunciare l’uomo, Michelet immagina che l’amica – sensale, tentarice - la sconsigli: “Tutti ne rideranno. Se anche ti credessero, ne rideranno”. E la legge? “Le giurie in questi casi richiedono prove più chiare della luce del sole. Più di uno invidierebbe il colpevole. La gente sempre parte dall’idea che anche quella che resiste di più acconsente nel suo intimo, almeno per un momento”. Peggio ancora “se ha la sfortuna di restare incinta”. Il “consenso”, spiega lo storico, verrà esatto da qualche leggerezza, cochetteria, sguardo imprudente. “Sono arrabbiato con Cervantes”, conclude Michelet, “che ha, in altri rispetti, tanto ammirevole buon senso”.
La forza che la donna giudicata da Sancio mette a difesa della borsa in tribunale, in pieno giorno, senza paura, “non prova affatto che essa sarebbe stata capace, se sorpresa e terrorizzata nella notte, di difendere allo stesso modo il suo onore”. Cervantes “ha lusingato un brutale pregiudizio, e corteggiato una volgare risata, nel giudizio imposto dal suo Re Sancio alla ragazza che si era rivolta a lui”. All’opposto, anche se non la condivide, Michelet cita una vecchia legge tedesca, della Svevia, che condannava a morte chi attentava a una vergine, anche soltanto la “scapigliava”: “Il crimine consiste nella brutalità dell’attacco, nella mano forte stretta su un essere timido, che si padroneggia in anticipo per la troppa emozione”. Il criterio è semplice: “Chi pensa di provare il fatto che la donna può difendersi, ne parla come di una cosa fredda e senza vita, senza emozioni, come un pezzo di marmo o un blocco di legno”. Senza considerare la sorpresa, la minaccia, il terrore, la brutalità, anche la crudeltà.
Michelet dà poi una lezione all’analista Freud: “Dovremmo lasciare alla scolastica l’assurda opinione che disegna una linea precisa, pone una ben definita diversità, un abisso, tra consentire e non consentire. In una questione così miscelata di influenze del corpo e dell’anima, così miscelata di libertà e compulsione, ci sono infinite gradazioni, e non so quanti stati intermedi e misti nei quali, non consentendo, tuttavia lei soggiace”. Ho passato la vita, conclude Michelet, “ad affermare i diritti della mente contro il nauseante materialismo della mia epoca”, e tuttavia è un fatto che il corpo c’è, e “il corpo, si ricordi, anch’esso agisce”. La volontà non è una barra d’acciaio, o un catenaccio, che uno apre e chiude. La volontà “sarebbe molto più giusto compararla a una cosa infinitamente suscettibile di salire e scendere, come un termometro”. Se alla “improvvisa prolungata agonia” della violenza succede “una sensazione non dolorosa”, questa è la trentesima contorta parte della volontà, o la centesima, che non si può dire consenso.

Vienna – Era prima della Grande Guerra il cuore dell’antisemitismo, antisocialismo, sciovinismo, imperialismo. Lo ricorda Popper nell'intervista nel 1994.

astolfo@antiit.eu

martedì 10 novembre 2009

Lo spirito libero dell'on. Sciascia

Libro singolarmente scorretto (oltre agli errori di stampa, c’è un duca di Calastra che invece è di Camastra, un ammiraglio Casari che sarà Casardi, un generale Delfino comandante generale della Guardia di Finanza che forse è Giudice, etc.), è tuttavia un buon omaggio a Sciascia, di cui raccoglie gli interventi parlamentari. Sciascia fu deputato radicale dal 1979 al 1983, e firmò diciannove interventi, interrogazioni e interpellanze, di cui undici di suo pugno, che il libro restituisce, insieme con la relazione di minoranza alla Commissione d’inchiesta sul caso Moro. Fu probabilmente l’unico spirito libero fra i letterati italiani del secondo Novecento – con Arbasino e pochi altri. Fu sempre inquieto, e fu intelligente.
Camilleri lo ricorda con opportune sottolineature – anche se avrebbe fatto meglio a dire chi volle Sciascia “spinto fuori” del “Corriere della sera”, un narratore non può indulgere all’omertà.. Sciascia la politica confonde con l’etica. Ma ci azzecca, forse per naso, forse per intuito, più degli scienziati politici - posto che in Italia ce ne siano, quelli che vanno alla televisione fanno paura. “Tutto ciò che in questo paese è ingovernabile, eversione e criminalità principalmente incluse, risiede appunto nel modo di governare”: interveniva breve alla Camera, e chiaro. Del governo Cossiga nel 1979 si meraviglia che una legislatura incipiente e difficile venga affidata a un uomo che si è dimesso da ministro dell’Interno senza dirne il motivo, e opina giustamente che il governo gli viene affidato dalla Dc e dal Pci per lo stesso ignoto motivo: coprire la verità sul caso Moro.
Il breve capitolo Sindona, che càpita al centro del libro, è anche al centro, significativo, della storia degli anni bui 1970. Sindona è un assassino e un mafioso, per il quale verrà predisposto il caffé avvelenato in carcere. Non prima però che l’idolo di Berlinguer Andreotti abbia “decapitato” la Banca d’Italia che lo inquisiva, il governatore Baffi e il direttore generale Sarcinelli, che inquisiva il falso banchiere Sindona - peccato che Sciascia si sia perso Sarcinelli, scarcerato, scodinzolante al seguito di Andreotti, poiché così voleva il Pci.
Andrea Camilleri, Un onorevole siciliano, Bompiani, pp.194, €12

Senza Grecia, senza grazia

Sarà stato l’ultimo viaggio a piedi in Europa, sicuramente l’ultimo in compagnia di Orazio, e di Virgilio, nonché di Shakespeare, ma raramente decolla. Scritto nel 1977, sui taccuini e i ricordi del vagabondaggio di gioventù da Londra a Costantinopoli, attorno al Reno e al Danubio, dal dicembre 1933 al gennaio 1937, si ferma a un non originale e per nulla ispirato come eravamo. Perfino la filologia, su cui Leigh Fermor ha imbastito racconti memorabili, lavora qui al rovescio: c’è da accertare una shakespeariana “costa di Boemia” nel “Racconto d’inverno”, ma il percorso è di scuola. La mancanza di vena è singolare, a fronte dei tanti materiali, e dopo gli eruditi, fantasiosi, grotteschi “Mani e “Roumeli”. Ma il viaggiatore ha bisogno evidentemente di un mondo altro, alieno.
È un mondo dove Fiume si chiama ancora Fiume, e Lipizza Lipizza. Ma la veduta forse più interessante manca del tutto: com’erano le città e i villaggi del Centro Europa prima e dopo la guerra e i bombardamenti – vano pretendere da un inglese la messa in discussione dei bombardamenti? In rari casi la narrazione si solleva: i barbari, rintracciati nelle fonti romane, i lanzichenecchi pomposi, il vagabondo che passa il tempo leggendo Shakespeare, uno Shakespeare di fantasia, italianato, il (futuro) alter ego baron Pips. Al meglio è nei linguaggi, che seppure incomprensibili Leigh Fermor sa sempre fare significativi, specchio e oggetto di narrazione. Bizzarramente radicato nella tradizione simbolista, che è francese, e alla sua prima manifestazione, decadente, anzi al decadentismo più duro, voluttuosamente estetizzante, alla Huysmans. La lingua è invece attiva: è lo sguardo obliquo, alla Lewis Carroll, alla Hašek, attraverso cui penetrare la modesta realtà verificabile. Ma qui incidentalmente.
L’edizione New York Review of Books fa precedere “Tempo di regali” da un’affezionata prefazione di Ian Morris, che ne precisa la cifra narrativa come “multistrato”. E prende a esempio il cap. 6, che parla dell’entrata a Vienna: “Contiene una discussione dei canti popolari europei, un passaggio sulle regie shakespeariane, una lezione sui vagabondaggi tribali, una descrizione della morte di Odoacre, due pagine di conversazione con la moglie di un ufficiale postale, un’imponente evocazione lirica dell’abbazia benedettina di Melk, divagazioni accademiche su Riccando Cuor di Leone, un aneddoto su un’eco specialissima, visite a un monaco irlandese e ad aristocratici austriaci, un regalo di uova d’oca, l’arrivo a Vienna nel mezzo di un putsch, per finire in un giaciglio dell’Esercito della Salvezza”. Ma è uno spreco d’inventiva. Il dono narrativo di Leigh Fermor sarà stato della Grecia (anche in questo viaggio: la seconda parte, qui non tradotta, “Between the Woods and the Water”, è ben più vivace).
Patrick Leigh Fermor, Tempo di regali, Adelphi, pp. 356, € 20

lunedì 9 novembre 2009

L'Inter vince coi debiti? No, anzi sì

Platini cita l’Inter tra le squadre che falsano il calcio spendendo a debito cifre enormi. Ha sottomano le cifre che la stessa Inter ha dovuto comunicare all’assemblea del 26 ottobre. Ma il “Corriere della sera” e “La Gazzetta dello Sport” assicurano una pronta indignazione contro il francese lurco, ed ecco l’Inter fa un comunicato che dice che l’Inter non ha debiti finanziari, con le banche. Cui i giornalini danno grande spazio, limitando Platini a una misera riga. Poi domenica Gianni Dragoni esamina sul “Sole 24 Ore” i bilanci, ufficiali, delle squadre italiane e conferma il dato – il dato ufficiale dell’Inter. Nel silenzio dell’Inter stessa, del “Corriere della sera” e della “Gazzetta dello Sport”: il loro compito era di contrare Platini negli archivi dell’Uefa. Mentre Dragoni, pur rispettoso, è inattaccabile.
L’Inter dichiara debiti a fine giugno per 431 milioni, il 23 per cento di tutti i debiti della seria A. La seconda squadra più indebitata, il Milan, ne aveva a fine 2008 per 364 milioni – seguono, attorno ai 100 milioni, la Lazio, la Juventus e la Roma (i cui bilanci sono da presumersi veritieri, essendo le tre squadre in Borsa). “I debiti, più delle perdite d gestione, sono l’indicatore più significativo dello squilibrio dei conti del calcio”, rileva corretto Dragoni, “un mondo di follia contabile”. Perché a fronte dei debiti c’è un patrimonio inconsistente: “A fronte di 1.881,72 milioni di debiti complessivi ci sono appena 302 milioni di patrimonio netto, cioè capitale più riserve meno perdite”.
Non si capisce come queste “aziende” possano avere ancora credito. Cioè si capisce benissimo – di qualsiasi altra azienda le banche avrebbero preteso il fallimento: “Di norma, un’azienda si considera solida se i debiti finanziari netti non eccedono il patrimonio”. Nella polemica contro Platini l’Inter ha dichiarato di non avere debiti verso le banche. Invece ne ha per almeno 164 milioni, di cui 48,3 dichiarati, debiti finanziari iscritti in bilancio. A fronte di un patrimonio negativo. Nel bilancio al 30 giugno l’Inter dichiara una perdita netta di 154,4 milioni e un patrimonio negativo di 28,32.

Cento milioni di Moratti all'Inter, presi dove?

Non ci sono solo le banche tra i punti neri del bilancio dell’Inter, segno di una gestione caratteristica (calcistica) incapace. Un vero buco nero sono i finanziamenti a fondo perduto che il proprietario Moratti profonde nelle casse della squadra a titolo di aumento di capitale. Sono cento milioni solo negli ultimi mesi. Il consiglio d’amministrazione del 26 ottobre parla chiaro: dopo il 30 giugno la proprietà ha iniettato 32 milioni di nuovi capitali, e altri settanta s’impegna a versare entro dodici mesi. Dove e come Moratti prende tanti soldi da buttare, è la sola parola giusta, nell’Inter? Cioè, può anche essere che Moratti sia uno a cui piace buttare i soldi dalla finestra, ma da dove li prende, in tanta quantità? Tanto da non innervosire i congiunti, la moglie, i figli, i fratelli?
Nei due bilanci precedenti Moratti aveva regalato altri duecento milioni. Per trecento milioni, che poi sono gli ultimi ma non i soli, si interdice qualsiasi capo di famiglia. Per quanto mecenatesca possa essere la famiglia, o la città.
Dubbi erano stati sollevati sul collocamento in Borsa della Saras, la società da cui Moratti attinge i capitali, tre anni fa. Di cui la Procura di Milano si è dovuta fare eco. Ma senza sollecitudine, conoscendo la proverbiale onestà dei Moratti. Nessuna indagine naturalmente è stata fatta dalla giustizia sportiva, che come si sa è al di sopra delle parti, e comunque non s’impiccia di problemi “contabili”, roba da ragionieri. Niente naturalmente neppure dal fisco, i milanesi si sa che pagano fedelmente le tasse.
Una vera Agenzia delle Entrate, poniamo in America l’Irs, vorrebbe vederci chiaro in perdite che ogni paio d’anni assommano a centinaia di milioni. La gestione caratteristica può essere sbagliata, ma non ripetutamente, cioè sistematicamente. Non ci sarà costituzione di fondi neri all’estero in tutti questi acquisti-cessioni avventurosi e sempre milionari? si chiederebbe l’Agenzia delle Entrate americane. Sbagliando, perché i Moratti sono milanesi e Milano non porta i soldi all’estero. Ma giusto per fugare i dubbi, anche “caratteristici”, e sanzionare la dignità della città. Perché con i fondi neri in libero uso, purtroppo, ogni infamia è poi permessa: i soldi non sono più rintracciabili.

La Domenica Sportiva dell'Inter

La Roma domina l’Inter a Milano, ma si mostrano giusto le due azioni in cui la Roma ha fatto o doveva far goal. Due soli minuti alle riprese in campo, e quasi tutti dedicati alle smorfie degli interisti, definite eroiche. In compenso viene Mourinho e parla per venti muniti. La Roma gioca senza cinque titolari, altri due li perde in partita per le botte subite. Ma si commisera l’Inter, che ha giocato mercoledì a Kiev, “una partita epica”, ed è stanca. Della Roma, che invece ha giocato giovedì, niente. Mourinho attacca l’arbitro che “ha fischiato troppo”, ha consentito ai romanisti di buttarsi per terra, e non gli dato cinque minuti di recupero. Poi viene l’allenatore della Roma Ranieri, che dopo otto minuti è congedato, perché “l’Uefa ci contingenta i tempi di collegamento”. A fine gara un solo calciatore è intervistato, l’interista eroico Stankovic – che ha fatto le veci del suo intervistatore, ha parlato lui bene della Roma.
Tutto questo alla Rai, “La Domenica Sportiva”, domenica sera. Perfino i due interisti della trasmissione, Collovati e Bagni, erano a disagio – dei quattro ospiti fissi della trasmissione, l’Inter ne ha due, un terzo fa il milanista, il quarto è il moviolista. Ranieri stava spiegando che solo all’Inter è consentito di giocare con i gomiti alti, in particolare a Vieira – in passato a Adriano e Cruz. E che l’Inter aveva sistematicamente abbattuto i suoi giocatori in fase di ripartenza, per impedire il contropiede, non punita con la dovuta severità dall’arbitro, sempre lesto a fermare il gioco. Il conduttore De Luca, da buon routier napoletano, dava spazio alla milanesissima padrona Inter mentre esibiva un’aria da mal di pancia. In effetti, la sua trasmissione era disgustosa. Nessun commento naturalmente sull’arbitro Rocchi. Che, come il Rosetti di Milan-Roma un mese fa, è dei migliori di Collina, una cricca al di sopra di ogni sospetto.
L’epica impresa interista di Kiev, si ricorderà, è stata aver sconfitto all’ultimo secondo una squadra decimata dall’influenza A, in una città che non va allo stadio per paura della influenza A, e il cui giocatore migliore è Shevcenko, dopo tre anni di riposo caritatevole tra Chelsea e Milan. E allora: la Rai ha un abbonamento speciale con l’Inter? Insomma, si fa pagare per questi servizi? L’Inter ha un abbonamento speciale col commentatore della partita? Col regista? Con i tecnici della ripresa?

domenica 8 novembre 2009

D'Alema, isolato nel Pse, spera in Sarkozy

Ufficialmente D’Alema non ha nessuna possibilità di diventare ministro degli Esteri europeo. La carica toccherà a un socialista, posto che il presidente sarà un democristiano, e il candidato prescelto dai socialisti europei è il ministro degli Esteri britannico Milliband. Che ha il favore di tutto lo schieramento europeo neo-atlantico, in Olanda, in Polonia e negli altri paesi dell’Est, i non socialisti compresi. La soluzione non piace però in Centro Europa. Non piace in particolare alla Francia, e quindi anche alla Germania. Per un motivo contraddittorio, al quale solo D’Alema sembra offrire una soluzione – è in questa fessura comunque che la Farnesina ha calcolato di poter infilare con qualche possibilità di successo la candidatura italiana.
Sarkozy vuole e non vuole una politica estera europea. Questa politica, quel poco che di essa se n’è fatta, è stata finora esclusiva della Francia: l’Europa (la Germania, la Spagna e, alla fin fine, anche l’Italia) ha sempre fatto quello che la Francia ha deciso. Un vero ministro europeo degli Esteri è destinato a rompere questo informale monopolio. Ma d’altra parte la costituzione europea lo prevede. E D’Alema ha l’identikit che meglio si attaglia alle abitudini francesi. Sperimentato sempre con soddisfazione di Parigi quando fu presidente del consiglio e ministro degli Esteri italiano. Mentre avere un ministro inglese è come averne uno americano, su questo Parigi è esplicita.
Col sostegno francese, la candidatura D’Alema diventerebbe quella principale. Ma esso tarda per una ragione precisa, il secondo paradosso della vicenda: il patrocinio del governo francese (che trascinerebbe quello tedesco e quello spagnolo) non si può fare contro l’orientamento dei socialisti europei. È questo il vero punto debole della candidatura D’Alema, quello politico e non quello diplomatico. Non c’è stato nessun intervento di socialisti a favore di D’Alema, neppure a titolo personale. Per la debolezza italiana nel socialismo europeo (l’irrisolta controversia sull’apparentamento del partito Democratico)? Perché D’Alema non è ben visto nel Partito socialista europeo? Perché non ci tiene ad andare a Bruxelles?

Il Grande Gioco riparte dalla Turchia

Protesta l’Unione Europea per inutile ripicca con la Turchia, che ospita il vertice islamico, e con esso anche i non voluti Bashir e Ahmadinejad. Per ripicca perché è stata tenuta fuori dal revirement in atto della politica americana nel mondo islamico, con più attenzione ai gruppi d’interesse sunniti nell’area della crisi. Inutile perché in ogni caso il processo va avanti: un riavvicinamento è indispensabile al momento in cui le truppe americane lasceranno l’Iraq, sono i gruppi di interesse arabi meglio organizzati - non si deve aprire un vuoto in Iraq fra qualche mese, tutti lo sanno e lo capiscono, eccetto, forse, Bruxelles.
In Turchia, dove ancora si fa politica, il riassestamento è stato subito percepito. Anche perché il contatto è sempre rimasto stretto con Washington. Il prossimo ritiro americano dall’Iraq ha una minima possibilità di stabilizzare l’Iraq, e una invece amplissima di sovvertire, con l’Iraq, tutto il fronte fino al Libano, Siria compresa. Un evento che solo si può prevenire riconoscendo gli interessi dei gruppi sunniti, che mostrano di dominare la zona di Bagdad, e hanno terminali pesanti altrove. Hezbollah in Libano mostra peraltro di averlo ben capito, pur rappresentando i gruppi sciiti, in collegamento con Teheran: la Siria consiglia un accordo e Hezbollah accetta di far parte del governo odiato di Hariri. Né c’è alternativa per gli Stati Uniti in Iraq se non il ritiro: l’America non può battersi su due fronti, e l’Afghanistan passa da retroguardia da consolidare a fronte principale, di fronte alla minaccia concreta di uno Stato talebano-qaedista, che sovvertirebbe il Pakistan, e quindi tutta l’Asia meridionale – non molto è cambiato dal Grande Gioco di “Kim”.
Ma, poi, si dice Unione Europea ma s’intende la Francia. È la Francia che Obama tiene fuori dal riassestamento del Medio Oriente. L’Iran compreso e la questione nucleare in Iran. Sarkozy ha saldato parecchie delle ferite aperte con l’America dall’opportunismo di Chirac, il presidente di destra eletto dalle sinistre. Ma la Francia non dà un contributo, né militare né diplomatico, a nessuna delle vicende dell’arco della crisi, a Beirut, a Bagdad, a Teheran, in Afghanistan, e gli Usa comunque ormai non si fidano.