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sabato 4 giugno 2022

Appalti, fisco, abusi (220)

“Oggi le spiagge, ieri le bollette. Quanto ci costa l’allergia il libero mercato”, titola Ferruccio de Bortoli sul “Corriere della sera”. Senza fare cifre. Che non sarebbero lusinghiere: il libero mercato ci è costato e costa più del mercato ancora tutelato, o a tariffe controllate. Per i telefoni, l’elettricità, il gas. Anche molto i più. E perfino qualche truffa, come il mese telefonico, l’addebito “a calcolo” invece della lettura dei contatori elettronici a distanza - che abbiamo pagato – e il vezzo di caricare immediatamente superbollette, se uno si avventura a dare l’iban a Tim e WindTre.  
 
Le liberalizzazioni, volute da Draghi, con l’avallo delle “lenzuolate” dell’ora estremista di sinistra Bersani, hanno peggiorato, e di molto, prezzi e modalità di approvvigionamento delle famiglie. Hanno favorito le utilities e la grande distribuzione – supermercati e centri commerciali che hanno prezzi più cari e non danno garanzie di qualità. Danneggiando i consumatori, e milioni di piccoli esercenti, che erano garanzia di qualità\prezzo equilibrati.
 
Si debba una qualsiasi somma al fisco, Irpef, cedolare secca, Imu e altre patrimoniali, il sostituto d’imposta (chi paga lo stipendio o la pensione) immediatamente paga. Si resti in credito Irpef, non si sa quando le Entrate pagheranno. Presumibilmente entro dicembre. Dipende dalla somma. E non c’è appello possibile: la trattenuta indebita di un anno prima lo Stato può restituirla quando vuole – la Corte Costituzionale privilegia lo Stato, non il diritto.

L'amore è dolore

L’amore è doloroso e spietato. L’amore, cioè la donna. “Dolce” lo Stil Novo è solo nella musicalità della lingua, ma non nel tema d’amore, che è il suo principale. Non in Frescobaldi come in Cavalcanti - ma anche in buona parte di Dante, le “Rime petrose” e altri testi. La donna – l’amore – cortese non ha la frusta, ma è sadica: fa disperare. Non rifiuta, ma accende il fuoco e poi ci butta l’acqua, lasciando tizzoni e polvere. Con la vexata questio se si ha da prender moglie, meglio di no, e prima ancora - querelle allora ancora alla moda nella poesia provenzale e in quella francese degli inizi - se sia più degna d’amore la pulzella o la maritata.  
Fa senso (ri)leggere queste canzoni e sonetti in epoca di #metoo, dello sdegnoso “non mi toccare”. Ma all’epoca, evidentemente, non funzionava meglio. Poiché è sempre un lamento di distanze, mancanze e rifiuti. In questo Frescobaldi (figlio e fratello di versificatori) anche cerebrali – non le donne, i versi. Fino a brutte rime, amanza per pesanza, la fiamma che infiamma, e la ferezza per gravezza. Versificatore noto, “famosissimo dicitore per rima in Firenze” secondo Boccaccio.
Tanta poesia d’amore senza mai un’innamorata, una donna di cui innamorarsi, poeta e lettore. Esercitazioni sul tema. Inevitabilmente ripetitive. Manierate. Già manieriste.
Un susseguirsi di metafore e iperboli, in forma di iperbati, soprattutto, endiadi, ipallagi. Di un manierismo che dunque, già negli anni di Dante, imperava a Firenze. Singolare il destino immortale di tanti versificatori, seppure fini dicitori, che vivono e rivivono grazie ai codici che li contengono – immortali sono i codici? Questo Frescobaldi, se non altro, s’illustra, sempre a credere a Boccaccio, per aver salvato e fatto pervenire a Dante in esilio i primi sette canti dell’“Inferno”, che avrebbe scritto quando ancora era a Firenze, come invito a continuare il progetto.
Pochi versi, con notevole apparato, l’edizione Einaudi, di Furio Brugnolo.
Gabriele Baldassarri, che cura la riedizione Quodlibet, ne effettua anche un revisione testuale.
Dino Frescobaldi, Canzoni e sonetti, Einaudi, pp. 95
Rime, Quodlibet, pp. 152 € 18

venerdì 3 giugno 2022

Sansone e i filistei - Berlusconi 29

Non ha consentito un erede. Ha fatto campagna per il Quirinale di persona e da solo, a 87 anni, o quanti ne ha, malandato, di covid e non solo.
Ha boicottato il centro-destra negli anni in cui era impedito dalla politica – a Roma, a Milano, dovunque il centro-destra avesse la possibilità di vincere – con candidati impossibili o frantumando il voto in più candidature. Ha bruciato una lunga serie di “delfini”, da lui steso nominati: Tajani, Toti, Stefano Parisi, Alfano. E poi un seguito di donne, con incarico meno “definitivo”, badanti.
Ha continuato a Napoli, dove ha fatto organizzare una kermesse politica per prodursi instancabile in tutto il repertorio, a tutte le ore del giorno, e anche della notte – nelle stesse ore in cui un Tribunale, il trentesimo o quarantesimo che lo giudica, vorrebbe condannarlo per aver pagato alcune donne. Invidiabile, da congratularsi, uno contro cento (saranno almeno un centinaio i giudici impegnati nella guerra a Berlusconi?) non fosse che è in politica, e ne blocca il funzionamento.
Sarà un misirizzi in forma umana, anche a cent’anni, come dice Merlo su “la Repubblica” sabato, nella sua rubrica delle lettere, Berlusconi è uno e molteplice: “Berlusconi, cavaliere con 59 nomine”. Impressionante la raccolta di epiteti – i libri su Berlusconi saranno un migliaio? Un centinaio sicuramente sì, sono (sono stati) un genere editoriale, e in quante copie?, alcuni hanno fatto milionari gli autori, in primis Travaglio, il discolo torinese cui Berlusconi diede un impiego nel suo “Giornale”. Questo l’elenco di Merlo – non esaustivo (“ho provato a raccoglierli”)?: “Bandanano, Nano Malefico, Nanefrottolo, Psiconano, Nano pelato, Nano di gomma, Mafionano, Caimano, Caimano, Truffolo, Mentolo, Silviolo, Al Tappone, Tulinano (i tulipani vengono dai Paesi Bassi), Bellachioma, Bellicapelli, Berlosco, Berlusca, Berluscaz, Miliardario Ridens, Presidente Ridens, Berluscoso, Berluscraxi, Berluskane, Berlussonini, Burlesqoni, Bungaman, Cavalier Banana, Cavalier del Cials, Cavaliere delle Cosche e delle Cosce, er Bandana, Figlio di Putin, Cavaliere Mascherato, Cavoliere, Papino, il Rifatto di Dorian Gray, Jena Ridens, l’Ergoarca, l’Uomo di Arcore, Papino il Breve, Pirlusconi, Psicopapi, Reo Silvio, Sua Brevità,  Sua Emittenza, Sua impunità,  Testa d’asfalto, Viagrasconi,  Berluskao, Berlusckaiser (col -ck, n.d.r.?), Berluskamen, l’Unto del Signore, er Catrame, Frottolino Amoroso, Cav, l’Amornostro”.

E non ha finito, dunque, la cosa ancora continua, seppure minacciosa. Cioè perdente.

La libertà americana e la crudeltà

La storia vera di Bob Zellner, giovane biondo dell’Alabama, figlio di un pastore metodista che durante un soggiorno nell’Urss è diventato liberal e amico dei neri, figlio a sua volta di un membro attivo del Ku Klux Klan che perseguiterà il nipote. Per una “tesina” all’esame di laurea Bob partecipa a una funzione in una chiesa per soli neri, nel 1961 c’era ancora il segregazionismo al Sud, e la cosa innesca una serie di reazioni che lo portano sempre più a fianco della protesta afroamericana.
Una storia edificante, malgrado la violenza. Si scherza anche - nel mirino i progressisti bianchi, con tutti i cliché dello snobismo (“questa è una democrazia”, “no, è una repubblica”, è una delle battute). Ma a fin di bene: Brown, inglese di provenienza, montatore di Spike Lee, ne fa una storia hollywoodiana, in cui il bene trionfa e trionferà. Con una controindicazione, che ne fa un film speciale: la violenza crudele e gratuita dell’essere americano, come un riflesso condizionato. In tanta bontà risalta di più. O forse solo perché è rappresentata come avviene: la facilità con cui una discussione arriva al sangue, come se pestare, deformare, uccidere fosse un’estensione della discussione. Un mondo si direbbe primitivo, dove la forza è solo assassina, distruttiva.
Barry Alexander Brown, Il colore della libertà, Sky Cinema

giovedì 2 giugno 2022

Ombre - 618

Licenziato dalla Juventus, Dybala viene fatto entrare al 91mo, come un qualsiasi “disturbatore”, dall’allenatore dell’Argentina, l’ex (mediocre) calciatore Scaloni. Entrato a freddo, nei due minuti restanti fa anche un bel gol. È il tempo dei “tecnici”, ragioneria e tattica, con il portiere “regista”, non potendosi allungare il campo più indietro, sperando in un golletto, non più del calcio? Il Millennio è grigio dappertutto.
 
“In Italia stipendi fermi da 30 anni. Per la stagnazione di pil e produttività”. Ma fa niente, taglio basso, per il giornale non è importante, e poche storie.
 
Titolo grande: “Inflazione come nell’86”, quando c’era l’inflazione (in calo ma dal 20 e 22 per cento). La fonte è sempre il governatore della Banca d’Italia Visco, che intima: “No alla rincorsa tra prezzi e salari”. Cioè: i prezzi aumenti pure, i salari, e le pensioni, no. Furbo!
 
In tuti i paesi di cui si ha notizia i salari naturalmente sono aumentati, nei trent’anni dal 1990. In Italia sono mediamente diminuiti, del 2,6 per cento. Poi si dice che i giovani emigrano, e che non si trovano lavoratori.
 
“Nei ristoranti da qui a tre mesi 67 mila posti vuoti. Nessuno vuole “lavorare dalla mattina alla sera, tutti i giorni, senza riposi, doppi turni, per trenta euro al giorno, spesso al nero”. Che strano.
 
Liste d’attesa di un anno e oltre nella sanità pubblica dell’onesto Zingaretti a Roma e nel Lazio, mentre la sanità privata nei cinque anni dal 2017 ha raddoppiato (Gemelli) e triplicato (Idi) l’attività - esami clinici, visite, interventi. Sul modello Milano – anche Emilia? Della sanità business. Che non è di sinistra, e sa di corruzione.
 
La Corte Costituzionale pubblica e spiega in dettaglio la sentenza che impone il doppio cognome ai neonati, materno e paterno. Scritta da una donna, la giudice Navaretta, ma inequivocabilmente da  “Dottor Sottile”, il presidente della Corte Amato. Non si capisce niente. Cioè si capisce: sarà un guazzabuglio all’anagrafe, con fratelli di sangue con cognomi diversi, e con l’obbligo per una vita di firmare i dodici o tredici moduli che ogni volta la banca o l’assicurazione pretendono di con quattro e cinque nomi diversi – e ricordarseli bene tutti, nell’ordine.
 
Ryanair e Easyjet richiedono dunque anche due e tre documenti a chi vuole andare a Londra con passaporto italiano. L’ambasciata inglese dice che non è vero, che non è necessario, che il ministero britannico dell’Interno non richiede affatto il secondo o terzo documento. Ma basta la parola, o il falco (ma è un fascistone) Johnson al comando: non si sa mai le compagnie non si debbano
ricaricare un latino o un mediterraneo, reimbarcarlo gratis e pagare una multa.


Però, è solo dai latini e mediterranei, dagli europei, che Johnson vuole il doppio documento. Non dagli asiatici o altre provenienze oceaniche. Nello spirito dell’impero.


L’Italia celebra peraltro, Rai 1, Canale 5, la regina Elisabetta nel suo giubileo – che si può ritenere un disastro, familiare, politico, tra Commonwealth, Europa e Stati Uniti, un po’ con l’uno un po’ con l’altro, e sempre presuntuosi, oppure un trionfo. Per gli italiani è un trionfo?


La bufala dei bambini ucraini rapiti dai russi e dati in adozione alle famiglie russe spopola, benché incredibile, anche “la Repubblica” scimmiotta il “Corriere della sera”. C’è una regia unica? Ci prendono per cretini? La guerra dev’essere i casi umani?


“Esagerava le notizie sugli stupri. Kiev licenzia Denisova super commissaria per i Diritti”. E gli inviati del Tg 1, del Tg 5, di Sky Tg 24 che ne dipendevano non li licenzia nessuno? Se non sono vittime anch’essi di qualche oscura – e non – centrale dell’informazione.


“L’incomprensibile attenzione di Denisova ai dettagli di crimini sessuali innaturali e abusi sui bambini che non era in grado di circostanziare ha danneggiato l’Ucraina, distraendo i media internazionali da quelle che sono le necessità reali del Paese”. I media internazionali che sono buoi, e credono a tutto – mentre di fatto non credono a nulla?


La guerra è d’aggressione, non ci sono dubbi: la Russia ha aggredito l’Ucraina. Ma di fatto – negli effetti, nello svolgimento della stessa guerra – è come se fosse una morsa Russia-Usa. Contro l’Europa.


In realtà Denisova è stata rimossa perché era l’unico residuo nel governo della presidenza Poroschenko, il predecessore di Zelensky. Con cui Zelensky è in lite, anche ora sotto la guerra – l’ha fatto fermare alla frontiera con la Polonia, sulla via per recarsi al congresso del Partito Popolare Europeo.


Accumula sconfitte la Ferrari, malgrado il valore dei piloti, per “errori” del “team”. Non da ora, da alcuni anni – quanti piloti non ha “bruciato”? C’è una strategia perdente dietro il marchio?


Dopo la Roma col Feyenoord, Ancelotti vince col Liverpool non giocando. È il calcio del Millennio, sterile? 


Il fascino americano per le armi, che provoca-produce ogni anno il più numero di morti per arma da fuoco nel mondo, in assoluto e in rapporto alla popolazione, è bizzarro. Oppure non lo è?


Roma è sempre più sporca, anche col nuovo sindaco. E piena di animali strani, infettivi. Perché l’igiene non è di partito, richiede organizzazione. E i partiti del sindaco non ce l’hanno – si vede dagli assessori che gli hanno imposto: l’elezione diretta del sindaco è stata una iattura? Dipende dal sindaco – ma questo, a Roma, non si può dire.


Sa di commedia, se non fosse potenzialmente molto dannosa, la peste suina portata dai cinghiali. Animali un po’ sporcaccioni, non belli, che dobbiamo proteggere, dopo averli moltiplicati. In omaggio al postumano?


L’arte piedistallo dei dittatori

L’arte ha sostituito la religione, da qualche tempo, nel processo di secolarizzazione, è la premessa di Todorov, e i dittatori lo sanno, che in un modo o nell’altro se ne fanno paesi o interpreti. A lungo
Todorov espone i casi di Mussolini, Hitler e Stalin – il titolo è di una conferenza a Siena, nel 2007, a un dottorato di Antropologia, Storia e Teoria della Cultura, in cui però non ci sono le avanguardie (o sono sottintese, nei movimenti dittatoriali?). Non c’è più la religione, l’arte supplisce come una forma di assoluto, e i dittatori non mancano di appoggiarvisi.
A Mussolini, che si era proposto di “plasmare” il popolo italiano, l’opera riuscì male perché l’Italia non era di marmo. “È la materia che manca”, confidava al genero Ciano poco prima di mandarlo a morte: “Lo stesso Michelangelo ha avuto bisogno del marmo per le sue statue. Se avesse avuto a disposizione soltanto dell’argilla, non sarebbe stato altro che un ceramista”.
Hitler, fallito come “pittore” e come “architetto”, ha vissuto nel mito di Wagner, dell’arte “religione vivente rappresentata”. L’artista Hitler si dà anche lui il compito di creare il “nuovo popolo tedesco”. Col razzismo, la propaganda, l’eugenetica.
Stalin, che tanti poeti ha voluto eliminati, pure s’intratteneva con loro: li chiamava, a volte li ascoltava anche. Insomma, non ci si salva, non con l’arte.
Tzvetan Todorov, Avanguardie artistiche e dittature totalitarie, Mondadori Education, Le Monnier Università, pp. 48 € 9

mercoledì 1 giugno 2022

Ecobusiness

La plastica non si ricicla. Fatte tutte le prove, con le più diverse tecniche, migliorati i procedimenti, la conclusione è una sola, dei centri di ricerca in America, in Gran Bretagna, in Germania: una percentuale minima della plastica da rifiuto è riciclabile (riutilizzabile) - al massimo, con i procedimenti più costosi, il 18 per cento.
Il riciclo è prevalentemente un business fine a sé stesso. Per il quale si paga, attraverso la Tari, che è sempre più una patrimoniale, per l’illusione che proteggiamo l’ambiente. Funziona per carta e cartoni. Per il vetro. E, dove effettivamente si fa il compostaggio, per l’umido. Ma in tutt’e tre i settori i riciclatori dovrebbero piuttosto pagare loro la Tari, almeno in parte.
Meglio e di più si potrebbe per lo sfalcio o potature, i tagli e rifiuti di piante, erbe, fiori. Nelle campagne e anche in città. Che però pochissimi comuni ritirano, qualche decina, e solo in città – in campagna usava e usa bruciare, moltiplicando l’inquinamento.

Cronache dell’altro mondo – in ascolto (190)

Le intercettazioni erano condannate negli Stati Uniti come opera della criminalità, e comunque delittuose, fino a tutti gli anni 1960, documenta lo studio di uno specialista di inglese e di studi americani alla Georgetown University, Brian Hochman, “The Listeners”. Poi le agenzie federali anti-crimine, Fbi e Dea, se le sono fatte autorizzare da varie giurisdizioni per casi specifici. E anche qualche legge, statale, locale, le consente. Ma il sentimento generale è contro, un’intrusione nella privacy. Anche per l’uso scorretto che se ne è fatto in politica, negli stessi anni 1970 (lo scandalo che costò la presidenza a Nixon).
Il sentiment che delle intercettazioni resta - la percezione - anche dopo i successi della lotta anti-crimine (per la quale comunque non vengono vantati), è quello de “La Conversazione”, il film di Coppola del 1974, premiato a Cannes e agli Oscar, dello specialista in intercettazioni vittima delle stesse.
Gli Stati Uniti sono il Paese con meno intercettazioni autorizzate, in rapporto alla popolazione e in assoluto.

Raccontare è combinare le incongruenze

Un manifesto, e un saggio seminale sulla scrittura. Anche se premette: “Questi non sono tempi in cui gli scrittori di un paese possano parlare per conto altrui” – era il 1960. Anche se non si ama il diverso, lo specifico.
L’ambizione dello scrittore è sempre di essere “realistico”, cioè convincente. Perciò non etichettabile. Ma “se siete uno scrittore del Sud, quell’etichetta, e tutti gli equivoci che vanno con essa, vi è incollata immediatamente… e sarete giudicati sulla fedeltà delle vostre narrazioni alla tipica vita meridionale”. Questo nel quadro di una generale standardizzazione della narrativa: “Critici e lettori…. associano il solo materiale legittimo dei romanzi al movimento delle forze sociali, al tipico, alla fedeltà ai modi come le cose appaiono e avvengono nella vita normale”. Se si tratta di uno scrittore del Sud, la sua normalità è, “in senso peggiorativo, il grottesco”. Commentando, caratteristicamente: “Naturalmente, ho scoperto che qualsiasi cosa viene dal Sud sarà chiamata grottesca dal lettore settentrionale, a meno che non sia grottesca, nel qual caso sarà chiamata realistica”.
Analizzando la “normalità”, l’autrice della “Saggezza nel sangue” anticipa il senso della fine, nel mezzo allora del boom e dell’affluency, dell’abbondanza per tutti, senza limiti: “Dal Settecento, lo spirito popolare di ogni epoca successiva ha teso sempre più all’opinione che i mali e misteri della vita finiranno, davanti ai progressi scientifici dell’uomo, una credenza che è sempre forte se questa è la prima generazione a fronteggiare l’estinzione totale a causa di questi progressi” – era allora l’epoca della Bomba, che oggi si potrebbe dire del Clima. Diverso è il caso, dice di se stessa, “dello scrittore che crede che la nostra vita è e rimane essenzialmente misteriosa”.
Quanto al grottesco, “Thomas Mann ha detto che il grottesco è vero stile anti-borghese”, anti-convenzionale. Non in America, però, spiega Flannery, dove per grottesco s’intende compassionevole.
Un saggio non rassegnato, mordente, come tutto in questa scrittrice: “Henry James disse che Conrad nei suoi racconti la faceva lunga, nella misura più lunga possibile. Io credo che lo scrittore di racconti grotteschi li deve ridurre al minimo, perché nel suo spazio le distanze sono così grandi”. Anche se “non è necessario precisare che l’apparenza di questi racconti dev’essere al naturale (wild), che quasi per necessità va a finire violenta e comica, a causa delle incongruenze che prova a combinare”.
Oppure – sempre con Henry James nel mirino – a proposito del romanziere richiesto di fare “l’ancella della sua epoca”, la serva: “Sono giunta a pensare di questa ancella come del facchino nero di Henry James che depose la sua cassetta da toletta in una pozza quando James lasciò l’albergo di Charleston. James fu così obbligato a sedere nel vagone affollato con la borsa sulle ginocchia. Per tutto il Sud il pover’uomo fu servito ignobilmente, e poi scrisse che i nostri domestici erano le ultime persone al mondo a doversi utilizzare in quell’impiego, perché erano per natura inadatti. Il caso è lo stesso col narratore. Quando gli si dà il compito del domestico, lascerà il bagaglio del pubblico in una pozza dietro l’altra”.
Flannery O’Connor, Some Aspects of the Grotesque in Southern Fiction, free online

martedì 31 maggio 2022

Problemi di base bellicosi - 700

spock
 
Se non c’è pace senza guerra, non c’è guerra senza pace?
 
“La Russia non si può capire con la mente”, Fedor Tjutchev?
 
Perché la Russia non manda le bombe intelligenti?
 
E l’uranio impoverito?
 
“La guerra è un lavoro”, gen. Eremenko?
 

Il Novecento è finito, il secolo delle grandi guerre: quando?


Ucraini! Armiamoci e partite?


spock@antiit.eu

Destra e sinistra “per me pari soooono”

Sono mesi che la Roma, la squadra di calcio, gioca sotto striscioni che inneggiano alla marcia su Roma, a Mussolini, “Roma sempre marcia”, “Roma marcia ancora”. Nell’altra squadra romana la stessa esibizione – non proprio la stessa, meno impositiva, ma insomma - è stata censurata più volte, dalla questura e dalla giustizia sportiva, e la proprietà della squadra ha dovuto prendere provvedimenti disciplinari, fino ad alienarsi la tifoseria. La Roma è la squadra del cuore della sinistra, e quindi non si dice niente.
Questo silenzio è di destra o di sinistra? Un po’ è che siamo come il duca di Mantova nel “Rigoletto”, che “questa e quella per me pari sono”. Indifferenti. E poi, certo, rigore è quando arbitra fischia rigore, come diceva Boskov – lo disse proprio quando allenava la Roma. Ma l’assenza di condanne o di sanzioni non tranquillizza.
Destra e sinistra hanno ben altri fondamenti, si sa – o si impara da Bobbio, che le ha filosofate (anche se le ha filosofate un quarto di secolo fa). L’uguaglianza, per esempio, è fondamento della sinistra. Ma lo è anche della destra – della destra sociale, e pure di quella politica (totalitaria). Bobbio, nel 1994, a 85 anni, con grande esperienza, aveva qualche dubbio: “Dunque, destra e sinistra esistono ancora? E se esistono ancora e tengono il campo, come si può sostenere che hanno perduto il loro significato? E se un significato ancora lo hanno, questo significato qual è?”. Poi non è andata meglio.  
Si prenda Soru: il 27 settembre 1997 quotò Tiscali, una start-up che valeva, al più, un euro, a 46 euro (l’equivalente), poi in rapida ascesa fino a 1.200 euro. Per il 69 per cento sempre sua. Dopodiché fu il governatore Dem della sua isola, la Sardegna. Un feudo fatto di impiegate precarie, subito licenziate.
Lo stesso maneggio il re delle “sole” Soru ha ripetuto con 3, o H3G. Per fortuna senza fregature in Borsa, ma sempre con scorpori, licenziamenti, pacchetti tariffari truffa, e “appalti privilegiati”, di area Dem.
La gestione sindacale del lavoro, specie al ministero, presidiato da ex sindacalisti, ma anche nelle centrali sindacali, si è specializzata negli stati di crisi graziosamente concessi, per consentire i licenziamenti – i prepensionamenti, la cassa integrazione.
De Benedetti, editore emerito della sinistra, ha fatto stati di crisi a cascata. A petto di Berlusconi, la destra più odiata, che non ha mai licenziato nessuno – e nessuno ha messo sul groppone degli istituti di previdenza, con i prepensionamenti.
Che altro? Le “lenzuolate” di Bersani, il ministro dell’Industria allegrone, oggi trinariciuto, che impoverirono il commercio al minuto e gli artigiani, svilendone l’avviamento commerciale, a favore dei centri commerciali, senza beneficio per i consumatori, anzi con aggravio di prezzi e infima qualità – ne sono nate in vent’anni due generazioni di obesi. Il partito degli Ingegneri e Architetti di Rutelli al giubileo del Millennio – una grattatina e via: quattromila appalti, da mezzo miliardo di lire. Il sindaco anti-corruzione Marino destituito dal notaio. I “contratti al buio” (senza bando, senza concorso) della Regione Lazio dell’onesto Zingaretti – poche decine, è vero.
A proposito della Regione Lazio dell’onesto etc,. non si finirebbe. Si fa la coda dappertutto, nella regione Lazio, per la sanità. Coda chilometrica, non la coda normale di ogni servizio. Con molti ticket sanitari. E con l’addizionale Irpef al top, l’aliquota più alta in Italia. Per pagare la sanità privata, che nei cinque anni dal 2017 ha raddoppiato (Gemelli) e triplicato (Idi) le attività in convenzione con la Regione - sul modello Milano, o forse anche Emilia, una liberalizzazione che non porta nessun vantaggio, costa molto, e sa di corruzione.  La Regione Lazio di destra mandava l’avviso di scadenza del bollo auto, la Regione Lazio di sinistra non lo manda: risparmia il francobollo, e incassa le penali per il ritardo.
La corruzione, endemica, sistemica, si direbbe di destra. Mentre è di sinistra, compresa quella giudiziaria, la pessima: sui referendum per la giustizia giusta del 12 giugno, tema di sinistra se mai ce ne è uno, il Pd fa campagna surrettizia contro (astensione), ancorato al potere della giustizia, che invece è fascista.
Per non dire della Cina, della Russia, eccetera.
Umberto Eco, che non ha osato cimentarsi col destra-sinistra, si è licenziato con un amaro apologo, il romanzo-pamphlet “Numero zero”, contro un certo giornalismo di sinistra. Di cui così spiegò il senso a Scalfari, in una video-intervista: “Un tempo, se un presidente non piaceva – fosse Lincoln o Kennedy – gli sparavano. Già con Nixon e poi con Clinton si è visto che si può distruggere un presidente tirando fuori le intercettazioni oppure parlando di cosa ha fatto la sera, con chi è andato a letto. Tutta la nostra politica è ormai su questo piano. Il comandamento è: bisogna distruggere, delegittimare, sputtanare”. Eco lo dice con una punta politica, evidente nel video: intercettare, distruggere, delegittimare, sputtanare è un procedimento violento, quindi tipicamente “di destra”. Ma non è l’armamentario, il solo, della “sinistra” – dell’affarismo che ha preso il posto della sinistra?
Destra e sinistra rispetto sempre a che – resta il busillis di Bobbio? A un contesto. Anche solo di idee, o progettuale – oppure di idee che coprono una certa realtà. Il dibattito, a sinistra, sul lavoro, negli anni 2010 e compresi questi primissimi 2020 di pandemia e di guerra, si colloca a destra, perfino molto più a destra, della destra trent’anni fa. Il diritto al lavoro, regolarmente retribuito, è alla pensione, è ormai solo di destra. Al coperto del necessario aggiornamento, al mondo qual è, alla globalizzazione, è passato con i governi di sinistra, in Italia e in Europa (in Germania con Schroeder, in Inghilterra con Blair,  in Francia con Hollande, in Italia col Pd) il peggiore affarismo, dei monopoli. Con ombre di corruzione.

Le innocenti all’estero si sono fatte temibili

Un forte attore, Matt Damon, e il regista Oscar qualche anno fa per il film sulla pedofilia dei preti, “Il caso Spotlight”, non rianimano una torpida storia della torpida provincia americana. Un padre, onesto operaio di Stillwater, Oklahoma remota, decide di andare a Marsiglia, a occuparsi della figlia, che c’era andata per studiare ed è in carcere per l’assassinio della sua compagna di stanza. Una morte di cui lei non è colpevole, e lo è. E alla fine, dopo due ore, non ci è né simpatica né antipatica. Come suo padre.
Un film costruito probabilmente sul caso di Amanda Knox, infine assolta per l’assassinio della sua compagna di stanza a Perugia Meredith Kercher – senza che l’assassino sia stato trovato. Su cui però un film era già stato fatto, dieci anni, “La storia senza fine”. A meno che non sia una critica della provincia americana, disorientata. Le “innocenti all’estero” di Mark Twain, pensoso sulle sorti delle vergini americane nella depravata Europa, hanno cambiato pelle?     
Tom McCarthy, La ragazza di Stillwater, Sky Cinema
 

lunedì 30 maggio 2022

Letture - 492

letterautore


Sant’Antonio – In Congo Gide si sente a un certo punto come sant’Antonio che “riflette sulla stupidità del catoblepa” – di qualcuno dice: “La sua stupidità mi attira”. Sant’Antonio di Padova? Più probabile sant’Antonio abate, detto anche (wikipedia) “sant’Antonio il Grande, sant’Antonio d'Egitto, sant’Antonio del Fuoco, sant’Antonio del Deserto e sant’Antonio l'Anacoreta”, un abate ed eremita egiziano, considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati. Il catoblepa è un animale leggendario, “dal collo lungo esile, la cui testa si trascina per terra”, per il Petit Robert – “una specie di bufalo nero con una testa di porco” per wikipedia.
 
Croce – “Il più formidabile lettore e intenditore di testi in Italia”, lo dice Carlo Dionisotti, “Geografia e storia della letteratura”, “che sia apparso dal Settecento a oggi”.
 
Dante – Non è umanista, nella sintesi fulminea Dionisotti, ib.: Petrarca lo è, alla corte avignonese che Dante detesta.
Però Boccaccio, che idolatra Dante, ha il gusto della cultura classica – l’ha mediato a Napoli, ambiente saturo di cultura francese, che allora, prima di Petrarca, mediava i classici anche per gli italiani.
 
Nel toscano-italiano “codificato” da Bembo, “perfino Dante appare sboccato e popolare” – sempre Dionisotti, cit., 115. Che ha anche la “cantilena” della “Commedia”, p. 236

 
Umberto Eco - Deve molto a Roland Barthes – senza saperlo? Si direbbe anzi tutto, meno i romanzi. Al Barthes delle “Mitologie”, suo primo e fondamentale libro, 1957: i diari minimi, le bustine di Minerva, Mike Bongiorno, le tesi di laurea – leggere la quotidianeità, come tutti, sui giornali, le riviste, i cinegiornali poi le tv, le chiacchiere. E agli “Elementi di semiologia” i trattati. Nel taglio, e nello spirito. Eco non lo dice, ma lo spiega, in una presentazione di Barthes nella rubrica Rai “Settimo giorno” del 1975, recuperata ora su youtube, “Umberto Eco su Roland Barthes” (purtroppo tronca). Eco spiega che anche Barthes voleva essere uno scrittore, benché professore esperto di semiologia. Scrittore quando scriveva delle “mitologie” contemporanee, il Tour de France, il divismo, Dior, etc., o di Ignazio di Loyola, di Sade, o del piacere della scrittura. E che l’etichetta di semiologo, che lui temeva perché sa di tavole rotonde, dibattiti, conferenze, i noia e fatica, gli si è attaccata “per caso”: Eco e i suoi amici di “Marcatré” avevano deciso di tradurre un suo scritto di semiologia, degli appunti di lezione. La forma in cui era scritto piacque molto a Vittorini, che volle farne un volumetto della sua collana Nuovo Politecnico Einaudi. Il successo di questi “Elementi di semiologia” si riverberò in Francia, con la ripresa di quella modesta traccia universitaria in “trattato”, e subito recepita in Inghilterra e nel mondo anglosassone. Questo lo ha costretto a tralasciare la sua voglia di scrittura d’invenzione. Diventato semiologo eminente, non ha più potuto, come invece Eco ha fatto, scrivere i romanzi?
In effetti Barthes arriva tardi agli studi accademici, a 35 anni. Dopo una lunga giovinezza passata tra occupazioni avventizie, supplenze soprattutto, e collaborazioni a periodici di varia lettura. E molto teatro, come promotore, organizzatore e anche attore. La prima traduzione di Barthes in realtà è stata del 1960, dell’editore Lerici, “Il grado zero della scrittura”, la scorribanda sula “scrittura” che si può in effetti anche leggere come una preparazione al Romanzo.
 
Genere – In letteratura fa un bel giardino zoologico, nota Barthes nelle “Mitologie” – “Romanzi e bambini” – a proposito di “Elle”, il settimanale femminile (“un vero tesoro mitologico”): “A credere a ‘Elle’, che una volta ha riunito in una sola fotografia settata romanziere, la donna di lettere costituisce una specie zoologica notevole: partorisce come capita romanzi e bambini”.
 
Gide al Congo – “Gide leggeva un po’ di Bossuet discendendo il Congo. Questa postura riassume abbastanza bene l’ideale dei nostri scrittori in vacanza, fotografati da ‘Le Figaro’”. Roland Barthes nelle “Mitologie”, dove rappresenta la realtà-mondo con gli articoli di giornale, al § “Lo scrittore in vacanza”, trova che Gide, in viaggio avventuroso e faticoso come poteva esserlo un secolo fa tra Congo e Africa Equatoriale, facendosi fotografare, in posa, sul battello mentre legge Bossuet, esemplifica l’immagine borghese (“Le Figaro”) dello scrittore in vacanza.
Non sapendo che era un viaggio di otto mesi, in compagnia del giovane e bello Marc Allegret – non sarà la malignità di Barthes per invidia?
 
Italia – Prima della Grande Guerra si discuteva fra gli storici se e fino a quale segno la storia d’Italia si potesse dire unitaria. Croce era decisamente per il no.
 
Italiano – Se il toscano fosse già diventato lingua nazionale con la “Commedia” e il “Decameron”, non ci sarebbe stato l’Umanesimo. Lo diventerà dopo, e da fuori Firenze: con la “codificazione” introdotta da Bembo – Dionisotti, “Geografia e storia della letteratura”, 115.
Tardi, insiste Dionisotti, il toscano diventa la lingua, malgrado una “colonizzazione toscana attivissima nella vita economica e sociale, e la subitanea, vastissima, diffusione della ‘Commedia’”
 
Kipling – Un Houdini, un trasformista. Quando scriveva agli amici, “tendeva a modificare la calligrafia, imitando quella della persona a cui si rivolgeva” – Ottavio Fatica, nell’introduzione alla raccolta di racconti “I figli dello Zodiaco”. Imitava anche le voci e gli accenti, inquietando gli amici per quel suo “inquietante dono camaleontico”. Lo stesso polimorfismo dei racconti. Suscitando per questo l’interesse del primissimo critico, Henry James: “Non c’è nulla, in questo universo vasto e terribile, che gli non possa incarnare”. E in Italia di Renato Serra: “Si pone d’un colpo solo nei panni del suo personaggio: poi comincia a scrivere tutte le cose intorno da quel preciso punto di vista, di donna, di negro, di assassino, d’innamorato, di asceta, di elefante, di pantera, di foca, di locomotiva, di bastimento”. E del giovanissimo Cecchi.
 
Petrarca – “Petrarca non è un laico”, è la cosa che più colpisce Dionisotti nella “Geografia e storia della letteratura”, 61: il fondatore dell’Umanesimo italiano ed europeo, il maestro della nuova poesia amorosa, è un chierico cappellano e canonico, e vive dei proventi dei benefici ecclesiastici, con amanti e figli naturali.
 
Proust – Non sarà stato antisemita come lo vuole (voleva?) Piperno. Ma sicuramente non “rivendica”, come dice Daria Galateria alla fine della sua introduzione ai “75 fogli” ritrovati, “le certezze del suo «sangue»”. Galateria lo dice trovando curiosa – “una figura comica” - nel racconto ammiratissimo del secondo viaggio a Venezia, nell’ottobre del 1900, da solo, il passaggio sul Cristo benedicente di San Marco: “Nostro Signore con l’aria effeminata, orientale e bizzarra, con il suo gesto trasformato in una posa da grasso siriota equivoco”. Ma questi connotati li riferisce a “esseri di razza diversa”.
C’è anche di peggio (di “più diverso”) al primo sguardo entrando nella basilica, quando vede “il Dio che sappiamo essere il nostro Dio, ma che sembra quasi un giullare pascià d’Oriente”.
Ma non c’è scrittore nel Novecento che abbia pratica corrente, usuale, normale, alla chiesa, e ne usi i riferimenti (pratiche, riti, formule) nella scrittura. Il bacio materno della buonanotte Proust dice “ostia narcotica” nella stessa introduzione di Galateria. 
 
Russia – Non ne hanno buona opinione gli intellettuali russi del primo Ottocento, sull’onda lunga della rivoluzione francese, e del liberalismo – le raccolte di aforismi ne sono piene, sulla traccia di Winston Churchill quando finì il flirt con Stalin: “La Russia è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma”.
“Qualcuno saprebbe capire la Russia?”, è problema posto dal poeta e traduttore, dal tedesco, dal francese, Afanasij Fet a metà Ottocento, mezzo tede sc per parte di madre, educato in Estonia. Lo stesso che aveva già esposto, più argomentato, Fëdor Ivanovič Tjutčev, poeta di notevole rispetto e diplomatico: “La Russia non si può capire con la mente,\ né la si misura col metro comune:\ la Russia è fatta a modo proprio,\ in essa si può soltanto credere”. Peggio di tutti era stato il filosofo  Piotr Čåadaev, “Lettere filosofiche”: “Abbiamo qualcosa, nel nostro sangue, che respinge ogni vero progresso”. Ma era un pensatore legato alla reazione cattolica in Francia, Bonald e Joseph De Maistre.
“Siamo una lacuna nell’ordine intellettuale”, diceva anche Čåadaev. E: “Solitari nel mondo, al mondo non abbiamo apportato nulla, insegnato nulla, non abbiamo versato una sola idea nella massa delle idee umane”. Questo non sarà più vero col secondo Ottocento e il primo Novecento, dal terrorismo anarcoide al comunismo. Ma soprattutto in letteratura e arti – già Fet, Tjutcev e Čåadaev avevano Griboedov, Puškin, Lermontov: poesia, narrazioni musica, balletto, teatro, cinema, per un secolo saranno stati soprattutto russi.  
 
Dotstoevskij, che aveva viaggiato, aveva il punto di vista giusto: “Agli occhi dell’Europa, la Russia è come uno degli enigmi della Sfinge. Per l’Occidente è più facile scoprire il moto perpetuo o l’elisir di lunga vita che sviscerare l’essenza della russità, lo spirito russo, il suo carattere e la sua natura”.
 
Il poema di Puškin, “Ruslan e Ljudmila”, di amori avventurosi, è ambientato tra Kiev e Dnipro. Su Kiev e i “kieviani” (nella traduzione di Landolfi) alla fine dell’avventura “scenderà la pace”. “Sommettiti alla forza russa!” è l’ordine di Ruslan, cui un genio malefico ha sottratto l’amata Ljudmila. Ma eroico, saggio, modesto, in tutte le circostanze del poema, è “l’onesto Finno” (sempre © Landolfi).   


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La difficile quadra europea - senza una difesa

Si leggono e guardano giornali e tg non per le notizie ma per quello che dicono e come lo dicono. E qui, nella guerra, è chiaro lo schieramento preliminare a favore dell’Ucraina, con tutti i fardelli della guerra umanitaria, quali si esercitano dalla guerra del Biafra, 1968, in poi. Della guerra in sé si sa poco o niente, perché si fa, con che armi, con che risultati, nessuno s’ingegna di sapere. A Mariupol ora “si trovano” cadaveri “ammassati in un supermercato”: dai russi, s’intende, in una città che hanno occupato e controllano da due mesi? Ma lo stesso sembra fare l’Europa, i governi e la Ue: stizziti e niente più.
È una guerra d’aggressione, non c’è dubbio. Che non può finire come è cominciata, con l’occupazione dell’Ucraina. E neppure come sta evolvendo, in occupazione del Donbass. Questo è evidente, lo è stato fin da subito. La risposta doveva essere correlata a questa verità: non è una guerricciola di confine, Non è il Kashmir, non è il S ud del Libano, è una guerra d’occupazione, e non finirà, non può finire, non si sa come, posto che l’Ucraina non può vincerla, non può ricacciare indietro la Russia.
Le risposte umorali non servono. Occupano le pagine e i telegiornali ma non servono – nemmeno a incrementare le tirature e gli ascolti, a quello che si vede. Ma non è un problema di media, di opinione pubblica: è un problema di governi inermi, europei. Le condanne morali non servono. Può anche darsi che la Russia abbia ragione. Che la Nato – senza che l’Europa lo sapesse? – attizzava il fuoco, con l’addestramento e le forniture militari e con la propaganda antirussa in Ucraina. Che l’Ucraina non si sia conformata agli accordi di Kiev, che pure aveva sottoscritti nel 2015, con la mediazione e il patrocinio europei. E anzi perseguiva una politica antirussa, come lo aveva fatto per quasi vent’anni – con l’evizione di ben due presidenti eletti, perché a giudizio di alcuni affaristi erano “filorussi”. Può anche darsi che il disegno ucraino fosse di espellere tutti gli ucraini “filorussi”, un quarto della popolazione. Non lo sappiamo, ma in Ucraina – questo è certo - tutto è possibile, solo la democrazia e la verità hanno qualche problema.
Però l’attacco della Russia è una guerra d’aggressione, senza se e senza ma. Alla quale l’Europa deve decidere se rispondere, oppure disinteressarsene. Ma rispondere come si fa in guerra, con le armi. Le telefonate e le sanzioni, le minacce di sanzioni, servono solo a passare il tempo. Putin andava confrontato con i suoi stessi mezzi. Armi sul campo? Armi sul campo.
Oppure si poteva anche dire: abbiamo sbagliato politica con la nuova Russia, la Russia non è la potenza conquistatrice quale era all’epoca sovietica, vogliamo intavolare con la Russia una politica di pace, aprire un’area economica comune, trovare forme di collaborazione.
Invece siamo qui, ieri come l’altra settimana, come un mese fa, come due mesi fa, a fare telefonate, e a discutere se e come, quando, se mai, fare le sanzioni numero sei, o sette, contro il petrolio e contro il gas russo. Chiacchiere, la guerra è un’altra cosa. Senza una difesa europea, seppure in ambito Nato, certo non si può fare altro.

Il confronto Usa-Russia è sull’energia

“Energy, Climate and the Clash of Nations” è il sottotitolo. Yergin, storico delle origini della Guerra fredda, “The Shattered Peace” (l’ambasciata americana a Mosca era sospettosa dei sovietici, soprattutto dei tanti ebrei nel sovietismo, già negli anni 1920….), col tempo specialista poi dell’energia (premio Pulitzer nel 1991 per “Il premio. L’epica corsa al petrolio, al potere e al denaro”), fondatore di una Cambridge Energy Research Associates, poi acquisita da S&P Global (Standard&Poor’s, etc,), di cui è vice-presidente, analizza la transizione in programma verso un futuro senza fonti di energia fossili nel quadro dei rapporti globali di potenza. Che vede in questa fase nel confronto fra Stati Uniti e Russia, più che con la Cina, poiché a suo giudizio è l’energia che decide il futuro, la Potenza delle nazioni.
La tesi del libro è che gli Stati Uniti sono i meglio equipaggiati per vincere la gara. Sono già il primo produttore mondiale di petrolio, col 17,1 per cento del totale mondiale (i dati sono del 2020), la Russia è seconda, col 12,6. Sono anche i primi produttori di gas naturale, col 23,5 per cento del totale mondiale, con la Russia seconda, al 18. E la leadership si perpetuerà, questo il secondo assunto del saggio, grazie alla diffusione del fracking, la tecnologia di produzione di idrocarburi dagli scisti bituminosi, di cui gli Stati Uniti (e più il Canada) sono larghi detentori.
Una prospettiva bizzarra, basare la supremazia americana sugli scisti bituminosi, la cui lavorazione è per più aspetti inquinante, e anche fortemente. Bizzarra per un assunto che pone il clima tra i suoi obiettivi, la protezione dell’ambiente.

Successivamente, presentando il libro, lo studioso si è spiegato. La transizione al 2050, come decretata dalla Ue, è un termine troppo breve. Che vede la Cina favorita, poiché ha deciso il passaggio in massa affrettato alla circolazione elettrica, disponendo dei materiali per la fabbricazione delle batterie. Ma anche la Cina, che continua a produrre elettricità col carbone, avrà problem. Per non dire dell’India, un “continente” come la Cina, il cui scopo primario è ora di far arrivare l’elettricità a tutto il paese, o anche soltanto il gas propano in bombole, per smettere l’uso di bruciare stoppie e legna. Nei paesi più avanzati le fonti cosiddette “alternative”, insiste Yergin, solare e vento, hanno il grosso problema della conservazione, dell’immagazzinamento dell’energia prodotta, altrimenti nelle notti lunghe, e nelle estati senza vento, si creerebbero problemi per l’approvvigionamento.  

Yergin contesta anche la tesi che la ricerca e produzione di idrocarburi abbia da tempo raggiunto il picco e sia ora in declino. Con abbondanza di cifre. Che però non smentiscono la scarsità dell’offerta da quasi un anno, ben prima della guerra Ucraina e della (tentata) messa al bando delle esportazioni russe di petrolio e gas: i prezzi di petrolio e gas sono da tempo in risalita.
Più bizzarro ancora è che l’egemonia americana venga basata sugli scisti solo in virtù dell’Energy Policy Act del 2005 (o “Dick Cheney energy bill”, dal nome del vice-presidente di Bush jr. che preparò e fece votare la legge), in virtù del quale il fracking è esentato dal Clean Water Act, la legge Galli americana, che disciplina e restringe l’inquinamento idrico. È larga e determinate l’opposizione locale al fracking. Il fronte anti-energie fossili è anche aggressivo. “Gli azionisti di molte banche, incluse Bank of America, JPMorgan Chase e Wells Fargo”, poteva scrivere questo sito un mese fa, “hanno votato risoluzioni che impegnano a chiudere il credito a chi investe in combustibili fossili. E sono ora sotto pressione i grandi clienti liquidi delle banche, come Google, Apple o Salesforce, che sono impegnati in proprio a ridurre le emissioni nocive, a fare pressione in tal senso sulle banche”.  
D’altra parte, se la produzione di petrolio e gas naturale è ancora elevata nel 2020 e forse nel 2021, gli investimenti invece sono fermi. È anche vero, come sostiene Yergin in interventi successivi ala pubblicazione del libro, che la nuova amministrazione democratica di Biden non ha messo in discussione il Dick Cheney Bill, ma si è ritrovata tutti i bandi di nuove concessioni di ricerca deserti: l’energia tradizionale non è più un  business, appetibile.
Il saggio è più vero sottotraccia, per i rumori di fondo, che Yergin storico della guerra fredda evidentemente sa percepire, della gara Russia-Usa, in atto ormai da un secolo (ma già individuate due secoli fa, da Tocqueville e Custine….). Le cifre spiegano probabilmente molto dell’attuale guerra, che è della Russia contro l’Ucraina, ma non tanto in filigrana è poi degli Stati Uniti contro la Russia. Anche con l’energia, certo – e con i missili, i carri armati, i cannoni.  
Daniel Yergin, The new Map, Penguin, pp. 544, ril. € 15,50 su amazon

domenica 29 maggio 2022

Cronache dell’altro mondo – (dis)informative 2 (189)

“Addolorati per i bambini di Uvalde oggi, dovremmo trovare il tempo di ricordarci che sono passati due anni dall’assassinio di George Floyd sotto il ginocchio di un poliziotto”, è il tweet dell’ex presidente Obama per l’eccidio alla scuola elementare in Texas: “Il suo assassinio (di Floyd, n.d.r.) è presente in noi tutti ancora oggi, specialmente coloro che lo amavano”.

Per il Disinformation Governing Board, creato da Biden sei settimane fa e forse abbandonato, dopo l’abbandono della responsabile nominata, Nina Jankowicz, che ha ritenuto opportuno non presentarsi nemmeno alla convalida del Congresso, un’altra nomina è sotto scrutinio, quella di Michael Chertoff come consulente del Board. Avvocato e giudice federale, Chertoff è stato ministro dell’Interno di George Bush jr., ha avviato la caccia agli americani mussulmani dopo l’11 settembre, e la costruzione del muro anti-immigrati al confine col Messico, e ha un’azienda di crisis management che collabora con la Cia. Nella campagna elettorale del 2020, aveva scritto al “New York Times” che Trump usava il ministero dell’Interno per fini elettorali.

Candace Owens, giornalista-star del “Daily Wire”, afroamericana, ha un documentario in rete che vuole “fare giustizia” di George Floyd e di Black Lives Matter (BLM), “The greatest Lie ever told: George Floyd and the Rise of BLM”: c’è un mito di George Floyd, ed è una montatura.

“The Daily Wire”, un sito di destra, ha pubblicità prevalentemente indirizzata agli afroamericani.

Non c’è argomento, e non c’è sito o giornale o dibattito tv che non sia in America di parte, schierato politicamente. E irriducibile allo schieramento avverso, politico o di opinione. L’opinione pubblica è opinione politica, pregiudiziale: l’evento è presentato sulla base del pregiudizio politico. 

 

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (493)

Giuseppe Leuzzi

“Nel regno della mafia”, Napoleone Colajanni, è già titolo del 1900 – Napoli 1900. L’Italia è nata con la mafia attaccata.
 
In un’annotazione dell’ottobre 1954, che pubblicherà nel “Diario di un borghese”, Ranuccio Bianchi Bandinelli lamenta “il ritornello: Orgoselese delinquente”. Perché, dice, porta “a una riflessione e constatazione assai grave: che l’attuale governo sta applicando a poco a poco a tutta l’Italia la stessa mentalità rozzamente colonialistica, con la quale aggrava il fenomeno del cosiddetto «banditismo» orgosolese”.
Ma si può dire di tutti i governi, la mentalità è sempre colonialistica – con molti “collaboratori volenterosi”.
 
Vertiginosa sintesi della storia d’Italia in un capitolo breve della “Geografia e storia della letteratura” di Carlo Dionisotti: i Vespri Siciliani rilanciano l’opposizione ghibellina per tutta l’Italia,
 s’interrompe il predominio della langue d’oïl, si rafforza il volgare, si fa strada un accesso diretto, invece che mediato dalle traduzioni francesi, a fonti latine.
 
Si leggono con disagio le cronache dell’inchiesta a Roma sulla ‘ndrangheta, sui quaranta o cinquanta arresti ordinati dai “pm Luciani, Minisci e Musarò, coordinati dagli aggiunti Ilaria Calò e Michele Prestipino”. Un’inchiesta dunque seria, con cinque giudici a sostenerla, compreso l’ex vice di Pignatone inventore di Mafia Capitale, gli arrestati saranno sicuramente mafiosi.
Ma a tutt’oggi, dopo tre settimane, sappiamo solo di nomi di politici spesi, magari una sola volta, nelle telefonate intercettate. Di Pirozzi e Alemanno, politici di destra. Mentre Prestipino è del Pd. La mafia come mezzo?
 
Sentirsi bene nel dialetto
“È solo ideologia cercare di scavare nei dialetti chissà quali tesori ancestrali e originari”, sbotta Enzensberger (“L’Espresso”, 27 ottobre 2005): la giornalaia all’angolo parla il dialetto di preferenza perché “nel dialetto si sente bene, come a casa propria, punto”.
Ma questo non è poco, è anzi moltissimo: sentirsi in pace. Il dialetto è fondante. Finché rimane la lingua materna, certo. Ma perché cancellarlo o sostituirlo? Il bilinguismo è meglio di una lingua. Oppure no? E comunque insopprimibile, se c’è, è una sorta di imprinting: gli indiani sono – si sentono – indiani benché da due secoli anglofoni.
Va col dialetto normalmente il regionalismo, o localismo. È la lingua locale, circoscritta, delle società stabili, e si mantiene come “costruzione mentale” anche nella società mobile, nomadica, di oggi. Come un documento sotterraneo di riconoscimento. Ma come una prima ossatura, o una prima costituzione fisica e logica – loica. Una bardatura anche, è vero, che può limitare il movimento, sia pure solo psicologico, mentale. Ma è una radice – lo sradicamento andrebbe rivisto, da troppo tempo è un valore di per sé, senza esiti buoni visibili: fare il manovale a Lubecca, invece che a Catanzaro, per la stessa paga oraria, non conviene e anzi costa, e non necessariamente arricchisce (di cosa nella fattispecie? l’apprendimento forzoso di una terza lingua, di cui non c’è bisogno, e la consuetudine gravosa al buio e al freddo).
 
Il dualismo è del costo della vita
“Il Sud subisce ogni anno un consistente drenaggio di capitale umano”, è la considerazione con cui Dario Di Vico apre lo speciale Sud del settimanale “7” del “Corriere della sera”: “Tantissimi giovani meridionali, si calcola il 23 per cento, scelgono il Nord e disertano le università del Sud”. Si dice, si pensa, perché al Sud non c’è futuro.
Forse. Pesa anche lo scarso investimento nell’istruzione superiore. Per effetto del reddito basso, o per altre ragioni scusabili, per esempio il pendolarismo, ma comunque con questo esito, che pesa forse più del calcolo di Di Vico: la percentuale di giovani di 20-24 anni con un “livello di istruzione elevato” sul totale di quella classe demografica è al Sud poco più della metà della media europea (39,4 per cento), con le punte negative della Calabria (20,3 per cento) e della Sicilia (20,1), calcola il “Country Report della Commissione Ue sull’Italia della settimana scorsa. Ma di più conta integrarsi al Nord subito, il prima possibile, dato che il futuro, l’attività, si svolgerà quattro volte su cinque al Nord.
Le famiglie investono in un’università del Centro-Nord per fare entrare i figli il prima possibile nel sistema economico settentrionale, o meglio nel costo della vita settentrionale, entro cui integrarsi (ingegnarsi, adattarsi, regolarsi). Perché l’Italia ha due costi della vita, benché in un sistema economico unico: delle abitazioni e degli affitti come dei consumi quotidiani, alimentari, di trasporto, di abbigliamento - anche se la distribuzione in questo caso è nazionale, i prodotti sono gli stessi. E il Nord vale-costa il doppio del Sud.
Si sono abolite le gabbie salariali ed è giusto, non si può discriminare il salario in base alla regione geografica. Ma è una misura giusta che però avvantaggia la manualità, e svantaggia-indebolisce la professionalità – là dove è salariata, stipendiata. Per esempio nel pubblico impiego, dove, spiega il ministro dei Trasporti Giovannini, a proposito della Motorizzazione: “Su 320 posti da funzionario messi a concorso”, e vinti, “una quota consistente ha rinunciato, evitando di prendere servizio, a meno che non gli fosse indicata una sede al Sud”, un’altra sede da quella di prima destinazione.
Un dipendente pubblico al Sud è un signore, altrove fatica. Avveniva in Emilia-Romagna già trent’anni fa nella sanità: un infermiere-a del Sud, benché sottoccupato-a o disoccupato-a, aveva difficoltà a trasferirsi, con contratto a tempo indeterminato, nella sanità pubblica, perché la paga non copriva, o male, le spese di affitto e mantenimento. Lo stesso anche a livelli un po’ elevati: un direttore di supermercato che è un signore a Gioia Tauro, avrebbe qualche problema a Milano, anche a Crema – problema di status, di decoro, e di capacità di spesa, e risparmio, anche di sopravvivenza. Più forte è la sperequazione reddito\consumo per lavoratori autonomi, idraulici, elettricisti, meccanici, pittori, anche informatici, che si pagano come da Roma in su e spendono la metà, un terzo e un quarto – vivere dove si è nati ha un costo dell’abitazione zero o minimo.
Si dice che il Sud fugge da se stesso per mancanza di prospettive, di occupazione, di reddito. Di fatto il Sud è pieno di occasioni, nella vasta area dell’offerta pubblica, per esempio le infrastrutture, la sanità, ma anche in quella privata, nell’agricoltura, nella prima agroindustria, nel commercio, nella rappresentanza e assistenza tecnica. Che sono sfruttate però male, questo è il fatto: i posti migliori non sono occupati al top della professionalità, raccolgono anzi gli scarti del mercato nazionale. La migliore si è ambientata da Roma in su – integrandosi in quel sistema economico-costo della vita per tempo. La sanità è di scarsa qualità, o l’imprenditoria è debole, per questo motivo, perché ci sono due Italie economiche, due livelli di costi della vita.
 
Se il trasporto costa più del prodotto
Si ordini in Sicilia, o in Calabria, anche in Puglia, frutta o altri vegetali di basso valore aggiunto, arance, mandarini, limoni, di qualsiasi specie, anche prodotti di qualità, locali, patate, riso, anche prodotti di prezzo unitario elevato, vino, olio, si pagherà di spedizione quasi sempre più che per il prodotto. Anche se, per lo più, genuino: fresco, bio eccetera. La distanza dai mercati penalizza l’agricoltura di buona parte del Sud – anche della Sardegna, s’immagina – che soprattutto primeggia in agricoltura, e nell’incipiente agroindustria.
È un handicap cui non si pensa, e che andrebbe superato con intervento pubblico – non si può chiedere al piccolo produttore di investire in una grande distribuzione o un costoso immagazzinamento. Tanto più che sono produzioni il cui valore aggiunto è in larga proporzione il fresco. Ma è l’ultima cosa cui i poteri pubblici locali pensano. Investono molto e volentieri in viaggi promozionali e in pubblicità, si spera solo per insipienza, senza ristorni mascherati, ma non in una struttura distributiva che serva da supporto, per il Centro-Italia, per il Nord-Italia, magari per il Nord-Est e per il Nord-Ovest.
Ma tutto questo, poi, è una mancanza atavica, una distorsione mentale, il lascito di qualche dittatore cattivo, oppure una mancanza, e a questo punto una colpa? Anche privatamente, fra camere di commercio o fra associazioni di produttori, si potrebbe creare una struttura distributiva a ridosso dei grandi mercati di consumo. Non è (sarebbe) difficile.
Il primo problema del Sud, si direbbe, non è la mafia, è la politica.
 
Migrazioni ordinarie
“Lei non sembra meridionale” è il complimento faticoso che tocca nei percorsi bizzarri dell’emigrazione – la quale è un fatto corrente, non è un’eccezione e in fondo mai nemmeno una condanna o una punizione: emigriamo sempre, di poco o di molto.
Piccoli e neri – s’intende questo per meridionale – se ne trovano ovunque, e forse in più gran numero fuori del Meridione. Se i connotati sono razziali, specie le connotazioni lombrosiane, bisogna dire che le razze sono molto mescolate.
Quanti romani non si trovano in Romania, antichi romani? E quanti francesi - galli (celti) o normanni (vichinghi) - in Italia. Un censimento non si può fare - forse col dna. Ma guardandosi in giro è un’evidenza. Ci saranno anche più Normanni in Sicilia, Calabria e Puglia che in tutta la Normandia, perché no – o più Normanni in Sicilia, Calabria e Puglia che Arabi.
Mentre a Roma si fanno gli italiani, quel sangue misto che è l’Italia di oggi. Una città di vecchie comunità, anche latine i primi tempi, ma poi più definitamente ebraica, marchigiana, umbra, senese-grossetana, e ora anche calabrese e abruzzese, e un po’ di ogni dove – quanti valtellinesi a Roma, nel primo Novecento facevano loro il commercio alimentare, e hanno ancora la loro banca, in ogni quartiere e sotto-quartiere.
 
Calabria
La Polizia ha una struttura internazionale apposita per la ‘ndrangheta: Ican, Interpol/Italia cooperation against 'ndrangheta. Finanziata con 4,5 milioni, l'anno. Una struttura d’eccellenza, ricca, una delle poche – l’unica? – dedicate dallo Stato alla Calabria.
 
Ma il suo ideatore, il vicecapo della Polizia prefetto Rizzo, capo anche della Criminalpol, non sa che Rocco Morabito non e stato arrestato in un grotta dell’Aspromonte (che non ha grotte) ma in Sudamerica, dalle polizie sudamericane. E non è “capo indiscusso della 'ndrangheta”, che si caratterizza per essere acefala – o avere molte teste.
Sapere di che si parla non risolve ma fa buona impressione – in Calabria non quadra mai nulla.
 
Capita di dover ascoltare in due distinti locali conversazioni fra amici che progettano le vacanze. In Calabria, dove però ci sono già stati. Tutti perplessi, e anzi negativi - è gente supponente, è tutto sporco, non funziona nulla, manca l’acqua, hanno luoghi bellissimi  è un peccato che ne siano i padroni. Però, ci sono andati, e probabilmente ci tornano. Perché costa poco? Ma neanche questo è più vero. La fama – l’immaginazione - può superare la realtà. O è viceversa?
 
Capita invece spesso, a Roma, d’incontrare professionisti, medici, avvocati, qualche artigiano, ebanista, sarto, di origine calabrese, che non la nega, e volentieri dice dove e quando, ma “personalmente” dichiara di non averci più a che fare. Sempre per un motivo: corruzione, imbroglio, inefficienza, non esclusa la violenza. Tutti vittime in Calabria? Di chi?
 
Ciò – la disaffezione - contraddice la calabresità. Una delle tante -ità (napoletanità, sicilianità), le psicologie sociali spicciole che caratterizzano il Sud. Che forse avrebbero bisogno di un ripasso: molta emigrazione è volontaria.
 
Proust calabrese? Analizzando la madeleine, il biscotto di Proust (“un biscotto panciuto e friabile”), il recupero casuale di esperienze e sensazioni remote, Giacomo Debenedetti lo spiega così (“Il romanzo del Novecento”, 374): “A questi ritorni Proust dà il nome di «intermittenze del cuore». Questo riaffiorare di ricordi in virtù di un associarsi di sensazioni è un fenomeno di esperienze comuni, non è stato certamente Proust il primo a provarlo e a descriverlo. Un nostro vecchio filosofo calabrese, che visse e lavorò a Napoli nei primi decenni del secolo scorso (dell’Ottocento, n.d.r.), e fu tra l’altro un pioniere dello studio di Kant in Italia, Pasquale Galluppi insomma, ha legato il suo nome a una legge empirica di psicologia, la quale accerta che una serie o un sistema di immagini tende a riprodursi per intero quando ce ne sia richiamata una parte allo stato di immagine sensoria”.
Ma Galluppi, chi era costui? Galluppi peraltro, testimonia Debenedetti, e non Bergson, cone dicono i proustologi.

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L'Africa nel limbo

L’Africa nera è un limbo. Ma con molti diavoli dentro. Coloniali per lo più – siamo nel 1926-27. “La ferrovia Brazzaville-Oceano è una spaventosa consumatrice di vite umane”. I lavori della ferrovia Matadi-Kinshasa ispirarono l’orrificato Conrad di “Cuore di tenebra”. Un’appendice al cap. III fa i conti dei trasporti a spalla: intere tribù decimate, intere regioni spopolate. Le colonie sono lavoro forzato, tasse e ruberie, tutto istituzionalizzato – legale. Con un sovrappiù individuale, personale, di odio, di cattiva volontà – o volontà di essere cattivi.
Gide chiude ripromettendosi “un elogio della delicatezza”, di fronte alla “bruttezza, stupidità, volgarità” degli ultimi bianchi con cui gli tocca condividere l’ultimo “albergo” a Douala, Camerun. L’avarizia, soprattutto, lo ha sconvolto – sarà solo in Africa che il grande borghese Gide è entrato in contatto con il “popolo”?
Ma anche l’Africa lo turba. Troppo grande, troppo diversa. Sconvolto dall’indistinzione, delle persone come del paesaggio: “L’assenza di individualità, d’individualizzazione, l’impossibilità di arrivare a una differenziazione”. Che è sbagliato, gli africani sono molto diversi e caratterizzati, ma così apparivano. L’uniformità è il segno dei grandi continenti, si dice Gide, e quindi dell’Africa, “un contrasto che può riuscire piacevole, o noioso”. Ma sa anche, sente, in qualche modo percepisce, che la società tribale ha bisogno di Autorità, di una qualche forma di organizzazione o di coscienza politica, di un patto sociale e legale, altrimenti resterà inerte, o distruttiva.
La coscienza civile non gli basta – il viaggio è stato lungo, quasi dieci mesi, dal luglio 1926 a maggio 1927, e faticoso, benché ricevuto ovunque come una personalità. E benché in compagnia specialmente gradevole – di cui non c’è traccia nel libro: del giovane Marc Allégret (che ne trasse un medio metraggio, “Viaggio al Congo”, anche lui).
A cura di Giordano Tedoldi. Che opera una scelta, circa la metà dei testi originari.
Una lettura mesta, a un secolo data. Il colonialismo è finito, da oltre mezzo secolo ormai, ma le indipendenze non farebbero un viaggio diverso in Africa – intelligenza, arte, abilità dell’africano, quando ci sono, sono in Europa.
André Gide, Viaggio al Congo, Marsilio, pp. 255 € 16