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sabato 5 febbraio 2022

La fede perduta nella povertà

Capita di partecipare a un rito funebre in chiesa, con la messa, in cui il celebrante dialoga col diacono e il suddiacono – le due figure che hanno sostituito i chierichetti (forse per allontanare la tentazione pedofila?). In una chiesa fredda, soprattutto negli arredi e le decorazioni, compresa qualche astrazione di madonne e santi. Nessuno dei presenti, congiunti, parenti, amici, conoscenti sa le formule di rito, di compartecipazione. Nemmeno i segni liturgici, a cominciare dalla croce sul petto.
Sono quaranta e cinquantenni. Venuti cioè dopo il Sessantotto. A cui la chiesa si è adeguata, con parallela volgarizzazione del rito, compresi gli inni e i canti. Un impoverimento volontario, unanime (conciliare). Che fore ha allontanato, comunque non avvicinato, i nuovi entrati nel circuito vitale – la fede non si perpetua, si rinnova.
Il celebrante è puntiglioso alla comunione: stende reverente il corporale, pulisce vigorosamente la patena, poi a più riprese il calice, col purificatoio sempre rinnovato, inamidato, pulendosi lui steso le mani in continuo col manutergio, copre il calice delicatamente con la palla, lo discopre, spezzetta l’ostia per la celebrazione col vino, prende delicatamente (e riporrà) la pisside. Ma non ha a chi darla, la comunione, esclusi i due inservienti.
La cerimonia è del resto stancante e prolissa. Il celebrante tesse a lungo le lodi della defunta, che probabilmente non conosce. Stancamente: di riti analoghi ne celebrerà uno o due a settimana. È l’orazione prevista dalla Messa da requiem – la messa in die obitu? Lodi in cui sono soprattutto vivaci quelli all’impegno umano e sociale della defunta.
Non c’è più la fede in chiesa. Il concilio, e più il papa Francesco, si dilettano di molte cose per umanizzare la chiesa, i poveri, i malati, i bambini, la compassione, l’amore, che ognuno trova e pratica dove e come meglio crede. Univa in chiesa la fede, che ora non c’è più.
La fede perduta per un ideale? Sbagliato: povertà non è impoverimento – il povero non vuole essere povero.

Appalti, fisco, abusi (216)

Poste Italiane chiude gli uffici postali una volta al mese per sanificazione. Non sanifica dopo una chiusura, lo fa – dice - di sabato, quando molti cittadini si prendono la mattinata libera per le pratiche (raccomandate, bollette, pacchi).
Anche gli impiegati delle Poste hanno diritto al sabato libero? Bisognerebbe dichiararlo. Ma il quesito esatto è: gli impiegati delle Poste hanno diritto a un giorno di vacanza gratis al mese, in conto covid? Dodici l’anno. Nel week-end, perché no - hanno diritto anche loro a sbrigarsi le proprie faccende?
Il servizio pubblico o al cittadino è così da intendersi: siamo tutti cittadini.
 
Si è cominciato a fine agosto con la voce che forse l’ecobonus non sarà rinnovato per il 2022. Un mese dopo si è detto che non sarà rinnovato per le case unifamiliari. A fine novembre si è detto che che sarebbe stato rinnovato per le case unifamiliari ma fino a un reddto di 25 mila euro. Il 31 dicembre lo si è rinnovato tal quale, ma per sei mesi. Ma non c’è pratica ecobonus che si definisca in sei mesi, con avvio concreto dei lavori – e le imprese edili non lavorano a chiamata.
Furbino, il governo dei banchieri?
 
Per l’ecobonus a Roma e dintorni ci ha intanto pensato la Regione Lazio, che da settembre non ha più rilasciato i Certificati di Valutazione Tecnica, per materiali da usare. Di competenza del suo Servizio Tecnico Centrale.  
Il curioso è che, benché l’ecobonus sia materia di ampia pubblicistica, niente si dice del suo blocco reale: non bisogna disturbare il manovratore?
 
Si è fatta una riforma fiscale, con riduzione di qualche centinaio di euro per molti scaglioni di reddito. E uno si aspettava di vederlo in busta paga, o nel cedolino della pensione. Ma non c’è.
Ci vuole tempo, si dice. Mentre queste cose vanno in automatico.

 

I lockdown non servono e fanno danni

Alla fine, dopo due inverni e mezzo e quattro ondate di contagi, non si sa molto del covid 19, quantomeno delle tecniche e tattiche anti-virus? Dopo gli insistiti, estenuanti, bombardamenti normativi e mediatici, di comunicazione? È probabile: le strategie anti-pandemia, se gli attacchi virali dovessero riprodursi, vanno ripensate.
Si prenda il problema più semplice, di cui oggi infine si discute anche nel governo: quanti sono i morti di covid 19? Morti del virus e non di altre patologie? Saperlo è importante, anche per valutare i rimedi, terapeutici e organizzativi. Qualche dubbio su questa contabilità era stato sollevato nella primavera 2020, quasi due anni fa, da uno studio cui aveva partecipato il Nobel Parisi, pubblicato su “Le Scienze” il 13 maggio 2020:
https://www.lescienze.it/news/2020/05/13/news/covid-19_differenza_andamento_curve_letalita_apparente_reale-4726700/

Lo studio dei tre accademici della Johns Hopkins mostra che i lockdown non hanno avuto effetti rilevanti sulla mortalità, e meno cui contagi: non hanno salvato più persone. Non è uno studio sul campo, ma la metanalisi di tutto quanto è stato pubblicato, su riviste e in ambiti scientifici, sulla pandemia in corso. Metanalisi è, nel vocabolario più chiaro ed esaustivo, del Servizio Sanitario dell’Emilia-Romagna, “una tecnica clinico-statistica quantitativa che permette di combinare i dati di più studi condotti su di uno stesso argomento, generando un unico dato conclusivo per rispondere a uno specifico quesito clinico”. Una diagnosi, insomma, e una ricetta che tengono conto di tutto quello che si sa di una patologia.
Herby, Jonung e Hanke hanno individuato 18.590 studi che in qualche modo trattano degli effetti dei lockdown sulla mortalità da covid 19. “Dopo tre livelli di analisi”, 34 studi si sono qualificati come significativi. Di questi 34, dopo un ulteriore screening, 24 studi sono stati presi in considerazione per la metanalisi. La conclusione è che i lockdown non hanno inciso sulla mortalità da covid 19, non l’hanno cioè ridotta. Ma hanno fatto danni - la conclusione, anticipata in testa al saggio, è radicale: “Mentre questa metanalisi conclude che i lockdown hanno avuto scarsi o nessun effetti sulla salute pubblica, hanno però imposto costi enormi economici e sociali dove sono stati adottati. Di conseguenza, le politiche di lockdown sono infondate e dovrebbero essere rigettate come strumento di politica pandemica”.   
Steve H. Hanke è fondatore e direttore del Johns Hopkins Institute of Applied Economics and Global Health. Lars Jonung è professore emerito di Economia all’università di Lund in Svezia. Jonas Herby, danese, è un ricercatore dell’università di Copenhagen.
Herby-Jonung-Hanke, A literature Review and Meta-Analysis of the Effects of Lockdowns on COVID-19 Mortality, “Studies on Applied Economics”, no. 200, January 2022

venerdì 4 febbraio 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (482)

Giuseppe Leuzzi

Savinio è stato apprezzato e rilanciato curiosamente da letterati meridionali, Borgese, Sciascia, Pedullà. È anche musicista di valore, se John Cage lo apprezzava, come il musicologo Michele Porzio attesta, ma per questo non ha trovato mallevadore – non ci sono musicisti al Sud?
È inteso scrittore della leggerezza. Dunque, a suo modo, del Sud - era pur greco di nascita.
 
Whoopi Goldberg ha involontariamente sollevato il problema della razza, volendo negarla (oppure distingue solo tra “razza bianca” e “razza nera”?) – lei che ha preso come nome d’arte un patronimico usualmente ebraico. Ma com’è possibile mettere assieme un portegno e un sanpaulinho - anche se sono nipoti, o figli, di italiani? E un padano con un terrone? La storia – oggi si direbbe la cultura – fa pure un imprinting.
 
Checco Zalone, filologo calabrese
Lo sketch lgbtqia calabrese di Checco Zalone a Sanremo, del Cenerentolo brasileiro per il quale al ballo del re del piede d’Italia non si trova la scarpa n. 48, salace, è recepito dai social e dai critici sanremesi come irrispettoso e anzi ingiurioso. Facendo perno sull’ironia feroce del comico.
Checco Zalone in effetti chiude la presentazione, della favola trasposta finalmente al Sud invece che al Nord, con uno sberleffo: “Una fiaba narrata in Calabria, piena di luoghi bellissimi e di bella gente, così anche al Sud sono contenti e non si possono offendere… sti terroni”. Che è invece, involontario?, un effetto da humour locale, lo spirito dissacrante, detto “zannella”. Irrinunciabile in ogni conversazione. E anche in letteratura: Répaci, Zappone, Totò Delfino, Walter Pedullà nel Novecento, Vincenzo Ammirà nell’Ottocento, e altri più recenti - la performer più seguita localmente, Marianna Monterosso, cantante lirica, maestro del coro delle voci bianche al Politeama di Catanzaro, anima un podcast irriverente, TFM, The Formazione Meridionale.  
 
La mafia della borghesia
Raccontando le sue eroicomiche avventure di partigiano nella guerra civile 1943-1945 (“I piccoli maestri”), lo scrittore Luigi Meneghello, già laureato e allievo ufficiale di complemento degli Alpini allo sciogliete le righe dell’8 settembre, riflette a un certo punto che il solo suo Veneto, “anche lasciando stare l’Italia, contiene enormi riserve di energia non catalogate nei libri”: “Le strutture della nostra società sono borghesi, i popolani non saranno letteralmente esclusi con la forza, però ne restano fuori”. Ammessi ai servizi, “la servitù domestica, il bordello, la caserma, il seminario” e, inevitabilmente, destinati al carcere, di dietro e di fuori le sbarre, ma “una comune cultura non c’è”. Riferendosi al 1944 conclude: “Gli ultimi ventì’anni in Italia sono un caso di errore per feroce difetto, opera sostanzialmente di noi borghesi, e forse senza rimedio”. Dopo avere constatato in montagna, nelle bande partigiane: “Cosa valgano questi qui si vede ora che si organizzano da soli” – “questi qui” sono i “popolani”.
Le mafie sono così, una cosa borghese. Le vestiamo di paludamenti e ragionamenti, di disegni e progetti, e poteri oscuri. In Calabria gli hanno regalato la Madonna della Montagna, uno scrigno di pietà popolare, con tutte le altre Madonne, i santi, la famiglia, e la tarantella. La mafia è il Behemot di Hobbes, e insomma il potere assoluto, altra invenzione borghese.
Di per sé la cosa è semplice: il mafioso è uno che sa sparare. Ha “la mira”, direbbe lo stesso Meneghello. A occhi chiusi, diremmo noi.  Prende un barattolo, lo butta per aria, anzi voi lo buttate per aria, e lui alza la pistola e lo colpisce, infallibilmente. Quando spara col mitra fa macelli, le stragi, ma questo dipende dall’arma, a colpo singolo è un boia perfetto. Ha la mano nodosa. Ossuta quanto la vostra, non più dura né più grande, lui ha la “mira infusa” come dice Meneghello, come la grazia divina. Per il resto, anche noi abbiamo vari gradi, al lavoro e fuori, e in vario modo obbediamo, lui è un sicario di professione. Per conto di chi ha sparato prima di lui, e ammazzando ha fatto i soldi. Per poi, inevitabilmente, passare la mano a uno più svelto. La mafia è questione di mira – sarà per questo che la borghesia se ne esalta.
 
La donna del Sud rigenera il Nord
Nel film Rai in tre serate “La sposa”, Giacomo Campiotti ha fatto tesoro del miglior cinema padano, Avati e Olmi. Intervallato da brevi inserti in esterni “calabresi”, non cupi, non isolati. Alleggerito da un pizzico di brio e molta determinazione, femminile, meridionale, anzi di “testardaggine”, viene detto, calabrese, con cui una strepitosa Serena Rossi lega le sei ore della serie. Con uno sguardo ingenuo e insieme incrollabile, un corpo minuto ma roccioso, calata nel personaggio fin nella “calata” propriamente detta in Calabria, nella parlata, il ton tedesco, aprendo le vocali chiuse, chiudendo le vocali aperte, con le interrogative negative per affermare, e il suono a scendere. Che dà letteralmente corpo al personaggio: la donna indifesa, anche umiliata, che non indietreggia di fronte a nessun sbarramento. Una donna meridionale sbalzata dagli affetti protettivi della famiglia in un Veneto sprezzante e brutale.
La storia è di una ragazza calabrese che si ritrova per avversità fortuite sposa per procura, comprata, in qualità di “fattrice”, per un contadino-agricoltore veneto che non conosce. Di cui finirà per salvare la famiglia e il destino, oltre che la sua dignità e felicità, e quella dei suoi congiunti. Tra un Sud lindo e ridente e un Veneto buio – “selvatico” lo dice il prete.
Una fantasia, un’utopia, uno scherzo, antileghista? Il dato è documentato nelle interviste di Nuto Revelli, “L’anello forte - La donna: storie di vita contadina”, un’indagine sul campo, un caposaldo della sociologia orale, e delle mutazioni migratorie. Nelle 260 testimonianze femminili da lui raccolte nell’agro di Alba in Piemonte negli anni 1970. Di donne trapiantate attorno al 1950. Tra esse sessanta meridionali (trentacinque dalla Calabria): spose procurate al Sud da mezzani per contadini-agricoltori che nessuna in Piemonte voleva più sposare – il boom incipiente significava urbanizzazione, dei ragazzi e delle ragazze. Donne che anche nelle interviste di Revelli sono le meno dimesse o indifese, essendo al contrario pugnaci, e intelligenti.

Di più c’è una sceneggiatura semplice e possente. Di Valia Santella principalmente, cui si deve anche il soggetto. Che meglio non saprebbe delineare una “donna del Sud” dal vero, fuori dallo stereotipo. Di più, specificamente: meglio non saprebbe far parlare e agire una “ragazza calabrese”, con più acume psicologico e di linguaggio. E qui la meraviglia raddoppia, Santella essendo come Serena Rossi di Napoli, non il posto migliore per sapere della Calabria. Ma, certo, un posto colto e già nobile, oltre che lazzarone.
L’identificazione dell’attrice col personaggio completa, somma finezza, lo sguardo sempre retroflesso, di chi si guarda, si controlla, mentre dice e fa, anche nelle collere e i gesti improvvisi.
La pluridiscorsività di Bachtin applicata alla lingua piuttosto che alla società. La società è qui piatta, come poteva essere in tre quarti d’Italia negli anni 1950. Paese agricolo, contadino - radicato, abitudinario. Minime le contrastanti innovazioni che la storia registra: l’industrialismo del sindacalista, cieco anche di fronte ai veleni alla morte, e come grande innovazione, rivoluzionaria perfino, la cooperativa. E questo, senza volerlo, rimanda alla Calabria di oggi, settant’anni dopo.

Sicilia
A una lettrice di “Repubblica” Merlo spiega: “La letteratura siciliana, mi creda - «gira, furria (firria? n.d.r.) e vota» direbbe Fiorello - va sempre a finire in Pirandello”. Nel Novecento non si direbbe, cioè dopo Pirandello: Tomasi di Lampedusa, che non è autore di un solo libro, Consolo, Bufalino, lo stesso Sciascia, né si può escludere Camilleri, che non è solo un bestsellerista. E naturalmente i catanesi, di dopo e prima di Pirandello: Brancati, Capuana, De Roberto, con i catanesi di Mineo Verga e Bonaviri. Il buffo è che anche Pirandello è poco “pirandelliano”, nei racconti e le commedie in dialetto, quando fa il siciliano.
 
Era terra di aquiloni, prima di Kabul. Ne parla Brydone, viaggiatore anglo-scozzese. Lo conferma Sciascia, “Fuoco all’anima”: “Sì, c’era questo gioco, che rimase di moda fino alla mia infanzia”, quindi agli anni 1920, un secolo fa: “Tutti fabbricavano aquiloni ma non si chiamavano aquiloni, si chiamavano comete”. Poi le stelle si sono fermate: è sopravvenuta la bonaccia come alle Antille?
 
Il pino di plastica al posto del pino vero di Pirandello è l’ultima battuta e l’ultima amarezza di Sciascia , il 5 ottobre 1989, nel libro-intervista con Domenico Porzio, “Fuoco all’anima” - morirà il 20 novembre - di uno scrittore che le aveva provate tutte, Roma, Milano, Parigi, ma sempre era tornato in Sicilia, a Palermo d’inverno, a Racalmuto d’estate. Straniero in patria. A quanti la Sicilia di plastica sarà stata straniera in patria? Aveva tradizioni ottime, anzi superlative.
 
Pur abitando a Palermo per oltre venti anni, Sciascia non è mai entrato nell’Orto botanico. Che pure è molto curato e famoso – il botanico giallista Santo Piazzese lo ha celebrato, in qualche libro che, dopo Sciascia, Sellerio ha pubblicato.
 
Dell’Orto Botanico interessa a Sciascia che “lo ha progettato un architetto francese”, su iniziativa di un “principe della Cattolica”: “Questo architetto ha scritto delle memorie che sto facendo tradurre  adesso”, si limita a spiegare a Porzio, che dell’Orto Botanico gli celebra le meraviglie.
 
A Porzio che gli chiede “quali sono gli aspetti positivi del vivere qui”, a Racalmuto, in Sicilia, Sciascia risponde. “Non lo so. Io ormai non ne trovo”. Dei familiari, le figlie, i generi che ci stanno volentieri, non trova le ragioni: “Il paesaggio, il clima, gli amici, la casa sistemata. Saranno tutte queste cose assieme”.
 
“Gli americani arrivarono con l’elenco dei mafiosi in tasca. I sindaci di quasi tutti i paesi furono scelti tra i mafiosi”, Sciascia, “Fuoco all’anima”, 43. Senza che ne se ne sia avuta traccia nei documenti americani, che pure sono pubblici?
 
Gli americani – sempre Sciascia – “avevano creato una divisione, chiamata Texas, composta interamente da figli di siciliani”. Sciascia, come poi Camilleri, vede lo sbarco come una storia nera: “Lo sbarco degli americani è stato una kermesse. Le distruzioni le avevano fatte con l’artiglieria e i bombardamenti” – l’artiglieria navale evidentemente, prima dello sbarco.  Sempre “gli americani”, senza gli inglesi, o i franco-africani, che pure si notavano di più.
 
“Gli unici italiani nazionalisti (non in quanto italiani, ma in quanto siciliani), sono i siciliani; i toscani sono campanilisti, e tutti gli altri pensano solo ai soldi” – Sebastiano Vassalli, “Ammiro Umberto Bossi, un Davide padano” - “Corriere della sera” 13 agosto 1996.
 
Candidato alle prime elezioni, nel 1861, Francesco Crispi fu sconfitto a Palermo da un moderato, il marchese di Torrenova. Lo stesso marchese che nel maggio 1849 presiedeva la Camera siciliana, quando i deputati finirono per approvare l’armistizio con i Borboni. Il vento gira in fretta nell’isola.
 
Nella stessa elezione Crispi fu invece eletto, lui capo della Sinistra, nel collegio di Castelvetrano, dagli ex sudditi del barone Favara, suo amico personale, che non solo lo fece eleggere, ma gli pagò anche le spese di viaggio per Torino – dove Crispi naturalmente sedette sui banchi dell’Estrema Sinistra.

leuzzi@antiit.eu


Come annoiare Balzac

Una lettura profusa, quasi tre ore, del romanzo di Balzac. Sul giovane provinciale di belle speranze traviato a Parigi, dove è scappato con la castellana di cui è l’amante, dalla stampa cinica, e venduta – la stampa liberale. Un romanzo giustamente famoso, col suo personaggio Lucien de Rubempré, per il ritratto vivido di Parigi nella monarchia orleanista, dove il più pulito ha le pulci. Reso didascalicamente, faticosamente – sembra una miniserie incollata, più che montata, a film.
L’unica novità rispetto al romanzo sono i nudi maschili, posteriori e frontali. È difficile che Balzac annoi, qui sì.
Xavier Giannoli,
Le illusioni perdute

giovedì 3 febbraio 2022

Problemi di base racés - 682

spock
 
Insomma queste razze, ci sono o non ci sono?
 
Ci sono ma (non) sono elette?
 
Ma sono esclusive?
 
E come si definiscono?
 
Le razze le lasciamo ai cavalli?
 
E anche ai cani - e ai gatti?
 
“Ognuno è l’ebreo di qualcuno”, Primo Levi?

spock@antiit.eu

Razza e cultura

Nella piccola tempesta sollevata da Whoopi Goldberg sullo sterminio degli ebrei, se considerarlo un crimine razziale oppure un crimine dettato dalla ferocia, si sono udite, fra tante condanne, anche voci ebraiche che dicono l’ebraismo non un fatto razziale ma religioso.
Curiosamente, la distinzione dell’attrice afroamericana era il sentimento di Primo Levi. Quello che attrae, anche, tuttora della sua narrazione della Shoah. Bene lo spiega lo storico Sergio Luzzatto, dopo avere documentato l’esperienza partigiana dello scrittore nel volume “Partigia”, nel pamphlet “Ritorno su ‘Partigia’”, in cui risponde alla critiche (sulle spie che vendettero la “banda”, e sull’esecuzione sommaria di due ladruncoli scambiati per spie): “Fra gli ingredienti della ricetta che rende «Se questo è un uomo» un libro unico entro il genere della memorialistica sulla Shoah è la rinuncia a rappresentare la condizione della vittima di Auschwitz come vittima semita piuttosto che come vittima umana. È l’invito ai lettori perché considerino – fin dal titolo del libro, e poi nel salmo inaugurale – «se questo è un uomo» piuttosto che «se questo è un ebreo». D’altronde, il lavoro di editing compiuto da Levi in fase di stesura, dalla prima versione dattiloscritta a quella pubblicata nel 1947, era andato precisamente nel senso del levare quanto definisse in termini ebraici la condizione dell’internato, per definirla in termini universalistici (salvo far precedere il tutto dai versi ricalcati sulla Shemà, la preghiera degli ebrei: più che un esergo, un comandamento)”. Di uscire evidentemente, liberarsi, come dirà in qualche intervista, dal
la vergogna di “non essere morto” - dal senso di colpa, per quanto senza colpa, morale o sentimentale, verso i compagni di prigionia morti, politico, per la propria sventatezza, etnico. 

Cronache dell’altro mondo – razziali (171)

Whoopi Goldberg si è attirata accuse di razzismo per avere negato il razzismo nello sterminio degli ebrei decretato e perseguito da Hitler: è uno sterminio dettato dalla ferocia, ha detto, gli ebrei sono bianchi come i tedeschi. Nel mentre che negava il razzismo cioè, lo riservava solo ai bianchi contro i neri.
Adolph Reed, nero, professore di Scienza politica da oltre quarant’anni all’università di Pennsylvania, insiste che il razzismo e l’antirazzismo sono falsi scopi agitati dai “padroni del vapore”, per coprire ciò che fa la vera disuguaglianza, il regime politico ed economico di classe. 
Tredici università per afroamericani, le HBCU, a partire dalla prima storica Howard University, hanno ricevuto martedì, primo giorno del Black History Month, il mese della storia dei neri, minacce di bombe. Il mese della Storia Nera si celebra in Usa e Canada a febbraio, in Gran Bretagna a ottobre. Ideato poco meno di un secolo fa, à celebrato a febbraio in Nord America perché vi cadono le nascite del presidente Lincoln e di Frederick Douglass, il primo politico afroamericano candidato a un incarico pubblico – corse per la vice-presidenza nel 1872, in ticket con la candidata presidente Victoria Woodhall, la prima donna candidata.
Le HBCU, Historically black colleges and universities, sono state create, prima e dopo la guerra civile, fino alla fine del regime di segregazione, nel 1965, per consentire agli afroamericani l’accesso agli studi superiori. Negli anni 1930 sono state l’approdo principale dei tanti studiosi ebrei in fuga dall’Europa – altri sbocchi essendo preclusi, per problemi economici, era l’America della Depressione, e per un diffuso antisemitismo. Si calcola che circa il 70 per cento degli incarichi universitari delle HBCU tra il 1933 e il 1945 siano andati a europei in fuga dal razzismo nazifascista.  

Il romanzo della Resistenza e dell’ebraismo – le "colpe" di Primo Levi

“Il” romanzo di Primo Levi, narratore di suo breve, di cose vissute e viste: romanzo d’invenzione. Su una “banda” di ebrei che tra Ucraina, Polonia, Bielorussia si battono, da luglio 1943 a luglio-agosto 1945, contro l’occupazione nazista, e da ultimo si dirigono verso l’Italia, in cerca di un imbarco verso la Palestina. Sempre isolati dagli altri gruppi partigiani, polacchi o russi. Il romanzo di un gruppo di proscritti, di fatto, tra sporadiche azioni di guerriglia, e amori tristi.
Il romanzo, anche, in sottotono, della crisi di identità. Primo Levi si voleva per tre quarti italiano e per un quarto ebreo. Anzi, per quattro quinti piemontese. Qui monta una storia di “irregolari” che finiranno sionisti, per esaurimento – per non sapere più chi sono. Ma lui stesso comincia a porsi la questione. Tanto più in quanto l’identità si configura ancora nazionale, di anagrafe, lingua, e anche tradizione – il primo protagonista si vuole “un russo ebreo e non un ebreo russo”, e così, verso la fine, una leggiadra combattente parigina scampata al lager che non sapeva di essere ebrea, e non sa ancora che cosa sia.
Il titolo è l’ultimo verso di una canzone sionista, composta da un ebreo prigioniero dei tedeschi come ultimo desiderio prima dell’esecuzione. Levi l’ha composta, spiega in nota, da sue letture recenti di ebraismo dotto: “Da alcune parole che ho trovate nei ‘Pirké Avoth’ (“Le massime dei Padri”), una raccolta di detti di rabbini famosi che fu redatta nel II secolo dopo Cristo e che fa parte del ‘Talmud’”, attribuite al rabbino Hillel. Alla nota aggiungendo la chiosa: “Naturalmente, l’interpretazione che di questo testo io attribuisco ai personaggi non è quella ortodossa”. Con ironica allusione alle difficoltà dell’ortodossia, che ha già fatto rappresentare a un paio di personaggi, per quanto sionisti. E cioè di dirsi o essere buoni ebrei.   
Una narrazione della Resistenza curiosamente dal vivo. Curiosamente perché Levi ne ebbe sempre il complesso. Emerge costante dalle interviste e dalle conferenze - lo storico Sergio Luzzatto l’ha ben evidenziata in “Partigia” e in “Ritorno su Partigia” – la colpa di non avere fatto la scelta della Resistenza con acume e serietà, ma da giovanotto superficiale, in modi dilettanteschi (fu arrestato in quanto partigiano, di una banda autocostituita con due o tre amici, e sarà lui stesso a denunciarsi ebreo, pensando così di riacquistare la libertà….).
Un romanzo di avventure. Con la piccola banda ebraica è tutto un mondo che viene narrato, della Resistenza. Umida, o sudata, affamata e affannata più che ingorda, incerta più che decisa – la Guerra partigiana dipende dalla radio, dai “lanci” notturni. Con la fame, il sesso triste, i pidocchi. Una narrazione che, a bocce ferme, ha tutta l’aria di essere vera, più delle tante della Resistenza made in Italy, anche di scrittori illustri, Fenoglio, Meneghello, Bocca, Calvino. Calcolatrice più che avventurosa. Un esercizio in sopravvivenza.
Una “testimonianza” romanzesca, cioè inventata, ma scritta come una storia: precisa, conseguente, verosimile. Non molto amata, rispetto al Levi dei racconti di prigionia e della natura, ma persuasiva, ancora dopo quarant’anni, e più ricca, sempre leggibile. Soprattutto convincente.
Per la prima volta Levi si prende l’autorevolezza dell’autore. Sa per esempio far parlare la Resistenza che si rimprovera di non avere fatto. “So che cosa è la guerra partigiana”, fa dire a un capobanda - naturalmente un russo: “So che a un partigiano può capitare di avere fatto, visto o detto cose che non deve raccontare”. L’invenzione dei luoghi, le ore, le situazioni, la folla di personaggi minori e minimi è sempre perspicua: in tono, espressiva, misurata il giusto.   
Un romanzo per tracce evidenti molto alla “Educazione europea”, l’altra narrazione “da lontano”, la prima, della Resistenza in Polonia, con cui Romain Gary debuttò nel 1945. Con la differenza che Gary, nato a Vilnius, città polacca prima che lituana, aveva vissuto in Polonia, parlava il polacco, ma ha poca Polonia in “Educazione europea”. Levi invece sa raccontare un mondo a lui estraneo con più dettaglio. E con più verosimiglianza: anche per esperienza, si può confermare che è come se Levi avesse fatto una ricognizione minuta dei luoghi, nelle varie stagioni. “Educazione europea” Sartre giudicò, scrive wikipedia, “il miglior romanzo mai scritto sulla Resistenza”. Si sarebbe ricreduto se avesse potuto leggere questo Primo Levi (Fenoglio e Meneghello scrivono di altro, di avventure di gioventù, nella Resistenza). 
Gli echi sono molti, il racconto è anche di molte letture. Curioso quello degli “uomini della foresta” di Jünger. Dei “Waldgänger” (titolo italiano “Trattato del ribelle”), la celebrazione postbellica dei liberi proscritti - da poco riedita in tedesco, nel 1980, e in francese, nel 1981, con un certo clamore. Gedali, uno dei tanti protagonisti, il romanzo è corale, è nome e personaggio di Babel’, “L’Armata a cavallo” – è un negoziante, ma ha la celebre frase, che è la filosofia del personaggio di Levi:Qual è la Rivoluzione e quale la controrivoluzione?” 
Il romanzo si snoda da un inverno, quello del 1943-44, con le notizie del cedimento dell’Italia e delle prime ritirate tedesche dalla Russia, a mano a mano che le città tornano sotto l’Armata Rossa, alla primavera e all’estate del 1944, e a un altro inverno, quello decisivo 1944-45, della liberazione. Minuzioso, preciso e non magniloquente, qui come nei racconti e nelle testimonianze della prigionia che fanno Primo Levi. Storie di minuti personaggi e minime avventure. Dentro una cornice mostruosa: il paesaggio, difficile e inospitale, e il nemico, avvertito, organizzato, cattivo.
I russi s’incontrano affabili, nella loro lingua inafferrabile, e affidabili – i russi salvarono per miracolo, letteralmente, i morti viventi residuati nel lazzeretto di Auschwitz, tra essi Levi. Si occupano dei russi della “banda”, non importa se ebrei. Vincono, ma fattuali, e con economia minima - come quella dello scrittore, di Primo  Levi:  una squadriglia di “avvisatori”, piccoli aerei leggeri, di legno, pilotati da ragazze, che atterrano a partono in piccoli spazi, fa in poche righe un film, I polacchi, il narratore li ammira e ne diffida: coraggiosi anche se sfortunati ma inaffidabili - altrove, in un’intervista, ha detto che “avevano un terrore folle dei tedeschi”, e quindi potevano denunciare, denunciavano.
Un romanzo anche in cui Primo Levi riflette sulla condizione di ebreo. Sul modo di essere e di pensare. Con garbo, più spesso attraverso storielle lievi, ma con laico disagio. Lo spiega in particolare a metà narrazione, facendo rappresentare a qualcuno il “Talmud”, la sua “logica contorta”: “Volevo solo farvi provare”, fa dire a una ragazza che ha partecipato alla piccola rappresentazione a beneficio di un partigiano della banda non ebreo, “che effetto fa essere ebreo…., che effetto fa avere la testa fatta in un certo modo”. Dopo aver fatto rappresentare agli stessi partigiani ebrei alcune delle dicerie sugli ebrei – l’amore libero, la sovversione, l’avidità.
Primo Levi, Se non ora, quando?, Einaudi,  pp. 275 € 14
 

mercoledì 2 febbraio 2022

Il mondo com'è (438)

astolfo

Centro-sinistra – Taciuta dalle storie della Repubblica (Colarizi, Crainz, Ginsborg) è stata l’esperienza politica più fertile, negli anni 1960-primi 1970, di adeguamento del diritto e della società alla costituzione, all’eguaglianza dei diritti, al lavoro e di genere, e alla modernità: l’accordo politico, per quasi un quindicennio, tra la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano. Auspice dapprima Fanfani, poi, in funziona antifanfaniana, Aldo Moro, inizialmente cauto e anche opposto all’“apertura a sinistra”.
Si cominciò a parlare di centro-sinistra nel 1958. A marzo del 1961 Pietro Nenni, segretario e leader incontestato del Psi, propose al congresso nazionale la possibilità di entrare in un governo guidato dalla Dc, o in subordine di appoggiarlo dell’esterno. A gennaio dell’anno dopo, al congresso della Dc, il segretario Moro ottenne l’avallo a un governo di centro-sinistra con i socialisti. Oppositori solo le frange che facevano capo a Andreotti, che allora rappresentava praticamente solo sé stesso, e al gruppo già maggioritario dei “dorotei”, capeggiato da Antonio Segni. Che subito dopo, l’11 maggio, sarà eletto presidente della Repubblica, per calmare l’opposizione democristiana a ogni accordo a sinistra. In qualità di “vigile notturno”, o garante. Pochi giorni dopo il congresso, intanto, il 2 febbraio il governo Fanfani si era dimesso, per avere il 10 febbraio un nuovo incarico, per un governo con astensione socialista. Sostituito l’anno successivo da Moro, con un governo a partecipazione socialista, insieme con il partito Repubblicano e il partito Socialdemocratico. Un quadripartito di centro-sinistra che governerà, con varie tensioni, per una quindicina d’anni, fino al compromesso storico del 1976 – con la sola parentesi del governo Andreotti di destra (pensioni baby, per quindici-sedici anni di lavoro effettivo, “pensioni d’oro” per dirigenti pubblici quarantenni), per un anno da fine giugno 1972.
Furono gli anni del divorzio, compreso un referendum abrogativo, dell’aborto, del nuovo diritto civile, dei diritti della donna e della famiglia. Della legge di attuazione dell’ordinamento regionale. Della nazionalizzazione dell’energia elettrica. Del Sistema sanitario nazionale. Dello Statuto dei lavoratori. Della revisione dei patti agrari e e dei “piani verdi”, per la diffusione della proprietà contadina, dei coltivatori. Del ritorno dell’urbanistica, dopo gli eccessi palazzinari degli anni 1950. Della diffusione dei parchi nazionali. Dell’istituzione dei parchi marini.
Il cambiamento fu radicale per la scuola, culminando nel 1975 nei “decreti delegati”, per la partecipazione delle famiglie alla gestione. Furono gli anni del diritto allo studio, con le borse di studio per gli studenti senza mezzi, e dell’apertura delle università alle diverse esperienze scolastiche superiori. Della scuola media obbligatoria per tutti, con edifici scolastici in ogni Comune. Si dotano tutti i Comuni di impianti sportivi - fino a 50 mila abitanti a spese del governo.
Il centenario dell’unità d’Italia si celebrò con un finanziamento eccezionale alle università.
La Rai si aprì a Enzo Biagi, portato allora dal partito Socialista, e a Dario Fo.
 
Russia-Cina – Oggi apparentemente allineate, se non alleate (la Russia è intervenuta per ristabilire l’ordine in Tagikistan per propri interessi economici e geopolitici, ma anche perché il Paese centro-asiatico è lo snodo della via terrestre della Seta, il programma di espansione economica cinese in direzione dell’Europa), hanno un passato di turbolenze e una frontiera lunga e problematica in molti punti. Una guerra sino-sovietica ebbe luogo nella seconda metà del 1929, e ridiede a Mosca il controllo condiviso della Ferrovia Orientale Cinese, snodo per la Manciuria, di cui il governo cinese aveva deciso il controllo totale.   
Forti tensioni, ideologiche e anche militari, seguirono la destalinizzazione in Unione Sovietica, a partire dal rapporto di Krusciov nel 1956. La polemica del presidente cinese Mao contro l’Urss fu veemente – Mao disse che con l’abbandono di Stalin Mosca abbandonava uno dei due pilastri del comunismo, l’altro essendo Lenin. Mentre dal canto suo Krusciov giunse a criticare il Grande Balzo decretato da Mao per l’economia cinese, dicendolo “non marxista”.

Stalin aveva dato un aiuto forse decisivo con le forniture militari a Mao per l’abbattimento del regime di Chiang Kai-schek. Come aveva già aiutato Chiang nella resistenza contro l’occupazione giapponese. Tra il 1949 e il 1950 Mao fece un lungo soggiorno a Mosca. Ma dopo la denuncia dello stalinismo creò una struttura internazionalista ovunque (Europa, in Albania e in Romania, Africa, America Latina, Asia) in opposizione al Comintern sovietico. Per tutti gli anni 1960 i rapporti tra le due superpotenze comuniste furono di ostilità. Anche in Vietnam, dove operarono a sostegno della guerra nazionale di Ho Chi Min, agirono separatamente, e in concorrenza.
Di Mao Togliatti concedeva bonario: “Gliene abbiamo fatte tante”.
La Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, o delle Guardie Rosse, Mao lanciò nel 1966, dieci anni dopo il Rapporto di Krusciov, contro il “revisionismo sovietico” – avviava l’eliminazione di una corrente del partito Comunista cinese facendo riferimento a Mosca. Poche settimane dopo, a gennaio del 1967, le Guardie Rosse misero sotto assedio l’ambasciata sovietica a Pechino. Nel 1968 truppe sovietiche attaccarono le guardie di frontiera cinesi sul fiume Ussuri. Mentre Pechino bollava di socialimperialismo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia.
Si attribuisce alla persistente tensione con l’Urss anche la decisione di Mao di aprire le relazioni con gli Stati Uniti – un’apertura di cui Kissinger, consigliere speciale dell’allora presidente americano Nixon, si avvalse, con i primi incontri segreti a Pechino, nel 1971. Il rapporto Cina-Usa si stabiliva allora in termini di sicurezza, la Cina essendo ancora lontana dalle Quattro Modernizzazioni di Deng Hsiao-ping, e gli Stati Uniti lontani dalla globalizzazione, che ha fatto della Cina la “fabbrica del mondo”.
Nel 1978 l’invasione vietnamita della Cambogia fu risentita da Pechino come un’intrusione sovietica, il regime di Pol Pot in Cambogia essendo patrocinato dalla Cina. L’invasione sovietica dell’Afghanistan l’anno successivo fu condannata dalla Cina, che si sintonizzò con Pakistan e Stati Uniti per contrastare il regime imposto da Mosca.
 
Walhall – Un mondo di morti, combattenti, per diletto - la hall, la sala, dei morti uccisi nella mitologia norrena. Così la riassume Elias Canetti, “Massa e potere”, 52: “Un numero enorme di combattenti si raduna nella Walhall, secondo le credenze dei Germani. Tutti gli uomini caduti in guerra fin dal principio del mondo giungono nella Walhall. Il loro numero cresce sempre, perché le guerre non hanno fine. Là, essi mangiano e bevono a dismisura: sempre si rinnovano per loro i cibi e le bevande. Ogni mattina afferrano le armi e scendono in campo. Si uccidono a vicenda, come in torneo, ma poi si rialzano, giacché la loro non è vera morte. Attraverso 640 porta tornano nella Walhall, in schiere di ottocento uomini”.

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La violenza della legge

Si ripropone la scelta di riflessioni, pubblicata cinque anni fa, di Simone Weil sulla “natura” violenta del potere, come esercizio comunque della forza: “L’Iliade, o il poema della forza”, “L’ispirazione occitana”, “Non ricominciamo la guerra di Troia. Assortita di una presentazione di Mauro Bonazzi, l’antichista autore della “Piccola filosofia per tempi agitati”. Sulla violenza non del potere dittatoriale, che la pratica dichiaratamente, e per definizione, ma della legge – della democrazia costituzionale, del giusto, del bene, della verità. Che anch’essa conclude alla violenza.
Una riedizione che interviene nello scontro sulle decisioni governative in materia di covid 19, di pandemia. In chiave di contestazione dei dpcm, decreti dell’esecutivo non discussi né approvati in Parlamento, con obblighi forzosi di notevole rilevanza. Pur senza dichiarare lo stato d’emergenza. Come a dire l’emergenza continua – la stasis della filosofia accademica - cara a Agamben, uno dei contestatori radicali dei dpcm: una sorta di stato d’assedio permanente.
Mauro Bonazzi dice le ragioni della riproposta nell’introduzione: “Non viviamo tempi facili. Ma forse non sono mai facili i tempi in cui gli uomini vivono”. In rapporto ai bisogni, variati e variabili. Agli eventi – la realtà - con cui confrontarsi permanentemente. E il rapporto con gli altri - il “confronto con chi la pensa diversamente”.
“Non ricominciamo la guerra di Troia” è un breve scritto alla vigilia della guerra nel 1939 - l’anno dopo “L’Iliade o il poema della forza”. “L’ispirazione occitana” richiama il messaggio di Cristo: riconoscere la forza, e rifiutarla - “Riconoscerla come unica sovrana di questo mondo e rifiutarla con disgusto e disprezzo”. Simone Weil è qui già alla fase ultima, del misticismo disincarnato.
Ne “L’Iliade”, il poema di fondazione dell’Occidente, argomenta l’inconclusività della violenza, che pure si impone - “La forza trasforma chiunque da essa venga toccato”: non è una soluzione, se non distruttiva. Omero vi rappresenta non atti di eroismo, né l’imperscrutabilità del divino, ma la Forza, che rovina chi ne usa e annienta chi la subisce. Senza magnanimità. Senza perdono. Per la forza del diritto.
Simone Weil, Il libro del potere, Chiarelettere, pp. 128 € 10.

martedì 1 febbraio 2022

Niente destra senza centro

Non c’è centro-destra senza il centro. L’eclisse del centro del centro-destra, cioè Forza Italia, cioè Berlusconi, è in atto da tempo, dal voto del 2013, e più ancora dal 2018. Il centro-destra è sempre maggioritario, ma senza un accordo, se non fittizio, e senza una leadership. Senza centro. Il collante e il garante, oltre che l’indispensabile ingrediente.
Il voto europeo sembrava un’investitura a questo ruolo di Salvini. Che però ha solo beneficiato di una posizione di rendita, del voto a tentoni del centro in cerca di una leadership. Attesa presto delusa, Salvini ha continuato a essere quello che è, tutto e il contrario, volatile e anzi confuso – pro o contro la Ue, o solo per i soldi, etc.
C’è ora un vuoto al centro. Oppure no: attraverso Renzi (governo Draghi) e Calenda (elezione romana) il centro sembra basculare verso sinistra. Sarebbe anche normale: Forza Italia era un contenitore composito, ha raccolto perfino notevoli ex comunisti, specie i filosofi, tenuto assieme dall’accomodante Berlusconi, che ora inevitabilmente si divide.

Cronache dell’altro mondo – valorose (170)

Il “valore” di Tesla supera quello combinato di tutti i produttori mondiali di automobili, Stellantis, Toyota, Vokswagen, Gm, Ford.
C’è la pandemia. C’è l’inflazione. Anche da salari. La produzione è bloccata da troppi colli di bottiglia: approvvigionamenti difficili, materie prime scarse e care, idrocarburi compresi, forza lavoro insufficiente. Si minaccia pure una guerra contro la Russia. Ma le Borse sono ottimiste. Con un record a gennaio di 37 mila punti. Per la precisione: “Storicamente, lo Unites States Stock Market Index (US 30) ha raggiunto un record storico di 36.960,91 a gennaio del 2022”.
 Per non dire della catena di sant’Antonio, doppiata dal gioco delle tre carte, delle criptovalute e degli Nft, gli oggetti unici, che si propongono come la quintessenza della sapienza finanziaria - immagini digitali di scimmie, talmente uniche che si vendono a decine di migliaia.

Venezia e Polesine, l’ombra pedofila sulla bellezza

Finisce a pesce la fiction sui bambini circuiti e rapiti dall’internazionale pedofila. Con tre tragedie in cinque minuiti: l’“arrivano i nostri” a salvare da morte certa uno dei due cacciatoti dei pedofili, “Daniele” (Alessandro Roia), la scoperta che la rete fa capo alla coordinatrice delle indagini, mentre l’altra protagonista, la scoperta che l’indomabile “Elena” (Vittoria Puccini) ha proiettato sui ragazzi scomparsi la morte del suo proprio figlio per un incidente di strada.
Ma la miniserie rimane nella memoria per l’ottimo taglio della suspense. Con la vicenda in parallelo di amicizie adolescenziali fortissime, bellissime. Sullo sfondo di una Venezia scintillante, negli esterni e ancora di più nei fastosi interni. E di un Polesine mai visto nella sua seducente bellezza, umbratica e tragica.
Difficile ora un seguito?
Ciro Visco, Non mi lasciare, Rai Cinema

lunedì 31 gennaio 2022

Appalti, fisco, abusi (215)

Con la discussa acquisizione Sai-Fondiaria, Unipol, l’assicurazione della Lega delle cooperative, è diventata la prima nel ramo danni. Con la maggioranza di Bper, l’ex Popolare Emilia Romagna, che a sua volta acquista Carige, e con la maggioranza relativa della neo spa Popolare di Sondrio, sorpassa Unicredit per numero di sportelli, bancari e di bancassurance. Secondo gruppo italiano. Per virtù della politica?
Certamente sì nel fallimento pilotato della vecchia proprietà Sai. L’acquisto di Carige, respinto dal Fondo Interbancario Tutela Depositi su basi tecniche, si fa per decisione della Banca d’Italia, cioè del governo.  
 
L’app My Tim e l’analogo sito si rifiutano di iscrivere l’addebito della bolletta in automatico sul conto bancario, procedura che si penserebbe sia nell’interesse dell’azienda.
Bisogna ricorrere all’agenzia Tim, dove un impiegato servizievole impiega 28 minuti, mezzora delle sue sette ore di lavoro, per la pratica.
Venticinque dei 28 minuti sono presi dai tentativi di addebitare la bolletta su carta di credito, come è previsto dal prospetto. Tim non accetta Visa, Mastercard, American Express. Cioè non accetta carte, solo addebiti sul conto (purtroppo non contestabili, se non attraverso una procedura legale), mentre dice il contrario.  
L’inefficienza va di pari passo con l’imbroglio.
 
Poste Italiane consegna la raccomandata indirizzata al patronimico seguito da un solo nome di battesimo. La raccomandata rivelandosi un vaglia, a validità temporale ridotta, di cui si chiede quindi il cambio, Poste Italiane si rifiuta di pagarlo perché sul documento d’identità il patronimico è seguito da due nomi di battesimo. Detto nel linguaggio di Poste Italiane: perché ha consegnato la raccomandata, se l’identità non è sicura?
La consegna della raccomandata estingue il debito di chi ha inviato il vaglia. Mentre Poste Italiane, con questo semplice trucco, si tiene l’ammontare pagato.

Ombre - 599

Venerdì gruppi di studenti si sono raccolti al Pantheon a Roma per organizzare un corteo fino a Trastevere, ministero dell’ Istruzione, di protesta per la morte del giovane Patelli in fabbrica. Tutto autorizzato, assembramento e corteo. Ma quando la piazza si è riempita la Polizia ha chiuso le vie d’uscita (è facile, piazza del Pantheon è piccola) h cominciato a manganellare. Ragazzi miti, né violenti né facinorosi. Alcuni dei quali sono finiti in Pronto Soccorso. Silenzio totale delle cronache romane, altrimenti sensazionalistiche, “il Messaggero”, “la Repubblica”, “Corriere della sera”. Ordini del capo della Polizia Giannini? della ministra Lamorgese?

Ordini probabilmente no: i cronisti non sanno cosa succede e non gli interessa: prendono le notizie già scritte dal capo della Polizia.

 

Delle manganellate, che pare si siano avute anche a Milano, Napoli e Torino, i giornali parlano solo oggi, dopo che ieri sera il segretario del Pd Letta, ha lamentato “l’increscioso incidente”. E giusto per riferire di Letta, poche righe.  

 

Letta è intervenuto su insistenza dei genitori dei feriti, tutti dunque Pd, “governativi”. Ma è al corrente delle circolari ultimative che il suo ministro Bianchi, calato a Roma senza competenza specifica, se non di essere un prodiano, manda ai dirigenti scolastici acculandoli a imprecise ma minacciose “responsabilità” a seguito di “occupazioni”? Si vede che il Pd è giusto il suo nome, un partito molto democratico.

Ci sono stati ministri di Berlusconi, anche di Fini, al posto del settantenne Bianchi, e non hanno avuto obiezioni, l’autogestione non è un delitto.  

 

Come già con Telecom, e con Unicredit, c’è gazzarra tra gli azionisti attorno a Generali. Incuranti della gestione, il grande gruppo assicurativo (ex) europeo acculano alle quote azionarie, alle beghe tra soci. Il mercato si nutre di queste faide. Bisognerebbe pensarci, quando si definisce il mercato l’assetto più produttivo. Generali, come Telecom un tempo, come Unicredit, ha (dovrebbe avere) una platea di stakeholder molto più ampia, e con più diritti, degli azionisti – la proprietà non è tutto, e non è nemmeno il meglio.

 

“Di certo i soldi sul conto si svalutano almeno di un 2 per cento l’anno, se l’inflazione torna al target Bce. Proiettando la stima sui 1.800 miliardi giacenti sui conti, il danno emergente è 36 miliardi annui. E non è tutto. Quei soldi, investiti anche solo all’1 per cento, potrebbero creare un effetto ricchezza da 18 miliardi l’anno. In tutto parliamo di circa 54 miliardi l’anno di ricchezza in fumo”, Alessandro Foti. L’amministratore delegato di Fineco ha un conflitto d’interesse, lui investe i soldi degli altri, ma quello che dice è chiaro: l’Italia è ancora, impoverita, alla deriva, allo sbando, in trent’anni passata da quarta o quinta potenza economica mondiale a nona o decima, dietro la Corea del Sud per pil pro capite, il paese dello spreco.

 

È giusto che i caraibici e i sauditi gareggino all’Olimpiade invernale, e quindi si fanno gare truccate per qualificarli. Ma pagano per questo, almeno i sauditi?

No, la cosa è seria, è parte dei diritti - delle minoranze: il genere Onu, Tonga come Usa. Ma perché perdere tempo con le qualificazioni: se tutti hanno diritto a tutto, perché non gareggiare a porte aperte? Chi vuole, corre.

 

Feltrinelli vende il “Caruso” di Alagna a 19,99 euro in libreria, e a 12,68 sul sito – senza spese postali. Hanno deciso di chiudere le librerie?

 

Curioso, Aspesi continua a pubblicare sul “Venerdì di Repubblica” lettere di sdegno contro Berlusconi al Quirinale, “il vecchio satrapo”, eccetera, due settimane dopo che Berlusconi se n’è tornato a casa, cioè in ospedale. I tempi di fattura di un settimanale sono lunghi, ma non di tre giorni, non di quindici. Sono più lunghi i rancori, femminili nel caso? O basta Berlusconi per mandarsi in paradiso, anche se non ha più i denti? Certa sinistra si eccita ai roghi che s’immagina.

 

Non c’è solo l’Ucraina, anche la Scandinavia, dopo i Baltici, è minacciata.  “Un attacco contro la Svezia non è da escludersi”, dice il ministro svedese della Difesa, che ha anche un nome, Peter Huktqvist. Ci sono stati dei droni a curiosare sopra una centrale nucleare, e la Marina svedese si è messa in allarme. Si teme uno sbarco nemico, cioè russo, tre navi da sbarco russe essendo entrate nel Baltico, che è peraltro un mare mezzo russo.

L’inverno è rigido a Nord, ma scaldarlo con una guerra? Nucleare?

 

È andata invece a lieto fine la vicenda del cavo sottomarino scomparso al largo della Norvegia. È stato ritrovato a qualche km. di distanza, trascinato fuori sede forse da un peschereccio. Che, questo non si dice, pratica la pesca a strascico, proibitissima.    

Quando il maschio era super

Una lettura, si direbbe, di attualità. Non c’entra con i femminicidi, con la concezione moribonda e truce della maschilità: il papa di “Ubu” vuole sole gonfiare la parola amore, in situazioni anche strambe. Ma tutte proietta dal punto di vista dell’uomo. Un’anamnesi quindi utile in questa fase di eclisse maschile. Per sapere com’eravamo, come avremmo potuto essere.  
“’Il supermaschio’, può essere letto in molti modi, tutti assolutamente legittimi. Come sempre in Jarry, anche in questo racconto fantastico c’è tutto (o quasi) e il contrario di tutto. C’è l’amore non corrisposto dell’uomo per le macchine, e c’è la macchina per ispirare l’amore. Ci sono le fantasie dell’adolescenza, riassunte nella frase con cui inizia il racconto: ‘L’amore è un atto senza importanza, perché lo si può fare all’infinito’. C’è la donna, vista dapprima come preda e accettata poi come rivale e come benevola padrona. Ci sono i limiti del Progresso e quelli dell’uomo. C’è la passione di Jarry per gli sport. Ci sono, lontani e sfocati sullo sfondo, il Superuomo di Nietzsche (‘Così parlò Zarathustra’ è una delle opere-chiave di quegli anni) e Superman l’eroe dei fumetti (che ancora non è stato inventato ma che ha in André Marcueil un suo precursore). E c’è perfino, in filigrana, una storia d’amore: perché no? Una banalissima e comunissima storta d’amore. Chi, almeno una volta nella vita, non si è sentito supermaschio (o superfemmina)?”.
Così Sebastiano Vassalli, che ha prefato la seconda edizione Bompiani del “Super Maschio”. La prima, per la collezione Il Pesanervi dello steso editore, 1967, era 
 “Super Maschio”, e la firmava Giorgio Agamben, venticinquenne, traduzione e prefazione.

Alfred Jarry era “piccolissimo di statura”, ricorda Savinio, “Scatola Sonora”, 77: “Abitava” a Parigi “un appartamento che il suo padrone di casa, per ragioni di economia, aveva tagliato a metà nel senso orizzontale”. Si entrava in casa sua curvandosi.
“Strano personaggio, che si rappresentava da se stesso la commedia di un’esistenza letteraria spinta fino all’eccesso”. Così lo presenta Rachilde, la temibile Marguerite Eymery, nel mentre che gli dedicava tutto un libro, “Le Surmâle des lettres”, del papa di Ubu professandosi “l’amica fedele e lucida”: “L’eccesso era tutto il suo regime”.
Alfred Jarry, Il supermaschio, Bompiani, pp. 147

domenica 30 gennaio 2022

Secondi pensieri - 472

zeulig


Esorcismo – È in realtà il fatto religioso. La preghiera, la celebrazione, il formulario, anche il sacramentario. D i che? Di chi? Dell’uomo-materia, dell’essere (vita) materia, che l’essere umano risente come limite, vincolo, ostruzione, ostile,
Una via di fuga. Un’avventura. In un altrove che è di sua fabbricazione.   

Germania greca – È creazione recente e particolare, del seminario di Tubinga: di Hegel che si proporrà di far rinascere la filosofia greca nella filosofia tedesca, e del suo grande sodale Hölderlin, talmente immedesimato nell’antica Grecia da far confluire non solo i destini nazionali ma anche la lingua tedesca in quella greca – ionica? attica? Heidegger porterà all’ennesima potenza – un diversivo, dovendosi riciclare dopo il nazismo? – l’identificazione, di Hegel insieme con Hölderlin, che ripropone in quella chiave. 
Eppure, Nietzsche l’aveva spiegato, che, se davvero s’intende la Grecia, si sa che da tempo è finita, e per sempre. Morto è senz’altro Socrate col socratismo, come il giovane Nietzsche sapeva: l’intelligenza è decadente, la democrazia la sospetta.
Nietzsche, che del greco “conosci te stesso” disse: “Questi greci hanno molta roba sulla coscienza, la falsificazione era il loro lavoro vero, e tutta la psicologia europea è malata di superficialità greca”. Ma, filologo in cattedra, prese per greci i Nibelunghi di Wagner, il classicismo può essere approssimativo fra i tedeschi, che pure l’hanno inventato.
Del “professor Hegel” il “dottor Schopenhauer dice: “L’autore butta lì le parole, il senso ce lo deve mettere il lettore”.
 
Mito - Il mito greco è poco greco: non sono amabili le mitologie, che sono classificazioni, di dei e eroi che si ricordano per una sola azione, la passione unica che è ripetizione, spaventosa.
Privilegio – “Etimologicamente, «privilegio» è una cosa che avviene fuori della legge, senza la legge”, nota Sciascia, “Fuoco all’anima”, 30. È un vantaggio, una prerogativa (esclusiva), una posizione o un emolumento, fuori della norma, e non regolata da leggi. Molti privilegi sono dei giudici. 
 
Religione – È la prima fantascienza. La più fine, anzi sopraffina rispetto al genere letterario, intelligenza artificiale compresa. Che si impone con l’incredulità.
Si va dal più al meno. Da un sentimento elevato della vita a uno di bracci di ferro, fino ai missili atomici, le droghe, e i corpi come telai meccanici. Anche in funzione pedagogica, di nutrire “scarti di vita” (Primo Levi), questa evoluzione è limitata e scadente.
Primo Levi è di parere opposto (“Conversazioni e interviste”, 116): “La materia è anche una scuola, una vera scuola Combattendo contro di lei si matura e si cresce. In questo combattimento si vince o si perde e a volta a volta la materia è sentita come astuta o come ottusa, senza che ci sia contrasto, perché sono due aspetti diversi”. No, è lo stesso limite, la materia può essere metafisica, ma è sempre limitata, un solido. Nella sua morbilità (degenerazioni, deperimenti, disfacimenti) e anche nei suoi piccoli moti vitali (creativi).     
 
Tolleranza – È la ragione. “Tolleranza e ragione coincidono” è l’esito della ricerca di Primo Levi sulle radici del male (“Conversazioni e interviste”, 168) - lunga, insistita indagine. È misura. E disposizione critica, delle proprie idee e ambizioni comprese. Capace di contestualizzare.
Un mondo di mondi ragionevoli – critici. Anche violento? Per ristabilire la misura – la tolleranza non tollera la prepotenza. Da qui l’insofferenza per l’integralismo delle minoranze che si impone.
Accettabile nella misura. Fino cioè a che ristabilisce gli equilibri: il “razzismo antirazzista” dell’ “Orfeo nero” di Sartre - che mai si cita, si cita solo Fanon, il gesto repulsivo, anche se si fa integralista.  
 
TraduzioneNon si saprebbe trascurare in filosofia – soprattutto in filosofia. Per la filosofia greca come per la tedesca, che a essa si vuole affine, ma un po’ per tutta la filosofia, che opera per sottigliezze.
Si prenda Heidegger: “La rappresentazione storicizzante della storia come successione di eventi impedisce di sperimentare in quale misura la storia vera è sempre, in un senso pienamente essenziale, pre-senza”. Che sembra concetto intraducibile, e quindi incomprensibile: la Gegen-wart è tutt’altra cosa da pre-senza, il non-c’era-del-non-c’è, e non si può tradurre in altro modo. Ma pre-senza è avvenire, in quanto esigenza dell’iniziale. Ciò che “ha una storia” è coinvolto nel divenire. Ciò che “ha una storia”, egualmente, può “fare storia”. Storia significa inoltre la totalità dell’ente, che col tempo muta e, distinguendosi dalla natura, abbraccia le vicende e le sorti degli uomini. Infine, è “storico” pure il tramandato come tale.
“Lo svolgimento della storia cade nel tempo”, avrebbe detto Hegel: “Solo il presente è, il prima e il dopo non sono. Ma il presente concreto è il risultato del passato ed è gravido di avvenire. Il vero presente è quindi l’eternità”. Abbiamo storia solo se sin dall’inizio essa diviene l’essenza della verità. La storia è avvento di ciò che non ha cessato di essere. E il genitivo, nel caso, è soggettivo: avvento da parte di ciò che non ha cessato di essere.
Essendo Heidegger un filosofo tedesco, avrebbe l’obbligo a questo punto di aprire una lunga parentesi, su “vero” e “concreto”, su “presente vero” e “presente concreto”, su “essenza” e su “verità”. Nonché sulla traduzione, che è la vera lettura, si sa, quella che riempie “i silenzi del testo”, direbbe Ortega y Gasset, dal greco al tedesco, e dal tedesco alle altre lingue. Anche per il dubbio, a fronte dello scarso ascolto in patria, che la sua filosofia sia opera dei traduttori. I quali, i francesi per primi, stanchi o impossibilitati a comprendere, a partire da Sartre (che però evitò la traduzione, e perfino la citazione), tradurrebbero parola per parola, producendo nel suo campo filosofia come una forra di giardini promiscui, dilettevoli per abbondanza, carnosità, mistero, se non per le geometrie.


Umorismo – Sciascia lo dice “una chiave di speranza”, a proposito di Pirandello, e anche di Kafka: “Scoprire i risvolti comici della vita e riderne, non è pessimismo” (“Fuoco all’anima”, 106-107). Dell’umorismo specificando: “È il sentimento del contrario. Così dice Pirandello. Ogni cosa è rivoltabile. Qualunque cosa ha il suo contrario; da qui il senso dell’umorismo. Heine lo dice in modo più brutale: l’umorismo è mostrare il volto in lacrime e poi il sedere!”.
Diverso il comico: “L’umorismo è un sentimento, il comico è una situazione diversa, in cui chi lo pratica prova un senso di superiorità rispetto a quelli che sono i personaggi, gli oggetti della comicità. Nella rappresentazione del comico c’è sempre qualche manifestazione di superiorità”.
Di più Sciascia riprende Hobbes: comico è l’improvviso riconoscimento della nostra superiorità sugli altri.
Altro dall’umorismo è anche l’ironia, distingue Sciascia, il razionalista non si permette che l’ironia: “Gli illuministi non conoscono l’umorismo, conoscono l’ironia. …Il razionalismo non consente il capovolgimento umoristico. Il razionalismo genera sempre il distacco dell’ironia. Perché la realtà non corrisponde alla ragione” – id. 108.

zeulig@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo – censorie (169)

In un breve scritto del 1967, “Per una guerriglia semiologica”, Eco delineava – e rigettava – la possibilità che il bombardamento mediatico, specia a opera di fonti irrilevanti o minime, potesse condizionare il pensiero e le azioni, senza appello possibile, o resistenza. Uno scenario che alcune critiche della società di massa prospettavano e che Eco giudicava “apocalittico”. Ma è quello che succede ordinariamente con i social e le media communities oggi, mutata la temperie culturale, politica. Che possono promuovere quello che in teoria censurano. Esercitano cioè la vera censura, inappellabile – è vero complotto il loro “complotto”.
Twitter non dà la ragione del blocco di un tweet o la cancellazione di un account. Blogger, questa piattaforma, la dà ma senza possibilità di dialogo.
Un caso: “Abbiamo ricevuto una richiesta di revisione per il tuo post intitolato "Paghe basse e precarie addio, è un’altra globalizzazione". Abbiamo stabilito che viola le nostre norme e 
abbiamo annullato la pubblicazione dell'URL 
http://www.antiit.com/2018/01/paghe-basse-e-precarie-addio-e-unaltra.html, 
rendendolo non disponibile per i lettori del blog.
Perché la pubblicazione del tuo post del blog è stata annullata?
I tuoi contenuti hanno violato le nostre norme relative a malware e 
virus”. 
Perché è una censura? 
La ragione è falsa: avendo pubblicato oltre 11 mila post su blogger l’amministratore del sito non può essere ritenuto un hacker.
È compito della piattaforma rilevare e eliminare malware e virus. 
“Abbiamo ricevuto una richiesta” che vuol dire? Da chi e perché?
Ma con la “comunità”, come blogger si definisce, non si può interloquire. 
Proviamo a riproporre il post, che all’esame Norton non risulta contagioso:

Paghe basse e precarie addio, è un’altra globalizzazione

Lavoro e salario qualificati, la globalizzazione cambia rotta dopo trent’anni. Negli stessi Stati Uniti che negli anni 1980 la imposero al mondo. L’America First di Trump si configura come un disegno coerente. E uno che potrebbe innovare positivamente per le economie “mature” (sindacalizzate, strutturate, protette, a reddito medio elevato) dell’Occidente, rispetto al precariato e all’immiserimento salariale che hanno fatto legge finora – ammesso che il presidente americano resista a sé stesso. Da destra un programma di sinistra: contro gli eccessi - il conformismo, la stupidità - del neoliberismo.
Da destra un programma di sinistra
Perché Trump sull’immigrazione, il più contestato dei suoi provved imenti, continua a raccogliere consensi? Da tutte le comunità, compresi gli immigrati recenti, e naturalmente gli ex “bianchi neri”, i bianchi poveri e non garantiti. All’immigrazione Obama ha lasciato porte aperte – gli Stati Uniti hanno accolto dal 2000 quasi il doppio degli immigrati in tutta l’Europa, che ha quasi il doppio della popolazione americana. In un quadro di precarizzazione del lavoro e del reddito, la sola strategia di ripresa, soprattutto nel settore dei servizi, dopo il crac del 2007.
Obama non era solo, e non è stato il primo. La Germania lo aveva preceduto di un paio d’anni, liberalizzando totalmente il mercato del lavoro, per frenare la delocalizzazione delle attività produttive, e aprendo le porte a un’immigrazione di massa – seppure con preferenze, verso i serbatoi di manodopera mediorientali, turchi e siriani in specie, meglio qualificati socialmente, e anche produttivamente. Come la Germania ha operato mezza Europa, Italia compresa, seppure di fatto, al di fuori di quadri normativi e sindacali – con gli “stati di crisi”, negoziati “in camera” tra le aziende e il governo - e senza criteri selettivi. Obama del resto percorreva la strada delle presidenze precedenti, specie delle presidenze Reagan e Clinton, che con i salari liberalizzati e le riduzioni fiscali (Clinton ridusse perfino la ritenuta d’acconto sui guadagni di capitale) alimentarono la più lunga espansione del Novecento - ma in un quadro a saldo positivo, molto: il reddito mediano delle famiglie aumentò nei sedici anni 1983-1999 di quasi un quarto, da 47 mila a 58 mila dollari (dopo gli otto anni di Obama era a 56 mila dollari).
Asiatizzazione
L’“asiatizzazione” del lavoro, si disse, il trasferimento delle attività manifatturiere, e di buona parte dei servizi, nelle grandi economie asiatiche, Cina, India, Vietnam, è imprescindibile per le economie già sviluppate se intendono restare nei mercati globali. E quello che la globalizzazione ha imposto nei primi tre decenni. Una scelta che, penosa per i più nei mercati industriali “avanzati”, anche per i lavoratori qualificati, si manifesta infine non produttiva economicamente: non si compra, non si spende, non si consuma. La ripresa stenta: gli investimenti ci sono, il motore è imballato, ma gira a vuoto.
Si prenda la Germania, che sulle paghe basse (ha otto-dieci milioni di persone sotto assistenza pubblica) e l’immigrazione a buon mercato ha capitalizzato nel dodicennio Merkel. A costo di un depauperamento dei ceti medi. La politica delle porte aperte ha evitato la delocalizzazione delle industrie, ma prospera solo sul lato esportazione. Insostenibile politicamente, passata l'emergenza post crac 2007, la crescita dell’opinione anti-porte aperte viene imputata a un rigurgito fascista, di cui non si vedono però segnali. Mentre è un movimento molto più ampio di quanto è l’estrema destra nazionalista. Comprendendo buona parte dell’elettorato cristiano-democratico e cristiano-sociale, i liberali, e la stessa base elettorale della Spd, il partito socialdemocratico. 
La Francia da molti anni ormai, il Belgio, l’Olanda, paesi tradizionali di immigrazione, hanno politiche restrittive. Non discriminatorie ma programmate. Resta l’Italia. Condizionata dalla sua difficoltà di decidere - si fa poi si vedrà. E in parte dal papa, che però ha solo presente l’aspetto umanitario - distorto: l’emigrazione di massa illegale è in parte indotta, da false rappresentazioni e false promesse, un ripiego e un sacrificio per molti, che sradica e quindi indebolisce il patrimonio umano, le risorse umane.
Grande Irlanda, senza protezionismi
La delocalizzazione Trump combatte, invece che col lavoro immigrato a buon mercato, con le stesse armi dei paesi-attrazione: gli incentivi fiscali e sociali. La sua riforma fiscale fa degli Usa una sorta di grande Irlanda, di grande Lussemburgo. Senza essere protezionismo. Non è la fine della globalizzazione. E in un certo senso ne è l'estensione. Utilizzando altre armi della stessa, invece di quella usata finora, basse paghe e lavoro precario.
Gli Stati Uniti, che il concetto e la pratica della globalizzazione imposero al mondo negli anni 1980 (normativa della World Trade Organization, asse con la Cina), hanno la capacità di cambiare le regole. Gli strumenti finora utilizzati, controllo dell’immigrazione, riforma fiscale, senza protezionismi, sono insindacabili di diritto. Né lo sono politicamente gli obiettivi: stabilizzare il lavoro, migliorare le retribuzioni. 
Gli effetti sono già visibili nei piani d’investimento americani. In quelli che più fanno notizia. I big californiani della rete, pur oppositori di Trump, hanno subito annunciato piani multimiliardari di sviluppo negli Usa, invece che in Irlanda e altri paradisi fiscali e retributivi. Solo Apple investe 350 miliardi - che forse è un errore di stampa: ma anche 35 miliardi, anche 3,5 miliardi sono una cifra enorme. Contente anche di pagare montagne di dollari di “repatriation tax” – lo scudo fiscale di Tremonti dieci anni dopo. Le case automobilistiche americane, General Motors, Fca, Ford, hanno prontamente elaborato piani d’investimento di due e tre miliardi per fabbriche negli Usa.


Brutta copia di Bud Spencer e Terence Hill

Jean Dujardin si diverte, lo spettatore meno – così pure, è da supporre, i critici, cui fu propinato come evento di chiusura all’ultimo festival di Cannes. Una parodia della parodia. Più che di 007, di Bud Spencer e Terence Hill, trasposti in Africa invece che nelle Americhe, e altrettanto svagato, ma senza ritmo. Un film si direbbe controvoglia - eccetto che per Dujardin, al quale si deve probabilmente l’esumazione della serie, che però non ce la fa.
L’unico interesse è che si può essere scorretti con l’Africa, da qualche tempo seppellita nel conformismo. In Francia perlomeno si può. Dove peraltro gli africani sono numerosi: loro sanno di che si tratta, e giustamente non protestano, essendosi imbarcati per la Francia?
Quindici anni fa due episodi del falso 007 avevano avuto successo. Con Dujardin, diretto da Hazanavicius. Poi la coppia cambiò registro, col film premio Oscar in bianco e nero “The Artist”.  Anche Bedos è uno premiato: con “La belle Époque” ha sbancato ai César, gli Oscar francesi. Ma forse far ridere è più difficile .  
Nicolas Bedos, Agente speciale 117 al servizio della Repubblica – Allarme rosso in Africa Nera, Sky Cinema