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sabato 11 dicembre 2010

Emma al capolinea a marzo

Marcegaglia che coalizza i piccoli della Confindustria attorno alla Fiat non sembrerebbe possibile, e invece è quello che sta avvenendo. Al costo perfino di mettere a repentaglio la sua ricandidatura a un secondo mandato. Quello attuale scade nel 2012, ma le candidature partono a marzo-aprile e per quella data dovrà affrettarsi a riguadagnare molte posizioni fra gli associati di Federmeccanica. Rischia una assemblea deserta o protestaria a maggio, e un anno di presidenza senza autorevolezza. Non sono piaciute nel comparto automotive, il più grosso di Federmeccanica, e a molti soggetti di altri comparti di Federmeccanica in Piemonte e nel Veneto, le difficoltà frapposte dalla presidente di Confindustria alla Fiat e a Marchionne per flessibilizzare la produzione a Mirafiori.
La richiesta di Marchionne, di portare da 40 a 120 il tetto annuale alle ore di straordinario, non è ritenuta incompatibile con la protezione sindacale del lavoro, solo adeguata alla flessibilità già accettata dai sindacati sui mercati esteri, in Germania e negli Usa. Con la certezza, naturalmente, che un eventuale referendum sarebbe avallato dai lavoratori a larga maggioranza. Inoltre, non è piaciuto che la presidente di Confindustria si sia defilata al momento in cui la Fiom-Cgil rompeva le trattative a Mirafiori, dietro imprecisati impegni americani, per far mancare alla Fiat il suo appoggio. Viene infine accantonata sprezzantemente la ragione che la presidenza della Confidustria adduce alla sua semi-latitanza: l’opposizione di Federmeccanica a un contratto specifico per il settore auto, come se la sua accentuata internazionalizzazione non lo giustificasse. La ragione vera del mancato intervento di Emma Marcegaglia è vista nelle sue ambizioni politiche con l’opposizione di Casini, e ora di Fini – che per i “piccoli” è fumo negli occhi. Marchionne invece viene assolto, malgrado la mossa di sospendersi dalla Confindustria sembri eccessiva, forse ideologica. In realtà sarebbe obbligata: l’investimento a Mirafiori sarà congiunto, Fiat-Chrysler, e Chrysler è tornata in bonis dimezzando il costo del lavoro, che ora è di un 20 per cento più basso a Detroit che a Torino.

L'eleganza di Nabokov all’epoca del riserbo

Scritto a partire da 1936, pubblicato nel 1951 negli Usa col titolo “Conclusive evidence” e a Londra con questo titolo, riscritto dopo “Lolita”, romanzo “di consumo” che muta il pubblico di riferimento e la scrittura di Nabokov, ripubblicato in forma definitiva (ma con variazioni tra l’edizione americana, quella inglese e quella russa) nel 1966, quindi arricchito di un capitolo sedicesimo, l’ultimo, da qui l’esigenza di questa riedizione Adelphi, in cui Nabokov “si scrive” in forma di recensione alla prima edizione (tradotta subito, nel 1963 da B. Oddera per Mondadori). Insomma, un libro di memorie recalcitranti. Dell’epoca ancora del riserbo. O dell’eleganza del dandy, fisica, intellettuale, morale, onesta anche nel ricordo, non rancoroso - anche di proposito, per igiene mentale, a partire dalle genealogie. Prima dell’“impulso a confessare” indotto da Freud - che qui abbondantemente si dileggia. L’ancien régime in immagini, come è caratteristico della narrativa di Nabokov, o medaglioni, anche fotografici (l’ultima foto spensierata coi fratelli e le sorelle è di novembre 1918) con didascalie d’autore, ma senza nostalgia o rimpianti, di un ragazzo che giocava da portiere nella squadra di calcio. In una San Pietroburgo in cui erano italiani il gelato, gli occhiali, e il circo Cinizelli. Tra Leon Bakst, Benois e altre stelle di prima grandezza. Sapendo che “per goderci la vita non dovremmo goderne troppo”. Nabokov si fa vedere dopo “Lolita”, un uomo di mezza età appesantito e con radi capelli, ma fu sempre un bell’uomo, svelto e agile benché colto e posato. Che si è sempre divertito, malgrado tutto. Qui per ultimo, nel famoso capitolo sedicesimo, spiegando come avesse già parlato di se stesso nel quindicesimo, nominandosi Sirin, lo pseudonimo adottato per le opere scritte in russo, che i marxisti, qualora ce ne fossero ancora stati, avrebbero criticato per la sua mancanza di coscienza sociale, mentre a Parigi e a Londra i “mistagoghi emigré” della rivoluzione criticavano per la sua mancanza di senso religioso. Dalla parte “giusta” in molte pieghe degli eventi, specie nella vita infine tragica del padre, ma troppo blasé per approfittarne. E anche per scrivere di sé: approfitta dei ricordi per sedici dei suoi levigati racconti. 
Vladimir Nabokov, Parla, ricordo, Adelphi, pp. 364, € 23

Fini contro gli ex: Alemanno è il primo

“Il Messaggero” e la Procura di Roma non danno tregua ad Alemanno: sotto inchiesta va l’Ama dopo l’Atac, o viceversa, poi ci saranno le consulenze e infine - ma non è detto, qui le associazioni dei costruttori vigilano – gli appalti. È solo un caso, non c’entra il fatto che l’editore e immobiliarista Caltagirone abbia avuto dal sindaco le varianti al Piano regolatore che voleva (il potere non si deve mai privare del potere di ricatto). E ora voglia Acea, niente di meno, alle sue condizioni, cui Alemanno tenta di resistere. Né che il Procuratore Capo di Roma sia amico di Fini, e quindi in questi giorni nemico, nemicissimo, di Alemanno. Non vale naturalmente il fatto che le assunzioni all’Ama e all’Atac si siano “sempre” fatte così, senza che “Il Messaggero” o la Procura aprissero inchieste. O che Alemanno abbia pur sempre dimezzato le consulenze che ha ereditato.
È il primo caso di faida all’interno dell’ex Msi-An, e non ha nulla di meno della ferocia delle vecchie faide Dc – da questo punto di vista l’eredità è certa. L’entourage del sindaco è certo che l’attacco parte da Fini: non hanno nessun dubbio in proposito. I due non erano in sintonia ai tempi del Msi, figurarsi ora, si dice. L'accusa non è vera per il "Messaggero", che scopertamente tiene per Casini. Ma non manca di appigli nei rapporti tra Fini e Alemanno. La scarsa intesa personale tra i due si sarebbe tramutata in astio pesante da parte di Fini quando Alemanno vinse due anni e mezzo fa contro Rutelli la battaglia che Fini aveva sonoramente perso contro lo stesso Rutelli a sindaco di Roma. Alemanno ha sempre peraltro tenuto a diversificarsi dagli altri suoi ex “camerati”, dal tempo in cui ministro dell’Agricoltura, come uomo capace di fare, nel mezzo della generale inettitudine. Ma palesemente non si aspettava l’attacco concentrico cui è sottoposto, e forse lo sottovaluta.

La Rai in guerra per conto di Casini

Una radio venerdì minacciosamente muta, tutto il giorno, un orco che appare sugli schermi invece dei telegiornali, in rappresentanza dei sindacati, nel più puro Radio Tirana, duemila giornalisti superprivilegiati che si appropriano senza vergogna i problemi dei disoccupati e dei sottoccupati, tutto per creare il clima della manifestazione oggi contro Berlusconi. Nemmeno Berlinguer aveva osato far scioperare il sindacato dei giornalisti nel 1984 contro Craxi, si era limitato ad una “adesione spontanea” – che tempi!
Il solo spazio che si dà alle notizie è per dire che Di Pietro e compagni denuncia Berlusconi al loro giudice di Roma perché alcuni deputati lo voteranno martedì 14. Lo denunciano sulla base degli articoli che loro stessi hanno fatto scrivere, a cronisti compiacenti di giornali compiacenti. Allo stesso giudice che ha assolto Fini due ore dopo avere aperto un’indagine a suo carico - l’indagine più veloce della storia giudiziaria, nemmeno il tempo di scrivere il verbale. Poi si dà la colpa agli italiani di votare Berlusconi – e, se fosse possibile, anche Putin. O alla Fiat di cancellare i diritti dei lavoratori, vincendo i relativi referendum.
La Rai trinariciuta è però più casiniana che democratica. E allora la domanda è: non lavora sotto sotto per portare alla ragione Berlusconi? Cioè a un accordo con Casini invece di Fini? Che tempi! Bisogna ricordarsene fra un mese, quando chiederanno un aumento del canone.

venerdì 10 dicembre 2010

La sfiducia sulla sfiducia dei finiani

A questo punto non potrà non proporre la sfiducia, che ha concordato con gli altri giganti del Nuovo Centro, Casini e Rutelli, e non potrà non votarla. Ma se Berlusconi facesse un minimo di apertura, almeno un rimpasto se non una crisi di governo, nel dibattito parlamentare potrebbe anche fare un passo indietro… Si dice per dire, perché cosa pensi Fini nessuno lo sa, né si occupa di sapere. Ma tra i suoi è finita presto la baldanza dei primi momenti di sfida a Berlusconi.
Due i motivi del ripensamento. I grandi giornali non li cercano più. Per il motivo che i “futuristi” non fanno più pubblico. Che potrebbe essere vero, e il segno anche più certo dell’incertezza del futuro. Ma il sospetto è forte, soprattutto fra i transfughi dell’estrema destra, contro i “poteri forti”: che i giornali, cioè le banche, la Fiat, si siano serviti di loro per mettere in crisi il governo. Soprattutto però pesa il fatto che lo zoccolo duro, gli ex fedeli del Msi, abbiano risposto polemicamente dove sono stati interpellati. Il compito è stato più difficile per Silvano Moffa a Roma, incalzato dalle truppe di Alemanno e da quelle di Storace. Ma anche in provincia la risposta della base è stata ostile. Angela Napoli, che si è precipitata ad aprire circoli di Futuro e Libertà nelle circoscrizioni di riferimento, la piana di Gioia Tauro, ha ricevuto una serie di no, e anche di contestazioni. In Calabria “mettersi coi comunisti”, che nella regione non hanno smesso la faziosità (antimafia, appalti, assunzioni), è ancora un “delitto” a destra. Lo stesso ultrà antiberlsuconiano Fabio Granata avrebbe ricevuto in Sicilia solo eloquentissimi silenzi. Di diverso carattere, e quasi da sinistra, le contestazioni a Pollina, il siculo ex Monte dei Paschi, che ha costruito la sua carriera nei talk show, ma da sempre democristiano, e poi berlusconiano: ai moderati senesi, e alla stessa curia, non piace il suo schieramento con Fini, giudicato “contro natura”.
Ritornano così i dubbi su Fini. Che quando ha corso da solo ha sempre perso. Nel 1991 a Roma, città di destra, contro un Rutelli all’esordio. Nel 1999, sempre alle amministrative, con Segni nell’Elefantino. Anche chi si era illuso di avere trovato in Fini il nuovo Andreotti, intoccabile e immarcescibile, rifà i conti. La scommessa con cui Andreotti, per decenni confinato al ruolo di leader romano, s’impose a leader nazionale quarant’anni fa, è oggi improponibile: il recupero, attraverso Lima, dei voti della criminalità e della vasta area grigia a essa contigua, dapprima in Sicilia, poi altrove.

La colpa di Milano, a palazzo di Giustizia

È un classico del genere e anche di storia, questo “Classico del Giallo Mondadori” che si ripubblica dopo vent'anni ed è ancora reperibile in edicola. Sulla torva Italia di vent’anni fa, o piuttosto Milano, dopo il terrorismo e prima di Mani Pulite: la curvatura terribile che all’Italia fu data in punizione del Sessantotto. I protagonisti sono quelli di vent’anni prima, ingrigiti leggermente, molto professionalizzati: giudici, filologi, dottori. Col sospettato lasciato in carcere nella cupa lunga estate nera, soffocante, di Milano. Anzi nello Speciale, cioè in quella che i tedeschi definiscono deprivazione sensoriale, che a Milano è una sezione ordinaria di San Vittore, dentro il primo raggio: senza il senso del tempo e senza suoni. Per cena “il solito panino con una fetta di mortadella molliccia”. Mentre i giudici, e gli avvocati loro succubi, fanno i due mesi di vacanza d’ordinanza, sullo yacht, in Provenza, in Africa, in Puglia. C’è ancora il reato di favoreggiamento, l’accusa insidiosa che sarà poi sostituita dall’associazione esterna, per il comodo dei giudici. E c’è il noto Procuratore Capo “Fildiferro”, che tutti riconosceranno, accomodante e spietato – di nome fa Lo Popolo.
“La colpa” si legge di corsa come ogni buon giallo, ma per sapere dove e come il giudice ha sbagliato. È un libro carcerario, palazzo di giustizia compreso, a Milano. Il primo che dice le cose come sono. Senza rabbia a questo punto e senza rancori, ma nel dettaglio. La neghittosità dei giudici, incuranti delle persone e dei fatti, se non a fini extragiudiziali, l'accumulo di cause per far decorrere i termini, gli avvocati in carriera coi questo o quel giudice, il noto armamentario è già tutto qui. Si finisce quindi con malinconia: è il romanzo del carcere, di una città e di un universo della giustizia rappresi nei loro liquidi, sudori, sperma, umidità, senza mai un raggio di luce – se non il buonsenso di chi malvivente è davvero, per la legge e dichiarato.
Laura Grimaldi, La colpa, Giallo Mondadori, pp. 249, € 4,20

Breve storia politica della Repubblica

La storia politica della Repubblica è semplice: dopo essere stati trascinata al fascismo, dalle sinistre unite e dal re, da cui ebbero immensi benefici, ma poi anche tante guerre, compresa l’ultima, catastrofica, praticamente tre anni sotto i bombardamenti, con l’ignominia della persecuzione degli ebrei, gli italiani si sono sistemati saldamente al centro. Con una piccola ala destra, e una grande ala sinistra. Persuasiva questa, bene orchestrata, bene amministrata anche, al punto da trovarsi a un certo punto, nel 1976, ad avere quasi aver fatto suo il centro. Ma fu un momento, nel 1979 il partito Comunista cominciava il declino.
L’area politica moderata è ovunque decisiva, è il volano della democrazia parlamentare. Ma in Italia, dopo il fascismo, è specialmente vasta e durevole. Conquistata saldamente da De Gasperi, col sostengo fondamentale di papa Pacelli e il futuro papa Montini (l’Azione Cattolica, i Comitati Civici) , nel 1948, fu invano circuita da Saragat prima e Craxi dopo. Fino al colpo di mano di Scalfaro e dei giudici nel 1992, quando passò saldamente nel campo berlusconiano. Non per fede evidentemente nell’uomo politico Berlusconi, che è tutto e nulla, ma per la garanzia di un saldo presidio che l’uomo dà contro i precedenti estremismi, neo fascista e comunista. È in questa chiave, di rassicurazione, che il centro si schiera, e fa la differenza con gli appelli ormai universali al suo voto, ma senza affidabilità. Bossi, intervistato alla vigilia delle elezioni del 1992, proiettava il voto della Lega al 10 per cento nazionale, sbagliando di poco, e disse chiaro: “La Lega non siederà né a destra né a sinistra, ma esattamente al posto della Dc”: è in questa chiave, di conquista del Centro, che l’idea del partito Democratico nacque nel 2007, di una formazione in grado di dare affidamento al voto moderato.

giovedì 9 dicembre 2010

Problemi di base - 43

spock

Scalfaro, come già Montanelli, e ora l’onorevole Fini, vuole morire a sinistra: è Bersani che amministra l’olio santo?

Perché Veronica non ci dice com’è Silvio a letto? È l’unica che non ha parlato.

Che male ha fatto l’Alfa MiTo (macchina buonissima) a Santoro? E ai suoi cinque milioni di spettatori, o quindici?

È nata prima la Rai o la deprecazione? C’è la Rai nella Bibbia?

Perché non c’è Nietzsche in America? E in Inghilterra? Né Heidegger.

Perché non c’è un Nietzsche tedesco? E un Heidegger tedesco.

È più francese o tedesca la filosofia tedesca? O ebraica, anche se di lingua tedesca?

Non potrebbe Nietzsche spiegare ai tedeschi che non sono loro che pagano il nostro euro ma noi che paghiamo il loro?

spock@antiit.eu

L'America di “Repubblica” è un consulente, precario

Ben tre pezzi da Novanta di “Repubblica”, D’Avanzo, Greco e Rampini, da tre capitali, Roma, Milano e New York, senza contare il commento del direttore Mauro, per annunciare che “L’America condanna l’asse Cavaliere-Putin: «Esporta corruzione»”. Nelle pagine interne la titolazione non parla più di condanna del’America ma di “un’analisi del Dipartimento di Stato”. Nella corrispondenza dall’America Rampini mette a dura prova la sua integrità personale: prima dice che l’ex ambasciatore Spogli è allarmato da “rapporti di guadagno personale” tra Berlusconi e Putin, poi dice che Spogli sconfessa il rapporto, “è un’iniziativa personale” di chi l’ha scritto, poi dice che quel rapporto è “la bibbia della strategia americana” al Dipartimento di Stato, poi fa un elogio, con foto, del redattore del rapporto, infine spiega che il redattore in questione è un signore “cultore della materia” all’università di Yale, consulente occasionale del dipartimento di Stato. Insomma, un precario in cerca di consulenze.
Una prova una volta tanto di filoamericanismo quasi commovente. Ma si capisce la disaffezione del lettori: non tutto si può bere. La storia si può guardare anche dall’altro lato: che l’Italia ha bisogno della Russia (come della Libia), indipendentemente da chi c’è al governo. O “Repubblica” voleva fare, surrettiziamente, un elogio di Berlusconi?

Storia dolentissima di un grande successo

Storia insulsa. Anche come cronaca familiare. Scritta per giunta col solito sussiego, farcito di sciatterie: “Sognavo sempre di essere sempre il primo”, “un lieve passo indietro”, o non sarà piccolo, corto, perlomeno accennato?, “i levrieri conoscono il segreto incomunicabile della storia”, che sarà?, e si fanno“scatole e scatolette di ciniglia”, o non rivestite di ciniglia? Il tutto in un romanzetto di poche pagine, che si vuole un bijou. Ma è stato un successo enorme vent’anni fa. E il miglior libro straniero in Francia. Insoma, il mondo com'era è com'è.
Pietro Citati, Storia prima felice, poi dolentissima e funesta

mercoledì 8 dicembre 2010

La libertà del conservatore Pompeo è radicale

“Il potere è in quanto esiste”. È l’incipit a lungo celebrato, per allievi e non, di un breve denso saggio sul potere, otto cartelle dattiloscritte al “Cesare Alfieri” di Firenze, di un filosofo presto dimenticato, Pompeo Biondi. Vittima del confuso conformismo paracomunista che si stava per abbattere sulla cultura filosofica e storica dell’Italia negli anni 1960. Il potere è una negatività: “L’esistenza del potere è il suo essere, perché il concetto di potere è intimamente contraddittorio”. Analogamente contraddittoria è la “giustificazione” del potere, di una contraddizione duplice: “La posizione del potere «giusto», (cioè della giustificata negazione dell’«alter») implica l’accettazione dell’esistenza dell’«alter», e come processo della sua determinazione (e) come coscienza di sé”.
Non ci può essere potere giusto: “La nozione di potere «giusto» è contraddittoria ed il carattere di giusto non toglie la negatività essenziale al potere”. Il potere è un rapporto di costante negazione dell’“altro” da parte dell’ “ego”, e della sua ricostituzione: “Il potere può giungere, proprio nel suo esercizio legale, a deformare ed annullare la personalità, rendendo vane garanzie e limiti”. L’esistente del potere è la forza: “«Non v’è potere se non v’è forza» è la legge delle leggi del potere, che significa appunto: «il potere è la forza»”.
La riflessione sul potere è materia degli anni 1950, di dopo il fascismo, ingiustamente lasciata cadere, poiché è attorno al potere che ruota la democrazia, cioè la politica di questo e del secolo passato. E rispetto alle contemporanee, più fortunate, trattazione di Hannah Arendt, Russell, Bottomore, Adorno, e poi Foucault, quella di Biondi è la più approfondita e provata – durevole. È la più aperta anche, benché successiva a Popper e alla “Società aperta” - ma non alla sua divulgazione – e in linea con il costituzionalismo francese, di Constant e Tocqueville meglio che di Montesquieu.
La politica non è solo il Parlamento, è il modo d’essere della società, argomenta Biondi. E l’obbedienza non è l’esito delle dittature, è un fatto nuovo, connota le società complesse, e un’insidia sempre in agguato. “Soprattutto non giustificare mai il potere come strumento per la realizzazione di una società di giustizia e ragione”, avverte per esteso Zanfarino nella presentazione, che a Biondi fu vicino per molti anni: “Il potere giusto e razionale tenderà a diventare illimitato, e ciò vanifica ogni forma di equità e di ragionevolezza compatibile con i diritti dei cittadini. Le libere istituzioni non servono a creare una società giusta, ma solo a porre certe garanzie per lo sviluppo, sempre incompiuto e difettivo, di una società di giusti”. In una logica progressista: la libertà non è un bene da cui si viene (il paradiso terrestre) e che bisogna coltivare, ma una conquista da rinnovare e verso la quale progredire. In una concezione fondamentalmente anarchica: il potere, qualsiasi potere, è forza e esercizio della forza, che la libertà deve abbattere: “L’annullamento della forza è la realtà stessa dell’uomo, che è pensabile come tale solo se si nega il valore della forza (che appunto lo annulla)”. Una natura paciosa di uomo e studioso, politicamente un moderato, quale Giulio Cattaneo che lo frequentò in famiglia lo rappresenta nella postfazione, che la riflessione conduce un’anarchia radicale: “La libertà è la negazione infinita del potere”.
Pompeo Biondi, Studi sul potere, con pref. di Antonio Zanfarino, postfazione di Giulio Cattaneo, Rubbettino, pp. 197, € 8

Tutti gli uomini di Fini, nelle Procure

Andreotti redivivo Fini lo è certamente, se si limita il "divo Giulio" al politico di riferimento del generone romano. Dei grandi burocrati: i direttori generali, le Procura della Repubblica, i questori, i servizi segreti. Della burocrazia cosiddetta romana, in realtà sparsa in tutta Italia, nei corridoi oscuri della Repubblica. In una delle sue rare avventure nel dossieraggio, gli uffici del gruppo del Pdl alla Camera hanno fatto un rapido censimento delle posizioni di forza del presidente della Camera nelle istituzioni, e ne hanno tratto un quadro inquietante.
Più che sui giornali - e ora si capisce il perché: le provvidenze speciali all’editoria imposte nella legge di Stabilità - il fascino di Fini sarebbe forte nelle Procure. Questo già più in armonia con le sue origini neo fasciste, che col suo nuovo vestito liberale. I capi delle Procure Mari, Caltanissetta, Ferrara a Roma, Quattrocchi a Firenze (voleva indagare i soliti Berlusconi e Dell’Utri per la strage di via dei Georgofili…), Trifuoggi a Pescara (quello che non sa ora come scagionare Del Turco, che fece arrestare, diceva, “in flagranza di reato”), Lepore a Napoli, Laudati a Bari. E lo stesso De Gennaro, il capo dei servizi segreti.
Sarebbe questa mappa di posizioni di potere alla base delle certezze che Fini esibisce di essere il prossimo nuovo capo del centro-destra. Che gli elettori invece snobbano – almeno a giudicare dalla scarsa presa dei tanti circoli subito aperti dal suo partito, al Nord come al Sud. Fini era emerso nella politica nazionale già a seguito di Mani Pulite, prima della sponsorizzazione di Berlusconi, quale garante politico delle Procure nella caccia indiscriminata ai politici, locali e nazionali.

Perché Milano non si paga la Scala?

Milano si paga il Milan e l’Inter, spedendo in perdita ogni anno centinaia di milioni, che vincono sempre i campionati, ma i soldi per la Scala li vuole dallo Stato. Il maestro Barenboim, subito milanesizzato, dice che è un obbligo costituzionale, e perfino Napolitano, uomo politico pure molto colto, che certamente conosce la Costituzione, gli dà ragione. Mentre sa che non è vero: c’è molta sciatteria, quando non è malafede, sulla cultura che lo Stato deve mantenere, alimentata dall’intellettualità, ed è opportuno dire la verità. Destra, nei palchi, e sinistra, in piazza, unite: l’intellettualità, in teoria la parte migliore della nazione, si manifesta qui la parte peggiore - falsa, prepotente - e non sarà il cancro vero che corrode il paese, più che una sua manifestazione?
Sono le istituzioni più ricche, più protette (senza alcuna concorrenza possibile) e peggio amministrate che vogliono i soldi dello stato. La Scala come Pompei, o la Rai. Con virulenza. Con buona coscienza, qual è quella, indubitabile, dei buoni Barenboim e Napolitano. Si dice: sono istituzioni. Ma istituzioni per chi? Per la passerella dei signori Borrelli, Moratti, e altri grandi democratici milanesi a spese dello Stato, e di qualche ministro lombardo e consorte? Fa ricerca la Scala? Promuove i compositori, fa contratti ai musicisti? Fa scuola, gratuitamente? Ha meriti sociali, divulgativi, pedagogici, porta la musica nei paesi, nelle fabbriche, negli ospedali? No, è un’istituzione giustamente, che potrebbe essere ricchissima, ma vuole fare messinscene e prime magnifiche, di vecchie e vecchissime opere, vuole insomma feste sfarzose, a spese dello Sato. Con qualche ipocrisia, perché, se i milanesi non lo sanno, il sovrintendente Lissner sa che si taglia ovunque in Europa, che c’è la crisi, che gli Stati non pososono indebitarsi, e tagliano dove capita. E lo dice, ma Milano fa finta di non sentire. Dice anche l’ovvio, Lissner, ma nessuno lo ascolta: “Un grande teatro, non sostenuto dalla città, non può durare”. Diecimila euro, per dire, una tantum, dei mille aficionados della prima, quanti ne spendono per il vestito della signora, sarebbero già una buona dotazione. No, Milano è sicura che lo Stato pagherà per lei, non può non pagare, deve pagare – la città senza paragoni più ricca d’Italia, e forse d’Europa.
Lo stesso per la Rai, che guazza nei debiti pur nel mezzo del lutulento mercato della pubblicità, di cui è – sarebbe, dovrebbe essere – la punta trainante. O Pompei, o gli Uffizi. Un patrimonio come Pompei, o come gli Uffizi, dato in gestione a Amsterdam, per dire, che riesce a fare faville e macinare fatturati miliardari ogni anno riesponendo lo stesso van Gogh da ogni punto di vista, sarebbe sicuramente una storia di successo. Certamente non una storia lacrimevole come quella dello strabordante patrimonio artistico nazionale. Per colpa dello Stato, certo, l’abbondanza si vuole protetta – anche se questo non lo pretende nessun trattato dell’arricchimento, neppure di quello illecito.

martedì 7 dicembre 2010

La sinistra chiusa in se stessa col Pd

A questo punto, dopo tre anni di vita e tre segretari, si può dire il partito Democratico afflitto dalla tabe dell’ottocentesco onanismo. Che può essere una notizia buona o cattiva a seconda dell’opinione di ognuno, ma è sicuramente cattiva in quanto il Pd ammorba così tutta la sinistra. Nato per aprirsi, come deve fare ogni cosa che nasce, sopravvive aggravandoli con i vizi vecchi, specie della componente Ds, gli ex Pci – che poi sono in realtà il partito. L’autorefenzialità, che per un partito nuovo suona assurda. Il “panaceismo”: come il popov d’antan, il Pd ha la soluzione di tutto, anche se non se ne ricorda una - la scuola? l’università? la sanità, l’opera, il cinema, i rifiuti di Napoli, la Salerno-Reggio Calabria, i treni veloci? L’incapacità di adeguarsi al nuovo, di conoscerlo, di governarlo, acuta in campo sindacale. Un partito che vive di parole d’ordine, che solo Roma è abilitata a promulgare. Specialmente incupito, nel 2010, dal centralismo democratico, il vizio per eccellenza, in cui Partito ha sempre ragione, il Capo ha sempre ragione, con i suoi vice e vice-vice, e tutti scattano all’unisono in un solo grido. Il che avviene specialmente nelle redazioni, dei talk show, dei grandi giornali, e l’effetto è imbarazzante, la sincronicità, l’allineamento, delle cronache e dei commenti. Ma senza effetto politico, non positivo. E dappertutto, sempre, il double-standard, la doppiezza del vecchio Pci. Le furbate di Fazio, il ciqnantenne che si finge bambino, ed è sempre vittima si soprusi, lui che è così onesto, puro, intemerato… I dossier, le intercettazioni, le indiscrezioni, che il Partito si presta a patrocinare. E le lacrime versate sui tagli alla cultura. Mentre la legge di Stabilità veniva fermata alla Camera (dai neo statisti finiani) per stanziare 134 milioni di spesa aggiuntiva, a fondo perduto, a favore dei giornali. In aggiunta ai circa 200 milioni già stanziati. Senza nessuna critica a questi trasferimenti pubblici a imprese private, i giornali non sono la Fiat, mentre manifestazioni e proteste sono state organizzate per i tagli alla cultura.
In politica l’effetto è la ribellione infinita, se non in serie, di scissioni e fuoriuscite a ogni elezione a sindaco o a presidente di Provincia o di Regione. Riccardo Milana e gli altri ex popolari a Roma che lasciano il Pd perché tutte le cariche vanno agli ex diessini non è un caso isolato – la risposta a Milana del neo federale Miccoli è anch’essa in “linea”, tutto un programma. Più numerose le scissioni e le ribellioni a sinistra, dove il coraggio non manca. Mentre è fallito si può dire in partenza l’obiettivo per cui il partito Democratico è nato: espandersi al Centro, occupare il Centro. Che si ritrova occupato stabilmente dalla destra, da Berlusconi, Bossi, Casini e Fini, e più dopo la fronda di questi due a Berlusconi. Alla fronda il Pd non reagisce, anzi se ne compiace: invece di smascherare i due ex giovani, s’immagina di usarli come ariete per scardinare il bersaglio grosso, Berlusconi. Nella scissione di Fini, criticandola invece di gioirne, sbugiardandone l’opportunismo, ha avuto l’occasione forse maggiore di imporsi al Centro, e invece si limita ad assecondarla. Per il vizio dell’autoreferenzialità che nei vecchi diventa insopportabile. Il sindaco di Firenze Renzi che va da Berlusconi per impegnarlo nei provvedimenti per la sua città suscita solo l'indignazione di Bersani.
L’esperienza dell’Ulivo era e sarebbe ancora l’unica possibile per il Pd: un movimento più che un partito, federatore di diverse esperienze e personalità. Almeno fino a che un nuovo sentimento unitario non sia maturato. Ma questo cozza contro il vecchio gruppo dirigente ex Pci, che “non molla”. Nascondendosi dietro l’esigenza di semplificare la politica, per consentire al regime parlamentare di funzionare, cioè di esprimere un governo stabile. Ma la stabilità è un’altra cosa, riguarda il sistema elettorale e i poteri del governo: che il capo del governo sia premier, cancelliere o capo dello Stato, cioè eletto dal voto e non ribaltabile. Mentre il Pd lavora all’inverso, a un governo debole con un partito forte, specialista in ribaltoni.

Il partito del Capo è naturalmente stupido

Dalla Carfagna a Verdini e a Masi, non si contano le iniziative lesive del partito e del governo di Berlusconi di collaboratori in auge per scelta espressa e personale dello stesso Berlusconi. Il direttore generale della Rai, uno dei grands commis della Funzione Pubblica di maggiore esperienza, che manda una lettera di richiamo all’odiato dirigente della Rai Tre per due minuti di sforamento (della trasmissione di Fazio che ha proiettato la rete al primo posto per gli ascolti) è perfino troppo stupida. Mentre a un dirigente Rai che va dalla concorrenza, a Sky e a La 7, a parlare male della Rai, lo stesso Masi dà un buffetto, invece di licenziarlo e chiedergli i danni.
È invitabile, il partito del Capo, modellato come un’impresa, segue il pattern riconosciuto del capitalismo familiare: più capace, fortunato, invadente è il fondatore, più debole è la generazione successiva e la famiglia in genere. Agnelli, Ford, Pirelli, Rockefeller, i casi studiati e popolari sono molti e univoci. La Fiat si è rafforzata alla morte del fondatore perché ha potuto contare sulla guida unica di un manager esterno alla famiglia, il professore Valletta, negli anni in cui l’erede designato, l’Avvocato, era troppo giovane. Marchionne, che può fare tutto negli Usa, vi riesce a meraviglia, come Valletta quando ebbe pieni poteri, mentre in Italia, dove l’azienda avrebbe bisogno di un grosso strattone, deve sottostare ai capricci salottieri della Famiglia, ai rituali politici, alle montezemolate, eccetera. I collaboratori, anche se capaci, quale può essere Masi, se chiamati a corte si perdono.
Nel caso di Berlusconi la debolezza è doppia, in quanto il modello azienda si proietta su un terreno diverso, che ha altre leggi e modalità di comportamento. È così che il grande Comunicatore, a suo agio con reality, presentatori, presentatrici, intrattenitori, comici e pubblicitari, è impacciato e ingessato in politica. Non cura l’immagine: non è mai naturale, con quei capelli inerti, non “buca lo schermo”, è perennemente inward-looking, ossessionato cioè, e si vede, dalla sua perfezione. Perfino infagottato, in qualsiasi tenuta, anche casual, senza collo, senza agilità o naturalezza - non può permettersi un sarto?
I collaboratori peraltro sono inutili, anche se avessero delle idee: il modello azienda implica che al Capo, come al papa, non si può parlare. I portavoce di Berlusconi sono anche capaci e di spessore culturale, Bondi, Quagliariello, Bonaiuti, lo stesso Cicchitto, ma devono limitarsi a parlare del Capo, non possono parlare al Capo, consigliarlo. Peggio quando il Capo è fuori condizione, come è il caso: abulico, insofferente, incattivito verso i “dipendenti ingrati”, che si fa privare per una virgola burocratica di Bertolaso alla Protezione Civile, il suo problem solver, o si fa opporre da Catricalà il rifiuto a lasciare l’Antitrust per l’energia – la quale è e deve restare, Catricalà è un laico raffinato negli equilibri di potere, un settore di area confessionale. È così che una sinistra debole di vizi vecchi e nuovi si trova di fronte un’opinione solida ma mal governata: il partito del Capo è necessariamente inerte.

lunedì 6 dicembre 2010

La Padania non esiste, ma vota ‘ndrangheta

La storia parte da un articolo del “Corriere della sera”, il 14 luglio 2010. Ma non si tratta di un instant book, sul dossier raccolto dalla Direzione nazionale antimafia – che illusrtra la mafia invece di bastonarla. È l’opera di uno storico, già deputato del Pci, che professa la Storia della criminalità organizzata all’università Roma Tre – un’università creata per i compagni (ex), dopo che Andreotti creò Roma Due per gli amici, ma questo non è un crimine, anche se è organizzato. Si vuole la ‘ndrangheta, che opera nel movimento terra, l’ultimo osso degli appalti, padrona, economica e politica, della Padania. La quale però, argomenta Ciconte, non esiste, è una boiata della Lega. E dunque, la ‘ndrangheta non esiste? No, esiste, ha fatto alcune telefonate, che sono state intercettate. Ed è oggetto di alcune denunce, dei sindaci (leghisti) di Cesano Biscone, Corsico e Trezzano sul Naviglio. Cui il Prefetto, il Questore, i Carabinieri e la “politica lombarda”, non hanno dato bastardi seguito.
La ‘ndrangheta va, come variante della mafia e di gomorra-camorra, questi dossier si vendono come panini, e uno non saprebbe fare torto allo storico di approfittarne. Ma si ha a volte la sensazione che persone emerite, parlamentari, professori, non sappiano cos’è la Padania, anche se ne parlano male. Né la Lega, di cui prendono per buone le denunce – al lupo, al “lupo meridionale”, possibile che agli storici nessuno abbia letto da bambino le favole? Né, absit iniuria dal calabrese Ciconte, il Sud e la Calabria, poiché non sanno che un calabrese al Nord non può essere se non ‘ndranghetista.
Dunque, c’è una disciplina di Storia della criminalità organizzata. Perché no, c’è di tutto, perché non la mafia? Tanto più visto il successo del genere in libreria. E poi è un esame che si supera facile. Ma non c’è una Storia della polizia, per esempio, Alessandro Fontana ha tentato d’introdurla e non c’è riuscito, benché forte dell’autorità di Foucault. Che inevitabilmente magnificherebbe la polizia, ma spiegherebbe molti arcani del potere che non trovano altro posto nelle storie. Mentre la Storia della criminalità organizzata è solo una magnificazione della criminalità stessa, che andrebbe repressa prima che studiata.
La storia è questa, come scrive Ciconte: “Nell’ultimo quindicennio la ‘ndrangheta ha conteso alla Lega il controllo del territorio padano. Non è vero che al Nord c’è solo la Lega che controlla il territorio; c’ è anche la ‘ndrangheta che, esattamente nelle stesse località dove c’è un forte insediamento della Lega, gestisce potere, agisce economicamente, fa investimenti, interviene in vari campi anche sociali, ha una presenza in politica. Lo dimostra quello che è successo in alcuni comuni come Corsico, Buccinasco e altri limitrofi, e in alcuni settori economici, come quelli degli appalti e del movimento terra...”. Ciconte ha una vasta bibliografia sulla ‘ndrangheta. Quest’anno è al terzo titolo, dopo “Australian ‘ndrangheta. I codici di affiliazione e la missione di Nicola Calipari”, e “Osso, Mastrosso, Carcagnosso. Immagini, miti e misteri della ‘ndrangheta”. Il cui mistero è di non avere misteri, a parte l’aura che le si vene creando.
Enzo Ciconte, ‘Ndrangheta padana, Rubbettino, pp. 224, € 14

Letture - 46

letterautore

U.Eco – “Dovresti sapere”, dice Eco soave a Magris sul “Correre della sera” sabato 28 novembre discutendo del complotto, a proposito del suo ultimo romanzo, “che la gente non sa leggere i romanzi”. La gente? E che lettura? "Quella”? C’è sempre stato il sospetto che dietro l’amabilità di Eco prosperasse una natura (meglio di lettura…) positivista. Non alla Taine, alla Lombroso, lo scienziato dalle scarpe strette.

Femminismo – I personaggi femminili di Margaret Millar, Patricia Highsmith, complessati, malinconici, schizofrenici, nemiche dei mariti. Che hanno sposato per scelta e che sono “normali”. Il femminismo è l’odio contro l’uomo applicato a un uomo. E' possibile che sia da esso derivato?

Freud – Simbolizza tutto, dal mito ineffabile al gesto banale quotidiano, attraverso il lapsus, al moto di spirito e allo stesso lapsus. Cioè, rende tutto insignificante.

Riduce la storia (l’esistenza, la libertà) ai primi vagiti: tutto l’inconscio, sogni compresi, è alla fine questa operazione. È scienza? È liberazione? È terapia? La vita pre- e post-natale riduce a Destino, piccolo borghese. Scientismo da dispensa popolare invece di Talete, turgescenze invece della poesia. Compreso l’atto di fumare, che per lui è ciucciare, dato che amava il sigaro, anche se si riempiva di tumori – su questo “Zeno” ha perso un colpo… La sua pan sessualità è una crosta di cicatrici.

La psicanalisi è cognitivamente insignificante. Può essere efficace terapeuticamente, via iterazione?
La blanda ossessività scientizzata come antidoto dell’ansia? Ma è una cura che non libera (guarisce). La psicanalisi equivale, terapeuticamente, a un chirurgo che lasci al paziente la pancia squarciata, ponendogli in bella vista le masse cancerose, e invitandolo a tagliarsele, mentre lo ammonisce che quasi certamente si ricostituiranno. La verità in sé non terapeutica? È che non la verità emerge dall’analisi, ma l’ammonticchiarsi delle nevrosi freudiane – non è la malattia una creazione (invenzione, transfert) del malato?

Nell’ordinario (“vado dall’analista”) è una pecetta, per quanto astuta. Talvolta, certo, una mano santa: l’imposizione delle mani, un tocco rassicurante. Ma per palati forti. Uccidere il padre e la madre, razzolare nello sporco, e in una realtà che è sempre un’altra cosa – il bello, in particolare, è brutto, il bene è male: la ricetta non è fatta per guarire i deboli e bisognosi. La scuola del sospetto è un forte esercizio intellettuale, ma è terapia debole per chi non è forte.

La scuola del sospetto – dietro la bellezza c’è devastazione – fa molto Ottocento (Baudelaire, etc.). Ma è papa Innocenzo: tutto è disfacimento e morte. È una logica paradossale, se Freud ha una logica: siamo tutti morti. Siamo altro. Ma alla fine, dietro ogni passaggio, resta l’inconsistenza (inesistenza). Legare l’eros alla colpa, e la colpa all’eros, e di una violenza estrema. È il sadismo di chi governa, col disprezzo, ogni gesto. O la malattia creazione del malato (somatizzazione): Hitler subliminale, la distruzione del soggetto, e anche del riparo.
La disgregazione non ha valore terapeutico. È un atto antisociale (parentale, familiare, personale), e quindi antietico.

È intrepido, nel senso che è un medico, vuole risolvere i problemi. E razionale. Per quanto preso al laccio dell’agudeza, che chiama trasgressione (che èè un percorso conoscitivo prima di essere un fatto, comportamentale o chimico), resta un logico, coerente con una cultura classica, quella che riconosce il sano e normale, anche se critica i due concetti – poiché si pone scopo terapeutico. Ma per ciò stesso è un semplificatore. Per essere medico più che per essere frastornato dal gusto della sottigliezza. Di un medicina tradizionale.
La psicanalisi non può essere se non una medicina. Anche se ha arricchito il vocabolario e la psicologia, e la stessa filosofia, di molte novità. La medicina dovrebbe restare nel “complesso” – in parte nell’irrelato. Il caso singolo. Mentre eventi come le epidemie, le malattie cioè dei grandi numeri, inspiegabili prima che inattaccabili, o il dilagante desiderio di malattia (la medicina preventiva), con quali strumenti psicanalitici si spiegano? L’Es è troppo generico. Sono fatti di massa, a sostrato sociologico. Forse anche storico – oggi l’industria della sanità, psicanalisi compresa, che come ogni industria crea il suo mercato, la malattia.

Il suo rapporto speciale con Roma, altra madre, sempre invitante (castrante).

Italiano – È da qualche secolo un dover essere più che un modo d’essere. L’italianità è letteraria, e la letteratura è da Cinquecento mimesi, imitazione regolata.
Si rinvigorisce nel Novecento durante il ventennio. Con la lingua arditamente vecchia (antica) e innovativa post-avanguardie, degli anni Trenta: Bontempelli, Gadda, Contini, Longhi, con prolungamenti in Landolfi, e lo stesso ermetismo, che pure sa di Ronda. La scrittura della Repubblica è omologata, sosteneva Pasolini quarant’anni fa, all’insignificante. Oggi direbbe di peggio: la Repubblica c ha tolto la lingua.

Linea – Nel fascismo era l’obbedienza (conformismo). È rimasta nell’editoria, dove la libertà d’opinione dovrebbe essere invece massima: c’è la linea politica del giornale, e la linea editoriale dell’editoria.
La linea editoriale (“La Vs proposta non rientra nella ns linea editoriale”) è riaffermata in vecchia carta da ciclostile, su una lunga riga sgraziata, senza margini – solo l’inchiostro è fresco, grazie alle stampanti. È lascata ai magazzinieri? A vecchie segretarie?

Noir – La morte, essendo l’unica cosa certa, ha a lungo eccitato la paura in quanto manifestazione del sacro. Del mistero cioè, dell’incerto, la certezza restando incomprensibile (Kafka). Nella razionalità una cosa certa è, semplicemente, non crea sorpresa né paura. Si teme la sofferenza, che vene dalla malattia o dalla violenza, criminale, familiare, personale. In quanto turbamento dell’ordine.
Il noir è il racconto del dolore-violenza, non della morte: il morto, la morte, vi sono inespressivi.

Natura – È “mimesi artistica”, dice Oscar Wilde. Ma vale al contrario: la natura è l’arte al suo meglio, è difficile imitarla.

letterautore@antiit.eu

domenica 5 dicembre 2010

Santoro sconcerta i compari in Fiat

Lo sconcerto è stato tanto forte che la Fiat ci ha messo due giorni a reagire. Giovedì ad “Annozero” Michele Santoro ha demolito l’Alfa Romeo Mito, macchina peraltro eccellente, con un suo compare in trasmissione. Con l’armamentario solito: la derisione, lo sghignazzo, il sottinteso. E la Grande Verità stralciata dalla verità, totemizzata, idolatrata, danzata. Il totem in questo caso era che un modello della Mini Bmw, con una cilindrata superiore alla Mito e venti Hp in più, faceva il giro dell’autodromo più veloce di un secondo…
Alla Fiat non dev’essere parso vero, tanto sono esilarati da Santoro. La Famiglia è anche in comparaggio col conduttore, per via della cognata che ne è stata letterina-giornalista, la vecchia valletta. Forse per questo ha reagito in ritardo, e con difficoltà, attraverso il “Corriere della sera”, in taglio basso, di malavoglia, questa mattina. Forse ci ha tentato prima con “La Stampa”, non pensando che nemmeno nel giornale della Famiglia sarebbe riuscita a far sentire anche la sua posizione. O forse hanno considerato che il danno ormai è fatto, e non è sanabile. Se non è la solita sindrome Fiat, dall’Avvocato trasmessa al Nipote, che di tutto si occupa fuorché di automobili.
Ma gli sviluppi potrebbero essere interessanti, che hanno messo in fibrillazione la Milano giornalistica. Come al solito Santoro ha rotto un tabù, in questo caso l’obbedienza delle redazioni cominformiste ai padroni-editori. Porgeranno i padroni l’altra guancia?

Ciancimino-De Gennaro, il dito nella piaga

Ha denunziato Gianni De Gennaro e si è trovato immediatamente registrato a colloquio con uno ‘ndranghetista. La coincidenza è solo figurativa, le due cose sono avvenute in tempi diversi, ma paradossalmente Ciancimino figlio è per una volta attendibile quando sbaglia clamorosamente, illudendosi di poter attaccare l’ex capo della Polizia De Gennaro, attuale coordinatore dei servizi segreti, e trattando affari riservati con un mafioso a lui sconosciuto. Attendibile, nel senso che si conferma chi è e che gioco fa.
L’incidente conferma un’evidenza che si fatica a non riconoscere: Ciancimino è protetto-controllato dai servizi segreti. Le sue “gite fuori porta” a Modena e Parigi sono troppo ordinarie o normali per poter essere uno strappo alle regole della residenza sorvegliata e della protezione dei testimoni. O un colpo di testa, non per uno furbissimo cole lui: se va a Modena a trattare compravendite di titoli con uno ‘ndranghetista, lo fa perché è certo dell’impunità. Solo resta da sapere da quali gruppi di servizi è controllato, e a quali fini. I servizi segreti escono da una lotta furibonda, contro il comandante del controspionaggio, il Generale Pollari, e i suoi due o tre collaboratori diretti. Un generale di finanza, un corpo estraneo nominato per riportare le spie alla legge. De Gennaro avrebbe dovuto tentare la stessa pulizia con più carte, da ex capo della Polizia. Ma non tutto è chiaro, né nella pulizia, né negli schieramenti: siamo sempre il paese dei dossier, e dell’inciucio permanente fra giornalisti e servizi.
La sequenza degli eventi presenta comunque coincidenze esplicito. Cianciimino jr., collaboratore accreditato di molti Procuratori, e protagonista dei loro processi, benché non pentito, è sorvegliato: i procuratori della Repubblica che lo usano si creano anche gli strumenti per tenerlo in riga. Lo ‘ndranghetista di Modena cui Ciancimino si rivolge è conosciuto e controllato, se non è un informatore - i mafiosi non latitanti a piede libero in genere lo sono. I Piromalli di Gioia Tauro, cui questo ‘ndranghetista è ricondotto, sono da alcuni anni scomparsi dalle cronache. Si sa, si scrive, che controllano Gioia Tauro. Dove anche il caffè al bar, in piedi, sa di pizzo. Ma, mentre si fanno arresti a diecine ogni giorno tutt’attorno, anche a dieci-cinque km. da Gioia Tauro, nella cittadina niente: tutto vi è in ordine. Sono i Piromalli confidenti? In cambio del pizzo libero? Non è bene cercare una ragione nelle cose di mafia, ma non è bene neanche far finta di nulla.
Più inquietante è la vera concatenazione degli eventi: Ciancimino accusa De Gennaro quando sa che i suoi contatti con la ‘ndrangheta verranno resi pubblici. Lo accusa all’improvviso e su dati errati, come a dare un avvertimento, ma questo è ininfluente. Ciò che in questa vicenda deve preoccupare è che Ciancimino jr. è sempre stato controllato. E che solo ora viene sbugiardato, dopo avergli consentito di girare due o tre tribunali e d’infangare due o tre governi, oltre ai soliti Berlusconi e Dell’Utri.

Wikileaks denuda la Rete, inguardabile

Wikileaks propone internet dal buco della serratura, ma l’attesa delude, quello che esibisce è sfatto e inappetibile, il cereo Assange ne è l’epitome fisica. Giusto Gheddafi ha trovato le sue esibizioni succulente, e questo è ancora peggio. L’irrilevanza della documentazione che sta riversando sulla Rete, quando non è fastidio, getta un’ombra non solo su Wikileaks, la sua pretesa di essere la voce della verità contro le manipolazioni del potere, ma sulla capacità della Rete di fare informazione e opinione. Quello della Rete sembra sempre più un frizzo superficiale e passeggero, autoreferente e niente più.
Su Wikileaks ha pesato e pesa la sua evidente subordinazione a interessi antiamericani, anzi antiobamiani, le sue indiscrezioni manifestandosi pilotate al millimetro – la loro scelta, in una congerie enorme e indistinta di documenti, richiede una forte organizzazione. Ma questa è una reazione da addetti ai lavori, che semmai potrebbe dare alla Rete e a Wikileaks un ruolo influente, seppure non condizionante, come ormai è chiaro. La pubblicazione senza effetto di documenti che coinvolgono tutto il mondo significa però che internet è solo un veicolo e non fa testo. E questo proprio per non essere organizzato, controllato, regolato: la Rete si manifesta ininfluente proprio per essere (voler essere) anarchica – succedeva lo stesso un secolo, un secolo e mezzo fa, con l’anarchia politica manipolata dagli interessi che combatteva. La credibilità richiede autorevolezza, cioè dei soggetti.