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sabato 24 dicembre 2016

Secondi pensieri - 289

zeulig

Congiuntivo – Si vuole abolirlo per un fatto di democrazia. Anche se è un impoverimento: la rinuncia alla distinzione concettuale del fatto dal dubbio o dall’ipotesi – possibilità, incidentalità, anche desiderio, più o meno rimosso, una speranziella. L’abolizione del congiuntivo non è fare chiarezza, al contrario è impedirla. Con tutte le migliori buone intenzioni: le lingue spesso deragliano.

L’abolizione del congiuntivo non semplifica ma complica, allargando il rimosso. E non democratizza: non apre accessi ma li chiude. La sua cancellazione è accettazione della diseguaglianza.
Egualizza, che però è un’altra cosa – a scuola ci saranno meno sfavoriti, ma nell’ignoranza? L’ignoranza, qualche che sia il livello che se ne accetta, è certamente ugualitaria. Ma è democratica? Come l’indigenza invece dell’opulenza. È singolare come la democrazia sia vittima delle buone intenzioni - una sorta di vittima predestinata, senza difese.

Coscienza – L’indagine quantistica di Roger Penrose, “Ombre della mente. Alla ricerca della coscienza”, 1994, e poi di Penrose e Hameroff, non ha trovato nei neuroni nessun riscontro sperimentale alla coscienza nei neuroni. Non delle immagini, nemmeno dei colori, che pure sono soggettivi. Anche la psicologia, psicoanalisi compresa, non è andata avanti – e anzi fa passi indietro. Un sentimento, l’immagine, una serie di immagini, l’esperienza fenomenica, l’esperienza avvertita, ne sono indicazioni più che spiegazioni. L’unico risultato è l’“internalismo” di Manzotti: la coscienza è dentro la nostra testa.
Ma è vero che è comune, anche ai vegetali a occhio nudo. E forse ai minerali, perché no. È la reazione all’ambiente-interazione con l’ambiente. Uno stimolo, una serie di stimoli, biunivoci.
Ciò risponde peraltro meglio ai fondamenti della meccanica quantistica, che è una teoria della connessione.

Heidegger – È hegeliano, pure lui. Solo, in aereo invece che a cavallo. Nel punto nevralgico, lo spirito del condottiero. Nel momento suo culminante, l’incesso. “Lo spirito del mondo a cavallo” di Hegel per Napoleone rifà tal quale per Hitler con l’aereo: “Quando l’aereo porta il Führer da Monaco a Venezia, all’incontro con Mussolini, allora è storia”.

Ignoranza – Agamben si congeda nella raccolta “Nudità” con l’auspicio di una semiosi e un’epistemologia dell’ignoranza – due paginette che intitola “L’ultimo capitolo della storia del mondo”. Invece di ributtarla nel rimosso. Paradossale (ignoranza specchio e campo della scienza, etc.), ma non del tutto: l’ignoranza non si impara come il sapere, ma come questa è un fatto. È il problema della tabula rasa. Che dunque c’è.

Infinito – Il nostro olfatto può captare un trilione di odori, la vista molti milioni di colori, l’udito almeno 350 mila suoni. C’è anche una dimensione  fisica dell’infinito – variabile, diversificata.

Sia a tre, a quattro, o a ventisei dimensioni, l’universo in cui viviamo può essere uno degli infiniti. Niente osta, e tutto indica in questo senso. L’universo eterno è assioma di Penrose, ma non è un’eccentricità, è perfino logico.  L’universo in espansione è come dire che si espande da zero all’infinito, dopodiché provoca un altro Big Bang? Perché no.

Oportet – “Occorre, bisogna, conviene, è necessario, è opportuno” nel Mariotti. L’una cosa e l’altra, e l’altra.  
Tutti ci vogliono bene, in linea di principio, e noi stessi abbiamo stima di noi. Non è vero, ma oportet figurarsi che lo sia. E questo è già una maniera di volersi bene, tutti insieme appassionatamente nell’errore – la bugia, la falsa credenza.
Non è vero forse in nessun caso - mai nella storia. E allora sorge la domanda: perché ce lo diciamo? Per confortarci. Il mondo – il linguaggio – è un enorme pettegolezzo, onnivoro, antropofago, cattivo. Ma noi vogliamo farcelo (rappresentarcelo) in un’altra maniera. Illegale non è, illecito nemmeno. Non è vero, ma appunto che cos’è la verità.

Psicologia – “Lo psicologismo conduce facilmente alla sfrontatezza”, polemizzava Thomas Mann. Che non era un filosofo, ma la cosa sì.

Religione – Può darsi non sia come Girard dice, che l’abbiamo inventata per disinnescare la violenza e camuffarci, assassini cannibali in polpe (poiché, come si vede, al contrario, la religione la violenza la promuove e la giustifica). Ma sempre una grande invenzione è. Compresa quella di Chtulu, il pensiero mitico in genere, così diffuso. Siamo consolativi al massimo, per l’istinto di sopravvivenza – come nascessimo “machiavellici”.

Storia – La “banalità del male” di Hannah Arendt è che la “lezione della storia”, da magistra vitae, è inerte, e anzi non c’è, dove non c’è memoria, e capacità critica. Cioè quasi sempre.

“La storia è dare un senso a ciò che non ne ha”, Theodor Lessing. Api operose siamo, intente a dare un senso all’insensato. In automatico (per istinto) – siamo nati per questo? Altrimenti sarebbe comunque inquietante.

Uguaglianza – È terreno e veicolo dello status quo, mentale e dottrinale se non di fatto. Lo status quo è più democratico oppure conservatore, anzi reazionario?

zeulig@antiit.eu

La rivoluzione e Napoleone ladri d’arte

Napoleone era un predone. Non si dice, non è materia di storia, ma è la sua storia, a cominciare dalla spedizione in Egitto. Non si ricorda nemmeno che il Louvre nacque per ospitare il fiore delle conquiste napoleoniche (con molti altri musei, a Parigi e altrove in Francia) - nonché di quelle rivoluzionarie, prima di Napoleone. In Italia e ovunque in Europa, dalla Spagna alla Russia. La mostra si fa per il bicentenario del recupero di parte dei lavori d’arte razziati. Sotto un titolo che non vuole dire niente – vago come tutto quello che oggi ruota attorno all’Europa: ogni paese si tiene strette le sue opere d’arte.  
La raccolta di quello che Napoleone ha razziato in Italia stupisce per la qualità e la quantità. Non era il soldataccio che ha diritto al bottino, le sue razzie erano organizzate, su base documentaria, di pedigree e expertise tra i più qualificati. La mostra ne è un catalogo stupefacente – benché limitata a una parte della razzia, quella che il congresso di Vienna ha poi stabilito che dovesse tornare agli Stati italiani pre-unitari.
Tornarono e sono qui esposti un Raffaello, “LeoneX”, un Tintoretto, “Sant’Agnese”, “Il Compianto del Cristo morto” del Veronese, la “Venere Capitolina” del Canova – che per conto del papa aveva negoziato il rimpatrio post-Vienna. Sono rimasti a Parigi, fra i tanti capolavori, Giotto, “Le stimate di san Francesco”, e le monumentali “Maestà” di Cimabue.  “Un convoglio di circa cento carri” annunciava scrivendo alla moglie Gaspard Monge, il matematico inventore della geometria descrittiva, membro della commissione di “artisti” che assistevano Napoleone.
Il Museo universale. Dal sogno di Napoleone a Canova, Roma, Scuderie del Quirinale

venerdì 23 dicembre 2016

Chiacchiere in autostrada

Il governo ha celebrato il completamento della ristrutturazione della Salerno-Reggio Calabria, che invece si è solo deciso di lasciare incompiuta per una cinquantina di km. La maggior parte dei quali nella strettoia contorta della valle del Savuto, tra Cosenza e il mare. Un cambio di percorribilità tra l’altro pericoloso: non segnalato, espone l’automobilista per automatismo ad avventurarsi per tornanti pericolosi come se fosse nell’alveo della strada allargata e raddrizzata.Si celebra l’evento con molte parole: l’Autostrada del Mediterraneo, il riscatto, la vittoria sul malaffare - il destino delle grandi opere è sempre di essere di regime? E con la solita malafede, sui costi e le difficoltà ambientali. Si fa la cifra alla Rai di 20 miliardi di costo – anche di quaranta… (effetto lira?). Mettendo assieme costruzione, cinquant’anni fa, e ristrutturazione – più qualche miliardo di arrotondamento. Non si fa il paragone con autostrade che, senza le difficoltà geofisiche, e senza le mafie, per la sola corruttela, sono costate a km. di più, anche molto di più. Come la Brebemi. La Milano-Serravalle. La famosa variante di valico, i cui  costi ormai trentennali sono tenuti segreti.

Il diritto alla casa ce l’ha solo il nomade

Dieci giorni dopo lo scippo della giovane cinese Zhang Yao, finito con la sua morte, il gruppo Spe della polizia municipale romana, Sicurezza pubblica ed Emergenziale, si è fatto vivo in via Salviati, a Tor Sapienza alla periferia di Roma, davanti alla Questura per stranieri, ne campo rom abusivo che da venticinque anni è specializzato nei furti di rame e negli scippi dei (poveri) stranieri in cerca di permesso di soggiorno. Il comandante Lorenzo Botta si è fatto vivo a via Salviati su sollecitazione dell’Associazione Amnistia, Giustizia e Libertà, e di Nazione Rom. Entrambe preoccupate di assicurare ai rom del campo un alloggio decente in una casa popolare.
Né le due associazioni, né il gruppo Spe si erano fatti vivi prima, per la morte della ragazza cinese scippata. Ma, proponendosi indilazionabile lo sgombero del campo, su pressione del quartiere e dell’opinione pubblica cittadina, le due associazioni hanno preteso l’applicazione della direttiva europea sull’inclusione dei rom: una casa prima dello sgombero. Il comandante Botta pronto ha sottoscritto.
Ci sono molti errori prospettici nella creazione della “questione immigrati”. Uno è se l’immigrato rifiuta l’accoglienza, come è stato il caso di Amri, e lo è de tanti rom che praticano il furto e la grassazione. Un altro è l’applicazione privilegiata dei diritti umani a favore di categorie, invece che di emergenze di fatto. Il rom ha diritto a un’abitazione, anche se è d’istinto un nomade, anche se è un malfattore. Il separato-divorziato romano no, o il single licenziato che non può più pagare il mutuo - le più ricorrenti fra le tante figure dell’emarginazione urbana. L’esito paradossale è che il senzatetto che non sia nomade e non sia un delinquente non ha diritto a una casa. 

L’autostrada dello squallore

Una strana mostra. Di rifiuti, rovine, abusi, e le “ferite” del paesaggio. L’intenzione si presenta lusinghiera: gli organizzatori prospettano un’operazione di raccordo, quale la Grande Opera dev’essere, di proiezione e immedesimazione nell’ambiente, e di comunicazione, apertura, rinnovamento. Il sottotiolo richiama “la celebre ricerca di Gabriele Basilico e Stefano Boeri,  “Sezioni del paesaggio italiano”, 1997. La mostra è di uno squallore inimmaginabile.
Si celebra la nuova Salerno-Reggio Calabria, la celebrano l’Anas e l’Istituto centrale di grafica romano, a palazzo Poli, con una serie di foto di luoghi abbandonati, sporchi, intristiti, pieni di rifiuti. Senza luce. Più, per meglio “rendere l’idea”?, alcune foto della statale jonica 106 fuori stagione: la costa dei gelsomini, una delle più attraenti d’Italia, vista d’inverno, con le insegne divelte o sfilacciate, i locali abbandonati, in un deserto umano e urbano. Col contrappunto, anch’esso desolante, delle foto in analogo percorso quindici anni fa di Gabriele Basilico e Olivio Barbieri (Stretto di Messina), e Mario Cresci (106 Jonica)
Con progetti, planimetrie e vecchie foto Anas, anche degli anni 1950 e precedenti, molto prima cioè dell’autostrada, lungo la statale 18 delle Calabrie, o Tirrena Inferiore, che non c’entrano nulla con la Sa-Rc ma sì con lo squallore.
Un manufatto nuovo, dell’autostrada più nuova e meglio percorribile che c’è in Italia e forse in Europa in questo momento. Di grande attrattiva per i manufatti . E per i paesaggi che percorre caleidoscopici: montuosi, marini, campagnoli, produttivistici, deserti, alberati, infiorati. Resa in una ricerca accanita dello squallore. Non è celebrazione, naturalmente, e non è documento.
Foto d’autore non sembrano nemmeno, nessuna memorabile – ci sono foto oniriche, ma non riguardano la Salerno-Reggio: Martin Errichiello e Filippo Menichetti hanno saputo fotografare le esplosioni a distanza, delle polveri  come nuvole. C’è solo una conferma: del pregiudizio. Non una celebrazione dell’arte fotografica, se non di una specialmente povera. Cioè ripetitiva, di vecchi modelli. Specie quelli della foto sociale americana degli anni della depressione, 1930-1940, che si vedono ancora nei libri storici della fotografia. Il genere Modotti, Diane Arbus, Paul Strand, dell’America rurale che andava all’estinzione, e i ritrattisti celebravano-deprecavano, della “mitica” Route 66 – qui richiamata. Ma con una  differenza abissale: che quelle fissavano il tempo, queste un pregiudizio. Si imita la fotografia americana dei grandi spazi, per lo più desertici, interni: la pompa di benzina  abbandonata, la fattoria remota, l’agave solitaria. Ma in senso inverso: non per animare il deserto, ma per desertizzare un’area delle meglio animate della penisola, la costa jonica della Calabria, e la costa da Palmi a Reggio prospiciente la Sicilia.
Un esercizio nemmeno di bravura, per quanto perfido. Solo di cattiva copia, di cattive abitudini. D’insensibilità anche. Tra foto spettacolari di viadotti che si fanno saltare con procedura “controllata” – telecomando. Non l’immersione dell’autostrada nel paesaggio. Il “Sud” dev’essere bucolico e isolato, povero, ristretto, remoto. Per questo non c’ una foto, una tra le migliaia, che una luce plumbea non soverchi. Un a sorta di mostra a lutto. Un ‘ecologia d’assalto, forse. Ma una che tutto vuole miserabile, tutto eccetto il suo proprio delirio.
Il ministro Delrio dice la Salerno-Reggio “simbolo del Mezzogiorno onesto”. E la mostra? Sono stati spesi soldi per questa celebrazione?
“Verso il Mediterraneo. Un viaggio fotografico tra Salerno e Reggio Calabria”, Roma, palazzo Poli, via della Stamperia(

giovedì 22 dicembre 2016

Dracula in banca e in Borsa

Si “tosano” tranquillamente i risparmiatori non solo nelle banche ma ovunque abbiano messo dei soldi. Non c’è nessuna blue chip alla pari – forse la sola Fca, ma dopo molte “tosature”. Non ci sono del resto più blue chips, società di solido impianto e reputazione su cui il risparmiatore oculato possa fare affidamento.
Si tosano i risparmiatori a opera degli stessi magnificatori dell’investimento finanziario: i banchieri, i banchieri d’affari, i promotori finanziari, i loro megafoni nei giornali, i tromboni pubblici, le banche centrali alla Draghi (quelle che non stabilizzano ma puniscono, naturalmente i deboli e indifesi). Dice: l’investitore assume un rischio. Si, e allora perché dovrebbe mettere i soldi in Borsa?
La crisi bancaria europea potrebbe avere un effetto igienico. Se insegnasse ai risparmiatori a uscire dalla Borsa, dalla truffa. Ma sgomenta che sia affrontata con tanta leggerezza, da Draghi in giù: come si finanziano le imprese senza il risparmio? Una volta il risparmio andava protetto, quando l’economia era del buon padre di famiglia e non del banchiere dracula.

Problemi di base di genere - 306

spock

Sono più gli uomini che si separano, o le donne?

Anche nelle coppie gay?

E gli adulteri sono – erano – più maschili o femminili?

Ma se bisogna tradire per essere, che tradimento è?

Si vogliono le donne infelici, ma di che?

E gli uomini, sono felici?

Meglio essere felici che non - o dell’infelicità di dover essere felici?

E perché i figli devono sempre capire e comprendere – si diceva una volta dei genitori?

spock@antiit.eu

Gadda strabiliato da Berto

Una strabiliante recensione di Gadda precede questa riedizione, scritta per “Terzo Programma”, la rivista dalla terza rete della radio Rai, nell’autunno del 1964, dopo il successo del libro-confessione. . Dopo aver celiato sulle ambasce dei tanti giurati dei premi Viareggio e Campiello che si contesero il male oscuro, e infine lo premiarono entrambi, l’ingegnere resta come a bocca aperta. Dovendo parlare del libro e non più della ricezione, parte evocando addirittura un “suggerimento cervantino”. Dà quindi atto a Berto, come se lui ne fosse un esperto, di corretta impostazione scientifica, di avere navigato cioè correttamente tra nevrosi e psicosi. E chiude senza parole, con una citazione di due-tre pagine del romanzo. Nel mezzo è come sopraffatto. Forse confuso. Come se qualcosa gli sfuggisse, di tanta spericolata originalità – anche se Berto esibiva una discendenza dalla gaddiana “Cognizione del dolore”. Cita profusamente “il Libri dei Libri”, cioè la Bibbia, l’ “Iliade” e l’ “Odissea”, l’ “Amleto”, “I fratelli Karamazov”, l’Erlebnis, esperienza o fatica del vivere, la dura necessità di Omero, “crateré ananke”, e naturalmente Manzoni. Ma non per ridere, per cercare di capire il romanzo.
Emanuele Trevi accompagna la riedizione collocando Berto nella psicoanalisi, e soprattutto nel secondo Novecento. Una lezione proficua per Celati, per Manganelli, e per Parise nel “suo capolavoro”, il postumo “L’odore del sangue”.
Trovare dei padri a Berto, non solo per questo romanzo “diverso”, è ancora impresa aperta. Gli studiosi contemporaneisti lo tengono sempre in punta di bastone – i muri non sono caduti, non in Italia. Uno dei pochi testi fermi del secondo Novecento. Una pietra miliare, solida: un racconto sempre vivo, superbo. In anticipo anche sulla scrittura alluvionale, in realtà misuratissima, che si affermerà con Bernhard, come più propria del raccontare psicoanalitico. Che non è il flusso di coscienza joyciano, ma il racconto che si chiede la ragione del racconto, di agnizioni e rimozioni. E fa grande uso del magnetofono, della scrittura come del parlarsi addosso dall’analista. Nonché dei  selfie protratti della narrativa on the road. Il new writing Usa di fine Novecento ne è una filiazione, anche se non diretta. C’è pure l’eutanasia.
Giuseppe Berto, Il male oscuro Neri Pozza, pp. 508 € 18

mercoledì 21 dicembre 2016

Il mondo com'è (287)

astolfo

California –  È tutta nel vecchio stato dell’oro la “vittoria” elettorale di Hillary Clinton in termini di voto popolare a novembre – 2,1 milioni di voti in più di Trump. Il voto californiano viene invocato per invalidare politicamente la vittoria di Trump. In realtà proprio dal punto di vista politico è un voto poco spendibile. La California – San Francisco, Los Angeles – non è da molto tempo l’ultima frontiera del West, e anzi si caratterizza, per stili di vita e per le normative, ambientali, familiari, sanitarie, in forme eccentriche rispetto al modello americano, per quanto vago e estensibile questo possa essere. La legge elettorale a due livelli, che filtra il voto popolare, è stata disegnata proprio per evitare effetti plebiscitari.

Maturità – Pare sia un sogno ricorrente, della maturità non fatta, non passata – l’esame di maturità alla fine del liceo. Jünger ne parla nel “Diario”, anche perché era un sono “ereditato” dal padre: “Ho trenta anni, ho fatto l’università, e non ho sostenuto la maturità”.  Il sogno più ricorrente, pare,  per un periodo, nitido nella ricostruzione, le conseguenze, il giudizio del fatto, anche perché un paio di volte sarebbe proseguito nel sogno del sogno, nella onirica presa d’atto che il sogno era la realtà: cercando l’introvabile diploma di maturità, richiesto da un qualche Ente, il dubbio insorgeva che esso non esistesse, che l’esame non fosse stato passato, anzi neppure dato, pur avendolo preparato, con impegno, che la laurea quindi non era valida, il titolo o l’impiego abusivo.
Non: “Sono stato bocciato”. Ma: “Non ho sostenuto”. E non licenza liceale ma maturità. È un sogno “legato alla morte”, dice Jünger: “È il sogno delle vergini stolte, del cattivo pater familias, dell’uomo che ha sotterrato il suo talento”.

Sessantotto - Il Sessantotto in realtà è un Sessantasette, l’estate hippie: Gianni Morandi portò il Vietnam a Sanremo, e Tenco si uccise contro Sanremo.
Ma, poi, fu anche il ‘66, la rivolta di Berkeley, e il ‘65, i provo, la minigonna e i capelloni – sarà il ’69, l’autunno caldo del ‘69. Ottima cosa i provo, gli olandesi hanno infine potuto tifare Ajax, la squadra degli ebrei. Gli olandesi crescevano ognuno nel proprio campo, calvinisti con calvinisti, negli amori, in politica, in vacanza, nel tifo, cattolici con cattolici, e gli ebrei sempre a parte. Anche il ’63 non fu male: “Sexual intercourse began in nineteen sixty-three”, dice Larkin, il poeta, quando si iniziò a scopare. Sessantotto viene nel vocabolario prima di sesso, come diavolo viene prima di Dio.

L’evento, di cui cui (non) si va a celebrare i cinquant’anni, troppe invidie, sarà stato l’ultimo rigurgito di Europa. L’ultimo segnale di vita, energetico, vasto, condiviso. L’ultimo esercizio anche di libertà come concetto filosofico: non prepotente, non contro, ma di moltiplicazione degli spazi e delle possibilità. Lo scontro generazionale fu solo verbale, e semmai contro una struttura e una concezione autoritarie. Non progettuale, niente delle rottamazioni di mercato.
Vige la lettura di quel movimento come di una presa del potere, un progetto. Ma negli Usa, dove se ne tiene la memoria, ai trent’anni i protagonisti del Sessantotto erano fuori dalle “carriere” di rivoluzionario reduce. Qualcuno s’è attardato, sfasato, ma per molti una vita era già finita e un’altra ricominciava: c’era chi vendeva assicurazioni, Mario Savio, chi assistenza contro le assicurazioni, Rennie Davis, pubblicità, John Sinclair, cocaina, Abbie Hoffman, Dio, Eldridge Cleaver, pantaloni bicolori, lo stesso Cleaver, li fabbricava, e il Sessantotto, Jerry Rubin, trascendente: “Una luce fortissima illuminò il mio Foro della Coscienza trascendente”. Bobby Seale si rivelava scrivendo scemenze: la rivoluzione è degli “oziosi senza classe”, “i gangster illuminarono la strada al popolo”, “la fame dignitosa è preferibile al pane della schiavitù” – comprensibilmente: la sua prima professione era di rivoluzionario.
Mass innocence trips, l’America svelta aveva rubricato il movimento, sfoghi d’innocenza di massa, innocui. “Hai avuto pure tu la tua illuminazione”, avrebbe detto Rubin sotto Lsd.

Trump – È stato votato dagli uomini, ma anche dalle donne, e dalle minoranze, neri e ispanici. E avvantaggiato dall’astensione di classe, in massa.
Un voto ovvio, quello maschile, contro una concorrente donna, e in una campagna elettorale che ha fissato di Trump un’immagine maschilista. Ma di misura relativamente maggiore dell’ovvio voto femminile per Hillary Clinton. Tenuto conto che hanno votato 48 milioni di maschi e 52 di femmine. Il 54 per cento dei maschi ha votato Trump – e il 46 per cento delle donne. Clinton ha avuto il 58 per cento dell’elettorato femminile, ma solo il 41 di quello maschile.
Questo dato si incrocia, confermandolo, con l’esito maggiore delle analisi del voto presidenziale: l’enorme astensione di classe. Già nel 2012 i meno scolarizzati e più poveri, la base elettorale del partito Democratico, non erano andati a votare, si può dire, in massa. L’astensione era stata amplissima: del 78 per cento tra chi aveva solo la scuola dell’obbligo, e del 68 per cento tra chi aveva fatto gli studi superiori ma non aveva un diploma. Scendeva al 51 per cento tra i diplomati, al 38 per cento fra gli universitari non laureati, e al 28 tra i laureati. A novembre i votanti sono aumentati rispetto al 2012, di 3,6 milioni. Ma gli astenuti tra i non laureati sono aumentati di sette milioni.
Trump ha anche raddoppiato il voto nero rispetto ai candidati repubblicani che lo hanno preceduto: 1,3 milioni. John McCain nel 2008 era arrivato a 700 mila, Mit Romney a un milione nel 2012. E ha accresciutoa la audience tra gli ispanici, dai 3,5 mlioni per Romney nel 2012 a 4,2 milioni. La penetrazione del partito Repubblicano nell’elettorato afroamericano è una novità. In parallelo con la crescita del reddito nella comunità nera: su un totale 16,5 milioni di famiglie nere, si calcola che un settimo ha un reddito familiare superiore ai 100 mila dollari annui, 2,4 milioni di famiglie – un reddito superiore, cioè, a quello di 72 milioni di famiglie bianche. Cifre analoghe, da più tempo, per gli ispanici: 2,8 milioni di famiglia hanno un reddito annuo superiore ai 100 mila dollari. La polarizzazione del voto segue più il reddito che la questione etnica.

Velo – Quello islamico urta la sensibilità democratica e di genere, essendo imposto dall’uomo alla donna (molte donne, anche non islamiche, obietterebbero, ma non è questo il punto).. Di più urta una sensibilità estetica e una tradizione consolidata che fa del viso la parte per il tutto dell’essere umano – l’esito dell’incesso verticale, la costruzione più ardua forse della storia. Del corpo e della personalità – dello spirito. Immortalato per questo in poemi, trattati e figurazioni, sguardi e modi espressivi, ritratti e autoritratti, e fin nel linguaggio politico – il “capo”.
L’islam in questo non discrimina, essendo iconoclasta di base. Ma di fatto, per le strade, fa un’eccezione per gli uomini. 

astolfo@antiit.eu 

Quella scrittura pulp sembra un classico

L’artista superomista che tutto piega al suo disegno, negli ultimi istanti prima della sedia elettrica – “Domani a quest’ora sarò morto!” è l’incipit. Dei familiari inamati avendo materiale per il suo capolavoro scultoreo, il gruppo “La famiglia felice”. Un racconto lungo dell’orrore – una long short story. Robbins è l’ispiratore di “Freaks”, 1932, il film culto del genere, tratto dal suo racconto breve “Spurs”.
Dopo il successo di “Freaks”, Robbins fu anche sceneggiatore a Hollywood. Anche quando, prima della guerra, trasferì la residenza in Costa Azzurra, dove vivrà fino al 1952. Ma come scrittore fu confinato, e si confinò, ai giornaletti pulp, popolari. Finché funzionarono, anche nei primi anni del dopoguerra. L’edizioncina è una sorpresa per la qualità della prosa a fronte di questi precedenti: pur facendo la tara di quanto forse ci ha messo Francesco Cappellini, che lo riscopre e lo ha tradotto, è ben al di sopra della prosa corrente, dei manierismi da scuola di scrittura. La peggiore prosa Usa è migliore della migliore prosa contemporanea?
Tod Robbins, Mute, bianche e stupende, Via del vento, pp. 42 € 4

martedì 20 dicembre 2016

Bolloré-Berlusconi nemici-amici

La questione con Bolloré è di prezzo? Non potendo vendere Mediaset Premium, Berlusconi vende Mediaset? Non è un’idea peregrina che circola a Milano, vista l’inerzia di Fininvest nella partita con Vivendi-Bolloré, dove gioca di rimessa, e il distacco personale di Berluscomni – tanto più marcato a fronte dell’interesse che pone in prima persona alla non avvincente partita Milan.
Ci sono molte anomalie nell’affare Vivendi-Mediaset. Non è una scalata. La scalata si fa e non si annuncia – si annuncia a cose fatte. Non è nemmeno un grande affare per Bolloré, che deve mettere in conto l’inevitabile ridimensionamento di Mediaset come rubamazzo con la Rai sul mercato pubblicitario italiano. E se sul primo 20 per cento avrà potuto acquistare a prezzi di saldo, ora dovrà pagare caro l’ulteriore 10 per cento di cui ha annunciato l’acquisto.
Mediaset è stata ed è il cuore del business Berlusconi, più dell’editoria e della finanza. È stata una banca, liquidissima. E una mezza miniera: l’occupazione e sfruttamento dell’etere, che non costa (quasi) nulla. Ma ora non pi. Quest’anno, benché aumenti considerevolmente ricavi e ascolti, e malgrado un’ancora più brillante Mediaset Spagna.l’ex Telecinco, aumenta considerevolmente anche il debito, sul miliardo, e chiude in perdita, tra i 100 e i 200 milioni, per la prima volta da quando esiste. Pesano i costi di Mediaset Premium, soprattutto i diritti del calcio.
Il riaggiustamento dei conti Premium non è impossibile. Partendo dalla cessione dei diritti del calcio. Ma, altra bizzarria, la correzione non si fa.
In prospettiva ravvicinata c’è peraltro una perimetrazione della raccolta pubblicitaria per ogni singolo operatore. Operazione che l’Agcom, Autorità di vigilanza sui media, ha finora evitato per il peso politico di Berlusconi. Ma che è sempre meno rinviabile: due gruppi si prendono il 95 per ceno del mercato - di più Mediaset col 65 per cento, la Rai è già stata fermata, al 30 per cento.
Il gruppo tv di Berlusconi è in surplace, gestionale, di mercato, finanziaria. E Bolloré è più solido e affidabile dei cinesi del Milan. Tra i due, Bolloré e Berlusconi, non è d’altra Mediobanca che ha propiziato l’affare Premium poi saltato, né nessun altro, giusto Ben Ammar. L’anima berlusconiana di molti affari, nella collocazione in Borsa di Mediaset e dopo, membro del consiglio di sorveglianza Vivendi.

È l’ora di Cairo

È l’ora del terzo polo? Cairo probabilmente, da via Solferino dove si è insediato, a capo del terzo maggiore gruppo italiano dei media, sta facendo il tifo per Vivendi. Una Mediaset francese è destinata al ridimensionamento, degli ascolti e della raccolta pubblicitaria: il duopolio, già peraltro artificiale, frutto più di intese che di concorrenza, fra Rai e Mediaset si sgonfierà, il mercato tv aprendo a nuovi soggetti. Tra essi al primo posto la 7 del neo proprietario del gruppo Corriere della sera.
Una Mediaset francese spalanca in teoria gli spazi alla Rai. Ma l’emittente pubblica, peraltro sussidiata dal canone, non può occupare più spazio nel mercato pubblicitario del 30 per cento che già occupa. Mentre Mediaset, che da sola monopolizza i due terzi della pubblicità tv, è destinata al ridimensionamento, commerciale e normativo: la quota è eccessiva da tutti i punti di vista.

Pio XII tra revisionismo e guerra fredda

I sacerdoti Kolbe e Lichtenbegr, cui “Il Vicario” è dedicato, sono ora l’uno santo e l’altro beato. Pio XII, il cattivo Vicario di Dio in terra, è venerabile: le cose sono cambiate. Il dramma è del 1962, l’anno dopo la costruzione del Muro di Berlino, il primo schiaffo di Kruscev a Kennedy. E la politica, la storia politica del dopoguerra, la “guerra fredda”, è la cosa che più ritorna alla rivisitazione del testo.
Il cattolico Carlo Bo nella presentazione ne fa un “dramma cristiano”, del male dentro di noi, etc.. Ma forse non l’ha letto: alla lettura ogni verso odora di Cominform, la propaganda sovietica. Erwin Piscator, all’epoca attivo a Berlino Est, incaricato entusiasta della messinscena, evoca nell’altra presentazione Schiller - dopo essersi accreditato come massima autorità in tema, avendo riproposto il dramma epico “prima di Brecht”. Ma Hochhuth è sulle tracce di Goethe: in versi è un po’ sotto, novemila contro i dodicimila del “Faust”, in lunghezza lo supera. Nella rappresentazione di Piscator, l’unica integrale, durò sette ore. A stampa, nell’edizione che Feltrinelli si affrettò a proporre, è assortito di un centinaio di pagine di note di scena che in realtà sono caratterizzazioni ideologiche, e da un altro centinaio di “Delucidazioni storiche”.
“Solo con noi, solo\ con la Chiesa, e non contro di noi,\ il fascismo è invincibile”, spiega il nunzio papale a Berlino al giovane gesuita Riccardo Fontana che ne sarà vittima, alla prima scena dell’atto primo. Nella quale invece il tenente delle SS Kurt Gerstein, medico e ingegnere, denuncia lo sterminio. Il tema del “Vicario”, cavalcato all’epoca dalla stampa, e poi da una certa storiografia, contro la chiesa cattolica, è un atto da guerra fredda: “Il signor Molotov l’ha capito anche lui”.Il rifiuto della condanna di Hitler per non avvantaggiare Stalin sarà il leitmotiv.
In questa prima scena ha già fatto il suo ingresso Pio XII, in nota, come “un autocrate”, lui come Hitler: il dramma storico “schilleriano” è un lunghissimo pamphlet contro Pio XII. Di cui ancora oggi non si vede la ratio, se non appunto nel quadro della guerra fredda: non si tratta di protestanti contro cattolici, né di laici contro credenti, ma solo di Pio XII. E del suo successore Giovani XXIII, all’epoca regnante, di cui un cardinale cinico nella pièce ha il fisico e la storia personale. In esergo, tra i tanti Camus, Mauriac, Kierkegaard, c’è il cardinale Tardini, segretario di Stato di Giovanni XXIII - oltre a un santino dello stesso Pio XII, “Il Grande”. I vezzi toscani di Ippolito Pizzetti sottolineano nella traduzione il tono polemico e derisorio.
La scena madre, all’atto terzo, intitolato “Il gran rifiuto”, agita un papa anticomunista, che nulla smuove alla condanna di Hitler: “Solo Hitler difende oggi l’Europa”. Benché lo consideri, sempre freddo, un assassino: “Hitler combatterà fino alla morte\ perché per l’assassino non c’è più perdono”. Questo il giorno dopo il 16 ottobre. Il 16 la razzia degli ebrei romani è inscenata in via di Porta Angelica, sotto gli appartamenti papali. E anche i gesuiti, cui pure appartiene il giovane prete Fontana che s’immolerà per testimoniare lo sterminio degli ebrei, hanno “istruito\ personale specializzato per la Russia,\ che al seguito di Hitler,\ vale a dire dell’esercito tedesco,\ dovrebbe fondare missioni”. Tipiche contraddizioni, di carte ammonticchiate alla rinfusa, di “materiali”, non di ricerche, tantomeno storiografiche. Le fonti sono il barone Ernst von Weizsäcker, il segretario di Stato agli Esteri di Hitler poi ambasciatore in Vaticano, Gerald Reitlinger, il collezionista e esteta britannico che scrisse la storia dell’Olocausto per ridimensionarne le cifre (si deve a lui il conteggio di 4,5 milioni di vittime dei campi della morte, invece di 6 milioni), Walter Schellenberg, generale delle SS “pentito” a fine guerra, e Kurt Gerstein, l’ufficiale delle SS la cui memoria si andava riabilitando, dopo una prima condanna in Francia alla liberazione, che Hochhuth eleva a personaggio centrale della rappresentazione. In generale, il nazismo è la chiesa: roghi e scomuniche – le SS sono i domenicani, Tommaso d’Aquino Himmler…
I “documenti” e le “rivelazioni” che hanno fatto seguito alla caduta del Muro concordano che Hochhuth venne rifornito e ispirato per questo lavoro dai servizi segreti sovietici, via i servizi satelliti rumeni, i cui materiali gli sarebbero stati passati attraverso alti ufficiali tedesco-orientali. Ma questo si vedeva già nel 1962. Hochhuth, esordiente, fu esibito rappresentato, con grandi mezzi e notevole apparato pubblicitario, da Erwin Piscator, alla Freie Volksbühne di Berlino Est. I partiti fratelli furono mobilitati come per la più popolare delle cause. Il settimanale del Pci “Vie Nuove” si occupò di sottolineare la rappresentazione a Berlino Est con un dossier di quaranta pagine contro Pio XII. Il drammone viene riproposto on demand da Wizarts come quello da cui è tratto il film di Costa Gavras “Amen” – il film è giocato sulla figura di Gerstein, l’SS che condanna Auschwitz, dove opera, non su Pio XII. Ma all’epoca Feltrinelli ne approntò rapidissimo la traduzione, per un succès de scandale - in un’edizione peraltro ottima.
Il polpettone stesso è un vero dramma della disinformacija, surrettizio: in questo senso tutto funziona. E fastidiosamente revisionista: i tedeschi non hanno colpa, gli altri sì, olandesi, francesi etc. – e naturalmente Mussolini, che ha trascinato Hitler “in avventure folli\ e senza senso in Africa e in Grecia”. “Quanti tedeschi aiutano i fratelli” viene con l’esclamativo e non con l’interrogativo. L’eroe è il dottore ingegnere, e anche chimico, SS incaricato di preparare il veleno “giusto” per le camere della morte, il Zyklon B – ma non è un sabotatore di Hollywood, è uno che tiene famiglia (e un ebreo nascosto in casa…): “La coscienza quale istanza morale\ è assai poco sicura”, è il suo credo: “Sono convinto\ che anche Hitler segue la voce\ della sua coscienza”. Questo spirito nobile assolve naturalmente i tedeschi. Perché non sanno. Cioè sì, sanno, ma “che mai può fare\ il benintenzionato? Chi può condannare\ un uomo che non voglia morire per gli altri?”. I polacchi sono peggiori, gli olandesi, gli ungheresi, i francesi, gli ucraini, nella graduatoria di questo eroe SS  della resistenza. Edith Stein è stata denunciata dalle sue consorelle olandesi in convento…
La stessa nota alla scena prima atto primo ha fatto di Kurt Gerstein, sempre il medico-ingegnere-chimico incaricato del veleno per le stanze della morte, “un Cristo «moderno»” e “un essere eletto, un predestinato”. Segue Eichmann, come il Mefistofele goethiano nella cantina di Auerbach, in una sala giochi e bagordi, la “Taverna del Cacciatore”,  lui sì cattivo – è già stato giustiziato da un anno. Ma Eichmann “essere banale” ricorre nel discorso per l’assegnazione a Hochhuth del premio Gerhard-Hauptmann da parte delle autorità tedesco-orientali il 17 novembre 1962, alla vigilia della rappresentazione – a Berlino Est tutto era ferramente organizzato:  una primizia, il libro sulla “banalità del male” di Hannah Arendt uscirà a luglio del 1963, peraltro col titolo “Eichmann in Jerusalem”. Tutte le scene romane vedono “Sander”-Kappler, l’organizzatore del 16 ottobre, riflessivo e giusto, rigoroso. Benché già condannato – nelle note di regia – per l’“errore” delle Fosse Ardeatine, i cinque giustiziati in più rispetto al numero ordinato da Berlino. E uno che protegge il papa e i cattolici. La lista degli ebrei romani da razziare gliel’ha compilata Mussolini.
Molte pagine delle “Delucidazioni” sono impiegate a spiegare che gli Alleati sapevano dell’Olocausto – mentre i tedeschi non sapevano. Gli stessi che avevano impedito l’emigrazione in massa degli ebrei “quando goi ebrei dovettero lasciarci la notte del 9 novembre 1938” – questo per l’autorità di una giornalista, Ursula von Kardoff. La resistenza francese era una massa di opportunisti. A proposito della morte di Gerstein in un campo di prigionia francese nell’estate del 1945, forse suicida forse per mano di altre SS, Hochhuth accusa i francesi: “Non molti tra coloro che, dopo l’arrivo degli americani, incrudelirono contro gente disarmata e contro prigionieri tedeschi, portano a buon diritto il titolo onorifico di partigiano”. Gerstein fu una delle vittime di questa giustizia sommaria: “L’11 aprile 1952 il ministro della Giustizia francese dichiarava che dopo la Liberazione erano stati giustiziati 10.519 francesi, di cui solo 846 in base a regolare verdetto” – figurarsi i tedeschi… (la fonte è Reitlinger).
Hochhuth si manifesterà poco dopo apertamente revisionista. Dapprima col “dramma schilleriano” successivo, “Soldati”, in cui incolpa Churchill della guerra – ne vuole fare un criminale di guerra per i bombardamenti - e di alcuni delitti contro la nobile nazione polacca. Era il 1967, quando la Polonia ribolliva contro il regime filosovietico. Ultimamente sarà scoperto negazionista, al fianco di David Irving. Con il quale aveva collaborato nel 1967 per “Soldati”, per la storia del generale Sikorski, primo ministro del governo polacco in esilio, morto in un incidente aereo, che i due avevano trasformato in intrigo ordito da Churchill - una versione, per la quale i due saranno poi condannati in giudizio, proposta da Irving, conquistato dal “Vicario”. Ma nel “Vicario” non si nasconde: la colpa è degli altri, a partire naturalmente dal papa, la loro massima autorità morale .
Himmler, il capo delle SS, è… un gesuita.– sull’autorità di Schellenberg, il generale SS “pentito”. E un pedante, nient’altro: “Egli ha organizzato le SS secondo\ le regole di Ignazio di Loyola\ e ha studiato, da pedante  quale è,\ e quale in ogni occasione si dimostra,\ un’intera biblioteca gesuita….”. Himmler è anche di buon cuore: “Non riesce a sopportare\ la vista delle vittime che muoiono”. Anche se non può non essere Himmler: già sospetta origini slave nel generale Manstein, che ha condotto le armate tedesche nella vittoria, “perché si chiama Levitsky, o qualcosa del genere”. Von Hassell, l’ambasciatore nazista a Roma, è anche lui uno che chiede: “Perché Galen è stato lasciato solo?” Von Galen, il vescovo di Münster, che aveva attaccato dal pulpito le deportazioni degli ebrei – ma solo degli ebrei battezzati, Hochhuth non si evita di sottolineare.
Un repertorio, si può dire, del revisionismo agganciato alla guerra fredda. Napoleone è Hitler, anche lui. Linferno di Auschwitz è accomunato a Dresda e Hiroshima. Il quinto atto, “Auschwitz o la morte di Dio”, è aperto in nota con una citazione di Celan, “della sua bellissima poesia «Todesfuge»”, e con l’impensabile del campo della morte:  “Il fatto che oggi si possa visitare Auschwitz come il Colosseo, non riesce affatto a convincerci che diciassette anni fa possa essere stato costruito nel nostro mondo reale questo immenso complesso industriale, dotato di un proprio nodo ferroviario, soltanto per uccidere a mezzo di uomini normali, che oggi si guadagnano il loro pane come portalettere, giudici, pedagoghi, commessi viaggiatori, pensionati, segretari di Stato o ginecologi, altri essere umani”. Ma l’indignazione è solo uno degli argomenti tedesco-orientali contro la Repubblica Federale di Bonn – la mancata o insufficiente denazinificazione. Hochhuth, di suo, è un nazionalista negativista. 
Rolf Hochhuth, Il vicario, Wizarts, pp. 432 € 26

lunedì 19 dicembre 2016

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (311)

Giuseppe Leuzzi

“Tarantula” è titolo di Bob Dylan, del suo libro giovanile di racconti e divagazioni (“è il titolo del romanzo di Bob Dylan”, taglia corto wikipedia-disambiuazioni), nonché di una diecina di single e album di gruppi pop, e dell’antagonista dell’Uomo Ragno. Quanta etnografia sprecata sul Sud.

“La porta”, dice Isidoro di Siviglia (“Etimologie”), “è ciò grazie a cui qualcuno ci impedisce di entrare”. Una funzione inversa-avversa che si può dire dell’Italia verso il Sud.
Ostium, il termine latino che Isidoro usa per porta, entrata, sa anche di nemico, hostis.

Si celebra la nuova Salerno-Reggio Calabria a palazzo Poli a Roma con una serie di foto squallide di luoghi abbandonati, sporchi, intristiti, pieni di rifiuti. Più - per “rendere l’idea” meglio? - foto della statale jonica 106 fuori stagione: la costa dei gelsomini, una delle più attraenti d’Italia, vista d’inverno, con le insegne divelte o sfilacciate, i locali abbandonati, in un deserto umano e urbano, alla luce grigia di una giornata di scirocco. E magari questa celebrazione è costata: il pregiudizio si fa pagare.

La qualità dell’informazione
Nella classifica sulla qualità della vita del “Sole 24 Ore” la provincia di Massa-Carrara viene al primo posto in Italia per numero di librerie in rapporto agli abitanti. Per esperienza diretta si può testimoniare il contrario: ci sono solo due librerie a Massa e una a Carrara. Con assortimento limitato alle novità e ai best-seller - i libri che si cercano bisogna ordinarli. Che sopravvivono con le vendite scolastiche. Delle due librerie di Massa, una ha appena chiuso, e l’altra lavora stancamene – si è ridotta alla metà dello spazio. Il posto della libreria chiusa è stato preso da un Mondadori store, un franchising, finché dura, procurato dai genitori, commercianti non librai, ai figli.
Non ci sono librerie nei grandi paesi delle Apuane, la regione di Massa-Carrara, da Monitgnoso alla Lunigiana – Pontremoli esclusa, ovviamente, ma la città dei bancarellari è eccentrica, di diffcile accesso. Non si sono librerie nelle città di mare, da Marina di Carrara fino a Viareggio. Qui ha aperto un altro Mondadori store, la metà della vecchia libreria - la città del rpemio Viareggio aveva un’ottima libreria internazionale, ma ha chiuso già una dozzina d’anni fa.

L’ideale dello sfascio
“Rubate oltre 100 Cinquecento in car-sharing a Roma in sei mesi”, scopre “Il Mattino” a metà mese: “Tre arresti nel Napoletano”. Ma l’impresa è molto più vasta, oltre che ingegnosa: “I ladri manomettevano il computer di bordo, smontavano l’auto e rivendevano i componenti sul mercato nero”.
Viaggiavano tranquillamente fino a Roma, in autostrada. Facevano anche tre viaggi in una giornata, sempre in franchigia. Una volta che uno di loro, prima di raggiungere l’autostrada, si schiantò contro un paracarro, nessuno lo vide, se ne andò tranquillamente a piedi. Rubavano le Cinquecento in car-sharing a una  società dell’Eni, Enjoy, quelle rosse, non altre. Perché delle Cinquecento, a differenza dalle Smart, sapevano disabilitare il dispositivo di localizzazione, il tracciamento satellitare. Le trasportavano a Napoli, abili a disinnescare anche i controlli di Polizia.
Non scassinavano le auto che rubavano, le aprivano con la tessera, come un comune utente di Enjoy.  Il traffico è stato scoperto per caso, nella perquisizione domiciliare di uno dei fermati, per altri suoi problemi con la giustizia, grazie al ritrovamento fortuito delle tessere magnetiche e vari documenti di terze persone, utilizzati, scrive il giornale di Napoli, “per creare fittizi «utenti Enjoy». Oltre agli autori dei furti, sono stati individuati diversi soggetti che prestavano i propri dati personali per richiedere le carte di credito utilizzate per la registrazione al portale www.enjoy.eni.com, mentre altri due soggetti si occupavano del riciclaggio delle autovetture Enjoy oggetto di furto. In unoccasione i tre arrestati, dopo aver rubato un’autovettura a Roma, ne hanno dichiarato lo smarrimento della targa a Napoli ed hanno provveduto a reimmatricolare il veicolo, che è stato venduto ad un acquirente in buona fede residente in provincia di Matera”.
Un danno per l’Eni da un milione e mezzo di euro. Un beneficio per i ladri di poche diecine di migliaia di euro. Come distruggere una miniera per venderne i telai di legno. Con spreco oltretutto d’ingegno, di abilità manuale e di tempo. Napoli potrebbe essere la capitale industriale, per ingegnosità e applicazione. Ma come per le famose lavorazioni à façon, su ordinazione, si limita agli ossicini, lascindo la polpa fuori. A costo spesso di violenze e carcerazioni.
Tra il 1924 e il 1926 il filofofo tedesco Afred Sohn-Rethel visse a Napoli e Capri. Osservando i pescatori e gli automobilisti, alle prese con vecchi arnesi, ne derivò una teoria della tecnica che intitolò scherzosamente “L’ideale dello sfascio” - Das Ideal des Kaputten. Über neapolitanische Technik”, poi ricompreso nella raccolta “L’invitation au voyage zu Alfred Sohn-Rethel”, 1979. Un testo bizzarramente non tradotto, fra i tanti suoi. Basato sull’osservazione che per un Napoletano le cose cominciano a funzionare quando non servono più. Quando funzionano, intatte, da sole, non lo interessano e anzi in certo modo lo indispongono. Quando invece sono morte, e manegiandole nei più vari modi, a volte con una semplice colpo assestato al posto giusto al momento giusto (“a martellate”, si diceva), le rimette in moto, allora è soddisfatto. Il Napoletano comincia cioè a utilizzare la tecnica (o: la tecnica interviene) quando le cose non vanno, e meglio ancora quando hanno esaurito la loro funzione.
Da questa osservazione semiseria il filosofo trae un quasi assioma, o paradigma, della tecnologia: la tecnica comincia nel momento in cui l’uomo sa opporsi all’automatismo delle macchine, che gli è esterno e quasi ostile, e comunque cieco, o meglio a impadronirsene, al punto di riutilizzare le macchine stesse per altri usi: spostarle, frammentarle, ricostituirle, ricostruirle. Sohn-Rethel porta l’aneddoto del ragazzetto di Capri che col motore del motorino faceva la panna montata. 
Ma tanta perizia e energia impegnate produttivamente no? Resta il problema del perché Napoli estrae il 10 per cento del valore di ogni cosa, dal museo archeologico opulento al panorama, alla cucina, alla capacità manuale, nel tessile-abbigliamento e nella meccanica, invece del 110 per cento. E quanta operosità sprecata – di dice l’abuso, i “disoccupati organizzati”, il sottobosco e il crimine, ma ciò che caratterizza Napoli è l’operosità. L’ingegno e l’applicazione. Quante energie sprecate – a basso reddito - nelle lavorazioni à façon del tessile, e nell’industria della copia, dei falsi. In evasione fiscale e anche legale, che è sempre indice di capacità - tanto più, anzi, per operare nell’illegalità. Un territorio infangato nella popolosità che peraltro non emigra. Molto meno, e con più resistenze, che non i calabresi, o i siciliani, o i pugliesi. Anche il napoletano che lavora a Roma: si sobbarca al pendolarismo, non lascia. Ma è inetto in casa. A meno di non teorizzare un vizio del male congenito, una tabe ereditaria: un’operosa follia.

leuzzi@antiit.eu

La passione spenta dal comunismo

Vita tragica di comunista potrebbe essere il sottotitolo. Tina Modotti, 1896-1942, rispolverata da sempre come diva glamour, della bellezza e dell’impegno, ebbe in realtà una vita pubblica, gli ultimi quindici dei suoi 45 anni, di lutti e calunnie. Il tutto da quando, in Messico, scoprì il comunismo, e abbandonò Edward Weston, il grande fotografo, che le aveva insegnato a fotografare e ne era l’innamorato felice. Passò da passione a passione, sempre di compagni, a partire dal giovane cubano Julio Antonio Mella, della cui fine assassinato a Città del Messico fu sospettata, e anche accusata. Per finire in Spagna con Vittorio Vidali, commissario politico nella guerra civile, cioè un controllore e un epuratore. Senza più lavorare, se non come agitprop. Fino alla morte alla Befana del 1942, sola, e anoressica, a Città del Messico.
La principessa parigina Hélène Poniatowski, naturalizzata messicana per matrimonio e scrittrice in castigliano, autrice anche di un “Diego Rivera”, nonché di narrative che le hanno valso il premio Cervantes, il Nobel spagnolo, amica di Garcia Marquez e di Vargas Llosa, dei quali condivide lo spirito liberamente scorretto, affronta Tina Modotti dalla fine, dalla morte nelle sue mani di Mello e dai sospetti e le maldicenze che presero a perseguitarla. Che sarebbe la sua rinascita, nella necrosi comunista, di ortodossie costantemente assassine. Poniatowska la segue con simpatia ma non agiografica – questa sua biografia era stata già tradotta, ma non integrale (è per questo spiritaccio che la biografia è tuttora letta in tute le lingue). Ha licenziato il corposo volume nel1992, ma l’aveva costruito con indipendenza di spirito, fuori dai santini. Nova Delphi, che opera sulla memoria di Sacco e Vanzetti, ne annuncia la riproposta come di una “passione rivoluzionaria”.  Ma allora suicida – Sacco e Vanzetti sarebbero stati cominternisti?
Tina è vittima del metodo disinformativo messo a punto e perfezionato dal Cremlino, di cui fu paladina sempre allineata: il controllo attraverso il sospetto, nella assise politiche, e nei rapporti personali. Senza tregua. Passa gli anni del comunismo, in questa biografia, perseguitata dalla fama, intracomunista, di mangiauomini. Non perché lo fosse ma perché aveva posato (semi)nuda. E benché fosse devotamente allineata. L’ultimo suo atto a Città del Messico fu di ingiuriare gli amici intimi Diego Rivera e Frida Kahlo perché avevano ospitato Trockij – “opportunisti, esibizionisti, vogliono solo farsi pubblicità”.
Era stata giovane immigrata dal Friuli alla vigilia della Grande Guerra, Assunta Adelaide Luigia Modotti, piena di energia, che per l’avvenenza e la fotogenia era diventata star di Hollywood nel 1920, a ventiquattro anni, e poi, legandosi a Weston, fotografa di immediata fama – sarà fotografa in tutto, benché dall’occhio di lince, di un paio di centinaia di cliché. Una vita perduta, di cui aveva forse coscienza: “Mi viene spesso in mente la bellissima frase di Nietzsche che mi hai citato”, così chiude l’ultima lettera a Weston, nel 1930: “Quel che non mi uccide mi rende più forte. Ma ti assicuro che il periodo che sto vivendo mi sta quasi uccidendo”.
Elena Poniatowska, Tinissima, Nova Delphi, pp. 626, ill. € 21

domenica 18 dicembre 2016

Ombre - 346

Cosa sapeva Grillo di Marra che noi non sapevamo, e lui non diceva alla sindaca Raggi, e chi glielo aveva detto?

Il “Corriere della era” sa ora che “l’avviso di garanzia per la sindaca è in arrivo”. Premonizione?


Il commissariamento del Comune di Roma da parte di Grillo e Casaleggio è in armonia con la Costituzione di cui sono difensori, la buona amministrazione, secondo le regole democratiche, o è partitocrazia. Nemmeno l Pci di Togliatti, che pure scomunicava molto, osava tanto.

Sergio Scarpellini affitta immobili al Comune di Roma per 18 milioni, e allo stato per dieci volte tanto. Qui non bisogna disturbare il manovratore, usque tandem?

“Una retata li seppellirà”, titola “Il Fatto” gli arresti a Roma: “Dopo il referendum salta il tappo delle inchieste sulla politica”. I giudici, e lo stesso “Fatto”, non hanno voluto “disturbare il manovratore” del No? Che la giunta grillina a Roma aveva votato con apposita mozione.
Che la giustizia a orologeria sia attestata dal partito dei giudici, questa in effetti è una novità: ora non potremo più dirli ipocriti.

Fa male la giustizia ai giustizieri, 5 Stelle in testa, ma anche al Pd non se la passano bene. Chi la fa l’aspetti. Poi magari Marra e Sala non hanno fatto nulla di male. Ma i tempi della giustizia sono sacri, non c’è nemmeno bisogno di un No a un referendum.

La moviola scende in campo, dopo una campagna promozionale forsennata. Interrompe il ritmo atletico e fa gli stessi errori dell’arbitro, ma non fa nulla. Il business è sacro.

Si è dovuta muovere la Procura Generale a Milano per evitare l’insabbiamento dello scandalo Expo, che perfino questo sito denunciava:
Per evitare il procedimento la Procura di Milano ha aperto una crisi al suo interno e ha cacciato i giudici che se ne occupavano. Con la  benedizione del Csm, il Consiglio supremo dei giudici.

Non è il solo caso: Vivendi, denunciata dalla Consob per la scalata Premafin- Sai quattro anni fa, non è mai stata indagata. Perché è socia di Mediobanca?
Non si po’ dire Milano il porto delle nebbie: la Procura è sensibile con chi conta.

Non c’erano dubbi che l’appalto della “piastra”, cardine di tutto l’investimento Expo, fosse stato dato a una ditta già al centro dello scandalo multimiliardario Mose. Per un ribasso insostenibile, di quasi il 50 per cento. Cioè, praticamente, a trattativa privata.

Giubila Milano per il senso dello Stato dell’autosospensione del sindaco Sala, indagato per l’Expo.
Sala, autosospendendosi, non facilita l’indagine: vuole farne un caso. Acuirlo, passare dal alto dell’accusa.

Il Monte dei Paschi galleggia per un anno su un progetto di aumento di capitale garantito da Jp Morgan e Mediobanca, un progetto delle stesse banche. Che al dunque si defilano, e non si sa nemmeno se sottoscriveranno una quota, nonché non più l’inoptato. Quanto sono costati gli advisor e garanti Jp Morgan e Mediobanca a Mps? Pare 250 milioni. Ma non si chiama furto.

È strage al Monte de Paschi: puniti non solo gli azionisti e obbligazionisti che hanno onorato gli inutili aumenti di capitale, ma la stessa banca, che nel 2016 ha perso 20 miliardi di depositi. Tutto per far fare affari a Jp Morgan e Mediobanca, banche raccomandate dal governo.
Si misura qui la differenza fra Angela Merkel, che le crisi bancarie risolse subito e definitivamente,  e gli altri. 

Il capo della Polizia Gabrielli non prende gli scippatori della povera Zhang (gliene consegnano due gli scippatori stesi, due minorenni….). Né chiude il campo abusivo di via Salone, che li protegge. Noto campo di malfattori. Ma rispolvera, a presidiare le strade di Roma, da ex prefetto della Capitale, la polizia a cavallo. Per bloccare il traffico nei giorni anti smog?

Spettacolare carrellata di nomine 5 Stelle a Roma. Non nei posti politici, per esempio gli assessorati – lì non trovano candidati. Ma nei posti direttivi dell’amministrazione comunale. All’Ambiente (rifiuti urbani, il nuovo mammellone), Ama compresa, al Personale, al Patrimonio, all’Atac. C’era il partito della bistecca, c’è il partito dei posti?

L’assessore Muraro a Roma sa di essere sotto accusa in Procura per reati ambientali il 7 dicembre. Ma si dimette la notte del 12, dopo che la notizia dell’incolpazione è aggiunta a Grillo. All’una di notte perché Grillo era impegnato in uno spettacolo a Genova, e bisognava aspettare che lo finisse. È il partito del Capo.

Annuncia le dimissioni di Muraro con un video facebook la sindaca Raggi. Postazione fissa, lievemente sfocata, come una vecchia foto del Soviet Supremo, lo stesso grigiore inespressivo. Solo che le facce sibilline che fanno quadro non sono di generali e ideologi, che qualche cosa in vita loro avevano combinato, ma di quelli che evitiamo al bar e nell’ascensore del condominio.

Una lettrice del “Corriere della sera” scrive per criticare i pensionati che prendono la residenza all’estero: è evasione fiscale. Non lo è, è nelle regole. Ma la questione fiscale è la più facile demagogia in Italia, più della questione morale. Oppure: la stupidità è fuori canone in Italia.

Viene tassata la pensione come reddito prodotto, invece che come risparmio. Senza la possibilità di incremento che ha il lavoro, e anzi con la proibizione del lavoro in cumulo di pensione. E quindi destinata a rapido deperimento.

Questo concetto elementare Boeri, il presidente dell’Inps, non lo capisce. Cioè lo capisce benissimo, non per nulla è un economista, ma non smetterà mai di dire che i pensionati sono ladri. È la sindrome del califfo.

Si agita la questione fiscale come al questione morale. Questa è opera degli imprenditori edili, normalmente, o del terzo settore, che non hanno vinto un appalto. Quella a opera dei più furbi a non pagare la tasse?

Non ha argomenti la sinistra Pd, dopo aver lavorato per perdere il referendum, se non il “che fai, ci cacci?” di Fini. Che era un (ex) missino. Per giunta perdente.

Al funerale di Zhang Yao, la ventenne scippata di fronte all’Ufficio Stranieri e morte nell’inseguimento dei ladri – morta subito, e ritrovata dopo quattro giorni… - non c’era la sindaca Raggi, i cinesi non votano. Non c’era nessuno del Comune: questi grillini sono proprio il meglio del peggio.

Al funerale non c’era nemmeno nessuno della Polizie o della Questura, di fronte ai cui uffici la ragazza è morta scippata. Si vorrebbe poter dire per un senso di colpa. Ma è perché non ci hanno nemmeno pensato.

“Com’è stato possibile davanti a un ufficio di Polizia?”, chiede il signor Go-We, padre di Zhang. Sua figlia ne è poi morta, e quindi è un caso eccezionale. Ma centinaia sono gli scippati lì davanti. Tutti immigrati poveri, quelli che devono fare i “documenti” personalmente, tortuosissime pratiche alle quali manca sempre un bollo. Sempre a opera egli stessi, zingari di un campo abusivo prospiciente. Basterebbe una volante lì davanti. 

Il filosofo senza emozioni

La collera, la paura passiva (chiudere gli occhi, svenire), la tristezza passiva, la tristezza attiva, che si vuole fare compiangere, la gioia? Tutte manifestazioni di difesa, per una sensazione di pericolo o di minaccia – compresa la gioia-emozione, uno “stato d’impazienza”, non la gioia-sentimento.
“L’immagine non è una cosa” è il leitmotiv del primo testo, “L’immaginazione”, 1936. L’emozione è una condotta magica” del secondo e più argomentato, l’ “Abbozzo”, o idee, “per una teoria delle emozioni”.  Che è un breve trattato, e una metodologia introduttiva alla psicologia. Come tale ha formato più generazioni in Francia, alle magistrali e all’università.
Sartre progettò il debutto nel 1936con un trattato “La Psyché”. Le “Idee” sono i materiali metodologici, pubblicati due anni dopo come “Abbozzo di una teoria delle emozioni” – precedute nello stesso 1936 da “L’immaginazione”, e nel mezzo, nel 1937, da “La trascendenza dell’Ego”. Il tutto, sembra, di malavoglia. L’anno successivo Sartre debutterà con più convinzione nella narrativa, con “La nausea”, cui seguiranno nel 1939 i racconti de “Il muro”, e poi molto teatro.
Il capitolo iniziale dell’abbozzo, “Le teorie classiche”, è un lungo Janet vs. William James – Pierre Janet è uno psichiatra, che la gloriola francese considera anticipatore della psicologia dinamica e della psicanalisi. Segue la novità, la fenomenologia. Fenomenologicamente, il “mondo”, o essenza, della psicologia è la coscienza. La quale “esiste nella misura esatta in cui è coscienza di esistere”. C’è quindi “prossimità assoluta della coscienza in rapporto a se stessa”. I due termini dei “fati psichici”, l’uomo e il mondo, coincidono: “L’esistente di cui dobbiamo fare l’analisi è noi stessi. L’essere di questo esistente è mio” (Heidegger, Essere e tempo”, p. 41). Senza illusioni: la fenomenologia è lo studio dei fenomeni, non dei fatti: “Esistere  per la coscienza è apparirsi, secondo Husserl”. Con l’avvertenza che la fenomenologia è agli inizi,  e ancora non s’è fatta un’antropologia.
Una coscienza autoreferenziale è tautologica: si conosce perché si conosce. Ma l’esercizio vale come saggio letterario. L’emozione? Per uno scrittore è facile, è come scrivere: “Per esempio, in questo momento scrivo, ma non ho coscienza di scrivere”. Che non è tracciare dei segni, per abitudine o pratica: “Sarebbe assurdo. Ho forse l’abitudine di scrivere, ma non queste parole in questo ordine”. Del resto, “l’atto di scrivere non è affatto incosciente, è una struttura attuale della mia coscienza”. La particolarità è che “non è cosciente di se stesso. Scrivere è prendere una coscienza attiva delle parole che nascono sotto la mia penna”. Sapendo che “le parole che io scrivo sono delle esigenze” – “l’azione come coscienza spontanea irriflessa costituisce un certo strato esistenziale nel mondo”. Un’emozione è come una febbre, “lo sconvolgimento volgare e totale del corpo”.  Oppure è “una trasformazione del mondo”. Le argomentazioni sono di questo tipo, apodittiche, o da manuale scolastico.
Il mondo ha “carattere duplice”: “È da una parte un oggetto nel mondo e dall’altra il vissuto immediato della coscienza”. Su di esso la coscienza si proietta come “un fenomeno di accettazione”: “La coscienza non si limita a proiettare dei significati affettivi sul mondo che l’attornia: essa vive il mondo nuovo che ha costituito”. Gli altri sbocchi essendo sbarrati, “la coscienza si precipita sul mondo magico delle emozioni”. Con esiti sorprendenti: attraverso le emozioni la coscienza (intesa evidentemente come ratio) si degrada: “L’origine delle emozioni è una degradazione spontanea e vissuta della coscienza di fronte al mondo. Ciò che essa non può sopportare in certo modo, tenta di impadronirsene in altro modo, dormendo, avvicinandosi alle coscienze del dormiveglia, del sogno e dell’isteria”. I sovvertimenti fisiologici non sono “nient’altro che l’accettazione vissuta dalla coscienza”. Insomma, “la coscienza  vittima della sua propria trappola”. E, poi, l’emozione è “magica” – il magico essendo “lo spirito serpeggiante tra le cose” di Alain. O “una sintesi irrazionale di spontaneità e passività”, eccetera.
L’abbozzo si ricorda per la contestazione della psicanalisi. “L’interpretazione psicanalitica concepisce il fenomeno cosciente come la realizzazione simbolica di un desiderio rimosso dalla censura”. Se così è, “bisogna rinunciare integralmente al cogito cartesiano e fare della coscienza un fenomeno secondario e passivo”. La fenomenologia delle emozioni deve “fare a meno di queste contraddizioni” – Sartre non sapeva quanto Heidegger, se non Husserl, disprezzava Descartes e il “cogito”. Con un’introduzione di Nestore Pirillo.
Sotto la politica niente?
Jean-Paul Sartre, L’immaginazione. Idee per una teoria delle emozioni, Bompiani, pp. XXXV-216 € 11