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sabato 1 agosto 2020

Lacrime di felicità

La signora chiuse le imposte – Trandàfilo è nome di Savinio, ma è anche reale. Si aggirò per le stanze in penombra con un senso dimenticato di libertà, per le stanze che lo sgombero aveva infine liberate. Non vide la polvere, che tanto la irritava, non vide i pesciolini dei libri, né le macchie sui muri dietro le librerie. Non accese la luce e quindi non vide. Assaporò la sua vittoria in quel tramonto, di dentro come di fuori, vittoria contro se stessa, anzitutto, contro le abitudini.
Ci aveva messo trent’anni a scoprire che lui non era quello che non sembrava. Affettuoso, insistente nelle smancerie, e casalingo. La sua passione era scrivere: poesie, racconti, teatro, soggetti di cinema, perfino romanzi, saggi di ogni bordo, tutto pur di scrivere. Cose che nessuno leggeva perché nessuno le pubblicava, ma questo era il suo unico cruccio, che nessuno leggesse quello che scriveva. Che nessuno capisse. Non lui, non lei, ma quello che lui scriveva. Non i figli che non venivano ma i libri che non uscivano - no, questa la cancellò, la signora Trandàfilo odiava i bambini, le piacevano solo fra i due e i sei anni, l’aveva sempre terrorizzata, da quando aveva undici anni, l’idea che qualcosa le crescesse dentro. Scriveva dappertutto, sui più piccoli pezzi di carta, in una grafia contorta e minuscola che lui stesso aveva difficoltà a decifrare, nei luoghi più impensati, sul marciapiede, sui mezzi, mentre sciava, al bagno naturalmente.
Il periodo che fu a Milano era felice evidentemente perché poteva scrivere tutto il santo giorno e la notte. Un traditore, era. Un vigliacco, un mollusco lussurioso. Sempre in fregola, e poi costantemente la tradiva in ogni piega di pensiero. Immaginando donne floride perché lei era minuta, sboccate, volgari, aggressive perché lei era bene educata, madonne e carrieriste, e sempre disponibili, con omacci di ogni tipo, figuri che mai avevano frequentato e nemmeno incontrato. Non che lei sapesse. Mai aveva voluto leggere quelle elucubrazioni. E tuttavia avevano pesato, o se avevano pesato.
Un tempo aveva voluto imitarlo, l’aveva imitato, per dimostrargli che quella sua mania di scrivere dopotutto non era niente. Couplets, fantasie, racconti brevi, minimi, filosofemi, illuminazioni, tutto ciò in cui lui si dilettava come Dante alla “Commedia” lei aveva scritto facile nei pochi minuti del tempo libero. Fino all’epigramma che la sua amata rivista “Nove100” aveva prontamente pubblicato:
“L’onor tu m’hai scippato,
disse la moglie al marito,
che fotterla voleva,
e andò al caffé, il solito,
nel bagno lurido,
lo slip inalberando
a caccia di un ganzo”,
che provocò il mutismo di un anno, intollerabile, roba da corna anche impossibili, anche fuori del bagno.
Nemmeno la morte l'aveva liberata. Il giorno ch'era morto era stato come tutti gli altri. Con la pena delle pratiche, il funerale, le telefonate da fare e da rispondere, la denuncia alla banca, all’assicurazione, al-la cassa mutua, il commercialista, le volture, i notai. Aveva cambiato il nome sul portone e sulla cassettina, aveva ripreso liberamente il suo, ma nulla era in realtà cambiato. Il suo, di lui, ora le piaceva di più e subito si era preoccupata di rimetterlo, prima ancora di rientrare in casa: la signo-ra Trandàfilo suona buffo ma vuole dire rosa. Sì, in greco rosa si dice triantafillos. L’aveva scoperto in viaggio col caro estinto, sempre pieno di attenzioni, sorprese, scoperte, il solito scoppiettio di momenti magici. Lo scambio di dentali, la d sonora al posto della t sorda, è un adattamento alla De Mita, ma perfino la pronuncia dei burini d’Irpinia le divenne piacevole (in realtà i greci pronunciano il greco alla De Mita, oggi come probabilmente all’età di Omero, n.d.C.).
Era un nome classico, sapeva di una genealogia di duemila anni - o di mille, se si opta per l’eredità bizantina. Che si sarebbe estinto con lei. Era una grande voluttà, un brivido, che la proiettava all’inizio del secolo, del Novecento beninteso, col cocchiere, il casiere, il fattore, la cuoca, la ragazza di camera e le cameriere pronti al suo cenno, e le lunghe operazioni, a ogni tramonto, di accensione delle luci, dei camini, dei bracieri. O a metà Ottocento, fra i cristalli, i decolletés e le sostanze inebrianti - la donna allora era cagionevole. Non andava più in là dell’Ottocento, il solido impianto borghese di quel secolo sano la rassicurava.
Avevano infine portato via le carte e si cominciava a respirare. Aveva estimatori, colleghi probabilmente, ma chissà di che, non sapeva nemmeno che cosa esattamente insegnasse. Ogni due-tre giorni andava all’università, perlomeno così diceva, al dipartimento di letteratura, dove effettivamente rispondeva al telefono e lo conoscevano. Ma chissà se vi insegnava, se era professore. Quelle visite erano state l’effetto più sgradevole della morte. Gente secca, polverosa, rugosa, gonfia, che voleva sopratutto parlare. E di che? Di cose che nessuno aveva visto e a nessuno interessavano. Anche studenti, cioè studentesse, ragazze. Le più insistenti, quasi infoiate. Non dubitava che se le fosse fatte, da quando l’avevano castrato per via della prostata e non eiaculava nemmeno più era diventato perfino sfrontato. Per curiosità, e per saggiare quelle affettazioni d’interesse, mise infine le mani nelle montagne di foglietti, e lì c’erano, come lei ben sapeva, le gigantesse poppute, i grandi culi, le bocche voraci.
Vennero anche librai, offrendo cifre consistenti. Erano interessati sopratutto alle copie delle prime edizioni dei libri che si era fatti pubblicare da un suo amico, probabilmente, anzi sicuramente, a sue spese, copie che esistevano ancora in gran copia. E altre prime edizioni, che pare ne avesse in abbondanza, di scrittori veri, Moravia, Bevilacqua, Fallaci, Biagi. Vennero anche editori, funzionari di case editrici in gara tra loro e affannati, a proporre affari che la signora Trandàfilo non capiva. Ma infine si erano portati via tutto. Dopo aver pagato, e anche bene.
Avevano organizzato mostre e convegni, nelle more della gara, a cui l’avevano invitata, in mezzo a gente importante, Andreotti, Spadolini, Maurizio Costanzo. Riunioni noiosissime, ma in posti e in alberghi splendidi fuori stagione, l’Isabella di Forìo, il Villa d’Este a Cernobbio, il San Domenico a Taormina, il Villa Igieia a Palermo. Tanta felicità le aveva dato a volte le lacrime. Da ragazza piangeva sempre, anche al cinema, poi più nulla. Le facevano anche una specie di corte: le mandavano regali, anche preziosi. Tutto per quelle carte. Che lei avrebbe dato gratuitamente, pur di liberarsene. E invece avevano voluto pagarle a tutti i costi. Aveva deciso il commercialista: “Le dia a chi paga di più subito”. Il sottinteso era, il commercialista come gli avvocati e i notai sono secchi di cuore, che lei non avendo eredi doveva soltanto occuparsi d’incassare il più possibile subito. E quando erano venuti a prenderseli, libri e carte, non aveva voluto saperne: li aveva lasciati soli in casa, tutto il tempo di cui avevano avuto bisogno. Una cosa buona insomma il signor Trandàfilo morendo l’aveva fatta, sbarazzarla anche delle sue fantasie.


La politica araba senza c…

In attesa che il ministro degli Esteri, sua Eccellenza Di Maio, e il duo ventriloquo Casalino-Conte scoprano la Libia, a cui pure pagano molti soldi, è bene non scoraggiarsi, la cosa non è nuova. Voltaire lo sapeva già nel 1759 e ne ha scritto in “Candide”, dove Candido incontra in Marocco un castrato napoletano in missione segreta:
“Gli raccontai tutto quello che mi era capitato; anch’egli mi raccontò le sue avventure, e come era stato inviato dal re del Marocco da una potenza cristiana, per concludere con quel monarca un trattato, con il quale lo si sarebbe fornito di polvere da sparo, di cannoni e di vascelli, per aiutarlo a sterminare il commercio di altri cristiani. «La mia missione è compiuta, disse quell’onesto eunuco, m’imbarcherò a Ceuta, e vi riporterò in Italia»”. Aggiungendo, per terminare, in italiano: «Ma che sciagura essere senza c…!»
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Cronache dell’altro mondo - 68

La Fondazion Rockefeller, azionista di riferimento di Exxon-Mobil, è in causa col gruppo petrolifero perché inquina.
Tutti gli uomini di relievo che si menzionano nello scandalo delle minorenni “fornite” da Jacob Epstein sono democratici: Clinton, Bill Richardson, governatore del New Mexico, Al Gore, lo stesso Epstein, la sua compagna-complice Ghislaine Maxwell, figlia dell’editore laburista inglese Robert Maxwell. Ma non si dice, non si fa notare.
Trump propone di mettere fuorilegge il voto per posta che a novembre dovrebbe supplire su vasta scala quello ai seggi. La proposta si critica perché viene da Trump, e perché il presidente non ha il potere di cambiare le procedure di voto. Ma non si dice che il voto per posta è – è stato – fomite di infiniti riconteggi e anche di brogli. Anche il voto online, per risparmiare sulla carta (??), è stato contestato. Nelle primarie democratiche questa primavera, e nelle elezioni presidenziali testa-a-testa, da ultimo tra Al Gore e Bush jr - Gore non ha “riconosciuto” la vittoria di Bush jr. Ma senza correttivi.
Ellen DeGeneres, attrice e attivista lesbica, “star gentile della tv Usa”, secondo “la Repubblica”, sostenitrice di tutte le buone cause, è accusata da 36 ex collaboratori di averli bullizzati, “instaurando un clima di terrore”. Il produttore esecutivo del suo programma anche di molestie e abusi sessuali.


Miniera Camilleri

La “trovatura” – il tesoro nascosto sottoterra - è la fregatura. E tutte le magie della maga riescono. Il lettore lo sa, ma la suspense resta inalterata: Camilleri sa costruire anche in poche pagine caratteri e situazioni intriganti, benché comuni – almeno così s’immaginano.  
Un racconto di paese, della maga itinerante che riceve. Nella lingua di paese, anche se inventata, come il paese. Ma caratteri verosimili, e così pure la lingua: sorprendentemente suona vera – i racconti in vero dialetto di Pirandello sono quasi incommestibili al confronto.
Altra bizzarria, come altrove in Camilleri, è che i caratteri sembrano realistici ma sono caricaturali. Qui il tonto è il duro, il capomafia.  
Il racconto è tratto dalla raccolta “Gran Circo Taddei”.

Andrea Camilleri, La Trovatura, pp. 47 gratuito con “le Repubblica”


venerdì 31 luglio 2020

Problemi di base Big Brother - 582

spock

Casalino gioca in Borsa e perde, che dobbiamo pensare di Conte – ci venderà bufale?

 

Conte non gli dice la verità, Casalino non la capisce?

 

È sempre “la stessa mille”, dice Rocco al “Corriere della sera”, “che faceva avanti e indietro”: i mille euro come “la mille” lire (era un biglietto) – segno di abbondanza?

 

José ludopata, dice Rocco al “Corriere della sera”, “quando guadagnava mille la metteva sul conto, quando perdeva la rimetteva” – furbo, no?

 

Come fu che un sospetto antiriciclaggio si trasformò nell’acquisto di una casa per la povera vecchia mamma, anche se a Cuba – non costano niente?

 

Gli italiani credono ai buoni sentimenti, o al muscolare Rocco?

 

Con Rocco un po’ di Grande Fratello a palazzo Chigi?

 

Nel senso di Orwell o di Signorini e Wanda Nara?


spock@antiit.eu

La democrazia delle mutande sporche

Per un accertamento antiriciclaggio sul suo compagno, o ex compagno, si pubblicano i messaggi personali, familiari, che ha scambiato con lui, del tipo: “Ferramenta  € 10,25”, con richiesta di rimborso. I messaggi del compagno sotto inchiesta  a lui, Rocco Casalino, che è il direttore della comunicazione di palazzo Chigi. Ma Casalino non protesta né se la prende, anzi ne fa materia di lunghe interviste, con foto, sul “Corriere della sera” e “la Repubblica”, e di gossip sui social. Del tipo: sparlate pure di me, ma parlatene.
Un concetto rovesciato della riservatezza, sventolando le mutande. L’uomo immagine del presidente del consiglio Conte – e anche qualcosa di più: un fortissimo lobbysta dei media: non esce una parola contro Conte, uno di grosso mestiere – si penserebbe tenuto al decoro della funzione. Se lui personalmente non ci tiene, uno che ha debuttato nella comunicazione al Grande Fratello e vive all’insegna del “tutto purché faccia celebrity”, si penserebbe che palazzo Chigi, Conte, il governo ci tengano alla riservatezza. A un minimo di riservatezza, per un certo decoro della funzione, se non delle persone che abitano il palazzo. Ma no, lo stesso palazzo ama i pettegolezzi – non offre altro.
Si pensava che il decreto intercettazioni del governo 5 Stelle-Pd, che lascia campo libero a ogni indiscrezione, si ambientasse nella logica wilsoniana, per quanto perversa, o wikileaksiana, della “democrazia aperta”, e invece no, è quella dei social: pubblicate tutto quello che volete, ma pubblicate, altrimenti l’account soffre. La democrazia delle chiacchiere, delle mutande appunto sporche, del più sporco non si può.
Strana concezione politica. Ma forse è l’Italia, un paese di chiacchiere. Non c’è scandalo per la pubblicazione della lista della spesa della coppia Casalino. Nessuno che non professi la celebrity? Ma, poi, l’Italia non è il Paese che ha un’Autorità per la Privacy, che paga ogni anno decine di milioni, e non ha mai protetto nessuno? Giustificandosi con l’imporci una dozzina di firme a ogni atto in banca o in assicurazione, compresa l’ineguagliabile autocertificazione “io sono io”, quello del documento.  


Machiavelli&Co, o come l’Italia perse la guerra

Non un Machiavelli gay, come il titolo suggerirebbe - che anzi Simonetta dice piuttosto “maschio alfa”. Semmai degli amori clandestini del segretario fiorentino con una cantante, la novità del libro, esclusa dal titolo. Ma Machiavelli c’entra poco, il racconto è di ventitré personaggi di Firenze primo Cinquecento, che in qualche modo incrociano, o non incrociano, Machiavelli, una sorta di spirito della città.
“23 personaggi in cerca di Machiavelli”, spiega l’autore in premessa, “compaiono in diversi capitoli, ma da diversi punti di vista, come in  certi romanzi in soggettiva prismatica”. Ventitré “amici, nemici, falsi amici, cortigiani, colleghi e finanche un’amante”, per “un ritratto collettivo e ricco di sfaccettature” dell’elusivo “messer Niccolò amaro” (Gadda). Ma il segretario fiorentino ricorre più che altro come falso scopo, per allusioni alle opere e alla vita – qui amara più che fortunata.
Di fatto una galleria interessantissima. Di presenze anche marginali, semplici evocazioni, da Ariosto a Francesco Ghidetti, ma per un contesto sorprendente. Una galleria di personaggi anche formidabili, Francesco Guicciardini naturalmente, i tanti Strozzi, il Bibbiena, i fratelli Vettori. Riesumati attraverso le lettere - Simonetta, autore già di storie fortunate del Rinascimento, Montefeltro, i Medici (il lato oscuro dei Medici), Caterina dei Medici, è curatore dell’edizione nazionale dell’epistolario di Machiavelli. Con una lettura generale imperiale – filo Carlo V - e anti-medicea. Fra i discendenti per così dire problematici del Magnifico e i due papi Medici, Leone X e Clemente VII. Che si celebrano per la munificenza, ma qui sono visti nella pochezza politica, nel nepotismo sfrenato, e nelle spese illimitate fra soprusi di ogni genere. “In quella durissima lotta per la sopravvivenza”, ripete Simonetta, “che chiamiamo con il nome edulcorato di «Rinascimento». Di una politica medicea e fiorentina molto al di sotto dell’immagine: in città si giustiziavano le persone per nessuna colpa, i due papi Medici furono letali per l’Italia.
Un tentativo piuttosto di immaginare Machiavelli in privato dalle lettere e le storie dei suoi amici e corrispondenti più costanti. Ma un Machiavelli in ombra, se non  nell’eterna ricerca di un po’ di fortuna, della fortuna materiale, nelle alterne vicende dei Medici e della Repubblica. Dalle quali esce più o meno sempre perdente, a differenza dei più dei suoi corrispondenti, i Vettori per esempio, o gli Strozzi. Anche se si professa di proposito “dissimulatore” – nella “celebre lettera” a Francesco Guicciardini del 17 maggio 1521.   
Un altro spaccato degli anni, i primi decenni del ‘500, in cui l’Italia perdette ogni progetto politico di autonomia sotto i colpi di Francia e Spagna. Molto machiavellismo era di questi amici, era del tempo. Di Firenze, in lotta costante tra signoria e repubblica, del papato, in lotta con l’imperatore. Nella sproporzione sempre delle forze, che la divisione politica italiana accentuava – erano leghe sempre, controverse, contestate, contro solide armate nazionali.

Marcello Simonetta, Tutti gli uomini di Machiavelli, Rizzoli, pp. 250, ril. € 18


giovedì 30 luglio 2020

Per chi lavora Mustier

Ha propiziato il divieto Bce alle banche di distribuire dividendi, perché voleva incamerare le cedole promesse. Ora dice che nel 2021 le cose, forse, cambieranno, che il suo piano di redditività resta in vigore, che Unicredt crescerà, ma il mercato giustamente non ci crede. Gli azionisti e anche, benché non abbiano titolo, i clienti.

Chi è e cosa vuole Mustier?  Ha varato un piano industriale Team 23 focalizzato sulla clientela e sui servizi alla clientela di cui non si vede nessun beneficio. Ha ridotto il personale di 5 mila unità, ma il riassetto e le innovazioni non si vedono nelle filiali, nel trattamento del pubblico. Ha ceduto Fineco per fare cassa, ma non ha un servizio di gestione patrimoniale di una qualche competenza. Nelle acquisizioni del Centro-Sud restano intatti i limiti, di comunicazione, di capacità gestionale, delle vecchia banche incorporate al tempo di Profumo. Parla - ha fatto parlare - di iniziative in Germania, ma non si sa se da acquirente o venditore.
Il titolo si è dimezzato di valore nel mezzo del lockdown, con una quotazione di mercato di poco superiore ai 13 miliardi di aumento di capitale di tre anni fa. E fra tutti i titoli bancari è quello che arranca di più nella ripresa delle quotazioni.  
E la domanda ritorna: perché? Perché Mustier? Che non aveva esperienza se non di livelli inferiori del gruppo? Per fare che, consolidare? Ma con una capitalizzazione di poco superiore alla ricapitalizzazione monstre di appena tre anni fa.




Problemi di base virali - 581

spock

La Catalogna, seconda casa dei Germani, si riempie di virus, che invece in Germania non ci sono: gli fa male l’aria?

 

O è il viaggio che è contagioso: partono sani dalla Germania e arrivano malati?

 

O in Germania (non) sanno contare?

 

Boris Johnnson, che dice tutto e il contrario di tutto, ha il record dei morti per virus e il record dei sondaggi: più morti più

 

I ragazzi tedeschi vanno a scuola e non si ammalano perché non mandare Azzolina a scuola in Germania?

 

Di statistica?

 

Niente morti a Pechino: il partito Comunista inflessibile è saldo baluardo contro il contagio?


spock@antiit.eu

Gli umori di Sciascia, neri

Gli umori di Sciascia erano più spesso malumori. Ne resta l’immagine gioviale, cara a amici e visitatori, ma di carattere non lo era. Litigava spesso, può succedere (allora non era di moda farlo, per la audience), ma non per un momento d’ira, non si sgonfiava, era tenace: in pubblico era scorbutico, nelle riflessioni pure. “Quelli che la pensano come noi appunto sono quelli che non la pensano come noi”.
Mai in pace con la Sicilia, di cui pure apprezza e valorizza tutto, carte, usi, i nomi delle donne, almeno fino al Cinquecento, i dolci. Non trova buoni lettori del “Don Chisciotte” fino a Vittorio Bodini. Distingue netto fra “scrittori” e non, quando argomenta contro Raymond Roussel, della cui morte pure si è occupato. I giovani trova inconcludenti – quali? Il fascismo è lo Stato. Si scorrono le pagine di di questi dieci anni di diario in pubblico, dal 1969, su “L’Ora”, “La Stampa” e il “Corriere della sera”, come alla lezione del maestro, senza il brio dei racconti.
Richiama compiaciuto il suo assioma “l’Italia è agitata da un estremismo che non sta agli estremi”, da “un estremismo di centro”. Sessista anche, il giusto – “il pudore delle donne è un’invenzione degli uomini”. Ma nient’altro, non un solo personaggio femminile, neanche scolorito. Tratta per un paio di pagine Petrarca per ridicolizzare Laura e la poesia per Laura: “Giovane sposata ad uno che per essere soprannominato il vecchio probabilmente lo era, madre di undici figli”, per finire “oggetto di un seviziamento impareggiabile da parte di Francesco Petrarca (a tal punto che deve morire prima d’invecchiare, e nello stesso mese, giorno ed ora del primo incontro con il poeta)”. Laura del marchese di Sade: “Il «Canzoniere» il marchese l’avrà letto come una sublime «Histoire d’O»”.
Pessimista, si sapeva - è la cifra dell’uomo pensante. Sciascia stesso se lo dice presentando la raccolta, senza ironia: “Il titolo vuole essere parodistica risposta all’accusa di pessimismo che di solito mi si rivolge: la nera scrittura sulla nera pagina della realtà”. Ma infastidito – come in questa annotazione, che pone in copertina. Il giornale è uniforme, tutti fatti con lo stesso stampo. Il peggior fascismo è quello di Bottai e Ciano, confusionario.
Leonardo Sciascia, Nero su nero


mercoledì 29 luglio 2020

Fca-Peugeot non piace a Berlino

Questo matrimonio non s’ha da fare? Non trovano ancora una ragione plausibile i giudici di Torino che hanno perquisito Fca su rogatoria tedesca. Per le qualifiche e i rendimenti di una serie di motorizzazioni non più in uso, da anni.
All’apparenza sembra qualcosa di analogo al processo americano che quattro anni fa portò alla condanna di Volkswagen per le emissioni diesel – una condanna stratosferica, i danni pagati hanno superato i 30 miliardi di dollari. Di fatto però no: i giudici tedeschi non contestano la quantità di emissioni dannose del multijet 1.3, ma una serie di comunicazioni che potrebbero risultare fraudolente – pubblicità ingannevole. Roba di sei-sette anni fa.
Perché ora – ammesso che le supposizioni dei procuratori tedeschi siano fondate? In punto di diritto ineccepibile: l’azione penale è inestinguibile. In punto di fatto no. Il procedimento si è aperto dopo l’avvio della fusione Fca-Peugeot. E questo potrebbe essere il fine della causa: impedire la fusione o comunque creare problemi a Fca. Impedirla alla pari, come si è deciso. L’inchiesta deve ora essere assunta nelle carte della fusione, e Fca dovrà probabilmente provvedere a un accantonamento specifico per l’ipotesi di condanna.
Contro Peugeot la Germania non può agire. Ha salvato e rilanciato Opel. Il matrimonio con Fca non sarebbe gradito in Germania per questo motivo: troppe sovrapposizioni con Opel. E per un motivo generale, che Fca-Peugeot non piace a Volkswagen, i cui amministratori lo hanno anche detto, ma soprattutto lo fanno dire dai media amici.


Problemi di base calcistici - 580

spock

Cristiano Ronaldo si chiama ora  Iličič?

 

Entrare allo stadio, seduti, ora non si può, ma stare fuori, ammassati, sì?

 

Perché l’Atalanta forma e compra sicuri talenti e la Juventus, spendendo dieci volte tanto, si riempie di fenomeni che fanno un paio di partite e poi scompaiono?

 

O il segreto è nei procuratori: la Juventus spende 44 milioni di commissioni, l’Atalanta 7,3?

 

Ma che gli fanno i procuratori dei calciatori ai direttori sportivi?

 

Il problema è la Juventus? Lo dice Conte che (solo) con la Juventus ha vinto

Va Conte a Torino e perde sempre, è solo sfiga?

spock@antiit.eu


L’Africa fantasma ha preso corpo

L’edizione fantasma dell’“Africa fantasma”, che questo sito lamentava un anno fa, esiste, è in circolazione. Edizione perfino superba. Curata da Barbara Fiore, con una postfazione e, soprattutto, con le note collazionate dalle varie edizioni francesi di un testo, per quanto controverso, di culto.Arricchita da molte foto. Con una testimonianza di Jean Jamin, amico di Leiris e suo esecutore letterario..
L’Africa mi ha sempre attratto, dice Leiris, fin da ragazzo, quando ho assistito a una rappresentazione di “Impressions d’Afrique” di Raymond Roussel, che era un amico di famiglia. Da grande, diplomato e tutto, non sapendo ancora che fare, malgrado i trent’anni, il futuro grande antropologo s’imbarca in una spedizione africana di Marcel Griaule, antropologo principe, che però non lo apprezza e lo destina a mansioni ancillari, tipo il diario della spedizione - Griauli non fu contento della pubblicazione.
La “scoperta”, il “viaggio” è anche un dettato  del surrealismo, cui Leiris ha aderito entusiasta, anche se ora è in rottura – in pausa di riflessione: “Captare le voci di un altro mondo. Abbandonare tutto.é partire per le strade”. Appena prima della appartenenza, Leiris ha litigato con Breton, ma non è questo il problema: il problema è che dal viaggio, lungo quasi dieci mesi, da maggio 1932 a febbraio 1933, per mezza Africa centrale, Leiris ricava poco.
L’Africa non c’è, se non in aspetti modestissimi, turistici. Lui stesso lo riconosce: “Non sono capace di parlare di ciò che non conosco”. Per il resto si trova di tutto. Perfino troppo dettagliato. Avventure e pettegolezzi col console italiano all’Asmara, riti locali ammonticchiati (circoncisioni, lingue segrete, società infantili, riti di passaggio, possessioni) alla rinfusa, molti dettagli speciosi, perfino le polluzioni notturne – attorno a una bellezza peraltro sfatta, una nonna fattucchiera, “posseduta dagli spiriti”. Dubita anche della ricerca etnografica. Confessando i furti di oggetti che anche lui compie. E la dipendenza dagli interpreti, gli odierni mediatori culturali, figura che spesso sconfina nel piccolo ricatto.
Una via d’uscita cerca a un certo punto nel diario, per non perdere un anno di vita e, bene o male, di lavoro, con una sorta di antropologia personale.Proponendosi una antropologia generale attraverso, spiega, “l’osservazione di me stesso” in confronto con “quella di individui appartenenti ad altre società”. Che sfocerà due anni più tardi nel classico “L’âge d’homme”.
Michel Leiris, L’Africa fantasma, Quodlibet/Humboldt, pp. 780, ill. € 34


martedì 28 luglio 2020

Appalti, fisco, abusi (180)

Aderiscono quasi i tre quarti degli azionisti Ubi all’ops Intesa. Come si sapeva almeno da un paio di settimane, e questo sito aveva tempestivamente segnalato – l’orientamento delle Fondazioni, la necessità di fare cassa. Ma non si diceva. Solo per la suspense?
 
Spid obbligatoria per tutti, anche solo per accedere all’Inps. Pec obbligatoria per i professionisti. Lo richiede l’Autorità per la digitalizzazione, ed è legge. Per ammodernare il paese. Entrambe in mano a gestori confusionari, con modalità di creazione a accesso inutilmente complicate. E costose.
 
Si entrava in banca in Spagna al tempo di Franco, il retrogrado, nella propria banca, in una qualsiasi filiale, e si era padroni del proprio denaro – bastava una telefonata, che si faceva. Si entra in banca nel 2020 in Italia, ai tempi di internet, di conti accessibilissimi, a Unicredit per esempio, ma per disporre si può solo andare dalla “propria” banca”, la dove il cliente è “conosciuto”. Da chi?
 Se si protesta con i numeri verdi, dicono che bisogna insistere, che l’addetto non può negarsi, che si può attivare il.bancomat per esempio, o l’accesso a internet banking, da qualsiasi filiale. Inutile riprovare.
 
Moratorie negli affitti, più o meno generalizzate anche se di fatto e non contrattualmente, per molti inquilini senza reddito nel prolungato lockdown. Ma non per le tasse sul reddito: la cedolare secca e la tassazione anticipata sui redditi 2020 si pagano ugualmente. Nessuna possibilità nemmeno di certificare il mancato pagamento, o il condono, del rateo dell’affitto nei cinque-sei mesi non percepiti.


L’antisemitismo tedesco nasce con Lutero

Persiste a Wittenberg il culto di Lutero - e di Lucas Cranach. Ma non c’è più nella Marienkirche, la chiesa di Cranach, o non è visibile, la scrofa che allatta gli ebrei con i maiali, e si tiene sotto il culo, direbbe Lutero, la Bibbia del rabbino. Perché gli ebrei, sosteneva il Riformatore, leggono attraverso la merda.
Lutero degli ebrei voleva l’Ausrottung, lo sradicamento. Confuso. In un passo, non qui, pur predicando l’Ausrottung degli ebrei, faceva dei tedeschi orgoglioso degli ashkenaziti. Ma, come in tutto, determinato: il Dio della Bibbia, che con Lutero la Germania ha imposto al cristianesimo, voleva insensibile, crudele, violento, il peggio del peggio. Anche se c’è poco o nulla di biblico nel suo sant’Agostino.
Storicamente non si può dire, la prova naturalmente non c’è, ma il duro antisemitismo tedesco è in Lutero che s’innesta. Parte da lui, è a lui posteriore, prima non c’era, non nella trattatistica. Da Lutero a Pfefferkon, all’“Ebraismo svelato” di Andreas Eisenmenger, 1700, due volumi grandi di duemila pagine di un antisemitismo studiato, a Carl Grattenauer, “cosmopolita” della Rivoluzione, al suo radicale “Contro gli ebrei”, alla luterana Tavolata cristiano-tedesca di Arnim e Brentano, i distruttori della tradizione, ai germanomani, “ariani” e walhallisti alla Wagner o Hunt-Radowsky. La Notte dei Cristalli, che spinse Mussolini al varo delle leggi razziali, è il compleanno di Lutero.
C’è, c’è stata a lungo, la “prova di Lutero”: non so se gli ebrei uccidono i bambini e avvelenano le acque, però so che se lo potessero fare non gliene mancherebbe la volontà. Sullo sradicamento è feroce, l’Ausrottung, la parte che non si traduce di questo “Degli ebrei e le loro menzogne”: “Sono cani assetati del sangue della cristianità, e assassini di cristiani per volontà accanita, e poiché hanno provato un piacere immenso nel farlo, sono stati spesso giustamente bruciati vivi, rei d’avere avvelenato l’acqua e i pozzi e rapito bambini che poi furono smembrati e tagliati a pezzi”.
Anche gli italiani il dottor Lutero considerava specie altrettanto esecranda che Platone e gli ebrei, perché ugualmente superbi. Succede con i maestri, come con i santi senza processo canonico, che bisogna ingoiare anche la loro merda.
Settanta pagine di Adriano Prospeti, non malevolenti, non bastano a cauterizzare la lettura: un testo forsennato, diabolico. Lutero ha goduto e gode di prestigio incontestato, ma è un Lutero inventato, quello degli antipapisti. Il Lutero tale e quale scoraggia da molti decenni nuovi biografi, che non potrebbero ripetere i vecchi.
La vecchia edizione Einaudi censurata aggiornata a cura di Adelisa Malena.
Martin Lutero, Degli ebrei e delle loro menzogne, Einaudi, pp. LXXII +242 € 20


lunedì 27 luglio 2020

La giustizia mafiosa

Difficile evitare il senso di già visto nell’inchiesta della Procura di Milano a carico di Fontana. Anche se Fontana, leghista, non è per questo attrazione fatale.
Alla vigilia delle elezioni i giudici (ex) Dc e (ex) Pci trovavano sempre due o tre scandali a carico di politici socialisti. Da quando, nel 1968, attraverso il settimanale scandalistico “ABC”, Andreotti, allora capo della Difesa e dei servizi segreti, non fornì le carte per ben quattro processi a carico dei socialisti – gli altri amministravano senza colpe. I media facevano finta che così fosse.
Lo schema andreottiano è stato da allora, quindi per mezzo secolo, reiterato a ogni elezione, sia pure locale. Non essendoci più i socialisti, lo schema è stato utilizzato contro Berlusconi e i suoi. Da qualche tempo ora contro la Lega. . Con ritorsioni, limitate, dei giudici di destra contro i magnaccioni Pd. Un solo caso si registra contro i 5 Stelle, per lo stadio della Aa Roma, scandalo messo poi a tacere dalla Procura Pd quando i 5 Stelle hanno fatto il governo col Pd.
Con indiscrezioni pilotate, in un primo tempo, al “Corriere della sera” di Paolo Mieli e alla “Repubblica” di Scalfari e Mauro, ora a “Report” e al “Fatto quotidiano”, invece che a “Abc”..
I processi poi si fanno e non si fanno, ma a nessuno interessa più. Fra dieci anni magari si scoprirà che Fontana, invece che una vittima, era un killer e uno spacciatore, ma a quel punto con interessa più – non “fa notizia”.
Questo dice tutto sullo stato dei giudici italiani, ben più degli intrighi di Palamara: la giustizia politica è la prima e peggiore negazione della giustizia, in ogni sua forma. I Palamara ci sono sempre stati, ed è inevitabile, i piccoli-grandi carrierismi. Ma tradire di proposito la funzione inquirente e giurisdizionale per basse, piccole, sporche, trame di partito, questo dovrebbe essere un delitto mafioso, come lo è, da 41 bis.


Come nacque il Sud, con i Mille e con Liborio Romano

Lo storico s’interroga su che cosa ha bloccato il processo unitario, creando la questione meridionale, al di fuori delle geremiadi economiche, di soldi, infrastrutture, investimenti – che in realtà ci sono stati e ci sono, ma non fruttificano. La risposta, rappresentata più che detta, sta nei Mille, e nella fine del regno borbonico, il tentativo di liberalizzazione o Atto Sovrano dell’ultimo Borbone, Francesco II.
I Mille e Liborio Romano, la storia del Sud, malinconica, è tutta qui. Liborio Romano, il ministro dì polizia che Francesco II scelse per arginare Garibaldi, caratterizza esemplare il processo unitario nel suo atto decisivo: intelligente e abile, di nessun progetto né dirittura.
Garibaldi innesca una liberazione della Sicilia caotica e criminale, con eccessi da parte di tutti.
Il 1860 ha avuto un precedente nel 1848: squadre amate di contadini, gruppi di facinorosi, massacri, saccheggi, vendette, unn criminalità capillare e una giustizia sommaria: “La Sicilia è il cuore di tenebra del Regno borbonico”.  La Sicilia libera i diavoli, la storia si ripete con i Mille. La personalità di Garibaldi copre gli eventi, e anche, nota Macry, la riflessione degli storici. Ma il peggio del 1848 si riproduce nell’isola negli eventi della liberazione: un liberi tutti di assassinare, depredare, vendicarsi, occupare, prendere, e giustizie sommarie.
L’unità si compie con i Mille, e si scompagina. Macry non lo dice, ma lo rappresenta, alla ricerca sempre del perché il Sud dell’Italia non ingrana, a un secolo e mezzo abbondante dall’unificazione – un’anomalia, si può dire, mondiale: non c’è situazione analoga in nessun’altra parte del mondo oggi, né in nessun’altra epoca storica. Tanto più, nota in apertura, che l’unità è stata un grande successo, politico e, ancora di più, economico, di un paese inesistente, analfabeta al 95 per cento, poverissimo al 90 per cento, facendo uno dei più ricchi al mondo. Ed è stato un fatto italiano, il Risorgimento propiziato dal Nord Europa è “un mito ottocentesco”: Londra non voleva riconoscere Garibaldi a Napoli, la Francia tentò la confederazione a tre, Piemonte, papa, Borboni.
Il processo unitario prudente, calcolato, passo dopo passo, confrontandosi con l’Austria-Ungheria dapprima, poi con il papa, Cavour è un equilibrista, non un progettuale rivoluzionario, è accelerato e stravolto dall’impresa di Garibaldi. E dall’Atto Sovrano di Francesco II. I due eventi, improvvisi, modellano la politica unitaria. Creando l’interminabile questione meridionale. Non un governo, un progetto, un ordine, ma la confusione. “Nelle settimane seguenti all’Atto Sovrano non si contano le occupazioni di terre, ivi comprese le terre  di vescovadi e monasteri”. Come notano le fonti di polizia: “I popolani continuano a persistere nella loro idea di volere le terre demaniali e subito, perché ritengono che se si apriranno le camere legislative… la ripartizione delle terre non avrà luogo”.
Il Mezzogiorno, rileva Macry, “scompare come capacità politica, apparato amministrativo e militare, identità culturale e morale”. Napoli in particolare: “La capitale napoletana appare particolarmente lontana da ogni principio politico ed esistenziale di realtà. Assomiglia a una grande rappresentazione teatrale…” – comincia la napoletudine. S’intreccia il nodo ordine-disordine che è il virus non tanto segreto del Sud. Napoli è in mano ai “tutori dell’ordine che Liborio Romano ha reclutato in fretta e furia tra i gruppi del malaffare”,  i “Michele ‘o Chiazziere”, gli “Schiavetto”, i “Tore ‘e Crescenzo” e “altri capi della criminalità”. Una “nuova polizia” che, “paradosso dopo paradosso”, “non è soltanto camorrista, è anche patriottica, amica dei liberali e dei democratici e nemica dei Borboni”. Nel nome della libertà, della propria, di camorristi. La Guardia Nazionale, altra creazione di Romano, composta localmente, è luogo di malavita. Il Sud resterà impantanato in “un groviglio di vizi che diventano virtù, e viceversa”. I Carabinieri, va osservato, e la magistratura indipendente saranno pure un’altra cosa, ma al Sud ancora no.
Ci sono delle attenuanti. L’unità è subito leva militare e nuove tasse. La risposta è armata. La reazione è la forza. Stato d’assedio nel 1862 e, un anno dopo,  “un’ancor più repressiva e indiscriminata Legge Pica”. La partenza è col piede sbagliato: “Torino manda nel Mezzogiorno quasi i due terzi di tutte le sue forze armate, sostituisce prefetti e sindaci, accresce i poteri dei comandanti militari”. Ma ci sono delle persistenze, ancora centocinquant’anni dopo: “Qualunque sia stato storicamente il ruolo dei governi centrali”, è la conclusione, “molta parte del problema del dualismo va addebitata alle classi dirigenti e alle comunità del Mezzogiorno”.
La migliore testa di Napoli
Liborio Romano non è una bizzarria dello storico. Caratterizza esemplare, nel cap. centrale “Napoli. Cronache di un suicidio politico”, il processo unitario come si è compiuto al Sud, e il futuro del Sud. “Perché dilungarsi su Liborio Romano?”, lo storico se lo chiede: “Perché la sua biografia racchiude, strato dopo strato, la complessa storia del Risorgimento meridionale”. Intelligente e abile, esperto, di nessuna dirittura, di nessun progetto. “La migliore testa di Napoli”, © Cavour. Fautore della “piemontesizzazione” del Regno, “all’indomani delll’uscita di scena di Garibaldi, facendo parte della Luogotenenza del principe di Carignano, apre una forte polemica contro la piemontesizzazione dell’ex regno borbonico e, non avendo ottenuto alcun risultato, si dimette, nel marzo 1861”. Salvo ripensarci: “Due mesi più tardi, in un memorandum a Cavour, critica le politiche doganali e fiscali del governo e chiede opere pubbliche per il Mezzogiorno. Cavour non gli risponde “e, malgrado il clamoroso successo ottenuto alle elezioni politiche, lo lascerà fuori da ogni incarico di governo”. Scriverà nelle memorie, “rispondendo a chi lo accusa di pubblica indegnità”, che “le sole norme della politica sono l’astuzia,la simulazione e la dissimulazione,  l’utile e la forza”. Quasi a dare ragione, nota Macry, al “ruvido Farini”, nominato luogotenente al posto di Garibaldi, che a Napoli contava dodicimila avvocati, “cioè rabule, torcileggi, storpiacodici, lingue da tanaglia, coglienze da galeotto”.
L’esito è malinconico: “Il Sud oscillerà contraddittoriamente – se non immoralmente – tra opposizione rivendicativa, spinte autonomistiche, perfino insurrezioni armate e, dall’altra parte, una continua richiesta di protezione al ministro di turno”.
Paolo Macry, Unità a mezzogiorno, Il Mulino, pp. 155 € 13,50


domenica 26 luglio 2020

Ombre - 523

Spalletti disoccupato circuito dalla Fiorentina si rifiuta perché ha “ancora un anno di contratto con l’Inter”, il secondo da disoccupato, e intende “onorarlo”. Per sette milioni senza fare nulla. Lo stesso Allegri, qualche milione in più, ex della Juventus. La passione del calcio non è molto forte: serve per assicurarsi un contratto, poi meglio farsi licenziare.

Si parla di sanità problematica in Lombardia solo su iniziativa della Procura, che indaga il presidente della Regione per un qualche reato – è vigilia elettorale e la Procura di Milano non manca mai questi appuntamenti: è sempre meglio che lavorare, e si fa carriera. Non se ne parla per le evidenti disfunzioni, e anzi colpe (case di riposo, pronti soccorso, ospedalizzazioni), nella diffusione del coronavirus e nel grandissimo numero di vittime. 

“Castel Romano, ai rom illegali il Comune ora paga l’affitto”, denuncia “Il Messaggero” progressista in prima pagina. I fatti separati dalle opinioni? Da sinistra, meravigliandosi poi che i romani votino a destra – magari solo Raggi.

Non un salto d’umore, il quotidiano della capitale insiste: il campo rom sulla Pontina, teatro di decine di incendi tossici, da settembre deve essere smantellato. Il Comune paga i rom del campo abusivo perché lo lascino, “ventotto famiglie, alcune con precedenti penali”.

350 mila a Santa Sofia proclama Erdogan, 350 turchi. 35 mila non sarebbe stato possibile, nemmeno 3.500 in questi tempi di virus – forse 350. Ma certo 350 mila in tutta Istanbul è facile, anzi Erdogan è modesto rispetto agli ayatollah che a Teheran mobilitano a seconda dei venerdì 500 mila o un milione di persone: nell’islam è facile, fruiscono tutti della decima che si paga ai mullah.

In ogni caso è vero, l’islam si mobilita. Nulla a che vedere col disarmo dei preti di Roma, che non voglio più santuari, processioni, feste. Con domenicani e gesuiti mobilitati per dire che è bello che Santa Sofia sia una moschea, è così che si fa l’unione delle fedi, superando i pregiudizi. Preti stupidi, certo – la stupidità è ovunque, anche in chiesa, ammesso che questi domenicani e gesuiti ci vadano. Ma pensare che il buon papa progettava di lavare i piedi ai mussulmani.

Sotto il titolo “Impennata di sbarchi”, “la Repubblica”scrive anche dell’“ex ministro Salvini contestato” a Lampedusa. L’articolo fa parlare il Procuratore Capo anti-Salvini di Agrigento, Patronaggio: “Arrivano tanti pregiudicati, tante persone già più volte espulse , ma anche interi nuclei familiari che si portano dietro persino i gatti”. Concludendo che, fuori dal centro di prima accoglienza, capacità 95 posti, immigrati presenti 954, “ieri Matteo Salvini in visita si è visto dare del fascista da un tunisino”.

I grillini celebrano “la vittoria di Conte” - Conte presidente del consiglio non l’allenatore - alla Camera, a uso delle tv. Nello stesso momento in cui a Bruxelles, al Parlamento europeo, votano contro il Recovery Fund europeo celebrato a Roma. Non è schizofrenia, è la concezione della politica: un po’ di scena. Ma sono un terzo degli italiani.

Nella rassegna che Luca Bolognini fa sulla “Nazione” delle contumelie olandesi sui social contro il Recoevry Fund, letto come un aiuto all’Italia fannullona, gli hater sono quasi tutti femmine. Molto “femminili” anche come superficialità – “mi hanno detto”, “ho saputo”… Bisogna restaurare i vecchi “generi”?

 Ce l’abbiamo con questo e con quello, ma poi siamo debitori di tutti. Almeno a quanto calcola Fubini sul “Corriere della sera”. Per i trasferimenti diretti del Recovery Fund, 390 miliardi, “ogni italiano riceve (netto) 500 euro e ogni olandese versa (netto) 930 euro” – netto si intende tra quanto deve contribuire al fondo e quanto riceve. E così via, in tema di Nord e Sud d’Europa: “Ogni tedesco versa 840 euro e ogni spagnolo riceve più di 900 euro: ogni greco riceve 1.600 euro e ogni francese ne versa (sempre netto) 400”. Non è vero ma è ben detto.

 “La scienza non puo’ essere piegata a ragioni politiche. Ne va della sua indipendenza”, Pier Luigi Lopalco, virologo. Che si è già candidato alle Regionali in Puglia in sostegno del presidente uscente Emiliano, Pd. C’è una curiosa autoapologia in molto Pd, genere che invece è di  destra – sono i dittatori che si vangano di contraddirsi.

“Venga a Santa Sofia, a inaugurare la moschea”, l’invito di Erdogan al papa fa bene i pesi di un rapporto sbagliato del Vaticano di papa Francesco, che si è recato umile a lavare i piedi a tanti arroganti mussulmani – a partire da Erdogan .

È anche ridicolo, Erdogan che fa il mullah, oltre che il sultano. Ma questo riguarda la Turchia. La diplomazia sbagliata del papa fa tenerezza – ne va dell’infallibilità.

I fulmini di Milena Gabanelli sul “Corriere della sera” colpiscono le autostrade. Non la società Autostrade, non i Benetton, il ministero che non ha vigilato. Per una miseria, le diarie di missione dei tecnici, che il ministero rimborsa dopo lunghe pratiche, il che ha portato a ridurre le ispezioni….


Il racconto del millennio, in equilibrio instabile

Deve aver sofferto molto Sandro Veronesi quest’anno, per la Juve incapace di Sarri, per la quale si era appena speso con l’inno “l’Juventus”, come la sua squadra del cuore viene chiamata nella sua città, Firenze. Il successo di lettori e il premio Strega, il secondo in pochi anni, lo consola. E bisogno dire che la storia si legge, si regge. Già un risultato, dopo gli ultimi due o tre Strega, sul nulla.
Marco Carrera, oculista onorato a Firenze, media età, riceve la visita  sorpresa di uno psicanalista “calvo e barbuto”, che si presenta come l’analista della di lui moglie, venuto a comunicargli che il matrimonio “è finito da un pezzo” e che “di figlio ce ne sarà un altro, tra poco, ma non sarà suo”. Contro ogni deontologia, ma l’analista è solo il genietto della lampada. Del resto, anche il dottore ama un’alyra, seppure per corrispondenza. Il seguito è facilmente immaginabile. Ma non è un vaudeville, una commediola per ridere.
La storia si amplia alla generazione: i genitori del dottor Carrera, non si dice ma sessantottini, padre ingegnere, madre architetta snob che tradisce il padre per abito mentale, il fratello un po’ vago, la sorella ribelle morta. Alla borghesia fiorentina. A Firenze. E ai grandi temi: la famiglia, l’amore, il dolore, la verità. Che Carrera rivede con l’equilibrio del colibrì, l’uccellino che sa restare immobile a mezz’aria col rapidissimo impercettibile fremito delle ali. Con sofferenza, ma non è nemmeno un romanzo del lutto.
Il secondo Strega ha coronato Veronesi - a prescindere dalle virtù della editrice della Nave di Teseo, Elisabetta  Sgarbi, che monopolizza tutto in questi mesi di quarantena, recensioni, elogi, premi, pubblicità, classifiche, serate, talk-show - scrittore di riferimento del primo Duemila. Che sembra strano, giacché il millennio bene o male conta già venti anni: chi altri? Ma questo “Colibrì” sta alla pari con “Gli indifferenti” di Moravia un secolo fa, o poco meno. Come riferimento della contemporaneità.
E qui il discorso si complica. Perché sono inevitabili i raffronti storici, e del Duemila non si sa che pensare. Senza colpa naturalmente di Veronesi – sperando che stanotte l’Juventus riesca a vincere quest’anno di (dis)grazia almeno qualcosa.    
Sandro Veronesi,
Il colibrì, La Nave di Teseo, pp. 368 € 20