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sabato 21 maggio 2011

Ombre - 89

Tutto è plumbeo nell’affare Strauss-Kahn, il reato e anche il giudizio. I giudici mascelluti. L’esibizione del reo. L’assenza di contraddittorio. La stessa scena del reato è grigia, uno di quei falansteri di cui il lusso è il prezzo.
Se l’imputazione sarà come si dice, di tentato stupro, il processo (cioè la condanna) è perfino di tipo brezneviano. Anche allora a Mosca gli albergoni erano grigi, e le cameriere inaffidabili.
La cortina di ferro però era una protezione, almeno per gli stranieri: nessuno straniero fu mai processato a Mosca. Nemmeno per tentato stupro.

Una vecchia tesi di Giorgio Galli, prima che passasse allo spiritismo, era che la Russia non può avere la democrazia perché non ha avuto la caccia alle streghe: è “mancato il rapporto sfida-risposta”. Si spiega perché l’America vi indulge, da Salem.

Occupano le piazze spagnole gli “indignados”. Che sembrano lo spagnolo maccheronico degli italiani. E Nietzsche direbbe bugiardi: “Nessuno mente più dell’indignato”. Ognuno vuole andare sullo schermo? Per quanto piccolo, del blackberry.

Si vuole Pisapia vincente perché garbato, per questo preferito dalla buona borghesia. Come disse prima delle elezioni Moratti “cognato”: “Fa parte della buona borghesia milanese”. E se invece beneficiasse del puzzo di zolfo, moderato, che su di lui ha proiettato la Moratti sindaco?
È più probabile, il bon ton e il tinello, che impermalosivano Gadda, non sono più milanesi. La città ora si fa forte dell’omologazione. Della melassa: allo stesso modo Tobagi, giornalista fortemente antisistema, è stato digerito dai suoi assassini, essendo anch’egli garbato.

La Consulta decide di giudicare in due mesi il conflitto d’attribuzione della Camera sul processo Ruby, e la cosa non piace a “Repubblica”. Che porta a esempio il precedente ricorso, presentato dal governo, sul processo Mediaset, per il quale “l’ex presidente De Siervo aveva rispettato i tempi naturali”, e così Mediaset “era finita al 5 ottobre”. Anche i tempi sono “naturali” di sinistra e di destra? E la Consulta non era un organo non politicizzato?
“La Corte avrà ancora solo 14 giudici”, continua “Repubblica”: “Si apre la strada alla legge blocca-processi”. Decisamente questa Consulta dev’essere politicizzata – di destra?

Deliberato in aula il 5 aprile, il ricorso della Camera alla Consulta sul processo Ruby viene presentato da Fini quaranta giorni dopo. “Con incredibile ritardo”, sottolineano alla Corte costituzionale dove pure Berlusconi non è amato.

Su Sgarbi in tv, prima che lo seppellisse l’Auditel, Silvia Fumarola riesce a infierire su “Repubblica” con una serie di castronerie. Che nel 1975 Sgarbi si batteva contro il 41.bis. Che aveva visitato in carcere Antonio Piromalli, che invece è stato un mite e fine studioso di letteratura, nonché innovativo dirigente del ministro dell’istruzione. Cose così. Ma perché Sgarbi insiste a misurarsi in tv? È fatta per le fumarole.

Il Procuratore Nazionale antimafia Grasso, testimone al Csm, dice la verità: c’è stato un uso disinvolto di Ciancimino figlio da parte della Procura di Palermo, ben prima che lo stesso commettesse i reati per i quali la Procura poi lo ha arrestato. Dice anche che segnalò il fatto al ministero, alla Cassazione, al Csm e al presidente della Repubblica. Silenzio, della Cassazione, del Csm, del presidente. Si aspetta di arrestare ora il procuratore Grasso?

Marilù Lucrezio intervista al Tg 1 un generale a Bengasi ex ministro dell’Interno di Gheddafi. Cioè uno che ne deve avere combinate tante. Che a un certo punto dice: “Gheddafi lo uccideranno i libici”. E la cosa diverte molto Marilù e lo stesso generale, che si scompisciano dalle risate.

Arrivano i testimoni, i pochi ammessi, al processo farlocco Mills del dottor De Pasquale, e ne viene fuori un quadro incredibile d’imposture e ricatti. Roba da mistery e film d’azione insieme, con Marina Mahler, nipote, la moglie di Abbado (quale?) e il solito Briatore. Ma su “Repubblica” non se ne parla, sul “Corriere della sera” solo roba procedurale.
C’era anche Berlusconi, nel giorno dello sgarbo della sua diletta Milano. Ma niente, non se ne parla: che lo mandiamo a fare ai processi, allora?

Destra-sinistra anche su Strauss-Kahn. Quelli che vorrebbero Berlusconi impiccato dicono che c’è un complotto e Strauss-Kahn non è sicuramente colpevole: Henry-Lévy, Jean Daniel, Lerner. I berlusconiani invece lo vogliono colpevole: “il Giornale”, “Libero”. Anche i garantisti, come Battista. È vero che la giustizia non merita fiducia.

Paolo Conti fa un peana a Ettore Bernabei per i novant’anni, che il “Corriere della sera” pubblica in una pagina “Istituzioni” – metà Napolitano, metà Bernabei: una pagina specchio del compromesso storico, le sub-culture saldamente al controllo dell’opinione? Ma nell’inno si evita di menzionare il carcere che Bernabei si fece con l’accusa d’avere costituito fondi neri nell’azienda pubblica di cui era a capo, l’Italstat. Un’accusa montata da Montanelli, a Milano, sul “Giornale” di Berlusconi. Poi in parte archiviata in parte amnistiata. Quanti scheletri!

De Mauro va alla Fiera di libro a Torino e dice che chi critica la scuola pubblica è servo di Berlusconi. Lui che l’ha distrutta, con Luigi Berlinguer, abolendo la letteratura, la storia, la geografia, e imponendo il diploma per tutti. Poi scrive sul “Corriere della sera” che la vera scuola è quella che moltiplica gli “utenti”, non quella che insegna. A Paola Mastrocola, sua critica, facendo dire che salverebbe uno solo dei suoi venticinque alunni, cosa non vera. Populismo? Una volta i nipotini di Togliatti arrivavano a capire dieci anni dopo. Ora non più, ma con la stessa protervia.

Zapatero, il modello che non c’è

Si parla di “modello Zapatero in crisi” alla vigilia del suo possibile tramonto, ma con un sottinteso non esplicitato: il primo ministro spagnolo è in difficoltà sui temi sociali. Mentre il suo modello, se ce n’è stato uno, non è mai stato sociale. E forse non ci teneva a esserlo: quella di Zapatero è infatti la difficoltà di tutto il socialismo europeo, in crisi non da ora in Italia, in Germania, in Francia, per non aver saputo orientarsi nella globalizzazione. Il blairismo è stato un modello, un tentativo: Tony Blair ha rilanciato la società e l’economia britanniche nel pieno del mercato globale, ma dopo che i governi conservatori (il thatcherimso) avevano demolito le vecchie ossificazioni.
Zapatero semmai è un modello, e identifica anche in questo il socialismo europeo, in quella che è stata la sua vocazione più vera, e alla fine unica: il laicismo. I diritti omosessuali e un’eugenetica da combattimento, dall’aborto all’eutanasia. Che possono essere un capitale politico, anche se di una modernità confusa, ma sono limitati: una volta instaurati esauriscono il loro effetto politico. È invece attivamente controproducente la mancata soluzione dei problemi del mercato globale: l’euro (il debito), la delocalizzazione, la desindacalizzazione e decontrattualizzazione, la distribuzione del reddito, i nuovi saperi. E della condizione urbana: casa, trasporti, istruzione, sanità. Sempre attiva non necessariamente a favore della destra, anche più spesso di una sinistra radicale. Ma confusa, mancando appunto le soluzioni. Lunedì i mercati, già in subbuglio per l’esclusone della Grecia dall’euro, che i governi tedesco e francese sembrano perseguire (o forse no), potrebbero mettere pure la Spagna sotto tiro, a motivo della protesta degli “indignati”.

venerdì 20 maggio 2011

Giuda tradito

Si dica al solito rivelatrice la gaffe del sottotiolo: non si sbaglierà. Non è un dialogo giuridico, né filosofico (il libro è in forma di dialogo con Gabriella Caramore, la conduttrice ogni week-end di “Uomini e profeti”). Non è un racconto d’autore. È l’elogio dell’ambiguità. Ambiguo – non dichiarato o professato, ma alluso, insinuato, sotto le specie dell’irriducibilità o molteplicità del reale (c’è una voga della licenza intellettuale, dopo che Scalfari si confessò “libertino”). Per un giudice non è una buona argomentazione. Per un giudice fortemente radicato nella politica forse sì.
Zagrebelsky, giurista, ex giudice costituzionale, polemista, è stato democristiano, e anzi doroteo (erano i “dorotei” quelli del qui lo dico e qui lo nego, e del non ci sono, non sento, non parlo, improsatori muti). Promosso “giovane” giudice costituzionale da Scalfaro nel 1994, si è illustrato per avere blindato le fondazioni ex bancarie come feudo del potere confessionale, presuntamente disciolto. La vecchia partitocrazia, che si era fatta legalizzare come costituzione materiale. Il traditore resta fedele al suo tradimento. Ma il vero Giuda non ne sarebbe stato contento: meritava un’argomentazione migliore.
Gustavo Zagrebelsky, Giuda. Il tradimento fedele, Einaudi, pp. VIII-94, € 12

Michelangelo femminista, Michela meno

Michelangelo, bambino senza madre (e senza padre), fu sempre femminista, affettuoso, giocoso, malinconico, appassionato, didascalico perfino e programmatico. La Madonna è soggetto privilegiato d’altra parte nelle lettere e le arti: “De Maria nunquam satis”, secondo il motto di san luigi Maria Grignion de Montfort. E la cosa vale pure per Stefano De Fiores, conterraneo di Corrado Alvaro (al quale ha dedicato numerosi e importanti scritti, soprattutto per i rapporti familiari), sacerdote, mariologo, professore al Marianum di Roma, un bambino che invece è cresciuto con la madre, orfano di padre a cinque anni. Autore di una vasta serie di studi mariani, rielabora qui i suoi lavori precedenti in connessione con Michelangelo: la rilettura della figura di Maria nel “Giudizio universale” del 1993, e nel 2007 la lettura femminista che Michelangelo fa nel giudizio della genealogia del Cristo.
Ma il personaggio non è più popolare, in una con la verginità, e anche con la maternità - che si vuole responsabile ma di più è rifiutata. Questa sparizione è una delle chiavi della modernità, tanto più dopo il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, acceso e forte marianista. che per tanti altri aspetti è beatificato e rimane vivo nella memoria. Ma non viene indagato, non in questa chiave, nemmeno da Michela Murgia. Anche la sue “apparizioni” ne testimoniano la scomparsa. La misura si rileva al confronto con la tradizione.
Maria è stata il soggetto prediletto delle arti nell’umanesimo e il rinascimento, figurazione costante di tutti i pittori di tutte le scuole. Nonché della poesia: circa 1.200 inni in latino censisce De Fiores, sui tempi del parto e del pianto della Vergine. Al punto da rovesciare da sola la lettura ancora canonica del Rinascimento, quella di Burckhardt, che ci vede un rovesciamento del medio Evo e un ritorno al paganesimo, o una prefigurazione del laicismo e quasi dell’ateismo. Maria come “la donna creatrice di vita e custode della morte” (Charles de Tolnay), e nell’Annunciazione la bellezza vergine. Una devozione che è speciale, e non lo è: la dignità femminile era all’opera nel secondo Quattrocento e nel primo Cinquecento. De Fiores conta altrettante “Dignità” e “Eccellenze” delle donne quante se ne scrivevano di queste pubblicazioni alla moda, per gli uomini.
Michelangelo è specialmente devoto, che il cardinale Ravasi dice “cantore costante e appassionato di Maria”. Dalle prime sue prove di scultore, e in tutta la storia umana, come egli la concepisce: “Nella Creazione di Adamo”, nota De Fiores, “Dio è accompagnato da una figura femminile, archetipo della donna immacolata che sarà Maria”. La genealogia di Cristo nella Cappella Sistina sarà maschile come, e con più intensità, femminile. De Fiores censisce undici rappresentazioni michelangiolesche della Madonna, in due tele e nove sculture (e in innumerevoli disegni, alcuni passati ad amici perché li trasponessero in dipinti su tela: Sebastiano Del piombo, Pontormo, Daniele da Volterra, Ascanio Condivi), tutte qui sontuosamente riprodotte, anche nei particolari. La prima fu, a quindici anni, la sua prima opera riconosciuta, lo stiacciato della Madonna della Scala, il tipo iconografico della Galaktotrofusa, la Madonna che allatta – soggetto del primo affresco cristiano, del II secolo, nelle catacombe di Priscilla a Roma. De Fiores le commenta tutte, con un avvertimento preliminare: “Michelangelo si stacca dalla tradizione medievale della Salve, Regina, per avvicinare Maria alla condizione umana”, la Madonna che allatta, che gioca, che piange. Sarà, il soggetto vero di Michelangelo, “l’unione infrangibile” tra il Figlio e la Madre. E dunque il mistero che non è mistero della maternità, il principio della creazione.
Su questa traccia, la “interpretazione al femminile degli antenati nelle volte della Cappella Sistina”, saggio centrale del libro, è la novità maggiore. Il procedimento è semplice: raffrontare la genealogia di Matteo (1,1-17) con le figure di Michelangelo:”Mentre il primo evangelista offre una lista tutta basata su quaranta uomini di cui uno genera l’altro (recensisce solo cinque donne, Tamar, Racab, Rut, Betsabea,cui aggiunge Maria Madre di Gesù), con meraviglia si osserva che Michelangelo nelle lunette e nelle vele dell’ampia volta della Sistina aggiunge sempre una donna in qualità di madre o di sposa”.
Un secondo studio affronta la sorprendente figurazione di Maria accanto al Cristo giudice, nel “Giudizio Universale”. Il primo progetto del “Giudizio” vedeva Maria interceditrice. In quello realizzato dopo qualche anno, invece, Maria sta accanto al Cristo giudice in raccoglimento, “secondo il modello della Venere rannicchiata e piuttosto passiva”. Per capire perché De Fiores parte da lontano. Dalla religiosità accentuata di Michelangelo nell’età matura. Insieme con Vasari fecero la visita giubilare delle sette chiese nell’anno santo del 1550, discutendo di arte tra una chiesa e l’altra. E dal rapporto specialissimo con Vittoria Colonna, la marchesa di Pescara. Donna appassionata, si può dire, della fede. Nell’ambito della “chiesa di Viterbo”. Della speciale religiosità coltivata dal cardinale inglese Reginald Pole a Viterbo, devozionale e teologica. E della predicazione di Bernardino Ochino, che molto ridimensiona Maria nella redenzione. “Un filo comune lega Bernardino Ochino, Vittoria Colonna e Michelangelo”, scrive De Fiores: “La convergenza nel proclamare la salvezza nel sacrifico di Cristo, i cui frutti sono attingibili solo mediante la fede”.
Un filo non luterano, come voleva l’Aretino per invidia, ma ben dentro “l’area riformista cattolica”, attraverso Vittoria Colonna, sicura mediatrice, buona cattolica cioè (si veda qui il “Pianto della marchesa di Pescara sopra la Passione di Christo”). E seguendo forse il suggerimento del Verolano, il latinista maestro di Alessandro Farnese, papa Paolo III, il secondo definitivo committente di Michelangelo. Due disegni di Michelangelo per la marchesa attestano questa variazione dei ruoli, la “Pietà” e il “Crocifisso”. Nel secondo la novità è anche scritta, con la citazione del verso di Dante: “Non vi si pensa quanto sangue costa”.
Maria così passa “nello stesso alone luminoso di Cristo, mentre prima (Michelangelo) la poneva supplicante dinnanzi a lui”, passando “da interceditrice a muta spettatrice”. Bizzarramente, si può aggiungere, poiché il colmo di fede va da un più a un meno: l’immagine (il ruolo) di Maria cambia, si ridimensiona, per la scoperta del “Christo, dolce, soave et tanto buono” di Bernardino Ochino, mediato da Vittoria Colonna. “Dall’opposizione tra una Maria misericordiosa e un Dio irato” del primo progetto, conclude De Fiores, “che rischiava di fare di lei una sostituta dell’amore divino misericordioso che salva, qui si transita verso una cristologia che mette in primo piano il Salvatore del mondo nella sua infinita misericordia e giustizia, e Maria come la prima salvata”.
Ci sono limiti insomma al ruolo universale, femminista, di Maria: il sacrificio di Cristo alla fine è inattingibile, se non mediante la fede. Su questa impossibilità interviene Michela Murgia. Non scoppiettante come all’esordio, “Il mondo deve sapere”, sulle pene al call center, la nuova umanità. Ma brillante: il Dio che ha rovesciato i potenti e innalzato gli umili sceglie di fare di “una ragazza la massima complice della salvezza del mondo”. Maria è l’interlocutrice diretta dell’angelo, cioè di Dio. Quando la chiamata viene, è lei che chiede, accetta, fa: non c’è patriarcato. Nei vangeli è sempre determinata – caso unico, poiché tutti vi sono comprimari di Cristo. Ma poi si sperde, Michela: la chiesa fa di Maria una vittima, al meglio, senza carattere, eccetera. La chiesa è sempre quella, insegna sempre la gerarchia tra i sessi. Anche Woytiła, il papa marianista, con la scusa della diversità, tema caro pure al femminismo. Anche Michelangelo: nella sua famosa “Pietà” a San Pietro è una ragazza, il figlio morto sembra suo padre. E qui uno si è già perso.
Michela Murgia esercita su Maria la sua irriverenza. Ne siamo capaci tutti, lei forse con più grazia. Ma la fede? Che se ne ricava oltre la bieca pratica femminista? Scherzo per scherzo, la donna è sempre inferiore al suo destino (al suo ruolo?) – come l’uomo del resto, il maschio.
Un concetto meritava forse più sviluppo, su cui Michela Murgia s’intrattiene nella presentazione del libro più che nel libro: il ruolo della donna accudente. “Maria è l’archetipo della donna intesa come colei che cura, la cui vita trova il suo senso solo nel servizio dell’altro, vestale multitasking”, come ha detto a Marina Terragni. Esemplificando con se stessa: “Io sono una donna accudente”, che però non accetterebbe mai di doverlo essere. È un ruolo in espansione, con la crescita della popolazione anziana, e proibitivo più che mai, obbligato o volontario che sia. Ha cominciato a rifletterci Martha Nussbaum qualche anno fa (“Giustizia sociale e dignità umana”), ma c’è poco di nuovo, su questo il femminismo è in ritardo - perché non è più una cosa viva?
Stefano De Fiores, La Madonna in Michelangelo, Libreria Editrice Vaticana, pp.239 con nn.tavole, € 24
Michela Murgia, Ave Mary, Einaudi, pp. 170, € 16

giovedì 19 maggio 2011

Il totalitarismo non è mai esistito

Il professor Bruno Bongiovanni lo insegna all’università di Torino e lo scrive nel numero della rivista “L’Indice” in edicola. A commento del libro di Emilio Gentile, che veramente non lo dice (e anzi ha di totalitarismo ha scritto molto), e di un altro paio di pubblicazioni. “È una parola ironica inventata nel 1923 da Giovanni Amendola”, esordisce, riprendendo un suo saggio di un anno fa sulla rivista “Passato e presente”. Una cosa da ridere. Subito adottata, per comodità, da Gobetti, Monti, Sturzo, Basso, dall’opposizione democratica. Ma “poi, nel 1925, tra la sorpresa generale, da Mussolini”.
Le sorprese non sono finite: “L’Urss, conferma chiacchieratissima del «totalitarismo»-parola, è la Caporetto incontestabile del «totalitarismo»-cosa”. La cosa non è nuova, Bongiovanni ne scriveva una diecina di anni fa sall’“Unità”. Ma è faticosa perché il professore mette sempre il “totalitarismo” tra virgolette.
Visto da destra? Visto da sinistra? Visto da qui, ma si potrebbe dire da lì: non c’è il totalitarismo sovietico, e quindi nemmeno quello fascista, o nazista. Se non fosse un sacrilegio, si potrebbe dire Bongiovanni negazionista.

Il giudice e la pesatura delle campane

Cinque inquilini di un affollato ma signorile condominio a Monteverde a Roma hanno fatto ricorso al giudice contro il suono delle campane, giudicato “insopportabile” e “fonte di angosce e paure”. E il giudice ha dato loro ragione all’istante. Non del tutto: i cinque chiedevano l’interdizione delle campane fino alle ore 9,30, il giudice ha disposto che possono anche suonare alle 7 ma “con rintocchi ridotti” – venti per l’esattezza. Provvedimento d’urgenza: i cinque hanno fatto “un 700”, come usava il sindacato contro i licenziamenti.
I cinque chiedevano anche la chiusura obbligata dell’oratorio annesso alla chiesa tre giorni su sei. E il giudice ha dato loro ragione subito, senza nemmeno prendere informazioni. Non del tutto: l’oratorio potrà aprire tutti i giorni, ma dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 20. Non prima né dopo. I giudici, gli avvocati e gli amici del bar di sotto non potranno quindi fare più, come solevano, le partitelle serali di calcetto.
Perché la chiesa e l’oratorio preesistevano ai cinque. Da quando la chiesa esiste. Mentre i cinque sono inquilini di un palazzo recentemente riadattato (era una scuola) – comprato tra l’atro dal vicariato di Roma: sapevano dove andavano ad abitare. Ma hanno pagato nel 2007 prezzi “signorili”, il doppio di quelli correnti, e quindi incommerciabili. Questo è il cruccio. La speranza è che l’immobile si rivaluti chiudendo l’oratorio e ammutolendo la chiesa.
A Roma è un caso. Il “Messaggero” lo trova ridicolo, ma non lo è. Isidoro basildiano, figlio e discepolo di Basilide lo gnostico, aveva “la pesatura delle anime”. Ma ne era specialista: le sapeva anche “innestare”. E il giudice romano? Non sarà facile per i cinque addurre una perizia sulle angosce da campana. Cosa su cui invece il giudice non ha dubbi. E come è possibile? È il giudice fidanzato\fidanzata di uno dei ricorrenti? Speriamo di no. È un promotore immobiliare? Lo è di fatto. Ma nei tribunali non c’è più il diritto? Si fanno decreti senza nemmeno sentire le controparti. O il fatto è che l’animatore della protesta, da anni, è egli stesso un magistrato? Questo sicuramente non incide.
Ora manca un avvocato che invochi un diritto sociale, da rispettare come quello degli inquilini signorili. La materia eccola qui: in virtù del decreto del giudice non si potrà tenere il campo estivo, dove la parrocchia usava custodire i bambini dei genitori lavoratori dopo la chiusura delle scuole a metà giugno, a un costo modico, dato che i genitori non potranno aspettare di lasciarveli alle 10. Ma da un altro giudice, magari non della “parrocchietta”. In fondo si tratta di trecento ragazzi, di duecento famiglie.

Sposi gay a Milano? Casini tituba

Fra tutte le alternative a Berlusconi doveva capitare proprio Pisapia, una copia di Zapatero? I collaboratori dell’arcivescovo Tettamanzi sono in agitazione. Nasce qui la non scelta ieri di Casini e Rutelli. Fini avrebbe voluto dare la spallata a Berlusconi, gli altri sono stati trattenuti, in una serie di telefonate con Milano, e così il grande Centro ha deciso di lasciare liberi i suoi elettori. Che non è una non scelta: è una scelta. L’arcivescovado, e le potenti leve che esso manovra nella Milano che conta, su tutti l’immobiliare e le banche (e quindi indirettamente il “Corriere della sera”), hanno visto all’improvviso, mentre si dileguava infine l’incubo Berlusconi, insorgere quello dei matrimoni gay, della pillola del giorno dopo libera, e del cambio libero di sesso all’anagrafe.
Il cardinale Tettamanzi, che forse l’avrebbe tolerato, non ha più presa sull’arcivescovado milanese. È in uscita da tempo, e per molte funzioni è supplito direttamente dal Vaticano. Come già per l’elezione regionale nel Lazio un anno fa, quando ci fu un rush finale pro Polverini di tutti gli ambienti confessionali per scongiurare una presidenza Emma Bonino, lo stesso sta avvenendo a Milano, sotto traccia ma non poi tanto. Pisapia non ha vinto al primo turno per pochi voti, e potrebbe aver perso.

Spettacolare De Magistris, da paura

È la meraviglia dei suoi elettori. Di quelli del Vomero e Posillipo per una ragione particolare: come fa l’ex giudice De Magistris a pagarsi una campagna elettorale così spettacolare, di eventi sempre interessanti ma costosi. Degli ingegneri e gli architetti ex bassoliniani, del partito della Rinascenza, paesaggisti, vivaisti, restauratori. I mastelliani su questo spargono veleno, ma si sa che Mastella è nemico di De Magistris, che il magistrato ha scalzato con l’inchiesta fasulla Why Not. Il problema è più per i suoi elettori nuovi, quasi tutti dei quartieri bene, come l’analisi del voto mostra, quelli che hanno votato lui ma non le sue liste. Che da questo sono anzi tentati, dalla manifestazione di potenza. Ma vogliono prima prendere le misure dell’impunità dell’ex giudice.
Che De Magistris sarà il nuovo sindaco di Napoli pochi ne dubitano. E la sua forza, oltre che nella Procura di Napoli, che intensifica gli avvisi, è anche nell’essere diventato l’icona degli intoccabili, nei programmi Rai e nei giornali di De Benedetti (la vecchia “causa comune” di cui Corrado Passera, allora collaboratore dell’editore, discuteva con l’allora giudice Di Pietro, poi fondatore dell’Idv, il partito di De Magistris). Il tormento dei nuovi elettori è che non si sa se il vero capo del partito della giustizia sia lui o non Di Pietro. E se e in che misura un De Magistris vincente sia garantito dallo stesso partito.

Per chi suona la campana in Libia?

Il Consiglio nazionale Provvisorio di Bengasi, prontamente riconosciuto a Roma per non restare indietro a Sarkozy, è diviso in almeno tre tronconi. Questo si legge nei giornali francesi e inglesi, ma non in quelli italiani. D’altra parte, gli aerei italiani come ogni giorno fanno la loro “missione”, andare a bombardare la Libia, ma la cosa non fa più notizia. Nemmeno una breve. Da qualche settimana ormai, se non mesi – sono alcuni mesi che l’Onu (o è la Nato? o i volenterosi?) fa la guerra a Gheddafi, ma la cosa in Italia non interessa a nessuno. Solo in Italia, però, altrove, in Gran Bretagna e in Francia, i perplessi crescono.
A Parigi, nella sorta di disarmo morale che s’è impadronito dei giornali e della politica con lo scandalo Strauss-Kahn, la guerra non appare avere più alcuna ratio: i suoi più fervidi avvocati, il presidente Sarkozy o il commentatore Henry-Lévy, si mostrano impazienti e delusi. Londra si pone il problema dell’efficacia dei raid, ma non trova alternative. Addestrare e armare direttamente i rivoltosi, sul campo, in Libia, non è giudicato risolutivo, ed è ritenuto rischioso, a rischio cioè coinvolgimento diretto.
Come l’Italia, non si cura della Libia Washington. La cui unica iniziativa, dopo la decisione di bombardare, è stata la richiesta, tramite il procuratore della Corte dell’Aja, Luis Moreno Ocampo, di condannare Gheddafi per crimini di guerra. Cioè di impedire l’uscita di Gheddafi dalla Libia che si stava negoziando in Africa, e quindi una composizione rapida del conflitto: ora Gheddafi sa che dovrà combattere fino a che potrà. Moreno è un nome di cui l’Italia non ha buona memoria, ma il giudice non è ecuadoregno, è argentino.

“El Libi”, il libico, successore di Osama

Mentre la parte borghese della rivolta in Libia, i diplomatici e i generali, si dividono e si aggregano a interessi esterni, la componente qaedista si manifesta robusta e decisa. Quando Geddafi ne denunciò il ruolo nelle prime manifestazioni tre mesi fa non fu creduto. Anche se lui personalmente ne conosce molti esponenti, avendo prestato la Libia trent’anni fa per l’addestramento dei combattenti islamici da destinare all’Afghanistan. Uno dei capi dei fondamentalisti islamici, Abu Yahia el Libi, “il libico”, fondatore del Gruppo Islamico Combattente di Libia, era riemerso in patria già quindici anni fa a capo di un fronte di resistenza armato contro Gheddafi. E ora è il candidato numero uno alla successione di Osama, a capo di Al Qaeda, anche se provvisoriamente viene indicato un altro nome, Seif el Adel, che è solo uno dei capi militari. Altro qaedista di primo piano è Abdel Hakim el Hasadi, uno dei capi della rivolta a Bengasi. Anche se è noto tra gli inviati per i gli appelli all’unità fra Occidente e Oriente “contro il dispotismo”.
Al Qaeda c’è, e non si nasconde. Il ruolo di Al Qaeda in Libia d’altra parte non era sconosciuto agli Stati Uniti. El Hasadi era stato detenuto dagli americani a Islamabad dopo l’11 settembre, e sottoposto a lunghi “interrogatori”.

mercoledì 18 maggio 2011

La critica viene, con lode, al sesto libro

Messe sterminata di recensioni, ripetitive ma encomiastiche, mentre i cinque libri pubblicati da Glauser in precedenza, alcuni appassionanti, erano passati sotto silenzio. Ma questo “Primi casi” è bruttissimo. È un risarcimento? O i critici lavorano per echi, per accumulo – dopo cinque libri l’autore è ok?
Friedrich Glauser, I primi casi del sergente Studer

La disoccupazione dei giovani che non ci sono

Con cadenza ormai decadale l’Istat segnala e denuncia che la disoccupazione giovanile, 15-25 anni, è al 29 per cento. Quasi un terzo della disoccupazione totale, un record dal 2004. È un anno che lo dice. Senza dire che i giovani sono diminuiti nell’ultimo decennio di quasi un milione di unità – due milioni se la classe demografica si allarga, com’è socialmente ed economicamente più giusto, fino ai trentacinquenni. Dal 2004 ce ne sono quasi mezzo milione in meno, si veda alle tabelle demografiche dello stesso Istat. E che dei giovani “sopravvissuti un 15 per cento è neet (not in Education, Employment, Training), i famosi bamboccioni che non studiano e non lavorano, non si adattano a lavorare. Mentre gli altri lavorano come formiche, essendo in shortage, ma non “risultano”, come vuole il galateo precario del mercato all’italiana - il problema vero può essere l’Istat che di tutto ciò non si accorge.

Letture - 62

letterautore

Aterosclerosi – La disfunzione del cervello a essa associata, per cui si ricorda minutamente l’infanzia e niente di quanto è appena successo, è il procedimento caratteristico della narrativa del Novecento: la rappresentazione di un punto, precisa, ricca, fluviale, poco o nulla storicizzata e non significante – miracoli o misteri verbali. Meglio se della memoria remota. Pochi narratori vi si sottraggono: Kafka, Th.Mann, gli americani anni Trenta (Hemingway, Dos Passos). A tecnica varia: flusso di coscienza, flashback, à tiroirs, autoanalisi, incidentalità, scrittura automatica, al registratore, frammentaria, e i sogni, le visioni. Di un pensiero introiettato – il procedimento è anche della filosofia, dell’esistenzialismo e fino alla deriva del pensiero debole.
Con pretesa di significatività e conoscenza, anzi di allargamento della conoscenza: è una rappresentazione che si vuole apparentare alla fisica quantistica e dell’indeterminazione. Ma è necessariamente non significativa, se non sotto l’aspetto lirico (soggettivo, effusivo). I narratori più scaltriti vi si sottraggono, dandosi spessore storico (territoriale, nazionale, sociale), Proust e Joyce su tutti.

Pasolini – Ha fatto dei “caroselli”. Per esibizionismo? Perché “credeva” nel linguaggio dei caroselli, molto povero allora, e lo sfidava? Ma i suoi tanti celebratori in mostre e cicli d’immagini trascurano questo episodio.

La sua critica del’omologazione dell’italiano (della lingua morotea-televisiva) è un’altra critica all’ordine in realtà, alla piccola borghesia, ai “valori acquisti”. Come tutta la sua opera. Nel nome della moltiplicazione, della discrasia, del diverso, del disordine creativo.
Ma dopo di lui il disordine è finito nell’afasia: molte parole ma senza senso. Il linguaggio è ordine e disordine: è fantasioso. Dopo di lui o non contemporaneamente? Lui lo sapeva e l’ha anche denunciato. Ma a metà: quant’era onesto, intellettualmente, Pasolini?

Proust – È veramente scrittore per scrittori? Non ha proseliti né imitatori. È veramente il più letto? C’è qualche segreto (mistero) nella fortuna di Proust: istantanea in Italia oltre che in Spagna, e negli Usa (in rapporto alla lentezza di riflessi del mercato americano) all’università. In Inghilterra è selettivo. In Germania sembra inconsistente.
Anche i temi e i tipi della letteratura di “seconda fila” andrebbero analizzati.

La difficoltà di leggerlo “dopo”. Dopo aver letto la vasta produzione di fine Ottocento-primi del Novecento, compresa quella di genere, i parnassiani e i simbolisti: Huysmans, Pierre Louÿs, Tinan, Lorrain, lo steso irriso Montesquiou, il Prévost delle démi-vierges, Willy, Colette, “Chéri” etc. Dà l’impressione di essere rimasto un pasticheur, un letterato senza altre emozioni che quelle letterarie (rifà perfino Zola). E per quattromila pagine è troppo. A meno di non imprestargli una, tutt’altro che improbabile “conoscendo il tipo”, gigantesca voglia di derisione, da Rabelais della pagina scritta. È un entomologo, come è stato detto, ma della letteratura e non della società – che non c’è: non c’è la terza Repubblica, non c’è Parigi, non c’è nemmeno lo scandalo Dreyfus. Scrive di temi e vezzi letterari, non di cose o caratteri o gruppi sociali.
“Fine Secolo” è, alla somma, l’amore delle cortigiane. Che non c’è se non dei soldi. Genere vaudeville, leggero, ma anche derisorio. A opera di giovani rivoltati, di gay, e del “nuovo maschio” spregiatore – quello che sarà poi per un secolo il tipo (eterno) del maschio.

La tipologia comincia presto, l’amore a Parigi, con Flaubert e “L’educazione sentimentale”, 1869 – ambientato negli anni 1840, il regno borghese di Luigi Filippo. Dove la Marescialla si fa corteggiare, ma solo dal romantico, sprovveduto, Federico, con gli altri lo fa e basta, senza smorfie, il vecchio ricco Oudry, la celebrità Delmar, il compagno di merende Arnoux. I casi precedenti, da “La signora delle camelie” indietro a “Manon Lescaut”, valgono in altri contesti: la malattia, gli stati sociali. Nell’“Educazione” c’è anche la donna equivoca, Rosannette, forse italiana forse no, forse mantenuta forse innamorata, da tutti concupita, che s’introduce con una (lunga) festa in maschera. E c’è la donna ammirevole, benché borghese, Mme Dambreuse, anch’essa vista nelle sue (lunghe, dettagliate) feste.
Il romanzo borghese, inglese dapprima poi francese, è sentimentale: storia di palpitazioni (incertezze, attese, illusioni, vaghezze – sguardi sfuggiti, sfioramenti), equivoci, destini avversi, attorno all’amore, inafferrabile. Anche in Proust. La “Ricerca” è una saga borghese, di piccoli esseri e piccole passioni – la saga, certo. Proust tenta di dargli consistenza, ma in lunghezza, non in spessore.

Scrittura(scuole di) – Si vendono in edicola e dunque sono un genere forse necessario, di largo consumo se non di prima necessità. Ma hanno diffuso e diffondono la bella scrittura vacua. Sulle orme di Baricco e della sua scuola, la più seguita e grande, o di Foster Wallace, che se ne presume il padre. Dominano in letteratura, ma col nobody e il nowhere. Testi senza radici e quindi senza senso. Specie dopo i due grandi secoli della narrazione, pieni di cose, persone e fatti “storici”, da Stendhal e Manzoni a Salinger – che non è il “padre” di Foster Wallace, è una costola raffinata del vecchio tronco (mentre Foster-Wallace è all'origine un filosofo, niente a che vedere con le vacue scuole di scrittura).
È la lezione, se si vuole, di Calvino. Ma Calvino non si chiama fuori, si situa nel filone utopico e fantastico (Calvino è, bene o male, la punta raffinata del genere fantasy). Questo è vecchio ma come il tema d’italiano, ben scritto e avulso.

Scrittura – È la realtà, poiché la fa. In senso heideggeriano e lacaniano: l’essere accade, si trasmette, si comunica. L’essere è linguaggio e comunicazione. La scrittura è linguaggio ben conservato.
Anzi, è doppiamente heideggeriano: come reperto, oltre che come mezzo.
Se Heidegger può essere preso sul serio. O Lacan.

letterautore@antiit.eu

martedì 17 maggio 2011

Berlusconi vince, Berlusconi perde

Dove ha messo i voti che aveva in tasca, a Milano e a Napoli? Diavolo d’un Berlusconi, magari li ha nascosti per un secondo turno…. Sono perplessi i commenti politici, anche dei nemici di Berlusconi. Perché ha preso più voti (il suo schieramento, Lega compresa) di quanti ne aveva, malgrado la delusione delle due grandi città. E ha semmai allargato il voto del populismo antipolitico, di De Magistris e Beppe Grillo, invece di combatterlo. Portando l’alternativa in un impasse. E allontanando quindi le politiche invece di avvicinarle, come qualcuno subdolamente arguisce per conto del centro-sinistra.
Il ballottaggio fra dieci giorni scioglierà i dubbi. Ma intanto alcuni fatti sono emersi. Uno è il disorientamento del voto alternativo, che si ricompatta su candidati anch’essi alternativi, Pisapia oggi come già Vendola, o altrimenti si butta sulla protesta – il che in realtà è un orientamento. Due riguardano il centro-destra. Uno è la divaricazione crescente, o rinnovata, tra Bossi e Berlusconi: la Lega che vuole scalzare al Nord il partito di Berlusconi, e quindi non va a votare alle comunali oppure non vota la Moratti. L’altra è la tenuta del partito di Berlusconi, malgrado tutto, e il calo di un terzo dei voti della Lega, malgrado l’incremento di Bologna. Non è ancora il cambio di vento del Nord ipotizzato da Fassino, ma qualche segnale c’è. Non ha votato il Veneto, ma in Lombardia Bossi ha perso. Mentre Torino, che s’era arrischiata a dare anch’essa fiducia, con tutto il Piemonte, al candidato leghista un anno, ha virato rapidamente.
C’è poi il fatto che Napoli è imprevedibile, oltre che ingovernabile. Ma non è nuovo. Semmai, il fatto nuovo è che non sembra interessare nessuno.

Rapporto festoso dal 1848

Anche Metternich era, a giudizio dei diplomatici a Vienna, “intollerabilmente licenzioso e frivolo con le donne”. Le guerre di Napoleone fecero, in rapporto alla popolazione, la stessa percentuale di morti che nella Grande Guerra. Il Lombardo-Veneto era un sesto della popolazione dell’impero austriaco, e copriva un terzo delle imposte – Austria Felix! La Prussia raddoppiò nel 1815 annettendosi la Renania, che era il polmone culturale della nazione e sarà quello finanziario e industriale, cattolica. Mentre la Prussia vera e propria rimaneva luterana, feudale e, nelle campagne, che erano tutta la Prussia-Pomerania-Magdeburgo, servile – la servitù vi fu abolita nel 1807, sotto la minaccia napoleonica, ma solo di diritto (in Austria-Ungheria si esercitò, di fatto e di diritto, fino al 1848). “Le mie prigioni” furono una forte testimonianza di fede religiosa. Ci furono 250 mila esuli lombardi in Piemonte dopo la sconfitta di Custoza e l’armistizio – che sembra un refuso. Mentre Marie d’Agoult è censita quale “scrittrice e attivista di sinistra”, all’epoca matura quarantenne, nata viscontessa di Flavigny, sposata contessa d’Agoult, in arte Daniel Stern, che a trent’anni se ne era concessi quattro con Liszt, in Svizzera e in Italia, facendogli rapidamente tre figli - ultima Cosima che avrebbe sposato Wagner e infiammato Nietzsche, benché antisemita. Wagner, triumviro repubblicano a Dresda per qualche giono, benché Kapellmmeister del re di Sassonia, vi suonava le campane
Sontuoso presente dell’editore, un volumone rilegato, corredato da indice analitico copioso, a prezzo da tascabile, che riporta infine alla memoria la rivoluzione degli intellettuali di Namier. La “rivoluzione del disprezzo” promessa da Lamartine, la “primavera dei popoli” – o la rivoluzione delle barricate, veramente di popolo. Ben raccontato: le rivolte sono sceneggiate cinematograficamente, nelle scene di massa e nei tempi, o nei particolari. Una rappresentazione più che una ricostruzione o un riesame. In Olanda il re vuole le riforme, il parlamento si oppone. Bandiera rossa o tricolore? La bandiera rossa, ammonisce Lamartine con successo, indica pericolo: la issavano i lealisti nell’’89 per segnalare la legge marziale, la libertà di tirare sui manifestanti. Parigi e Lione traboccavano di lavoratori stranieri: a Parigi erano 184 mila (su una popolazione di poco più di un milione, n.d.r.). L’austroslavismo è proposto a Praga da Palacký, scrittore ceco, contro “il leviatano russo”. Ma presuppone l’eguaglianza fra le etnie, e non va bene agli austrotedeschi. In Galizia gli austrotedeschi si difendono dagli slavi polacchi facendosi scudo degli slavi ucraini. La “rivoluzione repubblicana nel Baden” si conclude con i capi in salvo in Svizzera, il terribile Friedrich Hecker, il “militare” Franz Sigel, i coniugi Emma e Georg Herwegh, come sempre, mentre le loro legioni giacevano morte o in prigione. Anche Gustav Struve, al secondo tentativo fallito di “rivoluzione repubblicana nel Baden”, organizzato dalla vicina Svizzera, si salverà: lui a opera delle truppe imperiali, per avere poi onorata carriera politica negli Usa - quale competeva, si può dire, al discendente di nobile famiglia russa di diplomatici e astronomi. Si salvò in Svizzera, ma in carrozza, pure Wagner, mentre a Dresda quattrocento repubblicano furono uccisi e un migliaio arestati e condannati.
Anche l’impianto è nel complesso apprezzabile. Malgrado i soliti difetti di una storiografia europea ormai nordcentrica. Rapport, storico a Sterling, francesista, ha una bibliografia quasi esclusivamente anglosassone. Di italiano ha Cattaneo, col “Manin” di Ginsborg e il medico Carlo Osio, il capo repubblicano, della raccolta di Della Peruta, “Milano nel Risorgimento”, e poco più. Le Cinque Giornate segue preferibilmente con Hübner, giovane ufficiale austriaco, conte von. L’insurrezione di Vienna con Stiles, l’incaricato d’affari americano. Quella tedesca con Fanny Lewald, che non si sa chi sia (è una scrittrice prussiana, ebrea, femminista, testimone delle rivolte a Parigi, Berlino e Francoforte, che ne scrisse al futuro marito Adolf Starr, e con queste lettere ha pubblicato due volumi di memorie nel 1850, n.d.r.). Trascura in genere la religione, se non come fatto aneddotico – i vescovi col tricolore. E fa il '48 italiano partendo dal dopo, anzi da oggi. Trascura il Sud, la Calabria, Palermo, Napoli, pure ricco di episodi suggestivi. “Il primo scontro violento del 1848 si verificò a Milano”, esordisce. Con lo “sciopero del fumo”, nientemeno, deciso a Capodanno dai giovani nobili del Jockey Club, goliardi a cui l’Austria oggetto oggi di tanta nostalgia rispose con la solita rozzezza. Rivaluta perfino il vecchio maresciallo Radetzky, poiché lo fa la storiografia del mito asburgico. Poi si corregge: “La prima vera e propria rivoluzione era scoppiata in Sicilia”. Dove i moti del 12 gennaio a Palermo portarono in pochi giorni alla liberazione di tutta l’isola, eccettuato l’arsenale di Messina – dopodiché insorse Napoli con i “lazzari” (che spaventarono anche un sincero rivoluzionario come il russo Herzen). Non va oltre e si perde il meglio: la Sicilia manterrà a lungo la carica rivoluzionaria, che sarà sradicata dla nuovo r egime nitario. Nel 1860 era ben pronta all’arrivo di Garibaldi e dei Mille, ma in un’altra prospettiva: Garibaldi invece si trovò dover fare, con Bixio e altri volontari, il “carabiniere”, come l’onesto Nievo non mancava di segnalare ai suoi amici rimasti a casa.
Il 1848 insomma resta da fare – una vera rivoluzione non si esaurisce… Ma questo atlante è piacevole e utile. In particolare spiega molto bene che la rivoluzione riuscì, fino a quando riuscì, per l’unità delle varie forze ribelli. Implose quando si divisero, repubblicani contro monarchici, liberali contro socialisti, città contro campagne, tedeschi contro slavi, e le innumerevoli tribù slave l’una contro l’altra, viennesi, magiari, alsaziani contro ebrei, piemontesi contro italiani. Con Cavou che dice meglio gli austriaci che i repubblicani. In particolare, Rapport sa mostrare, forse perché senza pregiudizio, quello che sarà il punto debole della riunificazione: i sospetti, a Milano e a Venezia forse più che a Napoli, di espansionismo sabaudo, fondati - ma il Piemonte è intanto diventa il centro di attrazione del patriottismo, negli anni 1850, per aver conservato lo Statuto, le garanzie liberali se non repubblicane. Fu anche la rivoluzione del telegrafo: le notizie per la prima volta arrivavano in pochi minuti, come oggi su Twitter e YouTube.
Mike Rapport, 1848, Laterza, pp. 579, € 11

lunedì 16 maggio 2011

La fine della sovranazionalità

Non ha più una funzione l’Onu, fino ad allora foro di discussione, camera di decompressione e compensazione, “mercato” aperto per i piccoli e i piccolissimi, che sempre, dice Hobbes, “sono in grado di nuocere”. Non hanno più funzione né vita nessuna delle istituzioni multinazionali e il cosmopolitismo che nella seconda metà del Novecento sembrarono dover improntare gli affari internazionali. Dopo la fine della guerra fredda. Che a sua volta agiva come stimolante di un internazionalismo egualitario, pur nella divisione in sfere d’influenza.
La Nato è diventata un’organizzazione senza sostanza. Un flatus vocis, non c’è alcun ordinamento, se non l’uso sempre più diffuso dell’inglese, lingua comune, tra gli ufficiali comandanti. Già alle celebrazioni del cinquantenario con Clinton non si sapeva che dirne. La formula che la sostituisce, la coalizione dei volenterosi, denota nella sua stessa ridicola denominazione la debolezza del concetto: non c’è una politica comune all’alleanza, non c’è forse nemmeno un interesse comune, se non quello della globalizzazione dei mercati, che si governa in altre sedi, e dunque l’alleanza serve solo alle carriere dei generali.
In Europa non si vedono che crepe e assenze. L’ue è semrpe forte burocraticamente, ma in politica è inesistente. Lo stesso euro, la moneta comune che tanti gravosi impegni sta chiedendo, è più un fatto burocratico che monetario ed economico – l’incapacità di sbloccarlo, di superare la crisi di un’economia così piccola come quella greca, ne è una delle tante prove. Non c’è spirito coesivo, e forse non c’è interesse. La mancanza di spirito coesivo, e di interesse si è segnalata per prima nel paese più importante, la Germania, che ha perso l’ottica e l’iniziativa di stampo renano, da Adenauer a Kohl. Sia la Berlino di sinistra che quella di destra, il cancelliere Schröder e la cancelliera Merkel. La Gran Bretagna aveva avuto un impulso europeista con Blair, fino all’accordo nel 1998 per l’esercito congiunto, e a un tentativo non abbastanza apprezzato di portare a un referendum che forse avrebbe avvinato Londra all’euro. Col Blair indebolito di dopo l’Iraq, con Gordon e più con Cameron, Londra non è più fuori dell’euro ma contro l’euro. Le altre politiche languono, a partire da quella agricola, che non ci ha risparmiato un ritorno dell’inflazione.
La caduta del Muro e lo sciogliete le righe hanno prodotto un’asimmetria: il mondo è diretto dagli Stati Uniti, in modi più spesso che no impenetrabili, con l’ausilio muto della Cina per gli affari economici, eretto a falso coreggente. La Cina è un gigante debolissimo nell’assetto politico, e più in quello sociale (nasse enormi di poveri, forchette tropo ampie nella distribuzione del reddito), e per questo muto e obbediente. Ma questa asimmetria, e il conseguente svuotamento del multilateralismo, tra grandi complessi (istituzioni, aree) sovranazionali, non riporta in auge il vecchio nazionalismo o le piccole patrie, ma instaura una condizione universalmente impotente se non servile, una sorta di eguaglianza dell’inutilità.
Qualsiasi altra razionalizzazione di questa politica non regge. Da ultimo il sostegno alla “primavera democratica” nel mondo arabo, Medio Oriente e Nord Africa. E a guerra al fondamentalismo islamico. Che invece è nato e si è radicalizzato con l’ausilio, le armi e i soldi americani. E si combatte con una propaganda volgare, inefficace se non autopunitiva. Corrispondente forse all’opinione pubblica del “nuovo elettore” americano, giovane, immigrato, incolto, internauta, dalla generazione epidermica. Ma per chi ha familiarità con la storia dell’imperialismo richiama irresistibilmente, se non lo riproduce, il jingosimo, il fenomeno del colonialismo popolare di massa. Mentre dell’esportazione della democrazia (dei diritti politici e di espressione, della rappresentanza, della giustizia), che è la politica ufficiale di Washington e dei volenterosi da un decennio, non si vede traccia.

Un plebiscitarismo senza fondamento di legge

Si varano e si modificano leggi (decreti leggi) con consultazioni a distanza tra giornali e Quirinale, che i governi pavidi e i partiti si limitano a recepire. Tra due poteri non elettivi e opachi: i giornali obbedendo in primo luogo agli interessi padronali, il Quirinale a non pubblici e non elettivi consulenti e consigliori. Non da ora, dai tempi di Scalfaro, che inaugurò questo singolare modo di registrazione. Dai tempi cioè di Mani Pulite, che, è bene ricordarlo, non combatté la corruzione ma la politica: Quirinale e stampa da allora si sorreggono a vicenda, in un governo illegale della Repubblica, al coperto di un’autocertificazione di competenza giuridica, autorevolezza politica, e probità. Ma potendo contare – è questo il loro punto di forza – su una domanda di governo (la governabilità), che era all’origine della rivolta dei magistrati, in una sorta dunque di circolarità perversa: la governabilità genera l’antipolitica, e la supplenza dei media col Quirinale.
C’è un che di marcio in questo circolo vizioso, di non casuale e anzi di preordinato. Lo stato delle riforme lo attesta. Il sistema elettorale è stato aggiornato ovunque in senza maggioritario, e anzi plebiscitario, attorno al candidato sindaco o presidente: nelle circoscrizioni, ai Comuni, nelle Province, alle Regioni. Ovunque eccetto che al governo. E il motivo è evidente: perché qui un governo eletto dal popolo metterebbe fuori gioco, dopo le elezioni, il condizionamento dei media. Mentre un governo surrettizio, trasposto in una istituzione incautamente privilegiata dalla Costituzione nella durata, e a nomina parlamentare, consente di asservire senza dazio ogni parvenza di potere esecutivo, dalle multe in sosta vietata alla guerra.

domenica 15 maggio 2011

L’ordine missilistico della libertà

Di Gheddafi si può dire come di Luigi Filippo, che è uscito di casa ed è tornato”senza essere in alcun modo assassinato”. Lo assicurava “Charivari”, il “Vernacoliere” dell’epoca a Parigi, dopo l’ottavo attentato e Gheddafi ci è vicino, o l’ha sorpassato. Obama non ha usato il cannone a 24 canne, la “macchina infernale” dei repubblicani parigini, ma ha batterie di missili aria\suolo ben più micidiali, se non più intelligenti.
Questa gestione a distanza del mondo, non argomentata, non giustificata, fa impressione con Obama. Fa impressione che il primo presidente americano nero, giovane, outsider, sappia di antico. Poiché questa è la vecchia politica delle cannoniere, dell’imperialismo ottocentesco in Cina o in Africa, che tanto più allora avevano “bisogno di civiltà”. Ma essa è una costante della politica estera americana dopo la caduta del Muro. Con l’eccezione del quadriennio di Bush padre, che ha fatto guerra all’Iraq su una più che gusta causa, dopo attenta considerazione, e limitando l’uso della forza al necessario, come vorrebbero le leggi internazionali e la vecchia prassi. Subito dopo, con Clinton, Bush jr. e Obama si fanno guerra per un nonnulla, e sparando alla cieca. Missili aria\suolo beninteso, la guerra meno onorevole: i militari di terra, che combattono da pari (quasi) a pari, Bush ce li ha mandati e Obama in qualche posto ce li mantiene, ma perdono sempre.. La politica dell’intervento anzi si può dire precedente, l’ha inaugurata Reagan: come dimenticare l’invasione di Grenada, il bombardamento di Tripoli, i commandos di Sigonella (erano i Seals?)?
Esportare la democrazia, come si disse per il caso iracheno, non si dice più: la democrazia non viene da fuori, tantomeno con i missili. Un tentativo di legare le ribellioni arabe degli ultimi mesi alla spinta iniziale degli eserciti occidentali contro i talebani e contro Saddam Hussein è stato presto dismesso. Nessun politico e nessun partito nei paesi che si sollevano, Tunisia, Egitto, Siria, Libia, Yemen, si innesta alla guerra occidentale al terrorismo islamico. Nel mondo arabo i movimenti di opinione pubblica hanno poco o niente dei fondamenti del Quarantotto - e non potrebbe essere diversamente: le società sono diverse, il mondo è cambiato. In questi paesi i regimi a base militare, di tipo bonapartista o kemalista, sono stati i più innovativi e socializzanti, e i meno corrotti, della storia recente e meno recente.
Una salve di missili normalmente annuncia la democrazia in questa non dichiarata pax americana sul mondo. Di missili aria\suolo. Dove non ci siano missili suolo\aria: Iraq, Afghanista, Libia. E da un decennio dove ci sia l’islam di preferenza, per portarlo alla democrazia. Sul modello della guerra alla Serbia per democratizzare i Balcani. Poco importa degli effetti. Se i missili per esempio non riescono a chiudere la pratica lasciando il campo, è avvenuto in Iraq e Afghanistan e avverrà in Libia, a baoinette incapaci. Missili americani, per la più parte, e “volontari”, cioè pagati dai paesi amici all’America.
Una “selva di baionette” rimproveravano gli oppositori a Metterniche negli anni 1830, della pax germanica, gli oppositori conservatori. Cambia poco, giusto la famosa libertà del proto, che una salve può trasformare all’istante in una selva. E questa non è la sola sorpresa, che anzi è generale, se la “libertà” (elezioni, parlamenti) viene sostituita alla conservazione (monarchie assolute), con lo stesso disprezzo della legalità e dei diritti di legge.

I poteri del Colle, breve storia di un’usurpazione

Galli della Loggia venerdì sul “Corriere della sera” fa i salti mortali per dire che le ultime presidenze della Repubblica non hanno rotto gli equilibri costituzionali, e trova la ragione per l’invasione costante di campo nel bisogno che il patriottismo ha di una figura di riferimento (“La supplenza necessaria”, titola il giornale, ma non nascondendosi nell’occhiello:“Quirinale, metamorfosi di un ruolo”). Altri cercano una ragione per l’improvvisato e incostituzionale presidenzialismo nel mandato troppo lungo, e quasi sempre confidato a ottuagenari. Mentre la verità è nella storia ormai lunga della Repubblica, e ben squadernata. Non è arteriosclerosi e non è un fatto di patriottismo (la maggiore popolarità Napolitano ce l’ha nella Lega): mentre la dottrina, tutta la dottrina, ha sempre letto i poteri costituzionali del capo dello Stato come figurativi e di rappresentanza, il Quirinale è stato sempre, ed è, il luogo forte della Costituzione politica materiale, di quello che oggi si chiama il compromesso storico.
Le presidenze della Repubblica hanno sempre vissuto stagioni agitate. Con crisi politiche lunghissime, governi destabilizzati, spesso dal Quirinale, e da qualche anno gli scioglimenti a catena dei Parlamenti, che lo stesso Napolitano criticò da presidente della Camera, ma ha poi disposto già una volta. Sempre agitate eccetto: la prima, di Einaudi, quella di Pertini, e quella di Ciampi. Cioè dei tre presidenti che non fanno parte delle due sub-culture dominanti, come usavano chiamarsi negli anni Ottanta, che De Mita e Berlinguer dichiararono le due uniche con diritto di cittadinanza nel paese e in politica: la confessionale e la comunista. Gronchi arrivò al governo extraparlamentare di Tambroni nel 1960. Segni si fece organizzare un colpo di Stato. Saragat dispose o avallò la deviazione del controterrorismo del 1969, poi culminato in piazza Fontana, su un inesistente terrorismo anarchico (due dei protagonisti ne saranno poi vittime, il giudice Occorsio e il commissario Calabresi). Leone ha subito il terrorismo, anche da ultimo a suo danno. Quelle di Cossiga e Scalfaro sono state presidenze che un’opinione pubblica non prevenuta definirebbe putschiste, non altrimenti. Scalfaro in particolare, che ha imposto all’Italia la dittatura del partito dei giudici, alcune diecine di sostituti procuratori della Repubblica, e ha sciolto le Camere a volontà, atto gravissimo sotto ogni dottrina costituzionale.